Mentre l’Air Force One imbarcava i suoi amministratori delegati verso Pechino, un conto intestato al presidente degli Stati Uniti comprava e vendeva i titoli delle stesse società. I mercati hanno premiato l’evento, non il suo esito. È la radiografia di uno Stato che ha smesso di funzionare come una repubblica e ha cominciato a funzionare come un consiglio di amministrazione.
Il 13 maggio
2026, mentre le borse festeggiavano un titolo dopo l’altro, l’Air Force One
faceva uno scalo tecnico per imbarcare Jensen Huang, fondatore di Nvidia, e
portarlo a Pechino. Lo stesso giorno, l’Office of Government Ethics riceveva un
documento di oltre cento pagine: il rendiconto delle operazioni finanziarie compiute
nel primo trimestre dell’anno da un conto intestato a Donald J. Trump. Oltre
tremilasettecento movimenti. Le società i cui vertici volavano con lui erano,
quasi tutte, nel paniere.
Lo scalo di
Pechino
La scena ha
qualcosa di emblematico. L’aereo presidenziale che interrompe la rotta per
caricare a bordo, all’ultimo minuto, l’uomo che guida la società più
capitalizzata del pianeta. Attorno a lui una delegazione che riuniva i vertici
di Boeing, di Tesla, di Citigroup e di una dozzina di altri colossi. Bloomberg
ha annotato, con il pudore tecnico della stampa finanziaria, che i titoli di
quelle imprese salivano mentre i loro amministratori delegati erano ancora in
volo. Una coincidenza, si dirà. Le coincidenze, però, quando si ripetono e
hanno sempre lo stesso segno, smettono di essere tali e diventano un sistema.
Il documento
depositato all’ufficio etico del governo federale dà spessore documentale a
quella scena. Tra le voci elencate compare l’acquisto di azioni Nvidia per una
fascia compresa fra uno e cinque milioni di dollari, datato 10 febbraio 2026;
un acquisto precedente, del 6 gennaio, in una fascia fra cinquecentomila e un
milione, marcato nel modulo come unsolicited, non sollecitato. Lo
stesso 10 febbraio risulta l’acquisto di Boeing, anch’esso nella fascia più
alta. Sono le due imprese i cui uomini di vertice avrebbero poi attraversato il
Pacifico al fianco del presidente.
Clausewitz
scriveva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. La
formula è stata ripetuta tante volte da logorarsi. Eppure conserva una capacità
di rovesciamento: se la guerra prosegue la politica, e se questa oggi si misura
in capitalizzazione di mercato, allora l’affare diventa la continuazione della
diplomazia con altri mezzi. Lo scalo di Pechino non è un episodio di costume. È
il punto in cui la rappresentanza dello Stato e la posizione di portafoglio si
sovrappongono nello stesso individuo, nello stesso momento, nello stesso volo.
Tremilasettecento
operazioni: cosa dicono le carte
Il
rendiconto registra oltre tremilasettecento operazioni nel solo primo trimestre
del 2026, per un valore complessivo di decine di milioni di dollari,
riguardanti grandi società che intrattengono rapporti con l’amministrazione che
quel conto, formalmente, non dovrebbe toccare. Più di quaranta movimenti per
giorno lavorativo. Un operatore interpellato da Bloomberg ha parlato di una
mole che assomiglia più a quella di un fondo speculativo con negoziazione
algoritmica massiva che a un conto personale. Un altro, con quarant’anni di
mercato alle spalle, ha usato una parola sola: sconcertante. Non sono giudizi
militanti. Sono reazioni di tecnici davanti a un dato anomalo.
Il documento
non fornisce cifre puntuali. Indica fasce di valore: da uno a cinque milioni,
da cinquecentomila a un milione, e così a scendere. Chi scrive che il
presidente ha guadagnato una somma precisa inventa un dato che il modulo non
contiene. La fascia è il limite della certezza e la si rispetta.
C’è un
secondo elemento che il modulo registra e che va riferito con precisione,
perché è esattamente il punto su cui la difesa della Casa Bianca poggia. Molte
voci portano la dicitura unsolicited, non sollecitate; altre la
formula solicited order, discretion exercised, your broker acted as
agent, ordine sollecitato, discrezionalità esercitata, intermediario
agente. Il documento, in altre parole, distingue da sé fra operazioni decise
altrove e operazioni in cui una scelta è stata compiuta. Questa distinzione non
smonta l’inchiesta: ne sposta il bersaglio. Il problema non è stabilire la mano
che ha premuto il tasto. È la struttura che consente a quella mano di esistere.
I guadagni,
in cifre verificabili
La domanda
concreta è legittima: c’è stato un guadagno, e di quanto? Qui occorre tenere
insieme due fonti distinte e non confonderle. Il rendiconto dell’ufficio etico
dice cosa è stato comprato e quando, ma solo a fasce. I dati di mercato dicono
come si sono mossi quei titoli. Incrociandoli si ottiene una stima di direzione
e di ordine di grandezza, non una cifra esatta: e va detto così, senza
gonfiare.
Sul piano
delle singole società, il movimento legato alla delegazione è documentato. Alla
chiusura del 13 maggio, sull’annuncio della comitiva, Nvidia segnava un
progresso del 2,3 per cento, Tesla del 2,7, Boeing dell’1,6; Micron guadagnava
il 4,8 per cento, Qualcomm l’1,4. Nella seduta successiva Nvidia toccava un
massimo a 232,35 dollari, con un picco intragiornaliero oltre il 3 per cento,
mentre Boeing nel mese precedente era salita di circa l’8,8 per cento sulla
sola attesa della commessa cinese. Non sono cifre clamorose se prese una per
una. Diventano un’altra cosa se si considera che quelle posizioni erano state
aperte settimane prima, nei giorni in cui il modulo registra gli acquisti.
È su questo
che alcune piattaforme di analisi dei dati pubblici hanno costruito le proprie
stime: misurando la rivalutazione di ciascuna posizione dichiarata dal giorno
di acquisto indicato nel modulo. Su singoli titoli i numeri sono vistosi: una
posizione aperta su un produttore di hardware il 10 febbraio risultava
rivalutata di circa il 96 per cento; un’altra, su un semiconduttore, di una
percentuale a tre cifre dal 2 marzo. Vanno presi con la pinza che il dato
impone: la fascia dichiarata non dice la quantità esatta e la percentuale dipende
dal giorno di rilevazione. Ma l’ordine di grandezza, decine di milioni di
dollari di portafoglio esposti a società le cui sorti dipendono da decisioni
dell’esecutivo, non è in discussione. È scritto nel documento ufficiale.
Qui
interviene il fatto che rovescia la prospettiva, il più istruttivo di tutti. Il
vertice di Pechino, sul piano dei risultati, è stato deludente. L’unico accordo
rilevante annunciato è stato l’ordine Boeing; nessun progresso sulla vendita
dei semiconduttori Nvidia alla Cina, nonostante l’aggiunta teatrale di Huang
all’ultimo minuto. Nessun chip H200 è stato spedito ai compratori cinesi già
approvati, le esportazioni cinesi di terre rare restavano circa la metà dei
livelli precedenti, nessun documento firmato sulla governance dell’intelligenza
artificiale. Persino la commessa Boeing, ridotta a duecento velivoli, era meno
della metà dei cinquecento inizialmente ipotizzati. I mercati, dunque, non
hanno premiato un esito diplomatico, bensì premiato l’evento. La coreografia
della delegazione, l’annuncio, l’attesa. Il rialzo è arrivato prima del vertice
e sull’aspettativa, non dopo e sul risultato. È la prova, in negativo, che la
logica in azione non era quella di uno Stato che negozia un interesse
nazionale, ma quella di una società quotata che gestisce la propria narrazione
di mercato.
La risposta
alla domanda, allora, è doppia. Le compagnie hanno tratto un beneficio di
mercato misurabile dalla sola partecipazione alla scena, indipendentemente da
ciò che questa abbia prodotto. E un conto intestato al presidente era
posizionato, settimane prima, esattamente su quelle compagnie. Che questo si
traduca in un guadagno personale netto quantificabile, il documento non
permette di affermarlo con una cifra: consente di affermare, con certezza
documentale, che l’esposizione c’era, ingente, e che riguardava i soggetti
regolati da chi quel conto, formalmente, non dovrebbe muovere.
Il paniere è
una mappa del potere
Se si
dispongono i nomi delle società acquistate accanto alle decisioni prese dall’amministrazione
negli stessi mesi, il rendiconto smette di essere una lista contabile e diventa
una cartografia. Non casuale: orientata.
Nvidia è il
caso più nitido. Il governo federale controlla l’esportazione dei
semiconduttori avanzati verso i Paesi designati come avversari strategici, Cina
compresa. Il rendiconto colloca un acquisto di titoli Nvidia il 6 gennaio, a
ridosso dell’autorizzazione del Dipartimento del Commercio alla vendita di
alcuni chip al mercato cinese. Un secondo acquisto, più consistente, è datato
10 febbraio, in prossimità dell’annuncio di un grande accordo della stessa
Nvidia con un colosso dei social. La sequenza temporale è un fatto documentale.
La sua interpretazione è analisi e va detto con nettezza: nessun atto pubblico
prova che la decisione regolatoria sia stata presa in funzione del conto. Ma la
prossimità fra la mossa amministrativa e la posizione finanziaria è di quelle
che, in qualunque ordinamento attento al conflitto di interessi, basterebbero
ad aprire un procedimento.
Accanto a
Nvidia, il modulo elenca Palantir, la società di analisi algoritmica di Peter
Thiel, acquistata a più riprese mentre l’apparato federale espandeva la spesa
per la sorveglianza e per il controllo delle frontiere. Elenca BlackRock, il
più grande gestore patrimoniale del mondo; Blackstone; Goldman Sachs. Elenca
Boeing, le cui azioni si sarebbero mosse, mentre il presidente era a Pechino,
sull’annuncio di una commessa cinese. Sono i nodi dell’ecosistema dei
cosiddetti azionisti dell’apocalisse: gestione globale del capitale,
sorveglianza algoritmica, infrastruttura della sicurezza, industria
aerospaziale e della difesa. Non attori che eseguono una politica, ma che
costituiscono l’ambiente entro cui la politica si decide.
La prima
notizia del deposito è stata data da organizzazioni di giornalismo d’inchiesta
indipendenti, Sludge e NOTUS, prima ancora che le grandi agenzie ne traessero
le proprie ricostruzioni. È una nota a margine che merita di restare nel testo:
la catena documentale, qui, parte dal basso e risale, non viceversa.
«Tutto è in
un trust»: anatomia di una difesa
La replica
dell’amministrazione è stata costruita su tre linee, e va esaminata per quello
che è: un dispositivo di linguaggio prima ancora che un argomento giuridico.
La prima linea,
affidata al portavoce della Casa Bianca, è lapidaria: gli attivi del presidente
sono in un trust gestito dai suoi figli, non esistono
conflitti di interesse. La seconda, affidata al figlio Eric e al presidente
stesso in risposta a un’esponente del Senato, sposta l’accento sui fondi
indicizzati: si tratterebbe di panieri ampi, non di scelte di singoli titoli.
La terza è implicita e la più solida sul piano formale: nessuna norma vieta a
un presidente di detenere o negoziare titoli; gli si chiede soltanto di
dichiararli, ed è ciò che è stato fatto.
Le tre linee
reggono separatamente e si indeboliscono insieme. Il trust esiste,
ma è gestito dai figli, non da un fiduciario indipendente: è esattamente la
differenza fra un trust cieco e uno di famiglia, l’intero
punto. I predecessori avevano scelto la strada opposta. George H. W. Bush e
Bill Clinton affidarono i propri attivi a un trust cieco con
un supervisore terzo; Barack Obama e Joe Biden non negoziarono azioni durante
il mandato. Non si tratta di una raffinatezza procedurale. È il presidio che
separa chi decide sulle imprese da chi possiede le imprese. Quel presidio, qui,
non c’è.
Chomsky e
Herman hanno descritto come il consenso si fabbrichi non con la menzogna aperta
ma con la selezione di ciò che può essere detto e di come. La formula «nessun
conflitto di interessi», ripetuta come un’antifona, non descrive una realtà: la
istituisce performativamente, contando sul fatto che l’iterazione sostituisca
la verifica. Bourdieu lo chiamerebbe potere del linguaggio legittimo: la
capacità di neutralizzare ciò che si nomina nel momento stesso in cui lo si
pronuncia. Il fatto resta sotto la formula, intatto: il conto del sovrano si è
mosso sui titoli delle imprese che lui stesso regola.
Quando lo
Stato è un fondo speculativo
La questione
non è morale, o non solo. È strutturale.
Susan
Strange aveva chiamato potere strutturale la capacità di un attore di plasmare
le strutture stesse entro cui gli altri sono costretti a muoversi: chi disegna
il tavolo conta più di chi gioca la mano. Quando il conto del capo
dell’esecutivo opera dentro lo stesso mercato che le decisioni dell’esecutivo
muovono, il potere strutturale e quello politico cessano di essere distinti.
Non è un funzionario corrotto da un interesse esterno. È lo Stato che ha
interiorizzato la forma del fondo: detiene posizioni, le ribilancia, le
dichiara a fasce, e nel frattempo governa le variabili che ne determinano il
valore.
Giovanni
Arrighi leggeva la finanziarizzazione spinta come il segnale dell’autunno di un
ciclo egemonico: la potenza che non riesce più a guidare il mondo attraverso la
produzione lo fa attraverso il denaro, e in quel passaggio mostra non la forza
ma il proprio declino. Un conto presidenziale che assomiglia a un fondo
speculativo non è un’eccentricità individuale: è un sintomo collocabile in una
traiettoria storica. Naomi Klein aggiungerebbe che il disordine, lungi
dall’essere il problema, è diventato la condizione di profitto: ogni urto
regolatorio, gli annunci, le tensioni sono un’occasione per chi sta dalla parte
giusta del paniere. Il rendiconto, del resto, lo mostra in filigrana: accanto
ai singoli titoli ricorrono con regolarità i panieri settoriali sull’industria
della difesa e sull’energia, gli stessi comparti che prosperano quando il mondo
si fa instabile.
La guerra è
il prodotto, il caos è la materia prima non è una frase a effetto, ma
descrizione esatta di un meccanismo che le carte dell’ufficio etico, lette con
attenzione, lasciano vedere.
Amministrazione
di uno Stato o consiglio di amministrazione di una compagnia?
Resta la
domanda più inquietante. È ancora lecito chiamare «amministrazione» quella che
siede a Washington, o si descrive meglio la realtà chiamandola consiglio di
amministrazione di una grande compagnia che ha smesso di essere la guida di una
democrazia?
Max Weber
aveva fissato, un secolo fa, il criterio che distingue lo Stato moderno da ogni
forma di potere precedente: la separazione tra l’ufficio e chi lo ricopre. Nel
potere patrimoniale premoderno il sovrano non distingueva tra l’erario e la
propria cassa; nello Stato burocratico moderno quella distinzione è il
fondamento stesso della legittimità, perché garantisce che la carica serva la
funzione e non il titolare. Misurato su quel criterio, un conto intestato al
capo dell’esecutivo che negozia, a fasce di milioni, i titoli delle società
regolate dall’esecutivo non è una deviazione interna allo Stato moderno. È un
ritorno, sotto vesti finanziarie, alla confusione patrimoniale che lo Stato
moderno era nato per superare.
Il consiglio
di amministrazione di una società quotata ha una logica precisa, e va
riconosciuta per quello che è: massimizzare il valore per gli azionisti,
gestire l’aspettativa di mercato, sincronizzare gli annunci con le posizioni.
Misurata su questa logica, la sequenza di Pechino è perfettamente coerente. La
delegazione di amministratori delegati è una presentazione agli investitori.
L’annuncio dei jet è una comunicazione di mercato. Il rialzo che precede il
vertice e ignora il suo esito magro è il comportamento di un titolo che
reagisce alla narrazione, non ai fondamentali. Una democrazia rappresentativa
non funziona così perché non deve massimizzare un valore per azionisti: deve
mediare interessi confliggenti di cittadini che non possiedono quote e non ricevono
dividendi. Quando il primo schema sostituisce il secondo, la parola
«amministrazione» resta, ma designa un’altra cosa.
Le forme
della democrazia americana restano in piedi: si vota, esiste un’opposizione
parlamentare, un ufficio etico raccoglie e pubblica le dichiarazioni, una
stampa indipendente le scava. Non siamo davanti alla fine dichiarata di una
repubblica. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e, a suo modo, più grave:
una repubblica le cui forme sopravvivono mentre la sostanza migra verso un
altro modello, quello dell’impresa, senza che nessuno debba mai annunciare il
passaggio. Marx, descrivendo un altro potere personale che si era eretto sopra
la società facendone il proprio dominio privato, osservava che la storia, la
seconda volta, si ripresenta come farsa. Oggi tutto avviene alla luce del sole,
in un modulo pubblico, sotto la formula tranquillizzante che non esiste alcun
conflitto.
Il riflesso
italiano
Si dirà: è
una vicenda americana, riguarda un altro ordinamento. Non è così, e la ragione
interessa direttamente il lettore italiano.
I nodi che
compaiono nel paniere presidenziale non sono astrazioni lontane. BlackRock è
presente in modo capillare negli asset finanziari e industriali italiani;
l’ecosistema della sorveglianza algoritmica al quale appartiene Palantir
lambisce i sistemi di analisi dati delle pubbliche amministrazioni occidentali.
La penetrazione di attori privati transnazionali nelle infrastrutture
strategiche non avviene, di norma, attraverso un atto politico clamoroso:
avviene per via tecnica e contrattuale, nodo dopo nodo, finché la sovranità non
si scopre svuotata senza che un solo voto l’abbia formalmente ceduta. L’Italia,
in questo, è da tempo un laboratorio.
La misura di
quanto sia profondo il mutamento la dà la distanza da una tradizione che pure è
stata italiana. Enrico Mattei aveva costruito uno strumento pubblico
dell’energia per trattare con il mondo arabo fuori dallo schema delle grandi
compagnie anglo-americane, affermando che la collocazione del Paese era una
scelta politica e non un destino. Aldo Moro aveva pensato il Mediterraneo come
spazio di autonomia e il dialogo con il mondo arabo-palestinese come dimensione
propria dell’interesse nazionale. Quella tradizione muoveva da un’idea
elementare: che esista una linea fra l’interesse del Paese e quello di chi, in
quel momento, ne amministra le leve. È lo stesso confine che, a Washington, il
rendiconto dell’ufficio etico mostra ormai cancellato. La sovranità che
l’Italia ha smarrito per cessione tecnica è la medesima che, nella prima
potenza del mondo, si è dissolta nel portafoglio di chi la incarna.
Il sovrano e
il suo conto
La domanda
da cui si era partiti – il presidente ha guadagnato? – è, alla fine, la porta
d’ingresso, non la stanza. È la domanda che la formula «nessun conflitto di
interessi» vuole che ci si fermi a porre, perché è quella a cui si può
rispondere con una fascia di valore e un’alzata di spalle.
La domanda
esatta è un’altra. Che cosa significa che la prima potenza del pianeta sia
retta da un’autorità il cui conto titoli si muove, ogni giorno, lungo le stesse
linee che le sue decisioni tracciano, e che premia la coreografia di un vertice
più del suo esito? Gramsci, nel carcere, definiva la crisi come il momento in
cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in quell’interregno si
verificano i fenomeni morbosi più svariati. Un conto sovrano che opera come un
fondo è uno di quei fenomeni. Non l’anomalia di un uomo, ma il sintomo di un
ordine che ha smesso di distinguere fra chi comanda e chi specula.
Le carte
dell’ufficio etico americano non provano un reato. Provano qualcosa di più
perturbante: che la separazione fra il potere e l’interesse, la linea su cui si
reggono le repubbliche, è stata derubricata a formalità dichiarativa. Finché la
si dichiara, tutto è in regola. È precisamente questo il punto in cui
un’amministrazione smette di amministrare uno Stato e comincia a gestire una
compagnia, senza che nessuno debba mai metterlo a verbale.
Note
[1] U.S. Office of Government Ethics,
«Periodic Transaction Report (OGE Form 278-T), Donald J. Trump, President of
the United States of America», deposito 8 maggio 2026, ricevuto OGE 13 maggio
2026, certificazione Heather Jones, https://extapps2.oge.gov/201/Presiden.nsf
(documento pubblico, oltre 100 pagine).
[2] Saijel Kishan, Gregory Korte,
«Nvidia Chips, Boeing Jets: Stock Traders Eye Trump in China», Bloomberg, 13
maggio 2026.
[3] OGE Form 278-T cit., voce 4 (Nvidia
Corp., acquisto 10 febbraio 2026, fascia 1.000.001 – 5.000.000 dollari) e voce
40 (Nvidia Corp., «unsolicited», acquisto 6 gennaio 2026, fascia 500.001 –
1.000.000 dollari).
[4] OGE Form 278-T cit., voce 29 (Boeing
Company Com., acquisto 10 febbraio 2026, fascia 1.000.001 – 5.000.000 dollari).
[5] Carl von Clausewitz, «Della guerra»
(Vom Kriege, 1832), trad. it. Mondadori, Milano 1970, libro I, cap. 1, par. 24:
«la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi».
[6] Stephanie Lai, Gregory Korte,
«Trump’s financial filings show 3,700 stock trades in three months», Bloomberg,
16 maggio 2026 (ripresa Business Standard, 16 maggio 2026).
[7] Dichiarazione di Matthew Tuttle,
amministratore delegato di Tuttle Capital Management, riportata in Bloomberg,
16 maggio 2026.
[8] Dichiarazione di Eric Diton,
presidente e amministratore delegato di The Wealth Alliance, riportata in
Bloomberg, 16 maggio 2026.
[9] OGE Form 278-T cit., voci 79, 80, 81
(Goldman Sachs Group, Alphabet, Amazon, ordini 9 gennaio 2026, «Solicited
Order, Discretion Exercised»); numerose altre posizioni marcate «UNSOLICITED»
(voci 1, 9, 22, 32, 33, 40 e seguenti).
[10] Bloomberg, 13 maggio 2026: alla
chiusura del 13 maggio Nvidia +2,3%, Tesla +2,7%, Boeing +1,6%, Micron +4,8%,
Qualcomm +1,4% rispetto alla seduta precedente, sull’annuncio della
delegazione.
[11] TradingKey, 14 maggio 2026: nella
seduta del 14 maggio le azioni Nvidia toccano un massimo a 232,35 dollari, con
un progresso che supera brevemente il 3 per cento; Boeing in rialzo di circa
l’8,84 per cento nel mese sull’attesa della commessa cinese (24/7 Wall St., 13
maggio 2026).
[12] Quiver Quantitative, 14 maggio 2026:
stime di rivalutazione delle posizioni dichiarate, calcolate dalla data di
acquisto indicata nel modulo OGE. Le percentuali sono indicative e dipendono
dal giorno di rilevazione; il dato OGE fornisce solo fasce di valore, non
quantità esatte.
[13] «Underwhelming summit outcome in
China brings Trump back to reality», Euronews, 15 maggio 2026; «Trump-Xi
summit: The 3 big takeaways», CNBC, 15 maggio 2026.
[14] «Trump and Xi Close Beijing Summit:
Warm Rhetoric, Nvidia H200 Deliveries Remain Stalled», TechTimes, 15 maggio
2026: nessun chip H200 spedito ai dieci compratori cinesi approvati, terre rare
ancora circa il 50 per cento sotto i livelli pre-restrizione, nessun documento
firmato sulla governance dell’intelligenza artificiale.
[15] CNBC, 15 maggio 2026: Trump dichiara
a Fox News che la Cina ordinerà 200 jet Boeing, «più dei 150 attesi dalla
società», ma meno della metà dei 500 inizialmente ipotizzati.
[16] OGE Form 278-T cit., voce 40
(Nvidia, 6 gennaio 2026). Sul nesso temporale con l’autorizzazione del
Dipartimento del Commercio: NOTUS, 15 maggio 2026.
[17] Sam Sutton, «Trump went big on tech
stocks in first quarter of 2026, new filings show», CNBC, 15 maggio 2026;
NOTUS, 15 maggio 2026.
[18] OGE Form 278-T cit., voci 248, 380,
404 (Palantir Technologies, acquisti 18 marzo e 2 marzo 2026, fasce da 50.001 a
250.000 dollari).
[19] OGE Form 278-T cit., voci 331
(BlackRock Inc., 18 marzo 2026), 267 e 594 (Blackstone Inc., 18 marzo e 2 marzo
2026), 79 (Goldman Sachs, 9 gennaio 2026).
[20] Soo Rin Kim, «Trump Bought
Corporations’ Stock as His Administration Boosted Their Business», NOTUS, 15
maggio 2026; l’organizzazione Sludge ha dato per prima notizia del deposito.
[21] Dichiarazione del portavoce della
Casa Bianca Davis Ingle, citata in CNBC, 15 maggio 2026, e in NOTUS, 15 maggio
2026: «President Trump’s assets are in a trust managed by his children. There
are no conflicts of interest».
[22] Risposta di Eric Trump e di Donald
J. Trump a un intervento della senatrice Elizabeth Warren su X, riportata in
Fortune, 15 maggio 2026: gli attivi sarebbero investiti «in a blind trust by
the largest financial institutions in broad market indexes».
[23] Sui trust ciechi dei predecessori:
George H. W. Bush e Bill Clinton adottarono blind trust con supervisore indipendente;
Barack Obama e Joe Biden non negoziarono titoli azionari durante il mandato.
Ricostruzione in Bloomberg, 16 maggio 2026.
[24] Noam Chomsky, Edward S. Herman, «La
fabbrica del consenso. La politica dei mass media» (Manufacturing Consent,
1988), trad. it. Marco Tropea Editore, Milano 1998, cap. 1.
[25] Pierre Bourdieu, «La distinzione.
Critica sociale del gusto» (La distinction, 1979), trad. it. il Mulino, Bologna
1983, sul potere del linguaggio legittimo.
[26] Susan Strange, «Stati e mercati» (States
and Markets, 1988), trad. it. Il Saggiatore, Milano 1998, cap. 2, sul potere
strutturale.
[27] Giovanni Arrighi, «Il lungo XX
secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo» (The Long Twentieth
Century, 1994), trad. it. il Saggiatore, Milano 1996, sulla finanziarizzazione
come segnale di autunno di un ciclo egemonico.
[28] Naomi Klein, «Shock economy.
L’ascesa del capitalismo dei disastri» (The Shock Doctrine, 2007), trad. it.
Rizzoli, Milano 2007, introduzione.
[29] OGE Form 278-T cit.: ricorrono a più
riprese posizioni in ETF settoriali State Street SPDR (Industrial Select,
Energy Select) e in fondi indicizzati S&P 500, in numerosi casi marcati
«UNSOLICITED» (cfr. voci 20, 42, 178, 197, 476 e seguenti).
[30] Max Weber, «Economia e società»
(Wirtschaft und Gesellschaft, 1922), trad. it. Edizioni di Comunità, Milano
1961, sulla distinzione fra appropriazione patrimoniale della carica e
amministrazione burocratica moderna fondata sulla separazione fra l’ufficio e
chi lo ricopre.
[31] Karl Marx, «Il 18 brumaio di Luigi
Bonaparte» (1852), trad. it. Editori Riuniti, Roma 1964, sulla figura del
potere personale che si erge sopra la società e ne fa il proprio dominio
privato.
[32] OGE Form 278-T cit., voci 248 e
seguenti (Palantir Technologies, classe A).
[33] Antonio Gramsci, «Quaderni del
carcere», Quaderno 3, par. 34, edizione critica a cura di Valentino Gerratana,
Einaudi, Torino 1975: «la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore
e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni
morbosi più svariati».
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