La solidarietà con i palestinesi e la loro
lotta decennale in difesa della terra, della cultura e della libertà sono da
tempo tra le questioni centrali della mia attività politica. Sono felice di
vedere tanti giovani – soprattutto giovani neri – sostenere la lotta in
Palestina oggi. Lo sconvolgimento emotivo che molti di noi hanno vissuto
nell’ultimo anno, assistendo ai danni senza precedenti inflitti dall’esercito
israeliano, mi ricorda quanto la ricerca di giustizia dei palestinesi sia
essenziale per le lotte di liberazione negli Stati Uniti e in altre parti del
mondo, e anche per me stessa in questo complicato scenario politico.
Lo
stato di Israele rappresenta non solo un progetto coloniale di insediamento,
che continua la sua violenta espansione anche nel ventunesimo secolo.
Nell’ultimo anno abbiamo visto un numero enorme di morti ingiustificate e
un’incredibile devastazione, che ha sradicato quasi completamente la
popolazione della Striscia di Gaza. Le grandi manifestazioni in tutto il mondo
e il profondo dolore collettivo per la situazione nel territorio palestinese mi
hanno fatto ripensare alle intense mobilitazioni politiche dell’estate 2020
negli Stati Uniti. Ovunque, anche in Palestina, le persone avevano provato
rabbia e profonda tristezza per il linciaggio razzista di George Floyd fatto
dalla polizia. Si potrebbe dire che le motivazioni alla base delle
mobilitazioni per Floyd e delle proteste contro la guerra a Gaza siano diverse.
Ma è davvero così?
Il lutto collettivo suscitato dalla
violenza razzista che ha portato alla morte di George Floyd, Breonna Taylor e
tanti altri ha alimentato le proteste contro i sistemi, le strutture e le
storie che hanno permesso quella violenza razzista di stato. Le proteste erano
dirette implicitamente contro l’imperialismo globale che favorisce la
moltiplicazione delle strategie capitalistiche razziali. Alcune contestazioni
hanno anche messo in luce gli insegnamenti che gli Stati Uniti hanno ricevuto
dalla stretta alleanza con Israele, tra cui gli addestramenti offerti
dall’esercito israeliano ai dipartimenti di polizia statunitensi in tutto il
paese. Non importa se la polizia del Minnesota ha imparato davvero le tecniche
di combattimento dall’esercito israeliano, resta il fatto che la crescente
militarizzazione delle forze di polizia è direttamente connessa al capitalismo
globale, compresi i legami economici e militari tra Israele e gli Stati Uniti.
La guerra genocida d’Israele contro il
popolo palestinese di Gaza – che, insieme a quello in Cisgiordania, a
Gerusalemme Est e all’interno d’Israele è stato arruolato per incarnare suo
malgrado il nemico principale di Tel Aviv – ha prodotto un dolore e una
sofferenza inimmaginabili. Le famiglie di Gaza non si riprenderanno mai del
tutto dalla morte dei loro cari, dalla distruzione delle case (il 70 per cento
degli edifici sono stati danneggiati o distrutti), dalla lotta per sopravvivere
più di un anno senza viveri e senza acqua o dal dormire all’aperto come
complemento umano di un paesaggio martoriato, che difficilmente si risolleverà
nel prossimo futuro. Le crudeli e disumanizzanti aggressioni verbali dei
rappresentanti del governo e delle forze armate hanno amplificato il trauma.
Annunciando un “assedio completo” di Gaza, l’ex ministro della difesa
israeliano, Yoav Gallant, ha dichiarato: “Non ci saranno elettricità, viveri né
carburante. Tutto è chiuso”. Ha giustificato questa azione aggiungendo: “Combattiamo
contro animali umani e agiamo di conseguenza”. La stampa internazionale ha
citato ampiamente queste dichiarazioni dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre
2023.
Secondo le accuse presentate dal Sudafrica
alla Corte internazionale di giustizia, le atrocità hanno raggiunto le
dimensioni di un genocidio. Ma in mezzo a tutto questo, sono emerse una
resistenza e una solidarietà globale senza precedenti a favore degli abitanti
di Gaza e dei palestinesi. Come molti altri in questi tempi angoscianti, mi sono
sentita confortata dall’iniziativa presa da Jewish voice for peace, IfNotNow e
altre organizzazioni ebraiche progressiste. La loro presenza forte nel
movimento di protesta ci ricorda che le logiche dualistiche impediscono di
capire in modo più accurato e sfumato cosa significhi impegnarsi nelle lotte
per la libertà.
Ho avuto la fortuna di essere testimone
della solidarietà ebraica verso la Palestina, per quanto minoritaria,
all’inizio della storia dello stato di Israele, quando studiavo alla Brandeis
university. Il mio sostegno alla Palestina affonda le radici in quelle
esperienze della mia giovinezza politica. Ho imparato il valore morale della
solidarietà politica e cosa significhi esprimerla non solo da una posizione
minoritaria all’interno di una più ampia comunità progressista, ma anche
attraverso una profonda identificazione con chi era considerato un nemico. La
solidarietà non è mai del tutto lineare, ma le circostanze ci impongono di
andare al di là delle spiegazioni semplicistiche che attribuiscono la
rettitudine morale a una parte e la totale depravazione all’altra. La
solidarietà c’impone di riconoscere l’inganno di una contrapposizione che di
fatto impedisce di coniugare il sostegno alla Palestina con una condanna
profonda e autentica dell’antisemitismo.
Riflettendo sul significato della
solidarietà, ho imparato negli anni quanto sia pericoloso oggettivare chi
consideriamo un nemico, al punto che nulla di quello che fa o dice può mai
modificare o anche solo mettere in dubbio le caratteristiche che in teoria
incarna. È facile adeguarsi alle opinioni dominanti che fanno leva su queste
oggettivazioni e penso che la maggior parte di noi (me compresa) abbia ceduto,
a volte, a queste pressioni. Il colonialismo, il razzismo e il patriarcato
prosperano su queste capitolazioni.
Alcuni di noi hanno avuto la fortuna di
conoscere forme alternative di comprensione, impegni critici che mettono in
discussione le basi ideologiche di quello con cui ci confrontiamo. Sono
riconoscente a molte persone dei vari movimenti e organizzazioni collettive di
cui ho fatto parte – il Partito comunista statunitense, il Comitato studentesco
per il coordinamento non violento di Los Angeles, le Pantere nere, la Lega
tedesca degli studenti socialisti, il Progetto per la salute delle donne nere e
molte altre – per aver indirizzato me e altri su strade più produttive, senza
curarsi delle conseguenze per la loro vita. Ho sempre provato attrazione per
chi è pronto a sfidare lo status quo. E sono grata a chi mi ha offerto sostegno
quando sono stata attaccata personalmente.
Nel 2018 l’Istituto per i diritti civili
di Birmingham mi ha offerto un premio per i diritti umani intitolato a Fred
Shuttlesworth, un cofondatore del Congresso dei leader cristiani degli stati
del sud, per poi revocare l’onorificenza a causa del mio attivismo in favore
della Palestina. Prima ancora che potessi decidere come reagire, Jewish voice
for peace e altre organizzazioni ebraiche progressiste hanno cominciato a
mobilitarsi.
Il loro sostegno è stato particolarmente
importante, perché era chiaro che non ero presa di mira come individuo. Alcuni
mesi dopo, l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha attaccato la
parlamentare Ilhan Omar, insinuando, ingiustamente, che non fosse abbastanza
critica nei confronti degli attentatori dell’11 settembre 2001 e accusandola di
antisemitismo per il suo sostegno morale alla Palestina. La studiosa e
attivista Barbara Ransby, insieme ad altri, ha organizzato un raduno in difesa
di Omar a Washington, insieme alle deputate Rashida Tlaib, Ayanna Pressley e
Alexandria Ocasio-Cortez. Nel novembre 2018 la Cnn ha licenziato l’accademico e
attivista Marc Lamont Hill perché aveva usato la frase “dal fiume al mare”
durante un incontro alle Nazioni Unite per la Giornata internazionale della
solidarietà con il popolo palestinese. Il suo licenziamento preannunciava il
diffuso sforzo ancora attivo tra i sionisti di vietare uno slogan che per
molti, nelle parole di Tlaib, è “un appello alla libertà, ai diritti umani e
alla convivenza pacifica, non alla morte, alla distruzione o all’odio”.
Era chiaro che la lobby sionista stava
intensificando la sua offensiva perché stava perdendo terreno. Durante e dopo
le proteste scoppiate a Ferguson nel 2014 in seguito alla morte di Michael
Brown, un ragazzo afroamericano ucciso da un agente, i giovani attivisti neri e
i loro sostenitori avevano cominciato a sfidare con forza la rappresentazione
ideologica di Israele come avamposto fondamentale della democrazia in Medio
Oriente, da difendere a tutti i costi. Il lungo lavoro degli attivisti
palestinesi Linda Sarsour, Ahmad Abuzaid e altri per sviluppare alleanze in
grado di estendere la solidarietà dei neri verso la Palestina e coltivare di
più l’internazionalismo all’interno del movimento Black lives matter ha
cominciato a risuonare in modo diffuso.
I Dream defenders, fondati in Florida da
Phillip Agnew, Ahmad Abuznaid e Gabriel Pendas all’indomani dell’omicidio di
Trayvon Martin (ucciso da un poliziotto nel 2012), non solo hanno riunito
statunitensi palestinesi e africani in un’organizzazione che s’identifica come
abolizionista, femminista e socialista, ma hanno anche organizzato una serie di
delegazioni in Palestina. Vedo un filo diretto che collega questa storia
recente – e, naturalmente, tutta la storia che lega i movimenti neri e
palestinesi dalla Nakba del 1948 (la cacciata dei palestinesi dalle loro terre
con la nascita dello stato d’Israele) – con il crescente numero di afroamericani
che rifiutano di aderire alla linea del Partito democratico sul sostegno a
Israele.
Come sostenitori e militanti, spesso non
abbiamo la possibilità di assistere ai cambiamenti per cui lottiamo; ci
aspettiamo, invece, che il nostro impegno produca nuovi punti di partenza per
le generazioni a venire. A volte però, se viviamo abbastanza a lungo, possiamo
avere la fortuna di testimoniare l’impatto delle battaglie a cui abbiamo
partecipato.
Quando ho saputo che il premio Fred
Shuttlesworth per i diritti umani era stato revocato in risposta al mio
attivismo per la Palestina, ho sentito il respiro fermarsi, come se questo
colpo mi avesse tolto il fiato, motivo per cui nella mia dichiarazione ho detto
di essere “stordita”. Questa sensazione si è però presto dissolta quando sono
cominciate a circolare molte espressioni di solidarietà da tutto il mondo,
anche da organizzazioni di rabbini e altri gruppi ebraici. Le risposte di
grandissimo sostegno delle organizzazioni nere e progressiste mi hanno
ricordato che l’impegno per la libertà, anche quando non sembra fare una
differenza significativa, può portare a risultati profondi e trasformativi.
Anche se il galà dell’istituto per i
diritti civili di Birmingham era stato cancellato, gli attivisti della
comunità, insieme al sindaco e ad altri funzionari della città, si sono riuniti
per organizzare un raduno pubblico al Boutwell auditorium che probabilmente ha
richiamato dieci volte più persone di quanto avrebbe fatto l’evento ufficiale.
Questo evento ha suscitato in me, a livello personale e politico, un raro e
profondo senso di trionfo collettivo. In quello storico bastione della
segregazione razzista dove sono nata e cresciuta – la Johannesburg del sud
degli Stati Uniti – una vasta collettività di persone di diversa estrazione
razziale, religiosa e culturale testimoniava che l’influenza dell’ideologia
sionista si stava indebolendo. Ammirando il pubblico dal palco, ho visto tanti
amici d’infanzia, alcuni dei quali avevano contribuito a organizzare il raduno,
e tutti si stavano mettendo fisicamente in prima linea, presentandosi in massa.
Prima di arrivare a Birmingham, ero
passata da Waltham, nel Massachusetts, per partecipare alla celebrazione del
cinquantesimo anniversario della facoltà di studi africani e afroamericani
della Brandeis university. Nei primi anni sessanta, agli studenti della
Brandeis si ricordava continuamente che Israele era stato creato nel 1948, lo
stesso anno di fondazione dell’università. Anche se nessuno di noi poteva
sfuggire al sionismo dilagante, ero grata di aver avuto, durante il mio primo
anno, una compagna di stanza ebrea che mi ha sempre invitato a riflettere criticamente
sulla rappresentazione di Israele come unica difesa possibile per la comunità
ebraica globale. Ha richiamato la mia attenzione sulla condizione dei
palestinesi, che erano sistematicamente privati della loro terra, dei loro
diritti e del loro futuro. Mi ha anche aiutato a capire che stare dalla parte
della resistenza palestinese era il modo migliore per lottare per un mondo più
sicuro per tutti.
Parlo della mia esperienza alla Brandeis
perché, anche se l’istituto ha sempre ribadito che i palestinesi incarnano una
minaccia continua all’esistenza d’Israele (è stata la prima università privata
a vietare una sezione di Students for justice in Palestine nel suo campus), non
ricordo alcun conflitto importante su questo tema durante il periodo in cui ho
studiato lì. Ma ricordo molte conversazioni riservate sull’impatto di questo
processo militaristico di costruzione della nazione sul popolo palestinese.
Quello che ora apprezzo profondamente è che ho conservato intuizioni cruciali
sulla parentela tra razzismo e antisemitismo (nella mia città natale,
Birmingham, violenti suprematisti bianchi hanno fatto esplodere chiese e case
di neri e hanno preso di mira una sinagoga), e queste intuizioni hanno
continuato a condurmi alle persone con cui mi sono organizzata e con cui ho
socializzato. Non sono state eliminate dalla mia crescente consapevolezza dei
pericoli del sionismo.
Dopo essermi laureata alla Brandeis nel
1965, sono andata a Francoforte, in Germania, per studiare con Max Horkheimer,
Theodor Adorno e altri associati all’Istituto per la ricerca sociale
dell’università locale. Poco dopo il mio arrivo, sono stata coinvolta nella
Lega tedesca degli studenti socialisti (Sds). Era proprio il periodo in cui
l’Sds cominciava ad allontanarsi da Tel Aviv e a solidarizzare con gli stati
arabi che sfidavano Israele. Pochi giorni prima dello scoppio della guerra del
1967, la polizia uccise uno studente di nome Benno Ohnesorg mentre partecipava
a una protesta dell’Sds contro la visita dello scià dell’Iran a Berlino. La violenza
fascista della polizia avvenne contemporaneamente all’attacco dell’esercito
israeliano. Questo portò l’Sds a creare un’interessante connessione tra il
sostegno ai movimenti di liberazione del terzo mondo (compresa la solidarietà
con la Palestina) e la contestazione della violenza della polizia e di altre
forme di repressione statale all’interno della Germania Ovest. Il fatto che uno
studente potesse essere ucciso per aver partecipato a proteste pacifiche era
una chiara prova che la Germania Ovest non aveva superato i pericoli del
fascismo.
Dopo il mio ritorno negli Stati Uniti
nell’autunno del 1967, ero determinata a trovare la mia strada nel
rivoluzionario movimento per la liberazione dei neri e mi rimisi in contatto
con Herbert Marcuse, il mio mentore della Brandeis, che ora insegnava alla Uc
San Diego. Le mie esperienze in Germania – soprattutto tra gli studenti
provenienti dall’Africa e da altre parti di quello che allora era conosciuto
come terzo mondo – avevano consolidato la mia adesione all’internazionalismo
rivoluzionario, e gravitavo verso organizzazioni e individui che condividevano
questa identificazione.
In un momento di crescente solidarietà
globale con le lotte del terzo mondo, tutti i gruppi con cui ho lavorato – il
Partito comunista, le pantere nere e la sezione di Los Angeles dello Student
nonviolent coordinating committee (Sncc) – erano assolutamente chiari sulla
loro solidarietà con la Palestina. In quel periodo, partecipai a una serie di
conversazioni politiche stimolanti e illuminanti con James Forman, che allora
era il direttore degli affari internazionali dell’Sncc. A quel tempo l’Sncc
incoraggiava i suoi militanti a studiare la situazione in Medio Oriente.
L’organizzazione insisteva sul fatto che per ottenere progressi significativi
nelle nostre lotte era necessario abbracciare l’internazionalismo. In una
lettera che Forman scrisse al segretario esecutivo dell’Sncc durante la guerra
del 1967, spiegava:
La lotta di classe nella comunità nera
diventerà più intensa se la guerra continuerà. Ovviamente la reazione “di
pancia” di molte persone è contro Israele e a favore degli arabi, e riflette la
tensione tra bianchi e neri, l’indurimento del razzismo e le particolari
circostanze in cui ci troviamo negli Stati Uniti. Tuttavia, per noi dell’organizzazione,
in particolare per quelli che occupano posizioni di leadership, diventa
fondamentale studiare lo sviluppo storico e le politiche economiche
contemporanee di Israele. In realtà Israele rappresenta un’estensione della
politica estera degli Stati Uniti e un tentativo dei sionisti di creare una
patria per gli ebrei. Questo tentativo si fonde con la politica estera in molti
paesi, soprattutto negli Stati Uniti, nel Regno Unito e, per alcuni aspetti, in
Francia.
Quando l’Fbi mi arrestò nell’ottobre 1970,
non potevo prevedere che la mia vicinanza politica alla Palestina sarebbe
aumentata in modo esponenziale. Tra le molte espressioni di solidarietà che mi
sono state inviate durante la prigionia, i messaggi provenienti dalle carceri
sono stati quelli che mi hanno commosso di più. Ricordo ancora quanto mi sentii
umile quando ricevetti una bellissima lettera di solidarietà firmata da
prigionieri politici palestinesi. La lettera era stata fatta uscire di nascosto
da un carcere israeliano e trasmessa ai miei avvocati, che l’avevano portata
nel carcere californiano dove ero detenuta.
Circa quarant’anni dopo, quando mi sono
unita a una delegazione di solidarietà alla Palestina composta da donne di
colore e studiosi-attivisti indigeni, ho incontrato un attivista palestinese
che mi ha detto di essere uno dei detenuti che avevano firmato quel messaggio
di solidarietà tanti anni prima. Quando ci siamo abbracciati, ho provato un
profondo senso di soddisfazione per la traiettoria della mia vita e per come ha
intersecato quella di tante altre persone in tutto il mondo che, ancora e
ancora, generano collettivamente la speranza di una trasformazione radicale
iscritta nel nostro futuro.
Oggi gli incessanti attacchi militari a
Gaza sono motivo di profonda disperazione, soprattutto perché ogni giorno
veniamo a sapere di uccisioni e distruzioni senza precedenti tra le guerre
recenti. Nonostante l’ovvia necessità di un cessate il fuoco – un cessate il
fuoco permanente – il governo degli Stati Uniti continua a fornire aiuti e
sostegno a Israele.
I giovani attivisti di oggi stanno
cercando di sciogliere questo enigma, anche se il governo statunitense ed
entrambi i principali partiti politici del paese restano asserviti al sionismo.
Nonostante i loro sforzi per convincere l’opinione pubblica che qualsiasi
critica o dubbio sullo stato di Israele equivalga all’antisemitismo, dei
giovani svegli, tra cui attivisti ebrei radicali, sottolineano che le lotte più
efficaci contro l’antisemitismo sono necessariamente legate all’opposizione
contro il razzismo, l’islamofobia e altri modi di reprimere e discriminare. È
la prima volta, a mia memoria politica, che il movimento di solidarietà con la
Palestina registra un sostegno così ampio sia negli Stati Uniti sia nel resto
del mondo. Negli Stati Uniti, nonostante le strategie maccartiste contro chi
chiede libertà e giustizia per la Palestina nelle università, nell’industria
dell’intrattenimento e altrove, siamo in un nuovo momento politico e non
possiamo – non dobbiamo – capitolare di fronte a chi rappresenta gli interessi
del capitalismo razziale e le eredità del colonialismo. Come ha scritto la
poeta e attivista statunitense June Jordan in “Poema per le donne sudafricane”:
Anni fa
lessi in un libro di Angela Davis, Aboliamo le prigioni? una storia abbastanza
incredibile. Nel 1993 il Sudafrica era nel pieno della sua transizione.
Amy Biehl
stava accompagnando in auto alcuni amici neri alle loro case di Guguletu quando
una folla che scandiva slogan contro i bianchi la aggredì e alcuni giovani la
presero a sassate e la pugnalarono a morte. Quattro degli uomini che avevano
partecipato all’aggressione furono condannati a diciotto anni di reclusione per
il suo omicidio. Nel 1997, Linda e Peter Biehl, i genitori di Amy, decisero di
sostenere la domanda di amnistia che quegli uomini avevano presentato alla
Commissione sudafricana per la verità e la riconciliazione. I quattro chiesero
perdono ai Biehl e furono rilasciati nel luglio 1998. Due di loro – Easy
Nofemela e Ntobeko Peni – in seguito conobbero i Biehl, che avevano
acconsentito a incontrarli nonostante le molte pressioni contrarie. Nofemela disse
che voleva esprimergli il suo dispiacere per aver ucciso la figlia meglio di
quanto avesse potuto fare durante le udienze della commissione. ‘So che avete
perduto una persona cara’, ha riferito di avergli detto durante quell’incontro.
‘Voglio che mi perdoniate e mi prendiate come vostro figlio’.
I Biehl, che
dopo la morte della figlia avevano creato la fondazione Amy Biehl, chiesero a
Nofemela e Peni di lavorare nella sezione di Guguletu della fondazione.
Nofemela diventò istruttore sportivo nell’ambito di un programma di doposcuola
e Peni diventò amministratore. Nel giugno 2002 accompagnarono Linda Biehl a New
York, dove, dinanzi all’American family therapy academy, parlarono tutti di
riconciliazione e giustizia riparatrice.
In
un’intervista al Boston Globe, quando le chiesero cosa provasse nei confronti
degli uomini che avevano ucciso sua figlia, Linda Biehl rispose: “Gli voglio
molto bene”. Dopo la morte di Peter Biehl nel 2002, Linda acquistò per loro
due lotti di terra in memoria del marito, affinché Nofemela e Peni potessero
costruirsi una casa.
Nei giorni
successivi agli attacchi dell’11 settembre, i Biehl furono invitati a parlare
in una sinagoga della loro comunità. Così Peter Biehl raccontò
quell’occasione: “Cercammo di spiegare che talvolta conviene tacere e ascoltare
cosa hanno da dire gli altri; chiedersi: ‘Perché accadono queste cose
orribili?’, anziché limitarsi a reagire”.
L’invocazione
del carcere duro e lo spirito vendicativo hanno occupato tutto lo spazio
pubblico della giustizia
Viviamo
un’epoca in cui il giustizialismo, l’invocazione del carcere duro, lo spirito
vendicativo, il populismo penale, il paradigma vittimario hanno occupato tutto
lo spazio pubblico della giustizia. In cui spesso, se cerchiamo di far valere
la razionalità e uno spirito illuministico che vuole difendere lo stato di
diritto di fronte a qualunque reato, riceviamo in risposta l’obiezione: sì,
prova a metterti nei panni della madre di quella persona!
Come
racconta Angela Davis nel brano citato, ci sono genitori che fanno uno sforzo
ulteriore.
Così, anche
se sembrano i tempi meno consoni per parlare di riconciliazione e di giustizia
riparativa, questo passo necessario va fatto. Perciò la recente pubblicazione
di due libri come L’incontro (Il Saggiatore)
e Giustizia riparativa (Il Mulino) va salutata come
un importante avvenimento culturale.
Il primo –
ne ha scritto anche Giuliano Milani qui – è il diario a più voci di
sette anni di incontri tra vittime e responsabili della lotta armata:
testimonianze di poche righe, riflessioni più approfondite, lunghi saggi di
analisi storica che cercano di ricostruire quest’esperienza straordinaria
ideata dal gesuita Guido Bertagna con Carlo Maria Martini e coordinata poi
insieme al criminologo Adolfo Ceretti e alla giurista Claudia Mazzucato.
Ci sono
orfani, vedove, testimoni imbelli di allora, militanti invecchiati e diventati
nonni, nomi noti come Agnese Moro o Adriana Faranda, persone che non sono state
direttamente implicate, come il costituzionalista Valerio Onida o l’attrice
Maddalena Crippa, ma che ci hanno tenuto ad accompagnare questo percorso, e poi
molte voci che hanno deciso di rimanere anonime. “Abbiamo avuto acuti. Abbiamo
avuto bassi. Semitoni, tutto quello che volete. Alla fine è stato un coro”, si
legge nell’Incontro.
È vero che
esiste ormai un corpus consistente di testi sulla “notte della repubblica”,
anche se parliamo solo di memorialistica, con libri meravigliosi, come il
seminale Armi e bagagli del professore di letteratura
ex militante delle Brigate rosse Enrico Fenzi (da rileggere, appena
ripubblicato dalla neonata casa editrice Egg) o Come mi batte forte il tuo cuore di Benedetta Tobagi. Ma è vero
anche che L’incontro rappresenta una
svolta radicale e davvero riesce a sostenere, nella bilancia del racconto di
quegli anni, quasi da solo il confronto con tutto ciò che è stato scritto
finora.
Perché la
possibilità che si sono dati i protagonisti di quest’esperienza è di
confrontarsi con le persone alle quali avevano procurato un dolore straziante o
dalle quali lo avevano ricevuto.
L’ambizione
non è quella di creare una memoria condivisa attraverso la giustapposizione di
due visioni speculari, contrastive, ma di lasciare che il lettore – come se
facesse parte anche lui di questa ricostruzione – trovi i possibili nessi in un
racconto che è nei fatti plurale, spesso contraddittorio, ma per la prima volta
unitario.
Il modello
principale dell’Incontro è stata proprio la
Commissione per la verità e la riconciliazione sudafricana, che dal 1995 in poi
guidò la transizione dall’apartheid alla democrazia, attraverso una serie di
audizioni pubbliche delle vittime e dei responsabili dei crimini commessi da
entrambe le parti durante il regime segregazionista. Lo scopo perseguito dagli
ispiratori (da Nelson Mandela e Desmond Tutu, tra gli altri) era che questo
tribunale portasse, attraverso un processo non violento e un’amnistia, alla
conoscenza dei crimini commessi; senza generare – per la nuova democrazia
appena nata – una recrudescenza di vendette, e immaginando una nuova comunità
nazionale creata da un riconoscimento reciproco e da una giustizia riparativa.
Il nostro
sistema penale nasconde un evidente problema, ossia che il carcere è
criminogeno
La giustizia
riparativa: è un’utopia? Sicuramente è un modello giuridico poco praticato
anche nel mondo occidentale, e pochissimo in Italia, nonostante il nostro
sistema penale nasconda un evidente problema – ossia che il carcere è
criminogeno: il 68,5 per cento delle persone che sconta la sua pena in prigione
commette un nuovo reato una volta uscito, a confronto di un 19 per cento di
recidiva tra chi non sconta la pena in carcere.
Da questi
dati il gruppo che ha redatto Abolire il carcere (Luigi Manconi, Stefano
Anastasia,Valentina Calderone, Federica Resta) indicava le diverse possibilità
di giustizia alternativa, tra cui quella che nei paesi germanofoni
chiamano Täter-Opfer-Ausgleich, “concordato tra l’autore e la
vittima”, e che appunto in Germania, in Austria, in Belgio, in Lussemburgo, nei
Paesi Bassi e in Francia riesce a garantire risultati molto incoraggianti, a
partire dalla giustizia minorile.
Si pratica
poco e se ne parla poco; per questo la raccolta dei saggi che s’intitola
proprio Giustizia riparativa è preziosa.
Quando gli
autori – coordinati da Grazia Mannozzi e Giovanni Angelo Lodigiani – cercano di
valorizzare questo modello giuridico, hanno il pregio anche di ricostruirne il
contesto storico e di inserire gli esigui esempi italiani all’interno di uno
scenario internazionale, e lo fanno sfrondando subito una serie di pregiudizi
su questa tradizione giuridica.
Francesco
Palazzo, per esempio, sostiene che l’utilitarismo della deterrenza e quello
della rieducazione si sono rivelati entrambi un mezzo fallimento: il primo
spesso si è tramutato in terrorismo sanzionatorio, il secondo spesso in una
solidarietà inefficace per la presa di coscienza e la trasformazione della
persona. Invece
il modello
della giustizia riparativa ritrova una dimensione di verità nella misura in cui
esso presuppone che si riconosca ‘l’altro’, colpevole o vittima, nella
concretezza del suo essere, dei suoi bisogni, dei suoi rapporti esistenziali
individuali e sociali, tornando a renderlo protagonista – se possibile – della
ricomposizione della trama della sua esistenza individuale e sociale.
Ma
attenzione: la giustizia riparativa non è un vago perdonismo, un’amnistia
morale, una forma di volontariato sociale. Claudia Mazzucato ci tiene a sottolineare
le condizioni qualificanti:
L’incontro
con i protagonisti (diretti o indiretti) di una vicenda penalmente rilevante;
la partecipazione attiva all’incontro; il coinvolgimento volontario e libero di
tutte le persone interessate; l’adempimento volontario di attività o impegni
nascenti da un accordo che scaturisce, a sua volta, da un incontro libero; la
presenza di mediatori/facilitatori imparziali e indipendenti.
Come è
chiarissimo a tutti gli autori dell’Incontro e
di Giustizia riparativa, qui non è in gioco solo la
vicenda dei cosiddetti anni di piombo, né la riforma del sistema penale
italiano, ma la possibilità di una rivoluzione culturale profonda, che a
partire da biografie singolari possa illuminare diversamente, ricomprendere in
una dimensione di senso, anche questioni politiche che ci sembrano
inestricabili e inconcepibili.
Nel saggio
che fa da postfazione all’Incontro, firmato da
Luigi Manconi e Stefano Anastasia, si racconta la storia di Claudia Francardi.
Vedova di un
carabiniere ucciso da un diciannovenne mentre effettuava un controllo su
un’autovettura dove viaggiavano tre giovani, in località Sorano nella provincia
di Grosseto. Oggi quella donna si batte perché Matteo, l’omicida di suo marito,
non sconti in carcere la condanna a vent’anni inflittagli. […] La signora
Francardi si augura dunque che Matteo possa continuare proficuamente il
percorso di ricerca, ripensamento e ricostruzione già intrapreso, usufruendo di
misure alternative alla detenzione, magari all’interno di una comunità. È in una
comunità, infatti, che la donna lo ha incontrato, iniziando così un rapporto,
spesso doloroso e sempre faticoso, con lui e con sua madre, che l’avrebbe
portata – nel momento della lettura della sentenza – a ‘piangere per la
sofferenza di entrambi’.
Possiamo
davvero ipotizzare che siano percorribili queste strade? Mettersi, in quanto
carnefici, dalla parte della vittima; mettersi, in quanto vittime, dalla parte
del carnefice? Perché questi casi eccezionali, addirittura forse disumani, non
potrebbero diventare più comuni? Perché non ci è data l’opzione di
rintracciarne l’esemplarità, e spesso assistiamo muti a un desiderio di
punizione, anche rispetto agli anni settanta (si pensi al caso di Adriano Sofri o a quello di Sergio D’Elia) che pare non poter contemplare mai un mutamento? Perché pensiamo che la
pena debba “infliggere destino” (l’espressione è di Walter Benjamin, citata da
Manconi) e non costruire futuro?
Facciamo
fatica ad allungare questa serie d’interrogativi che è scandaloso porsi in
questi giorni dopo gli attentati di Parigi, in cui sono rari anche i tentativi
di analizzare l’ideologia dei terroristi (e sul perché ci sia stata una
radicalizzazione fascista dell’islamismo politico, si legga qui un ottimo intervento di Girolamo De Michele).
Giorni in cui, invece della ricerca delle cause del terrorismo, delle
motivazioni che portano dei ragazzi a diventare assassini feroci, si afferma –
senza neanche una lieve ombra di esitazione – una furia di rappresaglia che non
vuole nemmeno immaginarsi razionale.
Nella testa degli assassini
Qualche
giorno fa su Doppiozero Marco Belpoliti scriveva un pezzo perturbante ma
rigorosissimo intitolato “Cosa c’è nella testa degli
assassini di Parigi?”. Belpoliti, che ha una lunga frequentazione con
questi territori terminali dell’umano (L’età dell’estremismo), ricalca questa domanda su quella
che Primo Levi si pone di fronte ai criminali dei lager nazisti, e la rende in
questo modo lecita. E per provare ad abbozzare una risposta, cita un libro del
2011 di Murakami Haruki, Underground: qui si
racconta l’attentato del 1995 nella metropolitana di Tokyo (12 morti e seimila
intossicati), quando un gruppo di una setta religiosa rilasciò del gas nervino
in un treno. Le pagine di Underground sono
composte da interviste ai sopravvissuti, ma anche agli autori di
quell’attentato, in un tentativo, a 15 anni di distanza, di comprendere le due
versioni di una tragedia totalmente assurda ai nostri occhi.
Comprendere
il terrorismo? Comprendere addirittura i terroristi? Possiamo immaginare un
terrorista che cambi idea? Che si convinca che la sua ideologia fanatica sia un
macroscopico e tragicissimo errore?
Stiamo
scivolando su un campo molto insidioso rispetto alle questioni tecniche che
pone il ricorso alla giustizia riparativa. Ma sono digressioni alle quali
nessuno degli autori di questi libri si sottrae: ci troviamo indubbiamente in
un campo dell’umano che è difficile esplorare, e che preferiamo rimuovere del
tutto.
C’è una
storia italiana poco conosciuta, quella delle vittime dell’attentato del Natale
1985 all’aeroporto di Fiumicino compiuto da un commando terroristico
palestinese legato ad Abu Nidal: ci furono tredici morti e circa cento feriti.
Una di loro fu Caterina Brau, che perse una gamba.
Raccontò la
sua storia nel 2012 in un’intervista bellissima, pubblicata da Una città. Sul suo attentatore – Khaled
Ibrahim Mahmoud, che allora aveva 18 anni, unico sopravvissuto del commando,
condannato a 26 anni di carcere che ha finito di scontare pochi anni fa – Brau
ha detto:
Quel
poveraccio aveva solo diciott’anni. Una storia terribile: aveva perso tutta la
famiglia a Sabra e Chatila quand’era ancora un bambino. Se ci pensi, il
passaggio tra il suo prima e il suo dopo, quel giorno in cui, a otto anni, è
tornato a casa e non ha più trovato i suoi cari, è stato forse peggiore del
mio. […] Non è che mi sia indifferente perché ho comunque seguito le sue
vicende da lontano, ci ho pensato ogni tanto a come stava, a cosa voleva dire
per lui essere l’unico vivo del gruppo, però non ho mai avuto il desiderio di
incontrarlo. Credo che sarebbe malsano, per tutti e due; no, non mi piace
neanche l’idea. Voglio dire, non lo odio, ma non lo amo neanche. Queste cose
all’italiana del perdonismo, del ‘Carramba che sorpresa’, non fanno per me.
Nel 2011
aveva già rilasciato un’altra intervista, toccante e lucida, alla Nuova Sardegna. Ne riporto giusto due risposte.
Qual è il modo giusto di raccontare un episodio
drammatico come la strage di Fiumicino?
Forse quello usato da Haruki Murakami nel suo libro Underground, che ricostruisce l’attentato del 1995
nella metropolitana di Tokyo con il gas sarin. È una raccolta di testimonianze
di vittime di quell’attacco. Leggendolo hai la percezione di una cosa che si
ripete e insieme di una cosa sempre diversa: non c’è nessun tentativo di dare
al racconto un significato politico, ma solo la volontà di dare la parola a chi
era lì. Così ha dato voce alle testimonianze di vita vissuta, a partire dalla
paura che non passa. Finalmente un libro dalla parte delle vittime.
Lei però in tutti questi venticinque anni non ha mai
avuto l’atteggiamento da vittima.
Forse non ho mai avuto l’atteggiamento, ma sono stata una vittima. Quando c’è
stato l’attentato alle torri gemelle, prima di pensare a chi c’era dietro ho
pensato alle vittime, mi sono sentita dalla loro parte. Anche rispetto a
Mahmoud, non sono dispiaciuta del fatto che sia uscito dal carcere perché anche
lui è prima di tutto una vittima e proprio perché vittima della sua storia ha
fatto una scelta mortale per gli altri. Oggi è bello che dica: sono uno
stalinista in via di guarigione.
Angela Davis è stata una delle
protagoniste della plenaria di Socialism 2023 a Chicago. Qui ha fissato alcuni
concetti-chiave per immaginare un'altra società
Dal primo al 4 settembre Chicago ha ospitato Socialism 2023, un
evento che ogni anno «riunisce centinaia di socialisti e attivisti radicali»
per partecipare a conferenze di carattere politico-storico-sociale, a workshop
sulle strategie di lotta e organizzative da mettere in atto praticamente e a
importanti momenti di condivisione di esperienze di attivismo fatte sul campo
da vari movimenti. Tantissimi sono stati i temi trattati, dal marxismo alla
storia della working class e delle battaglie socialiste, dalla lotta contro il
razzismo a quella per la libertà di genere, dall’intelligenza artificiale alla
poetica socialista, dalla distruzione del pianeta ai modi in cui operativamente
cercare di fermarla.
Vista la centralità ricoperta da temi quali abolizionismo, carcere e
polizia, l’onore della prima plenaria di Socialism 2023 è
toccato a quattro note attiviste, tra cui Angela Davis, che negli anni
cruciali della pandemia hanno scritto insieme il testo Abolition.
Feminism. Now. pubblicato nel 2022 negli
Stati uniti e nel marzo di quest’anno uscito in italiano per Alegre. Frutto di infiniti
confronti e discussioni tra le autrici – oltre ad Angela Davis le docenti
universitarie Gina Dent, Beth Richie e Erica Meiners – che considerano abolition e feminism imprescindibili
l’uno dall’altro, il libro è stato nella Conferenza considerato come
imprescindibile per il legame che il femminismo abolizionista ha
proprio con il socialismo.
Il termine abolition, derivato dalla lotta contro lo schiavismo
afroamericano, ha assunto oggi il significato più ampio di ricerca di una
giustizia trasformativa che nel breve e medio periodo offra alternative
all’attuale sistema penale basato su carcere e polizia, arrivando nel lungo
periodo a sostituirlo. Altre espressioni spesso citate dalle autrici sono «Prison
Industrial Complex» e «Carceral feminism». Così come la
definizione Military Industrial Complex, coniata da un inascoltato
Dwight Eisenhower nel 1945 per mettere in guardia dalla creazione di
quell’enorme industria della guerra che genera strabilianti profitti privati,
anche Prison Industrial Complex fa riferimento all’enorme giro
d’affari che ruota intorno alle prigioni, moltissime delle quali negli Usa sono
private, in cui i carcerati – come magistralmente raccontato nel 2016 da Ava
DuVernay nel documentario Thirteenth (Tredicesimo
Emendamento) – sono gli strumenti dei quali corporation di tutti i
tipi si servono per i propri scopi di lucro, tifando ovviamente per il
mantenimento e l’incremento dell’ormai pluri-decennale fenomeno americano
dell’incarcerazione di massa.
Con «Carceral feminism» si intende invece quella teoria, divenuta pratica,
secondo cui l’unico modo per eliminare o ridurre i femminicidi e le violenze
sulle donne sia l’inasprimento e il prolungamento delle pene carcerarie dei
colpevoli. Si tratta, ha spiegato Angela Davis nella conferenza, di un
approccio capace di «sconfiggere l’obiettivo stesso per cui è nato, ossia
quello di liberare le donne», sia perché all’aumento delle spese per polizia e
prigioni si provvede spesso togliendo fondi a programmi sociali come case e
ripari sicuri per le donne sopravvissute a violenze domestiche, sia perché
aumentando la repressione di una società già di per sé repressiva, l’effetto è
quello di rinforzare le pratiche di violenza e la reiterazione dei crimini. Per
questo Angela Davis ha aperto Socialism 2023 spiegando l’impossibilità di
slegare il «femminismo abolizionista» dal socialismo.
Non riesco a immaginare un femminismo che non sia anche anticapitalista. E
non riesco a immaginare un abolizionismo che si basi sul fuorviante presupposto
che sia possibile abolire prigioni, polizia, servizi protettivi per famiglie e
tutti gli altri aspetti del sistema carcerario in un regime capitalista che non
riconosca le connessioni tra quelle istituzioni e il capitalismo. Per
conseguire appieno i suoi scopi l’abolizionismo deve abbracciare il socialismo,
poiché quel che è in discussione non è tanto il processo per liberarci di
quelle istituzioni repressive, quanto il tipo di società che dobbiamo creare
per non dover contare su questo tipo di istituzioni per la sicurezza e la
protezione. Possiamo avere sicurezza e protezione solo se c’è un’abitazione per
tutte e tutti, la sanità pubblica, l’istruzione gratuita… Non può
esistere un femminismo davvero incisivo che non sia anche abolizionista e non
possiamo avere un abolizionismo del tipo che intendiamo senza abolire anche il
patriarcato. Così come non può esserci un femminismo abolizionista senza la
visione di una società completamente trasformata, la visione di una società
socialista.
Angela Davis e Gina Dent da più di trent’anni collaborano e viaggiano in
giro per il mondo visitando le prigioni di ogni Stato abbia consentito loro di
farlo (in Francia per esempio si sono viste negare il permesso), e hanno
ricordato come questo lavoro collettivo, al quale sono state invitate a
partecipare da Beth Richie e Erica Meiners, abbia dato loro modo di esprimere
una definitiva connessione tra abolizionismo e femminismo. Pur percependone
l’interdipendenza sin dalla seconda metà degli anni Novanta – già alla prima
conferenza di Critical Resistance del 1998,
intitolata Beyond Prison Industrial Complex, il femminismo era
parte integrante delle strategie analitiche e organizzative – c’erano tuttavia
elementi mancanti che ne impedivano la definizione attuale a causa di forti
tensioni tra i diversi movimenti femministi. Sebbene il problema del «femminismo
mainstream» sia più forte che mai, il femminismo abolizionista «non solo sta per
diffondersi – ha detto Angela Davis – ma è ormai in piena circolazione. Mai mi
sarei immaginata cinquant’anni fa che l’attivismo avrebbe potuto fare così
tanti progressi in questo senso».
Alla base del femminismo abolizionista c’è dunque la necessità di minare
l’intero sistema poliziesco e carcerario creando un movimento sempre più vasto
e in continua evoluzione di «feminist agitators and freedom fighters»,
un movimento che consideri «la violenza di genere – come ha ribadito Beth
Richie – il diretto risultato delle ineguaglianze sociali, politiche, di genere
e razziali del potere. Se non consideriamo le cause della violenza di genere e
come questa sia resa possibile da un certo tipo di società, allora saremo in
grado solo di far fronte di volta in volta a singoli episodi individuali». Non
che l’attenzione ai singoli casi e molte metodologie di intervento, come ad
esempio abitazioni e organizzazioni a supporto delle vittime, non siano messe
in pratica con tutti i mezzi disponibili da varie associazioni e gruppi,
tuttavia quel che sottolineano è che la sicurezza e la protezione delle
sopravviventi, in particolare donne e persone non binarie in grande
maggioranza nere e brown, non dovrebbero essere affidate allo Stato perché lo
Stato risponde con una violenza pari a quella da cui le vittime tentano di
fuggire: «attraverso prigioni e polizia è uno dei più accaniti perpetratori di
violenza di genere. Decenni di dati mostrano che [quelle istituzioni] non pongono
fine alla violenza di genere né ne sono un deterrente. Esiste una lunga storia
di comunità, specialmente di donne di comunità di colore, che rigetta queste
risposte carcerarie dello Stato alle violenze sessuali e di genere».
Non è un caso che le denunce di violenze di genere siano così basse: c’è un
timore, anch’esso basato su dati di fatto, che le vittime nutrono nei confronti
delle istituzioni non solo per l’umiliazione cui spesso sono sottoposte, ma per
i soprusi – stupri compresi – che ricevono da coloro che dovrebbero invece
offrire loro riparo e protezione.
Una parte importante delle discussioni e del lavoro durante la conferenza
ha riguardato l’internazionalismo del femminismo abolizionista: il tema delle
relazioni del femminismo abolizionista con il capitalismo globale e quello
delle lotte in atto in altre parti del mondo ha sollevato riflessioni sia
sull’abitudine americana a considerarsi sempre al centro del mondo, sia
sull’esportazione del sistema carcerario targato Us.
«Abbiamo cercato – ha detto Dent – di combattere il centralismo americano»
molto spesso considerato come fulcro del problema tanto per «la storia dei neri
negli Stati uniti» nella definizione del termine «abolizionismo», quanto per
«l’incarcerazione di massa, costantemente tirata in causa nella maggior parte
dei dibattiti mentre il problema è la sua completa abolizione […]
Dobbiamo cercare di dismettere l’abitudine di considerare questo un problema se
non esclusivo degli Usa, focalizzato comunque negli Stati uniti, partendo dall’assunto
che se risolviamo il problema qui lo possiamo risolvere anche a livello
internazionale. Non possiamo cancellare la dipendenza dal Prison
Industrial Complex senza pensare al capitalismo razziale e non
possiamo capire il fenomeno senza pensare al modo in cui gli Usa sono stati
leader nel modellare il sistema di incarcerazione nel mondo».
Davis e Dent, che hanno visitato in particolare le carceri di Sud Africa e
America Latina, ricordano ad esempio una piccola prigione in Argentina, «Stato
nazionale a maggioranza bianca», al cui interno «persone nere e indigene
vivevano in condizioni terrificanti. Contemporaneamente c’era un meeting di
rappresentanti di Stato di varie nazioni. Era molto tempo fa ma era molto
chiara l’esistenza di scambi di informazioni riguardanti polizia e
incarcerazione, che è qualcosa con cui il movimento deve assolutamente
confrontarsi», anche perché «tanto l’America Latina quanto il Sud Africa stanno
copiando sempre più il modello di incarcerazione statunitense». Il Brasile per esempio
lo sta applicando per risolvere il problema di «persone non più in grado di
mantenersi. Così invece di creare lavoro e un sistema scolastico più
accessibile, stanno pensando a cosa fare di gente che il capitalismo globale
butta fuori dal ciclo della vita». Altro riferimento è stato la Turchia dove,
nei giorni del 1998 in cui Angela Davis e Gina Dent si trovavano al già citato
primo convegno di Critical Resistance, era in atto uno sciopero del popolo
turco contro il modello di prigione entrato in vigore a replica di quello
statunitense. Potremmo noi aggiungere anche un attualissimo riferimento
sull’esportazione di metodi e idee di incarcerazione in atto in Italia, vista
la recente approvazione del Governo Meloni del cosiddetto «Decreto Caivano».
La discussione si è infine chiusa con queste parole di Angela Davis, senza
dubbio in grado di restituire il ruolo centrale dello stesso internazionalismo
per poter immaginare un altro tipo di società:
In questo paese non sappiamo come fare internazionalismo. Siamo stati
allenati persino contro i nostri migliori impulsi a immaginare gli Stati uniti
come il centro del mondo. Credo che una delle nostre sfide più grandi sia
quella di creare nel nostro paese una cultura socialista generativa. Se ora
come ora non possiamo avere il socialismo, possiamo perlomeno creare quel tipo
di cultura che cominci a richiedere una società completamente trasformata in
senso socialista e non possiamo farlo senza enfatizzare un certo tipo di
internazionalismo.
Estratto
da Aboliamo le prigioni? di Angela Davis, edizioni Minimum Fax
Il carcere, viceversa, è
considerato un elemento inevitabile e permanente della nostra vita sociale. I
più rimangono sorpresi nel sentire che anche il movimento per l’abolizione
delle prigioni ha una lunga storia, risalente addirittura alla comparsa del
carcere come principale forma di punizione.
La
reazione più naturale è quella di presumere che questi attivisti – persino
coloro che si autodefiniscono consciamente «attivisti contro il carcere» –
mirino semplicemente a migliorare le condizioni carcerarie o magari a riformare
le prigioni in maniera più radicale. Quasi ovunque, abolire il carcere appare
semplicemente impensabile e inverosimile. Gli abolizionisti vengono liquidati
come utopisti e idealisti le cui idee sono, nel migliore dei casi,
irrealistiche e impraticabili e, nel peggiore, sconcertanti e insensate. Ciò dà
la misura di quanto sia difficile immaginare un ordine sociale che non sia
fondato sulla minaccia di relegare certe persone in posti orribili allo scopo
di separarle dalle loro famiglie e comunità.
Il
carcere è considerato talmente «naturale» che è estremamente difficile
immaginare che si possa farne a meno. Spero che questo libro incoraggi i
lettori a mettere in discussione i loro preconcetti a proposito del carcere.
Molti sono già arrivati alla conclusione che la pena di morte è una forma
antiquata di punizione che viola i principi basilari dei diritti umani. Penso
che sia venuto il momento di incoraggiare un dibattito analogo sul carcere. Nel
corso della mia carriera di attivista contro le prigioni, ho visto crescere la
popolazione carceraria statunitense con una rapidità tale che ormai molti membri
delle comunità nere, latinoamericane e di nativi americani hanno molte più
opportunità di finire in galera che di ottenere un’istruzione decente. Quando
tanti giovani decidono di entrare nell’esercito per sfuggire all’inevitabilità
del carcere, bisognerebbe chiedersi se non si debba tentare di introdurre
alternative migliori.
La
questione se il carcere sia ormai un’istituzione obsoleta è diventata
particolarmente urgente alla luce del fatto che più di due milioni di persone
negli Stati Uniti (su un totale mondiale di nove milioni) popolano attualmente
le prigioni, i penitenziari, gli istituti minorili e i centri di detenzione per
immigrati. Siamo disposti a relegare numeri sempre crescenti di persone
provenienti da comunità oppresse dal punto di vista razziale in un’esistenza
isolata, caratterizzata da regimi autoritari, violenza, malattie e tecnologie
di reclusione che producono una grave instabilità mentale? Secondo uno studio
recente, le carceri ospiterebbero il doppio di persone affette da malattie mentali
rispetto a tutti gli ospedali psichiatrici degli Stati Uniti messi insieme.
Quando
iniziai a occuparmi dell’attivismo contro il carcere alla fine degli anni
Sessanta, rimasi sconcertata nell’apprendere che i detenuti erano quasi
duecentomila. Se qualcuno mi avesse detto che in tre decenni il numero delle
persone rinchiuse in gabbia sarebbe decuplicato non ci avrei creduto. Penso che
la mia reazione sarebbe stata più o meno questa: «Per quanto questo paese possa
essere razzista e antidemocratico [ricordate che durante quel periodo le
richieste del movimento per i diritti civili non si erano ancora
concretizzate], non credo che il governo degli Stati Uniti potrebbe mai
recludere così tante persone senza scatenare una potente resistenza pubblica.
No, non accadrà mai, a meno che il paese non precipiti nel fascismo». Quella
avrebbe potuto essere la mia reazione trent’anni fa.
La
realtà è che saremmo stati chiamati a inaugurare il xxi secolo accettando il
fatto che due milioni di persone – un gruppo superiore alla popolazione di
molti paesi – trascorrono la loro esistenza in posti come Sing Sing,
Leavenworth, San Quintino e l’Alderson Federal Reformatory for Women. La
gravità di queste cifre è ancora più evidente se si considera che
complessivamente la popolazione statunitense è inferiore al 5% del totale
mondiale, mentre gli Stati Uniti possono vantare più del 20% dell’intera
popolazione carceraria. Per dirla con le parole di Elliott Currie, «il carcere
è diventato una presenza incombente nella società [americana] in una misura
senza precedenti nella nostra storia o in quella di qualsiasi altra democrazia
industriale. Con l’eccezione delle grandi guerre, l’incarcerazione in massa ha
rappresentato il programma sociale più compiutamente attuato dai governi dei giorni
nostri».
Nel
riflettere sulla possibilità che il carcere sia obsoleto, dovremmo chiederci
come mai così tante persone siano potute finire in prigione senza che ciò
sollevasse dibattiti importanti sull’efficacia della detenzione. Quando negli
anni Ottanta, durante la cosiddetta era Reagan, s’iniziarono a costruire altre
prigioni e il numero dei detenuti crebbe sempre più, i politici sostennero che
il «pugno di ferro» nei confronti del crimine – che comprendeva la certezza
della pena e periodi detentivi più lunghi – avrebbe mantenuto le comunità
libere dalla delinquenza. Tuttavia, la pratica delle incarcerazioni in massa di
quel periodo sortì un effetto scarso o addirittura nullo sui dati ufficiali
relativi alle attività criminali.
Anzi,
la crescita della popolazione carceraria non portò a comunità più sicure, ma
piuttosto a ulteriori aumenti della stessa. Ogni nuova prigione ne generava
un’altra. E con l’espandersi del sistema carcerario statunitense cresceva anche
il coinvolgimento delle corporation nella costruzione delle prigioni, nel loro
approvvigionamento di beni e servizi e nell’utilizzo di manodopera carceraria.
Poiché la costruzione e la gestione delle prigioni iniziò ad attrarre ingenti
capitali – dall’industria edilizia alle forniture alimentari, all’assistenza
sanitaria – in un modo che ricordava la nascita del complesso
militare-industriale, si è cominciato a parlare di un «complesso
carcerario-industriale».
Prendiamo
il caso della California, il cui territorio negli ultimi vent’anni è stato invaso
da strutture carcerarie. La prima prigione statale della California fu San
Quintino, aperta nel 1852.4 Folsom, un altro noto istituto di pena, aprì nel
1880. Tra il 1880 e il 1933, quando a Tehachapi venne inaugurato un carcere
femminile, non fu costruita nessuna nuova prigione. Nel 1952 fu inaugurato il
California Institution for Women e quello di Tehachapi diventò un altro carcere
maschile. In tutto, tra il 1852 e il 1955 sorsero in California nove prigioni.
Tra il 1962 e il 1965 furono costruiti due campi di lavoro, nonché il
California Rehabilitation Center. Nella seconda metà degli anni Sessanta non fu
aperta nessuna prigione e neppure durante tutto il decennio successivo.
Un
massiccio progetto di costruzione di nuove strutture detentive fu avviato
invece negli anni Ottanta, vale a dire durante la presidenza Reagan. Tra il
1984 e il 1989 furono inaugurati nove istituti di pena, compresa la Northern
California Facility for Women. Non bisogna dimenticare che c’erano voluti più
di cento anni per costruire le prime nove prigioni californiane; in meno di un
decennio quel numero è raddoppiato e durante gli anni Novanta se ne sono
aggiunte altre dodici, tra cui due penitenziari femminili. Nel 1995 è stata
inaugurata la Valley State Prison for Women, il cui intento dichiarato era
quello di «fornire 1980 posti letto per le detenute del sovraffollato sistema
carcerario californiano». Tuttavia, nel 2002 le detenute erano già 35705 e
tutte le strutture femminili erano sovraffollate.
Attualmente
in California ci sono trentatré carceri, trentotto campi di lavoro, sedici case
di correzione per minori e cinque piccoli centri per madri detenute. Nel 2002
le persone incarcerate in questi istituti erano 157.979, compresi circa
ventimila individui che lo stato trattiene per violazione delle leggi
sull’immigrazione. La composizione razziale di questa popolazione carceraria la
dice lunga. I latinoamericani, che adesso sono la maggioranza, ne costituiscono
il 35,2%; gli afroamericani il 30%, mentre i detenuti bianchi sono il 29,2%.6
Attualmente ci sono più donne in prigione nello stato della California di
quante ce n’erano nelle carceri di tutto il paese all’inizio degli anni
Settanta. Anzi, la California può vantare il carcere femminile più grande del
mondo, la Valley State Prison for Women, che conta più di 3500 recluse. Situato
nella stessa città della Valley State e letteralmente dirimpetto a questa, c’è
il secondo carcere femminile del mondo per grandezza – la Central California
Women’s Facility – la cui popolazione nel 2002 è arrivata anch’essa alle 3500
detenute circa.
Se
si osserva su una carta della California la posizione delle trentatré prigioni
statali, si può vedere che l’unica area che non sia densamente popolata di
strutture detentive è quella a nord di Sacramento, anche se nella città di
Susanville ci sono due carceri e nei pressi del confine con l’Oregon sorge
Pelican Bay, uno dei famigerati supercarceri di massima sicurezza. L’artista
californiano Sandow Birk, ispirato dalla colonizzazione del territorio da parte
delle prigioni, ha prodotto una serie di trentatré quadri raffiguranti questi
istituti e il paesaggio circostante e li ha raccolti nel libro Incarcerated:
Visions of California in the Twenty-First Century.
Ho
raccontato brevemente come il territorio della California sia stato invaso
dalle strutture carcerarie per consentire ai lettori di comprendere quanto sia
stato facile realizzare un massiccio sistema detentivo con l’assenso implicito
dell’opinione pubblica. Perché la gente ha creduto così facilmente che
rinchiudere una porzione sempre più vasta della popolazione statunitense
avrebbe aiutato quanti vivono nel mondo libero a sentirsi più sicuri e
protetti? È possibile formulare questo interrogativo anche in termini più
generali: perché le prigioni danno alle persone l’idea che i loro diritti e le
loro libertà siano più tutelati di quanto non lo sarebbero se il carcere non
esistesse? A quali altre ragioni potremmo attribuire la rapidità con cui le
prigioni hanno iniziato a colonizzare il territorio californiano?
La
geografa Ruth Gilmore descrive l’espansione delle prigioni in California come
«una soluzione geografica a problemi socioeconomici». La sua analisi del
complesso carcerario-industriale in California descrive questi sviluppi come
una reazione a un’eccedenza di capitali, terreni, manodopera e capacità
produttiva di quello stato. Le nuove prigioni californiane sorgono su terreni
rurali deprezzati, perlopiù appezzamenti agricoli un tempo irrigati…
Lo
stato ha acquistato la terra messa in vendita da grandi proprietari terrieri. E
ha garantito alle piccole città depresse su cui ora incombono le prigioni che
quella nuova industria non inquinante e a prova di recessione avrebbe dato una
spinta alla ripresa locale. Ma, come fa notare la Gilmore, non si sono visti né
nuovi posti di lavoro né la più generale rivitalizzazione dell’economia
promessa dalle prigioni. Queste promesse di miglioramento ci aiutano però a
capire perché il parlamento e gli elettori della California abbiano deciso di
approvare la costruzione di tante nuove carceri. La gente voleva credere che le
prigioni non solo avrebbero ridotto il crimine, ma avrebbero anche fornito
posti di lavoro e stimolato lo sviluppo economico di località sperdute.
Fondamentalmente,
la questione è una: perché diamo per scontato il carcere? Anche se solo una
parte relativamente esigua della popolazione ha sperimentato in prima persona
la vita all’interno di un carcere, per le comunità povere nere e
latinoamericane non si può parlare di piccole percentuali. E nemmeno per gli
amerindi o per certe comunità di asiatici americani. Ma perfino tra queste
persone – soprattutto giovani – costrette purtroppo ad accettare la condanna al
carcere come una dimensione normale della vita nelle loro comunità,
difficilmente si trova chi accetti di impegnarsi in un serio dibattito pubblico
sulla vita in carcere o su alternative radicali alla detenzione. È come se si
trattasse di un fatto inevitabile dell’esistenza, come nascere e morire.
In
generale, si tende a dare il carcere per scontato. È difficile immaginare la
vita senza di esso. Al tempo stesso, c’è riluttanza ad affrontare le realtà che
nasconde, si ha timore di pensare a ciò che accade al suo interno. Di
conseguenza, il carcere è presente nella nostra vita e allo stesso tempo ne è
assente. Riflettere su questa presenza-assenza significa iniziare a riconoscere
il ruolo svolto dall’ideologia nel plasmare le nostre interazioni con
l’ambiente sociale che ci circonda.
Diamo
per scontate le prigioni, ma spesso abbiamo paura di affrontare le realtà che
producono. Dopotutto, nessuno vuole finire in galera. Siccome sarebbe troppo
penoso accettare l’eventualità che chiunque, compresi noi stessi, possa
diventare un prigioniero, tendiamo a considerare il carcere come qualcosa di
avulso dalla nostra vita. Ciò vale perfino per alcuni di noi, donne e uomini,
che già hanno sperimentato la detenzione.
E
così pensiamo al carcere come a una sorte riservata ad altri, ai «malfattori»,
per usare un termine reso popolare di recente da George W. Bush. Dato il
persistente potere del razzismo, nell’immaginario collettivo i «criminali» e i
«malfattori » sono persone di colore. Perciò il carcere funziona
ideologicamente come un luogo astratto in cui vengono presi in consegna gli
individui indesiderabili, sollevandoci dalla responsabilità di riflettere sulle
reali problematiche che affliggono le comunità da cui i detenuti provengono in
numeri così spropositati. È questa la funzione ideologica del carcere: ci
solleva dalla responsabilità di affrontare seriamente i problemi della nostra
società, in particolare quelli prodotti dal razzismo e, in misura crescente,
dal capitalismo globale.
Cosa
ci sfugge, per esempio, se cerchiamo di pensare all’espansione del sistema
carcerario senza prestare attenzione agli sviluppi economici più vasti? Viviamo
in un’era in cui le corporation migrano. Per sottrarsi alla manodopera
organizzata di questo paese – e quindi a salari più alti, contributi da versare
e via dicendo – le corporation girano il mondo in cerca di nazioni che offrano
sacche di manodopera a basso costo. E migrando, le corporation lasciano nei
guai intere comunità. Un gran numero di persone perde il lavoro e ogni
prospettiva di un impiego futuro. L’istruzione e altri servizi sociali
superstiti sono profondamente influenzati dalla distruzione della base sociale
di queste comunità. Il processo trasforma gli uomini, le donne e i bambini che
vivono in tali comunità danneggiate in candidati perfetti per il carcere.
Intanto,
le corporation collegate all’industria penitenziaria mietono profitti dal
sistema che gestisce i detenuti, e sono quindi chiaramente interessate alla
continua crescita della popolazione carceraria. In parole povere, questa è
l’era del complesso carcerario-industriale. Le prigioni sono diventate buchi
neri in cui vengono depositati i detriti del capitalismo contemporaneo.
L’incarcerazione in massa genera profitti divorando al tempo stesso il
patrimonio pubblico, e tende perciò a riprodurre proprio quelle condizioni che
portano la gente in prigione. Esistono quindi collegamenti reali e alquanto
intricati tra la deindustrializzazione dell’economia – uno sviluppo che ha
raggiunto il culmine negli anni Ottanta – e la reclusione di massa, cresciuta
durante l’era Reagan- Bush. Tuttavia, l’esigenza di un maggior numero di
prigioni è stata presentata al pubblico in termini semplicistici.
Servivano
più prigioni perché la criminalità era aumentata. Eppure molti studiosi hanno
dimostrato che nel momento in cui è iniziato il boom della costruzione di nuove
carceri, le statistiche ufficiali rivelavano già una diminuzione della
delinquenza. Inoltre erano entrate in vigore leggi draconiane sulla droga, e
diversi stati stavano introducendo norme che prevedevano pene molto severe per
i recidivi. Per comprendere la proliferazione delle prigioni e l’ascesa del
complesso carcerario-industriale, potrebbe essere utile riflettere più a fondo
sui motivi per cui diamo così facilmente per scontato il carcere.
In
California, come abbiamo visto, quasi i due terzi delle prigioni esistenti sono
state inaugurate negli anni Ottanta e Novanta. Perché non si sono levate
energiche proteste? Perché la prospettiva di molte nuove prigioni era
visibilmente gradita all’opinione pubblica? Una risposta parziale a questo
interrogativo è collegata al modo in cui consumiamo immagini mediatiche del
carcere nonostante il fatto che le realtà dell’incarcerazione rimangano celate
a quasi tutti coloro che non hanno avuto la disgrazia di scontare una pena
detentiva. La critica culturale Gina Dent ha sottolineato come il nostro senso
di familiarità con il carcere derivi in parte dalle rappresentazioni delle
prigioni nei film e in altri mezzi visivi.
La
storia delle immagini mentali collegate al carcere contribuisce a rafforzare
l’istituzione carceraria come una parte naturalizzata del nostro paesaggio
sociale. La storia del cinema è sempre stata sposata alla rappresentazione
dell’incarcerazione. I primi filmati di Thomas Edison (che risalgono alla
ricostruzione del 1901 Execution of Czolgosz with Panorama of Auburn Prison,
presentata come un cinegiornale) comprendevano sequenze dei recessi più oscuri
della prigione. Perciò il carcere è indissolubilmente legato alla nostra
esperienza visiva, il che crea anche il senso della sua continuità come
istituzione. Abbiamo inoltre un flusso costante di film hollywoodiani sul carcere
che costituiscono di fatto un genere a sé stante.
Alcuni
dei film più noti sulle prigioni sono: Non voglio morire, Papillon, Nick Mano
Fredda e Fuga da Alcatraz. Vale anche la pena di accennare al fatto che la
programmazione televisiva è sempre più satura di immagini di carceri. Tra i
documentari recenti figurano la serie su a&e The Big House, costituita da
programmi dedicati a San Quintino, Alcatraz, Leavenworth e all’Alderson Federal
Reformatory for Women. La serie Oz, trasmessa per più stagioni dalla rete hbo,
è riuscita a convincere molti telespettatori di sapere esattamente cosa accade
nelle carceri maschili di massima sicurezza. Ma anche quanti non scelgono
consapevolmente di guardare documentari o sceneggiati dedicati alle prigioni si
ritrovano, volenti o nolenti, a consumare immagini del carcere per il semplice
fatto di andare al cinema o accendere la tv. È praticamente impossibile
evitarle.
Nel
1997, intervistando alcune donne in tre prigioni cubane, ho scoperto con
stupore che la maggior parte descriveva la percezione del carcere che avevano
in precedenza – vale a dire prima di finire in prigione loro stesse – come
derivante dai molti film hollywoodiani che avevano visto. Tra le immagini che
popolano la nostra mente, il carcere occupa dunque un posto di rilievo. Ciò ci
ha indotto a darne per scontata l’esistenza. La prigione è diventata un
ingrediente chiave del nostro senso comune. È presente, tutto intorno a noi.
Non mettiamo in dubbio che debba esistere. Fa talmente parte del nostro mondo che
ci vuole un grande sforzo d’immaginazione per concepire la vita senza di essa.
Con
ciò non intendo ignorare i cambiamenti profondi verificatisi nel modo in cui
sono condotti i dibattiti pubblici sul carcere. Dieci anni fa, nel momento in
cui la spinta ad ampliare il sistema carcerario raggiungeva il culmine, erano
ben poche le critiche a questo processo che raggiungevano l’opinione pubblica.
Anzi, la maggior parte della gente non aveva idea dell’immensità di
quell’espansione. Era un periodo in cui i cambiamenti interni – in parte dovuti
all’applicazione di nuove tecnologie – spingevano il sistema carcerario
statunitense in una direzione più repressiva. Mentre le precedenti
classificazioni si limitavano a bassa, media e massima sicurezza, in quel
periodo fu inventata una nuova categoria: il supercarcere di massima sicurezza.
La svolta verso una maggiore repressione nel sistema carcerario, caratterizzato
fin dall’inizio della sua storia dai suoi regimi repressivi, indusse alcuni
giornalisti, opinionisti ed enti progressisti a opporsi al crescente
affidamento sulle prigioni come mezzo per risolvere problemi sociali che sono
in realtà esacerbati dall’incarcerazione in massa.
Nel
1990, il Sentencing Project, con sede a Washington, ha pubblicato uno studio
sulla popolazione statunitense detenuta, in libertà vigilata o rilasciata su
cauzione, in cui si concludeva che un nero su quattro di età compresa tra i
venti e i ventinove anni rientrava in queste categorie. Cinque anni dopo, un
secondo studio rivelava che la percentuale era salita a quasi uno su tre
(32,2%). Inoltre, più di un latinoamericano su dieci nella stessa fascia di età
era detenuto, in libertà vigilata o rilasciato su cauzione. Il secondo studio
evidenziava anche che il gruppo che aveva conosciuto l’incremento maggiore era
quello delle donne nere, la cui carcerazione era cresciuta del 78%.
Secondo
il Bureau of Justice Statistics, attualmente gli afroamericani nel loro insieme
rappresentano la maggioranza dei prigionieri statali e federali, con un totale di
803.400 detenuti neri, 118.600 in più del totale dei detenuti bianchi. Alla
fine degli anni Novanta, articoli importanti sull’espansione delle prigioni
sono apparsi su Newsweek, Harper’s, Emerge e Atlantic Monthly. Perfino Colin
Powell ha sollevato la questione del crescente numero di detenuti neri di sesso
maschile nel suo discorso alla Convention Nazionale Repubblicana del 2000 che
ha proclamato la candidatura di George W. Bush alla presidenza.
Negli
ultimi anni, l’assenza di posizioni critiche sull’espansione delle prigioni ha
lasciato spazio, nell’arena politica, a proposte per una riforma del sistema
carcerario. Anche se il dibattito pubblico si è fatto più flessibile, l’enfasi
è quasi sempre posta sull’introduzione di cambiamenti che producano un sistema
migliore. In altre parole, l’accresciuta flessibilità che ha permesso una
discussione critica dei problemi associati all’espansione delle prigioni limita
tale discussione alla questione della riforma carceraria. Per quanto importanti
possano essere certe riforme – l’eliminazione degli abusi sessuali e
dell’incuria sanitaria negli istituti femminili, per esempio – alcuni modelli
fondati esclusivamente sulle riforme contribuiscono a generare l’idea
vanificante che non esistano alternative al carcere. Quando è la riforma a
diventare la questione centrale, i dibattiti sulle strategie di scarcerazione,
che dovrebbero rappresentare il punto focale della nostra discussione sulla
crisi delle carceri, tendono a essere messi da parte.
La
questione più immediata, oggi, è come evitare un’ulteriore espansione della
popolazione carceraria e come riportare quanti più uomini e donne detenuti in
quello che i prigionieri chiamano «il mondo libero ». Come possiamo muoverci
per depenalizzare l’uso di stupefacenti e la prostituzione? Come possiamo
intraprendere delle strategie giudiziarie serie, che siano volte al recupero
anziché esclusivamente alla punizione? Tra le alternative efficaci c’è la
trasformazione sia delle tecniche per affrontare il «crimine» sia delle condizioni
socioeconomiche che spingono in riformatorio e poi in carcere tanti figli delle
comunità povere e in particolare delle comunità di colore. La sfida più ardua e
urgente, oggi, è quella di esplorare territori nuovi della giustizia, nei quali
le prigioni non fungano più da nostro principale punto fermo.
Aboliamo le prigioni? Un titolo che sembra quasi una provocazione. Un gioco di parole per
illusi e sognatori. Parole impronunciabili, diciamo la verità, anche per molti
che si ritengono “progressisti”.
Ma provocazione non lo è affatto. E questo saggio di Angela Davis, che
quest’anno è stato riproposto da Minimum fax (che già lo aveva pubblicato in
Italia nel 2009, dopo la sua uscita in America), mai come oggi sembra
opportuno. Opportuno e attualissimo, anche per noi europei, e in particolare
per noi italiani, freschi dello svelamento di cosa il carcere sia, dopo le
notizie delle inusitate violenze che persone detenute, affidate alla custodia
allo stato, hanno subito…
Angela Davis chi giovanissimo non è la ricorda mitica militante del movimento
americano per i diritti civili dagli anni Sessanta e, fino agli anni ’90, del
partito comunista degli Stati Uniti. E oggi che, attenta studiosa di fama
internazionale, ha concentrato il suo impegno nella difficilissima battaglia
per l’abolizione del carcere, ha la stessa forza e il rigore di allora, il suo
pensiero lo stesso fascino che si affacciava dalle foto e dai poster di quel
tempo, sotto quel casco immenso di capelli ricci e neri
E coglie un nodo fondamentale delle nostre paure e contraddizioni, che
impediscono il cammino verso un mondo di vera uguaglianza, di rispetto di
diritti per tutti, ma proprio per tutti. Andando intanto alla radice della
nostra incapacità di immaginare un mondo senza prigioni.
Già. Perché mai diamo per scontato il carcere? “Come se si trattasse di un
fatto scontato dell’esistenza, come nascere e morire”.
Ci ricorda, Angela Davis, che il carcere, come ancora lo intendiamo oggi, è un’istituzione
moderna, che “il processo attraverso cui la carcerazione si è trasformata nel
principale tipo di punizione inflitta dallo stato è strettamente legato
all’ascesa del capitalismo e alla comparsa di un nuovo insieme di condizioni
ideologiche”. Mentre la condanna al carcere viene pensata in termini di tempo,
esattamente “nel periodo in cui il valore del lavoro viene calcolato in termini
di tempo”.
Uno sguardo largo, quello di Angela Davis, sorretto dalla ferma convinzione che
le diseguaglianze delle nostre società passano attraverso discriminazioni di
razza di sesso e di classe, e solo la via del socialismo ne permetterebbe il
superamento.
E studiando il sistema americano, ci parla di “sistema carcerario industriale”
che, dopo l’abolizione della schiavitù, fonda le sue basi economiche su una
sorta di “schiavismo morbido”, cercando di rivelare forme mascherate di
pregiudizio razzista che raramente vengono riconosciute tali. In un sistema
dove tutto si tiene, se lo sfruttamento della manodopera carceraria da parte di
corporation private (perché questo accade) è “uno dei tanti aspetti dei
rapporti che legano grandi imprese, governo, istituti di pena e media”. Un
sistema che, confinando nelle sue mura marginalità cui nessuno intende porre
rimedio, continuamente alimenta se stesso. Un sistema che, se pure abolito
l’orrenda pratica dei detenuti in affitto in vigore fino all’inizio del XX
secolo, ha tutto l’interesse a tenersi ben stretti i suoi due milioni e mezzo
di persone detenute. Che sono per lo più neri, ispanici, amerindi,
asiatici-americani…
Libro complessissimo e dettagliatissimo, tutto da studiare.
Ma due aspetti voglio segnalare.
Lo sguardo di donna che sa leggere come il sesso dei detenuti condizioni un
sistema carcerario dove, paradossalmente, le richieste di parità con le
prigioni maschili, invece di migliorare le condizioni di vita offrendo maggiori
opportunità di istruzione, migliore assistenza medica… hanno portato a
condizioni più repressive. Che dire della decisione negli anni Novanta in Alabama
di istituire gruppi di forzati composti da donne “per creare condizioni di
uguaglianza con gli uomini”…
E fanno rabbrividire le pagine in cui si racconta di come, in una perversa
combinazione di razzismo e misoginia, si pratica la perquisizione integrale con
l’esame di vagina e ano. Fa fatica pensarlo, ma questo è. Una sorta di
istituzionalizzazione dell’abuso sessuale.
E ancora una cosa ci dice Angela Devis. Che l’urgenza di questo suo impegno
nasce dallo sguardo di chi l’esperienza del carcere, nella sua violenza e nel
suo orrore, l’ha vissuta in prima persona. Lei che nel 1970 fu arrestata con
l’accusa di complicità in un omicidio, e dopo due anni assolta. E nessuno
sguardo altro può arrivare a tanta profondità e determinazione. Aboliamo le prigioni, dunque. Contro il carcere, la
discriminazione, la violenza del capitale. Un lavoro molto ricco, col
corredo di interviste e interventi di Guido Caldiron , Paolo Persichetti e
Valeria Verdolini. Interventi in appendice, che in realtà sono parte integrante
di un discorso che parte dagli Stati Uniti e attraversa l’oceano per dirci che
riguarda anche tutti noi, e i paralleli balzano agli occhi, dalla questione
dell’affollamento, al processo di criminalizzazione delle marginalità sociali,
all’assurdo binomio, che i dati smentiscono, carcere/sicurezza, alle forme del
nostro razzismo che è riuscito a trasformare il concetto di cittadinanza in
“condizione esclusiva della personalità sociale”, dove gruppi stigmatizzati in
partenza non hanno speranza…
Un libro che pone tante domande. Su tutte una: ma è davvero così difficile
pensare a un mondo senza prigioni? Eppure, si ricorda anche qui, chi avrebbe
mai pensato, cinquant’anni fa, che si potesse vivere anche senza manicomi?
Basaglia insegna… che l’impossibile può diventare possibile.
Da leggere questo libro, giustamente si spiega, come manuale di resistenza. Di
resistenza ai dubbi, alle paure, alle oscillazioni, che investono anche chi il
pensiero dell’abolizione delle prigioni pure riesce a sfiorarlo. Eppure… “Molti
sono già arrivati alla conclusione che la pena di morte è una forma antiquata
di punizione che viola i principi basilari dei diritti umani. Penso che sia
venuto il momento di incoraggiare un dibattito analogo sul carcere”. Parola di
Angela Davis.
E coraggio, allora. Provate a immaginare l’impossibile. Provate a immaginare il
nostro mondo virare in panorami urbani liberi da quelle asfittiche scatole di
ferro e cemento, in panorami dell’anima ripuliti da tanta insensata, dolorosa,
violenta costrizione. E’ davvero così difficile?
“Un grande giurista partenopeo Gaetano Filangieri, nella
seconda metà del 1700, nel suo capolavoro “La scienza della Legislazione”
dedica un libro alla formazione dell’individuo, alla sua educazione e pone il
problema fondamentale della educazione alla cultura e all’alto sapere
filosofico-scientifico di ogni creatura umana. Ma Filangieri si pone un grande
assioma dai grandi risvolti di natura etica-morale. La “Felicità” non può
essere un fatto privato o famigliare ma deve essere “collettiva”: come posso,
scrive Filangieri, essere felice quando intorno a me c’è fame, emarginazione e
miseria? E poi nella corrispondenza con i colleghi illuministi francesi che
preparavano la rivoluzione del 1789 li ammoniva che abbattendo necessariamente
la società feudale da secoli oppressiva e schiavista non si sostituisca una
organizzazione sociale altrettanto sperequativa, l’egemonia del denaro. Fu
grande profeta il Filangieri. Morì troppo giovane a soli 35 anni per patologie
polmonari. Veniamo ora all’articolo di Francesca de Carolis, a proposito del
saggio di Angela Davis, che ci invita a pensare e p5rogettare un mondo senza
prigioni… Voltaire, che Cacciari ha definito
impropriamente un po’ superficialotto, a proposito di carcere scrisse che la
qualità della democrazia di uno Stato si misura dalla qualità del sistema giudiziario
e dalle condizioni in cui versano le carceri. Prendo spunto da un grande
giurista contemporaneo di respiro internazionale, Luigi Ferrajoli, autore tra
l’altro di “Diritto e ragione, teoria del garantismo penale”, che ha usato per
primo dentro il paradigma del diritto, che oggi si è costruito e si alimenta un
sistema economico-finanziario che determina i CRIMINI DI SISTEMA, e oggi le
nostre carceri sono popolate dalle vittime dei crimini di sistema! E allora
come giustifichiamo oggi tutto questo? Come pensiamo di conciliare per esempio
la nostra Costituzione con i CRIMINI DI SISTEMA? Ma andiamo al nucleo centrale
dello scritto di Francesca, a proposito del saggio della Davis ABOLIRE IL
CARCERE?…. Gianpiero Pierotti fa presente giustamente che abbattendo le
sperequazioni sociali le carceri si svuoteranno. Ma oggi innanzi a spaventose
sperequazioni sociali mai prima verificatosi, come riorganizzare le società, i
membri e gli appartenenti degli Stati? In questi ultimi decenni abbiamo
assistito a radicali cambiamenti strutturali che hanno modificato l’essenza
degli Stati. Pensiamo in modo particolare alla svendita e svuotamento nella sua
essenza costitutiva per esempio del nostro Stato. Iniziando dagli anni ’90 si
sono svenduti a privati a prezzo di stralcio l’Ina-l’Eni-l’Enel-L’Iri, si è
privatizzata la Banca d’Italia, la Banca Nazionale del Lavoro, tutte le
maggiori Banche sono state privatizzate, cosi gran parte del sistema sanitario,
come le strutture scolastiche. La finanza e i grandi gruppi nazionali e internazionali
gestiscono, condizionano di fatto i parlamenti e i governi compreso il nostro.
Questi sono i grandi problemi che oggi abbiamo innanzi. Insormontabili?
Irreversibili? Salvatore Veca in un suo saggio del 1982 sulla giustizia inizia
cosi: Vi sono almeno due modi principali per affrontare il ricorrente problema
della giustizia, essi dipendono da due modi alternativi di concettualizzare la
società. Storicamente, le due versioni si distribuiscono nel tempo in fasi
alterne configurando uno spazio permanente di tensione e conflitto o una sorta
di controversia interminabile, come spesso accade alle nostre rivali
interpretazioni del mondo. Concettualmente, l’opposizione riguarda quello che
si potrebbe definire un approccio olistico e quello che si potrebbe
corrispondentemente definire un approccio individualistico alla società. Una
ulteriore definizione potrebbe contrapporre uno schema della società in termini
di fatti sociali e leggi a uno in termini di azione sociale e regole. Nel primo
caso (approccio olistico in termini di fatti sociali e leggi ) la giustizia di
una società è considerata, per dir cosi, assumendo la società come un tutto,
indipendentemente dalla valutazione degli individui che la compongono. Nel
secondo ( approccio individualistico in termini di azione sociale e regole ) la
giustizia di una società è considerata in modo dipendente e coerente con la
valutazione degli individui che la compongono. Ecco quindi l’urgenza di
ripensare radicalmente il concetto di cosa si intende oggi per diritto nel
nostro paese. Come rifondare oggi lo Stato di diritto soprattutto, e riscrivere
gran parte dei codici penale e civile adattandoli alle radicali mutazioni
avvenute sopra citate. Soprattutto sfoltendo un foresta, un ginepraio di testi
e paradigmi giuridici oramai del tutto inutili. Ma la giustizia concreta
effettuale si determina nella società, di come la struttura sociale disponga di
elementi di reale democrazia economica. Avendo la lucida consapevolezza che il
sistema economico-finanziario va in tutt’altra direzione, e che le
sperequazioni sociali determinate e le risorse sono in mano di un numero di
persone sempre più esiguo. Come rimediare? Il lavoro è immane. Per riportare un
equilibrio economico, mancando di fatto di uno Stato, essendo stato criminalmente
svenduto, doppiamo tenere presente questo. Io ritengo e non voglio sconfinare
in utopie irrealizzabili, che occorra costruire nei prossimi anni nuovi
paradigmi culturali quanto giuridici, per andare oltre il carcere, rendere
inutile il carcere, superare definitivamente il concetto di espiazione in
condizioni di ristretti. Fondamentale per raggiungere questo obbiettivo è
l’applicazione finalmente della Costituzione nei suoi pilastri costitutivi.
Riportare lo Stato democratico moderno garantista alla sua funzione strategica
come concepito dai padri Fondatori, in termini economici e culturali, ai fini
di assicurare e determinare le condizione di equità e di giustizia sociale.
Spetta a noi cittadini applicare la Costituzione, e costruire da molte macerie
attuali lo Stato di diritto che deve essere presente in tutte le pieghe della
società affinché più nessuno cada in tragedia, e abbia consentito una vita
giusta e dignitosa. Solo cosi aboliremo definitivamente le carceri e il
business rappresentato dalla gestione del Reato. da qui
Il carcere è solo un inferno per poveri e emarginati:
aboliamo la galera – Livio Ferrari
Sono
trascorsi 10 anni da quando Massimo Pavarini e io
abbiamo scritto il manifesto “No Prison”, venti
punti per affermare un’idea di pace e riconciliazione che
riduca il più possibile il dolore e la sofferenza, in tanti casi la morte,
delle persone che hanno commesso reati e una fondamentale attenzione alle
vittime. Il bollettino dei disastri che questi luoghi producono nel nostro
Paese è all’attenzione di tutti, una scia di sangue che di anno in anno non si
arresta, mentre è urgente intervenire con scelte che riportino la legalità anche
nelle città recluse. Nel 2022 sono state 84 le
persone che si sono suicidate e 190 i morti
nelle carceri italiane, oltre alle migliaia di atti
di autolesionismo e le innumerevoli violenze, una
fotografia di guerra per luoghi che dovrebbero essere garantiti dai diritti in
uno Stato democratico.
La storia
del carcere è percorsa da una irrisolta ambiguità tra la volontà
di rinchiudere i soggetti che delinquono e quella di rieducarli per il reinserimento, e
in questa dicotomia c’è un inganno di fondo determinato dal fatto che il contenitore
carcere ammassa sempre e ovunque donne e uomini deboli, infatti è
nato per rinchiudervi i poveri e per loro è rimasto anche ai giorni nostri, e
sui poveri si può speculare impunemente senza pericolo di contrapposizioni,
perché le prigioni sono popolate da persone senza risorse economiche e poche
culturali. L’ideologia politicadelle pene non
si ferma più solo al punire le persone in seguito a un reato ma di
gestire gruppi sociali in ragione del rischio
criminale. In effetti, attraverso il diritto penale si perseguono
finalità politiche di controllo sociale che tendono a criminalizzare anche
soggetti che vivono nella marginalità, nei cui confronti è assente una
richiesta sociale di censura, e che il potere invece
addita come nemici pur se non necessitano del ricorso all’istituto
della pena per essere controllati.
Attenzione
perché se il sistema penale pone fra i suoi
obiettivi quello della difesa sociale, per avviarsi sulla strada della
incapacitazione di soggetti appartenenti a frange avvertite come pericolose, si
colloca in un ambito improprio che è quello di polizia, fuori da un contesto
proprio di uno Stato di diritto e fuori dalla Costituzione. La
maggioranza delle persone recluse sono giovani, immigrati e tossicodipendenti soprattutto,
provenienti da strati sociali deboli e marginalizzati, quasi sempre coinvolti
in economie e mercati illegali in ruoli subalterni, autori di delitti predatori
o di criminalità opportunista, cosa che rende e purtroppo questa tendenza di
aumento della carcerizzazione continuerà, in quanto il percorso è ben visibile
e tracciato e porta alle minoranze razziali, etniche, culturali,
sociali ed economiche segnate da stili
di vita ai margini della legalità e
irrimediabilmente perse a ogni speranza realistica di inclusione, nella logica
militare di: “più prigionieri faccio, da meno nemici dovrò guardarmi”.
Il carcere è
solo l’anello finale di una catena giudiziaria che è mera vendetta
di uno Stato che applica ancora la legge del taglione, l’odio
istituzionalizzato, e non ha cura né del reo e nemmeno della vittima. La genesi
è nelle aule del tribunale dove poveri e stranieri, spesso la stessa persona,
sono condannati in ragione di una mancanza di reale difesa, mentre il termine
giustizia si coniugherebbe veramente al suo più alto livello se il magistrato
uscisse dalla recita inquisitoria e avesse interesse del presunto reo, nella
sua unicità, cosciente che la vita è breve e che dall’errore può arrivare il
cambiamento. La prigioneumilia, annulla,
stigmatizza e impone il dolore, la sofferenza, è crudeltà, crea
e aumenta la pericolosità di tutti coloro che vi transitano, che diventano a
loro volta moltiplicatori irreversibili e potenziali della violenza ricevuta.
Il carcere è considerato un male necessario, nella mancanza di coscienza e
conoscenza in generale, senza sapere che provoca più problemi di quanti ne
risolve. Sembra non possa esserci alternativa a esso, mentre l’unica soluzione
possibile è l’abolizione delle prigioni che non è
un’utopia.
Non vi è
alcun motivo di credere che lo spettro della prigione ridurrà la criminalità, è
pertanto assurdo ritardare la ricerca di una soluzione di non carcere. È
possibile vivere in un mondo migliore, con un’esecuzione della condanna che sia
rispettosa dei diritti dei condannati; invece di reprimere è più utile, sicuro
e degno investire in politiche pubbliche per ridurre le diseguaglianze sociali.
Ma è necessario buona volontà e un atto rivoluzionario per eliminare le prigioni
di Stato con le loro torture. Cito dal nostro Manifesto: “Credere e praticare
oggi una volontà abolizionista del carcere è irrealistico quanto nel passato lo
fu invocare l’abolizione della tortura e della pena di morte”.