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venerdì 24 novembre 2023

Femminicidi. Il confronto con la storia – Giuseppe Aragno

 

Dietro quelli che chiamiamo femminicidi c’è qualcosa di più complesso e profondo di quanto si vede a prima vista. Non è facile ragionare a caldo di cose così terribili senza essere, sia pure inconsapevolmente, di parte, ma mi sono interrogato più volte su ciò che accade e – forse per deformazione professionale – ho cercato nella vicenda storica, nel suo percorso complesso, una possibile spiegazione.

In questi giorni circola per le sale cinematografiche un autentico capolavoro, firmato non a caso da una donna: C’è ancora domani, di Paola Cortellesi. È un film che ci riporta agli anni felici del neorealismo e ci offre il quadro di una società in cui il dominio dell’uomo sulla donna è totale, indiscusso e solo marginalmente contrastato. Quella società risente fortemente però – anche se forse non lo sa – di un’onda lunga, nata dall’antifascismo, dalla tragedia della guerra mondiale e dalla fertile esperienza della guerra di liberazione. Un’onda che porta con sé un radicale bisogno di libertà e cambiamento.
La scena finale, quella in cui le donne giungono per la prima volta ai seggi elettorali è di una stupenda intensità. Sono donne che sentono la necessità di scrollarsi di dosso il peso dell’uomo eterno padrone e si preparano a lottare. Si presentano sul palcoscenico della storia mentre la Repubblica nasce e nei seggi, come a chiarire le intenzioni degli uomini, i presidenti le invitano a togliere il rossetto per non invalidare la scheda. È un modo per marcare ancora una superiorità inesistente alla quale gli uomini, tutti gli uomini e di tutte le classi sociali non solo non vogliono, ma spesso non sanno rinunciare.
Seguiranno anni terribili, ma le donne non arretreranno. Il fascismo sconfitto non è più al potere, ma molte delle sue idee vivono nella nostra società. La Costituzione non è ancora entrata nelle fabbriche, nelle scuole e nelle famiglie. Li la lotta è sorda e si combatte per lo più nella vita privata, nel chiuso delle abitazioni. Alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso un’intera generazione insorge contro una società che non ha mai fatto i conti col fascismo e con la sua presenza nella vita del Paese. Sono anni di cambiamenti profondi; le “compagna” e i “compagni”, uniti nelle piazze in tante battaglie politiche, non trovano mai l’unità sule sul grande tema della condizione della donna. A conti fatti, però, il cambiamento più profondo e radicale, quello che più di tutti si afferma ed è in grado di durare, riguarda proprio la condizione della donna.
Il nuovo diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto, la parità scolastica, producono la sola “rivoluzione” che esce vittoriosa da quegli anni. Nell’anno accademico 1989-90, per la prima volta nella nostra storia, le donne iscritte all’università superano gli uomini. Per quanto riguarda il lavoro, le donne sono ancora penalizzate e sfruttate più degli uomini, ma rispetto alle loro madri e alle loro nonne la loro condizione è infinitamente migliore.
È un’affermazione destinata a durare, ma è anche il risultato di lotte che non hanno mai coinvolto tutto il Paese. Una parte consistente degli uomini l’ha subita e non è preparata a viverla. Non si tratta di una difesa d’ufficio. Non è nella mia natura. È piuttosto un tentativo di capire ciò che sta accadendo. Con l’affermazione del “berlusconismo” e lo sfarinamento delle sinistre, il livello di civiltà del Paese ha preso ad arretrare, ma le radici profonde della rivoluzione femminile hanno tenuto; l’arretramento ha coinvolto così solo marginalmente i progressi e la vita concreta delle donne e il problema è diventato esplosivo.
Una parte tutt’altro che minoritaria della popolazione maschile si è illusa di recuperare le posizioni perdute e di tornare a un modello patriarcale superato dai tempi, ha trovato una incerta e a volte involontaria complicità in quella minoranza di donne ricondotte alla condizione di “angeli della casa”, ma si è trovato di fronte il rifiuto, l’opposizione e in ultima analisi la resistenza della stragrande maggioranza delle nostre donne, delle nostre amiche sorelle e madri. Sono stati questi uomini, immaturi, forse coccolati in famiglia, spesso abituati a spuntarla con la forza nel gruppo dei maschi frequentati, a reagire nei modi sempre più violenti e disperati che si ripetono sempre più frequentemente sotto i nostri occhi e sfociano in comportamenti criminali.
Questi uomini, non sanno confrontarsi alla pari con donne libere e vivono in una società ipocrita, che nella sua stragrande maggioranza è ancora molto vicina alla società fascista. Non a caso tempo fa una pubblicità imprudente e rivelatrice, faceva cenno all’uomo che “non deve chiedere”.
Molti, moltissimi uomini pensano che gli tocchi di avere senza chiedere, ma sono costretti a fare i conti con donne mature, libere, colte, capaci di valutare. Donne che hanno mille ragioni per non cedere. Per molti di questi uomini questa situazione diventa un trauma. Rivendicano diritti che non hanno, ricevono rifiuti categorici e finiscono con l’aver paura di una donna capace di giudicarli, di valutarne l’insufficienza, i limiti e la pochezza. I più tendono a chiudersi in una realtà virtuale, in un mondo che non esiste. Altri, per fortuna una minoranza, cercano nella sopraffazione la via di uscita dalla frustrazione, si nutrono di rabbia e quando non sono capaci di controllare i loro istinti peggiori, si abbandonano a una furia distruttrice che li trasforma in carnefici.
Meritano certamente esecrazione e condanna, ma se non vogliamo che si moltiplichino, dobbiamo lottare per l’affermazione di valori alternativi e trovare modo di aiutarli. In famiglia, dov’è possibile, e nelle istituzioni che hanno il delicato compito della formazione. Ai vertici delle Istituzioni, dove purtroppo l’arretratezza ha fatto purtroppo i danni maggiori.

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domenica 5 dicembre 2021

Le armi del femminicidio - Alessio Lerda


Gli ultimi dati ufficiali mostrano che il possesso di armi da fuoco incide notevolmente sul rischio di omicidi familiari

 

Ad una settimana di distanza dalla Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, torniamo sul tema per soffermarci su un particolare aspetto della questione, affrontato sulle frequenze di Radio Beckwith Evangelica nella trasmissione Cominciamo Bene

A partire dalle rilevazioni della Commissione del Senato riguardo alle sentenze e alle indagini sui femminicidi nel 2017 e 2018, è stato intervistato Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (OPAL) di Brescia. In particolare, è il rapporto tra alcuni numeri a saltare all’occhio. Si comincia dagli oggetti utilizzati per commettere questo tipo di omicidio: dietro al 32% rappresentato da armi da taglio, segue l’utilizzo di armi da fuoco, che sono usate nel 25% dei casi; il 16% se si contano soltanto le armi legalmente detenute.

Il dato, da solo, dice poco. Ma a fianco possiamo mettere la percentuale di persone che in Italia detiene legalmente armi, ovvero circa l’8% della popolazione adulta. Questo significa che una percentuale significativa di femminicidi è eseguita da chi possiede una licenza per armi, smentendo la posizione che spesso assume chi difende il loro possesso sostenendo  che “Non sono le armi ad uccidere, bensì le persone”. Se questo fosse vero, le due percentuali dovrebbero coincidere, o quantomeno essere molto più vicine. Invece è evidente che un’arma da fuoco, sebbene regolarmente detenuta, sia un fattore rilevante e decisivo nell’aumentare il rischio di femminicidio.

Il problema parallelo è la quasi totale mancanza di attenzione su questo tema, una grave disattenzione della classe politica che sembra sottovalutare la capacità dei cittadini di ottenere armi da fuoco. In realtà i requisiti per ottenere una licenza sono relativamente semplici da dimostrare. A qualsiasi cittadino esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista o tossicodipendente, è consentito di ottenere una licenza per armi dopo aver superato un breve esame di maneggio delle armi e un controllo da parte della Questura sui suoi precedenti penali. In seguito, non c’è modo da parte della polizia di compiere verifiche sulla consapevolezza da parte del nucleo familiare del fatto che ci sia un’arma in casa, perché da dieci anni manca il regolamento attuativo della legge.

Ci sono quindi alcune leggi che non vengono applicate, ma occorrerebbe anche introdurne di nuove. Se non è infatti possibile prevedere sempre la deriva violenta di una persona, sarebbe necessario restringere la possibilità di ottenere un’arma, passando ad esempio da una verifica  psichiatrica e da un esame tossicologico annuale sui detentori di licenza per armi. Andrebbe anche rivista la tipologia di armi che si possono detenere secondo il tipo di licenza: chi ha quella per uso sportivo non dovrebbe essere in grado di possedere legalmente armi che esulano da quell’ambito, commenta Beretta; lo stesso dovrebbe valere per la caccia o per la difesa abitativa. Nodo cruciale, infine, le munizioni, che sia dal punto di vista della loro accessibilità in casa, sia da quello della loro letalità, possono fare un’enorme differenza sul rischio di essere uccisi in casa.

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venerdì 2 luglio 2021

Donne a Istanbul: “Fermeremo i femminicidi” - Enrico Campofreda

In migliaia a urlare contro una scelta scellerata, ufficializzata tre mesi or sono, ma per la quale le donne turche, kurde e d’altre minoranze presenti nel Paese non vogliono smettere di lottare. Il ritiro dalla ‘Convenzione di Istanbul’, attuato con decreto presidenziale, ha compiuto una retromarcia su un trattato che l’allora premier Erdoğan aveva promosso nel 2011 assieme a quarantacinque rappresentanti di altrettante nazioni. Era stato un passo importante di denuncia e contromisure da opporre alla violenza di genere. Presente ovunque, ma che in Turchia continua a crescere, facendo registrare nel 2020 trecento femminicidi e 171 casi di morti sospette di donne. Eppure la manovra politica del presidente - che al proprio conservatorismo somma quello degli alleati nazionalisti, sempre più indispensabili alla tenuta del sistema varato con la rinnovata Costituzione del 2017 che ne ha aumentato un personalissimo potere - può diventare un boomerang. Si registra una crescente adesione ai gruppi denominati “Fermeremo i femminicidi” animati da femministe, attiviste d’opposizione, cui aderiscono giovani e donne rimaste finora lontane dalle manifestazioni di piazza, anche per il livello di repressione cui sono sottoposte. Era accaduto ai primi raduni e sit-in, dopo la decisione del 20 marzo scorso, quando agenti in divisa e in borghese avevano trascinato via ragazze, malmenandole e arrestandole. Proprio com’era accaduto agli universitari bogazici, mobilitatisi nei mesi invernali contro l’insediamento d’un rettore non eletto bensì cooptato dal partito di maggioranza (Akp) e collocato a dirigere il prestigioso ateneo sul Bosforo. 

Si mira a cancellare un decennio d’impegno che ha catalogato come bieca violenza sulle donne la sequela d’uccisioni, che gli stessi media tendevano a presentare come morti generiche, quasi fossero accidentali anche se si riusciva facilmente a risalire all’assassino: marito, fidanzato, amante, amico, conoscente o sconosciuto che fosse. Una campagna intensissima per sensibilizzare fasce della popolazione, compreso il genere maschile, perché quest’innaturale violenza potesse essere bloccata, perché non venisse più giustificata secondo schemi patriarcali e machisti, difesa da alibi per comportamenti e costumi fuori dalla civiltà e dal tempo. Ma i comportamenti criminali di quei maschi assassini possono ritrovare conforto in un quadro legislativo e giuridico che ritorna lasso e di cui la retromarcia sul Trattato di Istanbul è un palese esempio. La linea governativa, ampiamente ripresa dai media locali, sottolinea come i gruppi antiviolenza orientano le proprie posizioni su una “normalizzazione dell’omosessualità” totalmente incompatibile coi valori della famiglia e della tradizione. Un orientamento che accomuna il conservatorismo d’ogni sponda e confessione, visto che simili tendenze sono espresse in Italia da Salvini e Meloni, che si dichiarano cattolici come il premier ungherese Orbán. E da Putin nell’ortodossa Russia. Da parte sua Erdoğan, ovviamente sintonizzato con la tradizione della società e della fede islamica, ha ricordato l’impegno statale a difesa del ruolo della donna oltre la Convenzione un tempo sottoscritta. Ma proclami e comizi nulla possono davanti ai fatti. In questi anni seppure in Turchia gli assassini di genere siano proseguiti e aumentati, il Trattato costituiva un baluardo al quale potersi appellare. Ora non più. Le donne l’hanno gridato per l’ennesima volta sulla sponda asiatica del Bosforo, agitando cartelli con l’immagine delle sorelle private della vita. Molte di quelle storie risultano drammatiche e al tempo stesso simili, i loro aguzzini sono uomini frequentati nella travagliata esistenza quotidiana.  

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sabato 10 aprile 2021

Perché Victoria è stata uccisa? - Gretchen Kuhher

Il 27 marzo la polizia di Tulum, città caraibica nello stato messicano del Quintana Roo, ha assassinato Victoria Salazar, una donna salvadoregna che dal 2018 era stata accolta in Messico con lo status di rifugiata. Come quasi tutte le migranti e rifugiate del paese, lavorava nei servizi, in un albergo. Era madre di due adolescenti.

Victoria è stata messa a terra da quattro agenti di polizia e, secondo il rapporto dell’autopsia, la morte è stata causata da una frattura nella parte superiore della colonna vertebrale, tra la prima e della seconda vertebra.

Noi che facciamo parte delle organizzazioni che sostengono ogni giorno le donne migranti e le loro famiglie, siamo inorriditi nel vedere come coloro che sono incaricati di proteggere la società, abbiano potuto uccidere una donna con questa brutalità.

Senza conoscere i dettagli, ci chiediamo quanto le vulnerabilità della signora Victoria abbiano influito sul perché la polizia, in quel momento, non abbia rispettato i protocolli per l’uso della forza e non abbia chiamato un’ambulanza quando oramai lei non rispondeva più.

È accaduto perché era una donna? Perché era straniera? Per il colore della pelle? Per la sua età? O perché sembrava povera? 

 

Non lo sappiamo, ma intuiamo che, al di là dei fattori della discriminazione, è la certezza dell’impunità il fattore principale che ha permesso agli agenti di continuare a tenerle il ginocchio sul collo. È invece il fatto che qualcuno abbia filmato l’episodio e che le organizzazioni femministe si siano immediatamente mobilitate in rete è ciò che ci dà la possibilità di cercare giustizia per Victoria.

Questa è la ripugnante ma importante differenza tra il caso di Victoria e gli altri femminicidi, omicidi e atti violenti contro la popolazione migrante da parte delle autorità che si sono verificati negli ultimi anni. Sono stati tenuti nascosti, non hanno prodotto la stessa reazione da parte dello Stato, né le stesse indagini, né la stessa copertura mediatica, né le stesse richieste da parte della società di quest’ultimo caso.

Il video che precede l’arresto di Vittoria. Si vede la sua protesta dettata dall’esasperazione ma sollevando e agitando un bottiglione di plastica vuoto non minaccia nessuno e non causa alcun danno alle persone né alle cose. Pochi minuti dopo verrà uccisa in una scena che ricorda quella, famosissima, in cui fu ucciso George Floyd

Eppure, come società, dimostriamo di non essere all’altezza. Le immagini di agenti di polizia che uccidono Victoria con un uso eccessivo della forza, come si è visto in diversi video, ricordano quello che è successo nel maggio 2020 negli Stati Uniti con George Floyd.

Tuttavia, a differenza di quell’evento, questo assassinio non ha occupato le prime pagine di tutti i giornali nazionali, non ci sono state marce tumultuose contro l’uso eccessivo della forza da parte della polizia, contro il razzismo, la xenofobia e la discriminazione di genere, profondamente radicati in Messico.

Alcuni media si sono limitati a titolare “donna migrante muore”. Victoria non è morta, è stata uccisa. Il modo in cui i fatti vengono descritti e la reazione della società sono importanti per cominciare a invertire la piaga dell’impunità, ma anche il sistema di giustizia penale deve cambiare in modo che non sia solo la società che, attraverso i video dei cellulari, raccoglie le prove e fa le indagini.  

Il caso di Victoria non è isolato né un’eccezione, è emblematico dell’uso eccessivo della forza, usato troppo spesso da parte della polizia, e di ciò che i migranti e i rifugiati e le loro famiglie sperimentano continuamente. Nel dicembre 2018, una donna è stata uccisa da agenti di polizia che hanno sparato da un veicolo sulla strada La Venta – Agua Dulce, a Veracruz. Nel marzo 2020  è circolato un video in cui i poliziotti di Tijuana asfissiano un uomo, e pochi giorni fa, il 30 marzo 2021, il Ministero della Difesa Nazionale ha ammesso che un militare ha ucciso per sbaglio un migrante guatemalteco in Chiapas.

Le organizzazioni della società civile messicana e le organizzazioni internazionali hanno documentato, per decenni, la violenza subita dalle donne migranti, soprattutto durante la loro detenzione  da parte dell’Istituto Nazionale delle Migrazioni (INM) e il transito attraverso il paese. Hanno denunciato l’aumento della violenza da parte della polizia, dell’esercito e, recentemente, della Guardia Nazionale durante lo svolgimento del lavoro di contenimento della migrazione.

Il 27 ottobre 2020, la Commissione Nazionale dei Diritti Umani ha emesso la Raccomandazione 50/2020 per le aggressioni contro i migranti nei comuni di Suchiate e Frontera Hidalgo, Chiapas, da parte di elementi dell’INM e della Guardia Nazionale.

Attualmente, la Corte Suprema di Giustizia della Nazione sta esaminando l’incostituzionalità della partecipazione della Guardia Nazionale nel controllo dell’immigrazione.

Le immagini e i video ci hanno permesso di conoscere il caso di Victoria ma quante donne migranti o rifugiate sono state uccise dall’uso eccessivo della forza da parte della polizia o dei militari o della Guardia Nazionale o degli agenti dell’Istituto Nazionale delle Migrazioni? È probabile che non lo sapremo, dato che non esiste un registro nazionale che ci permetta di conoscere i tipi e le modalità di violenza a cui sono sottoposti. Tra il 2014 e il 2016, del numero totale di crimini commessi contro la popolazione migrante, il 99% dei casi è rimasto impunito.

 

Oggi, a pochi giorni dall’omicidio di Victoria, ci sono ancora molte incognite da risolvere, ma soprattutto è necessario che il governo federale e locale garantiscano un’indagine rapida e trasparente come femminicidio, per uso eccessivo della forza. Serve un processo che garantisca la riparazione dei danni e  l’adozione di provvedimenti che garantiscano l’impossibilità che simili eventi possano ripetersi.

Misure, che dovrebbero includere riforme strutturali del sistema di pubblica sicurezza dello stato di Quintana Roo, oltre che la formazione professionale nell’uso della forza. Così come servono misure che garantiscano alla polizia salari e condizioni di lavoro decenti, che il suo lavoro sia rispettato e che abbia la massima certezza che la violazione dei protocolli avrà delle conseguenze. 

La giustizia penale non potrà certo restituirci Victoria, ma la sua vita continuerà attraverso le due figlie adolescenti rimaste orfane. Dove troveranno sicurezza ora, se non possono vivere in El Salvador, ma nemmeno il loro paese di rifugio può proteggerle? È una questione profonda da risolvere per ottenere elementi di giustizia.

 

Nell’udienza che ha avuto luogo il 3 aprile, tuttavia, si sono almeno ottenute le misure precauzionali ordinate da un giudice di controllo del distretto di Tulum che ha deciso di portare i quattro poliziotti al processo per il reato di femminicidio contro Victoria Salazar.

Nel frattempo, il suo corpo sarà rimpatriato con un volo privato, accompagnato dalla famiglia e dalle figlie che andranno a El Salvador per dire addio alla loro madre. Il prossimo passo, però, dovrebbe essere quello proteggere le ragazze in modo che non siano costrette a vivere la stessa insicurezza della madre.

#Justice for Victory continuerà ad essere lo slogan, per lei, per le figlie e per tutte le donne migranti e rifugiate che vengono uccise in questo paese.

 

Fonte originale: Desinformemonos. Titolo: Habitar un país que no reconoce la violencia sistémica contra las mujeres… migrantes y refugiadas

Traduzione per Comune-info: Marco Bettinelli

 

https://comune-info.net/perche-victoria-e-stata-uccisa/

mercoledì 28 ottobre 2020

Una montagna in alto mare. VI parte - Subcomandante Insurgente Moisés

Al Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo:

Alla Sexta Nazionale e Internazionale:

Alle Reti di Resistenza e Disubbidienza:

Alle persone oneste che resistono in tutti gli angoli del pianeta:

Sorelle, fratelli, hermanoas:

Compagne, compagni y compañeroas:

I popoli originari di radice maya e zapatisti vi salutiamo e vi diciamo quello che è arrivato nel nostro pensiero comune, secondo quanto vediamo, ascoltiamo e sentiamo.

Primo. Osserviamo e ascoltiamo un mondo malato nella sua vita sociale, frammentato in milioni di persone estranee tra loro, impegnate nella propria sopravvivenza individuale, ma unite sotto l’oppressione di un sistema pronto a tutto pur di placare la sua sete di profitto, anche quando è chiaro che il suo percorso va contro l’esistenza del pianeta Terra.

L’aberrazione del sistema e la sua stolta difesa del “progresso” e della “modernità” si scontra con una realtà criminale: i femminicidi. L’omicidio delle donne non ha colore né nazionalità, è mondiale. Se è assurdo e irragionevole che qualcuno venga perseguitato, fatto sparire, ucciso a causa del colore della sua pelle, della sua razza, della sua cultura, delle sue convinzioni, non si può credere che essere donna equivalga a una condanna all’emarginazione e alla morte.

In una prevedibile escalation (molestie, violenza fisica, mutilazioni e omicidi), con l’avallo dell’impunità strutturale (“se lo meritava”, “aveva dei tatuaggi”, “cosa ci faceva in quel posto a quell’ora?”, ” con quei vestiti, c’era da aspettarselo”), gli omicidi delle donne non hanno logica criminale se non quella del sistema. Di diversi strati sociali, razze diverse, età che vanno dalla prima infanzia alla vecchiaia e in aree geografiche distanti tra loro, il genere è l’unica costante. E il sistema non è in grado di spiegare perché questo vada di pari passo con il suo “sviluppo” e “progresso”. Nella indignante statistica delle morti, più una società è “sviluppata”, maggiore è il numero di vittime in questa autentica guerra di genere.

E la “civiltà” sembra dire ai popoli indigeni: “la prova del tuo sottosviluppo è nel tuo basso tasso di femminicidi. Prendete i vostri megaprogetti, i vostri treni, le vostre centrali termoelettriche, le vostre miniere, le vostre dighe, i vostri centri commerciali, i vostri negozi di elettrodomestici – con un canale televisivo compreso -, e imparate a consumare. Siate come noi. Per saldare il debito di questo aiuto progressista, non bastano le vostre terre, le vostre acque, le vostre culture, le vostre dignità. Dovete completare con la vita delle donne”.

SecondoGuardiamo ed ascoltiamo la natura ferita a morte, che, nella sua agonia, avverte l’umanità che il peggio deve ancora venire. Ogni catastrofe “naturale” annuncia la seguente e dimentica, convenientemente, che è l’azione di un sistema umano a provocarla.

La morte e la distruzione non sono più una cosa lontana, che si limita ai confini, rispetta i costumi e le convenzioni internazionali. La distruzione in ogni angolo del mondo si ripercuote sull’intero pianeta.

Terzo. Osserviamo e ascoltiamo i potenti che si ritirano e si nascondono nei cosiddetti Stati nazionali e nelle loro mura. E, in quell’impossibile balzo indietro, rinascono nazionalismi fascisti, ridicoli sciovinismi e assordanti chiacchiericci. In questo avvertiamo le guerre a venire, quelle che si nutrono di storie false, vuote, menzognere e che traducono nazionalità e razze in supremazia che si imporranno attraverso la morte e la distruzione. In diversi paesi c’è una disputa tra i capoccia e coloro che aspirano a succedergli, nascondendo che il capo, il padrone, è lo stesso e non ha altra nazionalità se non quella del denaro. Nel frattempo, le organizzazioni internazionali languono e diventano solo nomi, come pezzi da museo … o nemmeno questo.

Nell’oscurità e nella confusione che precedono queste guerre, ascoltiamo e vediamo l’attacco, l’assedio e la persecuzione di ogni accenno di creatività, intelligenza e razionalità. Di fronte al pensiero critico i potenti chiedono, esigono e impongono il proprio fanatismo. La morte che progettano, coltivano e raccolgono non è solo fisica; include anche l’estinzione dell’universalità propria dell’umanità – l’intelligenza -, i suoi progressi e le sue conquiste. Nuove correnti esoteriche rinascono o vengono create, laiche e no, mascherate da mode intellettuali o pseudo scienze, e le arti e le scienze cercano di essere sottomesse alla militanza politica.

Quarto. La pandemia di COVID 19 non solo ha mostrato le vulnerabilità dell’essere umano, ma anche l’avidità e la stupidità dei diversi governi nazionali e delle loro presunte opposizioni. Le misure di più elementare buon senso venivano disprezzate, scommettendo sempre che la Pandemia sarebbe stata di breve durata. Quando il passaggio della malattia si è sempre più prolungato, i numeri hanno cominciato a sostituire le tragedie. La morte è diventata così un numero che si perde quotidianamente tra scandali e dichiarazioni. Un cupo confronto tra ridicoli nazionalismi. La percentuale di battute e punti guadagnati che determina quale squadra, o nazione, è migliore o peggiore.

Come dettagliato in uno dei testi precedenti, nei territori zapatisti abbiamo optato per la prevenzione e l’applicazione di misure sanitarie che, all’epoca, sono state confrontate con scienziat@ che ci hanno guidato e offerto, senza esitazione, il loro aiuto. I popoli zapatisti sono loro grati ed è così che abbiamo voluto dimostrarlo. Dopo 6 mesi dall’attuazione di queste misure (mascherine o equivalenti, distanza tra le persone, chiusura dei contatti personali diretti con aree urbane, quarantena di 15 giorni per chi fosse entrato in contatto con persone infette, lavaggio frequente con acqua e sapone), lamentiamo la morte di 3 compagni che hanno presentato due o più sintomi associati al Covid 19 e che hanno avuto contatti diretti con contagiati.

Altri 8 compagni e una compagna, morti in quel periodo, presentavano uno dei sintomi. Poiché non abbiamo la possibilità di test, presumiamo che tutti i 12 compagn@ siano morti a causa del cosiddetto Coronavirus (gli scienziati ci hanno consigliato di presumere che qualsiasi difficoltà respiratoria potrebbe essere Covid 19). Queste 12 assenze sono nostra responsabilità. Non sono colpa della Quarta Trasformazione o dell’opposizione, dei neoliberisti o dei neo-conservatori, degli attivisti da tastiera o snob, delle cospirazioni o complotti. Pensiamo che avremmo dovuto prendere ancora più precauzioni.

Attualmente, a costo della mancanza di questi 12 compagn@, abbiamo migliorato le misure di prevenzione in tutte le comunità, ora con il supporto di Organizzazioni Non Governative e scienziati che, individualmente o collettivamente, ci guidano nella maniera di affrontare con più forza una possibile recrudescenza. Decine di migliaia di mascherine (progettate appositamente per impedire ad un possibile portatore di infettare altre persone, economiche, riutilizzabili e adattate alle circostanze) sono state distribuite in tutte le comunità. Altre decine di migliaia vengono prodotte nei laboratori di ricamo degli insurgent@s e nei villaggi. L’uso massiccio di mascherine, le due settimane di quarantena per chi potrebbe essere contagiato, la distanza e il lavaggio continuo di mani e viso con acqua e sapone, ed evitando il più possibile di andare in città, sono le misure consigliate anche per i fratelli dei partiti politici per contenere la diffusione dei contagi e consentire il mantenimento della vita comunitaria.

I dettagli di quella che è stata ed è la nostra strategia potranno essere consultati a tempo debito. Per ora diciamo, con la vita che batte nei nostri corpi, che, secondo la nostra valutazione (che potrebbe essere sbagliata), affrontando la minaccia come comunità, non come una questione individuale, e indirizzando il nostro sforzo principale alla prevenzione, ci permettiamo di dire, come popoli zapatisti: noi siamo qui, resistiamo, viviamo, combattiamo.

ora, in tutto il mondo, il grande capitale vuole che si torni nelle strade in modo che le persone possano riprendere il loro status di consumatori. Perché a preoccuparlo sono i problemi del Mercato: il letargo nel consumo delle merci.

Bisogna riprendere le strade, sì, ma per lottare. Perché, come abbiamo detto prima, la vita, la lotta per la vita, non è una questione individuale, ma collettiva. Ora si vede che non è neppure una questione di nazionalità, è mondiale.

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 Osserviamo ed ascoltiamo molte di queste cose. E ci pensiamo molto.  Ma non solo…

Quinto. Ascoltiamo e vediamo anche le resistenze e le ribellioni che, non perché tenute sotto silenzio o dimenticate, cessano di essere chiave, indizi di un’umanità che rifiuta di seguire il sistema nella sua veloce corsa al collasso: il treno mortale del progresso che avanza, superbo e impeccabile , verso il precipizio. Mentre il macchinista dimentica di essere solo un altro impiegato e crede, ingenuamente, di decidere il percorso, quando non fa altro che seguire la prigione dei binari verso l’abisso.

Resistenze e ribellioni che, senza dimenticare il pianto per le assenze, insistono a lottare – chi lo direbbe – per la cosa più sovversiva che c’è in questi mondi divisi tra neoliberisti e neo-conservatori: la vita.

Ribellioni e resistenze che capiscono, ognuna a suo modo, il proprio tempo e la propria geografia, che le soluzioni non si basano sulla fede nei governi nazionali, che non si sviluppano protette da confini né vestono bandiere e lingue diverse.

Resistenze e ribellioni che insegnano a noi zapatist@, che le soluzioni potrebbero essere sotto, negli scantinati e negli angoli del mondo. Non nei palazzi governativi. Non negli uffici delle grandi aziende.

Ribellioni e resistenze che ci dimostrano che, se quelli in alto rompono i ponti e chiudono i confini, non resta che navigare fiumi e mari per ritrovarsi. Che la cura, se c’è, è mondiale, e ha il colore della terra, del lavoro che vive e muore nelle strade e nei quartieri, nei mari e nei cieli, nelle montagne e nelle sue viscere. Che, come il mais originario, molti sono i suoi colori, le sue sfumature e suoni.

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Tutto questo e altro ancora, guardiamo e ascoltiamo. E ci guardiamo e ci ascoltiamo per quello che siamo: un numero che non conta. Perché la vita non importa, non vende, non fa notizia, non entra nelle statistiche, non compete nei sondaggi, non ha rating sui social, non provoca, non rappresenta capitale politico, bandiera di partito, scandalo alla moda. A chi importa che un piccolo, minuscolo gruppo di nativi, di indigeni, viva, cioè combattano?

Perché risulta che viviamo. Che nonostante paramilitari, pandemie, megaprogetti, bugie, calunnie e oblii, viviamo. Cioè, lottiamo.

Questo è ciò a cui pensiamo: che continuiamo a lottare. Cioè, continuiamo a vivere. E pensiamo che durante tutti questi anni abbiamo ricevuto l’abbraccio fraterno di persone del nostro paese e del mondo. E pensiamo che se la vita qui resiste e, non senza difficoltà, fiorisce, è grazie a queste persone che hanno sfidato distanze, procedure, frontiere e differenze culturali e linguistiche. Grazie a tutti e tutte loro – ma soprattutto a tutte loro – che hanno sfidato e sconfitto calendari e geografie.

Nelle montagne del sud-est messicano, tutti i mondi del mondo hanno trovato, e trovano, ascolto nei nostri cuori. La loro parola e azione sono state cibo per la resistenza e la ribellione, che non sono altro che la continuazione di quelle dei nostri predecessori.

Persone con le scienze e le arti come loro strada, hanno trovato il modo di abbracciarci e incoraggiarci, anche a distanza. Giornalisti, snob e non, che hanno raccontato la miseria e la morte prima, la dignità e la vita sempre. Persone di tutte le professioni e mestieri che, molto per noi, forse un po’ per loro, sono state qua, e ci sono.

abbiamo pensato a tutto questo nel nostro cuore collettivo, e abbiamo pensato che ora è tempo per noi, le/gli zapatisti, di corrispondere all’ascolto, alla parola e alla presenza di quei mondi. Vicini e lontani nella geografia.

Sesto. così abbiamo deciso:

Che è di nuovo tempo che i cuori danzino e che la loro musica e i loro passi non siano quelli del rimpianto e della rassegnazione.

Che diverse delegazioni zapatiste, uomini, donne e otroas del colore della nostra terra, viaggeremo nel mondo, cammineremo o navigheremo verso suoli, mari e cieli remoti, cercando non la differenza, non la superiorità, non lo scontro, tanto meno il perdono e la pietà.

 Andremo a incontrare ciò che ci rende uguali.

Non solo l’umanità che anima le nostre diverse pelli, i nostri diversi modi, i nostri diversi linguaggi e colori. Anche e soprattutto, il sogno comune che, come specie, condividiamo da quando, in un’Africa che sembra lontana, abbiamo iniziato a camminare dal grembo della prima donna: la ricerca della libertà che ha animato quel primo passo … e che continua a camminare.

Che la prima destinazione di questo viaggio planetario sarà il continente europeo.

Che navigheremo verso le terre europee. Che partiremo e che salperemo dalle terre messicane, nel mese di aprile dell’anno 2021.

Che, dopo aver attraversato vari angoli d’Europa in basso e a sinistra, arriveremo a Madrid, la capitale spagnola, il 13 agosto 2021 – 500 anni dopo la presunta conquista di quello che oggi è il Messico. E che, subito dopo, proseguiremo il percorso.

Che parleremo al popolo spagnolo. Non per minacciare, rimproverare, insultare o chiedere. Non per domandare di chiederci perdono. Non per servirlo o per servirci .

Diremo al popolo spagnolo due semplici cose:

Uno: Che non ci hanno conquistato. Che continuiamo nella resistenza e nella ribellione.

Due: Che non devono chiederci di perdonarli di nulla. Basta giocare con il lontano passato per giustificare, con demagogia e ipocrisia, i crimini attuali e in corso: l’omicidio di attivisti sociali, come il fratello Samir Flores Soberanes, i genocidi nascosti dietro megaprogetti, concepiti e realizzati per la felicità dei potenti – cosa che flagella ogni angolo del pianeta -, il supporto economico e l’impunità per i paramilitari, il mercanteggiamento di coscienze e dignità con 30 denari.

Noi zapatiste e zapatisti NON vogliamo tornare a quel passato, non da soli, tanto meno per mano di chi vuole seminare risentimento razziale e intende alimentare il proprio antiquato nazionalismo con il presunto splendore di un impero, quello azteco, che crebbe a costo del sangue dei loro simili, e che vuole convincerci che, con la caduta di quell’impero i popoli originari di quelle terre furono sconfitti.

Né lo Stato Spagnolo né la Chiesa Cattolica devono chiederci perdono di nulla. Non ci faremo eco dei commedianti che cavalcano sul nostro sangue e così nascondono le mani che ne sono macchiate.

Di cosa dovrebbe scusarsi la Spagna? Di aver partorito Cervantes? José Espronceda? León Felipe? Federico García Lorca? Manuel Vázquez Montalbán? Miguel Hernández? Pedro Salinas? Antonio Machado? Lope de Vega? Bécquer? Almudena Grandes? Panchito Varona, Ana Belén, Sabina, Serrat, Ibáñez, Llach, Amparanoia, Miguel Ríos, Paco de Lucía, Víctor Manuel, Aute siempre? Buñuel, Almodóvar e Agrado, Saura, Fernán Gómez, Fernando León, Bardem? Dalí, Miró, Goya, Picasso, el Greco e Velázquez? Alcuni dei migliori pensieri critici mondiali contrassegnati dalla “A” libertaria? La repubblica? L’esilio? Il fratello maya Gonzalo Guerrero?

Di cosa dovrebbe scusarsi la Chiesa cattolica? Del passo di Bartolomé de las Casas? Di Don Samuel Ruiz García? Di Arturo Lona? Di Sergio Méndez Arceo? Dalla sorella Chapis? Dei passi dei sacerdoti, delle religiose e delle suore laiche che hanno camminato al fianco dei popoli originari senza dirigerli o soppiantarli? Di chi rischia la libertà e la vita per difendere i diritti umani?

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Il 2021 segnerà il 20° anniversario della Marcia del Colore della Terra, che portiamo avanti, insieme ai popoli fratelli del Congresso Nazionale Indigeno, per rivendicare un posto in questa Nazione che si sta sgretolando.

20 anni dopo navigheremo e cammineremo per dire al pianeta che, nel mondo che sentiamo nel nostro cuore collettivo, c’è spazio per tutti, tutte, todoas. Molto semplicemente perché quel mondo è possibile solo se tutti, tutte, todoas, lottiamo per risollevarlo.

Le delegazioni zapatiste saranno composte principalmente da donne. Non solo perché intendono ricambiare l’abbraccio ricevuto nei precedenti incontri internazionali. Anche e soprattutto perché noi uomini zapatisti sappiamo bene che siamo quello che siamo, e non siamo, grazie a loro, per loro e con loro.

Invitiamo il CNI-CIG a formare una delegazione che ci accompagni e che così sia più ricca la nostra parola per l’altro che combatte lontano. Invitiamo in particolare una delegazione dei popoli che innalzano il nome, l’immagine e il sangue del fratello Samir Flores Soberanes, affinché il suo dolore, la sua rabbia, la sua lotta e resistenza arrivino più lontano.

Invitiamo coloro che hanno come vocazione, impegno e orizzonte, le arti e le scienze, ad accompagnare, a distanza, le nostre navigazioni e passi. E così ci aiutano a diffondere che nelle scienze e nelle arti c’è la possibilità non solo della sopravvivenza dell’umanità, ma anche di un nuovo mondo.

Insomma: partiremo per l’Europa nell’aprile del 2021. La data e l’ora? Non lo sappiamo … ancora.

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Compagne, compagni, compañeroas:

Sorelle, fratelli e hermanoas:

Questo è il nostro impegno:

Di fronte ai potenti treni, le nostre canoe.

Di fronte alle centrali termoelettriche, le lucine che gli zapatisti hanno affidato in custodia alle donne che combattono nel mondo.

Di fronte a muri e frontiere, la nostra navigazione collettiva.

Di fronte al grande capitale, una milpa comune.

Di fronte alla distruzione del pianeta, una montagna che naviga nell’alba.

Siamo zapatisti, portator@ del virus della resistenza e della ribellione. In quanto tali, andremo nei 5 continenti.

È tutto… per ora.

Dalle montagne del Sudest Messicano.

A nome delle donne, uomini e otroas zapatisti.

Subcomandante Insurgente Moisés.
Messico, ottobre 2020

P.S. Sì, è la sesta parte e, come il viaggio, proseguirà nella direzione opposta. Cioè, seguirà la quinta parte, poi la quarta, poi la terza, continuerà nella seconda e finirà con la prima.

 

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/10/05/sexta-parte-una-montana-en-alta-mar/

 

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