Pochi giorni
fa, con 154 voti a favore, 82 contrari e 12 astenuti, il Parlamento ha
approvato la conversione in legge del decreto-legge 48/2023, conosciuto ai più
come “decreto Lavoro”. Un decreto che aveva davvero poco in favore dei
lavoratori, che era stato vergognosamente presentato il Primo Maggio e che
avevamo già commentato a caldo il giorno dopo.
Ma vediamo
le modifiche intervenute in Aula. Il cardine di questo provvedimento rimane il
cavallo di battaglia delle scorse elezioni politiche, ovvero la tanto decantata
abolizione del reddito di cittadinanza (RdC) a favore di un depotenziato Assegno di Inclusione. Senza contare le cifre più basse e la
platea di beneficiari più ristretta, al contrario di quanto avveniva con le tre
offerte lavorative del RdC, con questa nuova normativa si passa ad un’unica
“offerta congrua” che può essere o di un contratto indeterminato o di uno
determinato ma di durata superiore ai 12 mesi, in questo secondo caso nel
raggio di 80km o 2 ore di trasporto pubblico. Un’unica offerta che, a mo’ di
ricatto, se rifiutata implica la perdita totale del sostegno, salvo casi
speciali come, ad esempio, nel caso di un nucleo familiare con un minore di 14
anni.
Infatti, in
questo caso, il “ricatto lavorativo” viene ridotto solo sulla scala degli 80km
o due ore di trasporto lasciando al beneficiario la possibilità di rifiutare
solamente le offerte più distanti. Ma se da un lato con questa nuova misura si
riduce ciò che viene pensato e dato per i lavoratori, così non è per il lato
delle imprese. È infatti presente il solito ed immancabile esonero contributivo
per i datori di lavoro che assumono i detentori dell’assegno di inclusione, nel
caso di un contratto indeterminato pari, addirittura, a un esonero del 100% per
il primo anno.
Resta e,
anzi, si rinvigorisce il taglio del cuneo fiscale, secondo cavallo di battaglia
del decreto. Infatti, dopo l’iter parlamentare vi è un ulteriore taglio di
quattro punti. Come abbiamo già ribadito svariate volte, il taglio del cuneo è e rimane solo una brillante operazione
di marketing per far di tutto tranne che alzare i salari in un paese come
l’Italia dove questi sono rimasti sempre estremamente stagnanti negli ultimi 20
anni. Ci sono molti modi per difendere il potere di acquisto di un lavoratore.
La riduzione del cuneo resta il più paradossale. Questo perché con la riduzione
del cuneo i lavoratori, spesso e volentieri, si sobbarcano il costo stesso
della riduzione tramite altre tasse o la riduzione della spesa in servizi, a fronte
di favorire un minor costo del lavoro e favorendo in ultima analisi le imprese,
piuttosto che se stessi. Per quanto riguarda invece l’ultimo punto trattato a
caldo nel nostro post di maggio, anche dopo l’iter parlamentare, nel decreto si
aumentano le possibili causali per i rinnovi dei contratti a termine. Una
deliberata scelta politica di precarizzazione ulteriore del mercato del lavoro,
in una realtà come quella italiana dove la stabilità lavorativa gioverebbe
sicuramente al lavoratore e dove i contratti a termine sono strumento di
precarizzazione volti a minare il potere contrattuale dei lavoratori stessi.
Va fatto
notare a questo punto un ulteriore passaggio di questa nuova legge, quello
sull’alternanza scuola-lavoro, di cui abbiamo già evidenziato le intrinseche problematicità. Nella malsana ottica di
sfruttamento della società moderna le scuole sono ormai passate da centri del
sapere e della crescita personale a meri “diplomifici”. Il fatto che delle
modifiche come quelle di cui discuteremo a breve si trovino nel decreto
“Lavoro” e non piuttosto in uno con a titolo “Istruzione” o “Scuola” ne è
nient’altro che una delle tante prove. I numeri degli infortuni e delle morti
di studenti impegnati nell’alternanza sono agghiaccianti: si è passati da 256
denunce di infortunio di alunni nel 2021 a ben 2103 nel 2022, da uno studente
morto nel 2021 a due morti nel 2022! In Italia muoiono sul lavoro circa tre
persone al giorno. Rendere il luogo di lavoro un posto più sicuro gioverebbe
quindi non solo agli studenti definiti dal governo “on the job”, ma anche ai
lavoratori tutti. Peccato, però, che la legge non delinei per nulla un cambiamento
radicale quale sarebbe necessario. Al contrario, piuttosto che aumentare gli
ispettori del lavoro, è un docente coordinatore della progettazione del
percorso che avrà il ruolo di seguire passo passo lo studente nelle
ore del lavoro così da controllarlo più da vicino. Dal lato delle imprese,
invece, queste dovranno compilare semplicemente un “Documento di valutazione
dei rischi”, dove spiegare tutte le criticità e i rischi a cui gli studenti
saranno forzatamente e gratuitamente sottoposti. Ma la cosa più allucinante è
la creazione del Fondo per indennizzare i decessi nei percorsi “on the
job”. Ovviamente, la tutela di tutti i lavoratori è sacrosanta. Ma
invece di fare ciò che si dovrebbe, ovvero spazzare via uno strumento, quello
dell’alternanza scuola-lavoro, utile soltanto all’impresa per reperire lavoro a
costo zero, fucina di sfruttamento e disgrazie, cosa fa il Governo? Crea un
fondo che rappresenta una completa normalizzazione della morte di studenti su
un posto di lavoro, considerando questo fenomeno come una cosa così normale da
necessitare un fondo a sé stante.
A questo
punto appare chiaro come questa legge sia, come era già apparso chiaro dalla
sua prima versione, un chiaro attacco alla classe lavoratrice. Attacco che però
va ulteriormente contestualizzato nella realtà italiana, che di fatto è una
realtà drammatica. Nel chiarire questo ci può essere di aiuto il Report Statistico Nazionale 2023 della Caritas italiana.
Nel 2022 si è registrato un incremento del 4,4% nel numero degli assistiti dai
centri Caritas (dato depurato della crescita del numero di persone di
nazionalità ucraina in fuga dalla guerra).
Si tratta di
una tendenza in corso da tempo, come ci ricorda il Rapporto Caritas dell’ottobre 2022 sulla povertà. Infatti, se
da un lato con l’eliminazione del RdC e del suo “depotenziamento” in Assegno di
inclusione si riducono quelli che erano gli strumenti di supporto che venivano
erogati alle fasce lavorative meno benestanti, va fatto notare come già con il
RdC tra il 2020 ed il 2021 vi era stato un trend crescente per quanto riguarda
il numero di beneficiari dei centri Caritas, con un incremento del 7,7% tra i
due anni. Incremento dovuto principalmente alle lacune lasciate dal RdC nei
confronti di stranieri, lacune chiaramente presenti anche nel nuovo Assegno. Il
Reddito di Cittadinanza, ricordiamolo, anche prima della sua eliminazione e del
depotenziamento in nuova misura, era comunque insufficiente, in molti casi, ad
evitare il problema della povertà ai suoi percettori. Lo testimonia il fatto
che ben un 22,3% dei beneficiari Caritas ne erano percettori. Ma non solo.
Secondo un altro rapporto della Caritas, infatti, solo il 44% dei poveri
assoluti riceveva il RdC. Una testimonianza di quanto tale strumento fosse una
goccia nell’oceano. Una goccia, che, evidentemente, per il Governo era comunque
troppo.
L’accanimento
del governo Meloni contro i lavoratori è e rimane più alto che mai:
eliminazione del RdC, creazione di un suo surrogato depotenziato, aumento dei
contratti a termine, precarizzazione. Attacco che si estende non solo ai lavoratori,
soprattutto i più vulnerabili, ma anche agli studenti. Un attacco ai lavoratori
di oggi e a quelli di domani; alla classe lavoratrice ad ogni età. Un continuo
ed incessante accanirsi su chi è già stato massacrato da anni di riforme,
ignorando, d’altro canto, tutti i ben più gravi problemi strutturali del nostro
paese.
“Il sistema di cure per tutti è
già finito. È un disastro sociale ed economico” - STEFANO CASELLI
Intervista
a Nino Cartabellotta (Presidente della fondazione Gimbe)
“La fine del Sistema sanitario nazionale
pubblico e universalistico porterà a un disastro sociale ed economico senza
precedenti. Ma temo che nessuno se ne renda conto”. Nino Cartabellotta,
presidente della Fondazione Gimbe, da anni misura la temperatura della sanità
italiana. Che, inesorabilmente, continua a salire.
Cartabellotta, è davvero “in
gioco il Sistema sanitario pubblico e universalistico” come ha denunciato ieri,
incontrando il governo, Raffaele Donini, assessore in Emilia-Romagna?
Purtroppo sì. Il sistema è stato travolto
dal Covid dopo un imponente definanziamento di circa € 37 miliardi negli anni
2010-2019. Il capitale umano si è ulteriormente depauperato; sono emersi nuovi
bisogni di salute quali long-Covid e disturbi psicologici e psichiatrici; non
si riescono a recuperare le prestazioni non erogate durante la pandemia. E gli
investimenti 2020-2022, assorbiti dall’emergenza, non permettono alle Regioni
di mantenere i conti in ordine. E difficilmente ci saranno margini per nuove
risorse a breve termine.
Quanto tempo rimane?
Il tempo è già scaduto tra l’indifferenza
di tutti i governi che continuano a ignorare tre concetti chiave. La sanità
pubblica è una conquista sociale irrinunciabile. Il livello di salute e
benessere della popolazione è una determinante per la crescita economica del
Paese. Infine, che la perdita – lenta ma inesorabile – di un servizio sanitario
pubblico e universalistico, oltre a compromettere la salute delle persone,
porterà a un disastro sociale ed economico senza precedenti.
La pandemia non ci ha insegnato
nulla?
Assolutamente no. Inizialmente il Ssn
sembrava essere tornato al centro dell’agenda. Poi con la fine dell’emergenza
tutto è rientrato nei ranghi. Nel Def 2022 (governo Draghi) il rapporto spesa
sanitaria/Pil nel 2025 crolla al 6,1% e nella Nota di aggiornamento del Def
(governo Meloni) viene ridotto al 6%; e la legge di Bilancio 2023 non ha
previsto alcun rifinanziamento strutturale del Ssn, ma ha lasciato alla sanità
solo briciole, in larga parte destinate a coprire i costi dell’energia.
Come affrontare la carenza cronica
di medici e infermieri?
Stanziare consistenti investimenti per
valorizzare e motivare la colonna portante del Ssn e programmare il fabbisogno
di medici, specialisti e altri professionisti sanitari. In caso contrario,
rischiamo lo svuotamento del Ssn da professionalità capaci di garantire la
qualità dell’assistenza, affidando in parte la gestione delle risorse umane a
società private senza alcun controllo e spendendo ingenti somme di denaro
pubblico.
Di fatto, cosa rischia
concretamente di non trovare più un cittadino se va avanti così?
Il diritto costituzionale alla tutela
della salute. Sarà impossibile accedere in tempi ragionevoli a servizi e
prestazioni necessarie, ricorrendo al privato se può pagare, oppure
rinunciando. È il cosiddetto “universalismo selettivo” che non è affatto una
minaccia incombente, ma una realtà quotidiana, soprattutto al Sud.
A che servono i soldi del Pnrr
se non possono essere utilizzati per la spesa corrente?
Senza investimenti sulla spesa corrente
solo a un costoso lifting.
Sanità:
Settore Pubblico sempre più in sofferenza - Natale Salvo
Alla fine è arrivata pure la Corte dei Conti a
denunciare, per bocca del procuratore generale Pio Silvetri [1],
« le difficoltà in cui opera, a causa della mancanza di personale e di
retribuzioni non sempre adeguate, il personale medico del servizio pubblico ».
Dai medici a gettone all’intramoenia, fino
alla pensione a 72 anni: tutte le “non soluzioni” della destra ai problema
della Sanità Pubblica
Nell’occasione la Corte ha annunciato di voler aprire
un’indagine sul sistema dei “medici a gettone”, specie
nei reparti di medicina d’urgenza.
« Il fenomeno – scrive il PG Silvetri
– pone non solo problemi di qualità del servizio ma anche costi
notevoli che vanno a gravare sul settore sanitario da sempre in forte
sofferenza ».
E’ recente, in proposito, anche la denuncia di Medicina
Democratica: « Le richieste di esami specialistici urgenti
nel servizio sanitario pubblico finiscono in una misteriosa lista di
galleggiamento: a pagamento, invece, quegli stessi esami in strutture pubbliche
sono disponibili pressoché tutti i giorni. ci chiediamo quali siano i criteri
in base ai quali si stabilisce, anche dentro gli ospedali pubblici, il numero
di prestazioni in convenzione e quelle in regime privatistico. E
ci chiediamo perché quelle private intramoenia siano così tante e invece quelle
in convenzione pochissime e introvabili » [2].
D’altro canto il governo di destra continua nella sua opera
corporativistica che ha solo la funzione di “prendere tempo”.
L’ultima è lo slittamento dell’età
pensionabile dei medici fino a 72 anni.
« Se l’intento è quello di colmare la carenza
di personale, è una misura inefficace », ha stroncato subito lo
stesso Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale
degli Ordini dei Medici [3].
Anche se lo stesso Anelli, poi, da buon “governativo”
mitiga la sua affermazione: « in ogni caso meglio un medico
ultrasettantenne, ma abilitato e con esperienza, di un medico extracomunitario
assunto senza certezza dei suoi titoli, della conoscenza della lingua italiana
e non iscritto ai nostri Ordini » [3].
Le difficoltà, umane e logistiche, incontrate dalla Sanità
italiana nell’affrontare la pandemia influenzale del 2020 dovevano
rappresentare l’ultima sirena d’allarme per un
Sistema Sanitario largamente inadeguato e insufficiente.
La politica e gli Organi della Verità hanno preferito
occuparsi d’altro: da come fermare
le ONG che sbarcano immigrati alla penalizzazione della Juventus per il caso “plusvalenze”,
da Sanremo fino alla … “sfera di metallo trovata su una spiaggia
in Giappone” [Open, 22
febbraio 2023, NdR].
Sanità: 9 temi che politica e Organi della
Verità non affrontano
Le patologie di cui soffre la Sanità, eppure, sono note:
·inadeguatezza delle campagne di prevenzione ( lotta
all’alcolismo e all’obesità, alle condizioni predisponenti i tumori, le
malattie respiratorie e quelle cardio-vascolari ),
·assenza di adeguata assistenza “di filtro”
territoriale di base,
·medici di base “privati” e
non dipendenti sanità pubblica ed inoltre ipercarichi di “assistiti”;
·elevati ticket per esami clinici e strumentali che
scoraggiano la prevenzione,
·pronti soccorsi sovraffollati e con tempi di attesa inumani,
·carenza di posti letto ospedalieri,
·lunghezza delle liste d’attesa per esami e visite nel sistema
pubblico e sistema di prenotazione arcaico [potrebbe
e dovrebbe essere curato direttamente online dallo stesso medico di base che
prescrive esame, NdR],
·disinvestimento dal settore pubblico a favore di quello privato,
·doppia attività pubblico/privata dei sanitari,
·numeri chiusi all’accesso delle professioni sanitarie.
[2] Medicina Democratica,
21 febbraio 2023, “Sanità lombarda: l’ospedale pubblico ti fa l’esame subito,
ma solo se paghi!”.
[3] FNOMCEO, 23 gennaio 2023, “Medici in pensione a 72 anni?
Anelli (FNOMCeO): Misura inefficace, ma male minore. Occorrono riforme
strutturali, investire sui professionisti”.
Sanità: liste d’attesa
per visite ed esami: ecco perché sono sempre più lunghe - Milena Gabanelli e Simona Ravizza
In Italia da tempo indefinito la
certezza di avere un esame o una visita medica in tempi rapidi ce l’ha solo chi
può permettersi di pagare. Prima
della pandemia, secondo il Censis, 19,6 milioni di italiani si sono visti
negare almeno una prestazione dei livelli essenziali di assistenza in un anno
e, presa visione della lunghezza della lista di attesa, hanno proceduto a farla
di tasca propria: ogni 100 tentativi di prenotazione, 28 sono finiti nel
privato (qui il documento). Dopo i due anni di picco del Covid
(2020-2021) che cosa sta succedendo?Vale l’immagine che abbiamo utilizzato più volte: immaginate una lunga
fila al binario che attende di salire sul treno a cui si sommano i passeggeri
di oggi. Se al treno non vengono aggiunte altre carrozze, ci saranno sempre più
passeggeri che dovranno rimandare quel viaggio, che in molti casi gli può
salvare la vita, o in alternativa pagarsi un trasporto privato. È il motivo per
cui recuperare velocemente le prestazioni sanitarie perse durante il Covid, a
causa della paralisi dell’attività programmata, è per il Servizio sanitario
nazionale una assoluta priorità. E per due ragioni: 1) la maggior parte della
popolazione non può permettersi la sanità a pagamento; 2) il ritardo di una
cura o di una diagnosi va ad aggravare sia il paziente che le casse pubbliche.
Un’elaborazione di dati fatta per Dataroom dall’Agenzia
nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) che fa capo al ministero
della Salute ci permette di capire quanto è lunga quella coda e perché non si
riesce ad accorciarla…
Sanità lombarda, liste
d’attesa record. Al San Raffaele per una cisti 1300 giorni, ma subito se paghi
7.500 euro: le piaghe del “sistema” - Thomas
Mackinson
Infinite
promesse elettorali che s’infrangono su due numeri: 1300 giorni d’attesa (col
servizio sanitario nazionale), zero (pagando 7.500 euro). Giorni e soldi che
separano la signora Aurelia da un intervento di colecistectomia al San Raffaele di Milano,
l’ospedale forse più famoso della Lombardia, fiore all’occhiello del Gruppo San
Donato, il più grande della sanità privata italiana. Sembrava un errore, un
attesa oltre ogni immaginazione quel dato emerso da una telefonata in diretta a
“37e2”, la trasmissione di Vittorio Agnoletto su Radio
Popolare. Viene poi confermato dalla struttura sanitaria. Il racconto
somiglia ad altri, a parte il computo dei giorni che polverizza i record
precedente. “Ad agosto 2020 – racconta l’ascoltatrice – ho avuto il primo
episodio di coliche biliari e sono andata al Pronto Soccorso del San Raffaele,
ma per via della pandemia ad ottobre vengo messa in lista d’attesa, senza però
una data precisa, per l’intervento di colecistectomia. I miei calcoli, di oltre
un cm, non si possono sciogliere in nessun modo. Da allora ogni 6 mesi mi
sottopongo a controlli, ma ancora nessuna data è prevista per l’intervento. Io
continuo a stare male, continue fitte, dolori, nausee, vomito, nonostante il
cambiamento di regime alimentare. Fino a quando a gennaio 2023 ho detto basta,
non ce la faccio più: ho chiamato il San Raffaele e ho chiesto a che punto era
la lista d’attesa, e mi hanno detto che c’era da aspettare ancora tantissimo
tempo. Allora ho chiesto quanto era l’attesa per un intervento a pagamento: mi
è stato risposto oralmente che i tempi di attesa a pagamento non ce ne
sono e
che il costo era di 7.500 euro! A quel punto mi sono
fermata perché non è giusto che un cittadino onesto, che paga le tasse non
abbia diritto a un servizio sanitario pubblico che funzioni”.
Agnoletto ne chiede conto
all’assessore Guido Bertolaso invitandolo ad
intervenire in trasmissione “ma nessuna risposta ci è arrivata, silenzio
totale: ci chiediamo quali siano gli interventi urgenti e concreti che la
Regione sta programmando per abbattere queste liste d’attesa assurde, causa di
enormi disagi per la popolazione, visto che era un obiettivo posto al centro
della campagna elettorale del presidente Fontana”. La domanda trae forza da un
dato di fatto, che è la conferma poi arrivata dal San Raffaele. “La lista di
attesa per l’intervento di colecistectomia (videolaparocolecistectomia o VLC) è
riportata nelle tabelle pubbliche sul sito di Ospedale San Raffaele ed è al momento
di 1300 giorni. Per questo specifico intervento, come per altri, la lista di
attesa risente ancora dei ritardi causati dalla pandemia, che ha costretto
l’Ospedale San Raffaele a interrompere per diversi mesi,
tutti gli interventi in elezione. L’intervento di colecistectomia è un
intervento programmabile che non ha carattere di urgenza. L’Ospedale San
Raffaele fa presente che la lista di attesa dà sempre precedenza alle patologie
che rivestono carattere di emergenza/urgenza”.
Nella lista si possono infatti
rintracciare altri record negativi, come i 1395 giorni per
un ricovero di ortopedia pediatrica e fino ai 1700, quattro anni e
sei mesi, per un intervento laser alla prostata.
Ma sono numeri da prendere con le pinze, perché il sistema di prenotazione
della Regione indica dove la prestazione viene garantita prima. E’ quando la si
pretende da una struttura specifica, magari vicino a casa, che il rischio
calende greche diventa certezza. E infatti, per legge, se le Ats di riferimento
non garantiscono la prestazione entro i termini indicati sulla ricetta il
cittadino ha diritto al trattamento in regime privato al solo costo del ticket:
e chi lo ha mai sentito? E infatti il problema non si limita certo al San
Raffaele, che fa sempre notizia e non solo per meriti propri ma anche perché
avvengono pur sempre sotto la “cupola dello scandalo” , quello della politica
lombarda che fa fiore la sanità privata desertificando quella pubblica. Ma se
le liste d’attesa sono il metro, non è che altrove le cose vadano meglio: per
una Tac al torace al Gaetano Pini, ad esempio, si deve
attendere 243 giorni contro i 60 indicati come tempo medio, 180 se vai al Buzzi.
Lo scandalo, piuttosto, è allora (e
ancora ) tutto politico. E’ nel diluvio di promesse che
si sentono scrociare da decenni e ancora oggi. Il 24 gennaio Attilio
Fontana, vale a dire a 16 giorni dal voto, si impegnava solennemente
davanti agli elettori: “Il mio primo atto sarà ridurre le liste d’attesa”. Come
non avesse avuto cinque anni di tempo per farlo, o il centrodestra di cui era
ancora candidato ben 28, oltre un quarto di secolo, perché da tanto governa
Regione Lombardia, dove la sanità è un mito di cartapesta, fatto di rotoli di
liste d’attesa che anche Letizia Moratti, ex assessore e
candidata civica col Terzo Polo, prometteva di sciogliere: “Il mio primo atto?
Più risorse per tagliare le liste d’attesa”.
Ma il tema, lo sanno anche i sassi,
non è solo di risorse ma anche di efficienza che
resta appesa sulle bocche dei politici lombardi. Restiamo allora alle liste.
Bertolaso, confermato nel ruolo di assessore alla Salute nella nuova giunta, a
dicembre aveva annunciato che gli uffici dell’assessorato stavano lavorando a
una piattaforma unica regionale che mettesse insieme
tutte le agende di tuti gli enti, che siano strutture pubbliche o private in
modo che il cittadino possa accedere e scegliere, ma anche controllare sforzi e
risultati nel ridurre le loro attese. Perché, signori e signori, sembra
incredibile ma nel 2023 ancora non c’è. L’Agenzia nazionale per i servizi
sanitari regionali (AGENAS) ha strutturato un database con le liste d’attesa
delle strutture, ma spesso porta a risultati inesistenti: manca tra l’altro la
pagina dell’Ospedale Niguarda, tra i più grandi d’Europa, che annuncia il
monitoraggio ma non offre alcun documento, “il link attualmente non è censito”
avverte la pagina del “Monzino”. Siamo “in attesa” delle liste d’attesa.
Istat: le liste d’attesa
infinite ingrassano la sanità privata - MARCO PALOMBI
Le mancanze del Servizio sanitario
nazionale ingrassano la sanità privata, specialmente grazie alla spesa diretta
delle famiglie (cosiddetta “out of pocket”) che
aumenta da anni, escluso il 2020 dei lockdown, e che nel
2022 è stata spinta in particolare dalle lista d’attesa infinite. Questo, in
estrema sintesi, il contenuto di un’audizione dell’Istat di ieri in Senato. È
l’altra faccia della notizia che Il Fatto ha
riportato sempre ieri, cioè l’allarme sul sistema sanitario lanciato al governo
dalle Regioni: mancano medici, infermieri, strutture territoriali e ovviamente
soldi, perché dopo un sotto-finanziamento durato un paio di decenni e lo choc
del Covid l’universalità del Ssn e persino il suo funzionamento sono a rischio.
Le Regioni chiedono subito le spese “pandemiche” non ripianate dallo Stato
(circa 4 miliardi), ma anche un percorso pluriennali di aumento dei fondi sulla
salute: non pare aria visto che l’Italia si è impegnata con l’Ue a riportare il
bilancio in avanzo primario, impegno messo nero su bianco dal governo nella
Nota di aggiornamento al Def.
E ora veniamo all’Istat: altri dataset possono
dare numeri diversi, persino “peggiori” di quelli dell’Istituto statistico
nazionale, ma è il trend che
conta. Nel 2021, ultimo dato definitivo disponibile, la spesa sanitaria in
Italia era complessivamente di circa 168 miliardi di euro: lo Stato ne
finanziava il 75,6%, il resto – che in soldi fa 41 miliardi – era a carico
delle famiglie, in gran parte mettendo direttamente mano al portafogli (35,6
miliardi di spesa “out of pocket”) e per una quota
molto minore attraverso assicurazioni volontarie (4,5 miliardi). Il 2021, è
bene tenerlo a mente, è uno dei due anni in cui la spesa sanitaria dello Stato
è cresciuta per l’emergenza Covid: se prendiamo il periodo 2012-2019 (escludendo
gli anni della pandemia) la spesa pubblica è salita dello 0,8% l’anno in media
(meno dell’inflazione, il che si traduce in un taglio, tanto più che
l’inflazione sanitaria normalmente è assai più alta di quella generale), la
spesa diretta delle famiglie del 2,1% annuo e quella assicurativa del 4,3%.
Cosa ci compravano le famiglie con quei soldi? Visite e cure ambulatoriali
(36,5% del totale), farmaci (29,3%), degenza ospedaliera a lungo termine e
apparecchi terapeutici da usare a casa (10,4% per ciascuna voce).
Il trend, secondo i
dati preliminari comunicati dall’Istat in Parlamento, è proseguito nel 2022
probabilmente peggiorando: la percentuale di cittadini che hanno rinunciato
alle cure è tornata ai livelli pre-Covid (il 7% contro l’11,1% del 2021 e però
il 4% del 2008), ma con diversa composizione geografica (aumenta il peso del
Nord) e sociale (sale la quota dei benestanti). Questa l’interpretazione di
Istat: “Nel confronto tra il 2022 e gli anni pregressi della pandemia, emerge
un’inequivocabile barriera all’accesso costituita dalle lunghe liste di attesa,
che nel 2022 diventa il motivo più frequente” di rinuncia alla prestazione
medica, persino più dei motivi economici (il 4,2% della popolazione contro il
3,2).
Questo comporterà, quando avremo i dati definitivi, un probabile corposo
aumento della spesa privata diretta: “Un altro aspetto che potrebbe evidenziare
una maggiore difficoltà di accesso alle cure è che per soddisfare il bisogno di
prestazioni sanitarie è stato necessario un maggior ricorso all’“out of pocket” o a spese sanitarie garantite da
copertura assicurativa”.
L’anno scorso, dice Istat, la
composizione della spesa per visite e accertamenti “si sposta di alcuni punti
percentuali da prestazioni a carico del Ssn o gratuite a quelle pagate di tasca
propria o con rimborso parziale o totale da parte delle assicurazioni private o
aziendali”: nel 2019 il 37% degli intervistati dichiarava di aver pagato del
tutto privatamente una visita specialistica, l’anno scorso erano il 41,8%;
stesso discorso per gli accertamenti diagnostici (dal 23 al 27,6%). Prestazioni
tra le più colpite dalle infinite liste d’attesa nella sanità pubblica che
diventano sempre più profitto privato: da notare che la quota del campione
coperta da un’assicurazione è un residuo 5% e che – specie per il “welfare
aziendale” – si parla della parte più ricca dei lavoratori (il quinto col
reddito più basso vale il 2,5% della spesa).
Sanità, ultimatum
Regioni al Governo: “4 miliardi o è crac” - NATASCIA RONCHETTI
Ieri mattina, Raffaele Donini,
coordinatore della commissione Sanità della Conferenza delle Regioni, ha
pubblicato un post su Facebook: “È in gioco
il sistema sanitario pubblico e universalistico. Lo devono capire”. Un invito
al governo Meloni a comprendere fino in fondo la profondità del baratro nel
quale sta precipitando il Servizio sanitario nazionale. Ed è stato con i numeri
alla mano che Donini si è presentato nel pomeriggio, alla guida di una
delegazione di assessori regionali alla Salute (insieme a lui anche il
presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga) all’incontro
con il ministro dell’Economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti, e con il
titolare del dicastero della Salute, Orazio Schillaci. Il tempo è scaduto.
“Dobbiamo intervenire subito e nel modo più appropriato – ha esordito Donini –.
Perché non vorremmo trovarci nella condizione di affermare che l’operazione è
riuscita ma il paziente è morto”. Subito significa proprio subito per le
Regioni: con l’attivazione immediata di un tavolo di lavoro che entro e non
oltre la fine di aprile, cioè tra meno di due mesi, individui gli “interventi
urgenti e risolutivi di ordine finanziario e legislativo attraverso i quali
consentire alle Regioni di non interrompere la programmazione sanitaria ed
evitare la riduzione dei servizi”. D’altronde il sistema è quasi al collasso.
“Siamo alla canna del gas”, ammette Luigi Icardi, che guida l’assessorato alla
Salute del Piemonte.
Sì, perché tutti i nodi sono venuti tragicamente al pettine. Lo storico
sotto-finanziamento del servizio sanitario nazionale; il mancato rimborso di
una buona parte delle spese sostenute per combattere la pandemia (mancano
all’appello 3,8 miliardi); la continua fuga dei medici dagli ospedali – un
esodo che sta facendo della gravissima carenza di specialisti una voragine: ne
mancano più di 15 mila –; la necessità di arrestare questa fuga con
riconoscimenti economici e professionali. “Da tre anni chiudiamo i bilanci con
nostre risorse straordinarie e per questo in molti casi irripetibili – osserva
Donini –. Non è accettabile essere sottoposti a un piano di rientro, che
significa taglio dei servizi e tasse in più, a causa del sotto-finanziamento e
dei mancati rimborsi. I soldi si devono trovare. Saltano fuori per le armi e
invece non si spendono per il servizio sanitario, che deve al contrario essere
la priorità”. È vero, Giorgetti e Schillaci hanno promesso un immediato tavolo
di confronto. Altrettanto, però, non hanno fatto per quanto riguarda
l’incremento della dote finanziaria. “Solo che se non si trovano subito i
finanziamenti e non si interviene rapidamente anche sul piano legislativo il
sistema non reggerà”, dice Icardi.
Lo scenario del resto è drammatico, il
confronto con gli altri Paesi europei (per spesa sanitaria in rapporto al Pil)
è impietoso. In pratica, dicono le Regioni, se si volessero raggiungere i
livelli del Regno Unito servirebbero circa 20 miliardi in più all’anno,
addirittura 40 per stare al passo con Germania e Francia. Invece è stata
addirittura innestata la retromarcia: la nota di aggiornamento al Def (rivista
e aggiornata il 4 novembre 2022), prevede una spesa sanitaria per il 2025 pari
al 6% del Pil (nel 2019 era al 6,4%). Un arretramento nel contesto di un
sistema ospedaliero che era già stato ampiamente spolpato prima della pandemia:
in dieci anni sono stati tagliati 35 mila posti letto.
“Ormai anche le Regioni benchmark, come Emilia-Romagna, Toscana, Veneto sono
in forte difficoltà”, avverte Pierino di Silverio, segretario nazionale di
Anaao, sindacato dei medici ospedalieri. Tanto che lo storico confronto tra
Nord e Sud su questo punto potrebbe ormai avere anche poco senso. Mancano gli
infermieri (circa 60 mila) e mancano gli specialisti. La mappa sulle gravi
carenze di medici ospedalieri, redatta sempre da Anaao qualche tempo, fa spiega
che la Sicilia ha un deficit superiore ai 60 medici in quasi tutte le
principali specialità (11 su 13). Proprio come la Toscana. La Puglia non ce la
fa in nove specialità, nessuna regione ha un organico adeguato. Solo che questa
mappa è già persino preistoria, ampiamente approssimativa, oggi, per difetto.
Mentre le liste d’attesa per accedere alle prestazioni appaiono aumentano i medici
specialisti continuano a fuggire dal pubblico. Si chiamano dimissioni inattese.
“Sette al giorno solo nel 2020 e nel 2021”, rammenta Di Silverio. C’è poi la
questione dei Pronto soccorso, la più grave, come rilevato dalle stesse
Regioni, che chiedono anche una revisione del tetto di spesa al personale, con
“una metodologia che ne definisca il fabbisogno effettivo”. L’indennità
aggiuntiva riconosciuta dal ministro Schillaci a medici e infermieri
dell’emergenza-urgenza non basta. Tanti continuano a scappare, stremati da
turni massacranti mentre le scuole di specialità vedono andare a vuoto i
contratti di formazione: tra il 2021 e il 2022 non ne sono stati assegnati
quasi il 55%. Risultato, concludono le Regioni, “occorre rendere esigibile il
principio secondo il quale nessuna Regione debba sottoporsi a piani di rientro
o di riduzione dei servizi o di aumento della fiscalità a causa del mancato
riconoscimento dell’attuale criticità finanziaria. In caso contrario sarebbe
irrimediabilmente compromesso il sistema sanitario universalistico”.
Già due anni fa la spesa sanitaria
privata, che continua a crescere, aveva superato la soglia del 25% di quella
annua complessiva: oltre 40 miliardi. Chi può, infatti, si rivolge ai privati.
Cosa che approfondisce il solco che separa il Settentrione (più ricco) dalle
regioni del Sud (più povere). Per esempio: nel 2021 la spesa privata pro-capite
a livello nazionale è stata di 623 euro. Ma le differenze tra le varie aree del
Paese si sono rivelate macroscopiche: si passa da 849 euro a 335. E la stessa
cosa si rileva nella sanità integrativa. Quattro anni fa, hanno avvertito
ancora una volta le Regioni, le persone assicurate erano 13,9 milioni, per il
43% concentrate nel Centro-Nord, per il 9% nel Meridione. Con buona pace
dell’equità nell’accesso alle cure.
La
sanità di tutti, intervista a Tina Anselmi,
su Raiplay
La
sanità italiana tra rinunce, ricorso alle strutture private e “pellegrinaggi” - Giovanni Caprio
Nel 2021 la spesa sanitaria direttamente a carico delle
famiglie è stata pari a 36,5 miliardi di euro, con un aumento in
media annua dell’1,7% osservato nel periodo 2012-2021 (+2,1% dal 2012 al 2019).
Le principali spese sanitarie sostenute direttamente dalle famiglie riguardano
l’assistenza ambulatoriale per cura e riabilitazione (il 36,5%), l’acquisto di
prodotti farmaceutici e altri presidi medici non durevoli (29,3%), l’assistenza
(sanitaria) ospedaliera a lungo termine e l’acquisto di apparecchi terapeutici
ed altri presidi medici durevoli (per entrambe queste ultime due voci
l’incidenza è pari al 10,4%). E’ quanto ha rappresentato Cristina
Freguja, direttrice della Direzione centrale per le
statistiche sociali e il welfare dell’Istat, durante
l’audizione in Commissione Affari Sociali e Sanità del Senato dell’8
marzo scorso.
Ma ciò che più colpisce dall’analisi dei dati dell’ISTAT riguarda la
rinuncia a curarsi: nel confronto tra il 2022 e gli anni pregressi della
pandemia, emerge un’inequivocabile barriera all’accesso costituita dalle lunghe
liste di attesa, che nel 2022 diventa il motivo più frequente (il 4,2% della
popolazione), a fronte di una riduzione della quota di chi rinuncia per
motivi economici (era 4,9% nel 2019 e scende al 3,2% nel 2022). “Nel 2022
– ha sottolineatoFreguja – le prestazioni
sanitarie fruite sono, inoltre, più contenute rispetto al periodo
pre-pandemico. Dalle indagini Istat sulla popolazione, si
rileva infatti una riduzione – diffusa a tutte le ripartizioni –
della quota di persone che ha effettuato visite specialistiche (dal 42,3%
nel 2019 al 38,8% nel 2022) o accertamenti diagnostici (dal 35,7% al
32,0%). Nel Mezzogiorno quest’ultima riduzione raggiunge i
5 punti percentuali. La flessione riguarda tutte le fasce d’età, ma è maggiore
nelle età anziane, con riduzioni di 6 punti per le donne, e comunque anche tra
i minori che ricorrono a visite specialistiche (-6 p.p.) o tra le donne
adulte per gli accertamenti”.
Quindi, nel 2022 i livelli di prestazioni sanitarie
pre-pandemia non sono stati recuperati ed emerge nel contempo il maggior peso
della rinuncia a prestazioni per lunghe liste di attesa. Rispetto al
2019 aumenta soprattutto la quota di persone che dichiara di aver pagato
interamente a sue spese sia per le visite specialistiche (dal 37% al 41,8%
nel 2022) sia per gli accertamenti diagnostici (dal 23% al 27,6% nel
2022).
Quanto poi alla mobilità sanitaria interregionale in
Italia nel 2020 ha raggiunto un valore di € 3,33 miliardi, con
saldi estremamente variabili tra le Regioni del Nord e quelle del Sud. Lo
rileva un dossier di Gimbe dal quale emerge come Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto raccolgono
il 94,1% del saldo attivo, mentre l’83,4% del saldo passivo si concentra
in Campania, Lazio, Sicilia, Puglia, Abruzzo e Basilicata. E
la mobilità sanitaria tra i tanti “mali” della nostra sanità
rappresenta senz’altro uno di quelli che maggiormente riflette le grandi
diseguaglianze nell’offerta di servizi sanitari tra le varie Regioni e,
soprattutto, tra il Nord e il Sud del Paese. Infatti, le Regioni con maggiore
capacità attrattiva si trovano ai primi posti nei punteggi LEA, mentre gli
ultimi posti sono occupati da quelle con mobilità passiva più elevata.
Complessivamente, l’85,8% del valore della mobilità
sanitaria riguarda i ricoveri ordinari e in day hospital (69,6%)
e le prestazioni di specialistica ambulatoriale (16,2%). Il 9,3% è relativo
alla somministrazione diretta di farmaci e il rimanente 4,9% alle altre
prestazioni. In particolare, Emerge inoltre che più della metà del
valore della mobilità sanitaria per ricoveri e prestazioni specialistiche è
erogata da strutture private, per un valore di € 1.422,2 milioni (52,6%),
rispetto ai € 1.278,9 milioni (47,4%) delle strutture pubbliche. In
particolare, per i ricoveri ordinari e in day hospital le strutture private
hanno incassato € 1.173,1 milioni, mentre quelle pubbliche € 1.019,8 milioni.
Per quanto riguarda le prestazioni di specialistica ambulatoriale in mobilità,
il valore erogato dal privato è di € 249,1 milioni, mentre quello pubblico è di
€ 259,1 milioni.
I dati di Gimbe dimostrano in definitiva
che tantissimi cittadini sono costretti a umilianti “pellegrinaggi” da
Sud a Nord per cercare di curarsi, che –di conseguenza– i flussi
economici della mobilità sanitaria scorrono prevalentemente da Sud a Nord, in
particolare verso le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi con il
Governo per la richiesta di maggiori autonomie. E che oltre la metà
delle prestazioni di ricovero e specialistica ambulatoriale finisce nelle casse
delle strutture private, ulteriore segnale d’indebolimento della sanità
pubblica. In ogni caso, è impossibile stimare l’impatto economico complessivo
della mobilità sanitaria che include sia i costi sostenuti da pazienti e familiari
per gli spostamenti, sia i costi indiretti (assenze dal lavoro di familiari,
permessi retribuiti), sia quelli intangibili che conseguono alla non
esigibilità di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione.
“La sanità
pubblica lavorerà per le cliniche private” - Stefano
Rossi
Regione
Lazio, il governatore Rocca: “Il tema delle liste d’attesa è un problema
ormai nazionale legato anche alla carenza del personale sanitario, ma
sicuramente noi abbiamo il tema nel nostro ReCupdove c’è
soltanto l’agenda pubblica. Noi invece intendiamo riappropriarci di tutte le
prestazioni del privato e dare noi l’agenda al privato e non subirla”.
Tradotto,
chi chiamerà al telefono il ReCup per fissare una visita medica troverà non
solo i presidi pubblici ma anche quelli privati. E non sapremo a
chi daranno la precedenza.
E’ pazzesco
che un servizio pubblico, con dipendenti pubblici, finanziato ovviamente con
soldi pubblici lavorerà per le cliniche private.
Finora,
tutti i partiti che hanno governato negli ultimi trent’anni hanno favorito la
sanità privata massacrando quella pubblica (il caso Formigoni docet).
Ho il
sospetto che quel “non subirla” si debba leggere esattamente al contrario.
Ma poi, sul
piano giuridico, il danno erariale si configura proprio quando
il dipendente pubblico, in violazione dei suoi obblighi di servizio, causa un
danno economico all’ufficio.
Qui si vuole
legalizzare l’illegalità manifesta: siccome abbiamo distrutto il servizio
pubblico con un altro servizio pubblico lavoreremo per far lavorare i servizi
privati.
Quando si
tratta di storpiare la logica umana e giuridica ci sono persone e partiti che
raggiungono livelli sopraffini.
Quarant’anni di sanità e welfare in
Italia - Gaspare Jean
Il Quaderno di Gaspare Jean è una vera e propria storia
critica della sanità pubblica in Italia negli ultimi quarant’anni,
ovvero dalla approvazione della legge di Riforma Sanitaria (1978) ad oggi. Una
lettura che ci aiuta a riflettere su come il servizio sanitario nazionale si è
evoluto (e deteriorato) negli ultimi anni, ma soprattutto a impegnarci nella
lotta per la sua difesa, ora che ipotesi di autonomia regionale differenziata,
di flat tax e di finanziamento assicurativo minacciano la sua universalità ed
esigibilità ancora più di quanto è accaduto finora attraverso il
sottofinanziamento cronico.
Questo testo è stato preparato nell’agosto del 2019 come contributo al
lavoro collettivo di “Ideeinformazione” da Gaspare Jean, pochi giorni prima
della sua scomparsa. Gaspare Jean, medico, è stato primario in diversi ospedali milanesi e
dirigente ospedaliero. Per oltre quarant’anni si è molto impegnato per il
recupero degli alcool-dipendenti ed era fiduciario medico nazionale
dell’associazione Alcoolisti Anonimi. Questa sua attenzione per gli aspetti
sociali della medicina è tra le motivazioni del conferimento, nel 2008, dell’Ambrogino
d’oro del Comune di Milano. Storico attivista della sinistra milanese e
dirigente dell’ANPI (era iscritto alla sezione XXV Aprile) era sempre presente
dove c’era bisogno del suo impegno.
7 aprile 2023. Giornata europea contro
la commercializzazione della salute.
Come ogni anno, il 7 aprile, World Health
Day per l’OMS, la Rete europea contro la commercializzazione della salute (https://europe-health-network.net/), ripropone di
“festeggiare” trasformando questa giornata denunciando come la salute e la
sanità siano sempre più ridotte a merce e sempre più ritenute un nuovo business
da cui trarre i maggiori profitti per i grandi gruppi. Ne fanno le spese,
ovviamente, le persone, i malati poichè aumentano in modo esponenziale le
diseguaglianze in accesso ai servizi e questi ultimi diventano sempre meno
universalistici.
Viene colpito in ogni paese il DIRITTO ALLA SALUTE E ALLA SANITA’. Ne
fanno le spese maggiori i Servizi Sanitari Nazionali pubblici ancora una volta
considerati dai vari governi e dalle istituzioni europee come semplici “costi”
se non trasformati in mercato. Nulla è cambiato per non disturbare i grandi
capitali in sanità, nonostante la “lezione” della pandemia Covid-19.
Negli ultimi mesi pare che vi sia un risveglio che vuole contrastare
queste politiche: le manifestazioni di piazza in Spagna e nel Regno Unito, in
particolare, per la salvaguardia ed il rilancio della sanità pubblica sembrano
essere un buon segnale che deve essere raccolta anche dagli altri paesi in
Europa e non solo.
In Italia, quest’anno abbiamo provato a verificare l’attenzione con
la manifestazione tenuta a Milano lo scorso 1° aprile “Sani come un pesce?” che
si inseriva proprio nell’ambito delle iniziative per la giornata del 7 aprile.
La partecipazione è stata molto promettente. Solleveremo ancora la questione
anche nelle prossime settimane.
Video, interventi e documenti sulla manifestazione del 1 aprile a Milano
Il dado è tratto
nella sanità pubblica italiana - Paolo Caruso
Con
l’avvento della Meloni al governo, il Paese sembra sia stato catapultato verso
una politica del “fare” esclusivamente tesa a tutelare il “manovratore”, le
lobby, i poteri forti, le classi economicamente privilegiate, a discapito dei
veri interessi dei cittadini. Con questa destra si assiste sempre più
all’apoteosi del neoliberismo anche in ambito sanitario, e proprio questo
“nuovo” che avanza sembra dare un ulteriore colpo mortale alla già fragile
Sanità pubblica fiaccata da anni di continui ridimensionamenti finanziari,
flussi di denaro pubblico dirottati a favore del privato. Una maschera del
“nuovo” arrembante che nasconde le insidie del modo di gestire la salute
pubblica. Cosa c’è sotto questa operazione di maquillage dell’universo Salute è
facilmente comprensibile e ricalca tutti i temi cari alla destra, cioè la
privatizzazione. La rabbia e la frustrazione di un popolo sono già abbastanza
grandi nel constatare il netto declino del SSN, di una sanità pubblica sempre
più marginalizzata e del venir meno di un diritto costituzionale fondamentale
quale è la salute. La classe politica della destra più conservatrice e meno
presentabile arroccata nei Palazzi delle Istituzioni rimane sorda ai bisogni
della gente e fa aprire gli occhi anche a coloro che l’hanno votata. Destra e
sinistra per certi aspetti rappresentano un falso storico contemporaneo, le due
facce della stessa medaglia, entrambe fautrici di logiche neoliberiste. Nessun
governo, compreso quello dei “migliori”, ha mai ammesso di volere
ridurre i finanziamenti al Servizio sanitario pubblico anzi…. In effetti il
finanziamento al Ssn cresce solo sulla carta essendo legato al Pil e già dal
2022 agli anni a venire è in forte calo, un ritorno al periodo pre-pandemia, un
abisso rapportato a quello di Germania, Francia e Regno Unito. Il bilancio
delle regioni alla voce sanità risulta in rosso, anche di quelle cosiddette
virtuose, e con l’ulteriore riduzione dei finanziamenti da parte dello Stato
molte di esse saranno costrette a tagliare i servizi sanitari, le prestazioni,
aumentando anche il contributo economico dei cittadini. Esistono già forti
criticità sia per quanto riguarda le liste d’attesa, lunghe e interminabili,
sia per il sovraffollamento delle aree di emergenza che scoppiano presentandosi
come dei veri lazzaretti e anche i ricoveri e gli interventi chirurgici
rappresentano per molti una chimera. Chi può si rifugia nelle strutture private
con il conseguente aumento della spesa sanitaria e con il risultato di veder
aumentare le diseguaglianze già esistenti e la sperequazione tra le regioni del
nord e le regioni del sud. Malgrado ciò il governo Meloni tende a nascondere la
verità e non fa nulla per invertire questa deriva che sta portando ad abbassare
il livello delle prestazioni, al mancato ammodernamento del patrimonio
strutturale e tecnologico, al crescere dei tempi delle lista di attesa. Un
governo guerrafondaio che incrementa le spese militari tagliando i denari alla
sanità pubblica di certo non è segno di buona politica orientata al bene comune.
La stessa Costituzione infatti sancisce la tutela della salute come diritto
fondamentale e gratuito. Dopo anni di tagli alla spesa sanitaria pubblica, il
ridimensionamento delle piante organiche, la soppressione di reparti, la
chiusura di interi ospedali, la cieca gestione del numero programmato
alle professioni sanitarie e alle specializzazioni, fanno emergere tutti gli
errori del passato. La riduzione di medici specialisti soprattutto di alcune
branche, di infermieri e di personale sanitario in genere rappresenta un grave
vulnus al Ssn, un depotenziamento della sanità pubblica che non riesce più a
essere attrattiva, concorrenziale a quella privata. Nessuno incentivo alla
professionalità, stipendi non adeguati, e la fuga dal pubblico sono il frutto
di una politica deficitaria e di gravi responsabilità sindacali, e non sarà
sicuramente l’ultima genialata del governo con la liberalizzazione del lavoro
degli infermieri e dei sanitari all’esterno della struttura pubblica, come
opera caritatevole di incremento dei guadagni, a far cambiare la tendenza.
L’attenzione della politica verso il Ssn nel periodo pandemico e le promesse
post covid sono deflagrate con i governi che si sono succeduti al Conte 2.
Anche la medicina del territorio, le case di comunità e gli ospedali di
comunità segnano il passo prive di una congrua dotazione di personale e lo
sviluppo della telemedicina è di là da venire. La stessa medicina generale
soffre al pari delle altre specialità di un numero ridotto di medici
generalisti e del mancato adeguamento alle richieste del territorio. In questo,
la figura del medico di base svilita da anni di imperdonabile abbandono,
costretto ad abdicare alla sua professionalità e a districarsi tra burocrazia,
restrizioni prescrittive causa di rapporti conflittuali con il paziente,
risulta fondamentale e va rivalutata. Soltanto abbandonando il regime
privatistico tanto caro alla destra e le logiche affaristiche della sanità
pubblica, con un crescente impegno finanziario e un serio coinvolgimento della
politica si potrà assistere alla ripresa di quello che fu il fiore
all’occhiello dell’assistenza sanitaria pubblica in Italia. Il dado è tratto! O
si gettano le basi ad un nuovo progetto di sanità pubblica, o il declino sarà
inarrestabile e questa destra non potrà che scrivere la parola fine al Ssn,
consentendo agli Andreucci e ai vari Ras della sanità privata di arricchirsi
sulla pelle dei cittadini.
L’OCSE ci è arrivata, la
Meloni no: l’austerità uccide la sanità pubblica - coniarerivolta
Sono serviti quasi sette milioni di
morti dovuti al Covid affinché l’Organizzazione per la Cooperazione e lo
Sviluppo Economico (OCSE) riconoscesse che i sistemi sanitari di tutti i Paesi
membri – che sono sostanzialmente tutte le economie avanzate capitaliste del
pianeta – si sono fatti trovare drammaticamente impreparati e sottofinanziati
all’appuntamento con la pandemia. Dopo decenni passati a predicare l’austerità
e la riduzione del ruolo dello Stato nell’amministrazione della cosa pubblica,
l’OCSE è così costretta a mettere nero su bianco che lo Stato deve mettere soldi, tanti soldi, per evitare
che la salute della popolazione si deteriori in maniera inesorabile nei
prossimi anni. È quello che si può leggere in un recente
rapporto,
intitolato Ready for the Next Crisis? Investing in Health
System Resilience. Le criticità individuate sono note a chiunque
abbia avuto la sfortuna di avere bisogno di assistenza medica negli ultimi
anni: personale gravemente sottodimensionato, investimenti in strutture e
macchinari sempre più carenti, spese in prevenzione totalmente insufficienti e
tutto il campionario degli orrori con cui si confronta chi entra oggi in un
ospedale pubblico.
In uno scenario che, se si guarda
alla situazione media di tutti i paesi OCSE (i paesi più ‘avanzati’ del mondo),
è sconfortante, l’Italia spicca e lo fa per le ragioni sbagliate. Non può
essere una novità, d’altronde. Nei primissimi giorni della pandemia provammo
a tracciare
un bilancio degli
effetti dell’austerità sulla sanità italiana: spesa pubblica corrente nella
sanità (che include gli stipendi dei lavoratori del settore) diminuita in
termini reali del 12% tra il 2009 e il 2018; investimenti pubblici in sanità,
quali ad esempio l’acquisto di strutture e macchinari, che nello stesso periodo
soffrono un taglio del 44%; carenze d’organico ad ogni livello, dai medici fino
agli infermieri. Una serie di numeri che possono apparire astratti, ma che
hanno un riflesso drammaticamente tangibile nella nostra vita quotidiana e che
mostrano tutta la loro violenza quando andiamo a vedere come il numero di posti
letto ospedalieri ogni mille abitanti fosse, nel 2020, un terzo di quello che
avevamo nel 1980 (3,19 posti letto ogni 1000 abitanti nel 2020, 9,61 nel 1980,
secondo dati OCSE).
Che fare per arrestare questo
sfacelo? Una risposta sicuramente prudenziale la fornisce lo stesso Rapporto
dell’OCSE di cui parlavamo all’inizio di questo articolo: aumentare
sostanzialmente la spesa in sanità fino a portarla al 10.1% del PIL di ciascun Paese membro. Arrivati a
questo punto, può essere utile confrontare queste prescrizioni con quanto sta
concretamente facendo in merito il Governo Meloni. Anche qui, purtroppo, siamo
costretti a tornare su quanto già
detto e ridetto: nell’ultima Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza,
licenziata a novembre 2022, si può notare come la spesa sanitaria in rapporto
al PIL sia prevista al ribasso per
gli anni a venire, partendo dal 7,2% del 2021 per poi scendere al 7%, 6.6%,
6.2% e 6% negli anni fino al 2025 (come si può leggere
nel documento approvato dal Governo qui, Tavola I.3B). Un provvedimento
rivendicato con orgoglio e senza alcuna vergogna dal Presidente del Consiglio
nella conferenza stampa di fine anno: leggere l’ultima domanda nella trascrizione dell’intervista per credere.
Detto in parole povere, il Governo
Meloni, in totale e perfetta continuità con gli esecutivi che l’hanno preceduto,
persevera senza esitazione nel progetto pluriennale di distruzione del sistema
sanitario nazionale, un progetto che è un attentato diretto alla salute delle
milioni di persone che non hanno i soldi per curarsi nella sanità privata e che
possono solo sperare di non ammalarsi per evitare di dover iniziare un percorso
che unisce alla disgrazia della malattia anche la beffa di liste d’attesa
chilometriche, strutture fatiscenti e personale sanitario sfinito da turni
massacranti. Non è retorica, purtroppo, ma ciò che ci dice l’OCSE e che ci
dicono i dati sugli oltre 4
milioni di italiani che hanno rifiutato le cure per via delle liste d’attesa troppo
lunghe. È inoltre ciò che, in spregio del ridicolo, ci dicono le Regioni, governate dalle stesse forze
politiche che a livello di Governo centrale devastano la sanità pubblica: “Se
davvero il livello di finanziamento del SSN per i prossimi anni dovrà
assestarsi al 6% del PIL, prospettiva che le regioni chiedono che venga
assolutamente scongiurata, occorrerà allora adoperare un linguaggio di verità
con i cittadini, affinché vengano ricalibrate al ribasso le loro
aspettative nei confronti del SSN. Saranno necessarie scelte dolorose, ma non più procrastinabili, al fine di
evitare che le mancate scelte producano nel sistema iniquità ancora più gravi
di quelle già presenti”.
Il Governo Meloni ha il pregio
indiscutibile di essere totalmente trasparente e privo di qualsiasi pudore
riguardo alle sue priorità: la salute e il benessere della popolazione sono un
orpello da sacrificare sull’altare della fedeltà al dogma dell’austerità
fiscale e un boccone da offrire in pasto a chi macina milioni su milioni di
profitti con la sanità privata. Forte e spietato con i deboli, che siano i
pazienti in attesa di essere curati o i migranti lasciati morire in mare senza
batter ciglio, debolissimo e servile contro i forti, che siano i guardiani
europei della disciplina di bilancio o il padronato nostrano che richiede
manodopera da sfruttare.