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mercoledì 6 agosto 2025

Modello Milano? Due miliardi di euro regalati ai costruttori: così il Comune ha rinunciato a pretendere oneri e servizi - Gianni Barbacetto

 

Il Comune ha rinunciato a 107 milioni di oneri e a 1,3 miliardi di terreni per realizzare servizi Persi 500 milioni anche negli scali ferroviari

 

C’è voluto un non-architetto e non-milanese come l’accademico dei Lincei Salvatore Settis per raccontare impietosamente (su La Stampa) il Sistema Milano: “Un totale capovolgimento delle ragioni della pianificazione. A dettare le regole era l’interesse privato dei pochi speculatori edilizi, e non quello di tutti i cittadini che il Comune dovrebbe far proprio”.

Questo metodo, glorificato da molti come scorciatoia per lo sviluppo della città, genera disuguaglianze, lede la democrazia che vorrebbe i cittadini tutti uguali di fronte alla legge. Ma ha anche un pesante costo economico, pagato dai milanesi in mancati servizi. Almeno 2 miliardi di euro. Proviamo a fare qualche calcolo.

Nell’ultimo decennio, Milano ha perso innanzitutto 107 milioni di euro, perché dal 2007 al 2023 l’amministrazione non ha fatto gli adeguamenti triennali degli oneri d’urbanizzazione previsti da una legge dalla Regione. Gli oneri sono quanto gli operatori immobiliari devono versare, per legge, alle casse del Comune per realizzare i servizi (fognature, marciapiedi, verde, asili nido…) resi necessari dall’arrivo di nuovi abitanti in una determinata zona della città. Il calcolo, provvisorio, è stato fatto dall’ingegnere e architetto Gabriele Mariani e dall’ex consigliera comunale del Movimento 5 Stelle Patrizia Bedori (un’attivista generosa e instancabile, recentemente scomparsa, a cui Milano dovrebbe riconoscenza): l’hanno inserito in un ricorso alla Corte dei conti, perché appuri se è stato arrecato un danno erariale (per la precisione di 107.631.483,32 euro) alle casse del Comune.

Ai 107 milioni di mancati oneri di urbanizzazione si aggiungono altri 100 milioni non incassati di oneri “a scomputo”, cioè quelli che per legge dovrebbero essere pagati direttamente dagli operatori immobiliari realizzando opere e servizi.

La molla è quella della “attrattività”: per attirare investimenti immobiliari, Milano ha tenuto bassi gli oneri, che sotto la Madonnina sono i più bassi d’Europa. In più, ha quasi azzerato le norme urbanistiche, considerando – contro la legge – “ristrutturazione” l’edificazione di grattacieli residenziali al posto di piccoli fabbricati che erano laboratori o uffici: così scatta uno sconto fino al 60% degli oneri. Difficile calcolare la perdita per la città, in mancanza del dato da cui partire: quante nuove costruzioni sono state fatte passare per “ristrutturazioni”, e per quale valore totale? Lo sanno solo gli uffici comunali.

Ma c’è comunque un’altra voce, e perfino più pesante, nella casella delle perdite: quella delle “monetizzazioni degli standard”. Chi costruisce deve cedere al Comune, per legge, una quota di aree per realizzare servizi per la città. A Milano, l’amministrazione non le ha pretese, accontentandosi di “monetizzarle”, cioè incassando denaro invece che aree. Ma – hanno scoperto i consulenti tecnici della Procura – gli operatori hanno pagato le “monetizzazioni” a prezzi di saldo, un quarto del loro valore. Con un accesso agli atti, Gabriele Mariani è riuscito a sapere che negli anni dal 2011 al 2023 la direzione Rigenerazione urbana del Comune di Milano “per monetizzazioni relative a interventi edilizi-urbanistici” ha incassato 440 milioni. Se davvero, come ritiene la Procura, sono un quarto del dovuto, l’incasso avrebbe dovuto essere 1,760 miliardi, con una perdita per il Comune di 1,320 miliardi non incassati.

Sommando dunque questa cifra di 1,320 miliardi ai 107 milioni di mancati oneri e ai 100 di oneri “a scomputo” non incassati, si ottiene un totale di 1,527 miliardi persi dalla città e regalati ai costruttori.

È un miliardo e mezzo che Milano ha lasciato agli operatori e ai fondi immobiliari, e che il Comune ha rinunciato a incassare. Quanti servizi si sarebbero potuti realizzare con quei soldi? Quanti asili nido si sarebbero potuti costruire? Quante piscine si sarebbero potute ristrutturare (a Milano sono inagibili quasi tutti i centri balneari comunali, per mancanza di soldi)? Quante abitazioni si sarebbero potute rendere abitabili, dei 2.500 alloggi popolari fuori uso che oggi non possono essere assegnati a chi ne ha diritto?

Il conto cresce se a questo miliardo e mezzo si somma la cifra che è stata scontata agli operatori facendo passare come “ristrutturazioni” le nuove costruzioni di grattacieli: una cifra di difficile calcolo per noi, ma che gli uffici comunali possono certamente ricostruire. Ma anche senza questa x che il sindaco potrebbe far calcolare ai suoi uffici, si arriva comunque ai 2 miliardi, se si aggiunge il mezzo miliardo a cui il Comune ha rinunciato dall’operazione scali ferroviari. Sono sette grandi aree che Fs ha “valorizzato” vendendole come fosse un immobiliarista privato, mentre un tempo erano state concesse dal Demanio alle Ferrovie dello Stato per sviluppare un servizio pubblico, quello dei trasporti. Il Comune ci ricaverà comunque solo una cinquantina di milioni, invece dei 500 che sarebbero dovuti, considerando il valore dell’operazione immobiliare. In più, Milano perderà la sua circle line: “L’edificazione delle aree ferroviarie”, ricorda l’ex assessore milanese ai Trasporti Giorgio Goggi, “era stata concessa in cambio dell’impegno di Fs a investire i proventi nel secondo passante ferroviario”. Cioè la linea ferroviaria metropolitana che avrebbe completato i collegamenti pubblici milanesi. Promessa dimenticata.

Naturalmente questi 2 miliardi e più sono calcolati sulla base di quanto è stato costruito a Milano nelle condizioni di estremo vantaggio per gli operatori garantite dal “Rito ambrosiano”, in nome dell’“attrattività”. Milano è la città prima in Europa per investimenti immobiliari, davanti a Monaco di Baviera e Amsterdam. Se le condizioni fossero state diverse, gli oneri d’urbanizzazione più alti, le monetizzazioni a prezzi di mercato e non di saldo, si sarebbe costruito di meno, con relativo calo delle entrate per le casse comunali. Ma quello che un buon amministratore avrebbe potuto e dovuto fare è una mediazione tra attrattività e servizi da assicurare ai cittadini, trovando un bilanciamento tra quanto concedere agli operatori per attirare investimenti e quanto pretendere da loro per offrire servizi alla città. Invece ha vinto la bulimia. Si è affermato il Sistema Milano, con suoi patti segreti tra costruttori, progettisti e dirigenti comunali. E un paio di miliardi, o almeno uno, che avrebbero davvero reso Milano più bella e vivibile, e meno diseguale.

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venerdì 11 agosto 2023

I can’t breathe. Storia di Bakul e Hossein, soffocati da sfratto e speculazione immobiliare - Stefano Portelli

Violenza della polizia non è solo quando un agente stringe il collo di un afroamericano fino a farlo morire soffocato. È violenza anche quando una pattuglia di celere si presenta in forze alle sei del mattino per sbattere fuori casa una donna lavoratrice migrante e suo fratello invalido. Begum Rabeya Bakul e Shahadad Hossein venerdi 14 luglio mattina sono stati sfrattati dalla loro casa nel quartiere romano del Quadraro.

Hossein è sordomuto, quasi cieco e ha un solo polmone: dorme attaccato a un respiratore e ha bisogno dell’aiuto della sorella per quasi tutto. Già nei giorni precedenti allo sfratto non aveva retto la tensione ed era scappato di casa. Rabeya lo aveva trovato perso in mezzo al parco degli Acquedotti, sotto il sole di luglio. Trasferito in un centro di emergenza a dieci chilometri da quello di Rabeya, anche lui rischia di non riuscire più a respirare, come conseguenza della violenza subita.

Rabeya e Hossein da diversi anni faticavano a tenere testa alle richieste ingiustificate e illegali del maxi proprietario immobiliare a cui la polizia ha restituito l’abitazione, e che ora la userà per sfruttare un’altra famiglia migrante. Rabeya è in Italia da trent’anni e per quattordici ha fatto le pulizie all’ospedale Vannini di Torpignattara; poi è stata licenziata con altri trenta lavoratori, e dopo diversi anni di difficoltà, aggravate dal Covid, stava risollevando la testa grazie a un corso da operatrice sociosanitaria e a due nuovi lavori. Con l’invalidità del fratello, il nucleo ha più di trenta punti per accedere a una casa popolare e avrebbe diritto anche agli alloggi di emergenza, ma il Comune preferisce tenerli vuoti, in attesa di chissà quale calamità naturale. Ma quale disastro è peggiore dell’avidità della grande proprietà immobiliare?

Racconto questo ulteriore episodio della guerra delle istituzioni contro la stessa popolazione che le mantiene non solo a onore della cronaca, ma per sottolineare la necessità di mobilitarci in modo più efficace perché queste cose smettano di succedere. I migliori alleati di sfruttatori e palazzinari sono lo scoraggiamento e l’annebbiamento che portano le persone a dividersi in gruppi rivali o in competizione tra loro, quindi a perdere di vista gli obiettivi comuni e la capacità collettiva di raggiungerli. È indispensabile sconfiggere questi fantasmi e riprendere in mano le redini della trasformazione sociale: sfratti e sgomberi possono essere bloccati, le leggi possono cambiare, se c’è una mobilitazione in grado di imporre queste trasformazioni.

Lo sfratto è avvenuto al Quadraro, storico quartiere dell’antifascismo romano, che oggi fatica a trovare le forze per impedire la violenza del nuovo fascismo ultraliberista. Nonostante si trovi in una delle zone di Roma politicamente più attive, tra Torpignattara, Centocelle e la via Tuscolana, circondato da centri sociali e da sedi di organizzazioni politiche, non piú di un pugno di abitanti solidali sono riusciti a organizzarsi per difendere i loro vicini. Questo non è solo un segno del fatto che le strutture militanti stanno dando poco peso alle continue violenze contro gli inquilini più impoveriti; è anche un sintomo dello sfilacciamento sociale del quartiere, a sua volta prodotto della gentrificazione e delle costanti espulsioni della popolazione locale. All’aumento dei locali, delle iniziative culturali e delle installazioni artistiche corrisponde un crollo della solidarietà tra abitanti, oltre che un aumento dello sfruttamento da parte dei proprietari immobiliari. La gentrificazione non porta “capitale sociale” né aumento della coscienza politica sui territori; al contrario, disperde le collettività e indebolisce l’organizzazione politica. Le attiviste e gli attivisti che hanno provato a opporsi allo sfratto sono state strattonate, spinte e minacciate dagli agenti. Un agente dopo aver eseguito lo sfratto ha schiaffeggiato un attivista che protestava.

La via dove abitavano Rabeya e Hossein è una piccola traversa senza nome su via dei Ciceri, quasi tutta proprietà dei discendenti di una storica famiglia di costruttori romani, i Federici. Qualcuno avrà presente palazzo Federici, dove si ambienta il film Una giornata particolare; l’intero quartiere intorno a piazza Bologna è stato costruito da questa stirpe di costruttori. I due fratelli Roberto e Giovanni Federici, che hanno poco più di quarant’anni, hanno ereditato trentacinque case su via dei Ciceri. Sono tutte poco più che baracche di pessima qualità, piene di umidità e di muffa, affittate a migranti (per lo più filippini) a cui i due palazzinari chiedono cifre fuori misura. Già nel 2020 la Asl aveva certificato a Rabeya che la sua casa era di qualità mediocre; poco prima dello sfratto Rabeya stessa aveva commissionato una perizia a un ingegnere, che aveva calcolato che per una casa di quelle dimensioni e in quello stato non avrebbe dovuto pagare più di seicentocinquanta euro. Per cinque anni Rabeya ne aveva pagati ottocento al mese: migliaia di euro di profitto illecito per la proprietà, responsabile anche dei danni alla salute provocati dall’umidità, sia a lei che al fratello invalido.

Com’è ormai abituale, tuttavia, il tribunale di Roma ha ubbidito servilmente ai due proprietari, ordinando lo sfratto per morosità anziché richiedere ai Federici di rispettare le leggi sugli affitti. Dovrebbero essere i proprietari a rimborsare Rabeya e Hossein per i canoni riscossi illegalmente e per i danni causati alla salute di una persona invalida; ma il razzismo e il classismo delle istituzioni fanno sì che siano invece le vittime dello sfruttamento a essere considerate colpevoli, cioè “morose”. L’indifferenza dei media abitua la popolazione a considerare normali queste situazioni, e a naturalizzare l’idea che ogni tanto delle persone che lavorano come muli siano cacciate di casa.

Dopo i primi due accessi dell’ufficiale giudiziario, Rabeya ha chiesto all’Onu di essere considerata persona vulnerabile, pertanto di intervenire per fermare lo sfratto. Come era già avvenuto in altre occasioni, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani ha scritto allo stato italiano chiedendo di sospendere lo sfratto o di fornire un’abitazione adeguata alla famiglia. Un trattato firmato dall’Italia nel 2015, infatti, prevede che le commissioni Onu possano intervenire nei procedimenti giudiziari e amministrativi se sospettano il rischio di danni irreparabili. Ma nessuna delle due richieste è stata rispettata dallo stato italiano: il tribunale ha negato la sospensione dello sfratto e il Comune ha negato una casa popolare al nucleo familiare. Un dipendente del commissariato di polizia a cui era stata fatta notare la violazione ha detto espressamente che “lo stato preferisce pagare la multa all’Onu”. I servizi sociali hanno proposto a Rabeya un centro di emergenza per passare le notti (di giorno deve stare per strada), sostenendo che il fratello sarebbe dovuto rimanere fuori. Solo dopo varie proteste davanti ai vari assessorati, il Comune ha riconosciuto di dover dare un riparo di emergenza anche a Hossein. La Asl aveva chiesto che il nucleo non fosse diviso perché Hossein dipende dalla sorella: neanche questa misura è stata rispettata. Il medico legale, su pressione del proprietario, ha certificato invece che Hossein poteva essere portato via. Con un’ironia crudele, l’ufficiale giudiziario ha messo a verbale il cattivo stato dell’immobile per giustificare la necessità dello sfratto. Ma nessuno ha chiesto il sequestro della casa per violazione delle norme sugli affitti.

Le uniche richieste soddisfatte integralmente dalle istituzioni sono quelle dei Federici, a cui la polizia ha fieramente restituito l’immobile. L’avvocato di Rabeya aveva diffidato il commissariato di Torpignattara dall’eseguire lo sfratto; anche il presidente del V MunicipioMauro Caliste, aveva chiesto al commissario di rinviare l’esecuzione, e al Dipartimento patrimonio di dare una casa di emergenza a Rabeya e Hossein. Nessuna risposta, né dalla prefettura né dall’assessore Tobia Zevi, perché l’unica legge che conta davvero è quella della proprietà. Tutti i funzionari e i politici responsabili di questa violenza, dall’ufficiale giudiziario agli assessori agli assistenti sociali, ripetono il mantra della banalità del male: non posso fare niente, eseguo gli ordini.

E non è vero! È solo per vigliaccheria, se non per compiacenza con gli interessi dei grandi proprietari, che nessuna delle cariche dello stato solleva la questione centrale, cioè l’incostituzionalità di questi sfratti. Se l’Italia non voleva rispettare i trattati sui diritti umani, non c’era bisogno di firmarli. Una volta firmati, però, essi rientrano tra gli obblighi internazionali garantiti dalla Costituzione. Dovrebbe essere semmai la Corte Costituzionale, e non un giudice qualunque del tribunale di Roma, a decidere se prevale il rispetto dei trattati o quello della proprietà. Ma alla Corte Costituzionale possono ricorrere solo altri giudici o cariche dello stato. Nessuno di questi assessori e presidenti lo farà, finché non ci sarà una pressione collettiva perché le istituzioni rispettino almeno le loro stesse leggi, come presupposto per cambiarle. Bloccare gli sfratti a oltranza, come sta succedendo da anni con altre famiglie a Roma (per esempio in via Silvio Latino, dove l’Onu ha chiesto la sospensione ma l’esecuzione viene rimandata ogni mese grazie alla presenza di centinaia di persone ai picchetti, o a via Casale de Merode, i cui abitanti proprio oggi hanno occupato la regione Lazio), significa costringere gli stessi proprietari a fare pressioni sulle istituzioni perché riattivino la concessione delle case popolari. Ma finché a difendere gente come Rabeya e Hossein non ci saranno cento o duecento persone, e non dieci o venti, continueremo ad avere sfratti, violazioni dei diritti umani, soprusi e impunità. Al massimo poi pagheranno le multe, con i soldi degli stessi lavoratori sfrattati. Chissà quanti di loro, già adesso, non riescono più a respirare. 

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venerdì 2 giugno 2023

Le parole del Pnrr e il diritto alla casa - Sarah Gainsforth*


 

L’attacco di interessi privati alle risorse pubbliche per il diritto alla casa e allo studio si manifesta nel linguaggio del Pnrr e dei suoi decreti attuativi, con la comparsa di nuove definizioni e di dati che non tornano.

 

La vicenda dei posti letto per studenti finanziati con 960 milioni di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), finora destinati soprattutto a studentati privati anziché agli enti per il diritto allo studio, consente di osservare all’opera, nei dettagli, l’espansione dell’ideologia neoliberale.
La lettura del Pnrr e dei suoi decreti attuativi è un esercizio che vale la pena fare perché consente di cogliere i meccanismi di penetrazione parassitaria di interessi privati che colonizzano la sfera pubblica per appropriarsi delle sue risorse.
Questi meccanismi si manifestano nel linguaggio: congiunzioni e avverbi che compaiono da un decreto attuativo all’altro in paragrafi altrimenti identici, nuove definizioni che entrano nel lessico istituzionale, sfumature, piccoli aggiustamenti; la scomparsa di parole che vincolano le risorse economiche a un obiettivo preciso e di pubblico interesse, come il diritto allo studio e all’abitare. Ancora: parole che creano incertezza e che aprono a nuovi principi e interessi. Così le norme dello stato diventano espressione di interessi privati. L’avanzata avviene nei dettagli, nella discrepanza di dati, nel loro occultamento, e produce effetti devastanti. La scelta della lingua, poi, è determinante: tutto quello che è poco chiaro, perché così deve restare, poco chiaro, lo si nomina in inglese. Questa è la sfera dove avviene la colonizzazione. «Abitare» diventa «housing», come se si trattasse di un’innovazione. Il diavolo sta nei dettagli.

 

Giochi di parole 

La premessa è questa: il Pnrr ha stanziato 960 milioni di euro per triplicare il numero di posti letto per studenti universitari, portandoli da 40mila a 100mila entro la metà del 2026. La prima fase della misura si è conclusa a febbraio con l’assegnazione a soggetti pubblici e privati di 287 milioni di euro per la «creazione» di oltre 9mila posti. Due terzi di queste risorse sono andate a gestori privati come Camplus e Campus X.
La seconda fase del Pnrr prevede l’assegnazione di 660 milioni di euro, confluiti in un fondo che si chiama Fondo «housing» universitario, per circa 52mila posti: si tratta di un contributo di 12mila euro a posto letto, o 350 euro a posto per tre anni, l’arco temporale per cui il Pnrr prevede la copertura dei costi di gestione dei posti. Questo contributo, erogato a gestori di studentati, agirebbe con un «effetto leva»: non coprirà infatti i costi di realizzazione di nuovi posti, ma sarà un incentivo al finanziamento dei posti da parte di privati che beneficiano anche di importanti agevolazioni fiscali e la possibilità di locare le stanze ad altri utenti, come turisti
Secondo il ministero anche gli enti pubblici potrebbero partecipare al bando per l’assegnazione delle risorse del Fondo housing universitario. Ma non lo faranno, perché gli enti pubblici non hanno la disponibilità economica per creare nuovi posti con un contributo che copre solo una parte delle spese. Così le risorse saranno destinate ai soggetti privati «anche in convenzione» con le università e gli enti per il diritto allo studio». La comparsa di «anche», congiunzione che esprime possibilità, prima di «in convenzione» significa che i privati potranno beneficiare delle risorse anche non in convenzione con gli enti pubblici: con quella congiunzione piazzata al posto giusto questo vincolo è caduto.
Infine, se il ministero parla di partenariato pubblico-privato, con il Fondo housing universitario la maggior parte delle risorse le metterebbe il privato; il pubblico si limiterà a erogare un contributo. Non si tratta, insomma, di un partenariato ma della destinazione di risorse pubbliche a soggetti privati a scopo di lucro, senza alcun vincolo sulla destinazione dei posti agli studenti nelle graduatorie per il diritto allo studio.

 

L’obiettivo non è il diritto allo studio 

Per comprendere l’assenza di un vincolo torniamo all’inizio. Il primo problema riguarda l’interpretazione delle parole del Pnrr. Quale obiettivo intende realizzare il Pnrr con queste risorse e come lo esprime? La Riforma 1.7 è effettivamente una misura per il diritto allo studio?

Nella prima versione del Pnrr approvata dal Consiglio dei ministri del governo Conte il 12 gennaio 2021 nel titolo della Riforma 1.7 compaiono le parole «diritto allo studio». Nella versione definitiva queste parole sono scomparse. Leggiamo il testo: l’obiettivo della riforma è «triplicare i posti per gli studenti fuorisede, portandoli da 40mila a oltre 100 mila entro il 2026». Da nessuna parte c’è scritto «diritto allo studio». La riforma non ha l’obiettivo di incentivare il diritto allo studio, perché questo obiettivo non è mai citato. Gli studenti definiti «capaci e meritevoli se pur privi di mezzi», quelli più poveri insomma, che hanno diritto a una borsa di studio e a un alloggio se sono fuorisede, non sono mai menzionati.
Così nei decreti di attuazione del Pnrr è scomparsa la quota del 20% di posti cofinanziati dal pubblico che i privati devono riservare agli studenti meno abbienti, che era invece presente nei bandi precedenti negli articoli sulla destinazione dei posti. Adesso questa percentuale di posti riservati agli studenti più poveri è stata sostituita con le diciture «prioritariamente» e «ove possibile».
Il Pnrr parla di «incentivare la realizzazione» e di «creazione» di «nuove strutture di edilizia residenziale universitaria». I target sono «almeno 7.500 posti letto aggiuntivi» il primo, e «creazione e assegnazione di almeno 60.000 posti letto aggiuntivi» il secondo. Nelle schede inviate alla Commissione europea si parla di posti sia «nuovi» che «aggiuntivi». Non ci sono dubbi: l’obiettivo è per posti nuovi. «Se l’italiano non inganna, creare significa produrre dal nulla», si legge nel report «Diritto al profitto, come sperperare i fondi del Pnrr» presentato a Roma il 18 maggio dall’Unione degli universitari.
Ma nei decreti attuativi le parole «creare» e «nuovi», riferito ai posti letto, sono scomparse, sostituite dalla definizione di posti letto «aggiuntivi». Così i primi 278 milioni di euro del Pnrr hanno finanziato posti già esistenti, perlopiù in studentati privati, per rispettare formalmente la scadenza del primo target (dicembre 2022, prorogata a febbraio 2023) e non perdere i fondi.
Il criterio applicato è stato questo: se al momento della presentazione dei progetti i posti letto fossero o meno già censiti nella banca dati del ministero.
Questo è detto esplicitamente in un decreto di luglio: «nel caso di ristrutturazione di immobili già nella disponibilità dei soggetti proponenti deve essere specificato nella manifestazione di interesse che i posti letto non sono stati computati nella baseline Ustat adottata in sede di definizione dei target del Piano nazionale di ripresa e resilienza».
Erano dunque ammessi a cofinanziamento posti già esistenti.
Il ministero ha equiparato tutti i posti negli studentati privati non censiti nella propria banca dati come «nuovi». E quindi li ha finanziati. Alcuni di questi posti sono gestiti dagli stessi operatori, negli stessi edifici, a volte da oltre dieci anni.
La differenza è che adesso rientrano nel perimetro dell’offerta «istituzionale» (definizione mia): restano privati, ma ricevono contributi pubblici che sono serviti all’acquisto e alla locazione di immobili, da parte dei gestori privati.
I fondi pubblici sono finiti a banche, società edili, fondi immobiliari (come a Milano, Ferrara e Torino) per l’acquisto e l’affitto degli edifici da parte di gestori come Camplus e Campus X che poi locano le stanze agli studentati.
Si tratta di immobili che restano di proprietà dei soggetti gestori degli studentati e hanno un vincolo d’uso che dura nove anni.

 

L’offerta di posti prima del Pnrr

Questi posti letto, si legge nei decreti, sarebbero «aggiuntivi».
Aggiuntivi a cosa?
Qual è la «baseline Ustat adottata in sede di definizione dei target del Piano nazionale di ripresa e resilienza»?

L’obiettivo definito nel Pnrr è «triplicare i posti per gli studenti fuorisede, portandoli da 40mila a oltre 100 mila entro il 2026». Il dato di partenza sono quindi 40mila posti: sembrerebbero quelli degli enti per il diritto allo studio. I posti degli enti regionali per il diritto allo studio (Dsu) nell’anno accademico 2019-2020 (anno accademico di riferimento per il Pnrr) erano infatti 42.732 (erano 41.500 l’anno successivo), si legge nel focus annuale 2019-2020 sul diritto allo studio.

Di fatto l’offerta è composta anche da posti resi disponibili in maniera autonoma da alcuni atenei, «seppur in misura minore». Poi ci sono i posti nei Collegi universitari di merito, statali e accreditati: «centri per gli studenti universitari che alla funzione abitativa associano un progetto di formazione umana, accademica e professionale».
Tre collegi di merito sono pubblici, mentre gli altri sono privati. I posti nei collegi di merito sono censiti nella banca dati Ustat divisi per ogni città: nel 2019-2020 erano 4.475 (5.056 l’anno successivo).
Di questi, non si sa quanti siano stati destinati a studenti nelle graduatorie per il diritto allo studio (questo dato è pubblicato solo per gli enti pubblici, le Dsu). In ogni caso, i posti nei collegi universitari sono riservati ai soli ospiti dei collegi. Ricapitolando, l’offerta di posti letto è costituita da alloggi gestiti da tre soggetti: gli enti per il diritto allo studio (gli unici che sarebbero considerati dal Pnrr), gli atenei, e i collegi di merito.

I collegi di merito sono definiti come «legalmente riconosciuti» e se posseggono determinati requisiti possono essere accreditati e quindi accedere al contributo statale (circa 11 milioni di euro l’anno).
La Conferenza dei Collegi universitari di merito (Ccum) è stata fondata nel 1997 da Maurizio Carvelli, l’amministratore delegato della Fondazione Ceur, dietro il marchio Camplus. Oggi gli enti gestori dei collegi di merito privati accreditati sono 17. Gli enti che hanno più collegi accreditati sono la Fondazione Ceur (proprietaria del marchio Camplus) con dieci collegi, e la Fondazione Rui con 13. Le fondazioni stipulano convenzioni con le università per l’erogazione di borse di studio per studenti meritevoli.
La Fondazione Rui, per esempio, ha una convenzione con l’università La Sapienza per dieci borse di studio annuali che prevedono un’agevolazione di mille euro della retta per un posto letto. La retta per un posto presso un collegio della Fondazione Rui a Roma costa fino a 15mila euro l’anno; comprende una varietà di servizi e un progetto formativo personalizzato.

L’invenzione dell’offerta «strutturata» e i collegi di «ispirazione cristiana» 

La seconda fase del Pnrr, quella legata al Fondo housing universitario, prevede «la ricognizione dei fabbisogni territoriali dei posti letto, funzionali alla assegnazione delle risorse, in base all’offerta oggi disponibile».
Che non coincide, però, con la «baseline» individuato dal Pnrr (40mila posti).
Nel decreto che istituisce il Fondo housing universitario, infatti, compare per la prima volta una nuova definizione dell’offerta esistente: si chiama offerta «strutturata» e, si legge nel decreto, è composta di strutture pubbliche e/o convenzionate.
I posti di questa offerta «strutturata» (riportati nell’allegato A al decreto) sono molti di più dei 40mila usati come «baseline» del Pnrr: sono 54.810 posti (secondo il mio calcolo, perchè nell’allegato al decreto manca la somma totale dei posti elencati per città).
Si tratta di 12mila posti in più rispetto a quelli degli enti per il diritto allo studio disponibili nel 2020; 15mila in più rispetto alla «baseline» del Pnrr (40mila posti).
È una differenza sostanziale.
Perché l’offerta di posti esistenti è aumentata così tanto?
E come è stata calcolata?
In nota nell’allegato che quantifica la nuova offerta «strutturata» si legge che i dati sono relativi all’anno accademico 2019-2020 perché «la baseline adottata ai fini del Pnrr» è stata calcolata con dati di giugno 2020. Ma questa baseline, di oltre 54mila posti, non ha nulla a che fare con quella del Pnrr (40mila posti). Perché è cambiata? E se proprio si poteva cambiare, perché non usare dati aggiornati (il decreto è del 27 dicembre 2022), includendo anche i posti finanziati con il primo bando del Pnrr, i 4.478 posti ammessi a finanziamento a novembre?

L’offerta «strutturata», si legge nel decreto, include i posti degli enti per il diritto allo studio, ma anche i posti degli atenei e dei collegi di merito. Per tutti questi posti «si fa riferimento agli open data del Mur (base dati Ustat)». Ma accanto a questi tre soggetti, che tradizionalmente compongono l’offerta di posti, nel decreto è comparso un quarto soggetto i cui posti sarebbero adesso parte dell’«offerta strutturata»: le strutture dell’Associazione Collegi e Residenze Universitarie (Acru). Ma il ministero non pubblica e non ha mai pubblicato i dati su questi posti: qual è allora la fonte di questi dati? Quanti e dove sono questi posti, a chi sono destinati, a quali condizioni, da chi sono gestiti? Nel decreto questo non è specificato.
L’Acru, si legge sul sito dell’Associazione, «riunisce i Collegi e le Residenze universitarie che si riconoscono nella Charta dei Collegi Universitari di ispirazione cristiana». Ancora: «l’Associazione opera in costante collegamento con l’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università (Unesu) della Conferenza Episcopale Italiana (Cei)». L’Unesu «ha lo scopo di approfondire l’insegnamento cristiano attinente l’educazione e la scuola» e «assicura particolare attenzione alla Scuola Cattolica di ogni ordine e grado e alla Formazione Professionale» si legge sul suo sito web.
I posti dell’Acru, scopriamo nel decreto che istituisce il Fondo per l’Housing universitario, sono ora «convenzionati» con il pubblico. Eppure – ripetiamolo – questi posti non sono mai stati censiti nella banca dati Ustat del Mur. Meglio: non lo sono ancora. Perché il fatto che non siano ancora censiti, come sappiamo, significa che sono buoni candidati a essere considerati dal ministero come «nuovi», e dunque finanziabili con fondi del Pnrr.

I conti, peraltro, non tornano neanche confrontando la nuova offerta «strutturata» con i dati del ministero sugli altri tre soggetti gestori tradizionali (quindi posti Acru a parte) che sarebbero stati usati come base di calcolo secondo la nota. Secondo l’allegato A che quantifica l’offerta «strutturata» nel 2019-2020 a Chieti c’erano zero posti letto; eppure i dati Ustat-Mur per quell’anno registrano 65 posti alloggio, gestiti dall’ente per il diritto allo studio, di cui 27 assegnati a borsisti. Infatti la residenza pubblica Benedetto Croce di Chieti ha 65 posti, creati con un finanziamento pubblico di 1.415.000,00 euro nel 2012, a valere sul terzo bando di attuazione della legge 338. Di più, nel corso del 2020 era programmato l’avvio della ristrutturazione in un’altra residenza universitaria di 149 posti. Erano dunque 214 i posti letto pubblici a Chieti, di cui 65 in funzione, a cui si sommano 79 posti convenzionati presso la residenza di Campus X. C’è anche da dire anche che Campus X ha beneficiato di oltre 3 milioni di euro di fondi del Pnrr per la locazione di una residenza di 450. Ma l’offerta «strutturata» sarebbe zero. L’Aquila, di contro, avrebbe un’offerta «strutturata» di 295 posti;  ma secondo i dati del ministero nel 2020 i posti erano 326 (nel 2022 ne aveva zero). In altre città come Roma e Milano la discrepanza dei dati è macroscopica: se Roma nel 2020 contava 2.550 posti pubblici e 594 posti nei collegi di merito censiti dal ministero, l’offerta «strutturata» sarebbe il doppio: 4.787 posti. Milano avrebbe addirittura 8.344 posti.
Con il trucco di far aumentare l’offerta di 15mila posti che il ministero considera disponibili (includendo quelli nei collegi «cristiani»)  il «gap» rispetto al target da raggiungere (ovvero la copertura del 20% del fabbisogno di posti degli studenti fuorisede) diminuisce: si devono realizzare meno posti «nuovi» entro il 2026, e a parità di importo totale disponibile (660 milioni di euro) il contributo pubblico per ogni posto «nuovo» aumenta.

 

Camplus ne sa una più del ministero 

La nuova definizione di offerta «strutturata» è comparsa pochi mesi dopo la pubblicazione del decreto in un report di Scenari Immobiliari e Camplus, presentato a Roma il 13 aprile. Di più: il report quantifica questa offerta: sarebbero 9.120 i posti nelle Acru, e poi 4.660 quelli dei collegi di merito e 40.000 (cifra tonda) quelli degli enti per il diritto allo studio. Iil report non considera però quelli degli atenei.
Il totale dei posti nel rapporto Camplus è molto simile al totale nell’Allegato A.
Forse anche nell’offerta «strutturata» ufficiale, quella citata nel decreto che stanzia le risorse per il Fondo housing universitario e che non sappiamo in base a quali dati sia stata calcolata, i posti negli atenei sono scomparsi dall’offerta pubblica?

Il fatto che la definizione di offerta «strutturata» compaia sia nell’allegato al decreto ministeriale, a dicembre 2022, che nel rapporto curato da Camplus, presentato ad aprile 2023, fa riflettere, perché in nessuno dei focus annuali sul diritto allo studio pubblicati dal ministero ed elaborati con dati della sua stessa banca dati Ustat, compare la definizione di offerta «strutturata»: i posti dei collegi Acru non sono inclusi né menzionati. Come sono finiti nel decreto che stanzia 660 milioni di euro per il Fondo housing universitario? E perchè, se questi posti fanno parte dell’offerta «pubblica e/o convenzionata» non ci sono dati pubblici? Perchè questi dati si trovano solo nell’elaborazione «su fonti varie» di Scenari Immobiliari e Camplus, due soggetti privati?

Che ci sia stato un rapporto tra il mondo Camplus, il principale operatore privato nel settore dell’ospitalità studentesca, e il ministero dell’università non è una novità.
Da alcuni decreti pubblicati sappiamo che il presidente della Fondazione Ceur, Patrizio Trifoni, ha fatto parte su nomina dello stesso ministero della Commissione paritetica alloggi e residenze: si tratta della commissione ministeriale che ha il compito di verificare le proposte di cofinanziamento, la scelta degli interventi ammissibili, la formulazione delle graduatorie e il loro monitoraggio.

La commissione, istituita in applicazione della legge 338 del 2000, è stata rinnovata nel corso degli anni. Trifoni ha dunque fatto parte della commissione ministeriale che ha valutato e approvato finanziamenti per almeno 84 milioni di euro al marchio Camplus della Fondazione Ceur da lui presieduta. Alla galassia Camplus sono andati anche altri 108 milioni di euro del Pnrr.

La necessità di aprire i servizi pubblici al mercato viene sempre giustificata con l’argomento secondo cui «il pubblico non ce la fa». Ma se il pubblico oggi funziona poco e male è anche perché le sue istituzioni sono state parassitate da rappresentanti di interessi privati che stanno possibilmente cambiando i dati e drenando le risorse necessarie a garantire diritti, come il diritto allo studio, al di fuori della sfera di un mercato privato, che campa sulle nostre spalle.


* Tratto da Jacobin Italia.
Sarah Gainsforth, giornalista freelance, scrive di trasformazioni urbane e abitare. È autrice di 
Airbnb città merce (DeriveApprodi 2019), Oltre il turismo, Esiste un turismo sostenibile? (Eris Edizioni 2020) e Abitare stanca. La casa: un racconto politico (Effequ, 2022).

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domenica 23 aprile 2023

Carcere per gli occupanti di casa e sfrattati. L’ignobile proposta di legge di Fratelli d’Italia - Federico Giusti

 

Un disegno di legge presentato da Fratelli d’Italia prevede l’arresto immediato, una condanna penale tra i cinque e i nove anni di carcere, nonché una sanzione di 25.000 euro per gli occupanti di casa, inserendo velatamente persino gli sfrattati tra gli occupanti

 

La presentazione della proposta di Legge merita particolare attenzione, dopo i Pacchetti sicurezza  degli anni scorsi arriva ora un’ ulteriore, feroce e criminale, atto contro i bisogni sociali.

Le occupazioni abusive hanno raggiunto dimensioni sconcertanti? La domanda da porci è altra ossia che fine abbiano fatto i soldi versati per tanti anni dai lavoratori per l’edilizia popolare, i fondi gescal, per quale ragione tante case siano oggi sfitte senza che lo Stato e gli amministratori locali abbiano mai preso in considerazione l’ipotesi di accrescere la tassazione per chi sceglie di non affittare gli immobili.

Le occupazioni sono cresciute?

Intanto le statistiche ci dicono che ad aumentare sono gli sfratti eseguiti con la forza pubblica, stesso discorso vale per i picchetti antisfratto sui quali pendono denunce e processi. I costi degli affitti sono schizzati alle stelle, la percentuale di reddito destinata agli affitti o ai mutui, all’acquisto di generi di prima necessità è sempre piu’ grande e oggi anche in presenza di un lavoro stabile a tempo indeterminato non si fronteggia la erosione del potere di acquisto.

I provvedimenti della Magistratura di rilascio degli immobili colpiscono molte famiglie che non arrivano a fine mese, parliamo della morosità incolpevole di famiglie che oggi non riescono a pagare un affitto.

Questa proposta di legge passa alla criminalizzazione degli occupanti e dei picchetti antisfratto prevedendo non solo pene severissime ma anche una tutela giudiziale a senso unico, ossia a favore dei proprietari. Vogliono riscrivere il codice penale criminalizzando a livello mediatico gli occupanti di casa come già hanno fatto per i lavoratori della logistica.

E riscrivendo i codici si prospetta anche l’ulteriore militarizzazione della società come premessa per la repressione del dissenso e dei bisogni sociali rafforzando il ricorso alla forza pubblica in caso di sfratti, invocando il problema dell’ordine e della sicurezza pubblica nei territori o il rischio per l’incolumità e la salute pubblica a tutela del diritto di proprietà,

Eloquente un passaggio della presentazione di questa ignobile proposta di Legge

appare con chiarezza l’incapacità dello Stato di tutelare uno dei diritti fondamentali della persona, la proprietà privata, anche a causa di un impianto normativo e sanzionatorio del tutto inadeguati. Non sfugge quindi che lo Stato non può più rimanere inerme davanti a una sistematica quanto territorialmente estesa violazione delle sue norme, e che il legislatore ha il precipuo compito di difendere i proprietari di immobili.

Pertanto, la presente proposta di legge introduce disposizioni volte a rendere più efficace la tutela dei proprietari di immobili e il contrasto alle occupazioni abusive.

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giovedì 1 dicembre 2022

Cronaca di un picchetto antisfratto a Napoli - Ugo Rossi

  

È una mite e soleggiata giornata di fine novembre quando il comitato napoletano per il diritto all’abitare chiama nella propria chat l’ennesimo intervento antisfratto, stavolta in soccorso di una donna ormai anziana che si trova in condizioni economiche e di salute molto difficili. Solo nelle ultime due settimane il comitato è intervenuto in almeno altre tre o quattro occasioni. Si stima che al momento siano circa 10 mila le notifiche di sfratto già inviate in città. Nelle ultime volte che è intervenuto con un picchetto, il comitato è riuscito a ottenere in tempi relativamente brevi il rinvio dello sfratto esecutivo. Stavolta però la chiamata è più allarmata perché la situazione appare critica per la posizione di intransigenza assunta dalla proprietà dell’immobile.

L’appuntamento per il picchetto è come sempre alle otto del mattino. Gli sfratti si eseguono sempre al mattino. Una decina di persone attive nel comitato per l’abitare si ritrovano più o meno puntuali nell’abitazione della donna che ha richiesto l’intervento. L’appartamento si trova in una nota strada del centro storico di Napoli, a pochi metri da via Mezzocannone, il cuore della storica cittadella universitaria napoletana. Nella zona di via Mezzocannone nel corso del tempo la popolazione studentesca è drasticamente diminuita, perché i dipartimenti delle materie scientifiche si sono trasferiti in altri quartieri della città e qui sono rimasti solo quelli umanistici. La strada era un tempo punteggiata da librerie, fotocopisterie, agenzie di viaggio per studenti e piccoli bar di quartiere. Sui muri si affastellavano volantini e manifesti politici dei collettivi universitari o dei gruppi della sinistra extra-istituzionale. Oggi di tutto questo è rimasta una traccia solo residuale. In via Mezzocannone e nell’intera zona universitaria è tutto un susseguirsi di bar notturni e piccoli ristoranti, negozi di vestiti vintage, alcuni supermercati. Nelle ore notturne la zona è frequentata da folle di giovani provenienti da ogni quartiere della città, mentre di giorno è attraversata da flussi continui di turisti. Com’è noto, da ormai circa dieci anni i turisti hanno letteralmente invaso le strade dei quartieri del centro storico di Napoli, cambiando il volto della città.

E infatti la destinazione più probabile dell’abitazione sotto sfratto è di essere trasformata nell’ennesima casa vacanza della zona, in affitto breve su Airbnb o altre piattaforme digitali. D’altro canto l’appartamento presenta tutte le caratteristiche per quest’uso: è di piccole dimensioni, ideale per due o quattro persone, e possiede un’ampia e gradevole terrazza da cui si scorgono anche i palazzi storici dell’università.

Giuseppina, la donna sotto sfratto, ha un trascorso di vita tanto ricco quanto complicato. Oggi le sue condizioni di salute psicologiche e fisiche sono precarie, non ha più rapporti con i propri familiari e l’unica compagnia che le resta è quella del suo cagnolino. Per sua fortuna, intrattiene buoni rapporti con le persone del quartiere che la sostengono per quanto possono. È un quartiere che resta popolare, nonostante i repentini processi di “turistificazione” che hanno investito la zona, con conseguente aumento alle stelle dei prezzi delle case, in affitto o da comprare.

La storia di vita di Giueppina è uno spaccato della più ampia vicenda di Napoli, delle sue potenzialità e delle sue fragilità sociali. Ma al tempo stesso è una storia che potrebbe svolgersi in una qualunque altra città del mondo contemporaneo. La housing crisis, la crisi abitativa, è un fenomeno planetario che oggi colpisce città collocate in aree centrali del capitalismo globale, così come in aree periferiche o semi-periferiche, come Napoli e altre città del Sud europeo. Ed è una storia che ci racconta della condizione di marginalizzazione e abbandono sistemico che colpisce le persone sole, afflitte da disagio mentale nella società neoliberale.

Giuseppina apparteneva al ceto medio, ma oggi è in una condizione di povertà. Dopo aver intrapreso ma non aver mai concluso gli studi di fisica, Giuseppina assunse le redini di un piccolo calzaturificio di famiglia, dando occupazione a circa quindici operai-artigiani nello storico quartiere del Rione Sanità, il quartiere dove era cresciuta, anch’esso oggi travolto dalla bolla turistica globale. Negli anni Novanta, la piccola attività imprenditoriale di Giuseppina conosce il suo momento migliore: gli stivali e le scarpe di moda che lei stessa disegna hanno un buon riscontro di mercato. I quotidiani locali le dedicano articoli come esempio di imprenditorialità femminile radicata nel territorio di quartieri popolari. Apre negozi col proprio marchio in diverse strade pregiate del centro cittadino e perfino uno a Roma. Anche nel suo momento migliore, Giuseppina lotta costantemente con la depressione che la rende inabile per molte ore della giornata. Per diversi anni, le sue sofferenze non le impediscono di portare avanti con un qualche successo la propria attività. A un certo punto è avvicinata da imprenditori stranieri del settore moda che le propongono un investimento, ma nulla si concretizza. L’incantesimo finisce nel 2001, “quattro giorni dopo l’11 settembre” come racconta lei, quando un violento acquazzone di fine estate si abbatte su Napoli, provocando allagamenti e smottamenti in diverse parti della città. Il piccolo stabilimento produttivo di Giuseppina è invaso dall’acqua. Tutto viene distrutto, compresi i macchinari. Negli anni seguenti, Giuseppina tenterà di ricominciare daccapo, ma durerà poco: l’idillio con la sorella con cui gestiva l’impresa si rompe e Giuseppina si sente abbandonata dalle istituzioni nel momento di maggiore difficoltà. Inizia il suo lento declino.

Nella fase più recente della sua vita, l’ormai irreversibile spirale di crisi economica e personale non le impedisce per più di dieci anni di pagare con regolarità il canone di affitto dell’appartamento in cui abita. Nonostante la regolarità dei suoi pagamenti, Giuseppina non è intestataria del contratto di affitto. I proprietari di casa non si fidano di lei in quanto donna sofferente di disagio mentale e preferiscono intestare il contratto al cognato. Il fatto di non essere intestataria del contratto non le consente di poter far domanda per contributi per l’affitto, che le spetterebbero dato il suo stato di disagio. In questa situazione, la pandemia sopraggiunge come il vero e proprio colpo di grazia: le spese mediche aumentano e a Giuseppina non basta più la pensione di invalidità che riceve per riuscire a pagare l’affitto. Né può accedere ai ristori che il governo stanzia a sostegno degli affittuari durante la pandemia. Dopo esser stata una piccola imprenditrice prima di successo e poi fallita, Giuseppina è entrata in una condizione di povertà apparentemente senza via d’uscita, anche se lei continua a sentire intatto il proprio talento di stilista. Ma per tornare a essere creativa, avrebbe bisogno del sostegno delle istituzioni. Invece le istituzioni sono assenti, sul fronte abitativo così come sul piano del reinserimento sociale delle persone con sofferenze mentali.

Nonostante la condizione di Giuseppina, la proprietà è intransigente. Ha richiesto l’intervento non solo dell’ufficiale giudiziario per notificare lo sgombero esecutivo ma anche della forza pubblica. La strada è presidiata da una camionetta della polizia che però per tutta la giornata si astiene dall’intervenire, nonostante gli agenti esibiscano già il casco protettivo sotto il braccio. Arriva anche un’autombulanza chiamata dai proprietari dell’appartamento, come si fa quando si chiede un intervento di forza. Gli attivisti attendono in casa con Giuseppina l’evolversi della situazione, senza mai uscire dalla sua abitazione per circa sei o sette ore.

Nel corso delle ore, altre persone solidali accorrono sul posto e restano in strada a presidiare la situazione. Iniziano le trattative con la controparte, che coinvolgono un consigliere e un assessore del Comune di Napoli accorsi sul luogo. Giuseppina non si rifiuta di lasciare l’appartamento, è pronta ad accettare soluzioni emergenziali in dormitori pubblici del Comune o in case di accoglienza gestite da associazioni del terzo settore. L’unica condizione che pone è che possa venire a stare con lei il suo cagnolino. La trattativa si prolunga fino alle tre del pomeriggio, finché finalmente non si trova una mediazione con la proprietà che accetta il rinvio dello sfratto di circa tre settimane. È un tempo troppo breve, ma data l’intransigenza dimostrata dalla proprietà la notizia è accolta come una piccola, momentanea vittoria. Il rinvio consente di guadagnare tempo a lei e alle persone che la sostengono. Grazie alle pressioni del comitato per il diritto all’abitare, l’amministrazione locale e le associazioni del terzo settore si sono finalmente attivate, dichiarandosi disponibili a cercare un ricovero per Giuseppina. Tuttavia, non possono che proporre soluzioni emergenziali. In questi anni di austerità neoliberale, la spesa pubblica per gli alloggi popolari è stata drasticamente tagliata e i programmi di sostegno abitativo per le persone con disagio mentale rimangono di fatto inesistenti nelle regioni meridionali. La lotta per il diritto all’abitare continua.

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sabato 23 luglio 2022

La casa: un racconto politico - Sarah Gainsforth e Andrea Staid

Una conversazione con Sarah Gainsforth, autrice di Abitare stanca.

Andrea Staid è docente di Antropologia culturale e visuale presso la Naba, ricercatore presso Universidad de Granada, dirige per Meltemi la collana Biblioteca /Antropologia. Ha scritto: I dannati della metropoli, Gli arditi del popolo, Abitare illegale, Le nostre braccia, Senza Confini, Contro la gerarchia e il dominio. I suoi libri sono tradotti in Grecia, Germania, Spagna e adottati in varie facoltà universitarie.

Abitare è senza dubbio una delle principali attività di noi esseri umani. In realtà lo è anche per gli animali non umani, ma da loro ci separa una fatto importante; noi homo sapiens siamo l’unica specie vivente che ha pensato la casa come una merce, ovvero il frutto di un privilegio e non un qualcosa di universalmente garantito a tutte e tutti. 

Quando ho studiato il senso della dimora per le popolazioni indigene che non hanno sviluppato come in Occidente il pensiero della casa come merce è sempre stato difficile sul campo di ricerca raccontare che da “noi” in Europa ci sono donne e uomini ai quali viene negata la casa: è veramente un fatto inconcepibile per chi a differenza nostra non riesce a immaginare la casa come qualcosa che ha un valore monetario di mercato. Da poco è uscito un libro lucido e appassionante che ha un titolo esplicativo: Abitare stanca. La casa: un racconto politico di Sarah Gainsforth. L’autrice racconta la tragedia della casa in Occidente, dove essa diventa luogo di chiusura che rappresenta sempre di più un motivo di profondo malessere psicologico, di indebitamento e di esclusione. Un libro particolare sotto molti punti di vista, inclusa la sua forma, per questo ho deciso di conversare con Sarah sui temi della sua ultima pubblicazione.

Sicuramente concordiamo pienamente su una cosa: la casa merce non è un dato naturale ma una costruzione culturale e sociale ben specifica. Per te cosa rappresenta o dovrebbe rappresentare la casa?

La casa dovrebbe essere un punto di partenza, la terra sotto i piedi, la base per fare altro, non un punto di arrivo, un obiettivo, uno status symbol o un fine. Questo non sminuisce la sua importanza: proprio perché la casa è un requisito fondamentale per stare felicemente e pienamente nel mondo è assurdo e profondamente ingiusto che qualcuno ce l’abbia e qualcun altro no.
È in questa situazione che la casa alimenta le disuguaglianze: chi ce l’ha, magari perché l’ha ereditata, chi ne ha più di una e vi guadagna un affitto, parte avvantaggiato e può fare altro, accumulare. Chi non ce l’ha spende la maggior parte delle proprie risorse ed energie solo per sopravvivere. Ovviamente tra questi estremi c’è una realtà variegata e mista, di persone che lavorano o meno, che pagano un affitto o un mutuo – a questo proposito, bisognerebbe leggere all’interno dei blocchi tutte le differenze, rompere per la narrazione monolitica sulla proprietà, e forse la maggior parte dei proprietari capirebbe che no, una riforma del fisco o del catasto non toccherebbe loro ma solo i ricchi.
Ma sto andando fuori tema. La casa non dovrebbe assorbire più di una certa percentuale di energia fisica, mentale ed economica – non oltre il 30% del proprio reddito. Per me la casa era sempre stata un obiettivo perché sono partita senza avere la terra sotto i piedi. Tutte le mie energie erano assorbite da questo, dall’avere una casa. Ne ho abitate tante, in affitto. Le arredavo, le rendevo comode, belle. Ma ero troppo impegnata a non precipitare. Ho passato anni con una sensazione di essere aggrappata sopra il vuoto, provando un senso di fatica, di solitudine e di irrealtà, con la consapevolezza di essere finita a fare una vita non mia. A quel punto la casa mi sembrava un set, ma per che cosa non sapevo. Così ho mollato la presa e in effetti non sono precipitata ma ho trovato una strada che sale e scende ma non precipita, sono ripartita – senza casa – con un altro obiettivo. O almeno questo è il senso che attribuisco oggi alla mia scelta. Mi rendo conto che anche la precarietà come quella a cui sono andata incontro, sottraendomi al ricatto della casa-merce, può essere un lusso. Perché non tutti possono mollare tutto, non tutti possono contare su una comunità di attivisti e di amici su cui appoggiarsi, che sostituisce un welfare inesistente, per cambiare la propria vita.

 

Il tuo è un testo denso che riesce continuamente a muoversi tra le tue storie familiari, i racconti biografici, la storia, la geopolitica, la critica radicale. Un libro che viaggia tra saggistica, racconto, reportage… come hai pensato a questa struttura?

È venuta scrivendolo. Venendo da una scrittura giornalistica, di reportage appunto, immaginavo un tipo di struttura in cui alternare dati e voci, immaginavo di scrivere un saggio sulla storia delle politiche abitative e urbanistiche, con parti di aneddoti e racconti personali. Questo era il punto di partenza. Francesco Quatraro di Effequ, l’artefice di tutto insieme a Silvia Costantino, insisteva perché dessi più spazio al racconto in prima persona, io ero un po’ scettica. Poi, immergendomi nella storia, studiando e scrivendo al tempo stesso, ho scoperto una trama a tratti imprevista – la questione irlandese, per esempio, non c’era nella prima struttura. Da dentro la scrittura ho visto le connessioni tra le storie familiari, biografiche, e la storia. È stato un viaggio non lineare, prima a ritroso, poi verso il presente. Credo che questo si veda. Non sapevo se avrebbe tenuto, ho rischiato di perdermi più volte.

Racconta brevemente a chi ci legge la geografia del libro, cerchiamo di costruire una piccola mappa per la lettrice e il lettore, perché con il tuo libro si viaggia anche grazie alle tue storie famigliari che non sono affatto secondarie nel libro.

La piccola mappa inizia oggi, in una via di Roma, con una ragazza che gesticola e che abita in una rientranza in un muro. Inizia con me che guardo le case degli altri. Inizia con la storia di mio padre, nato nel ’37 in un piccolo paese in Nebraska da cui emigra a diciotto anni dopo aver passato un anno in un carcere per adulti per un piccolo furto. Lo seguo nei suoi spostamenti in giro per le Americhe, nella traversata dell’Atlantico sullo yacht di John Wayne dove lavora come barman, e poi in Europa. La storia prosegue tornando indietro nel tempo, alla ricerca delle origini della mia famiglia e di quel modello di accumulazione capitalista basato sull’estrazione di rendita dalla terra, origini che in qualche modo coincidono, perché sono per tre quarti di origine irlandese. I miei bisnonni sono emigrati perché non avevano abbastanza terra per sfamare le famiglie. L’Irlanda era una colonia dell’impero britannico, di quella nazione dove secoli prima era avvenuta la transizione a un modello di accumulazione capitalistico e verso la creazione del mercato del lavoro salariato, con la recinzione delle terre comuni. C’è il tema della povertà, della sua gestione, il tema della nascita della miseria moderna nella città industriale dove esplode la questione abitativa. Ed è a Liverpool, dove nel ’48 in una casa affollata di migranti irlandesi nasce mia madre, che la questione abitativa e urbanistica viene affrontata per la prima volta con norme che iniziano a limitare il dominio della proprietà privata. Mia madre cresce in una casa popolare, durante la stagione d’oro del welfare e dell’edilizia pubblica, una politica universale. Va all’università e ci va perché praticamente costretta da un’insegnante, non per sua scelta, si sentiva troppo in colpa per farlo, il che dimostra l’importanza della scuola e delle istituzioni oltre la famiglia e, nella mia testa, fa di lei la negazione vivente dell’homo oeconomicus neoliberale teorizzato da von Mises e Hayek secondo cui l’agire umano sarebbe sempre un agire intenzionale, un calcolo razionale, economico, fondato sulla competizione. Stronzate. Lei era la prima della classe, ma la madre era morta e doveva badare al padre e a tre fratelli. Come avrebbe potuto lasciare tutto per studiare? In ogni caso, costretta, andò e partecipò alle lotte studentesche. Era il ’68. Di lì a poco avrà inizio l’avvento del neoliberismo, lo smantellamento del welfare state, la diffusione della proprietà di massa per rompere le lotte della classe operaia mentre si ristruttura l’economia, finanziarizzandola. Poi siamo di nuovo a Roma, dove mio padre è stato felice negli anni Sessanta e dove ritorna dieci anni dopo dopo aver strappato la propria tessera di leva e invitato il capo di stato maggiore ad andare a farsi fottere per via della guerra in Vietnam. A Roma lui ignora le condizioni di chi abita in baracche ai bordi della città, le lotte per la casa, gli scontri sul tema della rendita, le lotte delle donne, la proposta di Sullo, la restaurazione del blocco edilizio che segue e la rimozione dal dibattito pubblico di questo tema. Ritroviamo l’origine delle narrazioni e degli argomenti utilizzati per stigmatizzare l’edilizia residenziale pubblica e per promuovere la proprietà, che sommiamo a quelli già intercettati all’epoca del dominio coloniale inglese, quelli che giustificano lo spossessamento e l’appropriazione di terre raccontate come vuote da “migliorare” e “valorizzare” che solo la proprietà assicurerebbe, che sono gli stessi argomenti usati oggi per privatizzare lo spazio pubblico in nome del decoro. Sono argomenti che rimuovo le cause economiche e sociali dei problemi e li riducono a problemi architettonici, estetici, che rimuovono i problemi eliminando lo spazio pubblico e demolendo le case. Racconto le trasformazioni urbane contemporanee in quartieri in via di gentrificazione, a Milano, o semplicemente depredati e impoveriti, a Roma. Le politiche abitative di fatto non ci sono più, il poco che c’è come i sussidi per il mercato privato non funziona, la proprietà viene ancora proposta come la soluzione, il cerchio si è chiuso.

Chi legge il tuo libro alla fine non avrà dubbi: la storia della casa-merce è una storia di ingiustizie e speculazioni, espropri e occupazioni, di fatto è una storia di lotta di classe…

Si, lo è. La promozione della proprietà è stata il principale strumento di una guerra di classe dall’alto che ha frammentato, individualizzandola, la società e le lotte. In Italia le cose sono andate un po’ diversamente rispetto all’Inghilterra di Margaret Thatcher, perché non c’è stato un piano esplicito di diffusione dell’ideologia neoliberale. In Italia questa agenda è passata per una serie di riforme e per una gestione sempre più tecnocratica delle scelte economiche, il che spiega anche la sparizione dell’urbanistica dal dibattito pubblico: se l’urbanistica era stata uno strumento di emancipazione per i ceti popolari, per gli esclusi, per le donne che rivendicano servizi sociali, asili, parchi, successivamente viene depoliticizzata, resa materia tecnica per pochi esperti maschi.
In secondo luogo in Italia, soprattutto a Roma e nel meridione, nella diffusione della proprietà gioca un grande ruolo l’abusivismo edilizio, prima per necessità e poi per speculazione. In ogni caso, la casa è stata un veicolo per la penetrazione del mercato in un ambito che è sociale, che andrebbe tutelato dal mercato. La promozione della proprietà è servita ad alimentare il mercato finanziario, innescando un ciclo di prestiti e debiti per case sempre più costose, mentre il mercato del lavoro e i settori industriali venivano smantellati. Oggi ci troviamo in un punto di rottura tra queste due dinamiche, le politiche sul lavoro sono completamente scollegate da quelle per la casa (il lavoro non c’è, la casa costa troppo), mentre la rendita ha sostituito il lavoro. Raramente questi due aspetti vengono collegati, come nel dibattito attuale sui lavoratori che non ci sono. Il risultato potrebbe essere, almeno io me lo auguro, una rottura. Ogni avanzamento sul piano dei diritti, tra cui la nascita stessa dell’urbanistica e delle politiche abitative nelle città industriali, nasce da un punto di rottura, di protesta dal basso, di non sopportazione delle condizioni di miseria. Forse neanche di miseria in assoluto, ma di miseria in un contesto di benessere generale da cui però nei fatti si è esclusi.

Un punto per me fondamentale del tuo testo è l’analisi del concetto del decoro, in tante e tanti ricercatrici e ricercatori abbiamo ragionato e attaccato le politiche del decoro che si sono sviluppate senza sosta negli ultimi trenta anni.
Il tuo capitolo che affronta questa tematica parte subito a gamba tesa sulla questione della riqualificazione urbana (spesso, se non sempre, una farsa per speculare al meglio sugli immobili) nello specifico l’incipit ci racconta come una delle pratiche sempre più comuni nelle città è utilizzare la “street art” per riqualificare ( che fa rima con gentrificare), ovvero un inizio di sostituzione del tessuto sociale di un luogo con un altro tipo di abitanti che “stranamente” avranno un potere d’acquisto maggiore. Ci sono molti esempi e tanti studi etnografici che ci raccontano che un’opera di street art può far crescere il valore immobiliare dell’edificio su cui viene realizzata e quindi velocizzare il processo di “rigenerazione”…o per meglio dire: di gentrificazione. Cosa hai visto a Roma e perché non ti piacciono i bei disegni sui muri dei quartieri popolari? Ci fai qualche esempio?

Il punto per me è provare a leggere la retorica del decoro da una prospettiva storica ampia, non solo legata agli ultimi trent’anni – tutti i capitoli precedenti dovrebbero servire a leggere quello sul decoro. Quella sul decoro è la nuova versione di una narrazione vecchissima, quella del miglioramento, che legittima l’appropriazione di spazi e risorse. Il miglioramento significa la messa a profitto, l’ingresso del mercato in spazi liberi dal mercato, presentati come vuoti, dimenticati, degradati. Questa narrativa legittima un intervento di “miglioramento”, ovvero di mercificazione. Questo è essenzialmente il meccanismo. L’abbiamo visto con le recinzioni delle terre comuni, con la stigmatizzazione dell’edilizia residenziale pubblica, con le piazze nelle città turistificate, tutti spazi liberi e colonizzati dal mercato. Si basa sulla rimozione delle condizioni economiche che determinano l’uso dello spazio, e sull’identificazione dei problemi in un fattore estetico, architettonico (nel caso dell’edilizia pubblica), e con l’identificazione della soluzione nella proprietà privata. Solo la proprietà instillerebbe quel senso di cura, ci dice Oscar Newman, tra gli ideologi neoliberisti più influenti che hanno contribuito alla stigmatizzazione, e demolizione, dell’edilizia residenziale pubblica. Retake opera lo stesso meccanismo, paragonando la città a una casa, a un condominio, in cui lo spazio pubblico, dell’imprevisto, semplicemente sparisce. La street-art serve a costruire questo canone estetico, un tappeto sotto cui far sparire le disuguaglianze. Serve ad addomesticare il conflitto, a imbrigliarlo in un gioco di apparenze, a rendere quartiere attrattivi per una popolazione più ricca, anche e soprattutto fagocitando espressioni di una contro-cultura che resiste alla distruzione del capitale. David Harvey lo ha detto meglio di me: “Se il capitale non deve distruggere totalmente l’unicità che è alla base dell’appropriazione delle rendite di monopolio, allora deve sostenere una forma di differenziazione, consentire divergenze e sviluppi culturali locali in una certa misura incontrollabili, che possono rivelarsi antagonistici rispetto al suo normale funzionamento. (…) Il problema per il capitale è trovare le strade per cooptare, sussumere, mercificare e monetizzare tali differenze in modo tale da potersene appropriare come rendite di monopolio. Il problema dei movimenti di opposizione consiste nell’utilizzare la validazione di particolarità, unicità, autenticità, significati culturali ed estetici per aprire nuove possibilità e alternative, piuttosto che permettere che esse vengano usate per creare un terreno più fertile per l’estrazione di rendite di monopolio da parte di coloro che hanno il potere e l’inclinazione compulsiva nel farlo”. Non è un caso che sui muri di Roma compaiano opere si street-art finanziate da operatori immobiliari. Quello che distingue la vera street-art illegale da quella degli iperatori immobiliari è tutto quello che non è visibile: non l’immagine, ma il processo che sta dietro l’immagine. Nella vera street-art, come nella produzione culturale in generale, questo conta tantissimo. C’è bisogno di spazi fuori dal mercato perché la cultura possa nascere, prima che sia compiuta, visibile, commerciabile. Il fatto grave dei murales che stanno tappezzando le mura di Roma come di tante altre città, e di cui ci saremmo anche stufati, è la loro sponsorizzazione pubblica. A San Lorenzo e a Ostiense, a Roma, sono stati inaugurati da assessori e presidenti di municipio. I che rivela che la gentrificazione è a tutti gli effetti una politica pubblica per le città, che serve a rimuovere problemi e persone, a non affrontare le condizioni di vita di chi vi abita (la casa, il lavoro) ma a rendere belli i muri.

Anche in questo tuo nuovo lavoro torni su uno dei motori della speculazione e della desertificazione sociale dei centri storici: la tua critica a AirBnB e simili è totale. Perché il turismo fa male alla città e crea divari di classe sempre più feroci?

Il turismo fa male alle città come strumento di rianimazione della rendita, come strumento di appropriazione, mercificazione e di distruzione di quell’unicità di cui parlavamo poc’anzi. Come ogni monocultura che sfrutta intensivamente una risorsa, anche l’economia turistica distrugge ciò di cui si nutre, si autodistrugge. Le città turistiche si somigliano tutte, hanno perso la propria unicità, sono, come dici giustamente, desertificate. L’economia turistica distrugge e poi mercifica l’esperienza dei luoghi– Giacomo Salerno ha scritto un bellissimo libro su questo, sul turismo come “industria della nostalgia” che ci vende l’esperienza della città che ha appena distrutto. Il turismo è una macchina estrattiva, preda le risorse comuni, scarica i costi sulla collettività e privatizza i profitti. In questo senso è una strategia coloniale, dove la colonia è interna, la colonia siamo noi. I proprietari delle case si arricchiscono, i prezzi aumentano, la parte di popolazione più povera è cacciata fuori, i divari crescono. Quello che ho provato a rimettere in luce è che la rendita stessa (connaturata alle trasformazioni urbane, perché le trasformazioni urbane sono inserite dentro un modello di sviluppo che è quello capitalistico, dell’urbanizzazione del capitale) è una costruzione collettiva, perché la formazione della rendita, ovvero del valore di un terreno, deriva non solo dalla sua edificabilità ma anche dalla sua posizione rispetto alla città e a una serie di vantaggi che questa offre in termini di servizi pubblici: la rendita è il risultato di scelte delle collettività. Dunque non è una prerogativa della proprietà privata, come viene presentata dalle associazioni di proprietari che si oppongono alla regolamentazione degli affitti brevi e lamentano l’ingerenza in quello che considerano un loro diritto – fare della proprietà quello che vogliono (salvo poi invocare aiuti pubblici quando il turismo crolla). Se le loro case valgono tanto è perché sono in zone ben servite e collegate o in zone turisticamente attrattive per via di un patrimonio storico, artistico e culturale… collettivo. Insomma l’esistenza di forme di pre e redistribuzione di questi vantaggi dovrebbe essere un fatto ovvio, non dovremmo neanche starne a parlare. Invece.

Il tuo è un libro speciale, si legge come un romanzo ma è denso di dati come un reportage sullo stato di salute della casa contemporanea, sono pagine che scorrono veloci e che lasciano l’amaro in bocca. Su una cosa però che scrivi non concordo, e questo mio sospetto probabilmente è dettato dalla mia esperienza personale politica e di vita: ci parli di un epoca passata di welfare universale in Europa, credi veramente che sia esistita? Ma soprattutto credi che il welfare elargito dall’alto in una società verticale e gerarchica possa non avere un doppio fine (quello del dominio e del controllo)?

La tua domanda è molto strana. Certo che è esistito un welfare universale, altrimenti non avremmo un sistema sanitario nazionale. Il punto credo sia un altro, ovvero se principi universali costituzionali come l’uguaglianza sostanziale e formale siano attuati o meno. Quei principi sono validi ancora oggi ma è evidente, anche nel caso del SSN, che non sono pienamente attuati, e che il welfare, inteso come una protezione sociale non demandabile al mercato o agli individui, è stato eroso con l’ingresso del mercato e con la logica della sussidiarietà. In secondo luogo, il welfare non è stato “elargito dall’alto”: sono state le lotte a conquistare diritti e servizi nel corso del Novecento. Sono le lotte che danno contenuto ai principi, che li sostanziano. In terzo luogo è proprio il welfare che abolisce le istituzioni totali, come le workhouses per i poveri di cui scrivo nel libro, o come i manicomi in Italia. La chiusura dei manicomi era strettamente legata all’introduzione del sistema sanitario nazionale come sistema non di controllo ma di pianificazione sociale, come esito di una visione olistica dell’insieme sociale, della socializzazione del disagio che dev’essere gestito dalla società nella sua interezza e quindi non rinchiuso. Il senso dei servizi territoriali di cura, che non sono “verticali e gerarchici” è questo. Che la riforma sia incompleta è stato detto e ridetto, ma il principio è questo. 

C’è poi un’altra questione: l’Italia non ha mai avuto un welfare “calato dall’alto”, semmai è proprio la peculiarità italiana quella di aver avuto un welfare non universale ma particolaristico, lavoristico, differenziato a seconda del lavoratore, e familistico. In ogni caso il welfare state, sebbene difettoso (basta guardare Cathy come home di Ken Loach girato nel ’66, cosa che ho fatto l’altra sera con mia madre) nasce della lotte e nasce come meccanismo di protezione, non di controllo. Lo diventa con il neoliberismo, quando diventa punitivo. La riforma del welfare fatta da Clinton è emblematica fin dal titolo (Personal Responsibility and Work Opportunity Act); la riforma fa del matrimonio il fondamento della società e delle politiche di welfare, è una restaurazione dopo le lotte, anche femministe, degli anni Settanta. Sono semmai i programmi di lavoro obbligatorio introdotti che hanno un fine di dominio e di controllo – programmi che ricordano la gestione della povertà in un’epoca pre-welfare state. L’idea di un welfare universale “elargito dall’alto” come strumento di controllo è esattamente la narrativa che è stata impiegata per smantellarlo, secondo un concetto di “libertà” neoliberale, di libertà di iniziativa economica, in cui il welfare è raccontato come sinonimo di controllo, ma solo perché è un freno al libero mercato e alla competizione tra lavoratori salariati. Ne libro questo c’è, perché è quello che è successo prima dell’avvento del welfare state, quando nel 1834 in Inghilterra furono aboliti i sussidi per sancire la supremazia del sistema salariale. Una questione di nuovo attuale in Italia… Da un punto di vista politico, quando il welfare universale sparisce sostituito da logiche di sussidiarietà e privatizzazione, quello che resta sono richieste particolaristiche di inclusione in un sistema che produce esclusione, qualcosa di paradossale – come le istanze dell’identity politics negli Stati Uniti. È come se lo stato non ci fosse più: è stato esternalizzato, è uno strumento del mercato. Allora chiariamoci su che cosa vogliamo. Le lotte, anche quelle più recenti, hanno sempre chiesto più welfare universale (non riconoscimenti particolari), più servizi, più ospedali, più reddito di base, non meno servizi e più libertà. Diverso è provare a immaginare come questo può darsi, oltre il welfare state, e che ruolo possono giocare le lotte e le esperienze dal basso, il mutualismo; come possono non sostituire lo Stato (in un’ottica di sussidiarietà) ma imporre un’agenda di vera partecipazione e redistribuzione, ripoliticizzare il welfare. Perché, e torno alla questione della casa, il privilegio esiste solo in relazione all’assenza di politiche e meccanismi di pre e redistribuzione.

Hai ragione, ho posto male la domanda da un punto di vista temporale e geografico, dando per scontato che stessimo ragionando sul concetto di “universale” in termini antropologici, ovvero di qualcosa valido per tutti/e e per il mio modo di leggere la storia, il diritto universale alla casa, alla salute, alla scuola… non è mai esistito in Europa. Le democrazie europee non hanno mai garantito a tutte e tutti un welfare, ma solo a un numero ristretto di persone privilegiate e per lo più bianche che abitavano in Europa, basti pensare al trattamento riservato alle comunità rom e sinti, o alla difficoltà di tutte le comunità diasporiche che con il crollo del colonialismo dagli anni sessanta sono arrivate in quella che oggi chiamiamo fortezza Europa. Detto questo, condivido con te che oggi la situazione è peggiorata rispetto a 40 anni fa e sottoscrivo che il welfare è stato conquistato attraverso le lotte, ma lo considero una sorta di “contentino” utile per non  mettere in discussione la democrazia della maggioranza, ovvero la tirannia del numero.Torno all’incipit di questa conversazione, per concludere: ho conosciuto luoghi dove era presente una sorta di welfare universale ma non all’interno della società industriale e capitalista. Luoghi dove la casa non può essere pensata come merce, dove la proprietà privata e inconcepibile e, soprattuto, società native definite da una configurazione diffusa del potere, distribuito in maniera tendenzialmente egualitaria tra le persone, ognuna portatrice di parola pubblica, di istanze, di volontà, che vanno considerate e rispettare nelle decisioni collettive.

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