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sabato 25 gennaio 2025

Dentro la trasformazione: breve viaggio nella scuola neoliberale - Gianluca Coeli

 Un viaggio dentro gli spazi e la vita quotidiana di un istituto tecnico, dove le trasformazioni della scuola oggi sono tra le più avanzate: start up, alternanza scuola lavoro e innovazioni didattiche. La scuola del capitale umano è viva e prospera: gli insegnanti obbediscono e gli studenti imparano a diventare bravi imprenditori di se stessi

Il nuovo presidente dell’Argentina, Milei, che con una motosega si appresta a tagliare dal tronco dello stato argentino il ramo secco del Ministero dell’Istruzione, potrebbe apparire come l’immagine simbolo delle politiche neoliberiste in materia di istruzione. In realtà, è probabile che l’uscita del loco (così viene chiamato in Argentina il nuovo presidente) non sia piaciuta affatto ai circoli neoliberisti globali, probabilmente meno emotivi e improvvisati quando si tratta di intervenire in ambito pubblico. La motosega di Milei rischia di tagliare, insieme ad alcuni posti al ministero, un bel po’ di profitti, ma rischia soprattutto di interrompere processi di formazione di un nuovo tipo di soggettività: l’individuo isolato che si costruisce come capitale umano e imprenditore di se stesso.

Questo testo non intende riprendere analisi approfondite sulle politiche globali e locali che da decenni investono il mondo dell’istruzione. Molti studiosi e attivisti hanno già investigato l’intreccio tra le elaborazioni teoriche degli economisti neoliberisti (Friedman e scuola di Chicago e, prima di loro, von Hayek e von Mises), le proposte di organismi internazionali come WTO e UNESCO e le politiche dell’UE e di singoli stati (Italia compresa) in materia educativa. In sintesi, le trasformazioni della scuola pubblica possono essere riassunte in questi punti: (a) istruzione pubblica come mercato da inondare di prodotti tecnologici per la didattica, (b) luogo privilegiato dove costruire la soggettività necessaria al nuovo mercato del lavoro e alla nuova società e (c) ambito dove sperimentare la trasformazione del pubblico in privato.

Per comprendere come questo processo si declini concretamente, intraprendiamo un breve viaggio dentro gli spazi e la vita quotidiana di un istituto tecnico, dove la sperimentazione neoliberale è più avanzata.

 

La formazione dei docenti: consumatori di merci educative e addestratori di competenze

Dal 2015, i docenti sono obbligati a seguire attività formative. Dopo la pandemia COVID-19, ingenti fondi pubblici sono stati destinati alla formazione. Il Ministero dell’Istruzione ha creato la piattaforma Scuola Futura, che offre corsi di formazione online e in presenza.

La piattaforma è pubblica, per cui i corsi sono visibili a chiunque, mentre l’iscrizione è consentita solo ai docenti. Andiamo a guardare l’elenco dei corsi e soffermiamoci, ad esempio, su un percorso formativo dal titolo accattivante: METALEARNING Education. Modelli di didattica innovativi: esempi applicativi[1]. Il nome generale del ciclo formativo rivela l’orientamento della formazione verso il meta-learning ovvero imparare a imparare, una delle competenze chiave globali. Apprendere ad apprendere, ovviamente, è un aspetto importante del complesso processo di apprendimento di una persona, ma lo è se non viene separato dai contenuti. Questo approccio sposta l’attenzione dal contenuto alla forma, concentrandosi sulle strategie di apprendimento cognitivo dello studente. Per questo, come afferma Moos nel suo saggio Neo-liberal Governance Leads Education and Educational Leadership Astray[2], non servono più i libri di testo. E, al limite, non serve neanche più l’insegnante.

Il corso specifico, Modelli di didattica innovativa, si focalizza su tecnologie digitali e metodologie, includendo temi come Learning Management System, hackathon, gamification e piattaforme basate sull’intelligenza artificiale. L’enfasi sugli strumenti tecnologici, sulle metodologie aziendali come l’hackathon e l’uso di linguaggio imprenditoriale (recruitment) esplicitano una chiara impronta neoliberale.

 

La didattica: il supermercato, il mercato del lavoro e l’imprenditore di se stesso

Negli istituti tecnici, si assiste a una trasformazione significativa della didattica. Le discipline tradizionali cedono ore a formatori esterni, spesso dipendenti di aziende private, per attività finalizzate all’acquisizione di competenze di base. Questa modifica, chiamata curvatura (“flessibilità nell’adeguamento dell’offerta formativa” è scritto all’art. 26 del DL n. 144)[3], riflette un cambiamento nell’impianto pedagogico della scuola verso una didattica delle competenze orientata alle necessità del nuovo mercato del lavoro.

Le competenze chiave promosse dall’UE includono: competenza alfabetica funzionale, multilinguistica, matematica e in scienze/tecnologie/ingegneria, digitale, personale/sociale e capacità di imparare a imparare, in materia di cittadinanza, imprenditoriale, e in materia di consapevolezza ed espressione culturali. Analizzando alcune competenze chiave (imprenditoriale, personale, sociale e la capacità di imparare a imparare) alla luce della Raccomandazione del Consiglio dell’UE del 28 maggio 2018, emerge l’intento di orientare l’istruzione verso un obiettivo specifico. Come evidenziato da ricercatori come Consoli e Ciccarelli, il sistema educativo non solo mira a fornire competenze essenziali per un mercato del lavoro precario e in rapida evoluzione, che richiede conoscenze minime e abilità di base, ma anche a formare individui come imprenditori di se stessi, promuovendo una visione di sé come capitale umano. Questo approccio enfatizza anche l’acquisizione di competenze emotive, quali resilienza, adattabilità ed empowerment.

L’alternanza scuola-lavoro, ora Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (PCTO), presenta una drammaticità che gli studenti del triennio conoscono bene. Nel 2022, tre giovani (Giuliano De Seta, Lorenzo Parrelli e Giuseppe Lenoci) sono morti in incidenti sul lavoro durante questa “formazione”, mentre i casi non mortali sono stati 641 (dati dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza). Negli istituti tecnici, le 150 ore di PCTO, descritte come formative, spesso si riducono a lavoro gratuito, sottraendo tempo ad altre discipline (come la storia) che potrebbero promuovere una critica consapevole alla società invece di un adattamento passivo al mercato del lavoro.

La scuola si è trasformata in un vero e proprio supermercato dell’educazione, con l’acquisto di dispositivi digitali, piattaforme di e-learning e altri strumenti tecnologici. L’ampio uso di piattaforme come Google Classroom e Microsoft Teams solleva preoccupazioni sulla privacy e sull’estrazione di dati personali.

Infine, l’orientamento scolastico, guidato da docenti formati come tutor, si concentra sulla costruzione di un portfolio delle competenze degli studenti, finalizzato a indirizzarli verso settori lavorativi specifici, rafforzando ulteriormente il legame tra istruzione pubblica e impresa.

Riassumendo: le studentesse e gli studenti sono visti dalla governance educativa neoliberale che riforma i sistemi educativi come individui isolati dai quali può essere estratta ricchezza facendogli consumare prodotti educativi ma soprattutto facendoli vivere in maniera attiva (cioé creativa, coinvolta, ma non critica) come soggetti-imprenditori dentro le regole dell’economia della promessa contemporanea (Bascetta)[4].

 

I privati a scuola o la scuola privata?

La scuola pubblica è oggi un terreno frammentato, dove le influenze private si insinuano sempre più profondamente, trasformando la natura stessa dell’educazione. Questo processo è evidente sia nella gestione amministrativa, guidata dai principi del New Global Management (NGM), sia negli investimenti, diretti verso una logica di mercato che riduce l’istruzione a una funzione economica. Il NGM, infatti, introduce tecniche di governance tipiche del settore privato, trattando la scuola come un’azienda competitiva. Le risorse pubbliche, sia ordinarie che straordinarie (come i fondi del PNRR), vengono amministrate con criteri economici, allontanandosi dagli obiettivi educativi tradizionali.

Parallelamente, il sistema scolastico si avvicina sempre più al mondo imprenditoriale, spingendo gli studenti a concepirsi come futuri imprenditori. Questa ideologia si concretizza in progetti come Start Up Your Life[5]A scuola di start up[6], e iniziative simili, dove formatori privati, finanziati con denaro pubblico, sostituiscono i docenti durante le ore curricolari per promuovere l’idea di avviare start up. Tuttavia, tale visione nasconde il dato che solo l’1% di queste imprese riesce a consolidarsi sul mercato (CBInsight[7]). E così, senza ormai che ci sia reazione alcuna (i sindacati confederali hanno smesso da decenni di organizzare il personale della scuola e i sindacati di base sono ancora più frammentati che nel passato), l’ideologia dell’individuo imprenditore sta modificando la scuola in maniera strutturale. Ma il processo di privatizzazione non riguarda solo le menti degli studenti (e, purtroppo, sempre più anche dei docenti: si veda a questo proposito un percorso formativo di Scuola Futura dal titolo Start up e innovazione nella scuola[8]), anche gli spazi fisici della scuola riflettono questa commistione pubblico-privato. Edifici scolastici già spesso inadeguati e fatiscenti vedono alcuni spazi ristrutturati per soddisfare le esigenze di aziende private. Questi ambienti, ben progettati e funzionali, contrastano nettamente con le aree riservate agli studenti, suggerendo implicitamente che bellezza e qualità siano prerogative del privato, mentre al pubblico rimangono decadenza e grigiore.

Questa fusione di spazi, tempi, risorse e attività tra pubblico e privato impoverisce il patrimonio di conoscenze critiche degli studenti, privilegiando competenze utili a un mercato del lavoro flessibile e precario. Si rafforza così un modello sociale neoliberale, in cui gli studenti vengono formati non come cittadini critici, ma come individui obbedienti e conformi, privati di ogni aspirazione a costruire un senso collettivo e comunitario.

 

Cos’è rimasto delle istanze democratiche: le assemblee

Il viaggio si conclude con due ipotetiche assemblee. La prima assemblea, quella studentesca, è spesso numerosa e a volte combattiva, con iniziative come le occupazioni che si ripetono ogni anno da ottobre a dicembre. I collettivi formulano rivendicazioni, a volte legate a questioni specifiche degli istituti, altre volte più generali, come nei recenti appelli contro la guerra genocida di Israele in Palestina. Tuttavia, faticano a generalizzare le lotte o a creare alleanze oltre i confini scolastici. Un vero movimento studentesco non si vede da anni, e sebbene si eviti il pessimismo legato all’individualismo favorito da tecnologie e sistemi educativi pubblico-privati, la preoccupazione rimane.

L’assemblea del personale scolastico appare ancora più scoraggiata: poco frequentata, passiva e spesso complice nei processi di privatizzazione della scuola. Le Rappresentanze Sindacali Unitarie, salvo eccezioni, sembrano strumenti delle burocrazie sindacali e dei dirigenti scolastici, più che organi di mobilitazione dal basso.

Entrambe le assemblee avrebbero bisogno di un risveglio di dignità per valorizzare le relazioni e la formazione critica delle singolarità[9], contrastando il culto dell’individuo-imprenditore che sta minando le società occidentali.


Note

[1] https://scuolafutura.pubblica.istruzione.it/archivio-corsi/70509a24-d9ae-bbfc-d2cd-5f45c355ca4f.html

[2] Moos, L. https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-3-319-58650-2_2

[3] https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaArticolo?art.versione=1&art.idGruppo=5&art.flagTipoArticolo=0&art.codiceRedazionale=22G00154&art.idArticolo=26&art.idSottoArticolo=1&art.idSottoArticolo1=10&art.dataPubblicazioneGazzetta=2022-09-23&art.progressivo=0#art

[4] Bascetta, M. https://www.euronomade.info/leconomia-politica-della-promessa/

[5] https://startupyourlife.engagebricks.com/

[6] https://www.schoolfactor.it/a-scuola-di-startup/

[7] https://www.cbinsights.com/research/venture-capital-funnel-2/

[8] https://scuolafutura.pubblica.istruzione.it/startup-e-innovazione-nella-scuola

[9] Singolarità vs individualismo https://operavivamagazine.org/singolarita-vs-individuo/


da qui

mercoledì 6 dicembre 2023

Il più grande successo del neoliberismo è averti convinto a rifiutare la politica - Francesco Erspamer

 

Uno dei grandi successi del neoliberismo è avere convinto anche chi vorrebbe e potrebbe resistergli a rifiutare la politica. Cosa è la politica? A mio parere rappresenta la capacità di creare alleanze per perseguire il bene comune. Se un potere ha sufficiente forza per imporsi, non ha bisogno di politica; e in assenza dei concetti di comunità e di bene (qualunque sia il significato che gli attribuiamo) ci si può imporre solo con la forza.


Per questo la politica è un’arma essenziale, e probabilmente l’unica, per contrastare il neoliberismo e provare a uscire dalla sua dittatura globale. Ma la politica richiede in chi la voglia praticare due qualità.


La prima è essere in grado di riconoscere come proprio fine il bene comune e di definire l’idea stessa di comunità. Non crediate che sia ovvio o semplice, né che basti inventarsi una definizione qualsiasi. I neoliberisti, per esempio, non ne parlano mai per non venire vincolati dalla loro stessa retorica: preferiscono (e purtroppo gli basta) sostenere che le cose accadono e si fanno perché necessarie o inevitabili e che l’unica legittima o efficace forza sociale sia la «mano invisibile» del Mercato e della democrazia intesa come interazione di innumerevoli individui interessati solo a sé stessi (e dunque facili prede dei media e docili consumatori).


La seconda, importantissima qualità per fare politica è essere capaci di distinguere i nemici dai potenziali alleati, cioè i gruppi che condividano alcuni nostri valori e obiettivi ma non tutti. Ciò è particolarmente importante quando il nemico sia molto più potente di noi. Politica è insomma l’arte di fare concessioni, compromessi, accomodamenti, dilazioni e anche rinunce; non tanto a scopi tattici o strategici, ossia per vincere una battaglia o la guerra: la disposizione a riconoscere degli alleati in chi non la pensi esattamente come noi (ma non in chi la pensi troppo diversamente) addestra all’analisi e al giudizio invece che al pregiudizio, positivo o negativo che sia. È una pratica di umiltà che nasce dalla consapevolezza che non si può avere tutto e sùbito e da soli, e che chi lo voglia è un solipsista e un fanatico.

 

La catastrofe della sinistra deriva da questo solipsismo apolitico. Quando chi sia di sesso maschile, per il solo fatto di esserlo, viene razzisticamente etichettato come membro del «patriarcato» e in quanto tale condannato; quando viene condannato ed etichettato come fascista chi vorrebbe poter discutere il nichilismo presente nel desiderio di migrazioni incontrollate o di intelligenza artificiale o di frettolose cancellazioni di istituzioni di lunga durata quale la famiglia, la religione, lo Stato, le tradizioni: ecco che si viene a creare un’insanabile frattura. I potenziali alleati divengono nemici, a tutto vantaggio del neocapitalismo.

 

Purtroppo sto cominciando a pensare che sia intenzionale: «dividi et impera» dicevano i romani; la correttezza politica dei «liberal» è negazione della politica e serve a impedire la formazione di un blocco che avrebbe qualche possibilità di opporsi all’imperialismo neoliberista.

da qui

giovedì 22 giugno 2023

Italia-crac: un grande avvenire dietro le spalle

 

articoli e video di Umberto Vincenti (ripreso da lafionda.org), Giuliano Marrucci (ripresi dal suo canale youtube), Pasquale Cicalese e le interessanti e condivisibili considerazioni di Gustavo Petro (ripresi da lantidiplomatico.it) e un interessante documentario di Roberta Zanzarelli

Made in Italy, italian style, bel paese: eccellenze italiane – Umberto Vincenti

Il dato è passato quasi inosservato: stampa e televisioni istituzionali ne hanno dato notizia, poi hanno lasciato perdere. Scomparso. Eppure si sarebbe dovuto avviare una seria, e severa, riflessione; aprire un dibattito; anzi, introdurre un’inchiesta. Un tentativo è stato fatto solo da Paolo Bricco su Il Sole. Il silenzio omertoso ha, invece, unito, ancora una volta, maggioranza e opposizione. I politici hanno annusato il pericolo: quello che temono più di tutti, la caduta del consenso elettorale. Miseria di una democrazia che rifiuta di perseguire l’interesse comune a cui preferisce quello corporativo. E allora meglio tacere; e se è così si intuisce che la questione coinvolge – trasversalmente – una parte significativa dell’elettorato: il che non significa la maggior parte, ma quella più organizzata e capace di farsi sentire (ed ascoltare) a protezione dei propri interessi materiali. I cittadini qualunque destinati all’invisibilità perché silenti, per tante ragioni.

Questa – finalmente – la notizia: la produzione industriale italiana è calata di oltre il 7% durante l’ultimo anno. Addirittura oltre il 17 l’industria del legno e (da sottolineare) oltre il 10 l’industria chimica e metallurgica. Ma la politica nazionale, soprattutto, quella locale e regionale, e il sistema mass-mediatico irreggimentato, magnificano le nostre sorti in grazia delle nostre eccellenze: marchi doc, cucina italiana, tradizioni artigianali, il Paese più bello e accogliente del mondo ecc. Tutto spinge verso l’esaltazione dell’industria del turismo e del tempo libero in genere. Anche Covid-19 che ha compiuto il miracolo di trasformare le nostre piazze, le nostre vie, i nostri portici in stuoli di plateatici; le Soprintendenze inascoltate. E poi le trasmissioni televisive: chef reali o fasulli, ristoranti italiani in Italia e all’estero, didattica culinaria, alberghi in competizione. La tutela ad oltranza dei balneari e l’interesse, anche economico, dello Stato taciuto, non perseguito, quasi un pizzo. La ricerca spasmodica, da parte delle amministrazioni comunali, alla patente Unesco anche laddove è ridicola: come se Giotto a Padova ne avesse avuto bisogno. E i b&b cresciuti come funghi per l’avidità di proprietari piccoli e grandi; e insieme la caduta della residenzialità cittadina e urbana in genere.

Un battage martellante, divertimento, svago, mobilità presentati come importanti componenti del PIL nazionale, l’ambiente e il patrimonio storico-artistico come beni da sfruttare, l’Italia che offre agli Italiani, dei settori interessati, una rendita di posizione che discende non dalla fatica, ma dalla sua straordinaria storia e dalle sue altrettanto straordinarie bellezze naturali. E all’estero la costruzione e il rimbalzo di un’immagine corrispondente; ma al fondo valutazioni di inaffidabilità, paese levantino, un popolo da vacanza.

Parole, impressioni, pregiudizi talora fondati, ma talora, e di più, gratuiti. Però consentiti e tollerati: perché? Perché siamo debolissimi. In altri tempi avremmo suscitato progetti di conquista (e, in effetti, lo siamo stati, fino al 1861 o, anzi, fino al 1918). La conclusione – che è anche il titolo – dell’articolo di Bricco è questa: «l’economia italiana non può vivere di solo turismo». Ma su La Fionda lo avevamo denunciato più volte. Se siamo fuori gioco dalla siderurgia, se effettiva, ed emblematica, è da noi la desertificazione automotive, la conseguenza è che ci indeboliremo ancor di più. I dirigenti politici, se mai se ne rendono conto, tacciono: questo governo ha dimostrato di pescare voti dalle piccole o micro imprese e non vuol compromettere questa riserva (che ha alimentato). Ma nemmeno Draghi aveva segnato un cambio di passo; tutt’altro.

Più deboli, ma anche più poveri. L’industria, a maggior ragione, la grande industria realizza condizioni di lavoro parecchio migliori rispetto a quelle consentite dai padroni del turismo e annessi; e i salari sarebbero più alti. Ha ragione chi ha messo da una parte alta intensità di ricerca e alta produttività, dall’altra (purtroppo) alta intensità di lavoro e bassa produttività. Se poi è vero che il lusso francese sta lasciando l’Asia per venire in Italia per la produzione di pelletteria, calzature e abbigliamento, vuol dire che i nostri salari sono davvero troppo bassi; e i giovani sembrano arrendersi e accettare quando non riescono ad abbandonare il Paese. E i Paese resta esposto: perché il made in Italy è legato alla moda e i flussi turistici sono per loro natura migranti.

Le nostre città d’arte, anche quelle minori perché da noi questo genere di patrimonio è diffuso, sono destinate a divenire invivibili: centri storici trasformati in centri commerciali, la monumentalità a rischio, le città che sono non luoghi, i residenti quasi una specie in via di estinzione. Poi ci sarebbe anche una questione etica legata al trionfo del consumismo edonista: l’impressione è che lo stiamo subendo più degli altri. Ciò non sarà senza conseguenze. Ma se non cambia la qualità del nostro ceto politico, è sempre più difficile sperare.

da qui

 

 

 

 

Verso l'”inverno produttivo”. Crolla l’unico motore di crescita in Italia – Pasquale Cicalese

 Venerdì è uscito il dato del commercio estero Italia aprile 2023. In calo l’export: valore -5.7% (inflazione 7.6%, prezzi produzione 9.8%), volume -10.7%.

In particolare si osserva un crollo in Germania e Gran Bretagna.

Il dato del volume è significativo perché, in un contesto pluridecennale di export led, il modello sembra fallito, magari in attesa che altri paesi si riprendano. Ma “tu”, secondo questo modello, dipendi da loro, non sei autonomo, non sei libero; e se loro calano tu crolli.

Come si vede dalla catastrofe dell’export proprio verso la Germania: quasi -9%.

L’export led basato su bassi salari e soprattutto su produzioni tradizionali, tali per cui non occorre innovazione, dunque domanda di ricerca e di lavoratori qualificati che, a sua volta, da 30 anni, blocca l’economia interna.

Quindi, nel 2023, come nella prima decade 2000, hai le due gambe ferme, e il tutto si regge su americani, asiatici, europei che visitano il Bel Paese dopo tre anni di pandemia e che sembra aver portato la popolazione mondiale a viaggiare, per sfuggire alla paura della morte che ha albeggiato in questi anni, o al senso di chiusura.

Ciò porta a domanda di lavoratori a bassa qualificazione che, a loro volta, non sostengono la domanda interna a causa dei bassi salari.

Si è tentato nel 2019 di rianimare i consumi interni tramite il Rdc e per un pò ci si era riusciti; una buona parte di popolazione povera, prima esclusa, riusciva, tramite un assegno mensile di circa 750 euro, a sostenere i consumi di massa.

Era una misura che costava 9 miliardi, certo anche facile alle truffe, anche a gente che non ne aveva diritto; ma andava al sodo, la popolazione povera partecipava alle sorti economiche del Paese, oltretutto non accettando, avendo una contropartita di reddito universale, lavori infami.

In più il pluridecennale export led ha portato al collasso demografico e all’esodo di circa 8 milioni di lavoratori italiani all’estero, spesso qualificati.

Dunque, il modello italiano, basato su prodotti tradizionali e su servizi all’utenza internazionale, centrato su bassi salari, con crollo demografico, nel 2023 ha le due gambe inchiodate.

Meloni viene dalla tradizione fascista dell’intelligente Ugo Spirito degli anni Trenta, basata sul corpora, sull’”unità dello spirito della Nazione“, sull’”unione fra capitale e lavoro”, sul senso progressivo dell’industria pubblica grazie a Beneduce, ripreso da Fanfani in una sorte di “terza via democratica” (ovviamente, non blairiana), che è alla base del “miracolo economico”, spinto tra l’altro dalla lotta di classe e dalla crescita salariale.

Ma l’ansia di legittimazione verso Bruxelles e Washington non le farà prendere questa strada.

Quel percorso del resto si ferma a partire dalla metà degli anni Settanta: il padronato, impaurito, passa alla controffensiva e diventa feroce, fino ai giorni nostri, lasciando morti, ferii, povertà, miseria, distruzione delle basi economiche, produttive, scientifiche, culturali e sociali del Paese.

Meloni perciò finge di riprendere concetti di Ugo Spirito: in un contesto accettato di plusvalore assoluto, concede fringe benefit e tassazione ridotta della produttività (solo in ambito privato, però), vara il cuneo fiscale a spese dell’Inps, decide un piccolo ammortizzare familiare sulle bollette (solo temporaneo).

Ma per il resto, si è “dovuta adattare”: l’èlite transnazionale, in un contesto di guerra, ha messo in fila i governi Nato, non lasciando spazi e facendo capire che qualsiasi mossa autonoma sarebbe per loro stata deleteria (vedi North Stream).

Dunque, russofobia, sinofobia, guerra continua ai poveri, ricatto Mes, atlantismo, esser supino nei confronti di Confindustria.

Ora ci troviamo le due gambe ferme, mentre il crollo dei volumi export pari a 10.7% lascia presagire l’inverno produttivo.

Per quanto riguarda noi l’inverno, o l’inferno, dura da 50 anni e sembra non aver fine.

da qui

 

 

 

 

Da cosa deriva il fallimento occidentale oggi… –  Pasquale Cicalese

Quando si pensa di fare gli stronzi con la Russia. Quando si fanno scelte sbagliate.

Quando continui a fare l’arrogante con il resto del mondo ma esso, ormai, ha un suo sentiero di sviluppo futuro tale per cui ti volge le spalle. Quando aumenti i tassi di interesse, ben sapendo che è inflazione da offerta e speculazione di operatori economici.

Quando, contemporaneamente, le tue banche, come scrive ieri Milano Finanza, offrono lo 0% di interessi ai depositi.

Quando la gente, che ha risparmiato in decenni di fatica o si ritrova una piccola eredità o rendita, toglie i soldi dalle banche per continuare a vivere.

Quando i lavoratori, andati in pensione, dimezzano in due anni la loro liquidazione in bollette e caro vita.

Quando dai i soldi ai soliti noti, non rinnovi contratti privati e pubblici e, se pure lo fai, sono una miseria.

Quando dici che i salari da fame si affrontano tagliando il cuneo fiscale, che, guarda caso, sono contributi della gente per la pensione futura, e si ritroveranno con una pensione minore.

Quando fai il gioco delle tre carte, e passi a spendere soldi pubblici in armi e Ponte dello Stretto.

Quando, nel fare questo, costringi la gente a pagarsi un’assicurazione privata per la sanità.

Quando basi il tutto su camerieri, facchini, servienti pagati 4.5 euro l’ora.

Quando, dopo 50 anni, continui con la deflazione salariale e la guerra al salario.

Quando, come scriveva ieri Leo Essen, il denaro non è nulla, senza produzione è una beneamata cippa, come insegna la Cina e il sudest asiatico.

Ecco, quando fai tutto questo significa che tu di economia non capisci niente, sei inadeguato, dai vertici ai quadri ministeriali e regionali. E allora capisci che non è per l’interesse dei padroni, essi devono pensare al profitto, ma è frutto della tua ignoranza e, alla fine, i padroni stessi la pagheranno, anche avendo una marea di soldi; ma il denaro, come ripeto, dice Leo Essen, senza la produzione è una “beneamata cippa”. Lo scriveva Marx nel 1864.

Perché il regime capitalistico uno lo deve studiare. Per essere, per il regime capitalistico, non significa ascoltare Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, triade. Ne sanno ancor meno, sono solo avidi che non conoscono le leggi immanenti del capitale. Capitale studiato fino in fondo da Marx ed Engels, che, per ironia della storia, ha trovato in Oriente il suo sbocco.

Da 50 anni l’Occidente non sta capendo nulla. Un mio caro amico, che sta in Olanda, mi parla di multinazionali che, per l’inflazione da offerta, se ne vanno. La Germania è quella che è.

Per questo ieri scrivevo “dove vogliono andare a parare?“. Noi non ci siamo, ok, ma loro mi fanno semplicemente ridere, o piangere, per le loro scelte. Ecco perché ritengo da 30 anni che i democristiani fossero più preparati.

da qui

 

 

 

Gustavo Petro: “La caduta del Muro di Berlino ha indebolito il movimento operaio”

domenica 2 ottobre 2022

I dieci piccoli indiani della disintegrazione epocale - Gimmi Santucci


Dieci istanze che comprendono il nostro vivere, dieci aree devastate una a una, come una macabra filastrocca, un rituale disumano che non trascura nulla. Tentiamo di sorvolarle a bassa quota, consapevoli che la velleità di ogni vué dégagée trascura nitidezza e dettagli.

10. Il liberismo ha vinto. Da quarant’anni ha ripreso vigore occupando ogni ambito.

L’economia poteva essere lo spazio naturale in cui impiantare il suo corredo di libero mercato, Stato minimo, sistema aperto e lassaiz faire. Ma la reazione neoclassica era talmente urgente che ha imperversato sull’informazione, sull’istruzione, su ogni dinamica sociale. Hanno vinto e hanno preso tutto, e non sono neanche gli austriaci alla Hayek, dove l’economia era ancora una scienza sociale, ma i Chicago Boys di Friedman, per cui l’economia diventa disciplina empirica da coniugare al monetarismo e al culto della moneta scarsa.

9. Questo non è bastato. Istanze geopolitiche esogene hanno imposto lo smantellamento del comparto manifatturiero, della trasformazione industriale. Lo stile e l’inventiva nostrane sono espatriate. In nome dell’economia di scala, del gigantismo produttivo e della delocalizzazione, ci siamo persi anche le banche, gran parte della Piccola e Media Impresa, nostra spina dorsale, e il controllo della Borsa. Nel frattempo stiamo perdendo anche il turismo e il “fuori casa” a favore di gruppi che fanno finanza più che ospitalità. Né industria, né servizi, né creatività. Cosa resta?

8. Oltre alla negazione di una politica industriale, lo stesso si è fatto con quella estera. I rapporti con l’Oriente di Russia e Turchia sono sospesi o compromessi, abbandonati l’influenza e gli interessi nel Mediterraneo. Ogni intento di proiezione e posizionamento in qualsiasi parte e settore di mondo è dimenticato. Una terra proiettata al centro del Mediterraneo, a sua volta snodo di tre continenti, relegata a ruolo di portaerei in terra per conto terzi, comparsa muta della dialettica internazionale.

7. Del resto è dimenticata l’azione politica tutta. La cerniera tra la gente e le Istituzioni è scardinata. Non c’è più una visione di lungo termine, una rappresentanza popolare, il Parlamento esautorato è solo il simulacro dell’indirizzo e del controllo della gestione nazionale. Mani Pulite, Maastricht e la Moneta Unica hanno spazzato via politica e politici. Restano socialari sloganatori travolti dalla corrente di qualche sponsor, in un alveo decisionale asciutto.

6. Così ci troviamo privati della percezione di chi siamo e di cosa possiamo rappresentare, quale azione e ruolo dobbiamo svolgere negli equilibri complessivi, come dobbiamo posizionarci nello scenario in trasformazione. Deindustrializzati, fiaccati nella produzione di qualità, spariti i Centri Stile, i precursori di tendenze, le Scuole artistiche, ogni eccellenza,  resta l’autolesionismo di riconoscerci lestofanti e nullità, di compiacere chi ha un interesse contrario al nostro, di obbedire zelanti a chi ci utilizza come salvadanaio e deposito attrezzi.

5. Ogni soluzione proposta per un domani migliore, che sarà sempre un domani in più e mai un oggi, riguarda sempre e solo tecnica e contabilità. Ci salveremo solo con artifici di bilancio, debiti da ridurre, da contrarre per forza, partite di giro e distribuzioni monetarie pretestuose e disfunzionali? Ci salveremo solo con l’ecumene digitale, una chimica fine a sé stessa e l’involuzione energetica? Mentre il culto positivista si impone su ogni istanza, soccombe l’Uomo, costretto a servire sistemi favorevoli a pochi e letali per troppi, aspettando l’aporia di un’Intelligenza Artificiale che rischia di rimanere l’autopoiesi cibernetica di un borborigmo.

4. Per garantirsi la quiescenza collettiva, i decenni di dominio neoclassico reazionario hanno provveduto a squalificare l’Istruzione, hanno impoverito il pensiero privandolo di conoscenze, ne hanno limitato l’espressione appiattendo il linguaggio, hanno sterilizzato l’analisi e la critica disabituando alle connessioni, al dubbio, alla verifica delle informazioni. Anche la laurea è un concorso a punti, un breviario illustrato, un compendio di nozioni da Trivial Pursuit. Sotto i cinquant’anni abbondano strutture mentali simili ad applicazioni informatiche che riducono la conoscenza a un’interfaccia utente per il disbrigo di poche azioni.

Così facendo, un nuovo analfabetismo è alle porte, foriero di fenomenologie oligofreniche e atteggiamenti autistici dove sinapsi, epistemica ed emotività vanno in corto circuito per assenza di tassonomia.

3. Un tale contesto esclude la sinderesi, l’equilibrio e la proporzionalità  tra l’approccio idiografico e quello nomotetico.

La distinzione tra Bene e Male, tra individuo e collettività, tra bisogno specifico e beneficio comune è distorta se non annullata. Lo spazio di reciprocità sociale e di garanzia etica è occupato dall’incertezza che disorienta e destabilizza, dall’iniquità e dall’assenza di ogni parametro valoriale certo, dalla competizione che annulla qualsiasi cooperazione, sversando l’arbitrio in una anomia intermittente e schizofrenica che non consente un fondamento morale condiviso.

2. Le interazioni sociali e gli accadimenti si svolgono prescindendo dalla consequenzialità e da un senso da cogliere. Prevalgono i rapporti di forza, rimarcati con l’avvicendarsi di scelte controintuitive e paralogismi “ex abrupto”Il tutto in uno svolgersi temporale artefatto, dove il passato è una dimensione da rinnegare, il futuro è l’unica a cui protendere senza che arrivi mai, costretti a una successione di presenti dove niente sedimenta e tutto si confonde in un relativismo selettivo avverso alla maggior parte di noi.

1. C’è una confusione voluta sulla dimensione spirituale ed energetica dell’uomo. La risorsa sovrumana, il potenziale ultra fisico, la multidimensionalità esistenziale sono ridotte a farneticazioni di aggregati settari, a cenacoli esoterici di cui sospettare, a fenomeni da schernire e sfatare con qualche articolessa riduzionista. Invece un nuovo percorso potrebbe partire proprio dal riappropriarsi della nostra dimensione ontologica, filosofica e trascendentale. Consapevolezza, armonia, frequenza vibrazionale alta determinano il nostro benessere più che l’aria e il nutrimento. E ci rendono rendono extra-ordinari.

Nessuna velleità di proporre soluzioni ora, se non aspettare il momento per ripartire ricostruendo spazi, ritrovando paradigmi a nostra misura, declinando nuove categorie ispirati da ciò che ha reso le nostre storie vivibili.

0. Ci sarà “il giorno dopo”, saremo stanchi. L’anima sarà intasata per quanta inutile e ingiusta fatica avrà filtrato. Ma dovremo comprendere noi stessi, considerare gli altri, guardarci negli occhi, tenderci le mani e assistere come per la prima volta all’eterno prodigio del nostro respiro e dell’alba, quale è sempre stata e quale sarà ancora.

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