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venerdì 20 dicembre 2024

“Scarsa attrattività del welfare familiare italiano”: ecco perché i 30enni che vivono all’estero non vogliono tornare – Il rapporto - Sara Tirrito

 

La “scarsa attrattività del welfare familiare italiano” è tra le cause principali del mancato ritorno dei trentenni italiani che vivono all’estero. Lo certifica il Rapporto italiani nel mondo 2023 redatto annualmente dalla Fondazione Migrantes, che conta sei milioni di expat registrati all’inizio di quest’anno. Si scappa soprattutto dal Sud e per ragioni di realizzazione personale. In crescita le partenze femminili, il doppio rispetto al 2006. Le italiane che rientrano tornano in prevalenza in Trentino-Alto Adige, dove tra l’altro i servizi per le famiglie sono migliori e il tasso di natalità è superiore alla media nazionale. A preoccupare è proprio il trend legato alla denatalità. La fascia dei 30-40enni è quella che potrebbe contribuire in modo decisivo alla crescita economica e demografica dell’Italia, ma in quell’intervallo anagrafico si osserva un calo dei rimpatri del 10% rispetto agli anni precedenti. Tra le ragioni principali per il mancato ritorno ci sono i sostegni, scarsi, offerti dal nostro Paese per chi mette su famiglia: dalle agevolazioni fiscali ai servizi legati al welfare, che sembrano incidere di più nella scelta di restare all’estero.

Welfare familiare come causa dei mancati rientri  Per la fondazione Migrantes, l’Italia ha maggiori difficoltà a fare ritornare gli expat con un’età compresa fra i 30 e i 40 anni. Si tratta di una fascia in cui la presenza di figli minori può rendere più complicata la mobilità ed è per questo che i servizi per le famiglie costituiscono da sempre un grande incentivo al rimpatrio. La “scarsa attrattività del welfare familiare italiano” recente ha però “mitigato il successo osservato in termini di aumento dei rientri”, si legge nel rapporto. Il dato, secondo la fondazione, va letto soprattutto in relazione all’attuale trend demografico in discesa.

E diventa allarmante se si considera che secondo l’Istat porterà nel 2042 solo una famiglia su 4 ad avere figli. Nell’ultima manovra di bilancio, il governo Meloni ha introdotto una decontribuzione per le madri e incrementato il fondo per gli asili nido. Ma si tratta di misure temporanee e riservate a chi ha almeno due bambini a carico, che non potranno incidere in modo strutturale sul calo delle nascite. Tutto questo non potrà che scoraggiare ulteriormente chi pensava di tornare. A supporto delle sue rilevazioni, la fondazione Migrantes ha inserito nel dossier, di oltre 500 pagine, il sondaggio del gruppo Controesodo, una community di professionisti che dal 2015 monitora le condizioni di rimpatrio. Già alla fine del 2022, il 41% degli intervistati (oltre un migliaio) ha risposto che per attrarre di più il “capitale umano” sarebbero state necessarie maggiori agevolazioni per le famiglie con figli. In secondo luogo l’aumento degli stipendi e il miglioramento di welfare a sostegno della famiglia (per il 37,7% del campione). Per tutti, spinta al ritorno sono state finora le detrazioni fiscali per il rientro dei cervelli, che però Meloni ha deciso di tagliare. Secondo la fondazione Migrantes, invece, “sarebbe importante provare a invertire” il calo dei rientri di 30-40enni, con misure ad hoc. Il report lo suggerisce, anche “considerando che una delle sfide maggiori per l’Italia è quella della denatalità e dell’inverno demografico e che la fascia dei trentenni è quella che incide di più al livello demografico ed economico”.

Sei milioni di italiani fuggiti all’estero – Gli iscritti all’anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) al primo gennaio 2023 sono 5.933.418. Si tratta perlopiù di persone provenienti dal Sud (il 46, 5%), in minoranza dal Centro Italia (15,8%) e per il 37,8% dal Nord. Tuttavia nel rapporto si osserva una metamorfosi recente. Se fino a vent’anni fa a emigrare erano ancora persone di origine meridionale che cercavano fortuna Oltreoceano e portavano con sé la famiglia, oggi “la mobilità è caratterizzata da partenze dalle regioni del Centro-Nord dopo, nella maggior parte dei casi, un periodo meno lungo di mobilità interna Sud-Nord”. La terra da cui si fugge di più è la Sicilia, che registra 815mila residenti scappati oltre i confini nazionali al gennaio 2023. Seguono Lombardia, Campania, Veneto e Lazio. Meta prediletta: l’Europa.

A cambiare è anche il volto di chi va via. I residenti all’estero sono mediamente più istruiti e in prevalenza più giovani, hanno tra i 35 e i 49 anni. Rispetto al passato, aumentano le donne in fuga, raddoppiate rispetto al 2006. Sono oltre 2,8 milioni, e costituiscono il 48,2% del totale. Motore della partenza, per tutti, non è più la volontà di “sfuggire da situazioni di fragilità economica e occupazionale – dice il report – ma il desiderio di rivalsa e crescita”. Secondo la fondazione Migrantes,questa è “l’Italia che continua a crescere fuori dall’Italia”.

Il monito su chi torna al Sud – I dati dei rimpatriati sono calcolati sul 2021, in base alle iscrizioni anagrafiche dall’estero. Nel 2021 hanno fatto ritorno 75mila italiani. Sono per lo più uomini (55,8%), nella maggior parte dei casi con un titolo di studio inferiore al diploma. Soltanto il 24% di chi rientra ha una laurea o un titolo superiore. Il 25,6% dei professionisti maschili che ritorna ha oltre 50 anni. Si dirige soprattutto verso la Lombardia, il Lazio, la Sicilia e il Veneto. Il Tentino-Alto Adige, dove il welfare familiare funziona e la natalità è del 30% superiore della media nazionale, è l’unica regione in cui le donne che rimpatriano sono più degli uomini. La tendenza però è tornare più verso il Sud che verso il Nord. In particolare, nell’ordine, si preferiscono Campania, Puglia e Sicilia. Anche su questo dato invita a riflettere il report. Per Migrantes, ad agevolare i rimpatri è in parte lo smart working introdotto dopo il Covid, ma sono soprattutto le misure del dl Crescita 2019, che favorivano l’attrazione di professionisti al Sud. “La leva fiscale si conferma un fattore determinante (…) A nostra memoria – scrive la fondazione – non è facile ricordare altre misure di politica economica che siano state in grado a costo zero di attrarre capitale umano qualificato nel Mezzogiorno”.

da qui

martedì 21 marzo 2023

fuga dei cervelli

IL FURTO DEI CERVELLI - come gli USA fanno gli innovativi col c**o degli altri - Giuliano Marrucci


Esportiamo laureati e importiamo braccianti: così vince la minoranza dei ricchi che sperpera - Ferdinando Boero

 

Nel corso della mia carriera cinquantennale di studente prima, e di docente universitario poi, ho assistito a molte riforme, ognuna peggio della precedente, attuate in base a logiche bislacche.

I laureati sono pochi, rispetto a quelli di altri paesi avanzati! Soluzione: numero chiuso per limitare gli studenti universitari.

I nostri laureati non seguono percorsi di formazione che trovano riscontro nell’offerta lavorativa e non sono competitivi! Risposta del mercato: a decine di migliaia i nostri laureati emigrano verso paesi che sanno che farsene di loro, e che li pagano in modo molto diverso dalle offerte italiche. Se gli altri paesi li prendono, significa che la loro formazione è adeguata alle richieste lavorative. Se noi non li sappiamo assorbire e li paghiamo poco è colpa loro, della loro formazione? Direi di no, visto che all’estero li assorbono e li pagano. I sistemi produttivi italiani non hanno bisogno di laureati o, se ne hanno bisogno, non sono disposti a pagarli adeguatamente.

Il valore di una cosa è determinato dalla volontà di pagare per essa da parte di chi la vuole; se la volontà di pagare è scarsa, si attribuisce scarso valore a quel che si chiede. Se offro 10 per qualcosa, e un altro offre 30, viene soddisfatto chi offre 30: le aste funzionano così.

Pare che ogni laureato costi allo stato circa 250mila euro. I laureati che emigrano, però, non sono “venduti” ai paesi che li “usano”: sono regalati. Anzi, entrano in sistemi produttivi che competono con i nostri: al costo della loro formazione dobbiamo aggiungere le perdite economiche dovute a scarsa competitività rispetto a paesi che usano manodopera qualificata (quella prodotta da noi).

A questo punto la logica governativa (di tutti i governi) diventa chiara: perché spendere tutti questi soldi per produrre laureati che non utilizziamo e che gli altri si prendono senza pagare? Tanto vale smettere di produrne. Ora è chiara la logica del numero chiuso, delle riduzioni dell’organico, della diminuzione di investimenti in ricerca e formazione. Si comincia con le elementari: le ho fatte negli anni Cinquanta. Eravamo trenta per classe, c’era il baby boom. Oggi c’è denatalità (tutti se ne lamentano) ma le classi sono sempre di trenta alunni. Se il numero di alunni diminuisce, si accorpano le classi. In modo da spender meno in stipendi dei docenti (stipendi miseri rispetto agli altri paesi) e in edilizia scolastica. La burocratizzazione della funzione docente mortifica ulteriormente chi insegna, già umiliato dall’ammontare dello stipendio.

Di che ha bisogno l’Italia? Ce lo dice il ministro Lollobrigida: 500mila extracomunitari da utilizzare nei campi come braccianti. Esportiamo laureati e importiamo braccianti. I giovani fannulloni non hanno voglia di spaccarsi la schiena in campagna, vogliono laurearsi e avere giusti riconoscimenti per il loro valore. Scandalo!!!! Il bello è che all’estero i riconoscimenti li trovano. Magari i raccomandati con lauree taroccate restano qui: una chiave inglese nell’ingranaggio. Non contenti di importare schiavi, i nostri sistemi produttivi delocalizzano le fabbriche in paesi dove la manodopera costa poco e non ci sono leggi severe sulla tutela dell’ambiente e della salute umana: la disoccupazione aumenta. Quello che non si può delocalizzare (la produzione di cibo) viene prodotto con manodopera a basso costo, a volte proprio con gli schiavi.

Risultato: qualcuno diventa ricchissimo (gli extraprofitti), ma in media la popolazione si impoverisce. Il piccolo commercio chiude, aprono i discount, i negozi di cineserie, e fiorisce il commercio online che, spesso, si vale di manodopera sottopagata, come i riders. Le città senza negozi sono deserti sociali, ce ne lamentiamo, ma poi compriamo in rete.

Noi siamo rassegnati ad essere il paese con i salari più bassi d’Europa, i francesi mettono a soqquadro il paese per un aumento dell’età pensionabile che noi abbiamo “assorbito” e in misura maggiore, senza battere ciglio, a parte qualche lacrima di Fornero e gli esodati sul lastrico.

Mi viene da fare Meloni, adesso: siete stati al governo per decenni, come mai non avete fatto queste cose quando avreste potuto? Già, come mai? Il vecchio detto chiede: a chi giova? Chi ha tratto vantaggi da queste politiche scellerate? Ovvio: quelli che hanno incamerato profitti stratosferici. E chi ne è stato danneggiato? Ovvio: quelli che si sono impoveriti o che sono scappati dal paese. Soprattutto i giovani. Se in democrazia vince la maggioranza, in teoria dovrebbero vincere gli interessi della porzione più numerosa del paese. E invece vincono gli interessi della minoranza (che si arricchisce), contro gli interessi della maggioranza (che si impoverisce e che emigra): una democrazia irrazionale. In effetti il partito che avrebbe la maggioranza è quello dei non votanti: gli elettori sono rassegnati a non essere rappresentati. La minoranza vince, il paese si impoverisce e esporta il suo migliore capitale umano.

Conoscete un partito che si faccia carico di tutto questo? Io no. Qualcuno ha provato a lenire i disagi dei più poveri, ma ha regalato pesci e non canne da pesca. Ci sarebbe bisogno di un new deal, magari di una transizione ecologica che costerebbe centinaia di miliardi. Ah, ci sono? Temo che saranno sperperati, come i nostri giovani.

da qui


mercoledì 28 dicembre 2022

Fuga di cervelli e rankings delle università: c’è un paradosso?


Segnaliamo l’articolo di Caterina La Porta  e Stefano Zapperi pubblicato su Nature lo scorso 4 dicembre (qui per una versione in Italiano). I due ricercatori  guardano al sistema universitario italiano non dal punto di vista delle  classifiche accademiche, che come noto dipingono un quadro desolante delle università italiane ma che sono anche soggette a critiche metodologiche sulla loro compilazione nonché a bias di vario tipo,  ma considerano i i dati sulle assunzioni di docenti negli Stati Uniti. In effetti, i risultati di questo studio potrebbero apparire paradossali: come è possibile che le università italiane tanto indietro nei rankings formano tanti scienziati che vengono assunti nelle migliori università americane?

Gli autori hanno dunque analizzato pubblicato un interessante studio statistico sulla struttura e la dinamica delle assunzioni di docenti nelle università statunitensi recentemente pubblicato da Nature. L’analisi è basata su un ampio set di dati che comprende informazioni sulla formazione dottorale dei docenti tenure-track assunti da tutte le università statunitensi che concedono dottorati negli anni 2011-2020. I due autori scrivono 

 

Abbiamo scoperto che quasi 3.000 docenti assunti negli Stati Uniti nell’arco di tempo considerato hanno conseguito il dottorato in Italia. Questo numero è sorprendente, soprattutto se confrontato con i 7.384 ricercatori tenure-track assunti in Italia nello stesso periodo. La situazione dei ricercatori in Italia è sempre stata piuttosto complessa, con periodi di reclutamento seguiti da anni senza posti vacanti. I posti di ricercatore tenure-track sono stati istituiti nel 2010, ma sono entrati effettivamente in vigore solo nel 2013. Prima di questa data, l’Italia offriva poche opportunità ai giovani ricercatori. Dopo l’introduzione delle posizioni tenure-track, il numero di nuove posizioni per i ricercatori è cresciuto e ora si aggira intorno alle 1.000 unità all’ anno. Si tratta di un numero esiguo se confrontato con i circa 10.000 dottori di ricerca che si laureano ogni anno, considerando anche l’arretrato dovuto dal blocco delle assunzioni. Questo spiega perché molti dottori di ricerca italiani cercano opportunità all’estero.

Alla luce di questa situazione:

Abbiamo quindi deciso di studiare i dati in modo più dettagliato. In primo luogo, abbiamo analizzato i settori scientifici che erano sovra-rappresentati e sotto-rappresentati tra gli assunti con dottorato ottenuto in Italia , rispetto a quanto ci saremmo aspettati in base alla quota complessiva di dottori di ricerca italiani assunti dalle università statunitensi….

 

le materie STEM come la fisica, la biologia e l’ingegneria sono generalmente sovrarappresentate, mentre le materie umanistiche come la storia e la sociologia, ad eccezione degli studi classici, sono generalmente sottorappresentate. Abbiamo poi esaminato le università italiane in cui si sono formati questi docenti assunti negli Stati Uniti….

La Sapienza si classifica al primo posto con più di 400 docenti, seguita dall’Università di Milano con più di 300. L’Università di Napoli ha fornito 143 docenti alle università statunitensi e la Scuola Normale Superiore 115. L’elenco delle università statunitensi che hanno assunto docenti italiani formati è guidato da università prestigiose come la Columbia University, la Weill Cornell e la Harvard University.

Per esaminare in modo più quantitativo la posizione delle università che assumono docenti formati in Italia, abbiamo considerato il punteggio di “prestigio” assegnato a ciascun dipartimento universitario statunitense dallo studio di Nature.

Abbiamo scoperto che il 35% dei docenti formati nelle università italiane è stato assunto da dipartimenti statunitensi appartenenti al primo 25% in termini di prestigio. Questa percentuale è del 35% per la Sapienza, del 32% per l’Università di Milano, del 36% per l’Università di Napoli e del 54% per i laureati della Scuola Normale Superiore.

 

È interessante confrontare questi valori con quelli ottenuti per le università statunitensi classificate allo stesso livello dai principali ranking accademici: è l’11% per la Texas A&M, il 15% per la University of Utah e la North Carolina State University, il 7% per la University of Southern Florida e l’8% per la University of Alaska.

La conclusione di questo studio è amara:

Non vogliamo suggerire che non ci sia nulla da migliorare nel sistema accademico italiano, le cui carenze sono ampiamente note. L’Italia ha problemi strutturali legati alla mancanza di opportunità per i giovani ricercatori e al fatto che i finanziamenti per la ricerca e gli stipendi dei docenti sono relativamente bassi rispetto ad altri Paesi. L’Italia non sembra in grado di capitalizzare il grande potenziale costituito dalle persone che forma. I dati dicono però che la qualità della formazione e della ricerca in molte materie, soprattutto quelle STEM, rimane alta. Dovremmo continuare a puntare sul mantenimento della qualità, e magari imparare un’abilità in cui le istituzioni accademiche statunitensi eccellono: l’autopromozione.

da qui

martedì 19 aprile 2022

La fuga dei cervelli italiani

L’assoluta incapacità, o meglio la non volontà, di agire per il bene comune è sotto gli occhi di tutti, in tutti gli ambiti nazionali, in Italia (e non solo) dall’università all’energia, per fare due soli esempi.

La volontà di privatizzare tutto, dalla sanità ai settori strategici, è assolutamente chiaro, con l’accordo di tutti i rappresentanti del popolo (scusate, delle segreterie dei partiti) nei parlamenti nazionali e regionali, grazie anche a una legge elettorale non proporzionale.

Provo a spiegare come e perché i nostri governanti degli ultimi trent’anni hanno svenduto il patrimonio economico e culturale pubblico (da qui).

Da anni, troppi anni, e in modo crescente, le statistiche segnalano una enorme “fuga di cervelli” (e non solo). In molti conosciamo ragazzi e ragazze che sono andati fuori dall’Italia.

Se i Paesi sottosviluppati sono quelli che si impoveriscono in misura massiccia dei giovani formati all’interno allora l’Italia si avvicina ai Paesi del sud del mondo (da qui), rapinati dai Paesi “sviluppati”.

Sarà necessario – ma quando? – un Tribunale dei Popoli per giudicare chi ha creato le condizioni perché succedesse questo.

Faccio l’esempio dei medici.

Da anni esiste il numero chiuso per le iscrizioni nelle facoltà di medicina (e non solo) in Italia. È uno strumento stupido, che non serve a fornire i medici necessari per il sistema sanitario pubblico nazionale, e allo stesso tempo permette, a chi non riesce a vincere la lotteria del numero chiuso, di studiare medicina in Romania, in Bulgaria, in Albania eccetera. In più dopo che all’Università pubblica italiana la formazione di un laureato in medicina costa almeno 150000 euro (da qui).

Come sa chi segue lo sport le squadre hanno un vivaio, cioè allevano i giovani giocatori e poi, dopo anni di formazione, li cedono, a volte, ad altre squadre ma in cambio di soldi; tutti capiscono che chi fa crescere qualcuno ha diritto a una ricompensa, così funziona anche nell’agricoltura e nell’allevamento: il principio è chiaro.

Un tribunale dei popoli dovrebbe condannare i governanti italiani (l’Italia fa parte del Sud del mondo a pieno diritto, ormai, visti i numeri dell’esodo dei giovani italiani) almeno per “danno all’Erario“, con pene severissime.

A qualcuno di voi sembra normale cedere qualcuno che è costato almeno 150000 euro in cambio di niente?

Provate a pensare che la “scuola” pubblica, dalle elementari all’università, forma i medici e poi li “cede” gratis a tutti.

Quando un medico italiano va a lavorare in Qatar perché le “autorità” italiane cedono una “risorsa umana” costata decine di migliaia di euro per niente? Forse il Qatar cede per niente le risorse del suo territorio, petrolio a esempio?

Lo stesso ragionamento dovrebbe farsi quando un medico inizia a lavorare in Italia, se la struttura è pubblica è una semplice partita di giro, la Sanità Pubblica utilizza “risorse umane” formate dalla Scuola e da Università Pubbliche. Ma un discorso simile a quello esemplificato per il Qatar sarebbe necessario nel caso in cui un medico iniziasse a lavorare presso una struttura privata, in Italia (in Italia esistono ospedali privati finanziati con risorse pubbliche, naturalmente, anche di proprietà del Qatar, lo sapevate?).

È un danno all’erario cedere una “risorsa pubblica” a un privato, senza recuperare almeno i costi che lo Stato italiano ha sostenuto?

Come succede troppo spesso in Italia nessuno ricorda alle imprese private che i loro profitti (privatissimi) esistono solo perché nessuno le costringe a contabilizzare i costi sostenuti dal settore Pubblico.

È il mercato, dicono mentendo sapendo di mentire.

Proviamo a fare il discorso per i medici anche per infermieri, architetti, ingegneri, camerieri, cuochi, ecc. ecc., che si sono formati in Italia. La finanza pubblica ha sostenuto i costi e poi i privati, in Italia o all’estero, raccolgono i  benefici del lavoro di quei lavoratori italiani (e di tutto il sud del mondo).

Sembrano piccole cose, finché non ci si ferma a pensare.

Insisto: i pessimi amministratori che hanno (s)governato l’Italia e ciascuna Regione andrebbero processati da qualche tribunale dei popoli almeno per danni all’erario. Infatti se si fossero recuperati i soldi spesi per la formazione degli espatriati (spesso contro la loro volontà) si sarebbe potuta finanziare la ricerca, oltrechè rendere gratuite le scuole, università compresa.

Per le numerose centinaia di migliaia di lavoratori che sono emigrati (che hanno dovuto emigrare) nessuno, tranne le loro famiglie e i loro amici, dice qualcosa. Per le decine di migliaia di migranti che arrivano in Italia (per andare spesso in altri Paesi europeì) si fa la guerra con tutti i partiti in Parlamento a urlare contro quei poveri cristi che arrivano rischiando la vita, e persino facendo la guerra alle ONG che li salvano dalle onde.

Nella neolingua dell’odio tutti difendono i “sacri” confini dagli invasori, lasciando aperte le frontiere in uscita per impoverire il Paese di uomini e donne, giovani, in età da lavoro, in cambio di niente.

Il danno economico descritto è ben poca cosa rispetto ad altri tipi di danni che provo a spiegare.

Leggete qui altri numeri sull’emigrazione italiana recente.

  

Dei tanti temi collaterali ne affronto uno solo: l’Italia si sta spopolando da molti anni, paesi in estinzione, città composte per la maggior parte da anziani, la popolazione continua a diminuire. I bambini sono meno dei vecchi, i morti superano ogni anno (sempre di più) i nuovi nati eppure si chiudono le porte ai migranti e si mettono difficoltà mostruose ai ricongiungimenti familiari.

Il dramma è che le centinaia di migliaia di emigrati italiani, non solo impoveriscono l’Italia e arricchiscono i Paesi che se li prendono gratis, ma faranno i figli all’estero e molti non torneranno più, se non per le vacanze.

Si aggraverà il declino demografico, che non è equidistribuito, graverà moltissimo nelle aree interne e nelle regioni del centrosud e isole, come nei territori già deboli per altri motivi.

Tutto questo non avviene per caso e, se pure non fosse voluto, di sicuro non viene contrastato con politiche efficaci.