La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
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lunedì 13 novembre 2023
giovedì 2 luglio 2020
La ley del camino - Fabio Pusterla
Questo discorso è stato tenuto al Congresso del
Partito Socialista Ticinese nel 2018. Mi pare che valga ancora e ben oltre i
suoi confini geografici. Ho chiesto all’autore di poterlo quindi riproporre su
Nazione Indiana.)
L’originale si trova qui: http://www.ps-ticino.ch/care-compagne-cari-compagni-discorso-fabio-pusterla/ (f.m.)
Discorso per il congresso del Partito Socialista,
Arbedo 18 novembre 2018
Care compagne, cari compagni,
ho pronunciato quattro parole, o meglio due, declinate
al femminile e al maschile, e sono già costretto a fermarmi. Queste due parole
sono state a lungo, per più di un secolo, una formula ovvia d’apertura, dietro
la quale tutti potevano capire una realtà comune e almeno entro certi limiti
chiara. Ma oggi è ancora così? Io ne dubito, e penso che questa formula nota a
tutti oggi forse ponga qualche problema, e chieda di essere interrogata
seriamente. Tutto il mio breve intervento sarà dunque basato sugli
interrogativi sollevati da queste due parole così importanti e oggi così
incerte.
Tanto per cominciare: ci siamo davvero ancora
reciprocamente “cari”? E cosa vorrebbe dire “cari”? “Aver caro qualcuno”
vorrebbe dire, e questo è il significato che la parola porta con sé da secoli,
e anzi da millenni, salendo a noi almeno dall’epoca latina, riconoscerne il
valore, la preziosità, e provare una forma di affetto, di tenerezza, persino di
amore. Da “caro” deriva del resto il concetto importante di “carità”. Allora: è
questo che proviamo reciprocamente: un senso di preziosità, di affetto che ci
unisce al di là delle differenze e delle divergenze? Una comune carità? Tutti
noi sappiamo benissimo che la storia della sinistra è una complessa dialettica
di unità e frantumazione; e che, entro certi limiti, proprio questa
effervescenza ideologica ha a lungo costituito una grande ricchezza e un grande
serbatoio di idee e di energie. Ma in certi momenti storici, di solito
contrassegnati da una particolare difficoltà, come quello che stiamo
affannosamente vivendo, le divergenze hanno preso il sopravvento; le rivalità
oscurato la coscienza della comune carità; le ambizioni individuali o di parte
annichilito la dimensione ideale. Il mondo in queste epoche è spazzato da un
vento cupo e nero, lo stesso vento di cui ha parlato recentemente Igor Righini
in uno suo articolo, e di cui oggi sentiamo la presenza quotidiana, nel piccolo
della nostra realtà, ma anche allargando lo sguardo: dal Brasile di Bolsonaro
all’Italia di Matteo Salvini, dall’America di Trump alla Turchia di Erdogan,
quasi da ogni dove giungono le raffiche gelate di questo vento, e, come nella
pagina iniziale del grande romanzo di Emile Zola, Germinale, la
strada davanti a noi sembra aprirsi dritta come un molo nel buio
accecante delle tenebre. Ma intanto che il vento infuria e le tenebre
si infittiscono, cosa fa la sinistra? A volte, come dimentica di sé e di ciò
che sta accadendo, litiga, si frantuma, si annulla. Perde di vista la “carità”.
Colpa dei gruppuscoli più estremi, si dice allora di solito, che in nome della
loro intransigenza e presunzione di verità assoluta favoriscono la
dispersione. Ma una simile spiegazione è insufficiente, e soprattutto ingiusta,
perché non considera che la vera forza di un grande movimento di sinistra, di
un grande partito di sinistra, sta nella capacità di contenere e accogliere in
sé queste divergenze, di non lasciarle esplodere in maniera distruttiva; e
questo è possibile solo quando, al di sotto delle contingenze e delle
diversità, si mantiene viva e forte una idealità comune, vigorosa e
riconoscibile, una forza progettuale che va ben al di là delle scadenze
elettorali, delle tattiche e delle preoccupazioni spicciole.
Ma questo ci conduce alla seconda parola: “compagni”.
Tutti ne conosciamo la splendida origine, che riconduce alla concreta realtà
del “pane”, l’alimento primario della nostra cultura, e ai suoi significati
simbolici. Colui con cui spezzo il mio pane è il mio compagno: e l’immagine è
così bella e così forte, la parola così ricca di significato evidente, che
tutti coloro che la avversano la invidiano anche, e per questo la irridono non
appena possono: il disprezzo con cui le destre pronunciano come se fosse un
insulto o una parola ridicola il termine “compagni” è l’altra faccia
dell’invidia e del timore: perché si sente rimbombare, in questa semplice
parola, qualcosa di grande. E tuttavia oggi le cose sono più complicate. L’8
luglio 1974 Pier Paolo Pasolini, che sarebbe stato trucidato nell’autunno
dell’anno successivo, scriveva su «Paese sera» un articolo memorabile, in cui
rispondeva a certe critiche che gli aveva mosso Italo Calvino. E diceva,
Pasolini, che un’epoca della storia umana, lunghissima, che lui riassumeva
nell’espressione età del pane era terminata, perché eravamo
ormai entrati nell’età della merce. Nell’età del pane, osservava, «gli uomini
erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse,
che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è
chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita». Se, come credo,
Pasolini aveva ragione, dobbiamo chiederci cosa possa significare la parola
“compagno” nell’età della merce, che non è più quella del pane. Dobbiamo
chiederci quale possa essere, oggi, il nuovo pane da spezzare tra di noi e con
gli altri, perché solo in questo modo potremo continuare ad usare il termine
“compagni” senza essere patetici. Naturalmente non mi illudo di avere la
risposta; ma suggerisco di considerare con attenzione l’idea che a dover essere
condivisi, oggi, siano soprattutto i diritti. I diritti che già esistono, che
sono il frutto di una faticosa conquista del progressismo otto e novecentesco,
e che oggi vediamo costantemente minacciati da un vasto progetto di
restaurazione volto a indebolire, e talvolta addirittura eliminare questi
diritti umani e sociali, cosa che spinge da molto tempo le forze della sinistra
su una posizione difensiva e logorante, che rischia di minarne lo slancio,
l’inventiva, la creatività. Bisogna senz’altro difendere con forza i diritti
esistenti dalla furia del neocapitalismo selvaggio e del suo talvolta
inconsapevole braccio armato, il populismo dilagante; ma bisogna anche avere il
coraggio di immaginare i diritti che ancora non esistono, quella fetta enorme
di giustizia e di equità che ancora non è stata riconosciuta. Per fare questo,
io penso che ci si debba spingere verso territori ancora sconosciuti; che si
debba avere il coraggio di varcare i confini dei diritti attuali, delle leggi
attuali, per esplorare e illuminare ciò che sta oltre. Perché i diritti non
sono immobili nel tempo, ma mutano con il mutare delle condizioni, con
l’emergere di nuovi soggetti storici, politici, economici. Oltre la soglia
della legalità non abita soltanto l’illegalità, bensì anche il nuovo volto dei
bisogni, la possibilità di una giustizia sociale che oggi non sa ancora essere
pensata. Andare oltre la legalità, in questo senso, significa non accontentarsi
di ciò che già esiste; non appiattirsi su posizioni difensive; non credere che
l’attività politica sia definita semplicemente dal mantenimento delle posizioni
e dalla gestione del potere. Il diritto di avere dei diritti,
intitolava alcuni anni or sono Stefano Rodotà la sua ultima grande opera. Sono
certo che, ascoltando queste parole, la mente di molti di voi sta pensando ai
migranti, ai nuovi diseredati, alle terribili negazioni dei diritti che li
concernono, tanto nei luoghi da cui cercano di fuggire tanto in quelli a cui
provano ad approdare, con tutti gli ostacoli che conosciamo bene. Ma non si
tratta soltanto di questa nuova realtà. Gli studenti che incontro nel mio
lavoro a scuola: hanno il diritto di sperare? Di provare a essere felici? Di superare
il disagio, il senso di catastrofe familiare ed esistenziale che spesso li
accompagna? Di credere nel futuro? Gli anziani: oltre ai diritti già esistenti
hanno anche quello di sentirsi utili e ascoltati, non emarginati e ghettizzati?
E come concretizzarlo? Gli apostoli che spezzavano il pane con Cristo durante
l’ultima cena era tutti uomini; le donne forse erano di là, a lavare i piatti.
Che diritti hanno le donne? In uno scrittore svizzero di lingua tedesca che
certo non simpatizzava per il socialismo, Meinrad Inglin, trovo un po’ a
sorpresa questa domanda: «Ma noi, chi siamo noi alla fin fine? Siamo degni,
siamo all’altezza di questo spazio nel quale abitiamo?». Inglin si riferiva al
Canton Svitto, ma anche noi potremmo porci lo stesso interrogativo; siamo degni
dello spazio, del territorio in cui abitiamo? Troveremo la forza di arginarne
lo scempio e la rovina, o ci siamo già rassegnati ad accettarne la
trasformazione in parcheggio e supermarket, in merce da consumare in fretta tra
nuove passerelle sui laghi e rinnovata svendita delle acque? Solo mantenendo
vive e brucianti queste domande inquietanti potremo sperare di sentirci ancora
reciprocamente cari, ancora compagni di qualcosa e per qualcosa; partecipi di
un’avventura che è infinitamente più importante di una votazione o di una
percentuale. In una lettera del 30 novembre 1969 un poeta italiano, Giovanni
Giudici, scriveva ad un altro poeta, Franco Fortini, comunista e traduttore di
Brecht. Gli diceva: «Ai livelli del temporale, penso che la “compassione” sia
ancora una delle virtù meno indegne di ciò che la nostra specie vorrebbe
essere». Compassione: cioè il patire, il provare passione, insieme; compagni:
cioè il condividere insieme il pane. Perché, come ho letto una volta in un
romanzo di Cormac Mc Carthy, «el compartir es la ley del camino».
E allora, care compagni e cari compagni, adesso provo
ad usarle di nuovo, queste due parole, con tutta la cautela e con tutta la
speranza di cui posso disporre; per augurare buon lavoro a questo congresso, ma
soprattutto per augurare a tutti di saper andare oltre, oltre i regolamenti,
oltre le contrapposizioni inutili e persino oltre le preoccupazioni elettorali,
per ritrovare lo slancio, l’idealità e la forza. La ley del camino.
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sabato 24 giugno 2017
mercoledì 17 settembre 2014
Questioni di potere
Chi è al governo nell'ultimo
anno è molto interessato alla gestione e ristrutturazione del potere (come dice Rodotà) , vedi riforma elettorale, del Senato, della
giustizia e anche gestione e ristrutturazione del potere della (buona) scuola,
in fondo, più poteri ai dirigenti scolastici,la costituzione della scuola in
fondazione, il resto sono slogan e contorno (cosa dire di diverso dei bambini
in sovrappeso?), aggiustamenti, liberazione da lacci e lacciuoli.
Ecco due cose che si possono e devono fare, già da molti anni, ma si dimenticano, poverini, giocano a fare le riforme, bisogna capirli, non possono interessarsi di due cose terra terra, lavoro sporco quotidiano burocratico.
La prima cosa è l'ora alternativa alla religione cattolica (IRC), in tutti i curricoli ci sono un certo numero di ore annuali, peccato che chi non fa IRC fa 33 ore di scuola in meno all'anno, un falso, quindi. Decine di ragazzi che vagano fuori dall'aula durante l'ora di IRC, senza che ci sia l'offerta istituzionale di un'attività formativa alternativa, grida vendetta. Ma si fa finta che vada tutto bene. Ci vuole un minuto per cambiare, da domani in tutte le scuole si svolgerà l'attività di "Diritti umani", di "Storia delle religioni", qualsiasi cosa, nel curricolo e nell'orario delle lezioni, senza se e senza ma.
Non tutti sanno che gli studenti che frequentano IRC possono avere il soccorso "vaticano" quando rischiano di essere bocciati, qualcuno ha mai visto un insegnante di religione che alza la mano per non ammettere uno studente all'anno successivo, o per non dare un punticino in più di credito nell'ammissione agli esami di stato di quinta? Chi non frequenta l'ora di IRC non ha questa possibilità, ce l'avrebbe se frequentasse l'ora alternativa di religione, che esiste, in modo casuale, solo in pochissime scuole. Anche quell'aiutino possibile agli scrutini è marketing.
La seconda cosa è che da moltissimi anni, via CCNL, l'orario di lezione frontale, per i docenti della scuola secondaria, è di massimo 18 ore; negli ultimi CCNL è previsto che un docente, a richiesta, può insegnare fino a sei ore in più, con conseguente maggior retribuzione.
Poi succede che il Miur, nella formazione delle cattedre inventa quelle di 19, 20, 21 e anche 22 ore, nonostante non sia previsto dalle norme.
Il ragionamento è semplice, e lo dicono anche, a volte: solo il 5-10% dei docenti fa ricorso contro questa violazione del CCNL, e ottengono ragione solo ad anno inoltrato, e per responsabilità rinunciano ad andare avanti, per non lasciare le classi a metà anno; altri non fanno ricorso perché sanno che va a finire così. Trucco schifoso, ma ormai nella prassi.
C'è (ci sarebbe) però un punto debole, se ci fosse un giudice a Berlino. Attribuire cattedre con ore oltre le 18, in presenza di docenti sovrannumerari o DOP, che spesso sono chiamati nelle scuole a fare sia ore di lezione che ore di sostituzione dei colleghi assenti, comporta un onere per lo Stato.
Lo spauracchio dell'onere per lo stato, per tutto quello che sono diritti dei lavoratori, ferie o permessi, sparisce appena l'Amministrazione viola il limite massimo delle ore di lezione stabilito dal CCNL.
Nel primo caso, per gli studenti, si viola il principio dell'uguaglianza di trattamento, prevista dalle norme, nel secondo caso, per i docenti, si viola il CCNL, come se niente fosse.
Mi viene adesso in mente che il mugnaio di Potsdam che cercava un giudice a Berlino era tedesco. Ci saranno giudici a Roma che leggono Brecht?
Ecco due cose che si possono e devono fare, già da molti anni, ma si dimenticano, poverini, giocano a fare le riforme, bisogna capirli, non possono interessarsi di due cose terra terra, lavoro sporco quotidiano burocratico.
La prima cosa è l'ora alternativa alla religione cattolica (IRC), in tutti i curricoli ci sono un certo numero di ore annuali, peccato che chi non fa IRC fa 33 ore di scuola in meno all'anno, un falso, quindi. Decine di ragazzi che vagano fuori dall'aula durante l'ora di IRC, senza che ci sia l'offerta istituzionale di un'attività formativa alternativa, grida vendetta. Ma si fa finta che vada tutto bene. Ci vuole un minuto per cambiare, da domani in tutte le scuole si svolgerà l'attività di "Diritti umani", di "Storia delle religioni", qualsiasi cosa, nel curricolo e nell'orario delle lezioni, senza se e senza ma.
Non tutti sanno che gli studenti che frequentano IRC possono avere il soccorso "vaticano" quando rischiano di essere bocciati, qualcuno ha mai visto un insegnante di religione che alza la mano per non ammettere uno studente all'anno successivo, o per non dare un punticino in più di credito nell'ammissione agli esami di stato di quinta? Chi non frequenta l'ora di IRC non ha questa possibilità, ce l'avrebbe se frequentasse l'ora alternativa di religione, che esiste, in modo casuale, solo in pochissime scuole. Anche quell'aiutino possibile agli scrutini è marketing.
La seconda cosa è che da moltissimi anni, via CCNL, l'orario di lezione frontale, per i docenti della scuola secondaria, è di massimo 18 ore; negli ultimi CCNL è previsto che un docente, a richiesta, può insegnare fino a sei ore in più, con conseguente maggior retribuzione.
Poi succede che il Miur, nella formazione delle cattedre inventa quelle di 19, 20, 21 e anche 22 ore, nonostante non sia previsto dalle norme.
Il ragionamento è semplice, e lo dicono anche, a volte: solo il 5-10% dei docenti fa ricorso contro questa violazione del CCNL, e ottengono ragione solo ad anno inoltrato, e per responsabilità rinunciano ad andare avanti, per non lasciare le classi a metà anno; altri non fanno ricorso perché sanno che va a finire così. Trucco schifoso, ma ormai nella prassi.
C'è (ci sarebbe) però un punto debole, se ci fosse un giudice a Berlino. Attribuire cattedre con ore oltre le 18, in presenza di docenti sovrannumerari o DOP, che spesso sono chiamati nelle scuole a fare sia ore di lezione che ore di sostituzione dei colleghi assenti, comporta un onere per lo Stato.
Lo spauracchio dell'onere per lo stato, per tutto quello che sono diritti dei lavoratori, ferie o permessi, sparisce appena l'Amministrazione viola il limite massimo delle ore di lezione stabilito dal CCNL.
Nel primo caso, per gli studenti, si viola il principio dell'uguaglianza di trattamento, prevista dalle norme, nel secondo caso, per i docenti, si viola il CCNL, come se niente fosse.
Mi viene adesso in mente che il mugnaio di Potsdam che cercava un giudice a Berlino era tedesco. Ci saranno giudici a Roma che leggono Brecht?
anche qui
martedì 23 aprile 2013
intervista a Stefano Rodotà
Cosa pensa delle parole di Napolitano?La prima osservazione è una conferma: l'irresponsabilità o l'interesse dei partiti hanno trascinato il presidente nella crisi che loro stessi hanno creato. Hanno messo il presidente con le spalle al muro: siamo incapaci, pensaci tu. Un passaggio di enorme gravità politica. La seconda: Napolitano è stato indotto a un discorso da presidente del consiglio. E poi c'è una terza. Sono scandalizzato: mentre Napolitano diceva dell'irresponsabilità dei partiti, quellli applaudivano invece di stare zitti e vergognarsi. Hanno perso la testa.
Piazza e parlamento non si possono contrapporre, ha detto.Vanno riaperti i canali di comunicazione fra istituzioni e società, soprattutto dopo il governo Monti, con il parlamento ridotto a passacarte. Posso ricordare che nel pacchetto della Costituente dei beni comuni ho predisposto un testo per l'obbligo di presa in considerazione da parte del parlamento dell'iniziativa popolare. Basterebbe una modifica dei regolamenti parlamentari...
Piazza e parlamento non si possono contrapporre, ha detto.Vanno riaperti i canali di comunicazione fra istituzioni e società, soprattutto dopo il governo Monti, con il parlamento ridotto a passacarte. Posso ricordare che nel pacchetto della Costituente dei beni comuni ho predisposto un testo per l'obbligo di presa in considerazione da parte del parlamento dell'iniziativa popolare. Basterebbe una modifica dei regolamenti parlamentari...
domenica 21 aprile 2013
dice Stefano Rodotà
Il senso politico di quel che
sta avvenendo è sotto gli occhi di tutti. Si tratta di una partita con un
finale annunciato da molti giorni, e del quale ero ben consapevole. L'ho
giocata per vedere se era possibile prendere sul serio le molte cose che si dicono
sulla nuova politica. Penso di aver dato un piccolo contributo alla politica in
pubblico alla quale sono da sempre affezionato. A qualcuno non è piaciuto.
3 giugno 1992
sabato 20 aprile 2013
Ecco perché il PD non vuole #Rodotà - Pierpaolo Farina
“Ma io mi domando perché il Pd non vuole Rodotà? Cos’è, non si
fidano? Forse perché Rodotà è stato deputato del Pci, ministro ombra di
Occhetto, co-fondatore, presidente e parlamentare europeo del Pds? Più di così
cosa doveva fare? Fare da scudo umano a Togliatti nell’attentato del 1948?”
Le parole di Maurizio Crozza
interpretano alla perfezione il sentimento di almeno il 60% del popolo
italiano. Quello che, nonostante 57mila firme e manifestazioni di piazza, pare
non essere minimamente considerato dai cosiddetti suoi rappresentanti di casa
PD. Sì, perché, qualora se lo fossero dimenticato, stando all’art.67 ciascun
deputato rappresenta tutta la Nazione, non solo i propri elettori.
Sul perché il PD non voglia
Stefano Rodotà io una teoria ce l’ho. E ho anche qualche fatto a suo
sostegno. Ma spero di essere velocemente smentito. Tutto ha inizio nel 1991,
quando esce un libro di Gianni Barbacetto ed Elio Veltri, “Milano degli
Scandali”, che smontava il mito di Milano capitale morale del paese ben prima
dell’arresto di Mario Chiesa. La prefazione a quel libro era firmata da Stefano
Rodotà, da poco presidente del neonato PDS, il quale scriveva:
“Spero almeno che qualcuno,
leggendo questo libro, si vergogni, non dico si ravveda. E molti altri
comincino a rendersi conto che proprio da qui deve cominciare una reazione. Che
la ricostruzione della moralità pubblica è, oggi, il più ricco dei programmi
politici, e la più grande delle riforme.”
In quel libro veniva anche
messa sotto accusa la gestione migliorista del PCI di Milano, cosa che avrebbe
portato poi il PDS alla prima
piccola vendetta contro
il suo presidente così poco malleabile e indipendente: il 3 giugno 1992 gli preferì
Giorgio Napolitano, capo dei miglioristi, alla presidenza della
Camera. Sono fatti così, i post-comunisti: compagni e fratelli un minuto prima,
ma se gli fai notare che stanno sbagliando, ti linciano senza troppi
complimenti…
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