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venerdì 13 ottobre 2023

Corsi e ricorsi della Storia: ma non impareremo mai? - Andrea De Lotto

 

12 Ottobre 1492: qualcuno sbarcò in un continente… avrebbe fatto meglio a non partire mai! Ne seguì il più esteso massacro della storia, si parla di 80 milioni di uomini, donne, anziani, bambini… Un continente intero invaso, conquistato, occupato.

In questi ultimissimi anni si è parlato molto di “occupazione”, “diritto alla difesa”, “resistenza”, ma se è un diritto ce l’hanno tutti. TUTTI E TUTTE, ovunque nel mondo.

Ce l’avevano anche le popolazioni dei nativi che resistettero in tutti i modi alla conquista. Le cartine che nel corso del tempo hanno indicato i loro territori assomigliano tanto a quelle cartine della Palestina dove i territori dei palestinesi si vanno progressivamente restringendo fino a restarne briciole. Riserve. Bantustan (ufficialmente regioni autogovernate, ma di fatto dipendenti dall’autorità del governo sudafricano bianco, ndr).

Arrivarono i più forti e comandarono.

Una terra senza un popolo (ma un popolo c’era, quello palestinese… anzi arabo) per un popolo senza terra, come un continente intero senza un popolo (o forse un popolo indegno di questo nome?) a disposizione di avventurieri, conquistatori, saccheggiatori e schiavisti.

Chi è che scrive la storia? Noi: bianchi, occidentali, bene armati, dotati di un buon reddito, banche e passaporti-passepartout.

Eppure qualcuno aveva proprio apprezzato come il governo statunitense avesse risolto il problema dei nativi, come avesse fatto pulizia, come avesse ottenuto il suo Lebensraum, il suo spazio vitale: un certo Adolf Hitler. Dalla storia si può imparare il meglio, ma anche il peggio.

Dalla Treccani: ‹léebënsraum› s. m., ted. [comp. di Leben «vita» e Raum «spazio»]. – Termine – tradotto in ital. con la locuz. spazio vitale – che ha costituito l’idea centrale della geopolitica e, successivamente, del nazionalsocialismo, secondo cui alcuni popoli avrebbero avuto una sorta di «diritto naturale» ad espandersi su territori limitrofi e a spese di altri.

La fine della storia ci sarà quando sarà sparito il genere umano, fino ad allora non mancherà chi ama, lotta, resiste e ricorda. Come Leonard Peltier, simbolo della resistenza dei nativi, da 48 anni in carcere. Per chi volesse saperne di piùhttps://www.youtube.com/watch?v=NsD8kiuKRTM

da qui

domenica 13 agosto 2023

qualche considerazione sulla cancel culture

La cancel culture è un contenitore (semplice, e non complesso, come sono le cose umane) per milioni di parole e immagini che esistono, e che qualcuno, a torto o a ragione, vorrebbe cancellare.

Faccio tre esempi.

Se qualcuno facesse sparire la statua, in qualche piazza, di Adolf Hitler sarebbe da disprezzare? E perché fare sparire, o solo imbrattare, con vernice indelebile, la statua a cavallo di Leopoldo II re del Belgio (assassino di almeno 10 milioni di africani, qui e qui) sarebbe deprecabile?

 

Non si parla di censure per gli storici, o la ricerca, solo degli omaggi pubblici in forma di statue, in luoghi pubblici, a serial killer.

Poi ci sono anche quegli incapaci che mai hanno scritto o scriveranno un libro memorabile e si mettono a riscrivere i libri degli altri, e dai libri di Mark Twain vogliono cancellare la parola negro (l’unica esistente allora, per indicare gli schiavi africani e i loro discendenti afroamericani).

Come se qualche governo italiano (composto da ministri fini intellettuali) decidesse di cambiare i nomi dei non italiani, per esempio cambiando Oliver Stone in Oliviero Pietra, o John Cage in Giovanni Gabbia.

 

Quando ero bambino, negli anni sessanta, sui muri c’erano ancora tante scritte (come canta De Gregori qui), citazioni di quel tipo delle decisioni irrevocabili, si chiamava Mussolini.

Non ci sono più, non so se per la cancel culture, o per la speculazione edilizia, comunque meno male che sono sparite dai muri delle città (qualcuno le avrà fotografate, sono in qualche libro, e va bene così).

mercoledì 7 settembre 2016

Ascoltando Karim Franceschi, partigiano a Kobane, aspettando la terza guerra mondiale


Nel 2015 Marina Cafè Noir aveva dedicato un incontro al Kurdistan e all’esperienza del Confederalismo Democratico nel Rojava, con Ezel Alcu, coordinato da  Tiziana Dal Pra, con la presenza di Zerocalcare, che ha visto, e scritto della sua esperienza della guerra nel Rojava.
Quest’anno c’e stato un incontro dal titolo Col Rojava e il Kurdistan nel cuore”, Karim Franceschi è stato intervistato da Marco Mathieu.
Il pubblico è stato attento e partecipe al racconto di Karim Franceschi.
In un’ora ha parlato di tanti argomenti, citando Davide Grosso, apparso qualche giorno fa sulla stampa, e solidarizzando con lui.
Ha spiegato come i curdi hanno fatto a resistere e a riconquistare Kobane. Semplicemente i curdi hanno degli ideali, hanno un sogno, invece i mercenari dell’Isis hanno un bello stipendio, sostenuti da Arabia Saudita e dagli emiri del Qatar (nostri alleati)
E in più i curdi hanno le donne, che combattono alla pari degli uomini, magari anche di più.
Quelli dell’Isis (e i loro finanziatori) temono il femminismo, l’uguaglianza, l’emancipazione, la democrazia, il socialismo, tutti concetti che si applicano nel Rojava.
Qui un’interpretazione dei motivi del massacro siriano.
Qui un articolo/intervista a Karim Franceschi su un quotidiano online di Cagliari.
Cito qualcosa che mi ha colpito del racconto di Karim:
al ritorno a casa ha ricevuto complimenti anche da persone di destra
l’importanza delle donne curde nella lotta contro l’Isis
la lotta dei curdi contro l’Isis è una lotta degli ideali di libertà, quella che conosciamo bene, contro gli invasori (ha a più riprese citato i partigiani italiani)
il pensiero agli amici e compagni di guerra che non ci sono più.

Provo a fare qualche parallelo:
La Spagna fra il 1936 e il 1936 fu terreno di “foreign fighters”* (qui), negli ultimi anni la Siria ha molti “foreign fighters” nel suo territorio.
Il 15 marzo del 1939 Hitler invade la Cecoslovacchia, a fine agosto Erdogan entra in Siria con i carrarmati a caccia di curdi.
Hitler ce l’aveva con gli ebrei (e la democrazia), Erdogan con i curdi (e la democrazia).
Hitler e Erdogan hanno molte altre cose in comune, l’odio per la stampa libera, le liste di proscrizione per chi non è d’accordo con loro, l’amore per le armi e la guerra, il disprezzo della democrazia, la straordinaria bravura nell'imporre ricatti.
Le grandi democrazie occidentali tacciono, e sono complici, con una straordinaria bravura nel subire ricatti.


ascoltando Karim Franceschi:






* I “foreign fighters” sono apparsi nella stampa e nel linguaggio ministeriale-burocratico con una accezione del tutto negativa, per quelli che andavano a combattere, da tutto il mondo con l’Isis, il male assoluto. Quando si è capito che dall’Europa e dagli Usa partivano volontari per combattere contro l’Isis, l’accezione negativa non è scomparsa.
Non bisogna andare lì, lasciamoli fare, vincerà il “migliore”.
Eppure abbiamo avuto un famoso “foreign fighter” italiano, di nome Giuseppe Garibaldi, come pure era un “foreign fighter” Ernesto Che Guevara.

Il problema non sono i "foreign fighters", nel mondo globalizzato (il migliore dei mondi possibili, ci dicono ogni minuto), è che bisogna vedere per cosa combattono.