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domenica 12 febbraio 2023

La vicenda di Cospito riflette la storia violenta del carcere - Giuseppe Rizzo

  

Il caso dell’anarchico al 41 bis non è cominciato oggi: va avanti da duecentocinquant’anni e 110 giorni, e mostra tutti i limiti delle condanne che tendono più alla vendetta che alla giustizia

 

“Un impero, ho letto non so dove,
si mantiene attraverso
la crudeltà delle sue carceri”,
Gennaio, Charles Simić

 

Il caso di Alfredo Cospito non è cominciato oggi: va avanti da 250 anni e 110 giorni. I secoli sono più o meno quelli della storia del carcere così per come lo conosciamo nella sua forma attuale, i giorni sono quelli dello sciopero della fame che l’anarchico ha cominciato contro il 41bis e l’ergastolo ostativo. Se queste due vicende non si leggono insieme, si rischia di non capire né l’una né l’altra: né, evidentemente, l’importanza che hanno per tutti, dentro e fuori la galera.

Cominciamo da Cospito. Nel 2014 l’anarchico è stato condannato perché due anni prima a Genova aveva ferito Roberto Adinolfi, dirigente dell’Ansaldo nucleare, sparandogli alle gambe. Nel 2017 è stato accusato di vari reati, tra cui aver messo due pacchi bomba davanti alla scuola allievi dei carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo, esplosi nella notte ​​tra il 2 e il 3 giugno 2006. L’attentato non ha causato né morti né feriti, ma secondo i giudici è stata solo una casualità, e infatti lo hanno condannato a vent’anni di reclusione con l’accusa di strage.

La corte di cassazione ha però ritenuto che non bastasse, e nel luglio 2022 ha ridefinito il reato da “strage contro la pubblica incolumità” a “strage contro la sicurezza dello stato”. Per capirsi: neanche gli attentati di Capaci e di via d’Amelio nel 1992 (undici morti in totale), né quello di Bologna nel 1980 (ottanta vittime), furono definiti stragi contro la sicurezza dello stato. Come ha scritto Adriano Sofri, è inutile commentare: “Non si può commentare la smisuratezza. La giustizia è smisurata e si compiace di esserlo, i suoi amministratori hanno nomi e cognomi ma non li indossano, bastano le uniformi, sono esseri smisurati per irrazionalità e cattiveria”.

L’ergastolo ostativo

Per questo reato Cospito rischia l’ergastolo ostativo e cioè la pena senza scampo. È il caso di soffermarsi su questa misura, perché è uno di quegli strumenti nati durante periodi d’emergenza che però sono diventati ordinari nel sistema penale italiano – distrattamente per la maggioranza delle persone, volutamente per gli innamorati delle galere altrui – e che caratterizzano questa storia.

Messo a punto all’indomani della strage di Capaci per combattere la mafia, l’ergastolo ostativo cancellava ogni alternativa al carcere per chi non collaborava con la giustizia. Nel tempo le maglie si sono allargate e oggi tra i cosiddetti delitti ostativi non c’è solo l’associazione mafiosa, ma anche il sequestro a scopo d’estorsione, la violenza sessuale di gruppo, il peculato e la corruzione. Nel 2021 la corte costituzionale ha accertato l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo e ha lasciato al parlamento un anno di tempo per “affrontare la materia”. Il governo Meloni lo ha fatto, riconfermandolo. L’emergenza è diventata sistema. Ma non è l’unica nel caso di Cospito.

Da quando è in carcere l’anarchico ha continuato a inviare articoli ad alcuni giornali della sua area, usando le parole che ha sempre usato: insurrezione, lotta contro lo stato, violenza necessaria. Finché nel maggio 2022 l’allora ministra della giustizia Marta Cartabia ha ritenuto che le sue parole fossero “documenti destinati ai propri compagni anarchici, invitati esplicitamente a continuare la lotta contro il dominio, particolarmente con mezzi violenti ritenuti più efficaci”. Per questo motivo a Cospito, invece di una semplice censura alla sua posta, è stato applicato il 41 bis, la seconda eccezione diventata regola che compare in questa vicenda.

Il 41 bis

La misura esiste dal 1986, quando fu approvata per consentire al ministero della giustizia “in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza” di sospendere “l’applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti”. Sono ancora una volta gli attentati di cosa nostra del 1992 a spingere la politica ad estendere i “casi eccezionali” e le “situazioni di emergenza”, consentendo di applicare il 41 bis ai mafiosi per interrompere ogni loro contatto con l’esterno.

Doveva durare tre anni, è arrivato fino a oggi, in una forma che prevede: l’isolamento quasi totale; due ore d’aria al giorno, contro le quattro degli altri; un colloquio di un’ora al mese, invece di sei, e solo con i familiari, separati da un vetro, tranne se il familiare ha meno di dodici anni; la sorveglianza 24 ore su 24; il controllo della posta; la registrazione delle telefonate e degli incontri.

La durezza di questo regime è sconfinata spesso nell’umiliazione, nel paradosso e nell’assurdo, quando non nell’annientamento vero e proprio, atteggiamenti e prassi vietate dalla costituzione italiana, anche per i crimini più violenti. Nel 2021 a un detenuto è stato negato un libro di Marta Cartabia, allora ex presidente della corte costituzionale, perché il possesso lo avrebbe “messo in posizione di privilegio agli occhi degli altri detenuti, aumenterebbe il carisma criminale”.

Il Post ha raccontato la storia della brigatista rossa Nadia Lioce: “La detenuta in un anno solare aveva parlato solo per 15 ore”. Un altro detenuto ha detto al Dubbio: “Per dieci anni sono stato isolato in una cella di 1,52 metri di larghezza per 2,52 di lunghezza. Non mi arrivava un raggio di luce”. Il docente di diritto penale Tullio Padovani ha tradotto in un’immagine efficace e sconfortante questa realtà: “Come previsto dalla normativa europea, un maiale adulto deve disporre di almeno sei metri quadrati di superficie libera. Noi al posto del porco mettiamo il detenuto”.

Nel tempo, anche l’uso del 41 bis si è dilatato, andando oltre il perimetro dell’associazione mafiosa. Oggi può finirci chi è accusato di terrorismo, prostituzione minorile, pedopornografia e contrabbando di tabacchi. Cospito è il primo e unico anarchico nella storia italiana a cui è stato applicato. Come ha ricordato sull’Essenziale Luigi Manconi, sociologo ed ex senatore del Pd, il 41 bis dovrebbe avere una sola finalità: “Interrompere le relazioni tra il detenuto e la criminalità esterna. Tutte le misure che eccedono quello scopo sono illegali”.

Nel 2018 la corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per aver rinnovato il 41 bis al boss mafioso Bernardo Provenzano in punto di morte, violando il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani. La corte costituzionale italiana è intervenuta varie volte, dichiarando illegittimi alcuni divieti, ma di fatto l’emergenza a cui doveva rispondere la norma è diventata ormai normale amministrazione. C’è un motivo per cui questo succede, e per capirlo bisogna tornare a circa 250 anni fa.

Il carcere non è sempre esistito

Nel 1757 Robert-François Damiens provò a uccidere re Luigi XV di Francia e per questo fu condannato a una delle pene più esemplari dell’epoca. “Alla fine fu squartato. Quest’ultima operazione fu molto lunga, perché i cavalli di cui ci si serviva non erano abituati a tirare (…), si fu obbligati, per smembrare le cosce del disgraziato a tagliargli i nervi e a troncargli le giunture con la scure”.

Nel raccontare l’esecuzione di Damiens il filosofo Michel Foucault non risparmia i dettagli più atroci e per un motivo preciso: fin dalle prime pagine del suo Sorvegliare e punire (Einaudi 1976) vuole mostrare “lo splendore dei supplizi”, ovvero il ricorso alle punizioni eclatanti, brutali e ingegnose che hanno preceduto la nascita del carcere.

Al contrario di quanto si possa pensare, il carcere non è sempre esistito. Anzi, nella forma in cui lo conosciamo oggi ha una storia relativamente breve, che comincia tra il settecento e l’ottocento. Non che prima non esistessero prigioni, segrete o “recinti” (carcer, in latino) dove tenere chiusa la gente. Ma erano appunto quello: luoghi in cui una persona accusata di qualcosa doveva aspettare la sua pena. Non erano la pena. Non si condannava qualcuno a sei mesi, sei anni o sessant’anni di carcere.

Gli antichi romani preferivano che i torti fossero risarciti in denaro, o con la fustigazione, l’esilio, i lavori forzati, e in alcuni casi la morte. In linea di principio il carcere era usato “ad continendos homines, non ad puniendos”. E così è stato per secoli. Perfino nel medioevo il carcere non aveva la centralità che ha oggi. Questo non significa che la situazione fosse migliore. Invece di scontare la loro pena in una cella le persone erano messe alla gogna, decapitate, bruciate, mutilate. I supplizi, appunto, splendevano. È durante l’illuminismo, scrive Foucault, che “la punizione cessa, poco a poco, di essere uno spettacolo”. Quel rito che “concludeva il crimine viene sospettato di mantenere con questo losche parentele: di eguagliarlo, se non sorpassarlo (…) di far rassomigliare il boia a un criminale e i giudici ad assassini”.

Contro il supplizio estremo, cioè la pena di morte, nel 1764 Cesare Beccaria scrisse Dei delitti e delle pene, un libro che racchiudeva lo spirito di riforma dell’epoca e che scatenò entusiasmi e polemiche in diversi paesi europei. “L’assassinio, che ci viene presentato come un crimine orribile, noi lo vediamo commettere freddamente, senza rimorsi”, scriveva il marchese.

Con cosa sostituirlo? Sul frontespizio della terza edizione del libro c’è un’immagine emblematica. La giustizia rappresentata da Minerva allontana con orrore il boia che le offre una serie di teste tagliate e punta lo sguardo verso un insieme di zappe, seghe e martelli, intrecciati a catene e manette. Il lavoro coatto e il carcere erano l’alternativa alla pena di morte e alla barbarie dei supplizi. La prigione nasce come una risposta a un’emergenza, ma l’emergenza l’ha segnata: da un lato è un’istituzione che ne è afflitta, dall’altro non potrebbe farne a meno. Tanto che, come ha fatto notare Foucault, le proposte di riforma del carcere sono coetanee al carcere stesso, e le inchieste giornalistiche e le denunce di secoli fa sulle sue condizioni sono simili a quelle di oggi.

Perché tutto questo funzioni c’è bisogno di una cosa: far credere che non esistano alternative. Foucault: “Essa appare talmente legata, e in profondità, col funzionamento stesso della società, da respingere nell’oblio tutte le altre punizioni che i riformatori del secolo diciottesimo avevano immaginato”. David Garland (Pena e società moderna, il Saggiatore 1999): “L’esistenza stessa di un sistema penale induce a trascurare la pensabilità di soluzioni alternative e a dimenticare che le istituzioni sono convenzioni sociali che non rispondono a un ordine naturale”. Wole Soyinka (Le baccanti di Euripide, Zona 2002): “Sei in catene. Ami le catene. Respiri catene, parli di catene, mangi catene, sogni catene, pensi catene. Il tuo mondo è in manette”.

Il carcere è una macchina che crea e divora emergenze, trasformandole in sistemi ordinari. Il 41 bis e l’ergastolo ostativo ne sono gli esempi più drammatici. Non sono delle eccezioni, sono il carcere al massimo della sua forma. La vicenda di Alfredo Cospito mostra che in Italia una pena basata sui principi di umanità e recupero, invece che sulla sete di vendetta e annientamento del nemico, è un’idea minoritaria. Lo era anche quella sull’abolizione della pena, come ricorda spesso il giurista Luigi Ferrajoli. Se la proposta di Beccaria e altri riformatori fosse stata messa ai voti, anche solo tra le persone che allora sapevano leggere, sarebbe stata bocciata. Senza una classe politica con il coraggio di assumersi la responsabilità di scelte impopolari, radicali e giuste, senza un’idea di mondo migliore che non sia quella di un mondo in prigione, senza una concezione della pena diversa dalla vendetta, i supplizi continueranno a splendere.

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domenica 8 agosto 2021

L’estate in carcere - Giuseppe Rizzo

Nel 2000 il regolamento penitenziario italiano stabiliva che entro il 2005 tutte le celle dovessero avere una doccia: regolamento allo stesso tempo ritardatario e ottimista. Ventuno anni dopo l’associazione Antigone è entrata in 67 carceri e ha potuto verificare che fine abbia fatto quella norma: in una galera su tre di quelle visitate non ci sono docce nelle celle.

E del resto, anche se le docce ci sono, può capitare che manchi l’acqua. “Nella casa circondariale di Frosinone”, scrivono i ricercatori dell’associazione in un nuovo rapporto, “sono stati segnalati frequenti episodi di mancanza di acqua corrente”. Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove il 6 aprile 2020 la polizia penitenziaria ha picchiato brutalmente i detenuti che avevano protestato per chiedere più protezione contro il coronavirus, non c’è alcun allaccio idrico, per cui tutto ciò che esce dai rubinetti non è potabile. In compenso è “particolarmente ferroso e di colore torbido”. Nell’istituto di Borgo San Nicola, a Lecce, per due giorni insieme all’acqua è andata via anche la luce. Era la fine di giugno e le temperature nella zona sfioravano i 40 gradi.

Oggi il caldo non è meno impietoso, eppure “a causa della pandemia, nel 24 per cento degli istituti ci sono sezioni in cui si si è passati dal regime a celle aperte a quello a celle chiuse”. In questi forni incandescenti di ferro e cemento capita di stare in tre, quattro, cinque e perfino in sei. A Taranto il tasso di sovraffollamento è del 181 per cento, a Latina del 167 per cento, a Como del 152 per cento. Per tantissimi detenuti e detenute significa non avere a disposizione neanche quei tre metri quadrati di superficie calpestabile al di sotto dei quali la Corte di Strasburgo parla di “trattamenti inumani e degradanti”. Tra loro quasi 20mila devono scontare meno di tre anni, per cui potrebbero accedere alle misure alternative: ma molti hanno commesso dei reati ostativi (cioè gravi come l’omicidio ma anche furti in casa e rapine), molti non hanno una casa dove scontare i domiciliari o una comunità che li accolga, e alcuni sono privi di qualsiasi aiuto legale per richiederle, per cui restano dietro le sbarre. Senza colpe, anche 29 bambini con meno di tre anni restano in carcere con le loro madri.

L’acqua non è l’unica cosa che manca: “Nel 42 per cento degli istituti oggetto del monitoraggio”, dice Alessio Scandurra di Antigone, “sono state trovate celle con schermature alle finestre che impediscono passaggio di aria e luce naturale”.

Nelle galere l’aria che tira, quando tira, è questa. E questa è l’estate che vivono le persone che ci sono rinchiuse.

da qui

mercoledì 29 aprile 2020

La pandemia nella testa di chi soffre di una malattia psichiatrica - Giuseppe Rizzo



Quando i medici hanno provato a spiegargli l’importanza di indossare una mascherina, Massimo gli ha detto di non preoccuparsi troppo per lui: “Come sapete, sono immortale”. Magro, capelli rasati e occhi verdi, Massimo non scherzava. Ha 34 anni e dal febbraio del 2018 vive a Villa Letizia, una comunità terapeutica convenzionata nel quartiere di Monteverde a Roma. Santo Rullo, lo psichiatra che guida la struttura, gli ha risposto con la stessa serietà. Ha detto a Massimo di capire la sua situazione ma gli ha chiesto di mettersi nei panni degli altri 24 pazienti e in quelli dei dottori, degli infermieri e degli operatori che danno una mano a lui e ai suoi compagni: “Fallo per noi”. Massimo ha capito, ha detto che la mascherina non l’avrebbe indossata, ma che avrebbe fatto una concessione: dal momento che tutti loro sono mortali, avrebbe mantenuto la distanza di sicurezza. Rullo ha sorriso e gli ha detto che era già qualcosa.
In queste settimane, una delle parti più complicate del lavoro della sua squadra è stata fare l’esatto contrario di quello che fa da sempre, e cioè raccomandare di innalzare delle barriere con il mondo esterno invece di superarle, chiedere di mantenere le distanze tra le persone anziché accorciarle. Naturalmente, rinunciare a progetti di reinserimento o perfino a semplici passeggiate, sentire l’aria intorno a sé diventare satura di ansie e paure, ha avuto le sue conseguenze. Dall’inizio della pandemia, a Villa Letizia e nell’adiacente Villa madre Chiara Ricci, che ospita 19 minorenni, si sono contati due tentativi di suicidio, un paio di fughe e alcuni ricoveri in ospedale di pazienti che non hanno retto.
La quarantena ha modificato la trama delle giornate di tutti, è perfino ovvio dirlo, ma per tanti quella trama era già fatta di fili sottili, in grado di rompersi facilmente. Esmé Weijun Wang, scrittrice californiana che soffre di schizofrenia, ha trovato una sintesi efficace per raccontare la condizione di chi ogni giorno fa i conti con un disturbo psichico: “Essere vivi e malati è una fatica molto più complessa di quanto ci piacerebbe ammettere”. Alleggerire questa fatica è parte del lavoro di medici come Rullo. Capire che riguarda molte più persone di quante si pensi, dovrebbe essere lo sforzo di tutti.
Qualche numero aiuta a provarci. Secondo l’ultima rilevazione del ministero della salute, in Italia le persone assistite dai servizi specialistici perché soffrono di una malattia psichiatrica sono circa 851mila. Nel 2017 quelle che per la prima volta si sono rivolte ai dipartimenti di salute mentale sono state 335mila. Nella stragrande maggioranza dei casi hanno chiesto aiuto perché soffrivano di depressione, di schizofrenia o di sindromi nevrotiche. La loro vita, oggi, è sospesa come quella di tutti. Ma come raccontano le storie delle persone che vivono a Villa Letizia e a Villa madre Chiara Ricci, in molti casi questa sospensione può avere conseguenze gravi.

Gli effetti della quarantena
Ad accompagnarmi nella stanza di Rullo una mattina di metà aprile è Gaetano, un ragazzo che vive a Villa Letizia da due anni e due mesi, e che chiede subito se sono il signor magistrato. Gli rispondo di no mentre un’operatrice mi misura la temperatura, puntandomi alla tempia uno strumento che somiglia a una pistola. “Siamo obbligati a farlo a chiunque entri nella struttura”, dice Rullo.
Lo psichiatra ha 58 anni e da dodici è a Villa Letizia. Da dietro la mascherina protettiva mi spiega il perché della domanda di Gaetano. Nato nel 1981, pelle olivastra e broncio perenne, Gaetano è cresciuto a Roma senza il padre e con una madre che aveva problemi psichiatrici. Quando la donna è morta, il ragazzo ha ereditato il suo appartamento. “È stata la sua fortuna”, racconta Rullo, “gli ha consentito di barcamenarsi per tutta l’adolescenza, passando dei periodi in comunità e altri a casa”. L’equilibrio si è rotto un giorno di qualche anno fa quando una ragazza minorenne lo ha accusato di averla molestata. “È successo su un autobus, in un periodo più complicato del solito per Gaetano”, dice il dottore. La denuncia ha portato a una condanna e la condanna lo ha portato a Villa Letizia, dove il magistrato ha chiesto a Rullo e agli altri medici di valutare la sua pericolosità sociale.
“Zia Laura e zia Giusi dicono che sono pericoloso”, dice Gaetano. Rullo sorride e spiega che le due zie sono in realtà i magistrati che si occupano del caso. “Ma tu non sei pericoloso”, dice il dottore, “lo abbiamo scritto anche nella relazione per loro”. Nel documento Rullo auspicava che Gaetano potesse passare l’ultima parte della misura cautelare nel suo appartamento, ma la quarantena ha bloccato tutto. Insieme al progetto, è saltata anche la pazienza di Gaetano.
 “Io non ce la faccio più”, dice, “io da qui me ne devo andare”. Sono passate da poco le nove e questa è la parte della giornata in cui Rullo incassa le frustrazioni, le lamentele e le domande dei suoi pazienti. Dopo averli ascoltati ammorbidisce i malumori, ribalta alcune argomentazioni e invita tutti a riflettere sul loro ruolo nei conflitti che denunciano. “Io ce l’ho con il mondo. Io voglio uscire da qui se no ammazzo qualcuno”, dice senza molta convinzione Gaetano. Rullo sorride: “Quante volte ti ho spiegato che dire una frase del genere a chi sta valutando la tua pericolosità sociale non è una grande mossa?”.
Gaetano dice che non era serio. “Non lo faresti anche perché sei buono come il pane”, gli risponde Rullo. Gaetano si alza, ma prima di andarsene ci tiene a dire un’ultima cosa: “Signor giornalista, stavo scherzando”. Rullo non lo lascia andare via così: “Non si scherza su queste cose, non si dicono”. Gaetano prova a prendersi l’ultima parola: “Allora neanche gli operatori devono dirmi ‘li mortacci tua’”.
Quando rimaniamo soli, Rullo mi spiega che tra i pazienti c’è chi sta tenendo bene l’ulteriore carico di inquietudine causato dalla pandemia e chi invece ha i nervi tesi come lame. Tra i primi c’è Ivano, che ha 53 anni e ne ha passati dieci in alcuni manicomi criminali. Rullo lo presenta come “l’incarnazione della storia della psichiatria”. Con perfetto tempo comico Ivano aggiunge: “Ma dagli albori, da Freud proprio”.
Il dottore gli chiede di raccontare cos’è successo dopo la condanna per omicidio colposo: “A vent’anni stavo male e ho messo sotto uno che manco conoscevo, facevo il militare e m’hanno portato prima al manicomio di Secondigliano e poi a quello di Aversa. Botte dalla mattina alla sera. Poi quando sono uscito ho continuato le cure, ero seguito. Nel frattempo ho vissuto dieci anni per strada”. A questo punto Ivano fa una pausa e poi si rivolge a Rullo: “Dotto’, gli dica quando mi so’ dato fuoco a piazzale Annibaliano”. Rullo dice che lavorava in una asl lì vicino, ma che non aveva fatto in tempo a fare niente. “Manco io”, dice Ivano. “Beh, insomma, tu ti sei dato fuoco”, gli ricorda lo psichiatra. Ivano ride, l’ironia è il modo che ha trovato per sopravvivere ai manicomi e alla strada. A Villa Letizia è arrivato due anni e mezzo fa. La quarantena, dice, a lui non pesa: “Dopo dieci anni di manicomio, sono abituato a stare rinchiuso”.
Non è così semplice per Fabio, un ragazzo di Milano di 33 anni che entra nella stanza di Rullo per chiedergli un favore: “Ho lasciato il caricabatterie del telefono in ospedale. Senza musica e senza film impazzisco”. Il dottore dice che vedrà cosa si può fare. Fabio ringrazia ed esce. Rullo spiega come sono andate le cose: “Due sere fa è crollato ed è stato portato in ospedale. Lì hanno combinato un disastro. Lui certo non è stato calmo, ma la loro risposta è stata metterlo su un taxi alle due di notte e rispedirlo qui. Senza fargli un tampone e senza un foglio di dimissioni”. Rullo è furioso anche per un’altra questione: “Lavoriamo con Fabio da tre anni, ma non riusciamo ancora a inquadrarlo da un punto di vista diagnostico. Eppure, all’ospedale lo hanno bollato immediatamente come antisociale. Il che significa dire: c’è un’emergenza in corso e tu sei un rompicoglioni, non ho il tempo o la voglia di ascoltarti, perciò ti etichetto come indesiderabile. E questo non va bene”.
“Abbiamo fatto un patto con i pazienti”, dice Rullo, “cercheremo di essere più tolleranti quando hanno degli episodi, ma dovranno esserlo anche loro con i loro compagni, con i dottori e con gli operatori”. Alla conversazione si unisce la psichiatra e psicoterapeuta Grazia Cassatella, che è a Villa Letizia da otto mesi. “Appena in tempo per passare dai progetti di apertura e reinserimento alla chiusura di quasi tutte le attività”, spiega. “Laboratori come quello teatrale o musicale sono stati sospesi, così come le semplici passeggiate, e chi tra i pazienti faceva volontariato o usciva per lavorare ora non può più farlo”. Cassatella parla di valvole di sfogo che si sono chiuse da un giorno all’altro, e dice che questo non poteva non avere conseguenze. “Fabio non vede i suoi da un anno, era pronto a fare dei passi in avanti ma gli è stato detto di fermarsi. Una ragazza di 24 anni ci teneva ad andare a casa del padre e a rivedere la madre, ma non avendo potuto fare nulla, è entrata in un modus anoressico per cui rifiuta tutto il cibo che le diamo, facendoci preoccupare molto”.
Uno dei modi che gli psichiatri di Villa Letizia hanno trovato per lavorare sulle piccole e grandi tempeste che la pandemia agita nei loro pazienti è vedersi tutti insieme ogni mattina nel giardino esterno della struttura. Seduti in cerchio a distanza di sicurezza, ognuno esprime le proprie paure e le proprie rabbie. “È qualcosa a metà tra una riunione di condominio e un’attività terapeutica”, dice Rullo, “ma in qualche modo funziona”.

L’assemblea
L’assemblea comincia sotto il sole alto delle dieci del mattino e va avanti per più di un’ora. Santo Rullo chiede ai quindici pazienti davanti a lui chi si sente triste. “Io!”, grida Chiara, 37 anni, piccola e nervosa. “Ma quanto dura questa tristezza?”, vuole sapere il dottore. “Mille anni”, dice Chiara a pieni polmoni. E dopo, con un’ottava più bassa, aggiunge: “Poi passa”. Qualcuno non sente, qualcun altro sorride.
Gaetano è seduto su una cyclette e interviene in un momento di silenzio: “Dice che in America gli scienziati stanno trovando delle soluzioni. Rullo, quando smette questa cosa?”. È una domanda che risuona in tutto il mondo. Lo psichiatra cerca di essere il più onesto possibile: “Molti esperti sono al lavoro, ma quando tutto questo finirà ancora non lo sappiamo con certezza”. Massimo, che è immortale ma anche molto ansioso, racconta di averlo sentito in radio: “Dicevano che finisce il 3-4 maggio, bisogna avere pazienza”. Rullo non crede a quello che ha appena sentito: “Pazienza? Hai detto che bisogna avere pazienza? Beh, detto da te vuol dire che sei guarito!”. Massimo annuisce e un sorriso leggero gli si disegna sulle labbra.
Gloria, una ragazza dai lunghi capelli neri e gli occhi scuri come l’inchiostro, mostra una certa sfiducia: “Noi qui ci comportiamo bene, ma gli altri fuori come si stanno comportando?”. Rullo affronta la questione in maniera diretta: “Molte delle vostre storie sono caratterizzate dalla sfiducia verso qualcuno: un genitore, un dottore, un amico, voi stessi. In questo momento invece dobbiamo avere più fiducia. Le persone che prima vi spaventavano, anche loro si sono riscoperte più vulnerabili. Anche loro stanno capendo che siamo tutti fragili”. Gloria aggiunge un ulteriore motivo di preoccupazione: “Comunque dicono che quando finirà, la ripresa sarà durissima. Come faremo, come si farà?”. “Si farà abituandosi a un mondo nuovo”, risponde lo psichiatra. “Vi ricordate quanto è stato difficile all’inizio stare lontani gli uni dagli altri, indossare le mascherine, lavarsi più spesso le mani? Eppure ce l’abbiamo fatta. Approfittate della quarantena per individuare le vostre risorse e per sfruttarle. Chiedetevi cosa potete fare voi per modificare la vostra vita, senza avere troppa sfiducia e senza incolpare sempre gli altri”.
Prima di sciogliersi, l’assemblea si dà dei compiti. C’è chi pulirà la sala dove si mangia, chi i corridoi e chi i giardini. Poi, prima di pranzo, ci si riunirà in piccoli gruppi terapeutici dove si discuterà ancora più a fondo delle proprie emozioni.

I più giovani
Dall’altra parte del giardino, a pochi metri dall’ingresso di Villa Letizia, c’è quello di Villa madre Chiara Ricci, che ospita 19 minorenni. Le due strutture sono separate anche se condividono alcuni medici e specialisti. Ad accompagnarmi nella seconda è la psicoterapeuta Maria Rita Ludovici. Occhiali da vista sul naso e mascherina sulla bocca, Ludovici spiega che ragazze e ragazzi sono quasi tutti di Roma o del Lazio. Il più giovane ha 14 anni, ma ci sono anche diversi maggiorenni. “Tecnicamente potrebbero stare solo fino ai 18 anni, ma se c’è un progetto scolastico in corso, allora restano fino al diploma”.
Mentre saliamo le scale dell’edificio, la dottoressa racconta che la maggioranza di loro è passata per l’uso di marijuana e che tutti hanno famiglie più o meno disfunzionali. “Tanti genitori non riescono o non vogliono riconoscere che i figli hanno delle patologie”, dice Ludovici, “oppure che spacciano o che stanno abusando di certe sostanze. In questi casi, le asl segnalano al tribunale che c’è qualcosa che non va e un giudice dopo vari inviti a intervenire può decidere di sospendere la patria potestà”.
Dopo due rampe di scale incontriamo un paio di ragazze. Il primo piano è la parte dell’edificio riservata a loro. Ognuna ha una camera con bagno e fino a poco tempo fa poteva condividere un divano con le altre per guardare la tv. Ora se vogliono farlo devono sedersi a distanza su delle sedie. Qui i ragazzi non possono entrare, il loro piano è il secondo. È lì che ne incontriamo tre che giocano alla Playstation. “L’hanno avuta a grande richiesta, una concessione per la quarantena”, dice la psicoterapeuta. Su un terrazzino, un gruppetto di ragazze e ragazzi si gode il sole, qualcuno abbracciato, qualcuno sdraiato su qualcun altro. “Ci proviamo a dirgli di stare attenti e di mantenere le distanze di sicurezza, ma con i più giovani non è così semplice”, dice Ludovici. “E del resto, con loro buona parte del lavoro che facevamo prima dell’emergenza era incentrato sull’importanza del gruppo, della vicinanza, mentre ora non possiamo fare più niente del genere, compresi i laboratori di teatro o di musica, oppure le due uscite settimanali durante le quali cercavamo di capire come se la cavavano da soli”.
Tutto questo non è stato indolore. “Ragazze e ragazzi ribollono, la loro impulsività è aumentata”, dice Ludovici. Molti vanno nel cortile esterno a sfogarsi, qualcuno urla, qualcuno crolla. Due all’inizio dell’emergenza sono scappati per provare a passare la quarantena a casa. “Quando sono tornati abbiamo dovuto metterli in isolamento in camera loro”, racconta la dottoressa. Una ragazza ha tentato il suicidio due volte. “Quando è stata ricoverata al Bambino Gesù l’ha visitata un medico che poi è stato trovato positivo al covid-19, ma per fortuna le hanno fatto il tampone ed è risultato negativo”.
Non passa giorno che qualcuno non chieda quando finirà tutto questo, quando si potrà tornare a scuola, a uscire, a vedere i propri genitori.
Alternative
In un mondo che si è fermato per cercare di contenere il contagio del nuovo coronavirus, il rumore che copriva ogni cosa è diminuito ed è emerso con più chiarezza lo stridore di tanti meccanismi inceppati o rotti. La pandemia, com’è successo in altri casi, ha reso più evidenti le debolezze anche nel perimetro della salute mentale. “Arriviamo a questa situazione dopo anni di tagli, che hanno depotenziato i centri di salute mentale, i centri diurni, le asl”, spiega Santo Rullo. “Questi servizi in psichiatria sono fondamentali, perché sono sentinelle sul territorio. Da un lato dovrebbero intercettare le situazioni di crisi e dall’altro fornire dei progetti per accogliere chi le ha superate”. Non ce la fanno perché tanti hanno poco budget e poco personale, e così non riescono a immaginare niente che non sia la sopravvivenza quotidiana.
“Faccio un esempio che ci riguarda”, dice lo psichiatra di Villa Letizia. “Per noi undici dei nostri pazienti, undici su venticinque, potrebbero uscire, ma non c’è nessun progetto per loro fuori”. Negli anni, Rullo e i suoi collaboratori sono riusciti a costruire qualcosa per qualcuno. Una coppia ora vive in maniera autonoma a pochi passi dal centro, mentre “Karim e Mario, due ragazzi che hanno sofferto per anni, stanno a un chilometro da qui, e prima della quarantena venivano solo per qualche attività diurna”. E poi c’è la storia di Daniele, che da ragazzo era esploso in alcuni episodi di violenza in famiglia. Era arrivato a Villa Letizia molto giovane e ora è uno degli operatori.

“Costruire delle alternative aiuta le strutture a reagire meglio in momenti di emergenza come quello attuale”, dice Rullo. “Per molti nostri pazienti Villa Letizia è come una casa, ma succede che nei momenti di difficoltà, di chiusura, di alternative ridotte a zero come quelli che stiamo vivendo, qualcuno pensi che sia un manicomio e si chieda perché debba stare qui per anni senza avere diritto ad altro”.
La speranza di Rullo è che dopo la pandemia si esca da questo vicolo cieco. “La politica dovrebbe rendersi conto che privare di aiuto o alternative una persona che soffre di problemi psichici spesso significa lasciarla scivolare nell’imbuto dei reati, fatti gravi ma anche ridicoli”, dice lo psichiatra. Fatti che in mancanza di ascolto, aiuto e alternative, portano chi soffre negli unici due luoghi che per loro restano sempre aperti, ovvero le aule giudiziarie e le carceri

martedì 24 dicembre 2019

Cosa significa essere poveri oggi in Italia - Giuseppe Rizzo




Se nel 2018 le persone più ricche d’Italia avessero voluto incontrarsi, avrebbero potuto organizzare una cena. I 21 commensali avrebbero potuto contare su una ricchezza di circa 107 miliardi di euro, pari a quella del 20 per cento più povero della popolazione. Se gli italiani che vivono in una situazione di povertà assoluta avessero voluto fare lo stesso, l’operazione sarebbe stata un po’ più complicata.
Le persone che non riescono a permettersi un’alimentazione adeguata, una casa riscaldata e il minimo necessario per vestirsi o curarsi sono cinque milioni. È come se gli abitanti di Roma, Milano e Napoli dovessero trovare una città in grado di ospitarli tutti, o se i residenti in Sicilia decidessero di spostarsi in massa verso un altro luogo.
“La profonda disuguaglianza ha un pedigree estremamente lungo”, scrive lo storico Walter Scheidel, che nel libro La grande livellatrice ripercorre l’intreccio tra disuguaglianza e violenza dalla preistoria a oggi. “Duemila anni fa, nell’impero romano le maggiori fortune private equivalevano a circa 1,5 milioni di volte il reddito annuo pro capite medio, all’incirca lo stesso rapporto che intercorre oggi tra Bill Gates e l’americano medio”.
A metà del 2018 il 20 per cento più ricco degli italiani possedeva circa il 72 per cento della ricchezza nazionale. E nelle mani del 5 per cento più ricco c’era la stessa quota di ricchezza del 90 per cento più povero.
La situazione è peggiorata negli ultimi dieci anni a causa della crisi economica cominciata nel 2008. La ricchezza dell’1 per cento degli italiani più ricchi ha continuato a crescere – facendo registrare un calo solo tra il 2016 e il 2017 – mentre le persone in difficoltà sono aumentate.
Negli ultimi anni sono aumentati anche i minori che vivono in situazioni di povertà. Save the children ha calcolato che il loro numero è triplicato: “Nel 2008 appena un minore su 25 (il 3,7 per cento) era in povertà assoluta, un decennio dopo si trova in questa condizione ben 1 su 8 (12,5 per cento). Sono numeri che spaventano: nel 2007 i minori in povertà assoluta erano circa mezzo milione, oggi sono 1,2 milioni”.
A chi pensa che questa situazione sia circoscritta, l’Oxfam ricorda che in Italia una persona su quattro è a rischio povertà. Il confine tra chi ce la fa e chi non ce la fa è molto più sottile di quanto si creda. Le statistiche aiutano a scattarne una fotografia, ma da sole non bastano a misurarlo, a coglierne le sfumature, a capire cosa significa scivolare, o precipitare, da una parte all’altra. Le storie di chi è stato in difficoltà, o lo è ancora, aiutano a farlo.
Nei loro racconti ci sono sempre dei momenti in cui si sente un rumore, come di qualcosa che va in frantumi: un lavoro, una famiglia, una speranza. Spesso le persone sono lasciate sole a raccogliere i cocci, qualche volta trovano un aiuto che riesce a farle rimettere in piedi. Il reddito di cittadinanza ha restituito a tanti un po’ di ossigeno, ma non ha abolito la povertà, come prevedeva con enfasi il governo italiano nel 2018. Piuttosto, ogni tanto decreti sicurezza, daspo urbani e sgomberi hanno provato ad abolire i poveri. Le storie di sette persone in cinque città diverse aiutano a capire quanto queste risposte possano essere riduttive, inefficaci, spesso pericolose. E aiutano a infrangere la retorica che li descrive come un tutt’uno, a volte criminalizzandoli, a volte trattandoli con paternalismo, a volte descrivendoli con un lirismo ingenuo.
(Giuseppe Rizzo)

Le due famiglie che dividono l’appartamento a Palermo
Maria Teresa Giliberto, 46 anni, impiegata in biblioteca; Alessia Episcopo, 43 anni, insegnante.
Maria Teresa Giliberto Io sono impiegata in biblioteca, ho un contratto part-time con il comune di Palermo e due figli. Mio marito lavora per una catena di supermercati che sta vivendo una forte crisi. Riceve lo stipendio con moltissimo ritardo: alla fine di ottobre, per esempio, è arrivato lo stipendio di luglio. È per questo che abbiamo deciso di condivivere la casa con un’altra coppia di amici. Non riuscivamo a pagare l’affitto – 660 euro al mese – perché la busta paga arrivava con troppo ritardo e quasi mai per intero. Non potevo garantire la regolarità dei pagamenti al proprietario di casa, che fra l’altro è stato molto comprensivo. Andava avanti così dal 2014.
Alessia Episcopo Io sono una docente. Faccio l’insegnante di sostegno nella scuola dell’infanzia: sono di ruolo a Catania, ma ogni anno chiedo l’assegnazione provvisoria a Palermo per stare vicino ai bambini, visto che mio marito lavora qui come impiegato in un negozio. Noi abbiamo avuto problemi quando abbiamo deciso di comprare questa casa, nel 2017: durante i lavori i materiali per gli impianti sono stati rubati tre volte, così la ristrutturazione è durata molto più a lungo del previsto. Abbiamo dovuto ricomprare materiali per diecimila euro e oltre al mutuo abbiamo dovuto pagare affitti per circa settemila euro. Adesso siamo molto indebitati: un mutuo, due cessioni del quinto dello stipendio e un prestito personale. Condividere la casa ci permette anche di aiutarci reciprocamente.
Maria Teresa Giliberto Lo scorso giugno abbiamo deciso di provare a fare questa esperienza. Ci eravamo conosciute nel 2012 grazie a un gruppo su Facebook dedicato ai pannolini lavabili, perché volevo cominciare a usarli. Alessia era un’esperta e iniziando a frequentarci i bambini hanno fatto amicizia.
Alessia Episcopo Poi abbiamo cominciato a vederci anche a prescindere dai pannolini… Quando nel 2013 sono rimasta incinta avevo bisogno di aiuto e Maria Teresa, che era libera nel pomeriggio, mi ha accompagnato a fare le ecografie.
Maria Teresa Giliberto Già durante un trasloco fra il 2015 e il 2016 avevamo provato a condividere una casa, quella volta l’avevamo fatto per un mese. Chiacchierando, lo scorso giugno, ho spiegato ad Alessia che avrei voluto mandare i bambini in un centro estivo, ma che il costo, 750 euro, era troppo per noi. E allora Alessia mi ha proposto di portarli da lei, cioè in questa casa…
Alessia Episcopo Essendo un’insegnante, d’estate ho più tempo a disposizione. Le ho detto: “Tenerne con me tre o cinque fa poca differenza”.
Maria Teresa Giliberto Doveva essere una soluzione provvisoria, ma la situazione lavorativa di mio marito è precipitata: sembrava che a giugno dovesse risolversi, e invece è andata perfino peggio. Così ha deciso di mettersi in congedo parentale: era stressante lavorare e non ricevere lo stipendio, fra l’altro dopo anni trascorsi con il contratto di solidarietà. Alessia, nel frattempo, mi ha proposto di rimanere qua. Dal 28 settembre ho traslocato ufficialmente.
Alessia Episcopo Ovviamente non sempre è facile. Gli spazi ora sono più piccoli.
Maria Teresa Giliberto Abbiamo creato una camera da letto e abbiamo portato alcuni dei nostri mobili qui, quindi abbiamo un nostro spazio. Abbiamo imparato a convivere.
Alessia Episcopo Per esempio nella vita quotidiana, quando abbiamo un po’ di tempo, decidiamo insieme i menu e in base a quelli facciamo la spesa e poi dividiamo i costi. Dividiamo tutto, del resto: le utenze e quello che serve per vivere. Questa soluzione ci permette anche di ottimizzare i trasporti, per esempio per la scuola, e condividere una serie di compiti: alle riparazioni, per esempio, pensa mio marito, all’orto il suo. In questo modo sprechiamo anche meno risorse. Del resto è così che ci siamo conosciute, parlando di riuso dei pannolini.
(Storia raccolta da Claudio Reale)

La madre che ha portato il curriculum a tutti
Susmita, 31 anni, del Bangladesh, vive con la figlia di sette anni in una struttura del comune di Bologna.
Nove anni fa sono arrivata a Bologna dal Bangladesh per seguire mio marito, che aveva un lavoro stabile come metalmeccanico. Un anno dopo sono rimasta incinta ed è nata Rosmita: ero felice, non avrei mai immaginato quello che sarebbe successo dopo. Una mattina, la bambina aveva poco più di un anno, arrivano i carabinieri a casa nostra: mi dicono che mio marito è morto durante il turno, un infarto. Era il 30 luglio 2013, non lo dimenticherò mai più.
Avevo 24 anni e mi sono trovata sola, senza un lavoro e senza conoscere l’italiano. Mia madre voleva a tutti i costi che mi risposassi, ma io non ero d’accordo: cosa avrei fatto se il mio nuovo marito avesse rifiutato mia figlia? La mia famiglia e la comunità nel mio paese mi hanno voltato le spalle. Ho dovuto lasciare la casa, non me la potevo più permettere. Non potevo buttarmi giù perché avevo Rosmita, ma ogni sera mi chiedevo: come sarà domani?
Nel gennaio 2014 sono andata a vivere in una struttura di accoglienza delle suore, dormivo in una stanza con un’altra mamma e un bambino, poi mi sono trasferita in un edificio occupato dietro alla stazione: dentro eravamo 28 famiglie. La prima volta che sono entrata era tutto vuoto: abbiamo portato i materassi, i mobili, il forno per cucinare. Il gas non c’era, usavamo le bombole, e per sei mesi ci hanno tagliato anche l’acqua: io vivevo al quinto piano e ogni volta dovevo portare su per le scale l’acqua potabile che ci dava il comune. Mi dicevo: se può farlo un uomo, perché non può farlo anche una donna?
Andavo a tutte le manifestazioni per il diritto alla casa e una volta a settimana facevo anche il turno di notte di guardia al portone, per controllare che non arrivasse la polizia. A ottobre 2016 c’è stato lo sgombero: per fortuna un mese prima io e Rosmita ci eravamo spostate in un condominio gestito dal comune. L’anno dopo ci hanno trasferito di nuovo, questa volta in una casa tutta per noi.
Per trovare lavoro ho fatto un corso di italiano e ho portato il mio curriculum ovunque: dove arrivava l’autobus arrivavo anche io. Un pomeriggio è arrivata una telefonata: una cooperativa mi ha chiamato per fare una prova come donna delle pulizie in un hotel. Ero felicissima. Da quel momento ho sempre lavorato con loro: ora ho un contratto a tempo indeterminato e guadagno mille euro al mese.
Rosmita ha compiuto sette anni e va in seconda elementare, ha dei voti molto buoni. La vita è migliorata, eppure non possiamo permetterci neanche un monolocale. A Bologna sotto i 500 euro non si trova niente, e con le bollette, le spese condominiali e il costo della babysitter quando sono di turno non ce la farei. Ho cercato anche una stanza in un appartamento condiviso, ma è molto difficile: appena i proprietari sentono che sono straniera trovano una scusa e mettono giù il telefono. La convenzione per questa casa del comune scade il 31 maggio 2020. Poi vedremo: abbiamo sempre trovato una soluzione, la troveremo anche stavolta.
(Storia raccolta da Alice Facchini)

Il ragazzo in transizione
Marco L. , 41 anni, di Lecce, oggi vive a Torino in una residenza per persone transessuali.
Sono nato e cresciuto a Lecce, secondo di tre figli. I miei sono dipendenti statali, ma hanno anche qualche stanza al mare che affittano d’estate. Non sapevo, non sapevamo, che cosa fosse la povertà. Mi sono diplomato al liceo linguistico a pieni voti. Poi mi sono trasferito a Napoli per frequentare scienze politiche all’università L’Orientale. Ho fatto il servizio civile a uno sportello per immigrati, facendo anche dei corsi di inglese per lavoratori. Dopo la laurea ho fatto un tirocinio a Roma e poi mi hanno assunto per un progetto a Bruxelles al centro per lo sviluppo dell’impresa. Avevo uno stipendio vero, ma comunque tutte le volte che avevo avuto bisogno i miei c’erano stati. Superati i trent’anni sono tornato a Lecce proprio per loro, perché volevano che cancellassi quelle migliaia di chilometri che ci separavano. Ed è stato un errore.
Già da tempo ero a disagio con il mio corpo. A vent’anni, durante l’università, immaginavo di chiedere ai chirurghi di togliermi il seno, di cambiare sesso. Pensieri saltuari, finivano nel cassetto e la vita proseguiva tranquilla. È quando sono tornato a Lecce che la cosa è esplosa. A 32 anni sono caduto in una depressione profonda a causa della disforia di genere. Lavoravo nella segreteria di un’agenzia di spettacoli ma dopo otto mesi mi sono licenziato perché stavo troppo male.
Ho avuto un esaurimento nervoso, sono andato da alcuni psichiatri. Ho trascorso due anni chiuso in casa dai miei genitori. Era un dolore fisico, oltre che psicologico. Poi sono tornato a lavorare, ma trovare qualcosa non era facile: un anno ho lavorato in un call center, poi qualche volta ho fatto il lavapiatti, sempre per poche centinaia di euro. Quando ho cominciato il percorso di transizione, i miei genitori hanno reagito male. Non erano più disposti ad aiutarmi.
Sono dovuto andare a vivere da solo, sopravvivendo con i pochi risparmi che avevo. Cercavo un lavoro più stabile, ma il tempo passava e non cambiava nulla. Ero disoccupato per la maggior parte del tempo e i soldi presto finirono. Ogni settimana andavo in ospedale a Bari, ma la depressione non guariva e i medici decisero di interrompere il mio percorso di transizione. Mi venne imposto di tornare a vivere al femminile, un incubo.
A 39 anni ho trovato il coraggio di chiedere un aiuto ai miei, intanto con un impiego stagionale come lavapiatti ho messo dei soldi da parte. Mi sono trasferito a Torino nel settembre del 2018 per riprendere la transizione in un ospedale che mi era stato consigliato. Ho preso in affitto una stanza, ma pagata la caparra e le prime mensilità mi sono rimasti solo 200 euro. Non avevo un lavoro. Ho girato tutte le agenzie interinali, senza successo.
Dopo tre mesi, ho ricevuto la chiamata di un’azienda di pulizie per sei ore alla settimana. I primi mesi guadagnavo 200 euro, non bastavano per l’affitto. Poi lo scorso gennaio sono stato selezionato per una residenza per persone transessuali in stato di povertà, gestita dal gruppo Abele. Vivo ancora lì, pago un canone simbolico di cento euro al mese e intanto al lavoro hanno cominciato a chiedermi gli straordinari, una buona notizia.
Oggi guadagno circa cinquecento euro al mese, ma faccio comunque fatica perché i prezzi dei farmaci che devo prendere durante la transizione aumentano, prodotti che prima pagavo tre euro ora costano dieci. Un banale gel ormonale costa cinquanta euro. Per una persona in difficoltà economica questo è un problema. Quando arriva lo stipendio, so che due-trecento euro se ne andranno così. Pagato l’affitto non rimane quasi più nulla. Mi sono fatto degli amici, ma devo inventarmi scuse per non uscire. “Non sto bene”, “devo lavorare”. In realtà non posso permettermi neanche una birra. Mi vergogno a confessarlo.
Alla fine di questo mese non avrò più una casa perché il contratto che ho qui scade. Mi sono candidato per un’altra residenza. Se va male dovrò tornare a pagare un affitto vero, non so come. Sto cercando lavori più remunerativi, ma per una persona transessuale non è facile. Ecco perché sono grato all’azienda dove lavoro ora. In queste settimane però mi scade il contratto anche con loro. Intanto ho fatto domanda per il reddito di cittadinanza, spero che i centri per l’impiego possano aiutarmi. Devo stringere i denti, capire da dove far uscire i soldi. Un’idea ce l’ho. Lavorare nella consulenza del lavoro, quello in cui mi sono laureato. Ho preso un manuale, sto studiando. Vorrei trovare uno studio per fare il praticantato. Il problema è che i primi sei mesi non sono retribuiti, ma potrei compensare con un altro lavoro. Devo uscire dal tunnel in cui sono entrato dieci anni fa, costruirmi una vita normale, con un lavoro normale, che mi piaccia. La consulenza del lavoro è un sogno, quello che mi fa svegliare la mattina e mi dà forza quando sto male.
(Storia raccolta da Luigi Mastrodonato)

La coppia che ha avuto come residenza un binario
Patrizia Piras, 53 anni, di Dolianova, Cagliari; Antonio Pretta, 50 anni, di Cagliari.
Patrizia Piras Con Antonio ci siamo conosciuti dieci anni fa in un call center a Cagliari. È stata la mia unica esperienza lavorativa, prima facevo la casalinga. Tra l’altro ci ho lavorato tre mesi e non mi hanno pagato neanche un euro. In compenso ho avuto il colpo di fulmine. Da allora siamo inseparabili: siamo andati a vivere insieme, in affitto, sempre in città. Mia figlia allora aveva dieci anni ed è rimasta a vivere con il mio ex marito, a Dolianova, a venti chilometri da Cagliari.
Antonio Pretta Io ho provato a trovare altri lavori, ma per me è difficile: ho la scoliosi e due ernie al disco. I medici mi hanno certificato una disabilità del 40 per cento. Fino al 2009 – prima di conoscere Patrizia – lavoravo in una ditta di infissi, ma era un periodo complicato della mia vita. Durante un litigio con la mia ex moglie, lei mi ha dato una coltellata al petto che mi ha quasi ucciso e ho dovuto lasciare il lavoro.
Patrizia Piras Io cammino a stento. Ho la cartilagine del ginocchio consumata e picchi di depressione.
Antonio Pretta Nel 2012 per due mesi abbiamo dovuto dormire sulle panchine di piazza del Carmine a Cagliari. Non avevamo più un lavoro, né qualcuno che ci aiutasse. Ci erano rimaste solo le bollette da pagare e così ci hanno sfrattato.
Patrizia Piras Io dormivo con gli occhi aperti. Vicino a noi c’erano delle coppie di minorenni: una ragazza era incinta. Poi un giorno, un nostro amico – Alessandro, che è morto di aids – ci ha detto: “Venite nei vagoni merci dismessi alla stazione, è meglio”.
Antonio Pretta Lo abbiamo seguito, ma dopo la prima notte è arrivata la polizia ferroviaria. Però hanno visto che eravamo tranquilli e ci hanno lasciato dormire lì. Avevamo tutto: letto, dispensa, fornello e pure un lavandino fatto da me.
Patrizia Piras D’inverno quel posto era una ghiacciaia, mentre d’estate era un forno. I bisogni li facevamo in un secchio. Lasciavamo dei contenitori d’acqua sempre al sole, ma si riscaldava solo in primavera e in estate.
Antonio Pretta Un dipendente degli uffici di Trenitalia ha visto che andavamo a prenderla a delle fontanelle lontane dalla stazione e così ci ha permesso di prenderla da loro. In cambio spazzavamo il cortile.
Patrizia Piras Dopo un anno ci hanno dato la residenza. “Quarto binario vagone 21 riv”, c’era scritto nel certificato. Un giorno però è arrivata una ruspa per tirare giù i nostri rifugi. Ho detto all’operaio che mi sarei suicidata e lui ha mandato un fax ai capi a Milano per dire: “Fatelo voi”.
Antonio Pretta Da fine 2014 stiamo in una casa, con Stella e Zampa, cane e gatto. Ce l’ha trovata un volontario Caritas. Paghiamo 322 euro al mese per 17 metri quadri qui a Cagliari. Abbiamo un divano letto e un bagno, per arrivare alla doccia dobbiamo spostare le casse dove teniamo i vestiti. Le teniamo lì perché non abbiamo altro spazio.
Patrizia Pira Ricordo il primo Natale, era venuta mia figlia per qualche giorno. Non c’era ancora l’acqua! Ora ha venti anni: ogni tanto viene a trovarci, anche se meno. Il mio ex marito ha ancora un negozio di alimentari e mi dà 150 euro al mese, divisi in tre rate.
Antonio Pretta Io ora ho il reddito di cittadinanza e la Caritas ci dà 150 euro per aiutarci a pagare le bollette. Ogni sabato e domenica pulisco i bagni e le sale alla loro mensa e firmo le ore di presenza perché sono in affidamento al servizio sociale. Nel 2013 due conoscenti mi hanno lasciato una catenina da custodire, ma poi si è scoperto che era rubata. Io non lo sapevo, ma ci hanno creduto solo gli assistenti sociali, i giudici no.
Patrizia Piras Io l’ho sempre sostenuto…
Antonio Pretta Alla mensa andiamo solo se non abbiamo cibo o la bombola del gas per cucinare. Ogni domenica mia suocera, 79 anni, ci porta carne, pane, pasta, pelati. Mio cognato mi dà magliette nuove, scarpe, pantaloni… Viviamo così, sempre insieme.
(Storia raccolta da Monia Melis)

Il pittore che ha dormito ovunque
Carlo Mazzioli, 70 anni, vive in un centro della Caritas a Roma.
Se dovessi dire quando sono cominciate le difficoltà, direi che sono cominciate subito. Penso di esserci nato, nelle difficoltà. Era il 1947, eravamo in pieno dopoguerra e Monteverde Nuovo, a Roma, era un quartiere con intorno orti, casolari e campagna, dove vivevano molte persone povere. Mio padre e mia madre lo erano. Papà aveva fatto l’autista per i militari americani dopo che avevano liberato Roma, poi aveva continuato per qualche anno. Faceva avanti e indietro dall’ambasciata americana in via Veneto. Mamma faceva la casalinga. Io ero il primo di tre fratelli e i soldi non bastavano mai. Vivevamo in affitto e spesso cambiavamo casa.
Io ho cominciato a lavorare da ragazzo. Negli anni settanta ho lavorato alla Bottega dell’artista a Trastevere, preparando le tele e i colori per chi dipingeva. Tra i clienti c’era pure Giorgio De Chirico. Io stesso disegnavo e facevo acquerelli, cosa che non ho mai smesso di fare. Alla Bottega ci sono rimasto tre o quattro anni. Le cose nella mia vita sono peggiorate quando papà si è ammalato di tumore alle ossa. Ha sofferto tantissimo, un dolore davvero inimmaginabile. È morto poco dopo, e poi è morta pure mia mamma, per un tumore al fegato, e la loro perdita mi ha segnato per sempre. Io e i miei fratelli eravamo ragazzi e oltre che orfani ci siamo ritrovati senza una casa, senza niente.
Io non ho potuto studiare, mi sono fermato alla terza media, e trovare lavoro non è mai stato semplice. Ho fatto un po’ di tutto, ma senza mai riuscire a farcela davvero. E così, senza un posto dove dormire e senza un lavoro stabile, lentamente mi sono ritrovato per strada già negli anni settanta. Ho dormito ovunque. Nelle stazioni, nei parchi, sul lungomare di Ostia. E la vita di strada ti segna. Era così negli anni settanta ed è così ancora oggi. Si fanno delle amicizie, ma tante se ne perdono. Io non sento quasi più nessuno delle persone che ho conosciuto in giro. Molti si sono persi, altri non so che fine hanno fatto. Può succedere a chiunque, basta un divorzio, un licenziamento. E piano piano, se non hai chi ti aiuta, finisci per strada. Questa società non perdona nessuno.
Oggi ho una pensione sociale di circa seicento euro ma non ce la faccio lo stesso a pagarmi un affitto a Roma. Dormo nel centro Santa Giacinta della Caritas e di giorno ogni tanto vado a Binario 95. Grazie a Binario sono anche andato a Parigi perché ho vinto un concorso di pittura. Santa Giacinta e Binario sono posti tranquilli, con pochi ospiti, dove hai la libertà di entrare e uscire quando vuoi, entro certi limiti, e dove si possono fare delle attività. Proprio in uno di questi posti ho conosciuto la mia compagna, una decina di anni fa. Ero alla Caritas di Ostia, dove si trovava anche lei perché era in difficoltà. È portoghese e ora è dovuta tornare a Lisbona per dare una mano al padre di 91 anni. Ci sentiamo ogni giorno e io sono andata a trovarla due volte. Facciamo quello che possiamo.
(Storia raccolta da Giuseppe Rizzo)