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lunedì 6 ottobre 2025

Gaza: la carne bianca e il genocidio invisibile

 

Un testo di Karim Franceschi (*) e la risposta di Adelinda Baumann. A seguire altri sguardi sul movimento con 6 link a “Comune.info”.

 

Testo di Karim:

Cento città italiane sono entrate in sciopero oggi.

I bambini di Gaza che muoiono di fame, gli ospedali ridotti in polvere, i corpi che continuano a essere estratti dalla terra, niente di tutto ciò è bastato a mobilitare la sinistra bianca.

Alcuni attivisti europei sulle barche vengono fermati e, per citare Joker, “beh, allora tutti perdono la testa!”

Quello è stato il punto di rottura.

Quando coloro che dovrebbero muoversi liberamente, i non identificati, i mobili, i titolari di diritti universali, vengono improvvisamente fermati, il sistema balbetta.

Non perché la giustizia sia stata violata.

Ma perché “non faceva parte del piano”.

Per mesi, Gaza è stata la zona di fissità. Lo spazio del localizzabile.

Sorvegliati, uccisi, affamati, accerchiati.

Le loro morti erano prevedibili. Accettabili.

Ma toccate coloro che viaggiano con il passaporto, che si presentano nel linguaggio della legge e della neutralità, e l’indignazione esplode.

Gli attivisti torneranno a casa. Parleranno di sconvolgimenti, resistenza, coraggio morale.

Sono stati nutriti, fotografati, accuditi.

E sullo sfondo, un genocidio continua, incorniciato ora non dai corpi che cancella,

ma dallo spettacolo di una deviazione nella mobilità bianca.

Funziona così:

L’urlo non si sente finché non echeggia attraverso una voce familiare.

Non quando i bambini muoiono di fame, ma quando agli europei viene detto “non potete passare”.

Non è empatia. È panico identitario.

Un tremore nel meccanismo di chi è autorizzato a muoversi e chi è destinato a rimanere e morire.

La flottiglia è stata brillante, non perché ha sfidato il potere, ma perché ha toccato un nervo scoperto.

Ha portato i corpi bianchi pericolosamente vicini ai campi di sterminio, la non-terra, il non-luogo, dove i bambini di colore vengono cancellati con precisione industriale.

La sola vicinanza della carne europea a una zona riservata all’infanticidio sistematico ha fatto venire i brividi lungo le schiene europee.

Ma era una farsa.

Nel momento in cui gli attivisti vengono nutriti, accuditi e riportati a casa, sani e salvi, l’illusione di un destino condiviso si infrange.

E cosa resta, allora?


Risposta di Adelinda:

Quello che dici è vero e non sei stato l’unico a farlo notare. Lo fecero notare già alcune giornaliste italiane (Leyla Belmoh e Giulia Paganelli tra le prime che ricordi) appena pronunciato il famoso discorso del portuense genovese, frase che poi divenne slogan da tutte le parti, e ricordo aver condiviso questo stesso pensiero. Certo è fortemente nichilista e certo, dopo anni di morte celebrale, leggere questa realtà ai bianchi, comodi, europei, fa male, motivo per cui scattano. E scattano come non mai. Chi non ha il privilegio del passaporto pass par tout lo sa; conosce bene la differenza di peso tra la vita di chi invece ha alle spalle una storia di cui non importa a nessuno.

Spero tu comunque sia in piazza.

Che questo non sia una distanza da chi si è svegliato oggi, e che una riflessione come questa – che invece é fondamentale – possa attraversare il ragionamento fino a far percepire e comprendere loro il privilegio che si vergognano ad ammettere.

I due testi sono ripresi dalla pagina facebook del centro sociale Arvultura di Senigallia.

(*)

https://www.labottegadelbarbieri.org/la-resistenza-curda-dopo-il-tradimento-americano

e

https://www.labottegadelbarbieri.org/ascoltando-karim-franceschi-partigiano-a-kobane/

 

da qui

mercoledì 7 settembre 2016

Ascoltando Karim Franceschi, partigiano a Kobane, aspettando la terza guerra mondiale


Nel 2015 Marina Cafè Noir aveva dedicato un incontro al Kurdistan e all’esperienza del Confederalismo Democratico nel Rojava, con Ezel Alcu, coordinato da  Tiziana Dal Pra, con la presenza di Zerocalcare, che ha visto, e scritto della sua esperienza della guerra nel Rojava.
Quest’anno c’e stato un incontro dal titolo Col Rojava e il Kurdistan nel cuore”, Karim Franceschi è stato intervistato da Marco Mathieu.
Il pubblico è stato attento e partecipe al racconto di Karim Franceschi.
In un’ora ha parlato di tanti argomenti, citando Davide Grosso, apparso qualche giorno fa sulla stampa, e solidarizzando con lui.
Ha spiegato come i curdi hanno fatto a resistere e a riconquistare Kobane. Semplicemente i curdi hanno degli ideali, hanno un sogno, invece i mercenari dell’Isis hanno un bello stipendio, sostenuti da Arabia Saudita e dagli emiri del Qatar (nostri alleati)
E in più i curdi hanno le donne, che combattono alla pari degli uomini, magari anche di più.
Quelli dell’Isis (e i loro finanziatori) temono il femminismo, l’uguaglianza, l’emancipazione, la democrazia, il socialismo, tutti concetti che si applicano nel Rojava.
Qui un’interpretazione dei motivi del massacro siriano.
Qui un articolo/intervista a Karim Franceschi su un quotidiano online di Cagliari.
Cito qualcosa che mi ha colpito del racconto di Karim:
al ritorno a casa ha ricevuto complimenti anche da persone di destra
l’importanza delle donne curde nella lotta contro l’Isis
la lotta dei curdi contro l’Isis è una lotta degli ideali di libertà, quella che conosciamo bene, contro gli invasori (ha a più riprese citato i partigiani italiani)
il pensiero agli amici e compagni di guerra che non ci sono più.

Provo a fare qualche parallelo:
La Spagna fra il 1936 e il 1936 fu terreno di “foreign fighters”* (qui), negli ultimi anni la Siria ha molti “foreign fighters” nel suo territorio.
Il 15 marzo del 1939 Hitler invade la Cecoslovacchia, a fine agosto Erdogan entra in Siria con i carrarmati a caccia di curdi.
Hitler ce l’aveva con gli ebrei (e la democrazia), Erdogan con i curdi (e la democrazia).
Hitler e Erdogan hanno molte altre cose in comune, l’odio per la stampa libera, le liste di proscrizione per chi non è d’accordo con loro, l’amore per le armi e la guerra, il disprezzo della democrazia, la straordinaria bravura nell'imporre ricatti.
Le grandi democrazie occidentali tacciono, e sono complici, con una straordinaria bravura nel subire ricatti.


ascoltando Karim Franceschi:






* I “foreign fighters” sono apparsi nella stampa e nel linguaggio ministeriale-burocratico con una accezione del tutto negativa, per quelli che andavano a combattere, da tutto il mondo con l’Isis, il male assoluto. Quando si è capito che dall’Europa e dagli Usa partivano volontari per combattere contro l’Isis, l’accezione negativa non è scomparsa.
Non bisogna andare lì, lasciamoli fare, vincerà il “migliore”.
Eppure abbiamo avuto un famoso “foreign fighter” italiano, di nome Giuseppe Garibaldi, come pure era un “foreign fighter” Ernesto Che Guevara.

Il problema non sono i "foreign fighters", nel mondo globalizzato (il migliore dei mondi possibili, ci dicono ogni minuto), è che bisogna vedere per cosa combattono.