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mercoledì 8 giugno 2022

Succede a Roma - Nino Lisi

 

Roma, un tempo  detta caput mundi, ancor’oggi conosciuta come “la città eterna” è capitale di uno Paese, il nostro,  che nella sua Costituzione si impegna a <rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana>. Ebbene,incredibile ma vero, proprio a Roma  avviene che una anziana donna  dorma (ad oggi che scrivo)  da 233 giorni al posto di guida di un furgone, per  consentire ai suoi due figli, un maschio e una femmina, ambedue adulti e con non lievi disturbi psichici, di dormire sdraiati  sul pianale del mezzo.

Solo un paio di mesi fa, questa donna si diceva   “proprio contenta”  perché, dopo essere riuscita a riportare nel furgone la figlia che in una crisi del suo male aveva girovagato dormendo in strada per diverse settimane,era riuscita a trovare un posto, sotto un ponte,  da dove <nessuno li cacciava >  e dove c’era anche  un  lampione  che le dava luce di notte.

Ora però  non ce la fa più. Con il  volante che le preme sullo stomaco. non riesce più a dormire e nel furgone con il  caldo si sta anche peggio  di quando  faceva freddo.

Si dirà che casi del genere non ci sono solo a Roma e che i “senza tetto”  ci sono  pressoché in tutte le grandi città. E’ vero. Ma  la particolarità di questo caso, come di molti altri simili che esistono a Roma, è che a ridurre questo piccolo nucleo familiare in  condizioni tanto miserevoli  non è stato un matrimonio finito male, un lutto grave, una malattia disabilitante  né la perdita del lavoro, ma   proprio l’Istituzione più prossima alla popolazione che per questo, prima e più di ogni altra, ha l’obbligo di dare attuazione al dettato dell’art, 3 della  Costituzione, appena citato.

A “buttare per strada” questa come tante altre famiglie è stato infatti  il Comune di Roma che ha sgomberato manu militari – tanto per citare  solo alcuni casi –  la Cartiera di Via Salaria (2016) i “campi nomadi”,  – ribattezzati con scarso senso dell’opportunità – “villaggi della solidarietà”, River (2018), La Monachina (2021) La Barbuta (2021)

L’aspetto paradossale di tali sgomberi è che La Cartiera di Via Salaria non era stata occupata abusivamente ma era un Centro di Accoglienza istituito dal Comune  e i suoi abitanti vi erano stati immessi dallo stesso Comune;  anche i tre “campi”  erano stati istituiti dal Comune  adattando container in “moduli abitativi”, ognuno dei quali, contrassegnato da un numero identificativo, era stato assegnato ad un nucleo familiare con tanto di “determina dirigenziale” dell’apposito Ufficio Comunale.

Si tratta dunque di una paradossale assurdità che segna il punto di arrivo di   una ininterrotta sequenza di assurdi, paradossi ed illegalità che parte da molto lontano.

A Roma i  primi “campi” furono   allestiti    negli anni ottanta dello scorso secolo, come campi di sosta per accogliere piccole immigrazioni  di Rom che fuggivano da condizioni di miseria.

A tali piccole  immigrazioni per fame  seguirono, nel ’91-’92, consistenti  ondate di profughi provenienti dalla Bosnia divenuta  teatro degli scontri etnici serbo-bosniaci e,  a partire dal  ’99, nuove ondate di profughi dalla   guerra del Kossovo.

Molti degli attuali  residenti nei campi sono dunque  profughi di guerra o loro discendenti, ai quali  si sono aggiunti a partire dal 2000 altri profughi dalla miseria che   devastava  paesi come la Romania.

La complessità e la delicatezza dei problemi nuovi posti dalla  consistente presenza di queste minoranze linguistiche non fu colta dalle nostre istituzioni. La maggiore preoccupazione delle Giunte Rutelli  (1993-2001) e Veltroni  (2001 -2006), per non dire delle    gestioni commissariali, fu  quella di spostare i “campi” fuori dal centro della città, possibilmente al di là  del raccordo anulare.

Il culmine dell’incomprensione di questo  fenomeno lo si raggiunse non a caso con il Governo Berlusoni  che nel 2008  dichiarò  l’esistenza di un’ “emergenza nomadi” ed emanò direttive ai Prefetti per fronteggiarla con misure speciali.

In ottemperanza a  tale Dichiarazione, nel 2009 a Roma la Giunta Alemanno adotta il “Piano Nomadi”.

Il Consiglio di Stato però nel 2011  dichiarò inesistente un’ emergenza nomadi ed  illegali   i provvedimenti conseguenti, compresi gli stessi “campi”.

Il Governo ricorse contro la sentenza del Consiglio di Stato, ma  la Corte di Cassazione nel 2013 dette torto al Governo e ragione al Consiglio. Nello stesso  anno  il Tribunale Civile di Roma riconobbe a un cittadino rom di essere stato vittima di  discriminazione su base etnica in occasione del foto segnalamento ed ordinò al Ministero dell’Interno di distruggere tutti i documenti contenenti  i dati sensibili di quel cittaddino, raccolti impropriamente.

Nel 2015, il 30 maggio, il Tribunale Civile di Roma afferma in sentenza  che i campi hanno carattere di “discriminazione su basi etniche” sentenziando che   «il carattere discriminatorio di natura indiretta della complessiva condotta di Roma Capitale […]si concretizza nell’assegnazione degli alloggi del villaggio attrezzato La Barbuta»  ed impone da subito al Comune di Roma di far cessare gli effetti discriminatori.

Ma nulla succede. I “campi”restano e con  il loro progressivo degrado assumono sempre più il carattere di  luoghi di segregazione. Per di più  un nuovo fenomeno  insorge  aggravando la situazione: con la dissoluzione della Jugoslavia i documenti di molti degli abitanti dei  i “campi” non hanno più valore essendosi dissolto lo Stato che li aveva emanati. I loro intestatari restano  senza cittadinanza e divengono , apolidi di fatto. Di ciò e delle conseguenze anche per i loro figli nati nei campi non si cura alcuno.

Appare assodato dunque che ad essere fuori Legge non sono i Rom, anche se a volte sono costretti a rubacchiare per sopravvivere, ma le Istituzioni.

Nal 2012 il Governo Monti prova a mettere riparo a questa incredibile situazione,  approvando la Strategia Nazionale per l’Inclusione Sociale dei Rom Sinti e Caminanti  2012 – 2020 che l’UNAR – Ufficio Nazionale  Antidiscriminazione Razziale del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio – aveva predisposto sulla scorta di direttive della U’nione Europea. Si basa su quattro direttrici: abitare, lavoro, istruzione, salute.

Purtroppo resta  un bel libro di sogni.

Le Istituzioni di prossimità, Comuni e Regioni, che avrebbero dovuto attuarla, vengono totalmente meno al loro compito per mancanza sia  di volontà, a livello politico, sia  di competenza, a livello tecnico-amministrativo. Ai politici fa da freno l’antiziganismo di cui è pervasa l’opinione pubblica, antiziganismo che è una subdola forma di razzismo paragonabile solo all’antisemitismo. Si pensi alle persecuzioni  naziste sfociate negli abomini che gli Ebrei chiamano Shoa (6 milioni di morti) ed i Rom  Porrajmos (500mila morti su di una popolazione di poche centinaia di migiaia di persone).Si pensi che nel Parlamento Italiano, per fare  approvare la Legge sul riconoscimento delle minoranze linguistiche si dovette eliminare dal loro elenco quella dei Rom.

Quanto al livello tecnico-ammiistrativo si consideri quale   cultura e quali professionalità occorrano  per attivare percorsi che portino le migliaia di persone che abitano nei “campi” dalle attuali condizioni di apartheid,  ”in cui sono state segregate per decenni o addirittura   sono nate, al godimento dei diritti di cittadinanza dai quali sono state sinora  escluse. Perché è  questo che si intende quando si parla di inclusione sociale

La mancanza, da una parte,  di volontà politica e, dall’altra,  di cultura e di professionalità ha costituito una miscela devastante che ha portato  al travisamento  della Strategia di Inclusione Sociale: il “superamento dei campi” è stato inteso come obiettivo a sé stante invece che   effetto   dei percorsi di inclusione che,  per aver inserito nella società le minoranze,  avessero resi inutili quei luoghi di segregazione. E poiché la chiusura dei campi in vista   della scadenza elettorale era spendibile  come soluzione di problemi di ordine pubblico e di decoro urbano, il loro svuotamento  è divenuto obiettivo da raggiungersi ad ogni costo.

Per tanto gli sforzi dell’Amministrazione Comunale si sono  concentrati su uno solo dei quattro indirizzi suggeriti dalla Strategia: l’abitare. Ma non nel senso di realizzare un modello abitativo adatto alle circostanze, ma semplicemente come trasferimento dei nuclei familiari che rientrassero nelle apposite graduatorie dai “campi”ai casermoni dell’edilizia pubblica senza alcuna preparazione né dei trasferendi, né dei contesti che li avrebbero  .dovuti accogliere.

Delle  conseguenze  di questa improvvida operazione  si sono occupati ampiamente i media  ed anche diverse Stazioni dei Carabinieri che hanno dovuto raccogliere le denunce delle donne Rom minacciate con i loro bambini e malmenate da coinquilini che  non  gradivano averle come vicine.

Ma le abitazioni di proprietà pubblica disponibili non erano sufficienti ad accogliere tutte le famiglie rom  da  trasferire per  svuotare  i campi ; ed allora si è fatto ricorso ad unastuto stratagemma. Si è  chiesto alle famiglie dei campi in chiusura di sottoscrivere il Patto di Solidarietà, un atto   in cui  esse  si impegnavano a trovarsi un‘abitazione  da fittare ed  il Comune si impegnava  a pagarne i canoni mensili  dei  primi due anni.   Ma chi fitterebbe a Roma un’abitazione ad un Rom e per  giunta privo di busta paga e spesso anche di documenti? E cosa sarebbe avvenuto al terzo anno? Il tranello era  evidente: chi, firmato il Patto, non fosse riuscito a  trovare un appartamento da fittare   sarebbe risultato non più meritevole delle misure di sostegno in quanto inadempiente; così chi,  avendo capito l’inganno, non lo avesse sottoscritto, sarebbe apparso non collaborativo. In ambedue i casi sarebbe apparso che quelle famiglie Rom avrebbero  rifiutato l’alternativa abitativa offerta dal Comune e   gli sgomberi avrebbero avuto una  parvenza di legalità.

E così è stato. Alla Seconda Sezione Civile del Tribunale di Roma presso cui pendeva un ricorso contro lo sgombero  del camo La Barbuta un avvocato del Comune poté affermare che nessuno dei suoi abitanti sarebbe rimasto senza un’alternativa abitativa. Il ricorso non venne accolto e  decine di famiglie  alla data fatidica fissata per la chiusura del campo   sono state  letteralmente messe in strada, come era avvenuto  alcune settimane prima con le famiglie che ancora erano nel campo de La Monachina..

Ad alcune – le più fortunate – del Campo La Barbuta, nel mentre erano già in corso le operazioni di sgombero è stato assegnato provvisoriamente  (cioè per due) un appartamento in condizioni ininmaginabili.Per darne un’idea: 13 persone in co-housing  in tre stanze con un bagno  pressoché inutilizzabile; una mamma anziana con un figlio costretto su di una sedia a rotelle, dopo un’ odissea rimbalzata sulle pagine de il manifesto, è stata immessa in un appartamento   senza riscaldamento ed acqua calda, al 7° piano di uno stabile nel  cui ascensore la carrozzina   non entra. Altri nuclei familiari per strada.

La continuità istituzionale imporrebbe alla Giunta Gualtieri  di porre rimedio  ai disastri compiuti dalla Giunta Raggi, ma sinora non c’è chi se ne occupi,nonostante ripetute e documentabili sollecitazioni all’Assessorato alle Politiche Sociali e all’Assessorato alle Politiche Abitative che amministra i dirupati appartamenti  assegnati per due anni.

Tutto ciò accade a Roma con buona pace della Costituzione più bella del mondo che è anche assai poco attuata.

Di fronte a tutto questo c’è da chiedersi che fa l’UNAR nel suo ruolo di  punto di raccordo e coordinamento della Strategia Nazionale di Inclusione  e se, per evitare che   vicende  del genere continuino ad accadere,  non sarebbe il caso di portarle all’attenzione della Magistratura perché indaghi se nell’ac-caduto non si rilevino responsabilità da perseguire sia a livello politico che al livello   amministrativo.

Intanto l’apartheid dei Rom e dei Sinti, a Roma (e non solo) continua.

martedì 23 marzo 2021

Ma chi siete voi? Lettera aperto alla “sacra” congregazione per la dottrina della fede - Nino Lisi

 

Ma chi siete voi che vi arrogate il diritto di dare o negare la benedizione del buon Dio? Come e perché avreste avuto questo monopolio? Come mai Dio non potrebbe fare a meno della vostra intermediazione che terreste in esclusiva?

Chi siete voi da poter stabilire a chi darla e a chi negarla? E perché la neghereste alle coppie omosessuali? Non si può fare l’amore <ognuno come gli va>  come scriveva Lucio Dalla ad un suo “caro amico” auspicando un tempo in cui <ogni Cristo scenderà dalla croce >?

Chi siete voi che non sapete che non ci sono orientamenti sessuali  “contro natura” e che l’omosessualità è presente in tutto il creato,  in tutte le specie viventi, nel mondo vegetale come in quello animale, non solo nella specie umana? Di recente lo ha confermato  anche  la scienza biologica,  ma anche prima lo  sapeva chi osservava la natura e guardava animali e piante, uomini e donne.

Dite che  sarebbe peccato. Ma perché?

Una cinquantina d’anni fa, un giorno,  i miei quattro figli mi convocarono e riunitisi intorno mi chiesero a bruciapelo <papà cos’è il peccato>? Preso alla sprovvista risposi di istinto <fare qualcosa senza amore>. Ripensandoci mi sono reso conto di aver dato la risposta giusta. Se c’è al mondo qualcosa che si possa definire peccato è la mancanza di amore. E  sapete  chi me  lo ha  insegnato quando ero giovane? Alcuni preti illuminati spiegandomi che “Ubi caritas et amor Deus ibi est>. E voi venite ora a stabilire che se due esseri umani si amano essendo dello stesso sesso Dio non è con loro e vi arrogate il potere di negare loro la benedizione?!

Ma chi siete voi?

Siete forse gli eredi di coloro misero al rogo Giordano Bruno e non solo lui ma migliaia, centinaia di migliaia di eretici e di streghe. Di coloro che all’epoca delle crociate organizzarono  stragi di centinaia di migliaia di infedeli al grido di Dio lo vuole.Siete quelli che  oggi autorizzato i cappellani militari a benedire le armi. Ecco chi siete.

Dunque  il vostro dio è il dio  degli eserciti? Il dio che concepisce un fuoco eterno cui condannare dannati e dannate per l’eternità.

Il mio Dio non è questo.  So che ce ne è un altro. E sapete come l’ho scoperto? Mettendomi sulle orme di Gesù di Nazareth. Ma non di quello che proponete voi, vero dio e vero uomo. Quello che mi ha mostrato  il metodo storico scientifico, uomo come me e come voi, che ha svelato il divino che è in noi e fuori di noi, in tutto il mondo ed in tutte le creature,  negli esseri umani tutti, omosessuali ed etero sessuali, bisessuali e transessuali, bianchi, gialli e neri, tutti liberi/e ed eguali, perché tutte e tutti figli e figlie di Dio.

Scopritelo  anche voi il Gesù storico, quello che veramente è esistito. E  ravvedetevi.

Se mi chiedeste di descrivervi il Dio di Gesù vi direi che non so farlo, come neppure lui  l’ha descritto. Perché quello che chiamiamo Dio è  inconoscibile, impenetrabile, impensabile e perciò indicibile. E’ MISTERO. Il mistero della VITA. <State contenti, umana gente, al quia;; ché, se potuto aveste veder tutto>,

Un cristiano i ricerca come tanti, ovvero Nino Lisi

da qui

lunedì 13 luglio 2020

Il furto del 1° luglio - Nino Lisi


L’11 giugno scorso, a Strasburgo, la Quinta Sezione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha fatto giustizia e ripristinato la verità. Ha sancito che il boicottaggio di merci israeliane non è reato ma espressione della libertà di pensiero che rientra nei diritti tutelati dalla Convenzione Europea sui Diritti Umani. Ha inoltre stabilito che non è lecito perseguire penalmente il boicottaggio come aveva fatto il Tribunale di Mulhouse – Francia – condannando 11 attivisti del Collettivo Palestina 68 per avere invitato i clienti di un supermercato a non acquistare merci israeliane; e ha chiamato la Repubblica francese a pagare un cospicuo risarcimento agli attivisti indebitamente condannati.
La sentenza smantella la pretesa, giuridicamente e politicamente assurda dello Stato israeliano di andare indenne da qualsiasi critica o attacco politico e di accusare di antisemitismo qualsiasi rilievo mossogli.
La Corte ha rilevato che gli attivisti «non erano stati condannati per dichiarazioni razziste o antisemite o per istigazione all’odio o alla violenza» e neppure per «avere esercitato violenza o causato danni» ma «per boicottaggio di prodotti provenienti da Israele», ovvero, per aver voluto «causare discriminazione» che la legge francese sulla libertà di stampa punisce. Ma il boicottaggio, osserva la Corte,«è in primo luogo espressione di un’opinione, di una protesta. L'invito al boicottaggio, che è la manifestazione di questa opinione... in linea di principio è sotto la protezione dell'articolo 10 della Convenzione... costituisce una forma particolare di esercizio della libertà di espressione in quanto collega la manifestazione di un'opinione critica all’incitamento a differenziare i trattamenti», pur entro certi limiti perché «l’istigazione all'intolleranza, insieme alla istigazione alla violenza e all'odio, è uno dei limiti che in nessun caso devono essere superati».
Che comunque non sia questo il caso delle manifestazioni che rientrano nella Campagna BDS lo accerta la stessa sentenza che ricorda che la Campagna «è iniziata il 9 luglio 2005 con un appello lanciato da organizzazioni non governative palestinesi un anno dopo la dichiarazione della Corte Internazionale di Giustizia », di cui riporta lo stralcio nel quale si eccepisce che «il muro che Israele, potenza occupante, sta costruendo all’interno del territorio palestinese occupato e dentro e intorno a Gerusalemme est, nonché il regime (di occupazione) ad esso connesso, sono contrari al Diritto Internazionale».
La sentenza mette in evidenza lo stretto legame del boicottaggio contro Israele con le gravi violazioni della legalità internazionale compiute da quello Stato e che la Campagna non è sorta per una generica o astratta avversione allo Stato israeliano ma come reazione e per opporsi a specifiche violazioni del Diritto che regola i rapporti tra Stati e Popoli. La ragione della legittimità delle azioni discriminatorie verso Israele sta nel contrasto alla sua illegalità. Affinché non possano esservi dubbi al riguardo, la sentenza riporta il passo dell’appello con cui le organizzazioni promotrici hanno fissato gli obiettivi e la durata della Campagna: «Queste misure punitive non violente dovranno essere mantenute fin quando Israele non onorerà i suoi obblighi di riconoscere il diritto inalienabile del popolo palestinese all'autodeterminazione e non rispetterà pienamente i dettami del Diritto Internazionale: 1) ponendo fine alla occupazione e alla colonizzazione di tutte le terre arabe e smantellando il muro; 2) riconoscendo pienamente la parità dei diritti fondamentali dei cittadini arabi palestinesi di Israele; 3) rispettando, proteggendo e promuovendo i diritti dei rifugiati palestinesi di recuperare le proprie case e proprietà come richiesto dalla risoluzione Onu 194». Viene così chiarito anche che l’obiettivo della Bds non è, come falsamente alcuni sostengono, la distruzione dello Stato di Israele ma il suo ingresso nella legalità.
Di questo in effetti si tratta: di imporre alla Stato israeliano il rispetto del diritto. Qui emerge una singolarità di Israele che non solo viola sistematicamente il diritto internazionale, ma ha tradito gli stessi princìpi della sua Carta fondativa.
Nella “Dichiarazione della Fondazione dello Stato di Israele” approvata dal «Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della patria, nella città di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948», si legge: «Lo Stato d'Israele sarà aperto per l'immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del Paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato su libertà, giustizia e pace come predetto dai profeti d'Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Lo Stato d'Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle nazioni.»
Si vede ad occhio nudo quanto la realtà contraddica i princìpi della Carta. All’interno di Israele non vi è eguaglianza di diritti e di opportunità nemmeno tra i cittadini ebrei di differenti provenienze; tanto meno per i palestinesi divenuti cittadini israeliani con la proclamazione del nuovo Stato. Per loro la discriminazione è tale che può appropriatamente definirsi apartheid. Nei Territori palestinesi (abusivamente) occupati da 53 anni, disseminati di check point, vige un regime di colonialismo di insediamento e una discriminazione etnica che ricorda quella negli Usa dello scorso secolo: strade riservate ai coloni e inibite ai Palestinesi, sistemi legali differenti, uno per gli israeliani e uno per i palestinesi; questi ultimi esposti a vessazioni a opera dei coloni e da parte delle truppe di occupazione, tali che di esse si ha notizie dagli stessi militari che, terminato il servizio, vanno ad ingrossare le fila dell’associazione di veterani Breaking the Silence trovando il coraggio di denunciare i comportamenti cui sono stati obbligati sotto le armi.
Ma non è tutto. Gaza, cinta d’assedio tanto da indurre l’Onu a prevedere che ben presto non vi saranno più le condizioni per vivervi, dal 2008 al 2014 è stata terreno di tre micidiali campagne belliche che hanno provocato grandi distruzioni e migliaia di morti. In esse Israele ha usato anche armi proibite, come accertato dall’Onu. Gerusalemme, occupata con la guerra del 1967 e arbitrariamente proclamata capitale di Israele con “Legge Fondamentale” del 1980, continua a essere occupata malgrado la Corte Internazionale di Giustizia nel 2004 abbia dichiarato «inammissibile l'acquisizione di territorio con la forza» e stabilito che tutte le misure amministrative e legislative intraprese da Israele volte ad alterare lo status di Gerusalemme, inclusa la «legge base» costituiscono una «violazione del Diritto Internazionale» e le ha dichiarate «nulle e prive di validità» e «da rescindere».
Il quadro della illegalità dello Stato di Israele è confermato da 87 Risoluzioni dell’ONU e da diversi pronunciamenti dell’Unione Europea.
L’eccezionalità di questa situazione porta a domandarsi come si sia potuta verificare e come possa protrarsi da 72 anni, menomando la credibilità dell’Onu e l’autorevolezza del Diritto Internazionale su cui si fonda l’equilibrio tra le nazioni. Viene anche da domandarsi come mai la comunità internazionale si sia limitata a deplorazioni mentre per violazioni gravi, ma non più di quelle di Israele, gli Usa scatenarono la prima guerra del Golfo, la Nato intervenne nel Kossovo e vennero dichiarate sanzioni contro Iran e Russia.
Tentare una risposta è un azzardo. Ma bisogna provarci.
Un primo elemento su cui riflettere riguarda ciò che precedette la nascita dello Stato di Israele e ne costituì l’annuncio. Verso la fine dell’‘800, di fronte all’inasprirsi di quella forma particolarmente abietta di razzismo che è l’antisemitismo, era nato un movimento irredentista, il Sionismo, che dal clima dell’epoca andò acquisendo marcate venature di nazionalismo. Ai primi del ‘900 era alla ricerca di un territorio scarsamente popolato nel quale costruire una patria per gli ebrei sparsi nel mondo e sottrarli ai ricorrenti attacchi e vessazioni di cui erano vittime da secoli. Nel 1917 la Corona Britannica si benignò di comunicare agli esponenti del movimento sionista che avrebbe visto di buon occhio la costituzione in terra palestinese  di un “focolare ebraico”. La Palestina era tutt’altro che spopolata ma abitata da una maggioranza (94%) di palestinesi ed una minoranza (6%) di ebrei. La loro pacifica e proficua convivenza durava da secoli, da quando gli ebrei, scacciati dalla cattolicissima Spagna, avevano trovato rifugio nei Paesi arabi dove erano stati bene accolti.
La “generosità” della Corona Britannica non era disinteressata, perché la Palestina se non era spopolata, era però in posizione strategica per costruirvi un avamposto dell’Occidente verso il mondo arabo. Nel 1917 si era sul finire della prima Guerra mondiale e il destino dell’Impero ottomano era segnato, per cui Inghilterra e Francia, vincitrici del conflitto, si stavano organizzando per spartirsene le spoglie.
Nacque così la favola di una terra senza popolo (la Palestina) per un popolo senza terra (l’ebraico). Favola che sfociò nel 1948 nella costituzione dello Stato di Israele come presidio nel Medio Oriente dell’imperialismo occidentale che nel frattempo aveva sostituito la bandiera britannica con quella a stelle e strisce degli Usa.
Israele nasce quindi con lo stigma di un’operazione neocoloniale dell’imperialismo occidentale nei confronti del mondo arabo, come presidio degli interessi geopolitici e petroliferi occidentali. Nel tempo si è andato consolidando un (non troppo) tacito scambio: fedeltà agli interessi occidentali contro impunità e l’Occidente ha appoggiato le componenti di destra, maggiormente nazionaliste del Sionismo e le più retrive del mondo ebraico, favorendo lo sviluppo di quello che Moni Ovadia definisce nazionalismo esasperato e fanatico. Al quale, con Trump, viene lasciata totalmente carta bianca sino a sostenere il progetto di annettere a Israele il 30% della Cisgiordania.
Per comprendere però perché una disinformazione bene orchestrata a regia israeliana e dei suoi sostenitori abbia tanta presa nei Paesi di cultura cristia impropriamente vi attecchisca l’accusa di antisemitismo, bisogna considerare un altro elemento. Nel loro inconscio collettivo – come lo chiama Jung – è radicato un oscuro e profondo senso di colpa, per le millenarie persecuzioni inflitte agli ebrei e l’ostracismo esercitato verso l’ebraismo.
Nel contesto prima descritto quale peso potrà avere la sentenza dell’11 Giugno della CEDU? Sul piano giuridico segna una svolta che potrà avere riflessi sul piano politico e dare vigore ai nuclei di resistenza che si vanno moltiplicando nel Mondo Ebraico e nella società civile israeliana, nonché ai settori più avvertiti della opinione pubblica occidentale. Ma non avrà effetti immediati sul senso comune di altri settori. A meno che, se davvero “nulla potrà essere come prima” del corona virus e si aprirà una fase di svolte significative nel modo di produrre, consumare e anche di pensare, un’alleanza di tutti gli uomini e tutte le donne di buona volontà che vada oltre le frontiere geografiche e politiche, oltre le religioni, oltre le distinzione di genere riesca a sostituire con una spirale di solidarietà e di amore il circolo vizioso di odi ed egoismi che ha portato la Natura a ribellarsi.
La speranza di una soluzione giusta e pacifica della questione palestinese si presenta dunque negli stessi termini della speranza che si possa riprogettare un mondo senza gli attuali abissali squilibri sociali e ambientali.
Utopia? Sì. Ma le utopie sono i motori della Storia. Del resto, di fronte al progetto annessionistico di Israele, escluso il ricorso a inverosimili guerre o ad altre forme di violenza che non porterebbero soluzioni, a cos’altro si può ricorrere se non alla costruzione di un’alleanza inedita che renda realistica la prospettiva di una soluzione dei conflitti in Medio Oriente fuori dall’ordinario? Ciò prima che, in una popolazione stremata, prevalga l’idea che in fondo tra occupazione e annessione non vi sia gran differenza. 

domenica 19 gennaio 2020

Non secoli, ma decenni, nel frattempo torniamo ai sacrifici umani - Nino Lisi




Un giorno di molti anni fa, diciamo del novembre del 1989, sentii dire da un mio collega, con riferimento al Muro di Berlino andato in pezzi: <se qualcuno pensasse che avendo il Comunismo perso abbia vinto il Capitalismo, sbaglierebbe>.
Attribuii quella frase   all’ottimismo della volontà, al non volersi dare per vinti. In qualche modo mi rianimò, perché   con l’incubo di un regime totalitario   andava   scomparendo anche il sogno, che aveva animato milioni di esseri umani, di un mondo in cui libertà e giustizia sociale non fossero in alternativa e dove uomini e donne fossero eguali e libere/i.
Pensavamo, il mio collega ed io, che quel sogno non dovesse scomparire per sempre, ma solo l’incubo e magari non solo quello.
Gli anni successivi sembrarono smentire la previsione del mio collega. Con il Toyotismo e la Globalizzazione il Capitalismo era sulla cresta di tutte le onde; si profetizzava la riduzione delle povertà e l’espansione in tutto il mondo del benessere. Crescita e Sviluppo divennero parole mitiche che suscitavano entusiasmo e speranze. Anche gran parte della sinistra fu abbacinata da questi miti e pensando impossibile qualsiasi alternativa fidò nella “globalizzazione dei diritti”. La parte della sinistra che non cadde in quella trappola cadde in un’altra, lasciandosi ingannare dall’ illusione di “poter lanciare sabbia negli ingranaggi” della Globalizzazione. Fu così che la sinistra, tutta intera, pose le basi della propria scomparsa e quando il nuovo modo di produrre scompaginò gli assetti sociali trasformando le vecchie figure sociali e producendone di nuove, si smarrì. I deboli, i perdenti, gli esclusi non trovarono più in essa rappresentanza politica.
La Globalizzazione avanzava impetuosa in groppa ad una sfrenata competizione senza però che   alla Crescita si accompagnava in pari misura la occupazione ed il benessere. Aumentava il PIL (altro mito imperante) ma anche la povertà ed andava emergendo qualcosa di inedito: non si era poveri solo non avendo lavoro ma lo si era pur avendo un’occupazione. I diritti, poi, non si andarono   estendo a chi non ne aveva, ma venivano ridotti a chi li aveva.
Che ciò potesse accadere solo pochi, anzi pochissimi, lo avevano previsto anche ricordando la lezione del Club di Roma sui limiti dello sviluppo. Ma non furono creduti e quando Latouche spiegò che un’altra economia sarebbe stata possibile e – malauguratamente la chiamò decrescita – fu sbeffeggiato.
Quando gli effetti negativi della Globalizzazione non potettero essere più ignorati, in   quello che era rimasto della sinistra, ci fu chi parlò di crisi del Capitalismo. Ma un certo Warren Buffett, che nella graduatoria delle persone più ricche al mondo occupava la terza posizione, lo smentì clamorosamente affermando che negli ultimi vent’anni si era combattuta una grande lotta di classe e che l’aveva vinta la sua parte. Era il 2011.
Qualche anno dopo i media annunciarono che l’uno per mille della popolazione del mondo   possedeva tanta ricchezza quanta ne possedeva il restante novecentonovantanove per mille. Come crisi dunque non era tanto male. La previsione fatta dal mio collega nel 1989 era dunque smentita: il Capitalismo aveva vinto.
E’ vero: aveva, ha vinto; ma non dura. Lo sostiene Giorgio Ruffolo, economista, in un libro del 2009 intitolato “Il Capitalismo ha i secoli contati”, in cui   spiegava che se è vero che, malgrado ne sia stata preconizzata più volte la fine, il Capitalismo appariva    ben vivo e vegeto, non per questo lo si poteva ritenere eterno.
Condivido l’assunto del libro, ma non il titolo. Non pare si tratti di secoli ma di decenni.
Due motivi sostengono questa previsione.
La concomitanza in diverse parti del mondo di lotte sociali che assumono l’aspetto e la sostanza di ribellioni denuncia che il peso delle diseguaglianze e della povertà sta divenendo insostenibile e gli assetti sociali sono vicini al punto di rottura. Masse di diseredati cercano sopravvivenza in paesi lontani dai propri e varie “bombe sociali” si formano in diverse zone del mondo. Prima o poi uno scoppio globale ci sarà. Non tra secoli, ma prima.
L’altro motivo è la tenuta ambientale. Perché essa venga meno catastroficamente non occorrono secoli, ma solo anni, a quel che quasi tutti gli scienziati sostengono, dato che i sintomi ci sono già.
Insomma sembra proprio che il Capitalismo sia come il famoso legnaiolo che sta segando il ramo sul quale è seduto.  Pare dunque arrivato il momento di dare ragione al mio collega e voltare pagina.
Una dimostrazione evidente l’abbiamo in Italia. A Taranto.
Una sequenza di decisioni arrendevoli, di scelte sbagliate sino ai limiti della stupidità, inanellate durante 25 anni hanno fatto sì che si esacerbassero le due contraddizioni strutturalmente presenti sin dall’inizio in quella fabbrica, al punto di non essere più risolvibili, né eliminabili: produzione/ambiente; lavoro/salute.
Ora non c’è soluzione. O si chiude o si continua a distruggere l’ambiente e compromettere la salute. Quegli impianti possono solo produrre contemporaneamente acciaio, inquinamento e tumori. Tant’è che per cercare di salvare capre e cavoli, per provare cioè a modificare i forni almeno in parte senza spegnerli si è ricorsi al famoso “scudo penale” per garantire a chi li gestisse che la magistratura non li potesse perseguire. Il che ha significato dare atto che gestendoli non si può non compiere un reato, perché la motivazione secondo la quale lo scudo servisse a non far ricadere su innocenti i reati commessi in precedenza da altri è di una eclatante assurdità.   E’ noto a chiunque abbia una pur minima nozione di Diritto che la responsabilità penale è personale e solo pensare che qualcuno possa essere non dico condannato ma solo inquisito per colpe commesse da altri è semplicemente un’aberrazione. Il ricorso ad argomentazioni assurde ed aberranti mina la saldezza stessa dello Stato di Diritto. Se è lo Stato a sospendere l’applicazione delle proprie norme e a ricorrere ad artifici per evitarne l’applicazione pone in crisi esso stesso il sistema di regole che rende tutti i suoi cittadini e le sue cittadine eguali davanti alla Legge e nessuno al disopra di Essa. Rischia cioè di non essere più uno Stato di Diritto.
Dunque secondo la logica del sistema economico e nel rispetto delle sue compatibilità, a Taranto una soluzione non si trova se non contraddicendo la logica dello Stato di Diritto. La situazione è dunque dimostrazione lampante su piccola scala che il sistema economico fondato sul Capitalismo è ingovernabile nel rispetto del Diritto e della sostenibilità sociale ed ambientale.
Ne è prova che anche se si trovassero i fondi (per esempio ripetendoli dai Riva che si sono arricchiti a prezzo di questo sconquasso) per garantire salari e stipendi ai lavoratori di Taranto impiegandoli, con le dovute cautele e protezioni, nella trasformazione della fabbrica con tecnologie non così disastrose e nella   bonifica dell’intera area cittadina, non si potrebbero spegnere i forni se non a prezzo di costi economici e sociali altissimi. Non sarebbero in ballo solo i posti di lavoro a Taranto ed in altri impianti collegati, bensì anche il collasso dell’intero settore industriale utilizzatore dell’acciaio dislocato su tutto il territorio nazionale, in particolare nel Centro-Nord. L’ipotesi è pressoché impossibile.
Ed allora? Pare che non ci sia scampo. E’ molto probabile perciò che ci si adatterà ad operare il risanamento degli impianti – nei limiti in cui sarà possibile realizzarlo –   senza interrompere la produzione nelle condizioni date, continuando quindi a produrre acciaio, inquinamento e 1500 tumori all’anni, sapendo che una consistente percentuale di essi avrà inevitabilmente esiti letali. In tal caso uno scudo penale anche se un po’ meno indecente giuridicamente del precedente, dovrà essere ripristinato.
Così sull’altare dell’economia del Paese, moderno Moloch, andranno immolate alcune migliaia di vite umane, senza parlare dell’ambiente. Con impianti ed imprese saranno però salvaguardate anche le fonti di reddito di molte decine di migliaia famiglie.
Non c’è scampo.
Ma per lo meno non lo si nasconda. Lo si dichiari apertamente, perché tutti e tutte se ne prenda coscienza e la consapevolezza collettiva porti il coraggio e l’inventiva necessari per girare davvero pagine e costruire un’economia che non distrugga ambiente, vite e speranze, non crei diseguaglianze e povertà, ma renda possibile una società di persone eguali e libere. Ci vorrà del tempo, ci vorranno molti sacrifici e tantissimo impegno. Ma non è impossibile.