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sabato 13 giugno 2020

Black Lives: invece in Italia


tanti in Italia si sono impressionati per lo spropositato numero di neri, e non solo, quasi sempre poveri, che perdono la vita troppo presto e con dolore, negli Usa, ma anche in Italia.
pretendiamo che i nostri parlamentari approvino domani, con voto di fiducia, una legge che dia la cittadinanza italiana a tutti i nati in Italia e a chi ha fatto le scuole pubbliche in Italia.
lo diciamo con parole italiane, non sapendo se tutti i parlamentari conoscono il latino.





Punjab-Italia, senza ritorno - Marco Omizzolo
Nelle campagne italiane, anche al tempo del Coronavirus e della difficile regolarizzazione dei migranti privi di permesso di soggiorno, la macchina dello sfruttamento continua a produrre schiavitù e morte. È accaduto, sabato 6 giugno, ancora una volta a Sabaudia, in pieno Agro Pontino. Nel residence «Bella Farnia Mare», proprio davanti al luogo in cui la cooperativa In Migrazione organizzò, nel 2015, il primo centro servizi avanzati a tutela dei braccianti indiani, ostacolato dalla politica di destra e non adeguatamente sostenuto da quella di sinistra e in particolare dalla Regione Lazio, Joban Singh, bracciante indiano di 25 anni impiegato in condizioni di grave sfruttamento nelle campagne circostanti, ha deciso di togliersi la vita.
ERA GIUNTO IN ITALIA mediante un trafficante indiano che era riuscito a vendergli, per circa 8 mila euro, il biglietto di sola andata per un sogno chiamato benessere. Si ritrovò invece a lavorare come uno schiavo in alcune aziende agricole pontine, sotto diversi padroni italiani e caporali indiani, ricevendo in cambio un salario che non superava i 500 euro mensili. Poi la notizia della regolarizzazione e con essa la possibilità di liberarsi dalle catene del caporalato. Per questo si reca ripetutamente, insieme a diversi compagni di lavoro, da vari padroni italiani per domandare di essere regolarizzato. Tutto inutile. La regolarizzazione non lo deve riguardare perché i padroni non la ritengono conveniente.
Troppi soldi e troppa esposizione. E poi perché regolarizzare un bracciante indiano senza permesso di soggiorno e senza contratto che lavora da anni per circa 500 euro al mese? Il rifiuto della regolarizzazione si associa, per Joban, alla notizia della morte del padre. Gli anni di soprusi subiti e di sfruttamento diventano improvvisamente neri. La speranza di riabbracciare la madre e le sorelle ancora in India, di prendersi cura di loro, di liberarsi dal giogo criminale dei padroni, caporali e trafficanti, si infrange definitivamente.
COSÌ, DOPO ESSERSI SFOGATO con alcuni amici e capi della comunità indiana, decide di tendere una corda in cima alle scale interne della sua abitazione e di farla finita. Lì verrà trovato, ormai senza vita, dai suoi coinquilini.
Come Joban, altri tredici braccianti indiani nel corso degli ultimi tre anni hanno deciso di suicidarsi. Alcuni di loro, ridotti in schiavitù ed emarginati, si sono impiccati dentro le serre del padrone, unica forma possibile di denuncia e dissenso loro rimasta.
L’ULTIMO CASO ERA ACCADUTO l’1 dicembre scorso a borgo Hermada, nel Sud Pontino, ed aveva riguardato un bracciante indiano di appena 38 anni. Una foto scattata da un suo collega di lavoro mostra Joban durante la pausa pranzo, seduto in terra nella serra, chino a mangiare pane e ceci tra i filari di ortaggi che raccoglieva tutto il giorno, domenica compresa. È la fotografia di un sistema agromafioso che sviluppa, ogni anno, come ricorda l’Eurispes, circa 25 miliardi di euro e che ancora oggi governa la vita di circa 450 mila lavoratori e lavoratrici nelle campagne italiane.
Sono sicuro di avere incontrato Joban decine di volte. Proprio nel residence «Bella Farnia Mare» sono iniziati, circa tredici anni fa, le prime assemblee coi braccianti indiani per discutere della loro condizione lavorativa e di vita.
IN QUEI MICRO appartamenti di colore bianco, a richiamare le bianche case di Ibiza, sono stato centinaia di volte. Ho dormito al loro interno d’estate e d’inverno, aiutato a spegnere incendi notturni che rischiavano di sterminare famiglie intere, organizzato, ispirandomi alla pedagogia degli oppressi di Freire, corsi avanzati di italiano, educazione ambientale, diritto del lavoro, costituzionale e sindacale.
DURANTE IL PROGETTO «Bella Farnia» di In Migrazione, che ha portato ad organizzare, il 18 aprile del 2016, insieme alla Cgil, il più grande sciopero di braccianti stranieri in Italia, la porta di accesso al centro è sempre rimasta aperta, anche quando tentarono di intimidirci facendoci trovare sull’uscio una bombola del gas e un fornelletto.
SE LA POLITICA, AD OGNI LIVELLO, avesse deciso di far sopravvivere quell’esperienza di ricerca e impegno, forse Joban oggi sarebbe ancora vivo. Forse, trovando quella porta ancora aperta, avrebbe ricevuto il conforto, le informazioni e il coraggio necessario per continuare a vivere e denunciare caporali e padroni. Avrebbe potuto parlare con un mediatore indiano con esperienza di bracciante anche lui sfruttato nelle campagne pontine e con un’insegnante di italiano aperta alla didattica sperimentale. Invece, isolato ed emarginato, Joban ha deciso di suicidarsi. Sarebbe bastato poco per dargli una possibilità concreta di realizzare la sua speranza in una vita migliore. Magari il coraggio di investire in progetti qualificati e professionali «con la porta aperta».
NON CI RESTA, INVECE, ora, che spedire la sua salma in Punjab dalla madre e dalla sorella, chiedendo ancora una volta, dopo l’ennesima tragedia, anche per Joban un po’ di giustizia.

Caltanissetta, Adnan ucciso per aver aiutato un anziano vittima dei caporali: "Aveva fatto i nomi" - Francesco Bunetto
Le telecamere di Fanpage.it sono andate a Caltanissetta per raccontare la drammatica vicenda che ha coinvolto la comunità nissena, con l'omicidio di Adnan Siddique, un uomo pakistano di 32 anni, la notte del 3 giugno. Incontriamo Alì, amico di Adnan. Ha raccontato a fanpage.it che qualche giorno prima della morte di Adnan, ha ricevuto un messaggio vocale davvero misterioso:"Se mi succede qualcosa, loro sono i colpevoli".
Camminiamo lungo la via San Cataldo -"Era un bravo ragazzo – si sente dal balcone". Sono i vicini di casa che hanno voluto ricordare il giovane pakistano, sempre con il sorriso sulla bocca. "Ha fatto una brutta morte – si sente ancora in quella via assordante – non meritava di morire così, hanno detto i vicini". La città di Caltanissetta è ancora scossa e allarmata da un fatto che conferma quanto la violenza sia radicata nel mondo del lavoro agricolo. Un sistema che sfrutta migliaia di lavoratori, rendendoli schiavi. Adnan Siddique sarebbe stato al fianco di alcuni suoi connazionali che lavoravano in campagna, e che sarebbero vittime del caporalato. Dall'autopsia è emerso che la vittima è stata colpita con cinque coltellate in diverse parti del corpo: due alle gambe, uno alla schiena, alla spalla e al costato. Quest'ultimo e' risultato quello fatale. I carabinieri, poche ore dopo il delitto, hanno trovato anche il coltello, lungo 30 centimetri, utilizzato dai presunti assassini.
Le prime denunce
Lungo la via San Cataldo, abbiamo incontrato la famiglia Di Giugno, che gestisce un bar, dove Adnan si fermava spesso a parlare con loro, fino a creare una splendida amicizia tanto da chiamare "Mamà" la signora Rita. "Questi signori hanno portato via un amico per i miei figli – ha detto Rita – e un figlio per me, ero una madre per lui, non posso dimenticarmi tanti gesti bellissimi che ha fatto nei confronti della famiglia – continua – e devono pagare perché hanno perseguitato da almeno un anno questo ragazzo". Aveva tanti sogni, sposare una donna italiana, trasferirsi per lavoro insieme a mio figlio – continua Rita – comprarsi una bella macchina, era una persona davvero buona". Anziani, bambini, animali, lui aiutava chiunque. Conclude – Attraverso Enti, faremo in modo di avviare una raccolta fondi per il trasferimento del corpo alla madre in Pakistan".

Già minacciato e aggredito
Manutentore di macchine tessili a Caltanissetta, "Aveva già ricevuto in passato minacce e aggressioni, racconta l'amico fraterno Erik – è capitato che gli hanno rotto la testa e ha subìto anche un furto, dove gli hanno portato via tutto e, nonostante questo, il giorno successivo era andato a lavoro in pigiama perché era fiero di ciò che stava costruendo".Spero che la verità venga a galla – conclude Erik – e spero che le persone paghino per quello che gli hanno fatto".

Al momento sono stati fermati cinque pakistani per l'omicidio del giovane. Si tratta di Muhammad Shoaib, 27 anni, Alì Shujaat, 32 anni, Muhammed Bilal, 21 anni, e Imrad Muhammad Cheema, 40 anni e il connazionale Muhammad Mehdi, 48 anni, arrestato per favoreggiamento, tutti interrogati ieri dal gip Gigi Omar Modica. I primi quattro rimangono in carcere mentre il quinto è stato rimesso in libertà ma con l'obbligo di firma. Un’altra persona è stata fermata questa mattina, su provvedimento della Procura di Caltanissetta, polizia e carabinieri hanno fermato un pakistano di 20 anni, Shariel Awan Muhammed con l’accusa di concorso in omicidio. Indagando su alcuni soggetti della comunità pakistana che da tempo si sono stabiliti a Caltanissetta e in provincia, la polizia avrebbe raccolto gravi elementi nei confronti del ventenne; per gli investigatori il delitto sarebbe stato commesso da un vero e proprio commando. Secondo la ricostruzione dei carabinieri Adnan, che per lavoro si occupava di riparazione e manutenzione di macchine tessili, aveva presentato denuncia per minaccia nei confronti dei suoi carnefici. Sta prendendo piede anche l'ipotesi che gli aggressori operassero una mediazione, per procacciare manodopera nel settore agricolo, tra datori di lavoro e connazionali. In cambio avrebbero trattenuto una percentuale sulla loro paga.
"Non meritava di morire così"
Successivamente al misterioso messaggio vocale di Adnan ai suoi amici connazionali:"Se mi succede qualcosa, loro sono i colpevoli", chiama i genitori di Adnan e, attraverso una videochiamata, sentiamo parole spezzate in pakistano, tradotte da Alì:"Siamo distrutti, non ci sembra ancora vero" – dicono i genitori di Adnan. La madre piange in continuazione, l'unica cosa che desidera è riavere il corpo del figlio in Pakistan. "Adnan – racconta Alì – era una persona gentile, buona e speciale, aiutava tutti, forse questo è stato il suo ultimo sbaglio. Conclude Alì – Noi non vogliamo che questa gente delinquente entri a Caltanissetta, perché questo è un Paese civile, che paghino in Pakistan perché in Italia non gli fanno niente".


Una notizia e un cartellone: 3 bambini, 22 donne, 9 uomini - Doriana Goracci


L'ho messo da una parte come altre foto e scritti in sosta che non faccio scappare: Com'è che non riesci più a volare, me lo ricorda una canzone.
Stasera si è incontrato, a notte tarda, il cartellone, con questa notizia, quando mezza addormentata ho sentito il Tg3: "Sono 34 i cadaveri recuperati dalla Marina tunisina per naufragio di fronte alle coste tunisine, al largo della città di Sfax: decine di migranti risultano morti e dispersi, nell'affondamento di una precaria imbarcazione con cui volevano attraversare il Mediterraneo e arrivare in Europa. A comunicarlo è il sito informativo Tunisie Numerique precisando che i corpi rinvenuti appartengono a 22 donne, 9 uomini, 3 bambini, di vari paesi dell'Africa sub-sahariana e un tunisino originario di Sfax, che sarebbe stato al timone del peschereccio affondato. Unità della Marina militare e della Guardia costiera con l'ausilio dei sommozzatori delle forze armate e della protezione civile sono attualmente al lavoro nel tratto di mare interessato dal naufragio alla ricerca di altri dispersi".
Dunque stanotte una notizia che si ripete da anni,come tanti tragici naufragi di migranti, si è incontrata con una foto, non consola nessuno e non aiuta nessuno, "ciononostante" si esprime come vuole esprimere l'avverbio; le ho coniugate, con uno sposalizio del mare,notizia e cartellone, ora che è iniziata la bella stagione che con tanti limiti mettiamo distanza, tra i corpi e il mare e la paura di dolorose contaminazioni.E mi ritrovo che "Ho fatto naufragio senza tempesta in un mare nel quale si tocca il fondo con i piedi...Non so cosa porterà il domani" come scriveva Fernando Pessoa.
Forse volevano arrivare a Lampedusa.

Le riammissioni illegali dei migranti: la rotta al contrario da Trieste alla Bosnia - Anna Spena

La Rotta Balcanica è una rotta dimenticata. Convenzionalmente la rotta inizia in Grecia, fisicamente finisce in Italia, a Trieste. Ma il viaggio di chi fugge inizia molti chilometri prima per finire poi nel Nord Europa. La maggior parte dei profughi in Bosnia Erzegovina sono concentrati nel cantone di Una- Sana, al confine con la Croazia. Ce ne sono circa seimila – i numeri ufficiali non esistono - e sono concentrati nelle città di Bihač e Velika Kladusa (Ne abbiamo parlato in questi articoli Rotta Balcanica, attraversare i confini è un game disperato e Rotta Balcanica, migranti trattati come gli animali).
Ma dalla scorsa metà di maggio i profughi che riescono ad arrivare a Trieste vengono riportati in Slovenia: «Non è legittimo», spiega Gianfranco Schiavone, vice presidente Asgi, Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, «eseguire le riammissioni dei migranti in Slovenia senza un previo esame delle situazioni individuali ed un effettivo coinvolgimento delle persone interessate». Le riammissioni devono cessare chiede l’Asgi in una lettera aperta indirizzata al Ministero dell’Interno, alla Questura e Prefettura di Trieste oltre che alla sede per l’Italia dell’UNHCR.
Cosa sta succedendo a Trieste?
A metà di maggio 2020 il Ministero dell’interno ha annunciato l’impegno ad incrementare le riammissioni di migranti in Slovenia e l’invio, a tale scopo, di 40 agenti al confine orientale dell’Italia. Anche nel 2018 si erano registrati casi di respingimenti illegittimi ma in numero contenuto. Allora la risposta fu principalmente quella di negare i fatti. In ogni caso, oggi, il fenomeno dei respingimenti illegali è aumentato in termini di quantità. Non abbiamo numeri ufficiali dei profughi che sono stati riportato dall’Italia in Slovenia, possiamo stimare il dato a circa 200 persone dal 20 maggio ad oggi.
Come vi siete accorti di quello che stava succedendo?
Per due motivi, a Trieste arrivavano sempre meno ragazzi. Questo ci ha iniziato ad insospettire. Poi dalla Bosnia hanno lanciato l’allarme. I rifugiati che dall’Italia venivano portati in Slovenia, e dalla Slovenia alla Croazia e poi dalla Croazia alla Bosnia hanno denunciato quello che stava succedendo a una rete di volontari e informatori sul campo. Persone di massima affidabilità, ma che per adesso preferiamo rimangano anonime.
Rispetto al 2018 possiamo parlare solo di una differenza nel numero dei respingimenti?
No. Direi che la differenza oltre ad essere quantitativa appunto è anche, per così dire, ideologica.
In che senso?
Siamo nella più assoluta illegalità ma sembra che il fatto non interessi nessuno. Sappiamo che la gran parte delle persone che vengono respinte hanno manifestato la volontà di chiedere asilo. Mentre in passato la giustificazione poggiava sulla tesi che non si trattasse di richiedenti asilo oggi si tende a giustificare (pur usando volutamente un linguaggio ambiguo) che si possono respingere anche i richiedenti perchè la domanda di asilo si può fare in Slovenia. Si tratta di “ riammissioni effettuate non in ragione del ripristino dei controlli alle frontiere interne mai formalmente avvenuto ma in applicazione dell’Accordo bilaterale fra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di Slovenia sulla riammissione delle persone alla frontiera, firmato a Roma il 3 settembre 1996, che contiene previsioni finalizzate a favorire la riammissione sul territorio dei due Stati sia di cittadini di uno dei due Stati contraenti sia cittadini di Stati terzi. In primis occorre rilevare come tale accordo risulti illegittimo per contrarietà al sistema costituzionale interno italiano e per violazione di normative interne. È infatti dubbia la legittimità nell’ordinamento italiano dell’Accordo bilaterale fra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di Slovenia e di ogni altro analogo tipo di accordi intergovernativi per due ordini di ragioni: nonostante abbiano infatti una chiara natura politica, essi non sono stati ratificati con legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi dell’art. 80 Cost.;in quanto accordi intergovernativi stipulati in forma semplificata, in ogni caso essi non possono prevedere modifiche alle leggi vigenti in Italia (altro caso in cui l’art. 80 Cost. prevede la preventiva legge di autorizzazione alla ratifica) e dunque essi neppure possono derogare alle norme di fonte primaria dell’ordinamento giuridico italiano. In ogni caso, anche volendo prescindere da ogni ulteriore valutazione sui profili di illegittimità dell’Accordo di riammissione è pacifico che ne è esclusa appunto l’applicazione ai rifugiati riconosciuti ai sensi della Convenzione di Ginevra (all’epoca la nozione di protezione sussidiaria ancora non esisteva) come chiaramente enunciato all’articolo 2 del medesimo Accordo. Del tutto priva di pregio sotto il profilo dell’analisi giuridica sarebbe l’obiezione in base alla quale l’accordo fa riferimento ai rifugiati e non ai richiedenti asilo giacché come è noto, il riconoscimento dello status di rifugiato (e di protezione sussidiaria) è un procedimento di riconoscimento di un diritto soggettivo perfetto i cui presupposti che lo straniero chiede appunto di accertare. Non v’è pertanto alcuna possibilità di distinguere in modo arbitrario ed illegittimo tra richiedenti protezione e rifugiati riconosciuti dovendosi comunque garantire in ogni caso l’accesso alla procedura di asilo allo straniero che appunto chiede il riconoscimento dello status di rifugiato. Inoltre, va evidenziato come l’espressione, contenuta nell’Accordo in relazione alle riammissioni attuate “senza formalità” non può certo essere intesa nel senso che la riammissione possa avvenire senza l’emanazione di un provvedimento amministrativo in quanto in quanto è indiscutibile che l'azione posta in essere dalla pubblica sicurezza attraverso l’accompagnamento forzato in Slovenia produce effetti sulla situazione giuridica dei soggetti interessati. Il provvedimento di riammissione va motivato in fatto e in diritto, seppure succintamente va notificato all'interessato e, anche se immediatamente esecutivo, deve essere impugnabile di fronte all'autorità giudiziaria. A chiudere del tutto l'argomento sotto il profilo giuridico, è il noto Regolamento Dublino III che prevede che ogni domanda di asilo sia registrata alla frontiera o all'interno dello Stato nel quale il migrante si trova. Una successiva complessa procedura stabilita se il Paese competente ad esaminare la domanda è eventualmente diverso da quello nel quale il migrante ha chiesto asilo e in ogni caso il Regolamento esclude tassativamente che si possano effettuare riammissioni o respingimenti di alcun genere nel paese UE confinante solo perchè il richiedente proviene da lì. Anzi, il Regolamento è nato in primo luogo per evitare rimpalli di frontiera tra uno stato e l'altro. Violare, come sta avvenendo, questa fondamentale procedura, significa scardinare il Regolamento e in ultima analisi, il sistema europeo di asilo. E' come se fossimo tornati indietro di trent'anni, a prima del 1990.
Dalle vostre testimonianze risulta che anche la polizia italiana, al pari di quella croata, ha esercitato violenza sui migranti?
No questo no. Sono stati riportati atti di scherno, ma non di violenza.
Come avviene concretamente la riammissione illegale?
I migranti vengono rintracciati nell'area di confine; passano diverse ore in Italia in stazioni di polizia e in tendoni allestiti allo scopo dove non possono accedere le organizzazioni umanitarie che si occupano della tutela legale dei rifugiati anche se le normative europee prevedono che deve essere consentito l'accesso a tali organizzazioni. A Trieste gli enti non mancano, ed anzi hanno una lunga ed autorevole storia, ma credo proprio per queste ragioni vengono tenute lontane. Nonostante l'importanza della rotta balcanica (più di 10mila ingressi nel 2019) l'UNHCR non mai ritenuto di inviare almeno un funzionario che stia in pianta stabile a Trieste effetuando un monitoraggio costante e diretto. Spero che, di fronte alla gravità della situazione attuale, UNHCR acquisisca la consapevolezza che è necessario monitorare da vicino la situazione. Nei luoghi di polizia i migranti che si decide di riammettere vengono identificati con rilascio delle impronte digitali e subito dopo vengono caricati su mezzi in dotazione alla polizia e consegnati (tutto si svolge il più rapidamente possibile) alla polizia slovena che a sua volta li ricarica su altri mezzi e li porta al confine con la Croazia. Come in una catena di montaggio, dopo avere attraversato il Paese con uso di furgoni chiusi,la polizia croata lascia i migranti al confine con la Bosnia-Erzegovina dove si verifica la parte più cruenta di questa catena dell’illegalità. Ci troviamo al confine esterno all'Unione Europea e per procedere con il respingimento fuori dell'Unione sarebbe necessario applicare precise procedure previste dal Codice frontiere Schengen con consegna alla polizia bosniaca. Poichè ciò non è possibile perchè il provvedimento svelerebbe la catena ovvero che si tratta di persone consegnate di mano in mano tra diversi stati, le stesse vengono lasciate in mezzo ai boschi, ma prima vengono denudate, picchiate e private delle poche cose che hanno. La Bosnia, che è uno Stato frammentato e debole riprende i rifugiati per molte ragioni legate a pressioni internazionali e a meccanismi economici (la gestione dei campi profughi muove molti interessi) e non ultimo perchè sa che sono persone che non rimarranno ma tenteranno di nuovo il "game".
Persone come fantasmi…
È inconcepibile che attraversino tre Paesi e che non ci sia la minima traccia di nessun atto amministrativo. Secondo le testimonianze raccolte, le persone riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto, si sono ritrovate respinte in Slovenia, quindi in Croazia, ed infine in Serbia o in Bosnia sebbene le stesse fossero intenzionate a domandare protezione internazionale all’Italia. Come detto il provvedimento di riammissione va motivato in fatto e in diritto, seppure succintamente, e va notificato all’interessato e, anche se immediatamente esecutivo, deve essere impugnabile di fronte all’autorità giudiziaria. A questi migranti non è mai stato rilasciato nessun tipo di documentazione sul loro respingimento.

L'allarme dei medici: morti in sei anni 1500 migranti sfruttati come braccianti
In un articolo pubblicato sul British Medical Journal i medici denunciano la situazione critica dei migranti che vivono nelle baraccopoli. In sei anni si sono verificate ben 1500 morti di braccianti sfruttati e tenuti in condizioni disumane in baraccopoli.
Fermare lo sfruttamento dei migranti che lavorano nell'agricoltura in Italia e che vengono pagati solo 12 euro per 8 ore di lavoro, schiavi dei campi che consentono di portare pomodori italiani a basso prezzo sulle tavole di tutto il mondo tutto l'anno.
È l'appello lanciato da un gruppo di medici italiani sul British Medical Journal. E sono oltre 1.500, denunciano, i braccianti agricoli morti negli ultimi 6 anni in Italia a causa del loro lavoro.
A questi morti, affermano i medici su Bmj, "si aggiungono altre vittime, quelle uccise dal Caporalato".
Queste persone, denunciano, "vivono in baraccopoli senza acqua, senza servizi igienici senza accesso ai servizi sanitari di base", spiegano Claudia Marotta e colleghi della Ong Medici con l'Africa Cuamm.
Dal 2015 l'organizzazione, in partnership con istituzioni locali, fornisce servizi sanitari di base a questo popolo di migranti sparsi per tutta Italia, che affollano in circa 100 mila 50-70 baraccopoli e che nonostante la legge 'sull'Agromafia', sono completamente privi di protezione.
"Salute, migrazione, economia, sviluppo sostenibile e giustizia sono tutti aspetti del nostro mondo tra loro interconnessi - scrivono gli autori dell'articolo - ed è un dovere per la comunità scientifica e clinica prendersi cura e dare voce a queste persone 'mute'".
"Tutti dobbiamo batterci contro lo sfruttamento, la discriminazione, il razzismo e l'egoismo, in qualsiasi forma si presenti", concludono.

Strage di Kerkennah, sale a 53 il numero dei migranti morti nel naufragio. Intanto, a Borgo Mezzanone va a fuoco all'alba un'altra baracca: un uomo muore carbonizzato

Una persona è morta nell'incendio divampato all'alba di oggi all'interno di una baracca che si trova nel ghetto di Borgo Mezzanone, l'insediamento abusivo sorto nel Foggiano. La vittima non è stata ancora identificata. Le fiamme hanno avvolto un'abitazione di fortuna che si trova in una zona piuttosto isolata della "ex pista", dove risiederebbero numerosi cittadini di origini senegalesi. In un anno e mezzo è la quarta vittima registrata nel ghetto a seguito di incendi divampati nella baraccopoli.
Intanto, è salito a 53 il numero dei cadaveri recuperati dalla Marina tunisina nell'area del mare situata tra El Louza (Jebeniana) e Kraten al largo delle isole Kerkennah, teatro del naufragio di un barcone carico di migranti in maggioranza subsahariani, partito da Sfax nella notte tra il 4 ed il 5 giugno e diretto verso le coste italiane.
Il conteggio arriva dal direttore della protezione civile di Sfax che lo ha riferito all'agenzia tunisina Tap. Secondo il direttore regionale della Sanità di Sfax, Aly Ayadi, tra i corpi rinvenuti ci sarebbero quelli di almeno 24 donne di cui una incinta, una decina di uomini e tre bambini, tutti provenienti da vari Paesi dell'Africa sub-sahariana e un tunisino 48enne di Sfax, che sarebbe stato al timone del peschereccio affondato. Dopo essere sottoposti ad un prelievo del Dna per tentarne l'identificazione, i corpi saranno inumati nel cimitero di El Saltnya, alla periferia di Sfax.

Black Lives Matter ma non in Italia. Il ritardo dell’arte e della cultura nel paese - Johanne Affricot

The Revolution will not be televised, cantava Gill Scott Heron nel 1971. Sono trascorsi quasi 50 anni, e le parole del poeta, musicista a attivista di Chicago risuonano come una profetica utopia di un nuovo capitolo della stessa rivoluzione, iniziata più di 400 anni fa. Una rivoluzione che negli anni si è alimentata di un’irosa sopportazione dell’oppressione e della discriminazione razziale, fino a esplodere nelle ennesime proteste, innescate dall’ennesimo martire involontario, derubato della sua biografia, ad eccezione di un’unica e familiarissima istantanea: la razza e la morte violenta. E la rivoluzione è davanti agli occhi di tutto il mondo.

“NO JUSTICE NO PEACE” LA REAZIONE DEL MONDO DELL’ARTE E DELLA CULTURA
L’8 giugno si sono tenuti i funerali di George Floyd, afroamericano ucciso dall’ex poliziotto Derek Chauvin, che per 8 minuti e 46 secondi fatali ha premuto il ginocchio sul collo dell’uomo. A tredici giorni dalla morte di Floyd, gli Stati Uniti sono tutt’ora attraversati da un’enorme ondata di proteste che ha assunto una portata globale, e che vede anche nell’abbattimento di statue simbolo di schiavitù e di regimi coloniali (anche qui in Europa e in Italia), violenza e oppressione, una necessità di fare i conti con un passato presente e pesante. Ma se la questione razziale e la violenza della polizia contro i neri sono il fattore che salta subito all’occhio, la pandemia Covid-19, che ha falciato soprattutto la comunità afroamericana in termini di contagi e decessi, ha portato ancora di più in luce il razzismo sistemico e istituzionale nel paese dell’American Dream. La sperequazione nella distribuzione della ricchezza ha effetti devastanti sulla vita quotidiana delle classi sociali più marginalizzate–dall’accesso alle cure sanitarie alle abitazioni dignitose; dall’accesso a un’istruzione di qualità all’alto tasso di disoccupazione; dall’approvvigionamento di generi alimentari salutari all’incarcerazione di massa. Va da sé che la lettura delle proteste dovrebbe quindi liberarsi di vizi spannometrici e includere più livelli nell’osservazione generale del quadro.
Eppure le reazioni del mondo dell’arte statunitense sono state un po’incerte e zoppicanti, alcune tardive, altre non pervenute, soprattutto alla luce del fatto che Floyd è morto il 26 maggio, e, poco prima di lui, altre due morti violente di cittadini statunitensi neri, disarmati e innocenti (Amhaud Arbery Breonna Taylor) avevano scosso gli Stati Uniti e l’occidente. Il mondo scientifico, per esempio, il 10 giugno ha scioperato contro il razzismo. Laboratori, università e società scientifiche hanno aderito alla giornata di sostegno al movimento Black Lives Matter e Nature, la rivista scientifica per eccellenza, ha espresso un mea culpa che paventa cambiamento: “Nature è contraria a tutte le forme di razzismo. Ma alle parole vanno seguiti fatti”,si legge nell’editoriale. La rivista riconosce di essere “una delle istituzioni ‘bianche’ responsabili del pregiudizio nella ricerca e borse di studio, negando spazio ai ricercatori neri. La scienza è stata, e rimane, complice di questo razzismo sistemico e deve lottare più duramente per correggere queste ingiustizie e amplificare le voci marginalizzate,” continua.

GEORGE FLOYD: I MUSEI AMERICANI
Ma tornando al mondo dell’arte e della cultura, e prendendo come riferimento tre importanti istituzioni museali americane presenti su Instagram e altri social network, notiamo che il New Museum ha postato solo il 2 giugno il quadrato nero in segno di solidarietà (#BlackOutTuesday), accompagnato da un laconico post che recita: “Alla luce dei recenti eventi, sospendiamo temporaneamente la nostra programmazione social. Black Lives Matter”,per poi elencare una serie di organizzazioni che si occupano di giustizia razziale cui fare una donazione. Stessa storia per il Guggenheim, in letargo sociale dal 2 giugno. Condivisione del box nero e una sintetica comunicazione in cui si legge “Il Guggenheim sta osservando il #BlackOutTuesday, sta ascoltando e accompagnando il lutto della famiglia di George Floyd e delle molte altre vite perse di neri. Esprimiamo la nostra solidarietà e siamo a fianco di coloro che chiedono giustizia e la fine del razzismo.” Il MOCA di Los Angeles invece non ha lasciato alcuna lettera di addio (temporaneo), preferendo far perdere le sue tracce dal 31 maggio.
In un momento in cui gli Stati Uniti stanno vivendo una forte turbolenza interna, che è anche e soprattutto di coscienza (la rivoluzione di Gil Scott di cui sopra), è impossibile non chiedersi perché il sistema dell’arte appaia disorientato, quasi spaventato, incapace di rispondere a degli avvenimenti che stanno producendo cambiamento. Lo stesso giornalista, intellettuale e scrittore americano Ta-Nehisi Coates (Tra me e il mondo, 2015), in una recente intervista con Ezra Klein evidenzia due aspetti interessanti: il primo è che in questo scenario di caos, lui vede speranza e progresso (consiglio di recuperare il suo intervento di giugno 2019 alla Sottocommissione di Giustizia della Camera dei Rappresentati legato alla richiesta di riparazioni per gli eredi degli afroamericani che furono schiavizzati); il secondo è legato a suo padre. In uno scambio di pensieri e comparazioni, il padre racconta al figlio come queste proteste siano più sofisticate rispetto a quella di Baltimora del 1968 a cui partecipò. “Bianchi e neri scendono uniti, c’è una ‘solidarietà multi-etnica’ che risuona in tante città americane.” L’immensa autrice, attivista e femminista Angela Davis (Donna, Razza e Classe, prima pubblicazione US, 1981; prima pubblicazione italiana, 2018) preferisce essere più cauta con i paragoni ma ferma anche lei su alcuni punti chiave, esposti in un’intervista su Channel 4 News: “Questo momento, questa particolare congiuntura storica ha in sé enormi possibilità che il nostro paese non ha mai visto. Non so se lo paragonerei alle proteste degli anni ’60, piuttosto è un continuum storico, e nel 2020 siamo finalmente testimoni delle conseguenze di decadi, secoli di tentativi di espellere il razzismo dalla nostra società,” riflette. […] “È un momento emozionante. Non credo di aver mai vissuto questo tipo di lotta globale al razzismo e alle conseguenze della schiavitù e del colonialismo” .

GEORGE FLOYD: LA PROTESTA DOPO LA PANDEMIA
Sarà forse che il tempo presente, con la pandemia di Coronavirus ancora fresca nelle nostre vite, stia offuscando la vista e danneggiando l’ascolto? O che i conseguenti tagli di budget dei musei, che hanno mandato a casa tante persone, stiano imponendo una ridefinizione delle priorità? Sarebbe interessante capire anche chi detta la linea di queste istituzioni, la maggior parte delle quali sono fondazioni private.
Il silenzio del Guggenheim in parte è stato interrotto dallo scontro innescato da Chaédria LaBouvier, guest curator afroamericana del museo per la mostra Basquiat’s “Defacement”: The Untold Story(2019). In un suo tweet del 2 giugno in risposta al museo, LaBouvier ha richiamato l’istituzione, denunciandola di razzismo istituzionale e ipocrisia, dopo che questa aveva condiviso il messaggio di solidarietà di cui sopra. “Get the entire f-ck out of here. I am Chaédria LaBouvier, the first Black curator in your 80 year history & you refused to acknowledge that while also allowing Nancy Spector to host a panel about my work w/o inviting me. Erase this shit”.Per continuare: “This is the same museum that made up an IMAGINARY designation of ‘first solo Black curator’ b/c they were too afraid to admit that they had not hired a Black curator to lead a show in 80 years and erased me and history in the process. They are full of shit”. Il Guggenheim, interpellato da Essence, ha offerto la sua versione che aggiusta alcune inesattezze di LaBouvier, e allo stesso tempo ammette i diversi errori fatti da quando è stato fondato, annunciando il proprio impegno a prendere misure adeguate per migliorare.
La scarsa rappresentazione dei neri americani (così come di donne e altre minoranze non bianche) nelle collezioni permanenti dei musei statunitensi è però un problema reale e sentito, e, nonostante gli sforzi più volte annunciati dal settore di procedere a una maggiore diversità, parità (che, a scanso di equivoci, si traduce anche in “qualità”) degli artisti, il processo è ancora lungo. Dai risultati di una ricerca condotta a maggio 2019 condivisa da Hyperallergic, emerge che l’85.4% delle opere nelle collezioni dei principali musei statunitensi sono di artisti bianchi, e l’87.4% di artisti uomini. Gli artisti afroamericani detengono la percentuale più bassa, 1,2% delle opere, mentre gli artisti asiatici sono al 9% e gli ispanici e latini al 2,8%.   Secondo i dati della Andrew Mellon Foundation, inoltre, i curatori neri rappresentano solo il 4% dell’intero staff curatoriale statunitense.

BLACK LIVES MATTER E IL SETTORE ARTISTICO E CULTURALE ITALIANO
Da un lato quindi abbiamo una società civile che in queste proteste appare più eterogenea e compatta rispetto al passato, che sta mandando un segnale, sia a livello locale che globale, anche se è ancora presto per delineare un quadro; dall’altro dei dati che rispondono alle nostre domande e che suggeriscono che se oggi fai dichiarazioni, quelle sono, e il lungo periodo è la temporalità a cui si devono legare.
E in Italia? Il MAXXI il 10 giugno ha lanciato tramite i propri canali social il progetto #MAXXIforBlackLivesMatter, iniziativa orientata a far conoscere il movimento Black Lives Matter, nato nel 2013, attraverso l’arte. “[…] ci inginocchiamo, per i nostri fratelli e sorelle, per rialzarci insieme, per sempre.” Leggermente in ritardo, ma meglio tardi che mai. Un gesto necessario, ma sarebbe altrettanto necessario ideare e portare avanti un calendario di iniziative permanenti, prendendo spunto dagli appuntamenti organizzati nel 2018 in occasione della loro mostra African Metropolis.
La protesta pacifica che si è svolta a Roma (e in altre città italiane) lo scorso fine settimana ha direzionato anche l’attenzione sul razzismo istituzionale e strutturale presente nel nostro paese. In una piazza del Popolo picchiata dal sole e gremita di corpi, rigorosamente in mascherina, attivisti e artisti italiani afrodiscendenti hanno infatti riportato in superficie molti temi a me cari, tra cui la dimenticata riforma della cittadinanza legata allo Ius Culturae―di cui ha parlato la professionista in cooperazione internazionale Susanna Owusu―la cui lotta negli ultimi anni, prima del suo cestinamento, è stata portata avanti dal movimento Italiani Senza Cittadinanza e altre organizzazioni. In un appassionato intervento rivolto a migliaia di persone, l’attore italiano afrodiscendente Haroun Fall ha allacciato la questione cittadinanza alla scarsa e/o totale assenza di rappresentazione e inclusione di artisti neri, della classe creativa e culturale afrodiscendente nell’industria dei media, delle arti, della creatività, della cultura.
Il nostro sistema artistico, creativo e culturale infatti rispetto a queste questioni, e osservando gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, risulta completamente e colpevolmente addormentato da sempre, non solo a livello mainstream, ma anche più underground. Si fa fatica a comprendere come mai nessuna realtà italiana si sia mai veramente messa in discussione, abbia mai provato a cambiare lo scenario, a promuovere e favorire una rigenerazione che includa una pluralità di voci e di pensiero.
Se pensiamo al settore audiovisivo, il premio del MIBAC “MigrArti, la cultura unisce”, è stato congelato due anni fa e, seppure presentasse dei limiti almeno esisteva, e in parte contribuiva ad arricchire il panorama, ad educare. In essere c’è per fortuna il premio Mutti, destinato a registi di origine straniera, ma le risorse sono poche per essere considerato uno strumento alternativo per una maggiore emancipazione culturale e artistica del nostro paese. Oltre a questi, ad oggi non mi risulta esistano altri strumenti od opportunità culturali di rilievo per italiani con altre origini.
Partire dalle scuole primarie e secondarie è la chiave, la sfida più importante. Creare e mettere a disposizione degli strumenti che facilitino l’educazione e il progresso culturale è la base. Daniele Vitrone, in arte Diamante, rapper-educatore italiano afrodiscendente di origini brasiliane, con i suoi laboratori di musica nelle scuole di Milano sta già tracciando una linea di intervento da cui prendere ispirazione. Prima di lui, a Roma, il rapper italo-egiziano Amir Issa, che oggi troviamo a far lezione nelle università degli States, tra cui l’Università statale di San Diego, all’interno del Dipartimento di italianistica, lingua e cultura del nostro paese. Ai docenti interessa far conoscere ai ragazzi l’Italia di oggi, non più solo un paese di migranti ma una terra di approdo e di confronto per il multiculturalismo, e a tenere lezione chiamano un “italiano di seconda generazione”, uno che quei temi li conosce e che li ha vissuti in prima persona.

SPAZI DI SPERIMENTAZIONE: I CASI INTERNAZIONALI
Sono solo alcuni esempi, che si scontrano con l’amara realtà in cui versa il nostro paese. L’assenza è pesante, palpabile, e in questi ultimi cinque anni, con tutte le difficoltà immaginabili, abbiamo cercato e stiamo cercando riempire con GRIOT questo vuoto, nato da un’esigenza personale, dalla volontà e necessità di creare uno spazio di condivisione artistica e culturale transdisciplinare in cui potersi riconoscere, che ispiri, attraverso il quale sperimentare e creare, fare network con le diaspore dell’Europa, delle Americhe, con l’Africa. Ma non basta. La mancanza di un nostro spazio fisico sul territorio spezza l’idilliaca sensazione e contentezza di aver fatto dei passi in avanti, nonostante le numerose attività realizzate con istituzioni o altre realtà indipendenti, di settore, o meno mainstream. E se la riflessione vuole essere spostata sull’esistenza, esperienza e qualità artistica di artisti italiani afrodiscendenti o con altre origini, sarebbe errato non considerare il ritardo in cui siamo, che di fatto ha rappresentato una barriera, e che l’humus si genera se c’è scambio fisico, interazione e incontro, condivisione. The Studio Museum in Harlem(New York) è probabilmente uno dei principali e più prestigiosi poli per artisti afroamericani e della diaspora africana. Rimanendo nei confini europei, e ridimensionando le grandezze, in Francia, a Parigi, abbiamo La Colonie, spazio artistico cross-disciplinare, anti-accademico e di pensiero critico, co-fondato dall’artista Kader Attia; nel Regno Unito, a Londra, c’è l’Autograph ABP, una realtà che si avvicina molto alla nostra idea di luogo di arti e cultura, insieme allo spazio indipendente Savvy Contemporary di Berlino, fondato dal camerunense Bonaventur Soh Bejeng Ndikung (curator at large di documenta 14). E in Italia? Dov’è l’Italia? Perché manca all’appello?

BLACK LIVES MATTER: L’ESIGENZA DI UNO SPAZIO DI SPERIMENTAZIONE IN ITALIA
Anche se ai più sembrerà una forma di ghettizzazione chiudersi in uno spazio in cui si intende dare rilevanza specialmente ad artisti afrodiscendenti e di altre culture e contaminazioni, vi assicuro che non lo è. È un processo, piuttosto, per il quale, a mio avviso, è importante passare, e che prima e poi verrà superato. Si spera prima che poi. Ma i livelli di conoscenza e di pensiero rispetto a certe tematiche, di storie (individuali e collettive che siano) e dinamiche, richiamano a questa necessità e responsabilità. Un tentativo che si avvicinava a questa visione in realtà è stato fatto nel 2018 dal direttore del Museo Egizio di Torino Christian Greco. Attraverso la campagna trimestrale “Fortunato chi parla arabo” (i cui risultati del 2016 erano stati ottimi), voleva stimolare la fruizione dell’offerta culturale della città a un prezzo ridotto per consentire ai cittadini di lingua araba di essere sempre più parte della comunità con cui avevano scelto di vivere e condividere il futuro. Scoppiarono le polemiche, la leader di Fratelli di Italia Giorgia Meloni sostenne che l’iniziativa era un atto discriminatorio nei confronti delle famiglie italiane.
Consapevoli del diverso contesto culturale in cui ci troviamo e delle lacune rispetto alle realtà internazionali sopra citate, a GRIOT siamo pronti e intendiamo battere questa direzione. Il quando per noi è ora già da un po’. Perché se non ora, quando?

SE VI FOSSERO SFUGGITI ECCO ALTRI DUE LINK...
Mentre le lotte antirazziste oltreoceano rompono finalmente la bolla massmediatica, le lotte dei braccianti africani nei ghetti e nei distretti agroalimentari italiani sono sistematicamente isolate, represse e infine oscurate dai media mainstream.
Per i dettagli sulla campagna potete consultare il sito di Campagne in Lotta https://campagneinlotta.org/limmigrazione-non-e-un-crimine…/




venerdì 31 marzo 2017

Tre mesi con i braccianti Sikh, nell’inferno del caporalato - Marco Omizzolo

  
Più di tre mesi trascorsi a lavorare nei campi agricoli della provincia di Latina con uomini obbligati a lavorare come schiavi. Tre mesi nell’inferno dei braccianti indiani che raccontano il volto oscuro dell’Italia. Un paese che nasconde parte di sé sotto le gonne del malaffare, espressione di un capitalismo baro, cinico, violento, spregiudicato e fondato sullo sfruttamento lavorativo, a volte in complicità con mafiosi di ogni genere e imprenditori sempre pronti a elogiare il potente di turno. Tre mesi dentro le serre pontine, compagno di lavoro di persone a cui nessuno chiedeva mai il nome. Uomini considerati solo strumenti per il profitto del padrone. Questa è la sintesi della mia esperienza di ricerca sociologica condotta sulla comunità punjabi in provincia di Latina e sul bracciantato agricolo, attività nella quale molti di loro sono impiegati.
Braccianti che dovevano obbedire, senza discutere. Uomini con le mani callose e sporche di terra, la schiena piegata per 10, 12 e a volte anche 14 ore al giorno per raccogliere pomodori, cocomeri, ravanelli o insalata. Il tutto per circa 20-30 euro al giorno. Accade ogni giorno nelle campagne del pontino. In provincia di Latina si contano circa 30mila punjabi, in prevalenza residenti nei Comuni costieri a spiccata vocazione agricola. Uomini, oggi sempre più anche donne, costretti a coltivare e a raccogliere gli ortaggi che poi prendono le autostrade della Grande distribuzione Organizzata, filiera sporca responsabile di tanta parte dello sfruttamento lavorativo, per finire nei piatti dei cittadini-consumatori di tutta Europa. Sono lavoratori col turbante che ho imparato a conoscere, che ho intervistato a centinaia, che ho guardato negli occhi anche quando si inumidivano dicendomi che avevano sbagliato a venire in Italia. Pensavano al nostro paese come una grande occasione di riscatto sociale ed economico per sé e la propria famiglia, l’opportunità di vivere “all’occidentale”, di vedere il mondo che gli avevano raccontato amici e parenti. E invece si sono trovati a lavorare piegati nei campi agricoli per poche centinaia di euro al mese sotto lo sguardo vigile del caporale o del padrone di turno e a dire sempre “sì capo”.

Partivo ogni mattina in bicicletta con un gruppo di braccianti indiani da Bella Farnia, piccolo residence vicino Sabaudia, per arrivare nel campo agricolo indicatoci dal caporale. Per ore a raccogliere fiori di zucca o cocomeri, sperando che nessuno dei miei compagni pronunciasse il mio nome italiano. Ero lì, sulla mia terra, per osservare le modalità del reclutamento, dell’intermediazione illecita (caporalato), ascoltare le parole dei lavoratori, fare la loro stessa fatica, guardare il datore di lavoro e poi provare a studiare il tutto, con gli occhi del sociologo e l’indignazione dell’essere umano, cercando di non smettere mai di restare umano. E ho osservato datori di lavoro pretendere dai lavoratori di essere chiamati padrone, obbligare i braccianti indiani a fare tre passi indietro e ad abbassare la testa prima di rivolgersi al capo italiano. Ho visto braccianti indiani lavorare tutti i giorni della settimana per un mese intero ed essere pagati appena 400 euro. Ed io con loro. Ho parlato con lavoratori indiani che dopo aver lavorato per settimane senza sosta e aver chiesto un giorno di riposo sono stati allontanati, licenziati, cacciati con ignominia. Ho intervistato i braccianti aggrediti e rapinati del mensile faticosamente guadagnato da bande di criminali italiani. Gli indiani mi spiegavano che denunciare è inutile. Non conoscono i nomi degli aggressori e anche quando ne vengono a conoscenza non si permetterebbero mai di farli alla polizia, perché spesso sono i figli o gli amici del padrone o i propri compagni di lavoro italiani. Meglio stare in silenzio dunque, che denunciare e perdere il lavoro. Ho incontrato lavoratori indiani che hanno subito spedizioni punitive solo per aver chiesto il riconoscimento di un giusto salario, come Hardeep, che dei giovani italiani in auto tentarono di investire mentre tornava con la sua bicicletta verso casa al termine di una faticosissima giornata di lavoro. Oppure Sarbjeet che sfuggì per poco al tentativo che dei delinquenti fecero di tramutarlo in una torcia umana, gettandogli addosso una tanica di benzina. O ancora Lathi, al quale ruppero entrambe le gambe. Per non parlare di tutti quei lavoratori indiani (ma anche rumene, bangladesi e a volte anche italiani) investiti per strada mentre si recano o tornano dal campo di lavoro e lì abbandonati. E poi gli incidenti sul lavoro mai denunciati. Le percosse e le violenze subite da chi osa alzare la testa e il silenzio costante delle istituzioni, che sollecitate sul tema, rispondono sempre che si tratta solo di casi isolati. I padroni hanno molti soldi, pagano campagne elettorali, spostano migliaia di voti. Meglio scegliere con attenzione i propri avversari politici. Meglio stare dalla parte del più forte che di coloro che non votano, non parlano italiano e non si ribellano. E così la politica pontina discute poco di questo tema. Il silenzio, loro pensano, paga e molto.
È lo stesso silenzio che fino a poco tempo fa copriva le urla di chi denunciava il radicamento delle mafie nel pontino, dei killer di camorra e delle loro relazioni con l’economia e la politica pontina. Mafie e sfruttamento lavorativo, riciclo del denaro e truffe, violenza e silenzi. Gli indiani piegati nei campi a lavorare come schiavi, i padroni a volte servi dei mafiosi a contare soldi, mentre tutto intorno il silenzio assordante di quasi tutte le istituzioni. Solo la Questura di Latina di recente si è svegliata e con coraggio ha iniziato ad ascoltare le nostre denunce. E allora continuiamo a denunciare, a raccontare e a vivere stando dalla parte degli schiavi di questo capitalismo. O almeno ci proviamo consapevoli che non si tratta di episodi isolati, di casualità, ma della manifestazione di una particolare e sempre più diffusa organizzazione del lavoro e poi sociale che comprende padroni e schiavi coinvolti in rapporto di dipendenza, coi primi che comandano e i secondi che obbediscono. Mancano le catene, per il resto la condizione di servo o di schiavo è drammaticamente evidente. Così nasce il sistema pontino di reclutamento e sfruttamento della manodopera bracciantile straniera, indiana in particolare, nei campi agricoli. L’espressione più truce di un capitalismo globalizzato, senza più remore e coscienza. Gli indiani vengono sfruttati e non denunciano, i padroni sfruttano e tacciono, il sindacato, soprattutto la Cgil, fa quel che può, le mafie proliferano, i cittadini fanno finta di nulla.
Le storie dei braccianti punjabi pontini sono state raccontate più volte da In Migrazione (www.inmigrazione.it) con articoli, dossier e documentari. Un impegno costante dedicato a chi spesso non riesce ad esprimere la propria rabbia. I nuovi schiavisti si fanno chiamare imprenditori. Sono invece solo sfruttatori, espressione di un capitalismo che pare vincente ma che è invece fragilissimo e sull’orlo costante della crisi.
Dopo le nostre denunce, avendo avuto accanto sempre la Cgil, sono iniziate le reazioni. Intimidazioni, violenze, provocazioni, peraltro sempre denunciate. Ma anche i primi arresti di imprenditori e faccendieri, i sequestri di alcune aziende agricole, le denunce contro i primi caporali, a volte anche indiani, le inchieste di Medici senza Frontiere, Medici per i Diritti Umani, di Amnesty International. Una grande coalizione di donne e uomini che con coraggio hanno raccolto le testimonianze dei braccianti indiani e hanno analizzato, studiato e raccontato un inferno invisibile solo agli occhi di chi vuole essere distratto.

Molti i casi inquietanti. Forse due su tutti meritano di essere raccontati. Il primo riguarda l’uso di sostanze dopanti da parte dei braccianti indiani per sopportare le fatiche fisiche e psicologiche subite nei campi agricoli. Vendita nei campi e assunzione di sostanze nocive che avveniva e avviene ancora con la complicità colpevole del padrone di turno. Alcuni braccianti, infatti, assumono metanfetamine, antispastici e oppio per riuscire a soddisfare gli ordini del padrone che esige sempre di più. Se hai 50 anni non puoi lavorare per 12 ore al giorno tutti i giorni senza sosta. Ma non puoi permetterti neanche di perdere quel lavoro. E allora ti dopi. Prendi oppio, magari con vergogna e di nascosto come mi è capitato più volte di vedere, perché hai ancora uno o due ettari di carote da raccogliere e sei così stanco che non riesci quasi a restare in piedi. Il dossier di In Migrazione, Doparsi per lavorare come schiavi (http://www.inmigrazione.it/it/dossier/2014—doparsi-per-lavorare-come-schiavi) ha riportato le prime testimonianze dai braccianti indiani che raccontano il loro inferno fatto di sostanze dopanti, fatica, sfruttamento e ancora pochissimi soldi, mentre il saggio contenuto nella collettanea Migranti e territori analizza questo fenomeno con maggiore precisione e lo confronta con la storia del bracciantato agricolo italiano della prima metà del Novecento. Dei circa 9 euro l’ora di lavoro previsti dal contratto provinciale al lavoratore ne arrivano solo tre o quattro. Il resto rimane nelle tasche del padrone, che li spartisce con il commercialista di turno, artefice anch’egli dello sfruttamento lavorativo e con lui tutti quei professionisti che consentono al padrone di evitare i controlli amministrativi e ispettivi, mimetizzandosi tra le pieghe del sistema ufficiale. Questo è il capitalismo globale? Le riforme del lavoro vanno sempre in questa direzione. Aiutano il padrone, riconoscendogli un ruolo sociale che non merita, sbilanciando i rapporti di potere a suo vantaggio e contribuendo a rendere il lavoratore ancora più dipendente dalla sua volontà. Ciò vale anche per le ultime riforme, Jobs Act compreso. Si mortificano i diritti dei lavoratori, la loro capacità di autodeterminare la propria condizione economica e sociale, di lottare per i propri diritti, di rappresentanza e si rende muta la dialettica propria del rapporto tra capitale e lavoro. Di Vittorio reagirebbe portando milioni di lavoratori, braccianti e operai, in piazza. Darebbe loro la voce che oggi non hanno. Noi, senza dubbio, facciamo ancora troppo poco.
Il secondo caso riguarda quello di un lavoratore indiano che dopo aver lavorato per circa tre anni per una retribuzione di circa 400 euro al mese decise di rivolgersi proprio a In Migrazione, per cercare di avere giustizia. Dopo aver sporto denuncia, a distanza di due anni, si attende ancora la prima udienza. Nel mentre quel lavoratore, dalla lunga barba e col turbante, è stato allontanato dal suo ex datore di lavoro e costretto, insieme ai due testimoni faticosamente trovati, a cercare lavoro fuori regione. Questa è la giustizia italiana. Le sue inefficienze nascondo ingiustizie che colpiscono ancora i più deboli e scavano un fossato quasi invalicabile tra poveri e ricchi.
Intanto gli studi, le interviste, le indagini continuano. Siamo stati ascoltati dalla Commissione antimafia del Parlamento italiano, ci siamo costituiti come parte civile nel primo processo contro un imprenditore agricolo fondano accusato dai suoi stessi lavoratori indiani di truffa documentale e sfruttamento. Abbiamo avviato il primo sportello legalità con il progetto Bella Farnia finanziato dalla Regione Lazio e Arsial, e durato solo sei mesi ma capace di determinare alcune svolte fondamentali. In sole sei mesi, infatti, abbiamo organizzato un corso di italiano per circa 20 persone, fatto più di 80 consulente legali gratuite a lavoratori che sino ad allora avevano conosciuto solo le pratiche dello sfruttamento e la rabbia strumentale del padrone. Di queste ben 15 sono diventate vere e proprie vertenze giudiziarie dalle quali ci aspettiamo un minimo di giustizia. Una buona pratica, in sostanza, riconosciuta anche dal CNR e da alcuni importanti giornali tedeschi, che meriterebbe di continuare ad operare per saldare un nuovo patto, ancora fragile, tra la comunità punjabi pontina e gli italiani onesti. Proprio nel pontino è nata la proposta di introdurre, dopo averlo aggiornato, il reato di caporalato nel 416bis (associazione mafiosa) così consentendo il sequestro e poi la confisca delle aziende che praticano la riduzione in schiavitù dei lavoratori. Ma non basta. Bisogna rimettere al centro il lavoro, i diritti, la giustizia sociale, saper riconiugare tutto questo in chiave moderna includendo nella battaglia gli imprenditori onesti e capaci, sconfiggere malaffare, mafie e le norme e prassi peggiori della Grande distribuzione Organizzata. Proprio nel Sud pontino esiste il Mercato ortofrutticolo di Fondi, già al centro delle cronache giudiziarie italiane per la presenza di clan mafiosi che in associazione lo utilizzavano per i propri loschi affari. Nella battaglia per i diritti dei lavoratori della terra rientra la lotta contro le mafie dunque, e la liberazione del Mof dal giogo degli interessi trasversali e dei traffici illeciti e leciti di mafiosi e sfruttatori che insieme strangolano parte dell’agricoltura pontina e nazionale.
Intanto ogni giorno nei campi agricoli pontini si ripete la pratica dello sfruttamento. Coi caporali che lucrano, i padroni che speculano, i lavoratori che si dopano e a volte muoiono di fatica, i commercialisti e alcuni consulenti del lavoro che riempiono di soldi le loro casseforti. Il sistema agromafioso così descritto va sconfitto quanto prima sul piano culturale, economico e giudiziario. Sapremo presto se esiste questa volontà politica o meno. Sapremo presto se anche questo governo sta coi padroni o coi lavoratori. Una via di mezzo, stante la situazione di fatto, non esiste, se non al costo di accettare una mediocre e ipocrita posizione mediana che vuole tenere tutto e tutti insieme per puro calcolo di convenienza politica. A noi non resta che continuare ad ascoltare i lavoratori, le loro storie, le aspettative di vita, i loro progetti e a denunciare, con cognizione di causa e coraggio, quanti sulle spalle piegate dei braccianti indiani hanno costruito le loro fortune, facendosi chiamare padroni e obbligando gli indiani ad abbassare la testa. Abbassare la testa poi chissà ancora per quanto tempo.