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venerdì 9 agosto 2024

Superman nell’Antropocene - Saverio Pipitone

 

«Il pianeta è destinato a esplodere per instabilità del nucleo planetario», avvertiva lo scienziato Jor-El. Ma, ignorato e deriso, fu accusato di sedizione e pazzia. Poi un giorno, all’improvviso, susseguirono tempeste, alluvioni, frane, eruzioni vulcaniche e terremoti. Gli edifici crollarono. Governanti e governati – interessati solo a guerre e accaparramenti – ora invocavano aiuto impauriti, increduli e impotenti.

«Se c’è anche una sola possibilità che possa sopravvivere, dobbiamo tentare», disse Jor-El alla moglie Lara e, mentre Krypton stava per scoppiare, lanciarono in orbita una navicella monoposto con a bordo il neonato figlio Kal-El che viaggiò nell’universo – come settecento generazioni prima i suoi antenati naufraghi galattici – fino a cadere sulla Terra.

Trovato e adottato dalla famiglia contadina dei Kent, venne chiamato Clark e raggiunse la maturità sviluppando poteri di velocità, invulnerabilità e forza. Alla ricerca della verità, si spinse al Polo Nord e nella grotta di ghiaccio, con i cristalli della memoria, conobbe i defunti genitori biologici in ologramma, dai quali apprese tutto il sapere kryptoniano e sulle galassie.

Il padre Jor-El gli parlò della storia terrestre e degli umani: «È loro abitudine abusare delle risorse di cui dispongono. Tu, figlio mio, sei nell’epoca geologica dell’antropocene dove una civiltà industriale estrae o coltiva materie prime e brucia combustibili fossili per fabbricare infrastrutture e prodotti di consumo su vasta scala, emettendo enormi e continue quantità di potenti gas serra tra cui anidride carbonica, raddoppiata rispetto al periodo preindustriale di due secoli fa quando era rimasta stabile per millenni, con impatti antropici aumentati in maniera esponenziale e anomala. La Terra, avvolta adesso in una sorta di coperta artificiale, accumula più energia dal Sole di quanta riesca poi a disperderne sotto forma di calore nello spazio interplanetario. L’atmosfera, gli oceani e le terre emerse si surriscaldano. In un mondo più caldo, gli eventi meteo estremi diventano frequenti, intensi e pericolosi. I cambiamenti climatici potrebbero portare all’estinzione di un terzo delle specie animali e vegetali».

La madre Lara: «Kal-El, la crisi climatica ed ecologica è la più grande minaccia con cui gli umani si siano mai misurati, è in rapido peggioramento e sta plasmando la loro vita quotidiana, ma continuano a sminuire l’aggravarsi dell’emergenza e a vivere di gran lunga al di sopra dei propri mezzi, sfruttando la natura. A questa emergenza non si può porre rimedio più tardi e per iniziare ad affrontarla gli serviranno onestà, integrità e coraggio, giustizia climatica, un modo di pensare completamente nuovo. Tieni a mente la formula E = R × U = p × D × τ / T che definisce l’emergenza il prodotto del rischio, quale probabilità che qualcosa accada moltiplicata per il danno, e dell’urgenza, come rapporto tra il momento di reazione e il tempo residuale d’intervento per evitare il punto di non ritorno».

Kal-El, alias Superman, con la vista telescopica a raggi-x, osserva in Antartide lo sciogliersi delle piattaforme glaciali; l’Australia minacciata dall’innalzamento del mare; nel Sud Corea le piogge torrenziali; in India la perdita dei nutrienti nel suolo e nelle colture con problemi di malnutrizione e mortalità infantile; l’Oceano Indiano acidificato che destabilizza gli ecosistemi marini; la regione africana del Sahel fra siccità, conflitti armati per il controllo delle risorse e migrazioni forzate; l’Amazzonia deforestata per espandere allevamenti di bestiame e industrie di carne; l’Oceano Pacifico inquinato dalla plastica del consumismo usa e getta; il Kansas, sua casa adottiva, devastato da grossi incendi che bruciano praterie e fattorie; nell’Atlantico l’indebolimento delle correnti oceaniche; la Spagna desertificata e l’Italia alluvionata; la Grecia con ondate di caldo mortale; in Svezia l’immissione di carbonio nell’aria per il disgelo del permafrost; nell’Artico il ritiro dei ghiacciai con la scomparsa della sua grotta della verità, come delle informazioni climatiche passate, presenti e future, mentre i Paesi circostanti pianificano di trivellare le nuove aree esposte per cercare petrolio, gas e metalli.

Non c’è tempo da perdere, pensa Superman e spicca il volo… È nello spazio. Vede la Terra diversa dai ricordi di infante: meno sferica e più piatta, rallentata nella rotazione, per via della fusione dei ghiacci ai poli che sposta e allontana grandi masse d’acqua dall’asse terrestre verso l’equatore.

Accanto a lui ci sono delle navi spaziali a propulsione elettrica, le ha costruite con i relitti affondati e caricate di negazionisti, sfruttatori, oppressori e simili, per portarli a colonizzare altri mondi.

Per quelli che restano – secondo l’ipotesi Gaia di James Lovelock – un giorno potremmo svegliarci e scoprire che avremo il compito di gestire il pianeta, raffreddarlo e rinforzarlo, agendo come parte di un’entità molto democratica, nell’interazione di specie e processi naturali, per un habitat benefico alla vita.

https://saveriopipitone.blogspot.com/2024/08/superman-nellantropocene.html

sabato 13 luglio 2024

L’Antropocene e l’insostenibilità del capitalismo - Collettivo Legauche

 

1. Introduzione

Ian Angus nel libro Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra, tradotto in italiano da Alessandro Cocuzza, Vincenzo Riccio e Giuseppe Sottile, tenta di far dialogare le innovazioni delle Scienze della Terra che indagano la nuova fase in cui è entrato il sistema terrestre, l’Antropocene, e le teorie ecosocialiste della frattura metabolica prodotta dal capitalismo che porta a crisi ecologiche. L’autore offre agli scienziati del sistema terrestre l’analisi socio-economica del marxismo ecologico e a quest’ultimi la centralità del concetto di Antropocene nel XXI secolo. Come fecero Marx ed Engels con L’origine delle specie di Darwin, dobbiamo gettare ponti tra scienze naturali e sociali, integrando le scoperte degli scienziati nella teoria marxista.

 

2. L’Antropocene secondo gli scienziati

A portare alla ribalta il termine Antropocene fu il chimico atmosferico Paul J. Crutzen nel 2000 a partire dalla constatazione che le attività umane erano diventate talmente rilevanti da interferire con i processi naturali. Il risultato è l’abbandono della sua naturale epoca geologica, l’Olocene, con le attività umane capaci di rivaleggiare con le forze della natura, spingendo il pianeta verso una terra incognita, con molto più caldo e molta meno vegetazione e biodiversità. Ciò è possibile perché la Terra è un sistema planetario integrato dove la biosfera si comporta come una componente essenziale e attiva e le attività umane influenzano la Terra su scala globale in maniera sempre più rapida, interattiva e complessa finendo per alterare il sistema terrestre, minacciando processi ed elementi biotici e abiotici da cui dipende lo stesso uomo.

Nel 1986 venne avviato l’International Geosphere-Biosphere Program (IGBP) con l’intento di innovare le Scienze della Terra sotto l’influenza del concetto di Antropocene per inquadrare le trasformazioni in atto, anche se viene trattato come un suggerimento per parlare di una nuova era geologica, non come un periodo geologico ben definito. Dovrà arrivare nel 2002 ancora Crutzen con il suo articolo su Nature Geology of Mankind per descrivere nel dettaglio la nuova epoca geologica.

“Egli evidenziò le conseguenze globali, tra cui le precipitazioni acide, lo smog fotochimico e un prevedibile riscaldamento globale da 1,4 a 5,8 °C nel secolo in corso e opportunamente aggiunse ‘questi effetti sono stati causati in gran parte solo dal 25% della popolazione mondiale’. Come scrisse, a meno che non si verifichi una catastrofe globale come l’impatto di un meteorite, una guerra mondiale o una pandemia, ‘per molti millenni l’umanità rimarrà una grande forza ambientale’, sicché ‘sembra opportuno assegnare il termine ‘Anthropocene’ all’attuale epoca geologica, per molti versi dominata dall’uomo’”1.

Sempre nell’ambito dell’IGBP ci fu il tentativo di mettere in relazione l’attività umana tra il 1750 e il 2000 con i cambiamenti ambientali nel sistema terrestre. Venne notato come ci fosse un cambiamento graduale dal 1750 fino al 1950, quando si assiste a una brusca accelerazione dei cambiamenti nel sistema terrestre. A una conclusione simile giunge anche il progetto MEA delle Nazioni Unite. Will Steffen e Paul Crutzen chiamarono questo periodo Grande Accelerazione. Citando Polanyi, utilizzano questo termine per descrivere le epocali trasformazioni mondiali avvenute nel XX secolo nel rapporto tra uomo e ambiente. Crutzen e Staffen sostennero che l’Antropocene si fosse sviluppato in due fasi distinte. La prima è quella dell’era industriale, compresa tra il 1800 e il 1945 quando la CO2 atmosferica supera il limite superiore di variazione dell’Olocene. La seconda fase coincide con la Grande Accelerazione. Lo studio di questi grafici dimostra una forte correlazione tra aumento della concentrazione di CO2 e il consumo di energia primaria e l’aumento del Pil. Per la stratigrafia l’uomo ha prodotto tracce visibili negli strati di tutto il pianeta solamente dopo la rivoluzione industriale, dopo lo sfruttamento di gas, petrolio e carbone. L’impatto cumulativo di questi cambiamenti porta a un intervallo stratigrafico senza precedenti del Quaternario ma è ancora presto per affermare che questo periodo sia finito. L’Antropocene sarebbe solo una nuova epoca e non un nuovo periodo. In seguito si aprirono i dibattiti per datare il suo inizio. Si iniziò a parlare di primo Antropocene da datare all’introduzione dell’agricoltura su vaste porzioni del pianeta tra gli ottomila e i cinquemila anni fa, generando un innalzamento della temperatura tale da impedire il ritorno dell’era glaciale. Altre proposte parlano delle prime ampie modificazioni del paesaggio oppure della trasformazione antropica del suolo in Europa.

“Una proposta ampiamente discussa si concentra sugli scambi intercontinentali di specie che hanno fatto seguito alle invasioni europee delle Americhe e propone il 1610 come data di transizione. Alcuni archeologi propongono di estendere l’inizio dell’Anthropocene sino alle prime tracce dell’attività umana, il che includerebbe gran parte del Pleistocene, mentre altri hanno suggerito che l’intero Olocene dovrebbe essere semplicemente rinominato Anthropocene, poiché è il periodo in cui sono apparsi i primi insediamenti tipici della civiltà umana”2.

Tuttavia nessuna di queste definizioni parla dell’interferenza attiva dell’uomo sui processi che regolano l’evoluzione geologica del pianeta. Queste idee sono sostenute dalle lobby antiambientaliste per sostenere la tesi dell’assenza di un cambiamento qualitativo recente nel rapporto tra uomo e ambiente e di conseguenza negare la necessità di soluzioni radicali per contrastare il cambiamento climatico che reputano come l’esito di tendenze attive da centinaia se non migliaia di anni. A essa si contrappone la tesi dell’Antropocene recente che critica la prima proposta perché affronta solamente l’impatto umano sugli ecosistemi terresti ma il concetto in questione si riferisce a ben altro. Non si tratta di indagare le prime tracce della nostra specie bensì la scala, la portata e la persistenza dei cambiamenti procurati al sistema Terra di origine antropica. Si preferisce per questo motivo collocare l’inizio dell’Antropocene alla metà del XX secolo.

“L’influenza dell’uomo sul sistema terrestre ha avuto inizio migliaia di anni fa, inizialmente su scala locale e diacronicamente. Con l’avvento della rivoluzione industriale, l’uomo è diventato un fattore geologico importante, ma adesso possiamo dire che è a partire dalla seconda metà del ‘900 che l’impatto della rivoluzione industriale si è esteso quasi sincronicamente su scala mondiale”3.

Nel 2016 appare su Science un articolo che a questa tesi apporta delle motivazioni scientifiche per dimostrare che l’Antropocene è funzionalmente e stratigraficamente diverso dall’Olocene a causa di cambiamenti paragonabili a quelli avvenuti alla fine dell’ultima era glaciale. Questo perché la concentrazione media atmosferica di CO2 ha superato i livelli dell’Olocene dal 1850 e dal 1999 al 2010 è aumentata circa cento volte più velocemente rispetto all’aumento che ha posto fine all’ultima era glaciale. Per migliaia di anni le temperature medie globali stavano calando a causa di cambiamenti ciclici dell’orbita terrestre. Il ciclo climatico orbitale viene sopraffatto, dal 1800, dall’aumento di gas serra generando un riscaldamento anormale e rapido del pianeta. Tra il 1906 e il 2005 la temperatura media globale è aumentata di 0,9 °C. Tra il 1905 il 1945 il livello medio globale dei mari ha superato quello dell’Olocene ed è aumentato il tasso di estinzione delle specie. Bisogna inoltre ricordare che se i livelli di emissione saranno ridotti, nel 2070 la Terra sarà più calda di quanto lo sia stata negli ultimi 125000 anni, cioè per la maggior parte del periodo in cui la specie umana è stata presente sul pianeta. Questi cambiamenti sono collegati e interagiscono tra di loro, rafforzandosi e trasformandosi a vicenda, producendo sindromi di cambiamento non lineari a causa del superamento di una data soglia. Con i concetti di Antropocene e Grande Accelerazione sono emersi degli studi per identificare i processi determinanti per mantenere la stabilità del pianeta per come lo abbiamo conosciuto e cosa fare per mantenere la Terra in condizioni simili all’Olocoene in un contesto dove l’uomo è diventato una forza di cambiamento planetario. In questo modo è emerso il concetto di limite planetario.

“Dalla metà del XX secolo, l’impatto antropico è cresciuto a tal punto da destabilizzare l’Olocene, un’epoca che risale a 11.700 anni fa e nota per essere l’unico stato in cui il pianeta può sostenere le società attuali. Infatti, è stata proposta una nuova epoca geologica, l’Anthropocene. Secondo il principio di precauzione, sarebbe imprudente per le nostre società spingere il sistema terrestre ben oltre le condizioni dell’Olocene. Persistere nell’allontanarsi dall’Olocene rischia di mettere il sistema terrestre in uno stato molto diverso da quello che conosciamo, uno stato che probabilmente sarà molto meno favorevole per lo sviluppo delle società umane”4.

Nel 2009 sono identificati i limiti planetari di nove processi ecologici che permettono di avere uno spazio sicuro per l’azione dell’umanità dalle prime civiltà a oggi. Perturbarli porterebbe a cambiamenti lineari improvvisi su scala globale. Parliamo di:

1. Cambiamento climatico: la concentrazione di gas serra in atmosfera

2. L’integrità della biosfera: è legata al ritmo di estinzione delle specie

3. Flussi biogeochimici di azoto e fosforo: l’ecosistema viene sconvolto dai fertilizzanti a base di azoto e fosforo utilizzati nell’agricoltura moderna finendo in laghi, fiumi e oceani.

4. Riduzione dello stato dell’ozono: la distruzione dell’ozono stratosferico da parte di sostanze chimiche di uso comune favorisce la penetrazione delle radiazioni ultraviolette sulla superficie terrestre.

5. Acidificazione oceanica: una parte della CO2 si dissolve nell’acqua del mare rendendola più acida e minacciando la sopravvivenza di plancton, crostacei e coralli con conseguenza per tutte le reti alimentari essenziali.

6. Uso di acqua dolce: è legato all’esaurimento delle falde acquifere a causa dell’uso in agricoltura e nell’industria. Coinvolge anche il prosciugamento dei fiumi a causa dello scioglimento dei ghiacciai.

7. Cambiamento del sistema del suolo: riduzione della biodiversità a causa dell’espansione dei territori a uso agricoli a danno di savane, foreste decidue e praterie.

8. Eccesso di aerosol atmosferico: l’aumento dell’inquinamento atmosferico che provoca circa 7,2 milioni di morti l’anno. Inoltre riduce le attività dei monsoni.

9. Introduzione di nuove sostanze chimiche di cui non sappiamo gli effetti, soprattutto in combinazione tra loro.

I limiti planetari non sono punti di non ritorno ma una sorta di guardrail sulle strade di montagna che impediscono al conducente di raggiungere il bordo.

 

3. Il capitalismo è incompatibile con l’ambiente

Le forze produttive del capitalismo sono incapaci di creare senza distruggere. Da un lato hanno prodotto un considerevole miglioramento della condizione umana ma allo stesso tempo hanno generato genocidi, tortura, miseria, fame e altri mali su una scala senza precedenti. Lo sfruttamento dei combustibili fossili e il capitalismo che hanno arricchito la società umana stanno minacciando le condizioni che rendono possibile la vita umana sul pianeta. Nonostante ciò, si persegue nel dogma della crescita, dell’aumento della produzione industriale ma riverniciata di verde. Le motivazioni dietro questa scelta sono due: è la natura umana o è un errore umano.

Per la prima tesi l’uomo sarebbe portato a desiderare sempre di più e il capitalismo non fa che soddisfare ciò. La soluzione sarebbe ridurre la popolazione umana per avere bisogno di produrre meno merci.

La seconda tesi sostiene che gli uomini sono stati sedotti da una falsa ideologia e, come sostengono i Verdi, di conseguenza bisogna far capire ai politici questo errore per risolvere il problema. La crescita non sarebbe dettata dalla ricerca del profitto ma da una ossessione di natura psicologica.

“Per millenni, quasi tutta la produzione è stata destinata all’uso, quindi c’era poco bisogno o spazio per la crescita economica come la intendiamo oggi. Nel sistema capitalistico, invece, la maggior parte della produzione è destinata allo scambio; il capitale sfrutta il lavoro e la natura per produrre beni che possono essere venduti a un prezzo superiore al costo di produzione, al fine di accumulare più capitale e ripetere il processo. L’ideologia della crescita non è la causa della continua accumulazione, ma la sua giustificazione”5.

Di conseguenza, i capitalisti si muovono da personificazioni del capitale incapaci di anteporre la salvezza dell’umanità al profitto. Il capitale, privo di ostacoli, cercherà di espandersi all’infinito in una Terra finita come lo sono atmosfera, oceani e foreste.

“Le emissioni di gas serra non sono inusuali, perché lo sversamento di rifiuti nell’ambiente fa parte delle caratteristiche fondamentali del capitalismo; finché quest’ultimo sopravvivrà, l’inquinamento non cesserà. Ecco perché ‘soluzioni’ come il cap-and-trade (mercato dei diritti di emissione di gas serra) sono fallite miseramente e continueranno a farlo. I rifiuti, l’inquinamento e la distruzione dell’ambiente sono parte integrante del DNA del sistema”6.

Per proseguire in questa analisi è necessario per Angus riprendere la lettura ecologica di Marx di John Bellamy Foster. Nella metà del XIX secolo il chimico von Liebig spiegò le cause del declino della produttività agricola in Inghilterra partendo dal fatto che allo stato naturale vengono forniti alle piante i nutrienti essenziali per la crescita che sono ricostituiti tramite i rifiuti animali e vegetali. Questo ciclo è rotto dal capitalismo che priva i terreni degli apporti della materia organica, rendendoli meno fertili. Per descrivere queste interazioni usa il termine metabolismo. Questi argomenti, come dimostra Foster, sono ripresi da Marx che li sviluppa nel concetto di frattura metabolica. Progressivamente si appropria anche del concetto di metabolismo per analizzare i cicli materiali essenziali per la vita e i rapporti tra uomo e natura. Integrerà tutto ciò nel Capitale con un’analisi storico-sociale del capitalismo, dimostrando come l’imperativo capitalistico della crescita entra in conflitto con le leggi della natura.

“Invece di produrre cibo allo scopo di nutrire la popolazione, l’agricoltura capitalistica lo produce al fine di venderlo e generare profitti; i prodotti della terra sono trasportati nelle città, ma i rifiuti umani non sono restituiti alla terra. Sversati in altri luoghi, questi nutrimenti essenziali diventano sostanze inquinanti. A Londra, scrive Marx, l’economia capitalistica ‘dello sterco di 4 milioni e mezzo di esseri umani non si sa far di meglio che impiegarlo con enormi spese per appestare il Tamigi’. Marx la descrisse come ‘una incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale prescritto dalle leggi naturali della vita’. Il concetto di frattura metabolica esprime il fatto che l’umanità è allo stesso tempo dipendente e dissociata dal resto della natura”7.

Il concetto viene approfondito nel libro. Liebig e Marx si interessano a processi metabolici locali e regionali. In questo scenario l’interruzione del processo metabolico in un’azienda agricola non era in grado di influenzare le altre fattorie. Questi processi sono stati ampliati dal colonialismo con il trasporto di merci e sostanze chimiche.

“Parlando delle importazioni inglesi di alimenti da un’Irlanda segnata dalla povertà, Marx scriveva che ‘l’Inghilterra ha esportato indirettamente il suolo irlandese..senza concedere ai suoi coltivatori fossero anche soltanto i mezzi per reintegrare le parti costitutive del suolo’. Tuttavia, anche in tali casi, le aree coinvolte erano limitate”8.

Dagli anni ‘70 è diventato evidente, con i danni causati dai CFC allo strato di ozono, come delle attività comuni potessero alterare dei processi naturali fondamentali per il funzionamento del pianeta. Con le nostre attività stiamo producendo fratture metaboliche perfino nei cicli del carbonio e dell’azoto.

“Il ciclo del carbonio regola il bilancio energetico del sistema climatico. L’atmosfera e gli oceani si scambiano costantemente anidride carbonica. La CO2 nell’atmosfera lascia passare la luce visibile, ma impedisce all’energia termica a infrarossi di disperdersi nello spazio. Quando la temperatura dell’atmosfera si alza, gli oceani assorbono più CO2, la CO2 atmosferica diminuisce, meno calore viene trattenuto e l’atmosfera si raffredda. Raffreddandosi, quest’ultima assorbe a sua volta una maggiore quantità di CO2 dagli oceani, quindi si riscalda di nuovo. Per milioni di anni, questo ciclo ha impedito alla Terra di seguire il destino di Marte o di Venere, cioè di diventare troppo fredda o troppo calda. Più di trecento milioni di anni fa, molto prima dell’avvento dei dinosauri, processi geologici hanno sepolto le felci e altre piante nelle profondità della Terra e, col passare del tempo, hanno trasformato il loro contenuto di carbonio in petrolio, gas e carbone”9.

Ora noi stiamo bruciando tutto questo carbonio sepolto rilasciando CO2 a un ritmo che non consente di rimuoverla a oceani e altri bacini carboniferi.

“Una frattura metabolica meno visibile ma ugualmente seria riguarda il ciclo dell’azoto. Tutti gli esseri viventi ne hanno bisogno: le piante per la loro crescita e gli animali (inclusi gli umani) per produrre muscoli, pelle, sangue, capelli, unghie e il DNA. L’agricoltura tradizionale garantiva la stabilità dei livelli di azoto nel suolo attraverso la rotazione delle colture e l’apporto di letame”10.

Con l’agricoltura intensiva, dal XIX secolo, si osserva un rapido esaurimento dei terreni rispetto alla capacità naturale di rigenerazione. Per questo motivo prima si è fatto ricorso al nitrato di origine minerale e al guano per poi giungere al metodo energivoro del processo Haber-Bosch per estrarre l’azoto dall’atmosfera. In questo modo si è reso disponibile più azoto per tutti i processi naturali. L’eccesso di azoto dovuto alla sovra-fertilizzazione genera perdite di biodiversità, moria di pesci, zone morte nelle acque, inquinamento delle falde acquifere o malattie respiratorie. Inoltre, l’uso di fertilizzanti nuoce alla fertilità del suolo e costringe a usare più fertilizzanti per mantenere la produzione a un livello adeguato.

I danni del capitalismo, inoltre, derivano non solo dal bisogno di cresce ma dalla necessità di farlo sempre più rapidamente. Più è lungo il tempo che richiedono investimenti, profitti e reinvestimenti e meno rendono agli investitori. A parità d’investimento, viene preferito quello che rende più velocemente. Questi investimenti sono legati al tentativo di accelerare i processi naturali ma non tutti possono subire simili trattamenti. Angus riprende Marx quando sostiene come la produzione capitalistica sia in opposizione alla produzione agricola. Il guadagno rapido e immediato non è compatibile con i tempi dell’agricoltura. Per questo viene distrutto il suolo anche sé ciò affamerà le future generazioni oppure l’industria del legno ha disboscato l’Europa senza rimpiazzare le foreste scomparse perché la silvicoltura è troppo poco profittevole. Ignorando la velocità dei cicli naturali che si sono formati nel corso di millenni, vengono destabilizzati con conseguenze nefaste come la trasformazione di terreni fertili in terreni sterili, la fauna ittica viene distrutta, le forse sono tagliate perché il capitalismo lavora a ritmi più veloci dei cicli naturali di riproduzione e crescita. È quella che István Mészáros chiamava incurabile visione a breve termine del sistema capitalistico generato da monopoli, dalle pressioni della concorrenza e le pratiche che ne derivano e hanno portato al dominio del profitto immediato.

Per risolvere tutti questi problemi prodotti dal capitalismo abbiamo bisogno di costruire una società alternativa. Angus sostiene una rapida riduzione delle emissioni climalteranti, obiettivo per cui è già troppo tardi. Anche fermando le emissioni ora, non fermeremo il riscaldamento del pianeta che deriva dalla quantità totale di gas accumulati in atmosfera. Inoltre servirebbero anni per il dispiegamento degli effetti delle emissioni di oggi e i processi che rimuovono la CO2 in eccesso impiegheranno secoli per svolgere il loro lavoro. Siamo, infine, vicini all’aumento della temperatura globale di 2°C, generando un cambiamento climatico estremamente pericoloso. Bisogna realizzare una civiltà veramente ecologica che potrà prendere forma solo nel socialismo, dove l’economia è organizzata per soddisfare i bisogni sociali della popolazione.


Note

1.      Ian Angus, Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra, Asterios, Trieste 2020, p.66 ↩︎

2.      Ivi, p.84 ↩︎

3.      Ivi, p.86 ↩︎

4.      Ivi, p.104 ↩︎

5.      Ivi, p.149 ↩︎

6.      Ivi, p.151 ↩︎

7.      Ivi, p.155 ↩︎

8.      Ivi, pp.158-159 ↩︎

9.      Ivi, pp.159-160 

10.  Ivi, p.160 

da qui

sabato 17 dicembre 2022

Alle radici dell'Antropocene - Ernesto Burgio

L'Antropocene può essere definito come l'era del pianeta Terra in cui una singola specie (Homo sapiens sapiens) ha preso il sopravvento su tutte le altre e ha tanto rapidamente e radicalmente trasformato l'intera ecosfera da mettere in pericolo la propria stessa esistenza.

Tra i fattori fondamentali di questa trasformazione vengono in genere indicati: lo sfruttamento sempre più intensivo da parte di Homo sapiens delle risorse energetiche e materiali e delle catene alimentari; la crescita esponenziale della popolazione umana su tutto il pianeta; il conseguente inquinamento e lo stravolgimento dei principali cicli biogeochimici. In questo quadro viene spesso trascurato quello che è l'effetto forse più drammatico: la trasformazione repentina e radicale degli ecosistemi microbici e virali che costituiscono l'essenza della biosfera e che sono i veri motori dell'evoluzione biologica da oltre 4 miliardi di anni.

Una interpretazione difficilmente contestabile è quella secondo cui tutti questi effetti, tra loro interconnessi, sono conseguenza della scelta da parte di Homo sapiens di usare la ragione a fini di dominio e la techné quale strumento fondamentale in tal senso, trascurando o comunque sottovalutando gli effetti che questa scelta avrebbe avuto sull'Altro (sugli altri esseri umani, sugli altri esseri viventi, sul pianeta stesso).
Se riconosciamo in questa scelta l'essenza stessa (anche spirituale, essenzialmente connessa al concetto di Ybris, di superamento dei limiti imposti dalla Natura o dagli dei) dell'Antropocene, possiamo meglio discernere da un lato gli strumenti più potenti introdotti dall'uomo ai fini del dominio, dall'altro gli effetti più negativi e potenzialmente distruttivi del loro utilizzo, che sono sempre più evidenti e potenzialmente irreversibili.

Per quanto concerne le tecnologie che hanno provocato i maggiori danni e che potrebbero provocare (se fuori controllo) effetti catastrofici, è sufficiente citare: l'utilizzo dei combustibili fossili a partire dalla fine del '700; l’agricoltura e la zootecnia trasformate in industrie tecnologiche intensive per produrre merci (con tendenza a eliminare i coltivatori); l'utilizzo della chimica in campo agricolo e industriale; la scoperta e l'uso dell'energia nucleare sia in campo industriale che militare; la scoperta e l'utilizzo delle informazioni contenute nel genoma sia umano, sia di altre specie viventi (biotecnologie genetiche); nanotecnologie, informatica, cibernetica, intelligenza artificiale. 

Ma quando è cominciato tutto questo e quali sono stati i momenti di massima accelerazione di questa drammatica e rapidissima (su scala evolutiva) trasformazione dell’ecosfera e in particolare della biosfera operata da Homo sapiens ?


Le grandi rivoluzioni ambientali e culturali della storia umana


Alcuni autori hanno indicato come momenti-chiave della rapidissima accelerazione delle strategie di dominio e sfruttamento del pianeta da parte di Homo sapiens due epocali trasformazioni dell’ambiente: la rivoluzione agricola/neolitica di circa 10.000 anni fa e quella industriale e chimica degli ultimi due secoli, che lo hanno progressivamente allontanato dalla Natura, incidendo prepotentemente sugli stessi processi evolutivi e contribuendo alle principali trasformazioni ecologiche ed epidemiologiche della storia. Sarebbe importante studiare a fondo i principali fattori biologici, ecologici, nutrizionali e culturali che possano spiegare in che modo tali drammatiche trasformazioni epocali abbiamo interferito e interferiscano sull’evoluzione di Homo sapiens, il quale sul piano biologico e in particolare genetico rappresenta l'ultimo virgulto di un albero genealogico complesso, quello degli ominidi, appartenente all’ordine dei primati, ma al contempo è diventato qualcosa di radicalmente altro

Ci limiteremo, in questa sede, a prendere in considerazione le grandi coordinate storiche e concettuali.

La rivoluzione agricola ebbe inizio circa 10-12 mila anni fa, facendo la sua comparsa, probabilmente in modo autonomo, in varie zone del pianeta: dapprima nel Vicino Oriente, poi in Cina e in Centro e Sud America per infine diffondersi nel resto del mondo. Intorno al 2000 a. C. la quasi totalità della nostra specie viveva ormai di agricoltura: un modus vivendi che si sarebbe conservato fino a pochi decenni fa. Solo alla fine del secolo scorso, del resto, il rapporto tra esseri umani viventi in aree rurali e inurbati (spesso in immense megalopoli) è drammaticamente cambiato in favore di questi ultimi. Un cambiamento epocale che ha avuto come causa fondamentale la rivoluzione industriale, che ebbe inizio in Inghilterra alla fine del 18° secolo e che in circa due secoli ha trasformato il pianeta (o piuttosto la crosta terrestre) a causa dell'uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica e dell'utilizzo di combustibili fossili, ma anche e soprattutto della sintesi e dispersione in tutta l’ecosfera (litosfera, atmosfera, idrosfera, biosfera) e nelle catene alimentari di migliaia di molecole potenzialmente tossiche, in quanto prodotte artificialmente e non derivanti da un processo di co-evoluzione molecolare durato miliardi di anni.

La rivoluzione agricola

Il giudizio storico sulla Rivoluzione neolitica è alquanto vario. Se alcuni studiosi vi hanno riconosciuto il vero inizio della civiltà umana, altri non sembrano aver dubbi sul fatto che l'invenzione dell'agricoltura e della zootecnia siano state, almeno dal punto di vista biologico e, in prospettiva, sanitario, per usare le parole del famoso (e invero piuttosto eccentrico) antropologo Jared Diamond “il peggior errore nella storia della specie umana” [1].

Di fronte a valutazioni così differenti, sarebbe importante affrontare la tematica in modo equilibrato, non ideologico e scientificamente fondato. Cominciamo con il sottolineare che probabilmente non si è trattato di un momento di rapida trasformazione, come suggerirebbe il nome. Lo attestano alcuni esempi di compresenza collaborativa tra gruppi di cacciatori-raccoglitori e insediamenti di coltivatori-allevatori. Uno studio recentemente comparso su Science, condotto all’interno di siti archeologici sull’isola di Wright, ha portato, ad esempio, alla luce resti di grano probabilmente coltivato già 2000 anni prima dell’inizio della supposta Rivoluzione neolitica nel nord d’Europa [2].

L’ipotesi più probabile è che la domesticazione di piante e animali ebbe inizio contemporaneamente in molte aree tropicali e subtropicali grazie ai cambiamenti climatici avvenuti tra Pleistocene e Olocene e fu favorita dal progressivo incremento delle temperature e dell’umidità e dalla presenza in quelle zone di cereali selvatici dotati di alte potenzialità nutritive [3]. In Mesopotamia si iniziò a coltivare grano ed orzo (Hordeum spontaneum) 10-12.000 anni fa; in Cina settentrionale e in Giappone la soia 7-9000 anni fa. Il mais fu domesticato circa 8700 anni fa in Messico dove iniziò anche la coltivazione della zucca (Cucurbita argyrosperma[4]. I primi insediamenti di agricoltori cominciarono inoltre a costruire villaggi, a fortificarli e a convivere con altri animali via via domesticati.

È probabile, insomma, che il passaggio dalla “caccia e raccolta” all’agricoltura non sia stato sufficientemente approfondito: vi sono prove consistenti che persino la foresta amazzonica sia stata una foresta coltivata e Gary Nabhan, il massimo studioso dell’agricoltura degli indiani americani, nel suo libro The Desert Smells like Rain, riporta che agli europei occorsero due secoli per accorgersi che il Deserto dell’Arizona era stato coltivato.

È comunque evidente che questi “esperimenti” non ebbero effetti immediati né sui singoli individui, né sulle prime popolazioni stanziali, né sugli ecosistemi. Le conseguenze dei cambiamenti nello stile di vita e in particolare del passaggio da una vita nomade e direttamente correlata alle modifiche stagionali ad una stanziale si sarebbero manifestate nella fisiologia degli umani e negli equilibri complessi degli ecosistemi microbico-virali dopo millenni.

D’altro canto bisogna sottolineare che soltanto da un decennio a questa parte siamo in grado di studiare e comprendere il progressivo impatto che questi cambiamenti avrebbero determinato soprattutto sugli ecosistemi microbico-virali interni agli organismi complessi (microbiota) e, di conseguenza, sul loro metabolismo e più in generale sulla loro complessa fisiologia.

È necessario ricordare, a questo proposito, che con il termine microbiota si deve intendere l’insieme degli ecosistemi microbici endogeni presenti negli organismi superiori (il più importante dei quali è quello intestinale). Con il termine microbioma ci si dovrebbe invece riferire all’enorme genoma associato al microbiota stesso e composto da milioni di geni: migliaia di volte più numerosi dei geni self, specie-specifici, e spesso dotati di potenzialità segnaletiche importanti nel controllo delle principali funzioni e persino dello sviluppo degli organismi complessi e in particolare dell’uomo. Un numero sempre più significativo di studi dimostra infine l’importanza del viroma, cioè dei virus associati al microbiota, che sono in grado di svolgere un ruolo importante nel “trasferimento orizzontale” di informazioni genetiche all’interno della biosfera (HGT/Horizontal Gene Trasfering) non solo tra microrganismi, ma probabilmente anche tra gli organismi superiori che li contengono. È anzi probabile che le malattie infettive siano un epifenomeno, dalle conseguenze a volte drammatiche per l’uomo, di questo meccanismo pro-evolutivo fondamentale [5]

Nell’ultimo decennio, grazie all’enorme progresso degli studi omici, si è compreso che i cambiamenti nella composizione del microbioma si sono andati accumulando man mano che gli ominidi si sono andati diversificando e che negli ultimi millenni, proprio a causa dei rapidi cambiamenti di vita, si è registrata una drammatica perdita della bio-diversità microbica ancestrale [6].

In questo contesto vanno interpretati i numerosi studi che documentano l’esistenza di una serie di taxa batterici fondamentali che compongono il nucleo ancestrale del microbiota/microbioma condiviso da tutti i primati, Homo sapiens compreso [7]; dimostrano come il microbiota delle rare popolazioni dedite ancora oggi alla caccia e raccolta, come gli Hadza della Tanzania, presenti una maggiore biodiversità rispetto a quello tipico delle popolazioni moderne e sia essenzialmente composto da microorganismi che permettono di sfruttare l’energia e i nutrienti contenuti nelle fibre vegetali [8]; attestano come il microbiota/microbioma degli odierni americani mostri un tasso di cambiamento enormemente rapido rispetto a quello calcolato sulla base del tempo evolutivo che separa Homo sapiens dalle scimmie antropomorfe ed è più diverso da quelli di molte popolazioni africane (Malawi) di quanto questi ultimi lo siano rispetto a quello degli scimpanzé (bonobo). 

Le conseguenze di questa sempre più rapida riduzione di bio-diversità e modifica nella composizione del microbiota/microbioma umano sono state inizialmente associate a disturbi gastrointestinali, obesità e malattie autoimmuni. Poi però ci si è resi conto del fatto che i microrganismi opportunistici "moderni" emergenti sono in grado di innescare risposte dell’immunità adattativa assai diverse da quelle indotte dal set microbiotico ancestrale: un cambiamento rapidamente progressivo che rende il sistema immunitario umano meno tollerogeno e più reattivo, alimentando le attuali “epidemie” di malattie endocrino-metaboliche e immuno-infiammatorie, di disturbi del neurosviluppo e di cancro [9]

A sostegno della lettura critica di Diamond possiamo citare alcuni passi tratti da una recente storia dell'alimentazione umana redatta dall'antropologo Tom Standage: “Perché gli umani siano passati dalla raccolta e dalla caccia all'agricoltura è una delle domande più antiche e complesse della storia umana. Si tratta di un vero mistero, perché quel cambiamento - va detto - peggiorò la vita dell'uomo, e non solo da un punto di vista nutrizionale… Gli antropologi moderni che hanno trascorso del tempo in compagnia di gruppi superstiti di cacciatori-raccoglitori riferiscono che, anche nelle zone più marginali, dove oggi sono costretti a vivere, la raccolta del cibo esige solo una minima parte del loro tempo, e comunque molto meno di quanto ne richieda produrre la medesima quantità di cibo con l'agricoltura. Un tempo si pensava che l'avvento dell'agricoltura avesse dato all'uomo più tempo da dedicare alle attività artistiche, allo sviluppo di nuovi mestieri e tecnologie e così via. Secondo questa tesi l'agricoltura affrancò l'uomo da un angosciante esistenza alla giornata, tipica dei cacciatori raccoglitori. In realtà è vero il contrario. L'agricoltura è più produttiva nel senso che produce più cibo per una data superficie di terra… Ma è meno produttiva se la si misura in base alla quantità di cibo prodotto per un'ora di lavoro. In altre parole, è un'impresa molto più faticosa (e) a quanto sembra i cacciatori raccoglitori erano molto più sani dei primi agricoltori... Gli agricoltori seguono una dieta meno varia e meno bilanciata dei cacciatori-raccoglitori… I cereali forniscono sufficienti calorie, ma non contengono l'intero spettro di nutrienti essenziali. Per questo gli agricoltori erano più bassi dei cacciatori-raccoglitori… e, studiando i reperti ossei, si è scoperto che gli agricoltori soffrivano di varie patologie dovute a malnutrizione, che nei cacciatori-raccoglitori erano rare o assenti, come il rachitismo (carenza di vitamina D), lo scorbuto (carenza di vitamina C), l'anemia da carenza di ferro. Inoltre, la loro dipendenza dai cereali aveva altre conseguenze: gli scheletri femminili spesso mostrano artrite alle giunture e deformità delle dita dei piedi, delle ginocchia e della regione lombare, associate all'uso giornaliero della macchina a mano per ridurre la granella in farina. I resti dentali evidenziano che gli agricoltori soffrivano di carie, disturbo ignoto al cacciatori-raccoglitori, poiché i carboidrati delle diete ricche di cereali venivano ridotti in zuccheri dagli enzimi della saliva durante la masticazione. Anche l'aspettativa di vita, determinabile sempre dallo scheletro, precipitò, secondo i reperti rinvenuti. L'aspettativa media di vita passò da 26 anni per i cacciatori-raccoglitori a 19 per gli agricoltori. Man mano che i gruppi diventavano stanziali e si ingrandivano, aumentava l'incidenza di malnutrizione, malattie parassitarie malattie infettive. Considerati gli svantaggi, perché gli esseri umani si diedero all'agricoltura? La risposta, in sintesi, è che non si accorsero di quel che accadeva se non quando fu troppo tardi.” [10]

Infine, Tom Standage dimostra, con grande dovizia di esempi, come praticamente tutti gli alimenti di cui abbiamo fatto uso in questi 10.000 anni  abbiano assai poco di veramente “naturale”,  essendo il prodotto di una incalzante “selezione artificiale”  e di vere e proprie  innovazioni “biotecnologiche” che hanno, in genere,  puntato a  incrementare la produttività e a rendere più facili i raccolti, fatalmente indebolendo piante e animali e impoverendo, sul piano nutrizionale  gli alimenti stessi. Inoltre e soprattutto, l'invenzione della zootecnia, dei primi conglomerati abitativi, dei primi sistemi di irrigazione e il passaggio a una vita più sedentaria avrebbero rapidamente favorito il diffondersi nella nostra specie delle malattie infettive e parassitarie, come lebbra, tubercolosi e malaria. Insomma, le trasformazioni alimentari, degli habitat e degli stili di vita che rappresentarono i primi passi di quella che ancora oggi definiamo la grande civiltà umana, determinarono una trasformazione significativa della biocenosi e soprattutto della micro-biocenosi e, di conseguenza, di quella che il grande storico della medicina Mirko Grmek aveva definito patocenosi [11].

Un’analisi del tutto analoga era stata del resto proposta alcuni anni prima dal già citato Jared Diamond, il quale, ricordando come la stragrande maggioranza delle patologie infettive e parassitarie che hanno funestato negli ultimi millenni la vita dei nostri più immediati progenitori (malaria, tubercolosi, influenza, morbillo...) siano delle zoonosi, le aveva definite uno sgradevole “dono del bestiame” [12]. Si potrebbe anche parlare di una sorta di vendetta, perpetrata dal bestiame contro chi lo aveva imprigionato, asservito e costretto a una vita innaturale e malsana, che avrebbe finito con l'incidere altrettanto negativamente sulla sua salute e persino sulle sue potenzialità evolutive, visto che sembra ormai dimostrato che la gran parte degli animali da noi addomesticati e costretti a una vita innaturale abbiano cervelli più piccoli e sensi meno acuti e siano affetti da tutta una serie di problemi patologici, tutto sommato non molto diversi da quelli di cui anche noi siamo affetti (una chiara e fin qui sottovalutata dimostrazione del fatto che ambiente e stili di vita (epigenetica/nurture) hanno sulla nostra evoluzione biologica (almeno nel breve termine) e quindi sulla nostra salute, effetti maggiori della genetica (nature), come, del resto, dimostra il recente dilagare delle patologie croniche, a partire dalla pandemia di obesità e diabete 2, che colpisce gatti e cani in modo simile ai loro padroni, come conseguenza degli stessi corto-circuiti viziosi (microbico-immuno-infiammatori, endocrino-metabolici e psico-neuro-immuno-endocrini).

In sintesi, la Rivoluzione neolitica fu la prima e fondamentale tappa della trasformazione globale dell'ambiente terrestre operata da Homo sapiens. E avrebbe innescato, come detto in tempi brevissimi sul piano bio-evolutivo, uno stravolgimento progressivo e irreversibile di tutti gli equilibri della biosfera e, in particolare, della micro-bio-sfera, che solo di recente siamo in grado di comprendere e di riconoscere come causa principale della transizione epidemiologica in atto consistente nel rapido aumento di tutte le patologie croniche, endocrino-metaboliche, immuno-infiammatorie, del neurosviluppo, neurodegenerative e tumorali [13]

Tra gli studiosi che hanno invece proposto una valutazione essenzialmente positiva della Rivoluzione neolitica possiamo ricordare il famoso agronomo russo, naturalizzato italiano, Giovanni Haussmann che nel libro La Terra e l’uomo asserì che soltanto i popoli che hanno sfruttato la terra in modo dissennato hanno causato la crisi della propria civiltà, mentre quelli che hanno trovato una simbiosi con la natura hanno mantenuto per millenni e migliorato le loro colture e culture e preservato i loro modi di vivere. Una rappresentazione tesa a sottolineare come la Rivoluzione neolitica avesse potenzialità sia positive che negative e come quest’ultime siano state piuttosto la conseguenza dell’Ybris che ha spinto la nostra specie al superamento dei limiti imposti dalla Natura.

Sembra del resto che solo alcuni tipi di organizzazione e sfruttamento agricolo siano stati veramente devastanti, come dimostrato dal famoso libro di Franklin H. King Farmers for Forty Centuries che mostrò come in Cina i contadini abbiano potuto vivere per 4000 anni sugli stessi terreni senza degradarne la fertilità.

Secondo questi ed altri autori, sostenere che il passaggio all’agricoltura rappresenti l’inizio dell’Antropocene equivarrebbe ad abbracciare la filosofia di alcune grandi associazioni ecologiste secondo cui la Natura dovrebbe essere protetta dall’uomo, la cui presenza è essenzialmente distruttiva. Una visione ideologica che diventa grottesca quando spinge a istituire parchi come quello per le tigri del Bengala e a scacciare le popolazioni che per secoli hanno convissuto con le tigri e le hanno di fatto preservate; o come quello per gli uccelli, istituito dallo Stato dell’Arizona, di cui raccontava Gary Nabhan, dal quale furono allontanate le popolazioni indiane che ci vivevano da secoli (dopo 15 anni un ornitologo vi contò molte meno famiglie di uccelli di una riserva indiana, oltre la frontiera col Messico, dove gli autoctoni erano rimasti indisturbati).

Ed è fuor di dubbio che sussistono piccole popolazioni dedite da secoli a forme di agricoltura assai diverse da quella industriale, caratterizzata da monoculture e bio-distruttiva. Come gli Hunza dell’Indu Kush, a lungo considerati il popolo più sano e forte del pianeta, da cui provenivano i "portatori" delle spedizioni sul Karakorum e sull’Himalaya che hanno ispirato molte diete, come la Bircher Benner.

Un’altra “innovazione” collegata alla domesticazione di altri animali ha avuto un impatto rilevante sulla fisiologia di Homo sapiens. I cacciatori raccoglitori hanno vissuto sulla Terra per un tempo assai più lungo dei nostri antenati più recenti e, al pari dei primati precedenti, non utilizzavano il latte di altre specie animali. L’utilizzo di questo da parte degli agricoltori neolitici ha indotto reazioni fisiopatologiche legate all’intolleranza delle proteine esogene e del lattosio, che sussistono tuttora [14]. Inoltre, nel giro di alcuni millenni, si è venuta a creare una maggior tolleranza al nuovo nutriente, diversa da popolazione a popolazione, con ulteriore e rapido cambiamento del microbiota/microbioma. Ed è sempre più evidente che anche il latte animale più “adattato” non può in alcun modo sostituire per il cucciolo di Homo sapiens quello materno, ricco di anticorpi specifici e di preziosissime cellule staminali e che il ritorno all’allattamento materno esclusivo e prolungato sareebbe un obbligo morale, potenzialmente salvifico per la nostra specie.

Infine, bisogna sottolineare che le selezioni fatte dopo la scoperta delle leggi di Mendel sono cosa completamente diversa da quelle operate dagli antichi contadini che dipendevano dalle piante per la sopravvivenza, che le osservavano giorno dopo giorno, che le modificavano lavorando esclusivamente sul fenotipo, che si trasmettevano intuizioni ed esperienze per generazioni. Per migliaia di anni, in questo modo, la terra è stata teatro di un'incredibile moltiplicazione di biodiversità alimentare: le coltivazioni avvenivano per popolazioni e non per varietà, e le selezioni si facevano per multitasking e non per un carattere solo (il che comprendeva anche caratteri nutrizionali, di gusto, ecc.). Come mostrano le scoperte di Nikolaj Vavilov che individuò, come culle genetiche originarie delle piante, le regioni caratterizzate da maggior variabilità delle stesse. E ancora oggi, sulle Ande, i contadini tradizionali coltivano su piccoli appezzamenti di terra decine di varietà di patate con una ricchezza nutrizionale incredibile. Dopo la scoperta delle leggi di Mendel si è avuta invece un’erosione genetica, quale mai prima nella storia, finalizzata all’aumento delle produzioni commerciabili.

La conseguenza maggiore della Rivoluzione neolitica è stata certamente il drammatico e progressivo incremento demografico, soprattutto là dove la proprietà privata della terra ha ridotto la responsabilità dei coltivatori nelle scelte colturali e nei rapporti con l’ambiente. Uno studio lo ha dimostrato a partire dall’analisi dei genomi mitocondriali: dopo aver separato i lignaggi associati ai cacciatori-raccoglitori e alle popolazioni agricole si è potuto calcolare un tasso di crescita cinque volte superiore in queste ultime in Europa, Asia sudorientale e Africa subsahariana. Le stime dei tempi di crescita della popolazione basate su dati genetici corrispondono inoltre esattamente alle date delle origini dell'agricoltura, derivate da prove archeologiche [15].

Ma la crescita veramente esponenziale della popolazione umana è stata la conseguenza della seconda e certamente più drammatica crisi epocale dell’ecosfera innescata da Homo sapiens: la Rivoluzione industriale e chimica.


La Rivoluzione industriale

La Rivoluzione industriale è stata, al di là di ogni ragionevole dubbio, la seconda tappa epocale della trasformazione ambientale e di conseguenza epidemiologica, operata da Homo sapiens. In genere si distingue tra prima e seconda rivoluzione industriale. La prima rivoluzione industriale riguardò prevalentemente i settori tessile e metallurgico. Il suo arco cronologico è compreso tra 1760 del 1830 e vide l’introduzione delle prime macchine: la spoletta volante (flying shuttle), inventata nel 1733 in Inghilterra al fine di consentire la tessitura automatica e la macchina a vapore introdotta, nella sua forma definitiva, progettata da James Watt, nel 1765. La seconda rivoluzione industriale viene fatta iniziare intorno al 1870, con l'introduzione dell'elettricità, della chimica moderna e dei combustibili fossili (in particolare del petrolio, visto che l’uso esteso del carbone aveva già caratterizzato la prima rivoluzione industriale[16].

Sussistono pochi dubbi sul fatto che la rivoluzione industriale abbia comportato una trasformazione profonda tanto del sistema  economico e produttivo,  sociale e politico globale, quanto dell’ecosfera e, in particolare, dell’atmosfera e della biosfera, con ripercussioni a livello biologico  e quindi epidemiologico e sanitario, ancora impossibili da valutare (e che gli effetti più drammatici e pericolosi, potenzialmente irreversibili e fin qui enormemente sottovalutati,  concernano essenzialmente questo livello).

Semplificando al massimo possiamo dire che, in generale, le valutazioni socio-economiche della Rivoluzione industriale, sono positive. Mentre per le valutazioni di ambito ecologico il discorso cambia radicalmente, soprattutto a partire dai dati concernenti gli effetti globali dell'inquinamento chimico. Riprendendo l’icastica espressione di Jared Diamond, potremmo affermare che la Rivoluzione industriale ha rappresentato “il secondo peggior errore nella storia della specie umana”.

Ma forse, in questo caso, sarebbe più utile per una valutazione complessiva, distinguere tra gli effetti a breve termine, che furono in generale positivi e quelli a medio lungo termine (ambientali, climatici, biologici, ecologici e sanitari) che a questo punto, in assenza di risoluzioni internazionali, radicali e di grande portata, rischiano di essere drammaticamente negativi.

Per meglio inquadrare il problema conviene partire, da un brano interessante. Scrive lo storico dell'economia Antonio Escudero "Non è affatto esagerato asserire che la Rivoluzione industriale abbia costituito il cambiamento economico più importante della storia. All'inizio del 18º secolo la Gran Bretagna e la Francia erano paesi scarsamente popolati. La speranza di vita dei loro abitanti non superava i 30 anni.  La maggior parte degli Inglesi e dei Francesi erano contadini. Ogni agricoltore produceva soltanto pochi alimenti. I centri urbani erano piccoli e gli artigiani che vi risiedevano realizzavano una limitata quantità di beni. Accrescendo la produttività del lavoro, la rRvoluzione industriale aumentò la produzione e il consumo pro capite. Da allora la ricchezza dei paesi industrializzati è aumentata più della popolazione. Quest'ultimo fenomeno ha indubbiamente rappresentato il cambiamento economico più importante mai verificatosi nel corso della storia." [17]E ancora: "Il tratto più caratteristico delle condizioni demografiche anteriori alla Rivoluzione industriale era l'elevatissima mortalità infantile (in media, ogni 1000 bambini 300 o 400 morivano entro il primo anno di età, mentre oggigiorno nei paesi sviluppati tale cifra è ridotta al 10 o 15 per mille). Nelle società pre-industriali  la mortalità raggiungeva livelli catastrofici: in certi anni scompariva il 200-300 per mille della popolazione. Queste impennate della mortalità dipendevano da cattivi raccolti o da epidemie. Era sufficiente qualche anno consecutivo di carestia, perché una popolazione denutrita fosse preda di malattie che la decimavano. La scarsa igiene e il sovraffollamento contribuivano a provocare violente epidemie che la medicina dell'epoca non era in grado di curare." [18]

Si tratta di una valutazione alquanto positiva e non è certamente un caso che l'autore sia un'economista. Ma è innegabile che i dati citati siano veritieri e che la Rivoluzione industriale contribuì, almeno inizialmente, a risolvere in Europa grandi problemi sociali, economici, demografici e alimentari, permettendo un'enorme sviluppo della civiltà umana, anche sul piano culturale e scientifico. Uno sviluppo dovuto però, in gran parte, all’enorme furto e saccheggio delle risorse, iniziato dal 1500 con la colonizzazione delle Americhe, dell’Africa e di buona parte dell’Asia, che permise l’accumulazione necessaria allo sviluppo del capitalismo industriale e dell’usura sistematica contro la natura e gli strati sociali inferiori e che comportò la morte di milioni di esseri umani che avevano vissuto per secoli in equilibrio simbiotico con la natura, senza problemi di sovra-popolazione o di fame. Come mostra il saggio di Marshall Sahlins L’economia nell’età della pietra.  

Inoltre, i possibili effetti veramente dannosi sul piano ecologico, biologico e  addirittura bio-evolutivo e sanitario, del rapidissimo e sempre più globale  sviluppo industriale, sono emersi soltanto nell'ultimo mezzo secolo e persino tra gli scienziati non tutti sono disposti ad ammettere, come suggerito dal chimico olandese (e premio Nobel) Paul Crutzen, che l’uomo moderno si è andato trasformando in una vera e propria forza tellurica distruttiva. I possibili effetti dell'impatto dell'intero sistema  produttivo e commerciale costruito dall'uomo sull’ecosfera e sul clima, sono, almeno in potenza, talmente catastrofici da imporre una  valutazione critica  degli ultimi due secoli di storia e di quello che molti considerano ancora un modello di sviluppo sostanzialmente positivo [19]. Per tutti questi motivi sarebbe anche importante per i medici e in particolare per gli epidemiologi e i tossicologi (abituati a valutare i rischi e gli effetti dannosi di specifiche sostanze tossiche e/o di particolari situazioni di esposizione individuale e collettiva all’inquinamento ambientale), fare riferimento a una tale rappresentazione storico-ecologica di ampio, amplissimo respiro, per non rischiare di sottovalutare i veri pericoli della trasformazione biologica ed eco-sistemica in atto.

Non dovrebbe essere difficile cogliere l’importanza dell'impatto complessivo che la rapidissima trasformazione ambientale  e climatica  indotta dall'uomo in pochi decenni (è quasi superfluo ripeterlo: un tempo irrisorio in relazione ai processi bio-evolutivi) potrebbe avere su equilibri biologici, delicati e complessi, formatisi in miliardi di anni nell’ambito della cosiddetta Rete della vita/Web of Life (per usare un'espressione famosa coniata da Fritjof Capra) di cui anche l’uomo fa parte e, di conseguenza, sulla salute umana.

 

 Note

[1] Diamond J Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni
Torino, Einaudi, 1998.

[2] Smith, O., Momber, G., Bates, R., Garwood, P., Fitch, S., Pallen, M., Gaffney, V., Allaby, R. G. (2015). Sedimentary DNA from a submerged site reveals wheat in the British Isles 8000 years ago. Science, 347 (6225), 998-1001.

[3] Gupta, A. K. (2004). Origin of agriculture and domestication of plants and animals linked to early Holocene climate amelioration. Current Science, 87 (1), 54-59.

[4] https://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/eleonora-benvegnu/rivoluzione-neolitica-cambia-lo-stile-di-vita/marzo-2015

[5] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4962295/

[6] https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.1419136111

[7] Marchesi JR. Prokaryotic and eukaryotic diversity of the human gut. Adv Appl Microbiol (2010) 72:43–62.

[8] https://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/eleonora-benvegnu/rivoluzione-neolitica-cambia-lo-stile-di-vita/marzo-2015

[9] Blaser MJ. The theory of disappearing microbiota and the epidemics of chronic diseases. Nat Rev Immunol. 2017 Jul 27;17(8):461-463.

[10] Standage T. An Edible History of Humanity (2009); trad it. Una storia commestibile dell'umanità, Torino, Codice edizioni, 2010.

[11] Il termine è un neologismo che Grmek aveva ricavato dal concetto di biocenosi, proponendo in pratica la tesi secondo cui tra le malattie presenti in un certo periodo e in un certo territorio esista un equilibrio simile a quello che si viene a determinare tra le varie forme di vita che costituiscono i diversi biomi. Può essere interessante ricordare che per il grande storico della medicina anche l'epidemia di AIDS (ancora una zoonosi) sarebbe stata essenzialmente il prodotto di una crisi patocenotica, provocata oltre che da una serie di sconvolgimenti della società africana e globale, dalla scomparsa di quello che per secoli era stato probabilmente il peggior serial killer della storia umana: il virus del vaiolo, eliminato, speriamo per sempre, dalla meglio riuscita, a tuttoggi, campagna vaccinale organizzata dall'OMS.

[12] Diamond J Armi, acciaio e malattie. Op. cit.

[13] Burgio, E. Environment and Fetal Programming: The origins of some current “pandemics”. J. Pediatr. Neonat. Individ. Med. 2015, 4, e040237

[14] https://bmcecolevol.biomedcentral.com/articles/10.1186/1471-2148-10-89

[15] Gignoux CR, Henn BM, Mountain JL. Rapid, global demographic expansions after the origins of agriculture. Proc Natl Acad Sci U S A. 2011 Apr 12; 108(15): 6044-9.

[16] Talvolta ci si riferisce agli effetti dell'introduzione massiccia dell'elettronica e dell'informatica nell'industria come alla Terza Rivoluzione Industriale, che viene fatta partire dal 1970 (Battilossi S. Le rivoluzioni industriali,  Roma, Carocci, 2002)

[17] Escudero A.  La rivoluzione industriale, Milano, Fenice (1994) pag. 4

[18] Ibid pag. 12

[19] Crutzen coniò il neologismo Antropocene: la prima era geologica nella quale le attività umane sono state in grado di influenzare la composizione dell’atmosfera e di alterare il suo equilibrio.


Fonte: La nuova agricoltura contadina. L'alba della rinascita per la Terra, di AA. VV., collana Ecologist italiano
Libreria Editrice Fiorentina, 2022. pag. 110-120

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