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martedì 28 aprile 2026

Blocchi navali

 


(a cura di Francesco Masala)

La globalizzazione non è nient’altro che il controllo dei mari e degli oceani, ma anche degli stretti.

In un interessante video ne parla nel 2019 Diego Fabbri:

I Romani dopo la sconfitta dei cartaginesi controllarono il Mar Mediterraneo (pax romana)

Nel XVIII e XIX secolo furono i britannici a controllare i mari del mondo (pax britannica)

Nel XX secolo fino a qualche tempo fa sono stati gli USA a controllare i mari del mondo (pax americana)

Adesso il dominio dei mari e degli stretti da parte degli Usa è minacciato dall’Iran (che controlla lo stretto di Hormuz).

Quasi silenzio sulle minacce di Trump per prendersi il canale di Panama (qui).

Negli ultimi tre secoli due paesi imperialisti (di lingua inglesa) si credono i padroni del mondo, prima la Gran Bretagna adesso gli Usa.

L’atto di insubordinazione alla pax americana da parte dell’Iran fa uscire fuori di testa il paese più potente del mondo (per ora).

 

Come potrebbero Russia e Cina, e tutti i paesi che non si fidano più degli Usa, per aver provato il loro tallone, essere a favore del blocco navale degli Usa contro l’Iran?

 

Provate a leggere queste righe:

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero…

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

da qui

 

Anche il Giappone, come la Cina, fu costretto a lasciar entrare le merci degli Usa e dei paesi europei colonialisti (leggi qui).

 

Chi si oppone agli imperi di lingua inglese, ma non solo, subisce guerre e blocchi navali, ma, come canta Bob Dylan, The Times They Are a-Changin’:


da qui

lunedì 24 novembre 2025

Le condizioni per tornare a parlare di socialismo - Piero Bevilacqua

 

Un tempo le forze politiche che ora definiamo Sinistra, e che in passato si nominavano anche Movimento operaio (Partito comunista e socialista, organizzazione sindacale di classe ecc.), agivano sulle proprie scene nazionali animate dalla consapevolezza di essere eredi di un lungo passato di lotte e di conquiste, di essere parte di un movimento internazionale e di avanzare verso il futuro secondo un programma di rivendicazioni immediate e un progetto di società da costruire. L’intero processo, che coinvolgeva milioni di persone, era accompagnato da una costante attività di analisi e di elaborazione intellettuale, dentro e fuori i partiti, che forniva alle rivendicazioni quotidiane analisi, conoscenze, orizzonti. Da qualche decennio questa dimensione intellettuale, culturale, morale, escatologica che accompagnava l’agire politico è stata abbandonata pressoché da tutti i partiti. Il patrimonio teorico che dava profondità all’agire pratico è stato dismesso come un ferro vecchio. Oggi tutto è inchiodato al presente e l’orizzonte del fronte riformatore si limita, nel migliore dei casi, alla rivendicazione di “più risorse alla sanità pubblica”, “più soldi alla scuola”, “maggiore equità sociale” e alle note bagattelle del chiacchiericcio propagandistico. Quel che vorrei qui illustrare è perché questo è accaduto e quali sono state le forze storiche che hanno portato alla disfatta presente. E, sulla base di questo chiarimento, provare a indicare le condizioni che possono far rinascere la politica quale agente di trasformazione sociale, progetto di una nuova organizzazione della società. Premettendo che il grande crollo subito dal movimento operaio organizzato è stato provocato, a mio avviso, da due agenti e processi convergenti: il successo dell’iniziativa capitalistica in due grandi Paesi, UK e USA, e il crollo dell’Unione Sovietica.

1. La cosiddetta globalizzazione a partire dagli ’90 ha contrapposto la mobilità mondiale del capitale alla fissità nazionale del lavoro e ai vincoli della politica entro lo spazio dello Stato-nazione. Si è creata un’asimmetria drammatica. In risposta alle rivendicazioni sindacali il capitale può fuggire nei paesi poveri, a sfruttare la loro forza-lavoro, mentre gli operai delle società di vecchia industrializzazione non possono contrapporre nulla. Così il conflitto si depotenzia, la politica di classe muore, sopravvive l’amministrazione dello status quoUna grande capacità di penetrazione egemonica hanno avuto, inoltre, le dottrine neoliberiste, le quali si presentavano, in quella fase storica, come un ampio patrimonio di idee, cariche di suggestioni liberatorie e di grande fascino. Chi legge qualche testo di Friedrich von Hayek, ad esempio, non può non rimanere colpito dal radicalismo quasi anarcoide con cui egli esalta le libertà dell’individuo. Ora, a parte la potenza di fuoco che il movimento neoliberista è riuscito a mettere in atto per conquistare le élites occidentali (efficacemente raccontata da D. De Masi, La felicità negata, Einaudi, 2023) quel paradigma di idee non solo colpiva un marxismo ridotto a ideologia dello sviluppo economico, ma faceva apparire le conquiste della classe operaia dei decenni precedenti (che aveva intaccato, grazie a potenti movimenti rivendicativi, il processo di accumulazione capitalistica) come arroccamenti burocratici e privilegi corporativi che frenavano lo sviluppo e impedivano alla macchina economica di produrre più liberamente e più ampiamente ricchezza. Quella ricchezza che poi, secondo l’ingannevole teoria dello sgocciolamento, si poteva utilmente distribuire anche ai ceti operai e popolari. È stato questo, ridotto all’osso, il messaggio semplice e potente che ha sedotto anche le menti dei dirigenti comunisti e socialisti e le seduce ancora, benché non siano più né comunisti, né socialisti.

2. Tale lettura aclassista e sviluppista del capitalismo ha contribuito non poco a una valutazione gravemente sbagliata della dissoluzione dell’URSS: un evento che ha spinto le forze progressiste a guardare alla storia della prima rivoluzione proletaria come a unico grande errore. L’immobilizzazione burocratica di quella società, tanto più evidente di fronte al rutilante slancio che avevano preso le società capitalistiche dell’Occidente, portava facilmente ad accogliere questa versione. Ora – tengo a ricordarlo – esistevano, in quel grandioso esperimento che è stata la Rivoluzione d’Ottobre, dei limiti e degli errori di partenza, in parte legati all’immaturità storica della situazione russa, in parte di ordine teorico, che non possono essere trascurati. Forse i più importanti erano la pretesa di un’economia interamente amministrata dall’alto e l’abolizione totalitaria del mercato. È un nodo su cui bisognerà tornare se si vuole riprendere un progetto di società socialista, ma la lettura dell’esperienza sovietica con “gli occhi dell’Occidente” non solo è sbagliata e ingiusta storicamente, ma ha agevolato la dissoluzione della Sinistra e condotto alle presenti aberrazioni guerrafondaie.

È sbagliata perché trascura le grandi conquiste sociali realizzate in quella esperienza: scuola e università aperte a tutti, sanità gratuita e di buon livello, trasporti pubblici a prezzi popolari, beni alimentari (benché mal distribuiti) a buon prezzo, ritmi umani di lavoro. E la libertà dal bisogno non è certo l’ultima delle libertà. Un livello di egualitarismo che oggi non si può non guardare con ammirazione, soprattutto alla luce delle immense disuguaglianze in cui sono precipitate le società capitalistiche. Oggi è rinata la povertà operaia e lo schiavismo nelle campagne. Ricordo qui che durante la guerra fredda ha dominato in Occidente un trucco comunicativo micidiale, rilevato dalla slavista Laura Salmon nel suo romanzo, C’era una volta l’URSS (Teti editore, 2024). Anziché confrontare le cose che non andavano bene in URSS con le cose che non andavano bene in Occidente e viceversa, i nostri media paragonavano le inefficienze sovietiche con gli aspetti di maggior successo della società americana ed europea. Cosi, nell’immaginario occidentale, quella società è stata seppellita sotto lo stereotipo unidimensionale del potere censorio e illiberale e dell’inadeguatezza dell’apparato distributivo.

È poi gravemente sbagliato il giudizio sulle ragioni del crollo dell’URSS, perché esso si è privato di una visione classista dei processi e più precisamente di una visione storica. Non si può, infatti, astrarre la costruzione dello Stato sovietico dal contesto dei 70 anni in cui ha operato e, soprattutto, dalle guerre, dai sabotaggi, dalle lotte politiche, culturali, mediatiche con cui l’Occidente ha cercato di soffocarlo. L’assedio è cominciato sin dall’anno della sua nascita, il 1918, con l’esplosione della guerra civile e l’invio di corpi di spedizione europei e Usa a sostegno dell’Armata Bianca. Quasi sempre si dimentica che l’invasione hitleriana del 1941 è stata ispirata anche dalla volontà di soffocare lo Stato comunista in quel paese. Così si omette di valutare quel che ha significato quella guerra nel futuro svolgimento della società sovietica. La Russia non solo ebbe tra 20 e 27 milioni di morti, ma anche un numero mai conteggiato di mutilati e invalidi con cui l’economia sovietica e l’industria devastata dai bombardamenti tedeschi hanno dovuto fare i conti nel dopoguerra. Ed è contro un Paese così ridotto che già a partire dal 1945, con l’amministrazione Truman, gli USA hanno iniziato la guerra fredda e la campagna anticomunistaDa allora l’URSS, che ha sempre vissuto con la sindrome dell’accerchiamento, è stata costretta a dilapidare immense risorse nelle politiche di armamento, sottraendo investimenti ai beni primari e deformando in modo irreparabile la propria economia con gravi conseguenze sociali e politiche. Così è stato per quasi 70 anni. Naturalmente questo non assolve né la precedente dittatura stalinista, né il quasi ventennio di immobilismo burocratico di Breznev, né i vari errori dei gruppi dirigenti. Ma la storia dell’URSS, che non è la storia di un paese qualsiasi, ma di uno Stato anticapitalista, di uno Stato socialista, non si può comprendere se non si conosce la storia della politica estera americana, vale a dire della lotta sistematica e senza quartiere che le ha mosso il più potente Stato capitalista del pianeta.

3. I dirigenti ultimi dei partiti comunisti e socialisti europei non hanno compreso la portata antisocialista e antioperaia della vittoria del mondo capitalista. Hanno apprezzato e valorizzato la conquista delle libertà formali e la ventata di liberalismo che investiva quella società inefficiente, ma hanno dannato la memoria di quel Paese senza comprendere nulla, senza neppure uno sguardo alla catastrofe che si è abbattuta sulla società russa, con l’”apertura al mercato”, nel decennio di Boris Eltsin. Una lunga damnatio memoriae che ha consumato una frattura epocale non solo con il passato della Russia, ma con tutta la storia del movimento operaio cominciata nel XIX secolo. Di conseguenza, quando si è insediato alla presidenza della Federazione Wladimir Putin, che ha rimesso in piedi un Paese devastato e in preda all’anarchia, e lo ha potuto fare solo attraverso una sistematica e autoritaria opera di ricostituzione del potere statuale, hanno considerato soltanto gli elementi di illiberalità di quella operazione. Dimenticando che il presidente russo governava ormai una società capitalistica aperta al mercato, tant’è che nel 2002 aveva chiesto di far parte della Nato.

L‘aver dismesso le categorie classiste dell’analisi sociale e aver abbracciato i paradigmi neoliberisti ha portato esponenti e intellettuali della sinistra residua a interpretare le presidenze di Putin come una riedizione, in nuove forme, del potere sovietico. Putin come uno Stalin dei nostri giorni. Mentre l’acquisizione di una visione euroatlantica ha impedito di scorgere l’inedita aggressività dell’impero unico globale che gli USA erano diventati. Un potere assoluto che esportava la democrazia per il mondo a suon di bombe e che, dopo aver vinto la guerra fredda, voleva disfare la Russia. Si spiega così che la gran parte del fronte democratico e di sinistra, in Italia come in Europa, non abbia capito gran che della guerra in Ucraina e abbia interpretato l’invasione da parte di Putin, che – come sappiamo ormai da una letteratura schiacciante – ci è stato trascinato dall’insediamento della Nato ai suoi confini e a suon di bombe ucraine nelle regioni russofone, come espressione del revanscismo del “dittatore di Mosca”. Così, interpretare la risposta armata dell’Ucraina all’invasione russa come la resistenza della Democrazia contro l’Impero era quanto di più facile e consolante potesse fare quel fronte politico. Ma questa posizione maggioritaria presso i partiti politici, che ha condotto gran parte dei loro dirigenti a convergere sulle stesse posizioni belliciste di tanta destra (e talora di superarle in foga guerriera), non ha solo contribuito alla presente disfatta europea. Tale postazione interpretativa impedisce di comprendere il grandioso processo di mutamento degli equilibri mondiali in corso.

L’emergere del fronte dei BRICS, e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, che governano gran parte della popolazione mondiale, segnala che i Paesi occidentali non potranno più contare sul saccheggio delle loro economie come hanno fatto negli ultimi cinque secoli. È finita. Cina, India, Brasile, Indonesia, Iran – malgrado le sanzioni vessatorie degli USA – dotate di fiorenti economie industriali e popolazioni giovani, sono sulla strada di uno sviluppo tumultuoso e vogliono trattare alla pari con i vecchi padroni del mondo.

Ma non è solo questo. Lo scenario che appare in prospettiva davvero catastrofico per USA e Europa è che la tendenza alla finanziarizzazione, insita nel capitalismo maturo, sarà resa ancor più obbligata dalla competizione insostenibile mossa dai paesi emergenti. Economie di carta, deindustrializzazione, debito pubblico, disoccupazione, bolle speculative pronte a esplodere, questo è il possibile futuro di USA e UE. Alcuni analisti contano sull’uso dell’Intelligenza artificiale per far ripartire il processo di accumulazione. Ma la potenzialità economica di questa tecnologia consiste nel produrre ricchezza con sempre meno lavoro: essa diventerà insostenibile in una società organizzata secondo orari di lavoro ottocenteschi e dentro le vecchie logiche capitalistiche. È la percezione, più o meno chiara, di questo futuro alle porte che induce alla disperazione le inadeguate e improvvisate élites occidentali. Il comportamento banditesco di Trump, anche contro le economie degli alleati europei, non è espressione della sua psicopatia, ma frutto della comprensione della trappola in cui è finito l’Impero. È il leone ferito e accerchiato che ruggisce e mena zampate a destra e a manca.

4. È da questa prospettiva che occorre analizzare i fatti e provare a immaginare quali possono essere le strade per una nuova visione strategica delle forze progressiste.

Il primo errore da evitare è quello di valutare le forze del Sud del mondo a partire dai loro ordinamenti interni. Ne ho già parlato in queste pagine (Il pregiudizio democratico, 5.8.2025). Benché in buona parte governati da regimi illiberali, bisogna considerare che soltanto se messi in condizione di sottrarre alla miseria le proprie popolazioni e di sfuggire ai ricatti del dollaro, questi paesi, liberi dalla minaccia di un regime change ad opera degli USA, potranno evolvere in senso democratico e liberale. Ci piaccia o no, ma è verità storica: il nostro liberalismo (e di recente la nostra democrazia) si sono fondati sul dominio di altre economie. Hanno impedito ad altri paesi quelle che sono state le nostre conquiste. È evidente, d’altra parte, che se un qualsiasi Stato del Sud del mondo è indotto a guardare, a ogni movimento rivendicativo che sorga al suo interno, come a una minaccia alla sua sicurezza (perché la CIA, segretamente lo sta manovrando per il suo rovesciamento), la risposta sarà sempre repressiva. E questo penalizza oggi, e continuerà a penalizzare, il conflitto di classe in tante regioni del pianeta. Dunque la sicurezza geopolitica di questi paesi favorisce lo sviluppo di partiti e sindacati, di forze popolari e democratiche.

Ma c’è un’altra ragione strategica per cui dobbiamo guardare con favore a questo fronte che avanza. In questi paesi si conserva ancora un immenso patrimonio che noi abbiamo perduto: la relativa autonomia della politica. Gli stati non sono stati privatizzati, com’è accaduto in Occidente. Non sono finiti in mano a un ceto politico vassallo che serve gli interessi dei grandi gruppi industriali e finanziari. Basterebbe guardare non solo a Trump, che entra ed esce dal mondo degli affari alla presidenza degli USA, ma anche al cancelliere Merz, passato da Black Rock, il gigante del risparmio gestito, alla guida della Germania, o a Draghi, globetrotter della finanza internazionale e nostro presidenze del Consiglio e così via. L’élite politica, scomparsi i grandi partiti di massa, è diventata un ceto di broker, che, se vuole sopravvivere, deve servire interessi più potenti di quelli di uno Stato sovrano. E non solo lo Stato viene assoggettato a interessi particolari, ma anche la società tende a dissolversi nel progressivo accaparramento privato delle sue risorse. Così non è, invece, per gli stati che noi indistintamente, e con immensa superficialità, spregiamo come autocratici. Lì la politica, per quanto può, anche in una economia sostanzialmente capitalista, agisce prevalentemente secondo logiche pubbliche guardando agli interessi collettivi del paese.

È dunque dalla sconfitta dei gruppi dirigenti USA e di quel che resta dell’UE e dall’affermarsi di un ordine internazionale cooperativo, che passa una condizione indispensabile per riaprire le prospettive di un possibile socialismo del XXI secolo. Non solo perché, se non può più trovare condizioni di favore nei paesi un tempo poveri, il capitale sempre meno potrà sfuggire al conflitto. Non solo, dunque, perché si creerà il nuovo spazio sovranazionale comune che l’UE non ci ha garantito. Ma perché questo è il primo fondamento per puntare all’ambizioso tentativo, genialmente elaborato da Luigi Ferrajoli, di una costituzione della Terra (Per una costituzione della Terra, Feltrinelli, 2022) in grado di garantire la pace e di salvare la biosfera dal collasso.

E non è tutto. Finalmente in Italia potremmo guadagnare una condizione che abbiamo perduto sin dal dopoguerra: la sovranità (Luciano Canfora, Sovranità limitata, Laterza, 2023). Provate a immaginare quanto durerebbe, nelle presenti condizioni, un governo popolare che intendesse tassare severamente i grandi patrimoni, la rendita fondiaria, bloccare il saccheggio delle città e del territorio, nazionalizzare i servizi strategici ecc. Immediatamente esploderebbe la fuga dei capitali, scatterebbe il ricatto dei gruppi finanziari, fiorirebbero campagne di diffamazione, col seguito di possibili attentati terroristici. Dunque a tutti i democratici atlantisti ricordiamo che la sconfitta della Nato in Ucraina e il ridimensionamento dell’Impero americano sono condizione indispensabile perché l’Italia recuperi la propria sovranità, quella capacità di decidere liberamente il proprio futuro che gli USA le sottraggono da quasi 80 anni.

da qui