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giovedì 5 dicembre 2024

Dalla parte dei palestinesi - Angela Davis

  

La solidarietà con i palestinesi e la loro lotta decennale in difesa della terra, della cultura e della libertà sono da tempo tra le questioni centrali della mia attività politica. Sono felice di vedere tanti giovani – soprattutto giovani neri – sostenere la lotta in Palestina oggi. Lo sconvolgimento emotivo che molti di noi hanno vissuto nell’ultimo anno, assistendo ai danni senza precedenti inflitti dall’esercito israeliano, mi ricorda quanto la ricerca di giustizia dei palestinesi sia essenziale per le lotte di liberazione negli Stati Uniti e in altre parti del mondo, e anche per me stessa in questo complicato scenario politico.

 Lo stato di Israele rappresenta non solo un progetto coloniale di insediamento, che continua la sua violenta espansione anche nel ventunesimo secolo. Nell’ultimo anno abbiamo visto un numero enorme di morti ingiustificate e un’incredibile devastazione, che ha sradicato quasi completamente la popolazione della Striscia di Gaza. Le grandi manifestazioni in tutto il mondo e il profondo dolore collettivo per la situazione nel territorio palestinese mi hanno fatto ripensare alle intense mobilitazioni politiche dell’estate 2020 negli Stati Uniti. Ovunque, anche in Palestina, le persone avevano provato rabbia e profonda tristezza per il linciaggio razzista di George Floyd fatto dalla polizia. Si potrebbe dire che le motivazioni alla base delle mobilitazioni per Floyd e delle proteste contro la guerra a Gaza siano diverse. Ma è davvero così?

Il lutto collettivo suscitato dalla violenza razzista che ha portato alla morte di George Floyd, Breonna Taylor e tanti altri ha alimentato le proteste contro i sistemi, le strutture e le storie che hanno permesso quella violenza razzista di stato. Le proteste erano dirette implicitamente contro l’imperialismo globale che favorisce la moltiplicazione delle strategie capitalistiche razziali. Alcune contestazioni hanno anche messo in luce gli insegnamenti che gli Stati Uniti hanno ricevuto dalla stretta alleanza con Israele, tra cui gli addestramenti offerti dall’esercito israeliano ai dipartimenti di polizia statunitensi in tutto il paese. Non importa se la polizia del Minnesota ha imparato davvero le tecniche di combattimento dall’esercito israeliano, resta il fatto che la crescente militarizzazione delle forze di polizia è direttamente connessa al capitalismo globale, compresi i legami economici e militari tra Israele e gli Stati Uniti.

La guerra genocida d’Israele contro il popolo palestinese di Gaza – che, insieme a quello in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e all’interno d’Israele è stato arruolato per incarnare suo malgrado il nemico principale di Tel Aviv – ha prodotto un dolore e una sofferenza inimmaginabili. Le famiglie di Gaza non si riprenderanno mai del tutto dalla morte dei loro cari, dalla distruzione delle case (il 70 per cento degli edifici sono stati danneggiati o distrutti), dalla lotta per sopravvivere più di un anno senza viveri e senza acqua o dal dormire all’aperto come complemento umano di un paesaggio martoriato, che difficilmente si risolleverà nel prossimo futuro. Le crudeli e disumanizzanti aggressioni verbali dei rappresentanti del governo e delle forze armate hanno amplificato il trauma. Annunciando un “assedio completo” di Gaza, l’ex ministro della difesa israeliano, Yoav Gallant, ha dichiarato: “Non ci saranno elettricità, viveri né carburante. Tutto è chiuso”. Ha giustificato questa azione aggiungendo: “Combattiamo contro animali umani e agiamo di conseguenza”. La stampa internazionale ha citato ampiamente queste dichiarazioni dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

Secondo le accuse presentate dal Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia, le atrocità hanno raggiunto le dimensioni di un genocidio. Ma in mezzo a tutto questo, sono emerse una resistenza e una solidarietà globale senza precedenti a favore degli abitanti di Gaza e dei palestinesi. Come molti altri in questi tempi angoscianti, mi sono sentita confortata dall’iniziativa presa da Jewish voice for peace, IfNotNow e altre organizzazioni ebraiche progressiste. La loro presenza forte nel movimento di protesta ci ricorda che le logiche dualistiche impediscono di capire in modo più accurato e sfumato cosa significhi impegnarsi nelle lotte per la libertà.

Ho avuto la fortuna di essere testimone della solidarietà ebraica verso la Palestina, per quanto minoritaria, all’inizio della storia dello stato di Israele, quando studiavo alla Brandeis university. Il mio sostegno alla Palestina affonda le radici in quelle esperienze della mia giovinezza politica. Ho imparato il valore morale della solidarietà politica e cosa significhi esprimerla non solo da una posizione minoritaria all’interno di una più ampia comunità progressista, ma anche attraverso una profonda identificazione con chi era considerato un nemico. La solidarietà non è mai del tutto lineare, ma le circostanze ci impongono di andare al di là delle spiegazioni semplicistiche che attribuiscono la rettitudine morale a una parte e la totale depravazione all’altra. La solidarietà c’impone di riconoscere l’inganno di una contrapposizione che di fatto impedisce di coniugare il sostegno alla Palestina con una condanna profonda e autentica dell’antisemitismo.

Riflettendo sul significato della solidarietà, ho imparato negli anni quanto sia pericoloso oggettivare chi consideriamo un nemico, al punto che nulla di quello che fa o dice può mai modificare o anche solo mettere in dubbio le caratteristiche che in teoria incarna. È facile adeguarsi alle opinioni dominanti che fanno leva su queste oggettivazioni e penso che la maggior parte di noi (me compresa) abbia ceduto, a volte, a queste pressioni. Il colonialismo, il razzismo e il patriarcato prosperano su queste capitolazioni.

Alcuni di noi hanno avuto la fortuna di conoscere forme alternative di comprensione, impegni critici che mettono in discussione le basi ideologiche di quello con cui ci confrontiamo. Sono riconoscente a molte persone dei vari movimenti e organizzazioni collettive di cui ho fatto parte – il Partito comunista statunitense, il Comitato studentesco per il coordinamento non violento di Los Angeles, le Pantere nere, la Lega tedesca degli studenti socialisti, il Progetto per la salute delle donne nere e molte altre – per aver indirizzato me e altri su strade più produttive, senza curarsi delle conseguenze per la loro vita. Ho sempre provato attrazione per chi è pronto a sfidare lo status quo. E sono grata a chi mi ha offerto sostegno quando sono stata attaccata personalmente.

Nel 2018 l’Istituto per i diritti civili di Birmingham mi ha offerto un premio per i diritti umani intitolato a Fred Shuttlesworth, un cofondatore del Congresso dei leader cristiani degli stati del sud, per poi revocare l’onorificenza a causa del mio attivismo in favore della Palestina. Prima ancora che potessi decidere come reagire, Jewish voice for peace e altre organizzazioni ebraiche progressiste hanno cominciato a mobilitarsi.

Il loro sostegno è stato particolarmente importante, perché era chiaro che non ero presa di mira come individuo. Alcuni mesi dopo, l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha attaccato la parlamentare Ilhan Omar, insinuando, ingiustamente, che non fosse abbastanza critica nei confronti degli attentatori dell’11 settembre 2001 e accusandola di antisemitismo per il suo sostegno morale alla Palestina. La studiosa e attivista Barbara Ransby, insieme ad altri, ha organizzato un raduno in difesa di Omar a Washing­ton, insieme alle deputate Rashida Tlaib, Ayanna Pressley e Alexandria Ocasio-Cortez. Nel novembre 2018 la Cnn ha licenziato l’accademico e attivista Marc Lamont Hill perché aveva usato la frase “dal fiume al mare” durante un incontro alle Nazioni Unite per la Giornata internazionale della solidarietà con il popolo palestinese. Il suo licenziamento preannunciava il diffuso sforzo ancora attivo tra i sionisti di vietare uno slogan che per molti, nelle parole di Tlaib, è “un appello alla libertà, ai diritti umani e alla convivenza pacifica, non alla morte, alla distruzione o all’odio”.

Era chiaro che la lobby sionista stava intensificando la sua offensiva perché stava perdendo terreno. Durante e dopo le proteste scoppiate a Ferguson nel 2014 in seguito alla morte di Michael Brown, un ragazzo afroamericano ucciso da un agente, i giovani attivisti neri e i loro sostenitori avevano cominciato a sfidare con forza la rappresentazione ideologica di Israele come avamposto fondamentale della democrazia in Medio Oriente, da difendere a tutti i costi. Il lungo lavoro degli attivisti palestinesi Linda Sarsour, Ahmad Abuzaid e altri per sviluppare alleanze in grado di estendere la solidarietà dei neri verso la Palestina e coltivare di più l’internazionalismo all’interno del movimento Black lives matter ha cominciato a risuonare in modo diffuso.

I Dream defenders, fondati in Florida da Phillip Agnew, Ahmad Abuznaid e Gabriel Pendas all’indomani dell’omicidio di Trayvon Martin (ucciso da un poliziotto nel 2012), non solo hanno riunito statunitensi palestinesi e africani in un’organizzazione che s’identifica come abolizionista, femminista e socialista, ma hanno anche organizzato una serie di delegazioni in Palestina. Vedo un filo diretto che collega questa storia recente – e, naturalmente, tutta la storia che lega i movimenti neri e palestinesi dalla Nakba del 1948 (la cacciata dei palestinesi dalle loro terre con la nascita dello stato d’Israele) – con il crescente numero di afroamericani che rifiutano di aderire alla linea del Partito democratico sul sostegno a Israele.

Come sostenitori e militanti, spesso non abbiamo la possibilità di assistere ai cambiamenti per cui lottiamo; ci aspettiamo, invece, che il nostro impegno produca nuovi punti di partenza per le generazioni a venire. A volte però, se viviamo abbastanza a lungo, possiamo avere la fortuna di testimoniare l’impatto delle battaglie a cui abbiamo partecipato.

Quando ho saputo che il premio Fred Shuttlesworth per i diritti umani era stato revocato in risposta al mio attivismo per la Palestina, ho sentito il respiro fermarsi, come se questo colpo mi avesse tolto il fiato, motivo per cui nella mia dichiarazione ho detto di essere “stordita”. Questa sensazione si è però presto dissolta quando sono cominciate a circolare molte espressioni di solidarietà da tutto il mondo, anche da organizzazioni di rabbini e altri gruppi ebraici. Le risposte di grandissimo sostegno delle organizzazioni nere e progressiste mi hanno ricordato che l’impegno per la libertà, anche quando non sembra fare una differenza significativa, può portare a risultati profondi e trasformativi.

Anche se il galà dell’istituto per i diritti civili di Birmingham era stato cancellato, gli attivisti della comunità, insieme al sindaco e ad altri funzionari della città, si sono riuniti per organizzare un raduno pubblico al Boutwell auditorium che probabilmente ha richiamato dieci volte più persone di quanto avrebbe fatto l’evento ufficiale. Questo evento ha suscitato in me, a livello personale e politico, un raro e profondo senso di trionfo collettivo. In quello storico bastione della segregazione razzista dove sono nata e cresciuta – la Johannesburg del sud degli Stati Uniti – una vasta collettività di persone di diversa estrazione razziale, religiosa e culturale testimoniava che l’influenza dell’ideologia sionista si stava indebolendo. Ammirando il pubblico dal palco, ho visto tanti amici d’infanzia, alcuni dei quali avevano contribuito a organizzare il raduno, e tutti si stavano mettendo fisicamente in prima linea, presentandosi in massa.

Prima di arrivare a Birmingham, ero passata da Waltham, nel Massachusetts, per partecipare alla celebrazione del cinquantesimo anniversario della facoltà di studi africani e afroamericani della Brandeis university. Nei primi anni sessanta, agli studenti della Brandeis si ricordava continuamente che Israele era stato creato nel 1948, lo stesso anno di fondazione dell’università. Anche se nessuno di noi poteva sfuggire al sionismo dilagante, ero grata di aver avuto, durante il mio primo anno, una compagna di stanza ebrea che mi ha sempre invitato a riflettere criticamente sulla rappresentazione di Israele come unica difesa possibile per la comunità ebraica globale. Ha richiamato la mia attenzione sulla condizione dei palestinesi, che erano sistematicamente privati della loro terra, dei loro diritti e del loro futuro. Mi ha anche aiutato a capire che stare dalla parte della resistenza palestinese era il modo migliore per lottare per un mondo più sicuro per tutti.

Parlo della mia esperienza alla Brandeis perché, anche se l’istituto ha sempre ribadito che i palestinesi incarnano una minaccia continua all’esistenza d’Israele (è stata la prima università privata a vietare una sezione di Students for justice in Palestine nel suo campus), non ricordo alcun conflitto importante su questo tema durante il periodo in cui ho studiato lì. Ma ricordo molte conversazioni riservate sull’impatto di questo processo militaristico di costruzione della nazione sul popolo palestinese. Quello che ora apprezzo profondamente è che ho conservato intuizioni cruciali sulla parentela tra razzismo e antisemitismo (nella mia città natale, Birmingham, violenti suprematisti bianchi hanno fatto esplodere chiese e case di neri e hanno preso di mira una sinagoga), e queste intuizioni hanno continuato a condurmi alle persone con cui mi sono organizzata e con cui ho socializzato. Non sono state eliminate dalla mia crescente consapevolezza dei pericoli del sionismo.

Dopo essermi laureata alla Brandeis nel 1965, sono andata a Francoforte, in Germania, per studiare con Max Horkheimer, Theodor Adorno e altri associati all’Istituto per la ricerca sociale dell’università locale. Poco dopo il mio arrivo, sono stata coinvolta nella Lega tedesca degli studenti socialisti (Sds). Era proprio il periodo in cui l’Sds cominciava ad allontanarsi da Tel Aviv e a solidarizzare con gli stati arabi che sfidavano Israele. Pochi giorni prima dello scoppio della guerra del 1967, la polizia uccise uno studente di nome Benno Ohnesorg mentre partecipava a una protesta dell’Sds contro la visita dello scià dell’Iran a Berlino. La violenza fascista della polizia avvenne contemporaneamente all’attacco dell’esercito israeliano. Questo portò l’Sds a creare un’interessante connessione tra il sostegno ai movimenti di liberazione del terzo mondo (compresa la solidarietà con la Palestina) e la contestazione della violenza della polizia e di altre forme di repressione statale all’interno della Germania Ovest. Il fatto che uno studente potesse essere ucciso per aver partecipato a proteste pacifiche era una chiara prova che la Germania Ovest non aveva superato i pericoli del fascismo.

Dopo il mio ritorno negli Stati Uniti nell’autunno del 1967, ero determinata a trovare la mia strada nel rivoluzionario movimento per la liberazione dei neri e mi rimisi in contatto con Herbert Marcuse, il mio mentore della Brandeis, che ora insegnava alla Uc San Diego. Le mie esperienze in Germania – soprattutto tra gli studenti provenienti dall’Africa e da altre parti di quello che allora era conosciuto come terzo mondo – avevano consolidato la mia adesione all’internazionalismo rivoluzionario, e gravitavo verso organizzazioni e individui che condividevano questa identificazione.

In un momento di crescente solidarietà globale con le lotte del terzo mondo, tutti i gruppi con cui ho lavorato – il Partito comunista, le pantere nere e la sezione di Los Angeles dello Student nonviolent coordinating committee (Sncc) – erano assolutamente chiari sulla loro solidarietà con la Palestina. In quel periodo, partecipai a una serie di conversazioni politiche stimolanti e illuminanti con James Forman, che allora era il direttore degli affari internazionali dell’Sncc. A quel tempo l’Sncc incoraggiava i suoi militanti a studiare la situazione in Medio Oriente. L’organizzazione insisteva sul fatto che per ottenere progressi significativi nelle nostre lotte era necessario abbracciare l’internazionalismo. In una lettera che Forman scrisse al segretario esecutivo dell’Sncc durante la guerra del 1967, spiegava:

La lotta di classe nella comunità nera diventerà più intensa se la guerra continuerà. Ovviamente la reazione “di pancia” di molte persone è contro Israele e a favore degli arabi, e riflette la tensione tra bianchi e neri, l’indurimento del razzismo e le particolari circostanze in cui ci troviamo negli Stati Uniti. Tuttavia, per noi dell’organizzazione, in particolare per quelli che occupano posizioni di leadership, diventa fondamentale studiare lo sviluppo storico e le politiche economiche contemporanee di Israele. In realtà Israele rappresenta un’estensione della politica estera degli Stati Uniti e un tentativo dei sionisti di creare una patria per gli ebrei. Questo tentativo si fonde con la politica estera in molti paesi, soprattutto negli Stati Uniti, nel Regno Unito e, per alcuni aspetti, in Francia.

Quando l’Fbi mi arrestò nell’ottobre 1970, non potevo prevedere che la mia vicinanza politica alla Palestina sarebbe aumentata in modo esponenziale. Tra le molte espressioni di solidarietà che mi sono state inviate durante la prigionia, i messaggi provenienti dalle carceri sono stati quelli che mi hanno commosso di più. Ricordo ancora quanto mi sentii umile quando ricevetti una bellissima lettera di solidarietà firmata da prigionieri politici palestinesi. La lettera era stata fatta uscire di nascosto da un carcere israeliano e trasmessa ai miei avvocati, che l’avevano portata nel carcere californiano dove ero detenuta.

Circa quarant’anni dopo, quando mi sono unita a una delegazione di solidarietà alla Palestina composta da donne di colore e studiosi-attivisti indigeni, ho incontrato un attivista palestinese che mi ha detto di essere uno dei detenuti che avevano firmato quel messaggio di solidarietà tanti anni prima. Quando ci siamo abbracciati, ho provato un profondo senso di soddisfazione per la traiettoria della mia vita e per come ha intersecato quella di tante altre persone in tutto il mondo che, ancora e ancora, generano collettivamente la speranza di una trasformazione radicale iscritta nel nostro futuro.

Oggi gli incessanti attacchi militari a Gaza sono motivo di profonda disperazione, soprattutto perché ogni giorno veniamo a sapere di uccisioni e distruzioni senza precedenti tra le guerre recenti. Nonostante l’ovvia necessità di un cessate il fuoco – un cessate il fuoco permanente – il governo degli Stati Uniti continua a fornire aiuti e sostegno a Israele.

I giovani attivisti di oggi stanno cercando di sciogliere questo enigma, anche se il governo statunitense ed entrambi i principali partiti politici del paese restano asserviti al sionismo. Nonostante i loro sforzi per convincere l’opinione pubblica che qualsiasi critica o dubbio sullo stato di Israele equivalga all’antisemitismo, dei giovani svegli, tra cui attivisti ebrei radicali, sottolineano che le lotte più efficaci contro l’antisemitismo sono necessariamente legate all’opposizione contro il razzismo, l’islamofobia e altri modi di reprimere e discriminare. È la prima volta, a mia memoria politica, che il movimento di solidarietà con la Palestina registra un sostegno così ampio sia negli Stati Uniti sia nel resto del mondo. Negli Stati Uniti, nonostante le strategie maccartiste contro chi chiede libertà e giustizia per la Palestina nelle università, nell’industria dell’intrattenimento e altrove, siamo in un nuovo momento politico e non possiamo – non dobbiamo – capitolare di fronte a chi rappresenta gli interessi del capitalismo razziale e le eredità del colonialismo. Come ha scritto la poeta e attivista statunitense June Jordan in “Poema per le donne sudafricane”:

E chi si unirà a questo alzarsi in piedi

e quelli che sono rimasti in piedi

senza una dolce compagnia

canteranno e canteranno

di nuovo sulle montagne e

se necessario

anche sotto il mare

siamo quelli che stavamo aspettando  svb

da qui

venerdì 8 marzo 2024

È possibile capire i terroristi? - Christian Raimo

 

Anni fa lessi in un libro di Angela Davis, Aboliamo le prigioni? una storia abbastanza incredibile. Nel 1993 il Sudafrica era nel pieno della sua transizione.

Amy Biehl stava accompagnando in auto alcuni amici neri alle loro case di Guguletu quando una folla che scandiva slogan contro i bianchi la aggredì e alcuni giovani la presero a sassate e la pugnalarono a morte. Quattro degli uomini che avevano partecipato all’aggressione furono condannati a diciotto anni di reclusione per il suo omicidio. Nel 1997, Linda e Peter Biehl, i genitori di Amy, decisero di sostenere la domanda di amnistia che quegli uomini avevano presentato alla Commissione sudafricana per la verità e la riconciliazione. I quattro chiesero perdono ai Biehl e furono rilasciati nel luglio 1998. Due di loro – Easy Nofemela e Ntobeko Peni – in seguito conobbero i Biehl, che avevano acconsentito a incontrarli nonostante le molte pressioni contrarie. Nofemela disse che voleva esprimergli il suo dispiacere per aver ucciso la figlia meglio di quanto avesse potuto fare durante le udienze della commissione. ‘So che avete perduto una persona cara’, ha riferito di avergli detto durante quell’incontro. ‘Voglio che mi perdoniate e mi prendiate come vostro figlio’.

I Biehl, che dopo la morte della figlia avevano creato la fondazione Amy Biehl, chiesero a Nofemela e Peni di lavorare nella sezione di Guguletu della fondazione. Nofemela diventò istruttore sportivo nell’ambito di un programma di doposcuola e Peni diventò amministratore. Nel giugno 2002 accompagnarono Linda Biehl a New York, dove, dinanzi all’American family therapy academy, parlarono tutti di riconciliazione e giustizia riparatrice.

In un’intervista al Boston Globe, quando le chiesero cosa provasse nei confronti degli uomini che avevano ucciso sua figlia, Linda Biehl rispose: “Gli voglio molto bene”. Dopo la morte di Peter Biehl nel 2002, Linda acquistò per loro due lotti di terra in memoria del marito, affinché Nofemela e Peni potessero costruirsi una casa.

Nei giorni successivi agli attacchi dell’11 settembre, i Biehl furono invitati a parlare in una sinagoga della loro comunità. Così Peter Biehl raccontò quell’occasione: “Cercammo di spiegare che talvolta conviene tacere e ascoltare cosa hanno da dire gli altri; chiedersi: ‘Perché accadono queste cose orribili?’, anziché limitarsi a reagire”.

L’invocazione del carcere duro e lo spirito vendicativo hanno occupato tutto lo spazio pubblico della giustizia

Viviamo un’epoca in cui il giustizialismo, l’invocazione del carcere duro, lo spirito vendicativo, il populismo penale, il paradigma vittimario hanno occupato tutto lo spazio pubblico della giustizia. In cui spesso, se cerchiamo di far valere la razionalità e uno spirito illuministico che vuole difendere lo stato di diritto di fronte a qualunque reato, riceviamo in risposta l’obiezione: sì, prova a metterti nei panni della madre di quella persona!

Come racconta Angela Davis nel brano citato, ci sono genitori che fanno uno sforzo ulteriore.

Così, anche se sembrano i tempi meno consoni per parlare di riconciliazione e di giustizia riparativa, questo passo necessario va fatto. Perciò la recente pubblicazione di due libri come L’incontro (Il Saggiatore) e Giustizia riparativa (Il Mulino) va salutata come un importante avvenimento culturale.

Il primo – ne ha scritto anche Giuliano Milani qui – è il diario a più voci di sette anni di incontri tra vittime e responsabili della lotta armata: testimonianze di poche righe, riflessioni più approfondite, lunghi saggi di analisi storica che cercano di ricostruire quest’esperienza straordinaria ideata dal gesuita Guido Bertagna con Carlo Maria Martini e coordinata poi insieme al criminologo Adolfo Ceretti e alla giurista Claudia Mazzucato.

Ci sono orfani, vedove, testimoni imbelli di allora, militanti invecchiati e diventati nonni, nomi noti come Agnese Moro o Adriana Faranda, persone che non sono state direttamente implicate, come il costituzionalista Valerio Onida o l’attrice Maddalena Crippa, ma che ci hanno tenuto ad accompagnare questo percorso, e poi molte voci che hanno deciso di rimanere anonime. “Abbiamo avuto acuti. Abbiamo avuto bassi. Semitoni, tutto quello che volete. Alla fine è stato un coro”, si legge nell’Incontro.

È vero che esiste ormai un corpus consistente di testi sulla “notte della repubblica”, anche se parliamo solo di memorialistica, con libri meravigliosi, come il seminale Armi e bagagli del professore di letteratura ex militante delle Brigate rosse Enrico Fenzi (da rileggere, appena ripubblicato dalla neonata casa editrice Egg) o Come mi batte forte il tuo cuore di Benedetta Tobagi. Ma è vero anche che L’incontro rappresenta una svolta radicale e davvero riesce a sostenere, nella bilancia del racconto di quegli anni, quasi da solo il confronto con tutto ciò che è stato scritto finora.

Perché la possibilità che si sono dati i protagonisti di quest’esperienza è di confrontarsi con le persone alle quali avevano procurato un dolore straziante o dalle quali lo avevano ricevuto.

L’ambizione non è quella di creare una memoria condivisa attraverso la giustapposizione di due visioni speculari, contrastive, ma di lasciare che il lettore – come se facesse parte anche lui di questa ricostruzione – trovi i possibili nessi in un racconto che è nei fatti plurale, spesso contraddittorio, ma per la prima volta unitario.

Il modello principale dell’Incontro è stata proprio la Commissione per la verità e la riconciliazione sudafricana, che dal 1995 in poi guidò la transizione dall’apartheid alla democrazia, attraverso una serie di audizioni pubbliche delle vittime e dei responsabili dei crimini commessi da entrambe le parti durante il regime segregazionista. Lo scopo perseguito dagli ispiratori (da Nelson Mandela e Desmond Tutu, tra gli altri) era che questo tribunale portasse, attraverso un processo non violento e un’amnistia, alla conoscenza dei crimini commessi; senza generare – per la nuova democrazia appena nata – una recrudescenza di vendette, e immaginando una nuova comunità nazionale creata da un riconoscimento reciproco e da una giustizia riparativa.

Il nostro sistema penale nasconde un evidente problema, ossia che il carcere è criminogeno

La giustizia riparativa: è un’utopia? Sicuramente è un modello giuridico poco praticato anche nel mondo occidentale, e pochissimo in Italia, nonostante il nostro sistema penale nasconda un evidente problema – ossia che il carcere è criminogeno: il 68,5 per cento delle persone che sconta la sua pena in prigione commette un nuovo reato una volta uscito, a confronto di un 19 per cento di recidiva tra chi non sconta la pena in carcere.

Da questi dati il gruppo che ha redatto Abolire il carcere (Luigi Manconi, Stefano Anastasia,Valentina Calderone, Federica Resta) indicava le diverse possibilità di giustizia alternativa, tra cui quella che nei paesi germanofoni chiamano Täter-Opfer-Ausgleich, “concordato tra l’autore e la vittima”, e che appunto in Germania, in Austria, in Belgio, in Lussemburgo, nei Paesi Bassi e in Francia riesce a garantire risultati molto incoraggianti, a partire dalla giustizia minorile.

Si pratica poco e se ne parla poco; per questo la raccolta dei saggi che s’intitola proprio Giustizia riparativa è preziosa.

Quando gli autori – coordinati da Grazia Mannozzi e Giovanni Angelo Lodigiani – cercano di valorizzare questo modello giuridico, hanno il pregio anche di ricostruirne il contesto storico e di inserire gli esigui esempi italiani all’interno di uno scenario internazionale, e lo fanno sfrondando subito una serie di pregiudizi su questa tradizione giuridica.

Francesco Palazzo, per esempio, sostiene che l’utilitarismo della deterrenza e quello della rieducazione si sono rivelati entrambi un mezzo fallimento: il primo spesso si è tramutato in terrorismo sanzionatorio, il secondo spesso in una solidarietà inefficace per la presa di coscienza e la trasformazione della persona. Invece

il modello della giustizia riparativa ritrova una dimensione di verità nella misura in cui esso presuppone che si riconosca ‘l’altro’, colpevole o vittima, nella concretezza del suo essere, dei suoi bisogni, dei suoi rapporti esistenziali individuali e sociali, tornando a renderlo protagonista – se possibile – della ricomposizione della trama della sua esistenza individuale e sociale.

Ma attenzione: la giustizia riparativa non è un vago perdonismo, un’amnistia morale, una forma di volontariato sociale. Claudia Mazzucato ci tiene a sottolineare le condizioni qualificanti:

L’incontro con i protagonisti (diretti o indiretti) di una vicenda penalmente rilevante; la partecipazione attiva all’incontro; il coinvolgimento volontario e libero di tutte le persone interessate; l’adempimento volontario di attività o impegni nascenti da un accordo che scaturisce, a sua volta, da un incontro libero; la presenza di mediatori/facilitatori imparziali e indipendenti.

Come è chiarissimo a tutti gli autori dell’Incontro e di Giustizia riparativa, qui non è in gioco solo la vicenda dei cosiddetti anni di piombo, né la riforma del sistema penale italiano, ma la possibilità di una rivoluzione culturale profonda, che a partire da biografie singolari possa illuminare diversamente, ricomprendere in una dimensione di senso, anche questioni politiche che ci sembrano inestricabili e inconcepibili.

Nel saggio che fa da postfazione all’Incontro, firmato da Luigi Manconi e Stefano Anastasia, si racconta la storia di Claudia Francardi.

Vedova di un carabiniere ucciso da un diciannovenne mentre effettuava un controllo su un’autovettura dove viaggiavano tre giovani, in località Sorano nella provincia di Grosseto. Oggi quella donna si batte perché Matteo, l’omicida di suo marito, non sconti in carcere la condanna a vent’anni inflittagli. […] La signora Francardi si augura dunque che Matteo possa continuare proficuamente il percorso di ricerca, ripensamento e ricostruzione già intrapreso, usufruendo di misure alternative alla detenzione, magari all’interno di una comunità. È in una comunità, infatti, che la donna lo ha incontrato, iniziando così un rapporto, spesso doloroso e sempre faticoso, con lui e con sua madre, che l’avrebbe portata – nel momento della lettura della sentenza – a ‘piangere per la sofferenza di entrambi’.

Possiamo davvero ipotizzare che siano percorribili queste strade? Mettersi, in quanto carnefici, dalla parte della vittima; mettersi, in quanto vittime, dalla parte del carnefice? Perché questi casi eccezionali, addirittura forse disumani, non potrebbero diventare più comuni? Perché non ci è data l’opzione di rintracciarne l’esemplarità, e spesso assistiamo muti a un desiderio di punizione, anche rispetto agli anni settanta (si pensi al caso di Adriano Sofri o a quello di Sergio D’Elia) che pare non poter contemplare mai un mutamento? Perché pensiamo che la pena debba “infliggere destino” (l’espressione è di Walter Benjamin, citata da Manconi) e non costruire futuro?

Facciamo fatica ad allungare questa serie d’interrogativi che è scandaloso porsi in questi giorni dopo gli attentati di Parigi, in cui sono rari anche i tentativi di analizzare l’ideologia dei terroristi (e sul perché ci sia stata una radicalizzazione fascista dell’islamismo politico, si legga qui un ottimo intervento di Girolamo De Michele). Giorni in cui, invece della ricerca delle cause del terrorismo, delle motivazioni che portano dei ragazzi a diventare assassini feroci, si afferma – senza neanche una lieve ombra di esitazione – una furia di rappresaglia che non vuole nemmeno immaginarsi razionale.

Nella testa degli assassini

Qualche giorno fa su Doppiozero Marco Belpoliti scriveva un pezzo perturbante ma rigorosissimo intitolato “Cosa c’è nella testa degli assassini di Parigi?”. Belpoliti, che ha una lunga frequentazione con questi territori terminali dell’umano (L’età dell’estremismo), ricalca questa domanda su quella che Primo Levi si pone di fronte ai criminali dei lager nazisti, e la rende in questo modo lecita. E per provare ad abbozzare una risposta, cita un libro del 2011 di Murakami Haruki, Underground: qui si racconta l’attentato del 1995 nella metropolitana di Tokyo (12 morti e seimila intossicati), quando un gruppo di una setta religiosa rilasciò del gas nervino in un treno. Le pagine di Underground sono composte da interviste ai sopravvissuti, ma anche agli autori di quell’attentato, in un tentativo, a 15 anni di distanza, di comprendere le due versioni di una tragedia totalmente assurda ai nostri occhi.

Comprendere il terrorismo? Comprendere addirittura i terroristi? Possiamo immaginare un terrorista che cambi idea? Che si convinca che la sua ideologia fanatica sia un macroscopico e tragicissimo errore?

Stiamo scivolando su un campo molto insidioso rispetto alle questioni tecniche che pone il ricorso alla giustizia riparativa. Ma sono digressioni alle quali nessuno degli autori di questi libri si sottrae: ci troviamo indubbiamente in un campo dell’umano che è difficile esplorare, e che preferiamo rimuovere del tutto.

C’è una storia italiana poco conosciuta, quella delle vittime dell’attentato del Natale 1985 all’aeroporto di Fiumicino compiuto da un commando terroristico palestinese legato ad Abu Nidal: ci furono tredici morti e circa cento feriti. Una di loro fu Caterina Brau, che perse una gamba.

Raccontò la sua storia nel 2012 in un’intervista bellissima, pubblicata da Una città. Sul suo attentatore – Khaled Ibrahim Mahmoud, che allora aveva 18 anni, unico sopravvissuto del commando, condannato a 26 anni di carcere che ha finito di scontare pochi anni fa – Brau ha detto:

Quel poveraccio aveva solo diciott’anni. Una storia terribile: aveva perso tutta la famiglia a Sabra e Chatila quand’era ancora un bambino. Se ci pensi, il passaggio tra il suo prima e il suo dopo, quel giorno in cui, a otto anni, è tornato a casa e non ha più trovato i suoi cari, è stato forse peggiore del mio. […] Non è che mi sia indifferente perché ho comunque seguito le sue vicende da lontano, ci ho pensato ogni tanto a come stava, a cosa voleva dire per lui essere l’unico vivo del gruppo, però non ho mai avuto il desiderio di incontrarlo. Credo che sarebbe malsano, per tutti e due; no, non mi piace neanche l’idea. Voglio dire, non lo odio, ma non lo amo neanche. Queste cose all’italiana del perdonismo, del ‘Carramba che sorpresa’, non fanno per me.

Nel 2011 aveva già rilasciato un’altra intervista, toccante e lucida, alla Nuova Sardegna. Ne riporto giusto due risposte.

Qual è il modo giusto di raccontare un episodio drammatico come la strage di Fiumicino?
Forse quello usato da Haruki Murakami nel suo libro Underground, che ricostruisce l’attentato del 1995 nella metropolitana di Tokyo con il gas sarin. È una raccolta di testimonianze di vittime di quell’attacco. Leggendolo hai la percezione di una cosa che si ripete e insieme di una cosa sempre diversa: non c’è nessun tentativo di dare al racconto un significato politico, ma solo la volontà di dare la parola a chi era lì. Così ha dato voce alle testimonianze di vita vissuta, a partire dalla paura che non passa. Finalmente un libro dalla parte delle vittime.

Lei però in tutti questi venticinque anni non ha mai avuto l’atteggiamento da vittima.
Forse non ho mai avuto l’atteggiamento, ma sono stata una vittima. Quando c’è stato l’attentato alle torri gemelle, prima di pensare a chi c’era dietro ho pensato alle vittime, mi sono sentita dalla loro parte. Anche rispetto a Mahmoud, non sono dispiaciuta del fatto che sia uscito dal carcere perché anche lui è prima di tutto una vittima e proprio perché vittima della sua storia ha fatto una scelta mortale per gli altri. Oggi è bello che dica: sono uno stalinista in via di guarigione.

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mercoledì 4 ottobre 2023

Abolizionismo, femminismo, internazionalismo - Elisabetta Raimondi

 

Angela Davis è stata una delle protagoniste della plenaria di Socialism 2023 a Chicago. Qui ha fissato alcuni concetti-chiave per immaginare un'altra società

 

Dal primo al 4 settembre Chicago ha ospitato Socialism 2023un evento che ogni anno «riunisce centinaia di socialisti e attivisti radicali» per partecipare a conferenze di carattere politico-storico-sociale, a workshop sulle strategie di lotta e organizzative da mettere in atto praticamente e a importanti momenti di condivisione di esperienze di attivismo fatte sul campo da vari movimenti. Tantissimi sono stati i temi trattati, dal marxismo alla storia della working class e delle battaglie socialiste, dalla lotta contro il razzismo a quella per la libertà di genere, dall’intelligenza artificiale alla poetica socialista, dalla distruzione del pianeta ai modi in cui operativamente cercare di fermarla. 

Vista la centralità ricoperta da temi quali abolizionismo, carcere e polizia, l’onore della prima plenaria di Socialism 2023 è toccato a quattro note attiviste, tra cui Angela Davis, che negli anni cruciali della pandemia hanno scritto insieme il testo Abolition. Feminism. Now.  pubblicato nel 2022 negli Stati uniti e nel marzo di quest’anno uscito in italiano per AlegreFrutto di infiniti confronti e discussioni tra le autrici – oltre ad Angela Davis le docenti universitarie Gina Dent, Beth Richie e Erica Meiners – che considerano abolition e feminism imprescindibili l’uno dall’altro, il libro è stato nella Conferenza considerato come imprescindibile per il legame che il femminismo abolizionista ha proprio con il socialismo. 

Il termine abolition, derivato dalla lotta contro lo schiavismo afroamericano, ha assunto oggi il significato più ampio di ricerca di una giustizia trasformativa che nel breve e medio periodo offra alternative all’attuale sistema penale basato su carcere e polizia, arrivando nel lungo periodo a sostituirlo. Altre espressioni spesso citate dalle autrici sono «Prison Industrial Complex» e «Carceral feminism». Così come la definizione Military Industrial Complex, coniata da un inascoltato Dwight Eisenhower nel 1945 per mettere in guardia dalla creazione di quell’enorme industria della guerra che genera strabilianti profitti privati, anche Prison Industrial Complex fa riferimento all’enorme giro d’affari che ruota intorno alle prigioni, moltissime delle quali negli Usa sono private, in cui i carcerati – come magistralmente raccontato nel 2016 da Ava DuVernay nel documentario Thirteenth (Tredicesimo Emendamento) – sono gli strumenti dei quali corporation di tutti i tipi si servono per i propri scopi di lucro, tifando ovviamente per il mantenimento e l’incremento dell’ormai pluri-decennale fenomeno americano dell’incarcerazione di massa.  

Con «Carceral feminism» si intende invece quella teoria, divenuta pratica, secondo cui l’unico modo per eliminare o ridurre i femminicidi e le violenze sulle donne sia l’inasprimento e il prolungamento delle pene carcerarie dei colpevoli. Si tratta, ha spiegato Angela Davis nella conferenza, di un approccio capace di «sconfiggere l’obiettivo stesso per cui è nato, ossia quello di liberare le donne», sia perché all’aumento delle spese per polizia e prigioni si provvede spesso togliendo fondi a programmi sociali come case e ripari sicuri per le donne sopravvissute a violenze domestiche, sia perché aumentando la repressione di una società già di per sé repressiva, l’effetto è quello di rinforzare le pratiche di violenza e la reiterazione dei crimini. Per questo Angela Davis ha aperto Socialism 2023 spiegando l’impossibilità di slegare il «femminismo abolizionista» dal socialismo.

Non riesco a immaginare un femminismo che non sia anche anticapitalista. E non riesco a immaginare un abolizionismo che si basi sul fuorviante presupposto che sia possibile abolire prigioni, polizia, servizi protettivi per famiglie e tutti gli altri aspetti del sistema carcerario in un regime capitalista che non riconosca le connessioni tra quelle istituzioni e il capitalismo. Per conseguire appieno i suoi scopi l’abolizionismo deve abbracciare il socialismo, poiché quel che è in discussione non è tanto il processo per liberarci di quelle istituzioni repressive, quanto il tipo di società che dobbiamo creare per non dover contare su questo tipo di istituzioni per la sicurezza e la protezione. Possiamo avere sicurezza e protezione solo se c’è un’abitazione per tutte e tutti, la sanità pubblica, l’istruzione gratuita…  Non può esistere un femminismo davvero incisivo che non sia anche abolizionista e non possiamo avere un abolizionismo del tipo che intendiamo senza abolire anche il patriarcato. Così come non può esserci un femminismo abolizionista senza la visione di una società completamente trasformata, la visione di una società socialista.

 

Angela Davis e Gina Dent da più di trent’anni collaborano e viaggiano in giro per il mondo visitando le prigioni di ogni Stato abbia consentito loro di farlo (in Francia per esempio si sono viste negare il permesso), e hanno ricordato come questo lavoro collettivo, al quale sono state invitate a partecipare da Beth Richie e Erica Meiners, abbia dato loro modo di esprimere una definitiva connessione tra abolizionismo e femminismo. Pur percependone l’interdipendenza sin dalla seconda metà degli anni Novanta – già alla prima conferenza di Critical Resistance del 1998, intitolata Beyond Prison Industrial Complex, il femminismo era parte integrante delle strategie analitiche e organizzative – c’erano tuttavia elementi mancanti che ne impedivano la definizione attuale a causa di forti tensioni tra i diversi movimenti femministi. Sebbene il problema del «femminismo mainstream» sia più forte che mai, il femminismo abolizionista «non solo sta per diffondersi – ha detto Angela Davis – ma è ormai in piena circolazione. Mai mi sarei immaginata cinquant’anni fa che l’attivismo avrebbe potuto fare così tanti progressi in questo senso».  

Alla base del femminismo abolizionista c’è dunque la necessità di minare l’intero sistema poliziesco e carcerario creando un movimento sempre più vasto e in continua evoluzione di «feminist agitators and freedom fighters», un movimento che consideri «la violenza di genere – come ha ribadito Beth Richie – il diretto risultato delle ineguaglianze sociali, politiche, di genere e razziali del potere. Se non consideriamo le cause della violenza di genere e come questa sia resa possibile da un certo tipo di società, allora saremo in grado solo di far fronte di volta in volta a singoli episodi individuali». Non che l’attenzione ai singoli casi e molte metodologie di intervento, come ad esempio abitazioni e organizzazioni a supporto delle vittime, non siano messe in pratica con tutti i mezzi disponibili da varie associazioni e gruppi, tuttavia quel che sottolineano è che la sicurezza e la protezione delle sopravviventi, in particolare donne e persone non binarie in grande maggioranza nere e brown, non dovrebbero essere affidate allo Stato perché lo Stato risponde con una violenza pari a quella da cui le vittime tentano di fuggire: «attraverso prigioni e polizia è uno dei più accaniti perpetratori di violenza di genere. Decenni di dati mostrano che [quelle istituzioni] non pongono fine alla violenza di genere né ne sono un deterrente. Esiste una lunga storia di comunità, specialmente di donne di comunità di colore, che rigetta queste risposte carcerarie dello Stato alle violenze sessuali e di genere».

Non è un caso che le denunce di violenze di genere siano così basse: c’è un timore, anch’esso basato su dati di fatto, che le vittime nutrono nei confronti delle istituzioni non solo per l’umiliazione cui spesso sono sottoposte, ma per i soprusi – stupri compresi – che ricevono da coloro che dovrebbero invece offrire loro riparo e protezione.

Una parte importante delle discussioni e del lavoro durante la conferenza ha riguardato l’internazionalismo del femminismo abolizionista: il tema delle relazioni del femminismo abolizionista con il capitalismo globale e quello delle lotte in atto in altre parti del mondo ha sollevato riflessioni sia sull’abitudine americana a considerarsi sempre al centro del mondo, sia sull’esportazione del sistema carcerario targato Us. 

«Abbiamo cercato – ha detto Dent – di combattere il centralismo americano» molto spesso considerato come fulcro del problema tanto per «la storia dei neri negli Stati uniti» nella definizione del termine «abolizionismo», quanto per «l’incarcerazione di massa, costantemente tirata in causa nella maggior parte dei dibattiti mentre il problema è la sua completa abolizione […]  Dobbiamo cercare di dismettere l’abitudine di considerare questo un problema se non esclusivo degli Usa, focalizzato comunque negli Stati uniti, partendo dall’assunto che se risolviamo il problema qui lo possiamo risolvere anche a livello internazionale. Non possiamo cancellare la dipendenza dal Prison Industrial Complex senza pensare al capitalismo razziale e non possiamo capire il fenomeno senza pensare al modo in cui gli Usa sono stati leader nel modellare il sistema di incarcerazione nel mondo».

Davis e Dent, che hanno visitato in particolare le carceri di Sud Africa e America Latina, ricordano ad esempio una piccola prigione in Argentina, «Stato nazionale a maggioranza bianca», al cui interno «persone nere e indigene vivevano in condizioni terrificanti. Contemporaneamente c’era un meeting di rappresentanti di Stato di varie nazioni. Era molto tempo fa ma era molto chiara l’esistenza di scambi di informazioni riguardanti polizia e incarcerazione, che è qualcosa con cui il movimento deve assolutamente confrontarsi», anche perché «tanto l’America Latina quanto il Sud Africa stanno copiando sempre più il modello di incarcerazione statunitense». Il Brasile per esempio lo sta applicando per risolvere il problema di «persone non più in grado di mantenersi. Così invece di creare lavoro e un sistema scolastico più accessibile, stanno pensando a cosa fare di gente che il capitalismo globale butta fuori dal ciclo della vita». Altro riferimento è stato la Turchia dove, nei giorni del 1998 in cui Angela Davis e Gina Dent si trovavano al già citato primo convegno di Critical Resistance, era in atto uno sciopero del popolo turco contro il modello di prigione entrato in vigore a replica di quello statunitense. Potremmo noi aggiungere anche un attualissimo riferimento sull’esportazione di metodi e idee di incarcerazione in atto in Italia, vista la recente approvazione del Governo Meloni del cosiddetto «Decreto Caivano». 

La discussione si è infine chiusa con queste parole di Angela Davis, senza dubbio in grado di restituire il ruolo centrale dello stesso internazionalismo per poter immaginare un altro tipo di società:

In questo paese non sappiamo come fare internazionalismo. Siamo stati allenati persino contro i nostri migliori impulsi a immaginare gli Stati uniti come il centro del mondo. Credo che una delle nostre sfide più grandi sia quella di creare nel nostro paese una cultura socialista generativa. Se ora come ora non possiamo avere il socialismo, possiamo perlomeno creare quel tipo di cultura che cominci a richiedere una società completamente trasformata in senso socialista e non possiamo farlo senza enfatizzare un certo tipo di internazionalismo.   

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martedì 24 gennaio 2023

Aboliamo le prigioni?

 

 

Estratto da Aboliamo le prigioni? di Angela Davis, edizioni Minimum Fax

 

Il carcere, viceversa, è considerato un elemento inevitabile e permanente della nostra vita sociale. I più rimangono sorpresi nel sentire che anche il movimento per l’abolizione delle prigioni ha una lunga storia, risalente addirittura alla comparsa del carcere come principale forma di punizione.

La reazione più naturale è quella di presumere che questi attivisti – persino coloro che si autodefiniscono consciamente «attivisti contro il carcere» – mirino semplicemente a migliorare le condizioni carcerarie o magari a riformare le prigioni in maniera più radicale. Quasi ovunque, abolire il carcere appare semplicemente impensabile e inverosimile. Gli abolizionisti vengono liquidati come utopisti e idealisti le cui idee sono, nel migliore dei casi, irrealistiche e impraticabili e, nel peggiore, sconcertanti e insensate. Ciò dà la misura di quanto sia difficile immaginare un ordine sociale che non sia fondato sulla minaccia di relegare certe persone in posti orribili allo scopo di separarle dalle loro famiglie e comunità.

Il carcere è considerato talmente «naturale» che è estremamente difficile immaginare che si possa farne a meno. Spero che questo libro incoraggi i lettori a mettere in discussione i loro preconcetti a proposito del carcere. Molti sono già arrivati alla conclusione che la pena di morte è una forma antiquata di punizione che viola i principi basilari dei diritti umani. Penso che sia venuto il momento di incoraggiare un dibattito analogo sul carcere. Nel corso della mia carriera di attivista contro le prigioni, ho visto crescere la popolazione carceraria statunitense con una rapidità tale che ormai molti membri delle comunità nere, latinoamericane e di nativi americani hanno molte più opportunità di finire in galera che di ottenere un’istruzione decente. Quando tanti giovani decidono di entrare nell’esercito per sfuggire all’inevitabilità del carcere, bisognerebbe chiedersi se non si debba tentare di introdurre alternative migliori.

La questione se il carcere sia ormai un’istituzione obsoleta è diventata particolarmente urgente alla luce del fatto che più di due milioni di persone negli Stati Uniti (su un totale mondiale di nove milioni) popolano attualmente le prigioni, i penitenziari, gli istituti minorili e i centri di detenzione per immigrati. Siamo disposti a relegare numeri sempre crescenti di persone provenienti da comunità oppresse dal punto di vista razziale in un’esistenza isolata, caratterizzata da regimi autoritari, violenza, malattie e tecnologie di reclusione che producono una grave instabilità mentale? Secondo uno studio recente, le carceri ospiterebbero il doppio di persone affette da malattie mentali rispetto a tutti gli ospedali psichiatrici degli Stati Uniti messi insieme.

Quando iniziai a occuparmi dell’attivismo contro il carcere alla fine degli anni Sessanta, rimasi sconcertata nell’apprendere che i detenuti erano quasi duecentomila. Se qualcuno mi avesse detto che in tre decenni il numero delle persone rinchiuse in gabbia sarebbe decuplicato non ci avrei creduto. Penso che la mia reazione sarebbe stata più o meno questa: «Per quanto questo paese possa essere razzista e antidemocratico [ricordate che durante quel periodo le richieste del movimento per i diritti civili non si erano ancora concretizzate], non credo che il governo degli Stati Uniti potrebbe mai recludere così tante persone senza scatenare una potente resistenza pubblica. No, non accadrà mai, a meno che il paese non precipiti nel fascismo». Quella avrebbe potuto essere la mia reazione trent’anni fa.

La realtà è che saremmo stati chiamati a inaugurare il xxi secolo accettando il fatto che due milioni di persone – un gruppo superiore alla popolazione di molti paesi – trascorrono la loro esistenza in posti come Sing Sing, Leavenworth, San Quintino e l’Alderson Federal Reformatory for Women. La gravità di queste cifre è ancora più evidente se si considera che complessivamente la popolazione statunitense è inferiore al 5% del totale mondiale, mentre gli Stati Uniti possono vantare più del 20% dell’intera popolazione carceraria. Per dirla con le parole di Elliott Currie, «il carcere è diventato una presenza incombente nella società [americana] in una misura senza precedenti nella nostra storia o in quella di qualsiasi altra democrazia industriale. Con l’eccezione delle grandi guerre, l’incarcerazione in massa ha rappresentato il programma sociale più compiutamente attuato dai governi dei giorni nostri».

Nel riflettere sulla possibilità che il carcere sia obsoleto, dovremmo chiederci come mai così tante persone siano potute finire in prigione senza che ciò sollevasse dibattiti importanti sull’efficacia della detenzione. Quando negli anni Ottanta, durante la cosiddetta era Reagan, s’iniziarono a costruire altre prigioni e il numero dei detenuti crebbe sempre più, i politici sostennero che il «pugno di ferro» nei confronti del crimine – che comprendeva la certezza della pena e periodi detentivi più lunghi – avrebbe mantenuto le comunità libere dalla delinquenza. Tuttavia, la pratica delle incarcerazioni in massa di quel periodo sortì un effetto scarso o addirittura nullo sui dati ufficiali relativi alle attività criminali.

Anzi, la crescita della popolazione carceraria non portò a comunità più sicure, ma piuttosto a ulteriori aumenti della stessa. Ogni nuova prigione ne generava un’altra. E con l’espandersi del sistema carcerario statunitense cresceva anche il coinvolgimento delle corporation nella costruzione delle prigioni, nel loro approvvigionamento di beni e servizi e nell’utilizzo di manodopera carceraria. Poiché la costruzione e la gestione delle prigioni iniziò ad attrarre ingenti capitali – dall’industria edilizia alle forniture alimentari, all’assistenza sanitaria – in un modo che ricordava la nascita del complesso militare-industriale, si è cominciato a parlare di un «complesso carcerario-industriale».

Prendiamo il caso della California, il cui territorio negli ultimi vent’anni è stato invaso da strutture carcerarie. La prima prigione statale della California fu San Quintino, aperta nel 1852.4 Folsom, un altro noto istituto di pena, aprì nel 1880. Tra il 1880 e il 1933, quando a Tehachapi venne inaugurato un carcere femminile, non fu costruita nessuna nuova prigione. Nel 1952 fu inaugurato il California Institution for Women e quello di Tehachapi diventò un altro carcere maschile. In tutto, tra il 1852 e il 1955 sorsero in California nove prigioni. Tra il 1962 e il 1965 furono costruiti due campi di lavoro, nonché il California Rehabilitation Center. Nella seconda metà degli anni Sessanta non fu aperta nessuna prigione e neppure durante tutto il decennio successivo.

Un massiccio progetto di costruzione di nuove strutture detentive fu avviato invece negli anni Ottanta, vale a dire durante la presidenza Reagan. Tra il 1984 e il 1989 furono inaugurati nove istituti di pena, compresa la Northern California Facility for Women. Non bisogna dimenticare che c’erano voluti più di cento anni per costruire le prime nove prigioni californiane; in meno di un decennio quel numero è raddoppiato e durante gli anni Novanta se ne sono aggiunte altre dodici, tra cui due penitenziari femminili. Nel 1995 è stata inaugurata la Valley State Prison for Women, il cui intento dichiarato era quello di «fornire 1980 posti letto per le detenute del sovraffollato sistema carcerario californiano». Tuttavia, nel 2002 le detenute erano già 35705 e tutte le strutture femminili erano sovraffollate.

Attualmente in California ci sono trentatré carceri, trentotto campi di lavoro, sedici case di correzione per minori e cinque piccoli centri per madri detenute. Nel 2002 le persone incarcerate in questi istituti erano 157.979, compresi circa ventimila individui che lo stato trattiene per violazione delle leggi sull’immigrazione. La composizione razziale di questa popolazione carceraria la dice lunga. I latinoamericani, che adesso sono la maggioranza, ne costituiscono il 35,2%; gli afroamericani il 30%, mentre i detenuti bianchi sono il 29,2%.6 Attualmente ci sono più donne in prigione nello stato della California di quante ce n’erano nelle carceri di tutto il paese all’inizio degli anni Settanta. Anzi, la California può vantare il carcere femminile più grande del mondo, la Valley State Prison for Women, che conta più di 3500 recluse. Situato nella stessa città della Valley State e letteralmente dirimpetto a questa, c’è il secondo carcere femminile del mondo per grandezza – la Central California Women’s Facility – la cui popolazione nel 2002 è arrivata anch’essa alle 3500 detenute circa.

Se si osserva su una carta della California la posizione delle trentatré prigioni statali, si può vedere che l’unica area che non sia densamente popolata di strutture detentive è quella a nord di Sacramento, anche se nella città di Susanville ci sono due carceri e nei pressi del confine con l’Oregon sorge Pelican Bay, uno dei famigerati supercarceri di massima sicurezza. L’artista californiano Sandow Birk, ispirato dalla colonizzazione del territorio da parte delle prigioni, ha prodotto una serie di trentatré quadri raffiguranti questi istituti e il paesaggio circostante e li ha raccolti nel libro Incarcerated: Visions of California in the Twenty-First Century.

Ho raccontato brevemente come il territorio della California sia stato invaso dalle strutture carcerarie per consentire ai lettori di comprendere quanto sia stato facile realizzare un massiccio sistema detentivo con l’assenso implicito dell’opinione pubblica. Perché la gente ha creduto così facilmente che rinchiudere una porzione sempre più vasta della popolazione statunitense avrebbe aiutato quanti vivono nel mondo libero a sentirsi più sicuri e protetti? È possibile formulare questo interrogativo anche in termini più generali: perché le prigioni danno alle persone l’idea che i loro diritti e le loro libertà siano più tutelati di quanto non lo sarebbero se il carcere non esistesse? A quali altre ragioni potremmo attribuire la rapidità con cui le prigioni hanno iniziato a colonizzare il territorio californiano?

La geografa Ruth Gilmore descrive l’espansione delle prigioni in California come «una soluzione geografica a problemi socioeconomici». La sua analisi del complesso carcerario-industriale in California descrive questi sviluppi come una reazione a un’eccedenza di capitali, terreni, manodopera e capacità produttiva di quello stato. Le nuove prigioni californiane sorgono su terreni rurali deprezzati, perlopiù appezzamenti agricoli un tempo irrigati…

Lo stato ha acquistato la terra messa in vendita da grandi proprietari terrieri. E ha garantito alle piccole città depresse su cui ora incombono le prigioni che quella nuova industria non inquinante e a prova di recessione avrebbe dato una spinta alla ripresa locale. Ma, come fa notare la Gilmore, non si sono visti né nuovi posti di lavoro né la più generale rivitalizzazione dell’economia promessa dalle prigioni. Queste promesse di miglioramento ci aiutano però a capire perché il parlamento e gli elettori della California abbiano deciso di approvare la costruzione di tante nuove carceri. La gente voleva credere che le prigioni non solo avrebbero ridotto il crimine, ma avrebbero anche fornito posti di lavoro e stimolato lo sviluppo economico di località sperdute.

Fondamentalmente, la questione è una: perché diamo per scontato il carcere? Anche se solo una parte relativamente esigua della popolazione ha sperimentato in prima persona la vita all’interno di un carcere, per le comunità povere nere e latinoamericane non si può parlare di piccole percentuali. E nemmeno per gli amerindi o per certe comunità di asiatici americani. Ma perfino tra queste persone – soprattutto giovani – costrette purtroppo ad accettare la condanna al carcere come una dimensione normale della vita nelle loro comunità, difficilmente si trova chi accetti di impegnarsi in un serio dibattito pubblico sulla vita in carcere o su alternative radicali alla detenzione. È come se si trattasse di un fatto inevitabile dell’esistenza, come nascere e morire.

In generale, si tende a dare il carcere per scontato. È difficile immaginare la vita senza di esso. Al tempo stesso, c’è riluttanza ad affrontare le realtà che nasconde, si ha timore di pensare a ciò che accade al suo interno. Di conseguenza, il carcere è presente nella nostra vita e allo stesso tempo ne è assente. Riflettere su questa presenza-assenza significa iniziare a riconoscere il ruolo svolto dall’ideologia nel plasmare le nostre interazioni con l’ambiente sociale che ci circonda.

Diamo per scontate le prigioni, ma spesso abbiamo paura di affrontare le realtà che producono. Dopotutto, nessuno vuole finire in galera. Siccome sarebbe troppo penoso accettare l’eventualità che chiunque, compresi noi stessi, possa diventare un prigioniero, tendiamo a considerare il carcere come qualcosa di avulso dalla nostra vita. Ciò vale perfino per alcuni di noi, donne e uomini, che già hanno sperimentato la detenzione.

E così pensiamo al carcere come a una sorte riservata ad altri, ai «malfattori», per usare un termine reso popolare di recente da George W. Bush. Dato il persistente potere del razzismo, nell’immaginario collettivo i «criminali» e i «malfattori » sono persone di colore. Perciò il carcere funziona ideologicamente come un luogo astratto in cui vengono presi in consegna gli individui indesiderabili, sollevandoci dalla responsabilità di riflettere sulle reali problematiche che affliggono le comunità da cui i detenuti provengono in numeri così spropositati. È questa la funzione ideologica del carcere: ci solleva dalla responsabilità di affrontare seriamente i problemi della nostra società, in particolare quelli prodotti dal razzismo e, in misura crescente, dal capitalismo globale.

Cosa ci sfugge, per esempio, se cerchiamo di pensare all’espansione del sistema carcerario senza prestare attenzione agli sviluppi economici più vasti? Viviamo in un’era in cui le corporation migrano. Per sottrarsi alla manodopera organizzata di questo paese – e quindi a salari più alti, contributi da versare e via dicendo – le corporation girano il mondo in cerca di nazioni che offrano sacche di manodopera a basso costo. E migrando, le corporation lasciano nei guai intere comunità. Un gran numero di persone perde il lavoro e ogni prospettiva di un impiego futuro. L’istruzione e altri servizi sociali superstiti sono profondamente influenzati dalla distruzione della base sociale di queste comunità. Il processo trasforma gli uomini, le donne e i bambini che vivono in tali comunità danneggiate in candidati perfetti per il carcere.

Intanto, le corporation collegate all’industria penitenziaria mietono profitti dal sistema che gestisce i detenuti, e sono quindi chiaramente interessate alla continua crescita della popolazione carceraria. In parole povere, questa è l’era del complesso carcerario-industriale. Le prigioni sono diventate buchi neri in cui vengono depositati i detriti del capitalismo contemporaneo. L’incarcerazione in massa genera profitti divorando al tempo stesso il patrimonio pubblico, e tende perciò a riprodurre proprio quelle condizioni che portano la gente in prigione. Esistono quindi collegamenti reali e alquanto intricati tra la deindustrializzazione dell’economia – uno sviluppo che ha raggiunto il culmine negli anni Ottanta – e la reclusione di massa, cresciuta durante l’era Reagan- Bush. Tuttavia, l’esigenza di un maggior numero di prigioni è stata presentata al pubblico in termini semplicistici.

Servivano più prigioni perché la criminalità era aumentata. Eppure molti studiosi hanno dimostrato che nel momento in cui è iniziato il boom della costruzione di nuove carceri, le statistiche ufficiali rivelavano già una diminuzione della delinquenza. Inoltre erano entrate in vigore leggi draconiane sulla droga, e diversi stati stavano introducendo norme che prevedevano pene molto severe per i recidivi. Per comprendere la proliferazione delle prigioni e l’ascesa del complesso carcerario-industriale, potrebbe essere utile riflettere più a fondo sui motivi per cui diamo così facilmente per scontato il carcere.

In California, come abbiamo visto, quasi i due terzi delle prigioni esistenti sono state inaugurate negli anni Ottanta e Novanta. Perché non si sono levate energiche proteste? Perché la prospettiva di molte nuove prigioni era visibilmente gradita all’opinione pubblica? Una risposta parziale a questo interrogativo è collegata al modo in cui consumiamo immagini mediatiche del carcere nonostante il fatto che le realtà dell’incarcerazione rimangano celate a quasi tutti coloro che non hanno avuto la disgrazia di scontare una pena detentiva. La critica culturale Gina Dent ha sottolineato come il nostro senso di familiarità con il carcere derivi in parte dalle rappresentazioni delle prigioni nei film e in altri mezzi visivi.

La storia delle immagini mentali collegate al carcere contribuisce a rafforzare l’istituzione carceraria come una parte naturalizzata del nostro paesaggio sociale. La storia del cinema è sempre stata sposata alla rappresentazione dell’incarcerazione. I primi filmati di Thomas Edison (che risalgono alla ricostruzione del 1901 Execution of Czolgosz with Panorama of Auburn Prison, presentata come un cinegiornale) comprendevano sequenze dei recessi più oscuri della prigione. Perciò il carcere è indissolubilmente legato alla nostra esperienza visiva, il che crea anche il senso della sua continuità come istituzione. Abbiamo inoltre un flusso costante di film hollywoodiani sul carcere che costituiscono di fatto un genere a sé stante.

Alcuni dei film più noti sulle prigioni sono: Non voglio morire, Papillon, Nick Mano Fredda e Fuga da Alcatraz. Vale anche la pena di accennare al fatto che la programmazione televisiva è sempre più satura di immagini di carceri. Tra i documentari recenti figurano la serie su a&e The Big House, costituita da programmi dedicati a San Quintino, Alcatraz, Leavenworth e all’Alderson Federal Reformatory for Women. La serie Oz, trasmessa per più stagioni dalla rete hbo, è riuscita a convincere molti telespettatori di sapere esattamente cosa accade nelle carceri maschili di massima sicurezza. Ma anche quanti non scelgono consapevolmente di guardare documentari o sceneggiati dedicati alle prigioni si ritrovano, volenti o nolenti, a consumare immagini del carcere per il semplice fatto di andare al cinema o accendere la tv. È praticamente impossibile evitarle.

Nel 1997, intervistando alcune donne in tre prigioni cubane, ho scoperto con stupore che la maggior parte descriveva la percezione del carcere che avevano in precedenza – vale a dire prima di finire in prigione loro stesse – come derivante dai molti film hollywoodiani che avevano visto. Tra le immagini che popolano la nostra mente, il carcere occupa dunque un posto di rilievo. Ciò ci ha indotto a darne per scontata l’esistenza. La prigione è diventata un ingrediente chiave del nostro senso comune. È presente, tutto intorno a noi. Non mettiamo in dubbio che debba esistere. Fa talmente parte del nostro mondo che ci vuole un grande sforzo d’immaginazione per concepire la vita senza di essa.

Con ciò non intendo ignorare i cambiamenti profondi verificatisi nel modo in cui sono condotti i dibattiti pubblici sul carcere. Dieci anni fa, nel momento in cui la spinta ad ampliare il sistema carcerario raggiungeva il culmine, erano ben poche le critiche a questo processo che raggiungevano l’opinione pubblica. Anzi, la maggior parte della gente non aveva idea dell’immensità di quell’espansione. Era un periodo in cui i cambiamenti interni – in parte dovuti all’applicazione di nuove tecnologie – spingevano il sistema carcerario statunitense in una direzione più repressiva. Mentre le precedenti classificazioni si limitavano a bassa, media e massima sicurezza, in quel periodo fu inventata una nuova categoria: il supercarcere di massima sicurezza. La svolta verso una maggiore repressione nel sistema carcerario, caratterizzato fin dall’inizio della sua storia dai suoi regimi repressivi, indusse alcuni giornalisti, opinionisti ed enti progressisti a opporsi al crescente affidamento sulle prigioni come mezzo per risolvere problemi sociali che sono in realtà esacerbati dall’incarcerazione in massa.

Nel 1990, il Sentencing Project, con sede a Washington, ha pubblicato uno studio sulla popolazione statunitense detenuta, in libertà vigilata o rilasciata su cauzione, in cui si concludeva che un nero su quattro di età compresa tra i venti e i ventinove anni rientrava in queste categorie. Cinque anni dopo, un secondo studio rivelava che la percentuale era salita a quasi uno su tre (32,2%). Inoltre, più di un latinoamericano su dieci nella stessa fascia di età era detenuto, in libertà vigilata o rilasciato su cauzione. Il secondo studio evidenziava anche che il gruppo che aveva conosciuto l’incremento maggiore era quello delle donne nere, la cui carcerazione era cresciuta del 78%.

Secondo il Bureau of Justice Statistics, attualmente gli afroamericani nel loro insieme rappresentano la maggioranza dei prigionieri statali e federali, con un totale di 803.400 detenuti neri, 118.600 in più del totale dei detenuti bianchi. Alla fine degli anni Novanta, articoli importanti sull’espansione delle prigioni sono apparsi su Newsweek, Harper’s, Emerge e Atlantic Monthly. Perfino Colin Powell ha sollevato la questione del crescente numero di detenuti neri di sesso maschile nel suo discorso alla Convention Nazionale Repubblicana del 2000 che ha proclamato la candidatura di George W. Bush alla presidenza.

Negli ultimi anni, l’assenza di posizioni critiche sull’espansione delle prigioni ha lasciato spazio, nell’arena politica, a proposte per una riforma del sistema carcerario. Anche se il dibattito pubblico si è fatto più flessibile, l’enfasi è quasi sempre posta sull’introduzione di cambiamenti che producano un sistema migliore. In altre parole, l’accresciuta flessibilità che ha permesso una discussione critica dei problemi associati all’espansione delle prigioni limita tale discussione alla questione della riforma carceraria. Per quanto importanti possano essere certe riforme – l’eliminazione degli abusi sessuali e dell’incuria sanitaria negli istituti femminili, per esempio – alcuni modelli fondati esclusivamente sulle riforme contribuiscono a generare l’idea vanificante che non esistano alternative al carcere. Quando è la riforma a diventare la questione centrale, i dibattiti sulle strategie di scarcerazione, che dovrebbero rappresentare il punto focale della nostra discussione sulla crisi delle carceri, tendono a essere messi da parte.

La questione più immediata, oggi, è come evitare un’ulteriore espansione della popolazione carceraria e come riportare quanti più uomini e donne detenuti in quello che i prigionieri chiamano «il mondo libero ». Come possiamo muoverci per depenalizzare l’uso di stupefacenti e la prostituzione? Come possiamo intraprendere delle strategie giudiziarie serie, che siano volte al recupero anziché esclusivamente alla punizione? Tra le alternative efficaci c’è la trasformazione sia delle tecniche per affrontare il «crimine» sia delle condizioni socioeconomiche che spingono in riformatorio e poi in carcere tanti figli delle comunità povere e in particolare delle comunità di colore. La sfida più ardua e urgente, oggi, è quella di esplorare territori nuovi della giustizia, nei quali le prigioni non fungano più da nostro principale punto fermo.

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Aboliamo le prigioni…- Francesca de Carolis

Aboliamo le prigioni? Un titolo che sembra quasi una provocazione. Un gioco di parole per illusi e sognatori. Parole impronunciabili, diciamo la verità, anche per molti che si ritengono “progressisti”.
Ma provocazione non lo è affatto. E questo saggio di Angela Davis, che quest’anno è stato riproposto da Minimum fax (che già lo aveva pubblicato in Italia nel 2009, dopo la sua uscita in America), mai come oggi sembra opportuno. Opportuno e attualissimo, anche per noi europei, e in particolare per noi italiani, freschi dello svelamento di cosa il carcere sia, dopo le notizie delle inusitate violenze che persone detenute, affidate alla custodia allo stato, hanno subito…
Angela Davis chi giovanissimo non è la ricorda mitica militante del movimento americano per i diritti civili dagli anni Sessanta e, fino agli anni ’90, del partito comunista degli Stati Uniti. E oggi che, attenta studiosa di fama internazionale, ha concentrato il suo impegno nella difficilissima battaglia per l’abolizione del carcere, ha la stessa forza e il rigore di allora, il suo pensiero lo stesso fascino che si affacciava dalle foto e dai poster di quel tempo, sotto quel casco immenso di capelli ricci e neri
E coglie un nodo fondamentale delle nostre paure e contraddizioni, che impediscono il cammino verso un mondo di vera uguaglianza, di rispetto di diritti per tutti, ma proprio per tutti. Andando intanto alla radice della nostra incapacità di immaginare un mondo senza prigioni.
Già. Perché mai diamo per scontato il carcere? “Come se si trattasse di un fatto scontato dell’esistenza, come nascere e morire”.
Ci ricorda, Angela Davis, che il carcere, come ancora lo intendiamo oggi, è un’istituzione moderna, che “il processo attraverso cui la carcerazione si è trasformata nel principale tipo di punizione inflitta dallo stato è strettamente legato all’ascesa del capitalismo e alla comparsa di un nuovo insieme di condizioni ideologiche”. Mentre la condanna al carcere viene pensata in termini di tempo, esattamente “nel periodo in cui il valore del lavoro viene calcolato in termini di tempo”.
Uno sguardo largo, quello di Angela Davis, sorretto dalla ferma convinzione che le diseguaglianze delle nostre società passano attraverso discriminazioni di razza di sesso e di classe, e solo la via del socialismo ne permetterebbe il superamento.
E studiando il sistema americano, ci parla di “sistema carcerario industriale” che, dopo l’abolizione della schiavitù, fonda le sue basi economiche su una sorta di “schiavismo morbido”, cercando di rivelare forme mascherate di pregiudizio razzista che raramente vengono riconosciute tali. In un sistema dove tutto si tiene, se lo sfruttamento della manodopera carceraria da parte di corporation private (perché questo accade) è “uno dei tanti aspetti dei rapporti che legano grandi imprese, governo, istituti di pena e media”. Un sistema che, confinando nelle sue mura marginalità cui nessuno intende porre rimedio, continuamente alimenta se stesso. Un sistema che, se pure abolito l’orrenda pratica dei detenuti in affitto in vigore fino all’inizio del XX secolo, ha tutto l’interesse a tenersi ben stretti i suoi due milioni e mezzo di persone detenute. Che sono per lo più neri, ispanici, amerindi, asiatici-americani…
Libro complessissimo e dettagliatissimo, tutto da studiare.
Ma due aspetti voglio segnalare.
Lo sguardo di donna che sa leggere come il sesso dei detenuti condizioni un sistema carcerario dove, paradossalmente, le richieste di parità con le prigioni maschili, invece di migliorare le condizioni di vita offrendo maggiori opportunità di istruzione, migliore assistenza medica… hanno portato a condizioni più repressive. Che dire della decisione negli anni Novanta in Alabama di istituire gruppi di forzati composti da donne “per creare condizioni di uguaglianza con gli uomini”…
E fanno rabbrividire le pagine in cui si racconta di come, in una perversa combinazione di razzismo e misoginia, si pratica la perquisizione integrale con l’esame di vagina e ano. Fa fatica pensarlo, ma questo è. Una sorta di istituzionalizzazione dell’abuso sessuale.
E ancora una cosa ci dice Angela Devis. Che l’urgenza di questo suo impegno nasce dallo sguardo di chi l’esperienza del carcere, nella sua violenza e nel suo orrore, l’ha vissuta in prima persona. Lei che nel 1970 fu arrestata con l’accusa di complicità in un omicidio, e dopo due anni assolta. E nessuno sguardo altro può arrivare a tanta profondità e determinazione.
Aboliamo le prigioni, dunque. Contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale. Un lavoro molto ricco, col corredo di interviste e interventi di Guido Caldiron , Paolo Persichetti e Valeria Verdolini. Interventi in appendice, che in realtà sono parte integrante di un discorso che parte dagli Stati Uniti e attraversa l’oceano per dirci che riguarda anche tutti noi, e i paralleli balzano agli occhi, dalla questione dell’affollamento, al processo di criminalizzazione delle marginalità sociali, all’assurdo binomio, che i dati smentiscono, carcere/sicurezza, alle forme del nostro razzismo che è riuscito a trasformare il concetto di cittadinanza in “condizione esclusiva della personalità sociale”, dove gruppi stigmatizzati in partenza non hanno speranza…
Un libro che pone tante domande. Su tutte una: ma è davvero così difficile pensare a un mondo senza prigioni? Eppure, si ricorda anche qui, chi avrebbe mai pensato, cinquant’anni fa, che si potesse vivere anche senza manicomi? Basaglia insegna… che l’impossibile può diventare possibile.
Da leggere questo libro, giustamente si spiega, come manuale di resistenza. Di resistenza ai dubbi, alle paure, alle oscillazioni, che investono anche chi il pensiero dell’abolizione delle prigioni pure riesce a sfiorarlo. Eppure… “Molti sono già arrivati alla conclusione che la pena di morte è una forma antiquata di punizione che viola i principi basilari dei diritti umani. Penso che sia venuto il momento di incoraggiare un dibattito analogo sul carcere”. Parola di Angela Davis.
E coraggio, allora. Provate a immaginare l’impossibile. Provate a immaginare il nostro mondo virare in panorami urbani liberi da quelle asfittiche scatole di ferro e cemento, in panorami dell’anima ripuliti da tanta insensata, dolorosa, violenta costrizione. E’ davvero così difficile?

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Aboliamo le prigioni…- Vittorio da Rios

“Un grande giurista partenopeo Gaetano Filangieri, nella seconda metà del 1700, nel suo capolavoro “La scienza della Legislazione” dedica un libro alla formazione dell’individuo, alla sua educazione e pone il problema fondamentale della educazione alla cultura e all’alto sapere filosofico-scientifico di ogni creatura umana. Ma Filangieri si pone un grande assioma dai grandi risvolti di natura etica-morale. La “Felicità” non può essere un fatto privato o famigliare ma deve essere “collettiva”: come posso, scrive Filangieri, essere felice quando intorno a me c’è fame, emarginazione e miseria? E poi nella corrispondenza con i colleghi illuministi francesi che preparavano la rivoluzione del 1789 li ammoniva che abbattendo necessariamente la società feudale da secoli oppressiva e schiavista non si sostituisca una organizzazione sociale altrettanto sperequativa, l’egemonia del denaro. Fu grande profeta il Filangieri. Morì troppo giovane a soli 35 anni per patologie polmonari. Veniamo ora all’articolo di Francesca de Carolis, a proposito del saggio di Angela Davis, che ci invita a pensare e p5rogettare un mondo senza prigioni…
Voltaire, che Cacciari ha definito impropriamente un po’ superficialotto, a proposito di carcere scrisse che la qualità della democrazia di uno Stato si misura dalla qualità del sistema giudiziario e dalle condizioni in cui versano le carceri. Prendo spunto da un grande giurista contemporaneo di respiro internazionale, Luigi Ferrajoli, autore tra l’altro di “Diritto e ragione, teoria del garantismo penale”, che ha usato per primo dentro il paradigma del diritto, che oggi si è costruito e si alimenta un sistema economico-finanziario che determina i CRIMINI DI SISTEMA, e oggi le nostre carceri sono popolate dalle vittime dei crimini di sistema! E allora come giustifichiamo oggi tutto questo? Come pensiamo di conciliare per esempio la nostra Costituzione con i CRIMINI DI SISTEMA? Ma andiamo al nucleo centrale dello scritto di Francesca, a proposito del saggio della Davis ABOLIRE IL CARCERE?…. Gianpiero Pierotti fa presente giustamente che abbattendo le sperequazioni sociali le carceri si svuoteranno. Ma oggi innanzi a spaventose sperequazioni sociali mai prima verificatosi, come riorganizzare le società, i membri e gli appartenenti degli Stati? In questi ultimi decenni abbiamo assistito a radicali cambiamenti strutturali che hanno modificato l’essenza degli Stati. Pensiamo in modo particolare alla svendita e svuotamento nella sua essenza costitutiva per esempio del nostro Stato. Iniziando dagli anni ’90 si sono svenduti a privati a prezzo di stralcio l’Ina-l’Eni-l’Enel-L’Iri, si è privatizzata la Banca d’Italia, la Banca Nazionale del Lavoro, tutte le maggiori Banche sono state privatizzate, cosi gran parte del sistema sanitario, come le strutture scolastiche. La finanza e i grandi gruppi nazionali e internazionali gestiscono, condizionano di fatto i parlamenti e i governi compreso il nostro. Questi sono i grandi problemi che oggi abbiamo innanzi. Insormontabili? Irreversibili? Salvatore Veca in un suo saggio del 1982 sulla giustizia inizia cosi: Vi sono almeno due modi principali per affrontare il ricorrente problema della giustizia, essi dipendono da due modi alternativi di concettualizzare la società. Storicamente, le due versioni si distribuiscono nel tempo in fasi alterne configurando uno spazio permanente di tensione e conflitto o una sorta di controversia interminabile, come spesso accade alle nostre rivali interpretazioni del mondo. Concettualmente, l’opposizione riguarda quello che si potrebbe definire un approccio olistico e quello che si potrebbe corrispondentemente definire un approccio individualistico alla società. Una ulteriore definizione potrebbe contrapporre uno schema della società in termini di fatti sociali e leggi a uno in termini di azione sociale e regole. Nel primo caso (approccio olistico in termini di fatti sociali e leggi ) la giustizia di una società è considerata, per dir cosi, assumendo la società come un tutto, indipendentemente dalla valutazione degli individui che la compongono. Nel secondo ( approccio individualistico in termini di azione sociale e regole ) la giustizia di una società è considerata in modo dipendente e coerente con la valutazione degli individui che la compongono. Ecco quindi l’urgenza di ripensare radicalmente il concetto di cosa si intende oggi per diritto nel nostro paese. Come rifondare oggi lo Stato di diritto soprattutto, e riscrivere gran parte dei codici penale e civile adattandoli alle radicali mutazioni avvenute sopra citate. Soprattutto sfoltendo un foresta, un ginepraio di testi e paradigmi giuridici oramai del tutto inutili. Ma la giustizia concreta effettuale si determina nella società, di come la struttura sociale disponga di elementi di reale democrazia economica. Avendo la lucida consapevolezza che il sistema economico-finanziario va in tutt’altra direzione, e che le sperequazioni sociali determinate e le risorse sono in mano di un numero di persone sempre più esiguo. Come rimediare? Il lavoro è immane. Per riportare un equilibrio economico, mancando di fatto di uno Stato, essendo stato criminalmente svenduto, doppiamo tenere presente questo. Io ritengo e non voglio sconfinare in utopie irrealizzabili, che occorra costruire nei prossimi anni nuovi paradigmi culturali quanto giuridici, per andare oltre il carcere, rendere inutile il carcere, superare definitivamente il concetto di espiazione in condizioni di ristretti. Fondamentale per raggiungere questo obbiettivo è l’applicazione finalmente della Costituzione nei suoi pilastri costitutivi. Riportare lo Stato democratico moderno garantista alla sua funzione strategica come concepito dai padri Fondatori, in termini economici e culturali, ai fini di assicurare e determinare le condizione di equità e di giustizia sociale. Spetta a noi cittadini applicare la Costituzione, e costruire da molte macerie attuali lo Stato di diritto che deve essere presente in tutte le pieghe della società affinché più nessuno cada in tragedia, e abbia consentito una vita giusta e dignitosa. Solo cosi aboliremo definitivamente le carceri e il business rappresentato dalla gestione del Reato.
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Il carcere è solo un inferno per poveri e emarginati: aboliamo la galera – Livio Ferrari

 

Sono trascorsi 10 anni da quando Massimo Pavarini e io abbiamo scritto il manifesto “No Prison”, venti punti per affermare un’idea di pace e riconciliazione che riduca il più possibile il dolore e la sofferenza, in tanti casi la morte, delle persone che hanno commesso reati e una fondamentale attenzione alle vittime. Il bollettino dei disastri che questi luoghi producono nel nostro Paese è all’attenzione di tutti, una scia di sangue che di anno in anno non si arresta, mentre è urgente intervenire con scelte che riportino la legalità anche nelle città recluse. Nel 2022 sono state 84 le persone che si sono suicidate e 190 i morti nelle carceri italiane, oltre alle migliaia di atti di autolesionismo e le innumerevoli violenze, una fotografia di guerra per luoghi che dovrebbero essere garantiti dai diritti in uno Stato democratico.

La storia del carcere è percorsa da una irrisolta ambiguità tra la volontà di rinchiudere i soggetti che delinquono e quella di rieducarli per il reinserimento, e in questa dicotomia c’è un inganno di fondo determinato dal fatto che il contenitore carcere ammassa sempre e ovunque donne e uomini deboli, infatti è nato per rinchiudervi i poveri e per loro è rimasto anche ai giorni nostri, e sui poveri si può speculare impunemente senza pericolo di contrapposizioni, perché le prigioni sono popolate da persone senza risorse economiche e poche culturali. L’ideologia politica delle pene non si ferma più solo al punire le persone in seguito a un reato ma di gestire gruppi sociali in ragione del rischio criminale. In effetti, attraverso il diritto penale si perseguono finalità politiche di controllo sociale che tendono a criminalizzare anche soggetti che vivono nella marginalità, nei cui confronti è assente una richiesta sociale di censura, e che il potere invece addita come nemici pur se non necessitano del ricorso all’istituto della pena per essere controllati.

Attenzione perché se il sistema penale pone fra i suoi obiettivi quello della difesa sociale, per avviarsi sulla strada della incapacitazione di soggetti appartenenti a frange avvertite come pericolose, si colloca in un ambito improprio che è quello di polizia, fuori da un contesto proprio di uno Stato di diritto e fuori dalla Costituzione. La maggioranza delle persone recluse sono giovani, immigrati e tossicodipendenti soprattutto, provenienti da strati sociali deboli e marginalizzati, quasi sempre coinvolti in economie e mercati illegali in ruoli subalterni, autori di delitti predatori o di criminalità opportunista, cosa che rende e purtroppo questa tendenza di aumento della carcerizzazione continuerà, in quanto il percorso è ben visibile e tracciato e porta alle minoranze razziali, etniche, culturali, sociali ed economiche segnate da stili di vita ai margini della legalità e irrimediabilmente perse a ogni speranza realistica di inclusione, nella logica militare di: “più prigionieri faccio, da meno nemici dovrò guardarmi”.

Il carcere è solo l’anello finale di una catena giudiziaria che è mera vendetta di uno Stato che applica ancora la legge del taglione, l’odio istituzionalizzato, e non ha cura né del reo e nemmeno della vittima. La genesi è nelle aule del tribunale dove poveri e stranieri, spesso la stessa persona, sono condannati in ragione di una mancanza di reale difesa, mentre il termine giustizia si coniugherebbe veramente al suo più alto livello se il magistrato uscisse dalla recita inquisitoria e avesse interesse del presunto reo, nella sua unicità, cosciente che la vita è breve e che dall’errore può arrivare il cambiamento. La prigione umilia, annulla, stigmatizza e impone il dolore, la sofferenza, è crudeltà, crea e aumenta la pericolosità di tutti coloro che vi transitano, che diventano a loro volta moltiplicatori irreversibili e potenziali della violenza ricevuta. Il carcere è considerato un male necessario, nella mancanza di coscienza e conoscenza in generale, senza sapere che provoca più problemi di quanti ne risolve. Sembra non possa esserci alternativa a esso, mentre l’unica soluzione possibile è l’abolizione delle prigioni che non è un’utopia.

Non vi è alcun motivo di credere che lo spettro della prigione ridurrà la criminalità, è pertanto assurdo ritardare la ricerca di una soluzione di non carcere. È possibile vivere in un mondo migliore, con un’esecuzione della condanna che sia rispettosa dei diritti dei condannati; invece di reprimere è più utile, sicuro e degno investire in politiche pubbliche per ridurre le diseguaglianze sociali. Ma è necessario buona volontà e un atto rivoluzionario per eliminare le prigioni di Stato con le loro torture. Cito dal nostro Manifesto: “Credere e praticare oggi una volontà abolizionista del carcere è irrealistico quanto nel passato lo fu invocare l’abolizione della tortura e della pena di morte”.

* Portavoce di “No Prison”

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