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sabato 4 febbraio 2023

In difesa di Cospito

 

Sottrarre Alfredo Cospito al 41 bis è un atto costituzionale - Vito Totire

Signor Ministro, mi rivolgo a lei memore della percezione che ebbi alcuni decenni fa in un incontro presso la prefettura di Bologna, primi anni ’90 secolo scorso, a latere di una manifestazione contro la guerra.

La percezione, supportata anche da eventi precedenti, era che lei fosse propenso al dialogo con le comunità rom della città piuttosto che all’uso o alla stessa minaccia della “ruspa”. Rimasi sorpreso quando seppi della sua vicinanza all’area politica della Lega anche se, al momento, questo particolare potrebbe apparire una intenzione polemica che invece vorrei assolutamente evitare perché, soprattutto oggi, sarebbe del tutto fuori luogo.

La mia percezione di lei come persona incline al dialogo mi induce a suggerirle che lei è in errore (e con lei altri esponenti del governo in carica) se dovesse ritenere che la “questione Cospito” sia una questione che riguarda soltanto governo/stato/istituzioni e anarchici (o una parte dell’area anarchica).
Viceversa la “questione Cospito” cioè , brutalmente, il fatto che Alfredo Cospito non diventi il “Bobby Sands italiano”, è questione che riguarda certo governo/stato/istituzioni ma riguarda assolutamente tutti i cittadini italiani che scongiurano un epilogo mortifero della vicenda.

Il garante nazionale (che ringrazio per l’impegno profuso) ha proposto una strategia (poi, tardivamente, accolta) che rischia di “medicalizzare” un conflitto che in verità non necessita di tso e/o di alimentazione coatta ma necessita della sospensione del 41/bis e di una gestione della temporanea privazione della libertà che contemperi la interruzione dei canali potenzialmente utilizzabili per organizzare attività illegali con la esigenza di non sconfinare in forme di deprivazione socio-sensoriale capaci di compromettere gravemente la salute psico-fisica della persona reclusa.

Come è ovvio questa non è una critica al “garante” che ha agìto nell’ambito delle sue competenze istituzionali e col fine, comunque meritorio, di “riduzione del danno”.
Il recente trasferimento di Alfredo Cospito al carcere di Opera è dunque una decisione incongrua: una sintesi tra rischioso (per la persona detenuta) temporeggiamento e medicalizzazione inappropriata; nella condizioni cliniche note il temporeggiamento è sofferenza evitabile e ingiustificata.

Pensare che le condotte messe in atto negli ultimi giorni da alcuni manifestanti siano state dirette da Alfredo Cospito è del tutto fuori dalla realtà; la deprivazione socio-sensoriale che egli subisce , piuttosto, sconfina palesemente nell’abuso di mezzi di correzione e nel trattamento disumano e degradante.

Il braccio di ferro facilita l’escalation ma la grande maggioranza dei cittadini italiani al braccio di ferro non ha mai partecipato e non intende parteciparvi in futuro.
La vera aspettativa della stragrande maggioranza dei cittadini è evitare un lutto che peserebbe su tutta la comunità.

La Costituzione esige che la speranza di vita e di salute di Alfredo Cospito sia uguale a quella di tutte le altre persone; governi, istituzioni e cittadini possono e devono cooperare per il superamento della violenza ma senza che sia messa a rischio il diritto alla vita e alla salute dei singoli.

Signor ministro, la sospensione del regime 41/bis per il detenuto Alfredo Cospito sarebbe un atto coerente con la costituzione e alimenterebbe la non – violenza , non il contrario.
I bollettini medici ci riempiono di angoscia e disturbano il sonno anche di noi cittadini “non detenuti”; occorre costruire ponti senza arroccarsi a causa e per effetto di riflessi condizionati .

Con la aspettativa di un riscontro, certo potrei essere in errore io, la invito comunque a riflettere ulteriormente.

Vito Totire, medico psichiatra, circolo “Chico” Mendes (Rete europea per l’ecologia sociale)

da qui

 

CARISSIMO ALFREDO, GRAZIE

Carissimo Alfredo, grazie.
La lotta terribile che stai portando avanti è per noi tutti.
A questo punto ancora una volta ti preghiamo, ti imploriamo di accettare l’aiuto delle decine di cittadini che stanno digiunando al tuo fianco, delle migliaia di cittadini nel mondo che stanno manifestando in tuo nome, di accettare perfino l’aiuto di quei detentori di potere che, non potendoti più ignorare, ora chiedono giustizia per il “caso Cospito”, e sollevano sdegnati il sopracciglio di fronte al tabù della tortura carceraria e del 41 bis.
Non ti chiediamo di fermarti, ma di continuare con noi tutti, da vivo.
Accetta l’aiuto dei tuoi compagni di digiuno, accetta l’aiuto delle piazze, accetta l’aiuto di chi ti era stato avversario, torna a nutrirti per arrivare insieme al 7 marzo, di fronte alla Corte di Cassazione.
Accetta di vivere e di accompagnare il potere sul banco degli imputati, un potere colpevole di fronte alle sue stesse leggi, di fronte alla sua Costituzione, di fronte agli uomini, di fronte alla verità.
Camminiamo insieme, i tuoi amici in lotta e in digiuno,
Davide Tutino, Marianna Panico, Aligi Taschera, Giulia Abbate, Carlo Papalini, Domenico Spena, Lidio Maresca, Anna Ricci, Mario Marchitti, Maria Teresa de Carolis, Andrea Valcarenghi detto Majid, Kamaljeet Kaur, Umberto Baccolo, Elisa Torresin, Sergio D’Elia, Elisabetta Zamparutti, Ugo Mattei, Gianpiero Cassarà, Mirko De Carli, Ciro Silvestri.
Seguono le firme dei digiunanti della staffetta di Resistenza Radicale
Antonella Garofalo, Antonia Esposito, Clara Reina, Barbara Cargiolli, Davide Di Napoli, Emanuele Fanesi, Eugenio Carugo, Gabriella Oliviero, Giovanni Bella, Giuliano Castellino, Grazia Fecchio, Ilham Menin, Luisella Zanchettin, Paolo Damian, Roberta Spaventa, Stefania De Marco, Marco Ricagno, Maria Orsini, Pierangela Bertolo, Francesca Contini, Nathassia Cucco, Clara Emanuela Curtotti, Brunella Brindisi, Paola Lorenzini, Pierluigi Polese, Michele Poccecai, Angela Fabiano, Michaela Vera, Maria Elvermann, Yuri De Letteriis, Silvana Taliero, Anna Maria La Nave, Alessandra Patella, Gina Bonafè, Francesca Romana Nascè

Per chi volesse sottoscrivere la lettera-appello per la Vita ad Alfredo può inviare una mail con nome, cognome e città a scrivi@resistenzaradicale.eu

da qui

 

CASO COSPITO: IMPORTANTE COMPRENDERE LA VIOLENZA DELLO STATO - Giulia Abbate

 

Dal 31 dicembre Resistenza Radicale è al fianco di Alfredo Cospito: detenuto in isolamento al 41 bis, è giunto quasi al novantesimo giorno di sciopero della fame, oltre il limite di guardia per la sua salute. Dopo i sette giorni di digiuno di Marianna Panico e i sette giorni di Davide Tutino, è iniziata lunedì 16 gennaio la staffetta del digiuno, portata avanti da militanti di Resistenza Radicale.

Con il nostro sciopero della fame intendiamo ottenere questi scopi:

  • Stare vicino ad Alfredo Cospito: nel buio quasi totale della sua prigionia, sapere che “fuori” esiste un sostegno di questo tipo può aiutare e fare sentire meno sola una persona che oggi fronteggia la morte.
  • Prendendo su di noi l’onere del digiuno, indurlo a interrompere il suo, evitandogli danni irreversibili alla salute.
  • Tenere aperto il dibattito sul “caso Cospito”: parallelamente alla “notizia” del digiuno a staffetta, ci impegniamo a divulgare le ragioni per le quali il “caso Cospito” è un segnale di allarme fortissimo per tutte e tutti noi.
  • Produrre una testimonianza di impegno civile, attraverso la pratica gandhiana, che ispiri chi si lascerà ispirare, e che possa farci sentinelle e presenze, se mai un giorno qualcuno voglia dire: come mai nessuno si oppose, né fece o disse nulla?

Essendo coinvolta nel coordinamento di questa iniziativa (ho redatto io stessa gli obiettivi appena espressi, insieme a Marianna Panico), sono stata particolarmente attenta alle reazioni che essa ha suscitato.

Ho considerato post e commenti social, in diverse bacheche Facebook e in chat di militanti del cosiddetto “dissenso”, in particolare in quelle del “CLN – Comitato di Liberazione Nazionale”, nel quale pure milito attivamente, della regione in cui vivo, la Lombardia.

Dopo lettura e riflessione e un paio di brevi confronti (i cui esiti non so misurare, essendo avvenuto nell’ambiente insterilito di una chat Telegram), ho deciso di scrivere questa nota per chiarire alcuni dei dubbi più spesso sollevati, e con più veemenza – segno questo che il tema è comunque sentito e coinvolge, cosa per me positiva.

Iniziamo: chi è Alfredo Cospito?

Alfredo Cospito è un militante anarchico, che si trova in prigione dal 2012.

Fu riconosciuto colpevole di:

  • aver posto, il 2 giugno 2006, due ordigni rudimentali in un cassonetto davanti alla scuola dei Carabinieri di Fossano (Cuneo). Il primo ordigno doveva esplodere per attirare l’attenzione, il secondo per colpire chi fosse accorso sul posto.
  • aver gambizzato un dirigente dell’Ansaldo, Roberto Adinolfi, nel 2012 a Genova.

Cospito ha rivendicato il secondo crimine, l’aggressione del 2012, per il quale gli sono stati comminati 10 anni nel 2013. Invece si dichiara totalmente estraneo alla doppia bomba: questo delitto gli è stato imputato quando Cospito era già in prigione per la gambizzazione, e per esso gli sono stati comminati vent’anni per strage, in base all’articolo 422 del Codice Penale; recentemente è stato rideterminato dalla Corte di Cassazione in “strage allo scopo di attentare alla sicurezza dello stato”, che ricade sotto l’articolo 285 del Codice Penale e prevede l’ergastolo anche nel caso in cui non ci siano morti. Nel maggio scorso, Cospito è stato sottoposto al regime carcerario 41 bis, presumibilmente perché continuava a far pubblicare suoi articoli sulla stampa anarchica, articoli che incitavano a compiere altri atti violenti di ribellione.

Ricordiamo che il 41 bis prevede l’isolamento totale del detenuto, che non può più ricevere né notizie, né giornali, né libri dall’esterno; né può comunicare con l’esterno in nessun modo, con l’eccezione degli avvocati. Il detenuto al 41 bis viene relegato in un isolamento perpetuo e ha diritto ad una sola ora d’aria al giorno, da trascorrere isolato in un cubicolo di cemento coperto da una grata.

Ammesso che il 41 bis sia compatibile con la Costituzione della Repubblica italiana, va ricordato che tale regime era stato concepito per impedire ai capi mafia arrestati di avere modo di continuare a dirigere l’organizzazione mafiosa attraverso contatti con l’esterno. Cospito non è  “capo” di alcunché: come è noto, gli anarchici non hanno capi, altrimenti non sarebbero tali.

Dopo qualche mese al regime 41 bis, Cospito ha iniziato nell’ottobre scorso uno sciopero della fame a oltranza:

  • per protestare contro l’applicazione del 41 bis alla sua persona
  • per chiedere di ritornare al regime carcerario precedente.

Nel frattempo, la situazione si è aggravata, in quanto la Corte di Cassazione ha riqualificato il reato, sostenendo che non si tratta della fattispecie prevista dall’art. 422 (strage)  ma della fattispecie prevista dall’art. 285 (strage allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato). Questo reato non prevede alcuna pena diversa dall’ergastolo. Ciò ha aumentato la determinazione di Cospito di arrivare fino alle estreme conseguenze.

Dopo aver illustrato la situazione, vado ora a esprimere qualche valutazione.

La violenza delle azioni di Cospito non può certamente trovarci a loro difesa. Negli anni, inoltre, l’uomo ha ribadito in diverse interviste e scritti la convinzione verso ciò che ha fatto.

In particolare, da una intervista per il giornale anarchico Vetriolo del 2018, mi ha colpita questa considerazione: “Oggi la progettualità “informale” (basata sulla comunicazione senza intermediari tramite rivendicazioni di azioni distruttive indette da fluidi e caotici singoli e gruppi di affinità sparsi per il mondo) ci sta regalando la possibilità di rilanciare concretamente in maniera pericolosa per il sistema una “internazionale” che potrebbe innescare una reazione a catena inarrestabile. Certo, parliamo di infinitesimali minoranze, ma perché escludere a priori che come spesso avviene in natura un impercettibile virus iniettato magari da una insignificante puntura di una piccola zanzara possa uccidere il possente elefante?”

L’intervista è stata citata anche dai magistrati, nel 2021, per ribadire la pericolosità di Cospito.

Da parte mia penso che una pericolosità esista. Ma che non consista in un pericolo immediato per le persone, nonostante le parole chiaramente violente di Cospito, a causa della natura dei movimenti anarchici, che non prendono ordini, ma che tutt’al più si scambiano idee e si ispirano a vicenda. Da questo punto di vista, quindi, pericoloso sarà chi raccoglierà l’invito di Cospito alla violenza e lo metterà in atto.

Alfredo Cospito, piuttosto, è pericoloso per il sistema che combatte, e lo testimonia proprio la decisione di dargli il 41bis: di buttarlo in un buco, come ha detto efficacemente Davide Tutino, e di impedirgli di comunicare con il mondo esterno.

Da ciò si deduce anche che c’è un sistema di potere che ha paura del “mondo esterno”, ha paura cioè che le parole incendiarie di Cospito trovino sponda. Il mio personale parere è che le parole davvero pericolose di Cospito non siano (solo) quelle incendiarie, ma le molte altre che ha dedicato a elaborazioni teoriche e a denunce della profonda iniquità del sistema in cui viviamo.

E ancora di più: il pericolo rappresentato da Cospito sta nel fatto che questo criminale ha rivendicato i suoi crimini, ne ha parlato nei termini riportati da Vitriol quando era già in prigione, e ora si lascerà consapevolmente morire. Cospito, in sostanza, è un irriducibile, ed è difficile per il potere svalutare del tutto le convinzioni che portano un uomo a un tale limite, nonostante la sproporzione di mezzi.

Lo Stato ha la legge, le forze di ordine pubblico, i tribunali, le galere, e inoltre è oggi al servizio un sistema più grande, quello neoliberista delle multinazionali (definite “personalità psicopatiche” da un bellissimo documentario che consiglio di recuperare: The Corporation) le quali hanno mezzi ancora più enormi della coercizione: hanno la propaganda, la voce, le trombe, i privilegi, i sogni innestati artificialmente, il benessere somministrato a mo’ di narcotico huxleyano.

Alfredo Cospito, di fronte a tutto questo, non ha nulla, tranne la sua nuda vita. E ha messo sul piatto esattamente quella.

Quanti farebbero, quanti faranno lo stesso? Per il benessere, per il privilegio, per il potere… ma anche per la giustizia, per qualcosa in cui crediamo, per qualcuno che amiamo, saremmo noi disposti a fare lo stesso? Smettere di nutrirci, giorno dopo giorno, ora dopo ora, fino a deperire, e ancora bloccare eventuali soccorsi, rifiutare qualsiasi tipo di aiuto medico, in vista di una morte sopravveniente? Lo faremmo, lo faresti? Per l’Italia, per la tua parte politica, per tutti i regni del mondo, saresti disposto a morire e a ribadirlo ininterrottamente per novanta giorni di seguito?

Ecco la forza di Alfredo Cospito, ecco l’irriducibilità che fa paura. Significativo che questo combattente convintamente violento sia arrivato a forza di estremi verso l’estremo opposto, la nonviolenza e l’autoimmolazione dimostrativa. Perché è qui che il potere cessa di raggiungerti, è qui che esiste una esile prospettiva di prevalenza, oltre qualsiasi bomba e pistola.

Torniamo alla ricezione di tutto questo, alle discussioni che ho seguito nelle chat e che mi hanno convinta della necessità di scrivere il presente articolo.

Una delle opposizioni più forti che ho letto relativa alla nostra azione di sciopero della fame riguarda la persona di Cospito, come io l’ho descritta: un militante della violenza, convinto della sua utilità e necessità, che ha fatto del male direttamente, e che lo rifarebbe. Ovvero: “Vi dite nonviolenti e poi difendete uno così?”

La risposta più semplice che mi viene alle dita è: bella forza avremmo, se ci mettessimo a difendere un crocerossino. La forza di un principio si mette alla prova anche su questo piano: per chi vale? Fino a dove può spingersi?

Posso applicare la mia nonviolenza a una persona cattiva? Posso rivolgerla verso un assassino? La risposta è semplice da dare, seppur difficile da vivere nei fatti.

Essendo la nonviolenza (anche) un modo per gestire i conflitti, è nel conflitto che essa si forgia e si dispiega;  nel momento in cui essa si confronta con una persona perbene non ha ragion d’essere dal punto di vista politico e di lotta.

Non mi pare che Gesù, a cui Gandhi espressamente si ispira, dicesse: “Ama solo la gente perbene”. Alleggerendo il concetto, impegnativo e complesso, di amore cristiano, possiamo dirci “con la coscienza nonviolenta” a posto nel momento in cui difendiamo da un abuso un nemico, una persona che normalmente non stimeremmo, un uomo che ha fatto del male.

Restiamo ora nel presente e nella realtà italiana attuale. Senza volerci spingere su esempi evangelici, ci basti ricordare tre principi sui quali si regge il nostro ordinamento:

  • La funzione rieducativa della pena carceraria.

Qui l’intero 41bis è in questione, perché non è mirato a rieducare o a riabilitare, ma è espressamente pensato per spezzare i legami della persona con l’esterno, mettendola in uno stato di intensa deprivazione. Potrebbe essere chiamata tortura, e c’è chi lo ha fatto, servendosi di evidenze come lo stato di follia al quale l’isolamento fisiologicamente porta.

Chiaramente non è un argomento “facile”, e con lo sciopero della fame noi di Resistenza Radicale ci impegniamo anche a suscitare una necessaria discussione in merito, consapevoli che forse un accordo generale totale non ci può essere. Si tratta di decidere fino a che punto, nel contrasto ai criminali, ci si può spingere, e non è una decisione da prendere alla leggera, né in modo definitivo.

Qualcuno direbbe che chi ha sciolto nell’acido un bambino merita ben altre deprivazioni. A me, che percepisco una macchia raccapricciante in chi tortura ben più che in chi viene torturato, viene da chiedermi: se ciò che ci guida è il senso di vendetta e la disinvoltura nel macchiarci noi stessi di abuso, perché non ripristiniamo la pena di morte? Non è una domanda ironica. Per quale ragione manteniamo in vita, alimentiamo, teniamo al caldo e magari anche “curiamo” con un medico una persona che nel frattempo torturiamo, depriviamo e facciamo impazzire? Per anni! Che senso ha?

  • La proporzionalità della pena.

È stato ben evidenziato che il 41bis, regime usato per “sconfiggere la mafia”, non è attualmente comminato a chi stupra e uccide, a chi compie omicidi multipli e anche a chi si macchia di strage “comune” come era stata indicata l’azione di Cospito, azione che, lo ripeto, non provocò morti né feriti. Non li provocò perché andò male, d’accordo: ma allora contano le intenzioni? Se scambio lo zucchero con l’arsenico e non avveleno mio marito per un soffio, vado comunque in galera per omicidio? Non esisteva un “tentato” di fronte al delitto, proprio in virtù di una proporzionalità tra la pena e il crimine?

  • La legge è uguale per tutti.

La legge si applica solo ad alcune persone, a persone già “giuste”? O non è piuttosto una regola da seguire universalmente? Cospito è un ideologo controverso e incallito e non è facile concordare con quello che dice, scrive e fa. Questo autorizza lo Stato a fargli qualsiasi cosa?

Cosa forse ancora più importante, la questione si estende: dal caso “Stato contro Alfredo Cospito” diventa facilmente “Stato contro qualsiasi individuo”, “Stato contro chiunque”, “Stato contro tutti”.

Perché se la legge è uguale per tutti, la legge deve essere uguale anche per lo Stato.

Questo è un principio ben più antico della modernità, che in occidente è sancito dal XIII secolo, da quando nemmeno lo Stato esisteva: esisteva il re, e il re, che firmò la Magna Charta, si sottomise all’imperio della legge. La legge valeva anche per il re, e oggi vale anche per lo Stato. Non è certo un principio accettato pacificamente: nel XVIII secolo gli assolutismi hanno tentato di scardinarlo, è finita con la scure per Carlo I e la ghigliottina per Luigi XVI. Oggi questo principio è considerato alla base del nostro vivere associato, e lo Stato non può eluderlo sulla base di proprie considerazioni su minacciosità e pericolosità potenziale del soggetto.

Non può funzionare così, altrimenti possiamo tutti e tutte essere in pericolo. Una volta aperta la strada alla pericolosità potenziale decisa di volta in volta, chi sarà al sicuro?

Cospito è un apripista, un sopruso facile. E qui arrivo a una seconda critica che è mossa a chi oggi, nella cosiddetta “area del dissenso”, si sta occupando del suo caso. Ovvero: “Con tutti i guai che abbiamo, perché pensare a lui? Noi vogliamo lottare contro obbligo vaccinale e green pass, che c’entra Cospito?”

Bè, c’entra eccome, se valutiamo la cosa come una questione di metodo. Perché il metodo è un po’ lo stesso. Apripista, l’ho definito.

L’indignazione che proviamo verso le azioni di Cospito è esattamente la crepa che il potere usa per portarci dalla sua parte, contro il nostro stesso interesse. Come ha fatto con la paura verso il virus, il terrore del contagio, della morte intubati, delle bare sui camion, dei nipotini killer, dei giovani bastardi che ridono e si divertono mentre io sto paralizzata in casa, in ascolto della conta quotidiana dei morti. Quante cose abbiamo permesso, dominati da questa paura? Quanto spazio abbiamo dato al potere per rapinarci nella nostra quotidianità, nei nostri affetti, nei nostri legami, nel nostro lavoro, attraverso la falla della paura?

La ripugnanza verso i gesti violenti di Cospito rischia di portarci su questa stessa strada: a cedere terreno al sopruso del potere, e persino ad applaudire, mentre esso costruisce con metodo il precedente di base, che verrà poi rinforzato dalla prassi e dall’inazione generale.

Basta una falla. Basta una prima, piccola inoculazione. Basta un virus, “un impercettibile virus iniettato magari da una insignificante puntura”. Cospito lo ha capito. Lo Stato anche, perfettamente. Temo invece che noi, dopo tre anni di lotte e di dissenso, dobbiamo ancora impararlo davvero.

 

 

CON Aligi Taschera e Pasquale Valitutta detto Lello per la stesura della parte “legale” sul caso Cospito;
Marianna Panico per la revisione.

 

Resistenza Radicale – Azione Nonviolenta
resistenzaradicale.eu

da qui

 

Non un filo d’erba. La lotta di Alfredo Cospito per la dignità prosegue da oltre 90 giorni - Viola Hajagos

 

L’avvocato Flavio Rossi Albertini ad Adnkronos racconta:  “C’è una finestra nella cella di due metri e mezzo per tre metri e mezzo, una finestra schermata dal plexiglass che non si apre quasi mai e che si affaccia, al di là delle sbarre, su un cubicolo interno circondato da muri di cemento alti metri e metri, schiacciati da una rete metallica a chiudere il quadrato di cielo. Cospito vive in quella cella da solo, come impone il regime carcerario al quale è sottoposto, ci passa 21 ore della sua vita. Le restanti tre le divide tra socialità, un colloquio di un’ora con gli altri 3 detenuti del suo gruppo di socialità, e due ore d’aria in quella sorta di cubicolo di cemento dal quale non può vedere un albero, una siepe, un fiore o un filo d’erba, un colore, solo sbarre e cemento”.  

Le condizioni di salute di Alfredo possono precipitare da un momento all’altro. La dottoressa Angelica Milia che lo ha visitato in carcere ha dichiarato“Dopo 90 giorni di sciopero della fame Alfredo ha perso 40 kg, le condizioni sono stabili rispetto alla settimana scorsa, ma le riserve di grasso e zuccheri sono ormai esaurite e quindi è possibile che le condizioni di salute generale possano peggiorare da un momento all’altro”. 

Le iniziative di solidarietà alla lotta di Alfredo Cospito sono numerose in Italia e all’estero: in diverse città si sono tenuti presidi e cortei; domani, domenica 22 gennaio, ci sarà un nuovo presidio al carcere di Bancali a Sassari dove è detenuto.

Con Alessandra Algostino, docente di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Torino abbiamo parlato della repressione del dissenso e del processo di una progressiva deriva della democrazia.

La democrazia, come sosteneva Bobbio, non può esistere senza dissenso. La democrazia è conflitto. Oggi assistiamo ad una progressiva criminalizzazione del dissenso, come della solidarietà, e, in senso ampio, della conflittualità sociale. La repressione avviene attraverso l’introduzione di norme restrittive e punitive (penso al decreto sicurezza Salvini, come al precedente di Minniti, o al recente “decreto Piantedosi” sulle ONG), così come attraverso l’uso sproporzionato (alias abuso) di strumenti civili e penali (dalle richieste di risarcimento in sede civile al perseguimento di reati anche bagatellari[1] se compiuti da attivisti di un movimento sociale all’utilizzo dello strumento penale come diritto penale del nemico). Esemplare è il “trattamento” del movimento No TAV, nei cui confronti è stato fatto uso di richieste di risarcimenti in sede civile, un largo ricorso a misure di prevenzione e cautelari, qualificazioni penali “eccessive” (il terrorismo), …

La Costituzione nata in seguito alla sconfitta della dittatura fascista oggi sembra essere antagonista alle politiche dei governi.

La Costituzione oggi più che attuata dalle istituzioni, è praticata dai movimenti sociali; diviene una “alternativa antagonista” rispetto alle politiche di governi che ne hanno abbandonato il progetto di emancipazione sociale. Pensiamo al definanziamento della sanità rispetto alla garanzia del diritto alla salute, alla deregolamentazione del diritto del lavoro che non lo garantisce come strumento di dignità, ad un sistema fiscale sempre più lontano da un modello progressivo che assicuri redistribuzione e diritti sociali.

Seguendo questa traccia che ripercorre la relazione tra i governi e il dissenso proseguiamo la riflessione rispetto alla criminalizzazione delle lotte e i principi tutelati dalla Costituzione.

Il modello della Costituzione è una democrazia pluralista, conflittuale e sociale. L’art 3, c.  2, della Costituzione prevede un progetto di emancipazione sociale e di trasformazione della società nel senso di un pieno sviluppo della persona e della sua partecipazione alla vita del Paese. È un progetto controcorrente rispetto alle politiche neoliberiste che, dagli anni Ottanta, hanno veicolato una regressione nella tutela dei diritti sociali e processi di liberalizzazione e privatizzazione. A questo si aggiungono riforme costituzionali, come il principio del pareggio di bilancio, che inserisce una nota stonata rispetto al modello di democrazia sociale, nonché progetti di riforma della forma di governo, per fortuna bocciati nei referendum (ma stiamo di nuovo per affrontare una riforma in senso presidenziale), tesi a introdurre modelli di verticalizzazione del potere.

La democrazia, come sociale e politica è svuotata, e inclina verso una deriva autoritaria. Si inserisce qui il discorso, dal quale siamo partite, della repressione del dissenso, che si estende e si fa sempre più penetrante. Pensiamo alla disobbedienza civile di movimenti come Ultima Generazione, Extinction Rebellion, rispetto alla quale la reazione delle istituzioni è eccessiva, “violenta” a fronte di azioni non violente, di cui gli attivisti si assumono la responsabilità.

La voracità del neoliberismo lo porta ad accantonare ogni progetto di redistribuzione, di giustizia sociale, così come di giustizia ambientale (per non parlare del suo sfociare nella guerra), e, di fronte alla loro rivendicazione, a chiudersi in una cittadella sempre più autoritaria.

La deriva di criminalizzazione progressiva e generale del dissenso ha riguardato anche i fatti legati al processo Scripta Manent con la qualificazione di strage politica da parte della Cassazione.

Senza entrare nel merito del diritto penale approfondiamo la questione del 41 bis comminato ad Alfredo Cospito, primo anarchico cui è stato applicato questo regime carcerario.

L’articolo 41 bis nasce con un carattere temporaneo e ristretto a fattispecie specifiche, quindi, nel tempo, viene “normalizzata” la sua presenza ed estesa la sua applicabilità; in questo senso è un esempio di quella che viene definita la normalizzazione dell’emergenza.

È un trattamento, quello del 41-bis, che impatta pesantemente sulla dignità della persona, tutelata in ogni circostanza, sempre e ovunque. Mi limito a ricordare l’art. 13, “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” e l’art.27, “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” della Costituzione. Ma, oltre la Costituzione, possiamo citare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e le pronunce della Corte europea proprio riguardo al 41-bis e alla sua (in)compatibilità con l’art. 3 della Convenzione che stabilisce il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti.

La dignità della persona deve sempre essere tutelata e garantita. Lo Stato non può essere “vendicativo” nei confronti di una persona detenuta, ma garantire in ogni caso la dignità e tendere, dice la Costituzione, alla rieducazione, ovvero a garantire la partecipazione alla società.

Come sottolineato da più parti e recentemente da Mario Palma, garante dei diritti dei detenuti, si tratta di un uso forzato del 41 bis che “si traduce nell’accentuazione dell’afflizione non motivata e non motivabile come volontà di interrompere i collegamenti (ndr con altri associati all’organizzazione criminale), ma semplicemente come regola di carcere duro, non ha più alcuna legittimità costituzionale.”

All’interno della campagna di mobilitazione per far uscire dal silenzio la lotta di Alfredo contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo, il 7 gennaio è stato lanciato un appello firmato da diverse persone del mondo accademico, culturale, sociale e giuridico dal titolo “Alfredo Cospito non deve morire”.

Alessandra Algostino è tra le firmatarie e firmatari dell’appello che ha raccolto oltre 5.000 firme. Che cosa chiedete?

Vorremmo che le istituzioni, in primo luogo, intervenissero a proposito della situazione personale di Alfredo Cospito, a partire dalla revoca del regime del 41 bis, e, insieme, sollevare la questione del rispetto della dignità di tutte le persone detenute.

Lo sciopero di Alfredo Cospito riguarda anche l’ostatività: la cancellazione della possibilità di qualsiasi beneficio per i detenuti che hanno questa ulteriore restrizione.

La Corte Costituzionale si è pronunciata più volte a tal riguardo (ord. 97/2021 e 122/2022), rinviando per consentire un intervento del legislatore, sino all’ultima ordinanza, 227/2022, con la quale ha rinviato gli atti di Cassazione essendo nel frattempo intervenuto il decreto legge 162 del 2022.

Una riforma dell’ostatività (l’intervento legislativo intercorso non è sufficiente) è necessaria per evitare che la scelta di non collaborare con la giustizia si riveli punitiva, in termini di benefici (nel caso, la liberazione condizionale), per il detenuto; in gioco sono la dignità della persona, il senso della pena (e la sua proporzionalità).

 Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento dell’utilizzo delle applicazioni di regimi carcerari speciali (As2 e 41 bis) e il ricorso a misure restrittive della libertà di movimento, obblighi di dimora, fogli di via, sorveglianze speciali.

 La legislazione d’emergenza è diventata normale. A partire dall’attentato alle Torri gemelle a New York si è assistito all’introduzione di nuovi reati (come, nel Regno Unito, l’incitamento indiretto al terrorismo, che, per intenderci, avrebbe portato ad incriminare Nelson Mandela per i suoi discorsi) e nuove misure limitative della libertà di manifestazione del pensiero (ad esempio maggiori possibilità di prevedere intercettazioni).

Assistiamo, con un ossimoro, alla normalizzazione dell’emergenza e questo porta ad una restrizione degli spazi politici, dei diritti.

Questo processo non riguarda esclusivamente la repressione delle lotte.

La tendenza a costruire un nemico per criminalizzare il dissenso propone uno schema binario: la dicotomia tra amico e nemico. Ad esempio, chi è contrario all’invio delle armi in Ucraina viene etichettato come putiniano e quindi nemico; lo stesso è avvenuto nei confronti di chiunque abbia espresso posizioni critiche durante la gestione della pandemia. Si compatta la società, l’opinione pubblica, contro un nemico e così si occulta il conflitto sociale, nella prospettiva del thatcheriano TINA[2] e del pensiero unico.

[1] il termine bagatella indica una cosa di nessun conto. I reati bagatellari sono quelli che, per la loro minima lesività, hanno minore rilevanza sociale e possono quindi essere repressi con sanzioni più lievi.

[2] There is no alternative, (T.I.N.A) era una delle formule più spesso usate da Margaret Thatcher per esprimere una linea di pensiero che considera il neoliberismo come la sola ideologia restante valida. Nell’economia, nella politica e nell’economia politica questa frase ha preso il significato della mancanza di alternative al sistema neoliberista: il libero mercato, il capitalismo e la globalizzazione sono l’unica strada percorribile per lo sviluppo di una società moderna.

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In difesa di Cospito e di tutte le persone segregate in un regime che non ha più ragione di esistere - Elton Kalica

Venezia è forse l’unica città dove camminare di notte nel freddo non mi mette tristezza. La pioviggine si deposita silenziosamente sullo schermo del cellulare mentre seguo il google maps verso la Calle dei bari.

Dopo l’ultima svolta nell’oscurità, le sagome di alcuni ragazzi che fumano sotto la luce sbiadita di una lampadina mi rassicurano di aver trovato l’indirizzo. Saluto e spingo la porticina. Entro. Il locale è caldo. Una ventina di sedie disposte in quattro file. Di fronte un piccolo podio dove stanno conversando alcuni ragazzi. Li raggiungo e mi presento.

Da quando ho pubblicato la mia tesi di dottorato sul 41 bis sono stato invitato a presentare il mio lavoro in giro per l’Italia da molti circoli, associazioni e collettivi universitari. Ma il recente sciopero della fame di Alfredo Cospito ha suscitato in particolare l’interesse di alcuni circoli anarchici. Tra i quali anche questo gruppo veneziano che mi ha invitato a parlare della mia ricerca. Quasi tutti studenti universitari provenienti da varie facoltà. Sono indignati del trattamento inumano riservato ad un militante, e vogliono che spieghi al gruppo le ragioni teoriche dell’esistenza di un dispositivo di tortura come si può definire il 41-bis. Si tratta di un discorso tanto giuridico e filosofico quanto politico. E non è sempre facile spiegare in pochi minuti.

Ma credo che il caso di Cospito mi faciliti in qualche modo la spiegazione del diritto penale del nemico: un diritto non scritto che si rivolge a coloro (come Cospito appunto) che non riconoscono l’ordinamento giuridico dello Stato e, pertanto, devono essere messi in condizione di non nuocere. Ecco perché lo Stato ricorre ad un sistema repressivo diverso da quello predisposto dal diritto penale “normale”. Si tratta di una logica politica dell’amico/nemico: è amico quando una persona si giudica solo per il reato commesso; è nemico quando si giudica per quello che rappresenta, per quello che fa, per quello che è, per quello che pensa e per quello che scrive. Il 41-bis fa parte di un dispositivo più complesso costruito con una logica di guerra al quale lo Stato non intende rinunciare. Creare la figura del nemico serve proprio per giustificare l’utilizzo di un “diritto penale della pericolosità” che si manifesta sospendendo per alcuni soggetti le garanzie previste per tutti gli altri nel processo penale e nell’esecuzione della pena.

La mia dissertazione è seguita immancabilmente dal dibattito dei presenti sul caso concreto. Non conoscendo tanto della storia politica e processuale di Cospito, mi limito ad ascoltare. E mi immergo in lontani ricordi scolastici che affiorano improvvisamente. Cresciuto nell’Albania del socialismo reale, la mia infanzia è stata plasmata dalla letteratura russa e quando sento parlare di anarchia evoco irrazionalmente San Pietroburgo con i suoi demoni di Dostoevskij e le incitazioni sovversive di Bakunin rivolte ai contadini e penso a Pugaçev, il bandito rivoluzionario raccontato da Pushkin così come alle povertà sociali e morali raccontate da Gogol e Lermentov. In questo ritorno mentale ai banchi di scuola mi torna in mente anche il principe Andrej ferito ad Austerlitz e penso alla religiosità anarchica di Tolstoj, che considera Cristo ribelle e riformatore sociale, per cui gli ultimi saranno i primi in questa vita.

Tutti elementi che appartengono ad un’idea romantica di lotta dove la narrazione accosta l’impotenza e la tragedia di singoli sognatori al potere istituzionale organizzato e determinato nella repressione e nella vendetta. Certamente, è impensabile tracciare qualche relazione tra i demoni di Dostoevskij con gli idealisti odierni che non devono lottare per liberare i servi della gleba, mentre è più facile trovare analogie nel potere punitivo, capace di annientare chi gli è ostile con estrema violenza.

Alla fine saluto gli organizzatori e ripercorro le calli fredde e silenziose verso la stazione. Mentre sono in treno mi assale il desiderio di tornare in carcere e parlare di questo con i detenuti, quelli che forse non hanno mai voluto sovvertire l’ordine sociale, ma che hanno comunque vissuto la sofferenza delle repressioni draconiane.

La mattina successiva il carcere di Padova mi accoglie con un’aria quasi familiare. Ogni volta che ritorno, ripercorro il lungo corridoi che porta nella redazione di Ristretti Orizzonti con la stessa serenità di undici anni fa, quando ci andavo da detenuto. Intorno al tavolo una decina di persone. Vedo diverse persone nuove ma anche alcune vecchie conoscenze, che sono entrate in carcere prima di me e che sono ancora lì. Racconto subito del mio desiderio di analizzare con loro la questione Cospito. Hanno letto i giornali. Sanno tutto. Mentre cominciano a commentare io annoto sul taccuino: “Va bene che si mobilitano così tante persone per l’anarchico, però dovrebbero farlo anche quando ci finiamo noi altri! Il 41-bis è una tortura per tutti, non solo per i detenuti politici”.

“Quella persona forse è stata messa in 41 perché ha tanto seguito tra i giovani. Hanno voluto colpire il simbolo per dare un messaggio”.

“Voi pensate che quello di Cospito sia un caso isolato, ma quando ero al 41-bis ho visto arrivare ragazzi di vent’anni che poi sono stati assolti, ho visto arrivare anche albanesi che portavano l’erba con i gommoni che non appartenevano a nessuna grande organizzazione criminale, ho visto arrivare gente arrestata per estorsione con “metodo mafioso. In 41-bis ora ci mettono di tutto. Hanno bisogno di riempirlo”.

“Quello che mi fa specie è che per Cospito sono tutti disposti ad esporsi perché non è mafioso e non ha reati di sangue. Invece, se credono che il 41-bis sia una barbarie devono trovare il coraggio di esporsi anche per noi, indipendentemente dal reato.”

A parlare sono principalmente persone che hanno vissuto il 41-bis in prima persona anche per periodi lunghissimi. Mentre scrivo penso a quando lavoravo sulla mia tesi di dottorato e mi sentivo dire che non dovevo difendere i mafiosi e che il 41-bis era una vittoria sulla criminalità organizzata. “Sei diventato amico dei mafiosi?” hanno chiesto anche a qualche parlamentare che manifestava contrarietà al carcere duro. Perché chi tocca il 41-bis si ritrova tutti contro, sempre.

Chi studia la criminalità organizzata sostiene che la mafia è cambiata, che non spara più, che ormai si confonde con la criminalità dei colletti bianchi, e che non fa più paura per le strade. Chi studia i movimenti sostiene che l’anarchismo ormai non solo non pratica più il terrorismo, ma non ha più la presa che aveva sui giovani durante le proteste studentesche e operaie del ‘68. Ciò nonostante le leggi emergenziali sono diventate permanenti. È chiaro che mandare Cospito al 41-bis è stato un errore: certo, potevano impedirgli di pubblicare le sue lettere sugli opuscoli anarchici semplicemente mettendo la censura sulla posta anche tenendolo in Alta Sicurezza, dove stava prima; sospendergli i diritti penitenziari è diventato un boomerang tale da rimettere in discussione (giustamente) l’esistenza stessa del 41-bis. Ora che tanti capimafia sono morti è chiaro a tanti che il 41-bis non ha più motivo di esistere. E non è allargando la sua applicazione agli anarchici che si possa tenere in vita un dispositivo di tortura che sarebbe dovuto uscire di scena insieme a Riina e Provenzano.

Finita la riunione con i detenuti torno a casa e mi metto al computer per leggere gli ultimi articoli e l’appello del Manifesto che chiede al Ministro di revocare il 41-bis a Cospito. Scorro la lista, forse centinaia, di firmatari costituita da giuristi, accademici, politici, scrittori, artisti e altre categorie di spicco della società civile. Forse Cospito nella sua cella non sa cosa sta succedendo fuori, ma io sento di dovergli riconoscere il merito di aver fatto nascere una campagna che va oltre la difesa del suo diritto di espiare la pena in condizioni umane; una campagna che sta mettendo finalmente in discussione l’esistenza stessa del carcere duro e che esige il ripristino dei diritti penitenziari per tutti i detenuti seppelliti al 41-bis.

Di fronte a questo drammatico sacrificio di Cospito penso alla scena in cui il dottor Zivago, che viaggia sul treno per la Siberia, incontra un anarchico in catene che urla “Io sono l’unico uomo libero su questo treno”. Ecco spero tanto che, dopo più di cento anni dalla repressione bolscevica degli anarchici, i magistrati si rendano conto che non c’è più nessuna guerra da combattere e che non è più tempo di neutralizzazione del nemico, e che non ha più senso colpire le persone per quello che sono oltre che per quello che hanno fatto.

Elton Kalica è un ricercatore all’Università di Padova.

L’articolo è stato pubblicato da Ristretti Orizzonti.

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Cospito, per lui lo Stato ha previsto il ‘fine vendetta mai’. Come mai tutto questo zelo? - Sergio Brero

Che Alfredo Cospito non sia un assassino ce lo dice la sua stessa storia processuale, infatti rivendica di aver teso nel 2012 un’imboscata a Claudio Adinolfi, allora ad di Ansaldo Nucleare, e di avergli sparato alle gambe. Se avesse avuto l’attitudine ad uccidere, probabilmente Adinolfi, invece di avere problemi di deambulazione, sarebbe in qualche camposanto. Ma Alfredo Cospito ed Anna Beniamino sono attualmente due detenuti delle carceri italiane a cui è stato contestato il reato di strage “allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato”, art. 285, che è un delitto contro la personalità dello Stato, probabilmente il più grave dell’ordinamento.

Le pene richieste sono ergastolo ostativo per lui e 29 anni per lei.

Viene contestato loro questo articolo a seguito dello scoppio di due ordigni a basso potenziale, la notte tra il 2 e il 3 giugno 2006, nei dintorni della scuola per carabinieri di Fossano in provincia di Cuneo. In questa occasione non ci furono feriti, né gravi danni, nessuna ombra di vittime. Quando Cospito ne parla dice: “…l’assurda accusa di aver commesso una ‘strage politica’, per due attentati dimostrativi in piena notte, in luoghi deserti, che non dovevano e non potevano ferire o uccidere nessuno e che di fatto non hanno ferito e ucciso nessuno.” Tra l’altro sia Alfredo Cospito sia Anna Beniamino non rivendicano l’azione e ne disconoscono la paternità, notando giustamente che “…nell’anarchia c’è un rincorrersi di sigle dietro alle quali di fatto può esserci chiunque”.

Questi a grandi linee i fatti.

A tutta prima viene il dubbio che i giudici della Cassazione, quelli che a suo tempo decisero per la riqualificazione del reato, ne abbiano letto soltanto il primo paragrafo, che in precedenza recitava: “Chiunque, allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato, commette un fatto diretto a portare la devastazione, il saccheggio o la strage nel territorio dello Stato o in una parte di esso è punito con la morte”. Perché mi sono dimenticato di dire che Alfredo Cospito, torinese, la sua pena la sta scontando in regime di “carcere duro” o 41bis ormai da diversi mesi. Quindi non può uscire all’aria come gli altri detenuti, gli è negata qualsiasi attività o socialità all’interno del carcere, ha un solo colloquio mensile e la sua corrispondenza viene censurata.

Il 41bis, che diversi esponenti della società civile hanno denunciato come lesivo dei diritti per boss mafiosi con decine di omicidi al passivo, è stato applicato a Cospito perché continuava ad intrattenere rapporti di corrispondenza con riviste di area anarchica. La tesi dell’accusa è che con questa corrispondenza Cospito impartisse istruzioni operative per le colonne anarchiche armate ai suoi ordini. Cioè dopo un paio di secoli di processi ad anarchici di tutti i tipi, la procura di Torino ha finalmente individuato il capo degli anarchici, visto che si sa, gli anarchici hanno capi e strutture gerarchiche…

Se non fosse che si sono presi sul serio, e che in ballo ci sono i diritti e le vite di persone reali, farebbe sorridere.

E qui veniamo a quello che secondo me è il succo della questione: ad Alfredo Cospito non è rimasto altro modo per contestare questa situazione estrema che metterne in discussione la sostenibilità. Ovvero, dichiarare che vivere in una situazione di deprivazione sensoriale, oltre che di privazione della libertà, senza orizzonti di speranza, all’interno di una galera italiana, è una vita che può non valer la pena affrontare. Questa dichiarazione l’ha fatta entrando in sciopero della fame, ormai mesi fa, perdendo nel frattempo più di 30 kg.

Come rapportarsi a questa vicenda? Ha senso che persone come Alfredo Cospito espiino la loro pena in regime di 41bis? Cosa pensare di chi stravolge la mitica “funzione riabilitativa” della pena e trasforma la carcerazione di alcuni detenuti quasi in una vendetta quotidiana dello Stato – fine vendetta mai?

Da appassionato di storia dei servizi segreti, so che dietro alle strategie delle forze di sicurezza e degli apparati repressivi c’è un verminaio di strumentalizzazioni, macchinazioni, situazioni indicibili che ne informano le vicende e ne rendono opachi e inaccessibili i percorsi. Basta leggere Fasanella, Giannulli e gli altri giornalisti/storici che si occupano di rendere conoscibili al pubblico i documenti segreti mano a mano che vengono desecretati per rendersi conto di quello che realmente accade ad un certo livello dei nostri apparati statali. Tra stragi di Stato, omicidi eccellenti, vendette incomprensibili e protezioni scandalose, i colpevoli restano misteriosi, i mandanti inafferrabili, ma gli effetti sull’opinione pubblica reali e duraturi. E adesso abbiamo Alfredo Cospito che potrebbe prendersi un ergastolo ostativo, si trova già al 41bis, ed è in sciopero della fame; Anna Beniamino potrebbe vedersi condannata a 29 anni di prigione per una vicenda in cui non ci sono vittime.

Come mai tutto questo zelo? E’ perché sono senza protezioni varie? Sono gli unici che la magistratura riesce a condannare a piacimento e gli scarica addosso la frustrazione accumulata? E’ perché Alfredo Cospito ed Anna Beniamino fanno talmente paura allo Stato da dovergli tappare la bocca a qualsiasi costo, altrimenti chissà cosa potrebbe succedere? E’ perché con un trattamento iniquo ed estremo vogliono spingere all’azione eventuali sodali degli imputati in modo da poterli castigare?

Chi ricorda la storia dei suicidi in carcere degli anarchici torinesi Maria Soledad Rosas ed Edoardo Massari nel 1998? A fronte di accuse ingigantite e montate ad arte si tolsero la vita, per accuse relative alla Tav e alla val di Susa. E’ perché si vuole un replay di quanto successo allora?

L’articolo Cospito, per lui lo Stato ha previsto il ‘fine vendetta mai’. Come mai tutto questo zelo? proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Il digiuno di Cospito è il nostro digiuno - Davide Tutino

 

Cos’è un anarchico? Non è nulla se viene rinchiuso in un buco di cemento, se viene isolato dalla società e dal mondo, impossibilitato a contattare chiunque e perfino a leggere un libro; ma questo nulla ha un nome e cognome, Alfredo Cospito. Il nome e cognome, pur essendo un abito di suoni e di segni, alle volte ti sottrae all’annullamento, ti permette di entrare in un dia-logo, uno scambio di racconti, di ragioni e di ragione. È grazie al suo nome che noi possiamo parlare di Alfredo Cospito, perché di lui ci è tolto tutto il resto: ci sono tolte le sue parole, il volto, il corpo, in violazione del principio costituzionale della proporzionalità tra pena e reato.

Alfredo Cospito era già in galera dal 2016, per aver sparato alla gamba di un industriale, ed era sotto processo per una bomba carta esplosa senza vittime di fronte a una caserma. Era in prigione quando il suo reato è stato riqualificato in “strage”, e gli è stato comminato l’ergastolo ostativo, con impedimento di qualunque contatto col mondo esterno. Che cosa sono l’ergastolo ostativo e il famigerato 41 bis per il quale l’Italia è già stata censurata da organismi internazionali? È isolamento e tortura, fino alla follia o fino alla morte, e Alfredo sta per uscirne con la morte. Nel giorno di pubblicazione di questo articolo egli, se ancora vivo, si avvicina al novantesimo giorno di sciopero della fame. La gran parte della gente ignora il suo nome, ma finalmente una parte del mondo intellettuale si sta accorgendo di questo peso sulla coscienza del paese. Decine tra professori, magistrati, giuristi, avvocati, nell’omertà quasi completa della classe politica, chiedono l’interruzione della tortura e dell’isolamento, e la restituzione di Alfredo a un regime carcerario rispettoso della sua dignità umana, dei suoi diritti e della sua salute.

Chiedevamo che cos’è un anarchico, e ricordiamo tristemente cosa è stato nella storia. Quando non è più possibile nascondere gli abusi del potere sul suo corpo, un anarchico appare nella nudità della sua condizione di fronte al potere: è un esperimento, è il corpo inerme su cui si esercita di volta in volta un nuovo slittamento del diritto, delle procedure e dei significati. Sull’anarchico il potere sperimenta volentieri fin dove può arrivare, se noi non ci opponiamo, se noi non lo fermiamo. Noi chi? Noi che sappiamo, noi che sapendo non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo tacere. Sta a noi che non si proceda oltre questo pericoloso slittamento giuridico: il 41 bis, procedimento già discutibile concepito per isolare i mafiosi, viene esteso al vasto mondo dei reati politici, in un momento storico in cui il dissenso e la libertà di opinione sono già in serio pericolo. È la Procura di Torino ad aver chiesto la riqualificazione del reato per cui Cospito stava già scontando la pena dal 2016, la stessa procura che si sta rendendo protagonista della criminalizzazione del dissenso politico.

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mercoledì 23 novembre 2022

Alfredo Cospito in sciopero della fame, al 41 bis



ne scrivono Luigi Manconi, qualche avvocato, Viola Hajagos, Napolimonitor, Peppe de Cristofaro, Davide Delogu e lui stesso Alfredo


Alfredo Cospito, l’anarchico che ora rischia di morire in cella come un boss. Ma non ha ucciso nessuno – Luigi Manconi

Alfredo Cospito è sottoposto all’ergastolo ostativo nel carcere di Sassari. Dal 20 ottobre fa lo sciopero della fame contro il 41 bis: ha già perso 20 chili

Cosa si prova a guardare un rettangolo di cielo solo attraverso una rete? Quali danni subisce un individuo che trascorre l’intera giornata all’interno di una stanza chiusa e che può accedere all’esterno per una sola ora al giorno. E questo tempo viene trascorso tutto dentro un cubicolo di cemento di pochi metri quadrati, delimitato da muri alti che interdicono lo sguardo e da quella rete di metallo che filtra la visione del cielo. La possibilità di comunicazione di quell’individuo è ridotta da anni alla conversazione occasionale con un unico interlocutore, mentre viene interdetta la facoltà di trasmettere all’esterno – attraverso lettere e scritti – il proprio pensiero.

La deprivazione sensoriale

Se un simile regime si protrae nel tempo è fatale che si determini una condizione che in psicologia e in psichiatria viene definita deprivazione sensoriale, ovvero la riduzione fino alla soppressione degli stimoli sensoriali correlati ai cinque sensi. A esempio, la mancata profondità visiva può incidere sulla funzionalità del senso della vista.

La deprivazione sensoriale è una pratica adottata dai sistemi autoritari e totalitari nei confronti dei reclusi ed è un rischio immanente di tutti i regimi speciali di detenzione realizzati all’interno delle democrazie. In Italia l’applicazione estensiva e incontrollata del regime di 41 bis può portare a un simile esito.

Condannato all’ergastolo ostativo

È il caso di Alfredo Cospito, nato a Pescara nel 1967, residente a Torino, che sconta l’ergastolo ostativo nel carcere di Bancali (Sassari). Cospito ha subito una condanna per l’attentato contro Roberto Adinolfi, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare (maggio 2012), e una all’ergastolo per strage contro la sicurezza dello Stato. La condanna si riferisce a quanto è avvenuto, nella notte tra il 2 e il 3 giugno del 2006, nella Scuola allievi carabinieri di Fossano (Cuneo), dove esplodono due pacchi bomba a basso potenziale che non determinano morti, feriti o danni gravi.

In primo e secondo grado il reato era stato qualificato come delitto contro la pubblica incolumità, ma nel luglio scorso la corte di Cassazione ha modificato l’imputazione nel ben più grave delitto (contro la personalità interna dello Stato) di strage, volta ad attentare alla sicurezza dello Stato (art. 285 del codice penale). Non avendo collaborato in alcun modo con la magistratura, a Cospito viene applicata l’ostatività: ovvero l’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale e di ottenere benefici.

Fino all’aprile scorso, pur sottoposto per dieci anni al regime di Alta sicurezza, il detenuto aveva l’opportunità di comunicare con l’esterno, di inviare scritti e articoli così da partecipare al dibattito della sua area politica, di contribuire alla realizzazione di due libri e di scrivere e ricevere corrispondenza. L’applicazione del 41 bis cambia radicalmente le condizioni di detenzione. Da molti mesi le lettere in entrata vengono trattenute e questo induce il detenuto a limitare e ad autocensurare le proprie. Le ore d’aria e quelle di socialità sono ridotte nei termini prima descritti.

Lo sciopero della fame

È contro tutto questo che Cospito, dal 20 ottobre scorso, ha intrapreso lo sciopero della fame. Da allora sono passati 25 giorni e il corpo di Cospito ha già perso una ventina di chili e, tuttavia, la dottoressa incaricata di monitorare il decorso, trova difficoltà a incontrare il detenuto: mi rivolgo, dunque, al capo del Dap, Carlo Renoldi, che è persona per bene, affinché a Cospito sia garantita la migliore assistenza.

L’applicazione irrazionale del 41 bis

Ciò che questa storia racconta è, innanzitutto, la situazione così drammaticamente critica che l’applicazione arbitraria e irrazionale del 41 bis può determinare. Tale regime non dovrebbe avere in alcun modo come sbocco una condizione di deprivazione sensoriale, anche perché – pur se ciò contraddice lo stereotipo dominante – questo tipo di detenzione non corrisponde (non dovrebbe corrispondere) al “carcere duro”. La finalità del regime speciale è una ed esclusivamente una: quella di interrompere le relazioni tra il recluso e l’organizzazione criminale esterna. Qualunque misura e qualunque limitazione deve tendere a quel solo scopo. Tutte le altre misure e limitazioni adottate senza una documentata ragione vanno dunque considerate extra-legali. Ovvero illegali. E come tali risultano, palesemente, le condizioni di detenzione di Alfredo Cospito. La sua scelta estrema, quella del digiuno, appare, di conseguenza, come “ragionevole” nella situazione data: in quanto porre in gioco il proprio corpo e sottoporlo alla prova terribile dello sciopero della fame, sembra la sola possibilità rimasta a Cospito di contestare radicalmente ciò che considera un’ingiustizia. Intanto i suoi legali hanno presentato un’istanza di reclamo contro l’applicazione del 41 bis che verrà discussa il primo dicembre. Il timore è che Cospito arrivi a questo importante appuntamento in condizioni di salute troppo pericolose per la sua stessa sopravvivenza.

da La repubblica

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Gli anarchici e l’ordine costituito

Il 6 luglio scorso la Corte di Cassazione ha deciso di riqualificare da strage contro la pubblica incolumità (articolo 422 codice penale) a strage contro la sicurezza dello Stato (art. 285 codice penale) un duplice attentato contro la Scuola Allievi Carabinieri di Fossano, avvenuto nel giugno 2006 (due esplosioni in orario notturno, che non avevano causato nessun ferito) e attribuito a due imputati anarchici. L’originaria qualificazione di strage prevede l’applicazione della pena non inferiore a 15 anni di reclusione, l’attuale, invece, la pena dell’ergastolo. Sembra paradossale che il più grave reato previsto dal nostro ordinamento giuridico sia stato ritenuto sussistente in tale episodio e non nelle tante gravissime vicende accadute in Italia negli ultimi decenni, dalla strage di piazza Fontana a quella della stazione di Bologna, da Capaci a via D’Amelio e via dei Georgofili ecc. Nel mese di aprile 2022 uno dei due imputati era stato inoltre destinatario di un decreto applicativo del cosiddetto carcere duro, ai sensi dell’art. 41 bis comma 2 ordinamento penitenziario (introdotto nel nostro sistema penitenziario per combattere le associazioni mafiose e che presuppone la necessità di impedire collegamenti tra il detenuto e l’associazione criminale all’esterno per fini criminosi), altra vicenda singolare essendo notorio che il movimento anarchico rifugge in radice qualsiasi struttura gerarchica e/o forma organizzata, tanto da far emergere il serio sospetto che con il decreto ministeriale si voglia impedire l’interlocuzione politica di un militante politico con la sua area di appartenenza piuttosto che la relazione di un associato con i sodali in libertà.

Sempre nel mese di luglio ultimo scorso è stata pronunciata una ulteriore aspra condanna in primo grado, a 28 anni di reclusione, contro un altro militante anarchico per un attentato alla sede della Lega Nord, denominata K3, anche per tale episodio nessuno ha riportato conseguenze lesive. Inoltre, nell’estate del 2020 altri cinque militanti anarchici sono stati raggiunti da una ordinanza di custodia cautelare in carcere per reati di terrorismo, trascorrendo circa un anno in AS2 (Alta Sorveglianza, altro regime carcerario “duro”), nonostante i fatti a loro concretamente attribuiti fossero bagatellari, quali manifestazioni non preavvisate, imbrattamenti ecc.

Altri processi contro attivisti anarchici sono intentati per reati di opinione, ad esempio due a Perugia, qualificati come istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, in quanto i rei avrebbero diffuso slogan violenti anarchici; quegli stessi slogan e idee che soltanto alcuni anni or sono sarebbero stati ricondotti alla fattispecie di cui all’art. 272 codice penale (propaganda sovversiva), fattispecie abrogata nel 2006 sulla base dell’assunto che la propaganda, anche di ideologie di sovversione violenta, debba essere tollerata da uno Stato che si dica democratico, pena la negazione del suo stesso carattere fondante. Altre iniziative giudiziarie per reati associativi sono state intentate a Trento, nuovamente a Torino, a Bologna a Firenze, contro altri militanti anarchici, con diffusa quanto incomprensibile applicazione di misure cautelari in carcere. La narrazione mediatica sempre degli ultimi due anni, costruita sulla scorta di dichiarazioni qualificate del Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, vede inoltre gli anarchici responsabili, istigatori, delle rivolte in carcere del mese di marzo 2020, salva recente successiva smentita da parte della commissione ad hoc istituita per stabilire le cause dell’insorgenza dei detenuti. Più in generale, in epoca recente, all’indistinta area anarchica è stata attribuita una enfatica pericolosità sociale da parte delle relazioni semestrali dei servizi segreti.

È lecito domandarsi cosa stia avvenendo in questo Paese e se gli anarchici rappresentino effettivamente un pericolo per l’incolumità pubblica meritevole di essere affrontato in termini muscolari e talvolta spregiudicati oppure se, in coerenza con il passato, rappresentino gli apripista per una ristrutturazione e/o un rafforzamento in chiave autoritaria degli spazi di agibilità politica e democratica nel paese. Chi scrive svolge la professione di avvocato ed è direttamente impegnato nella difesa di numerosi anarchici in altrettante vicende penali ed è così che riscontra la sempre più diffusa e disinvolta sottrazione delle garanzie processuali a questa tipologia di imputati: in primo luogo in tema di valutazione delle prove in ordine alla riconducibilità soggettiva dei fatti contestati; oppure di abbandono del diritto penale del fatto, a vantaggio del diritto penale del tipo d’autore, realizzato attraverso l’esaltazione della pericolosità dell’ideologia a cui il reo appartiene. Siamo consapevoli che la genesi di un possibile diritto penale del nemico si radica nella storia recente di questo paese nel contrasto giudiziario alle organizzazioni combattenti, nel corso dei processi degli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso, e che poi le continue emergenze susseguitesi negli anni hanno permesso di condividere ed estendere ad altre categorie di imputati (ad esempio ai migranti, ma non solo) l’atteggiamento giudiziario tenuto ieri nei confronti dei militanti della lotta armata. Atteggiamento che oggi viene riproposto verso gli anarchici, rei soprattutto di manifestare una alterità irriducibile all’ordine costituito.

Da avvocati e avvocate ci troviamo ad essere spettatori di una deriva giustizialista che rischia di contrapporre a un modello di legalità penale indirizzato ai cittadini, con le garanzie e i diritti tipici degli Stati democratici, uno riservato ai soggetti ritenuti pericolosi, destinatari di provvedimenti e misure rigidissimi, nonché di circuiti di differenziazione penitenziaria. Tutto ciò ci preoccupa perché comporta un progressivo allontanamento dai principi del garantismo giuridico, da quello di legalità (per cui si punisce per ciò che si è fatto e non per chi si è) a quello di offensività, sino a un pericoloso slittamento verso funzioni meramente preventive e neutralizzatrici degli strumenti sanzionatori, come gli esempi sopra richiamati dimostrano…

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Sassari: Corteo contro il carcere e il 41bis in solidarietà ad Alfredo

RIFLESSIONI IN VISTA DELLA MANIFESTAZIONE DEL 29 OTTOBRE A SASSARI

Contro il carcere e la società che lo rende necessario

Il 5 maggio 2022 il compagno anarchico Alfredo Cospito è stato trasferito nel carcere di Bancali in Sardegna e rinchiuso nel regime di 41 bis. Il 6 luglio la Cassazione ha condannato nel processo “Scripta manent” Anna, Alfredo e Nicola per il reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (articolo 270-bis c.p.). Inoltre, la Corte ha accolto la richiesta di riqualificare l’accusa verso Alfredo e Anna, dal reato di strage semplice al reato di strage politica (articolo 285 c.p.) – che prevede come pena l’ergastolo – in relazione ad un attentato esplosivo alla scuola allievi carabinieri di Fossano che ha provocato danni materiali alla struttura, senza conseguenze lesive.

Sempre a luglio Juan Sorroche, un altro compagno anarchico, è stato condannato in primo grado a 28 anni di reclusione per il reato di attentato con finalità di terrorismo (articolo 280 c.p.) per due ordigni, di cui uno inesploso, che danneggiarono il portone della sede della Lega Nord di Villorba (TV) nell’estate 2018.

Queste sentenze segnano un punto di svolta importante nella repressione da parte dello Stato italiano, non solo nei confronti del movimento anarchico, ma più in generale verso chiunque provi a lottare e a ribellarsi. Non è un caso che questo inasprirsi delle condanne e delle condizioni detentive per i prigionieri anarchici e le prigioniere anarchiche arrivi in un periodo di forte repressione che colpisce tutte le soggettività e gruppi che incrinano la pacificazione sociale perseguita dallo Stato.

Nello stato di emergenza perenne che ormai è diventato normalità, qualsiasi protesta verso le imposizioni dello Stato è marchiata come minaccia verso la società intera; se poi dalla protesta si passa all’azione concreta, l’accusa verso chi agisce deve essere esemplare. Ne sono un esempio i diversi tentativi di contestazione di reati associativi susseguitisi negli ultimi anni, ad esempio contro la lotta NO TAV, contro la presenza militare in Sardegna e più di recente contro i sindacati di base impegnati nella lotta dei lavoratori nel settore della logistica.

L’inasprirsi delle pene è rivolto verso tutte quelle azioni che mettono in crisi la pacificazione funzionale a Stato e capitale. Basti pensare alla riesumazione del reato di devastazione e saccheggio (che prevede fino a 15 anni di reclusione) nell’ambito di cortei, a carico degli ultras e dei reclusi/e in carceri o CPR. Oppure pensiamo all’aggravamento della pena prevista per il reato di “blocco stradale” (pratica da sempre appartenente ai più svariati ambiti di lotta) che oggi prevede sino a 12 anni di reclusione.

Sotto attacco non ci sono solo le azioni, ma anche le idee. Diversi, ad esempio, sono i musicisti che di recente si sono trovati accusati di istigazione a delinquere e vilipendio, semplicemente per il contenuto dei loro testi inneggianti all’ostilità contro le forze dell’ordine, i militari o le autorità più in generale. In ambito anarchico invece, sempre più spesso, il reato di istigazione a delinquere viene affiancato dall’aggravante di terrorismo ed utilizzato per costruire ipotesi associative. Si pensi alle pubblicazioni messe sotto accusa per aver sostenuto la necessità della violenza rivoluzionaria e per aver dato voce al contributo alla lotta che Alfredo non ha mai smesso di portare, anche da dietro le sbarre delle sezioni di alta sicurezza. Proprio per questo motivo si è visto trasferire a maggio 2022 in 41-bis a Bancali, regime che prevede il blocco pressoché totale della corrispondenza.

Evidentemente le idee di Alfredo sono scomode perché, coerentemente all’azione che nel 2012 lo ha portato in carcere – la gambizzazione dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare – spiegano con semplicità lo slancio etico che sta dietro all’agire. Questa azione riconosce chiaramente come dietro allo sfruttamento della terra e dei popoli, non ci sono solo dei nomi di multinazionali o di società per azioni ma uomini e donne che ogni giorno prendono decisioni che rendono l’esistenza sempre più invivibile alla maggior parte della popolazione mondiale.

In una società neoliberale come quella in cui viviamo è sempre più evidente che le condizioni di salute e benessere sono garantite a una ristretta fascia di popolazione, mentre per la restante parte lo sfruttamento lavorativo, l’insicurezza abitativa e relazionale, il malessere fisico e psicologico sono la quotidianità. In questo contesto il carcere si configura come un “ghetto sociale” in cui vengono rinchiuse le persone che per scelta, o semplicemente per necessità, si trovano a non rispettare le leggi dello Stato e che non posseggono le risorse economiche per pagarsi una difesa né tanto meno la copertura delle istituzioni concessa a chi ricopre posizioni di potere.
É interessante notare come più della metà delle persone recluse abbia una condanna per reati legati alla legge sugli stupefacenti o contro la proprietà (furto, rapina), che il 15% dei carcerati sia classificato come tossicodipendente e che oltre il 30% non abbia la cittadinanza italiana. La funzione riabilitativa del carcere rimane una dichiarazione della propaganda di Stato per rendere più accettabile una situazione che di riabilitativo non ha nulla. Come può essere riabilitativo un luogo dove si vive in 3 metri quadrati di cella, dove l’assistenza medica è garantita solo quando si tratta di psicofarmaci, dove si muore per mancanza di cure adeguate e per suicidio (67 i suicidi da inizio 2022)?

Se dentro come fuori dalle carceri le condizioni degli oppressi e delle oppresse sono sempre peggiori, è chiaro come per lo Stato diventi fondamentale recidere ogni potenziale legame di solidarietà. Lo vediamo nel nostro quotidiano dove, da anni, qualsiasi dimensione collettiva o comunitaria viene continuamente posta sotto attacco. Dalla precarietà e dal ricatto che caratterizzano ogni condizione lavorativa, passando al massivo ricorso della tecnologia per mediare ogni forma di comunicazione e scambio, alla soppressione pressoché totale di spazi fisici di aggregazione che non rispondono alla logica del profitto, sino alla puntuale costruzione di “nemici pubblici” contro cui, ci vien detto, ogni strumento repressivo è lecito.

L’emarginazione dell’individuo passa dunque anche dal carcere, strumento per eccellenza finalizzato ad annichilire l’individuo attraverso l’isolamento dalla sua comunità di riferimento (che sia quella affettiva, politica o altra). Al suo interno, nel corso degli anni, sono nati circuiti pensati per determinati reati, come quelli di Alta Sicurezza (AS), e il regime di carcere duro del 41bis. Quest’ultimo è stato istituito sulla scia della cosiddetta lotta alla mafia e sull’onda emotiva della strage di Capaci. Il clima di paura e il mostro da annientare sono stati la cornice che ha reso questo strumento socialmente accettabile. Isolamento totale per anni, discrezionalità totale e possibilità di rinnovare continuamente questo stato detentivo, limitazione nel tenere beni personali (come la foto di un proprio caro) in cella, divieto di ricevere libri dall’esterno, censura della posta e così via. Queste sono solo alcune delle condizioni imposte per legge ai prigionieri e alle prigioniere in 41 bis, ma ad esse si aggiungono quelle “discrezionali”: schermatura delle finestre con pannelli di plexiglas, sezioni poste sotto terra come quella del carcere di Bancali, primi due anni in totale isolamento. L’obiettivo del regime è duplice: da un lato indurre il prigioniero a denunciare altre persone, a “collaborare” per riguadagnare un po’ di vivibilità purché si getti nelle segrete medievali qualcun altro. Dall’altro, isolare in modo totale l’individuo, spezzare ogni legame sociale sia dentro che fuori le mura, renderlo disumano e annientarlo.

Come sempre, l’applicazione di nuovi e più gravosi strumenti repressivi riguarda inizialmente chi già rientra nella classificazione di “nemico pubblico” e poi, una volta passati nell’assetto legislativo e nell’immaginario sociale, viene estesa anche ad altri. E così il 41 bis è stato esteso nel 2005 ai prigionieri/e politici delle BR-PCC Morandi, Mezzasalma, Lioce e Blefari, quest’ultima uccisa proprio dalle pesanti condizioni di questo regime. Ora, come dimostra il caso di Alfredo, tocca agli anarchici. E domani chissà.

Un altro tassello dell’annientamento del singolo e della sua possibilità di essere parte di una comunità umana è l’ergastolo ostativo, strumento con cui lo Stato condanna l’individuo a un fine pena mai, senza se e senza ma. Tra i tanti ergastolani, ricordiamo Mario Trudu, morto di carcere in Sardegna dopo una vita rinchiusa tra le sbarre. A chi è sottoposto all’ergastolo ostativo sono negati tutti i benefici, in nome di una valutazione sulla “pericolosità” del soggetto basata sul rifiuto di collaborare con lo Stato, su legami veri o presunti con la criminalità organizzata o con la lotta politica, o sulla mancata partecipazione all’opera “rieducativa”.
L’isolamento, tuttavia, si configura anche quando non vengono applicati strumenti particolarmente afflittivi di cui abbiamo parlato; ci riferiamo ad esempio all’utilizzo di strumenti punitivi interni al carcere, quali l’applicazione del regime 14 bis, o le svariate condizioni di isolamento de facto.

L’ultimo tassello che vogliamo aggiungere è quello della distanza fisica. La scelta attuata con il piano carceri del 2009 di costruire le 4 nuove strutture detentive in Sardegna (Bancali, Uta, Massama, Nuchis), così come di trasferirvi numerosi prigionieri nelle sezioni speciali provenienti prevalentemente dal Sud Italia e infine il trasferimento di Alfredo, si inscrivono nel processo di atomizzazione di cui stiamo parlando. L’isolamento dei detenuti diventa ancora più ampio perché di mezzo c’è il mare che allunga le distanze con la propria comunità.

La storia della Sardegna, oltre a essere storia di conquista e colonizzazione, è anche storia di carcerazione. L’introduzione del carcere avviene nel XVIII secolo con l’avvio della cosiddetta modernità, la sua affermazione passa attraverso la definizione del banditismo come piaga sociale ed endemica della Sardegna.
Con il Regno d’Italia la Sardegna diviene il luogo in cui chiudere “gli irregolari”, cioè tutti coloro che non accettano le leggi del nuovo Stato o che, ridotti in miseria, cercano fuori dalla legge spazi di sopravvivenza.
Ancora, con la ristrutturazione del sistema penitenziario degli anni ‘70 del Novecento, essa diventa il luogo di detenzione e tortura prima per i detenuti accusati di reati di mafia poi per i prigionieri politici e ribelli. Con l’istituzione delle “carceri speciali”, ben due delle prime cinque strutture individuate a tal fine si trovano sull’isola.

D’altronde l’espandersi e l’evolversi del sistema carcerario sardo è da sempre legato a doppio filo con i momenti chiave della sua colonizzazione da parte dello Stato.
Si pensi alla strenua opposizione contro l’esportazione della proprietà privata da parte dei sabaudi nei primi dell’800, al susseguirsi degli scioperi dei minatori nei primi del Novecento, passando alle lotte contro l’imposizione delle industrie petrolchimiche nel secolo scorso, oppure contro le servitù militari.

L’ultima pagina di questa politica è stata, come già accennato, il Piano Carceri del 2009 che oltre ad aumentare notevolmente la capacità detentiva dell’isola, per la prima volta ha predisposto la costruzione di un carcere appositamente progettato per l’applicazione del 41 bis: Bancali.
In totale ad oggi ci sono 10 strutture detentive di cui 5 carceri speciali; 3 differenti 41 bis sparsi nel territorio e un quarto in costruzione.

Perché abbiamo sentito la necessità di scrivere tutto questo in vista della manifestazione di fine ottobre in solidarietà ad Alfredo e tutti i prigionieri e le prigioniere? Perché pensiamo che oggi più che mai sia necessario inserire la lotta contro il carcere all’interno della nuova cornice politica e sociale nella quale stiamo vivendo. Un mondo dove il controllo è sempre più pervasivo e dove l’isolamento del prigioniero è speculare all’isolamento di ogni individuo. Gli strumenti messi in campo sono molteplici, ma l’obiettivo sembra comune: distruggere la dimensione comunitaria dell’individuo, annichilire ogni possibilità di deviazione rispetto all’ordine costituito.

A chi quell’ordine costituito ha messo in discussione nelle parole e nei fatti va tutta la nostra solidarietà. Con chi lotta con ogni mezzo necessario contro la disumanizzazione dell’individuo saremo al fianco.

Per Anna, Alfredo, Juan e tutte le prigioniere e i prigionieri che lottano saremo in strada il 29 Ottobre e oltre.

Fuori Alfredo dal 41 bis! Chiudere il 41 bis! Liberi tutti, libere tutte!

da qui

 

Alfredo Cospito, da un mese in sciopero della fame contro il 41bis – Viola Hajagos

Domenica 20 novembre 2022 al Presidio Leonard Peltier di San Didero l’avvocato Flavio Rossi Albertini, legale del militante anarchico Alfredo Cospito, ha partecipato ad un incontro organizzato dal collettivo Caza Feu (lo spazio autogestito da qualche mese attivissimo a Bussoleno) all’interno delle mobilitazioni in solidarietà con Anna Beniamino e Alfredo Cospito, a seguito delle sentenze per il processo Scripta Manent confermate in Cassazione il 6 luglio scorso.

Un processo con un nome che ci riporta alla massima latina così spesso citata dagli insegnanti di liceo, che scherzosamente ricordavano: “Scripta manent, verba volant…” per sottolineare la necessità di comprovare con delle “verifiche” l’apprendimento degli alunni e delle alunne. Peccato che in questa vicenda giudiziaria ci sia poco da scherzare.

Dopo più di sei anni dagli arresti motivati da questo grave teorema accusatorio nei confronti di militanti anarchici e anarchiche, siamo ora in attesa del ricalcolo delle condanne, rispetto alla sentenza già emanata dalla Corte di Cassazione, e la data sarà il 5/12/2022 al tribunale di Torino.

“Siamo qui per questo, in una partita a dadi senza fine tra l’autorità e la sua negazione” leggiamo in uno scritto di Anna Beniamino, imputata nel processo insieme ad altri compagini e compagne per questo giudizio. Una frase che descrive come meglio non si potrebbe la situazione. Il processo Scripta Manent è infatti un processo prima di tutto agli anarchici e alle anarchiche, a priori individuati come pubblici nemici. Gli inciampi, i rimbalzi, le forzature e le storture del sistema giuridico italiano, in questo come simili eventi, sono evidenti.

Non a caso un gruppo che inizialmente contava solo 20 avvocati, diventati in seguito più di 200, si sono pronunciati in un testo che denuncia pubblicamente un’evidente volontà sanzionatoria contro l’appartenenza politica all’anarchismo in Italia, rispetto alle condanne derivanti il processo.

Stiamo parlando di fatti in cui non ci sono né feriti né vittime né danni ingenti, che però ‘giustificano’ per gli imputati Alfredo Cospito e Anna Beniamino, una condanna definitiva per Strage politica, ai sensi dell’articolo 285 del codice penale, reato punito con l’ergastolo ostativo. Circa l’illegalità di questo pronunciamento che equivale in pratica a una condanna a morte, si è recentemente espresso anche Luigi Manconi, sulle pagine de La Repubblica e de Il Riformista.

In Italia non occorre avere una gran memoria per ricordare le Stragi di Stato che inaugurarono la Strategia della Tensione, negli anni delle contestazioni politiche seguite al 1968: piazza Fontana a Milano, Piazza della Loggia a Brescia, la bomba alla Stazione di Bologna, solo per citarne alcune. Come non occorre riandare tanto a ritroso nel tempo, per ricordare la Strage di Capaci o di Via D’Amelio, solo per citare i casi più eclatanti. Ebbene, in nessuna di queste vicende che causarono parecchi morti e feriti, oltre alla devastazione di aree pubbliche, che furono causa di spargimento di sangue e di infiniti strascichi nelle piazze e nelle strade italiane, non c’è mai stata nessuna condanna per il reato di Strage Politica.

Senza incorrere in tecnicismi (un linguaggio peraltro famigliare per chi ha seguito negli anni i diversi processi che hanno coinvolto i movimenti di contestazione in Italia), non possiamo non rilevare la gravità di teoremi accusatori, che inchiodano gli imputati non tanto alla ‘colpa’ circa specifici fatti peraltro rivendicati, ma elevano a ‘colpa’ il solo fatto di appartenere a una determinata area politica, aprioristicamente imputabile in quanto antagonista. Qualunque sia la condotta e il profilo individuale (nel caso di Alfredo Cospito andrebbe sottolineata la produzione di articoli, scritti, la pubblicazione di ben due libri, benché detenuto in carcere), in un reato associativo tutto diventa imputabile per il solo fatto di appartenere a un’area di pensiero criminale, secondo il teorema stesso. Purtroppo sono numerosi i casi che hanno come accusa l’associazione sovversiva finalizzata al terrorismo (270 bis): un ambito legale in cui la custodia preventiva, le intercettazioni, il massiccio uso di dispositivi di controllo intrusivi nella vita di militanti politici e politiche, sono a priori autorizzati data la gravità dell’impianto accusatorio.

Il carosello mediatico negli anni si è accodato ad una riproposizione acritica del punto di vista dell’accusa, senza alcuna messa in discussione o sollevazione di criticità: un copia-incolla finalizzato a rinforzare la demonizzazione degli accusati.  Su questo inquietante aspetto si è soffermato in più occasione l’ex magistrato Livio Pepino, recentemente anche al convegno che si tenuto a Bussoleno il 16/10/2022 sul tema “Associazione a resistere, proteggiamo la protesta”, per commentare le vicende oggetto dei maxi processi che vedono da anni inputati molti attivisti No Tav per non dire del procedimento in corso contro l’intera attività del CSA Askatasuna di Torino. Un intervento, quello di Livo Pepino, che sottolinea una vera e propria “ridefinizione delle tecniche di governo della società di fronte al dissenso, alla protesta, alle lotte sociali”.

A partire da aprile 2022 Alfredo Cospito è stato sottoposto al regime del carcere duro noto come 41 bis: una condanna concepita per i condannati a reati mafiosi refrattari a collaborare con la giustizia e che per la prima volta è stato riservata ad un militante politico. Questo tipo di regime carcerario è identificabile con la tortura, per le condizioni di totale deprivazione, di contatti con l’esterno, per non dire sensoriale, inflitte al condannato.

Per questa ragione, il 20 ottobre scorso, Alfredo ha iniziato uno sciopero della fame e alla data di oggi ha già perso più di 20 chili, con gravi conseguenze sulla sua salute fisica parzialmente mitigate dall’assunzione di integratori alimentari che gli sono stati concessi solo dopo la visita al carcere di Bancali di Mauro Palma, Garante Nazionale per i Diritti delle persone private della libertà personale.

E dal 7/11/2022 è in sciopero della fame anche Anna Beniamino, detenuta al Carcere di Rebibbia a Roma.

Ciò che occorre con urgenza affrontare è la questione delle condanne esemplari attribuite ad Anna e Alfredo che si trovano nelle patrie galere solo per scontare la colpa delle loro idee, e delle azioni connesse con la loro appartenenza politica. In questo tetro scenario, non è mancata la solidarietà anche internazionale e la denuncia di queste vicende che potrebbero sembrare lontane dalla quotidianità, ma non lo sono.

Le voci dissonanti contro le grandi opere, le devastazioni ambientali, il modello ultraliberista, contro la repressione del dissenso politico, aprono scenari di altri mondi non normati dalle logiche di potere che possono superare queste barriere e continuare a circolare anche grazie e attraverso la fermezza dei prigionieri e prigioniere che non si arrendono allo stato di cose presenti.

Solidarietà con Anna, Alfredo, Juan e Ivan in sciopero della fame.

da qui

 

 

Lo stato italiano contro Alfredo Cospito. Lo sciopero della fame dell’anarchico al 41 bis (Napolimonitor)

 

Il 20 ottobre scorso l’anarchico Alfredo Cospito, detenuto nella casa circondariale di Bancali (Sassari) in regime differenziato ex art. 41 bis, ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la disciplina detentiva a cui è sottoposto. Cospito è detenuto da più di dieci anni, accusato e condannato come esecutore e ideatore di diversi attentati – tra cui il ferimento dell’amministratore delegato di Ansaldo NucleareRoberto Adinolfi (Genova, maggio 2012) – e per strage contro la pubblica incolumità, a causa di due ordigni a basso potenziale esplosi nel giugno 2006 alla Scuola allievi carabinieri di Fossano (che non causarono ferimenti o decessi). È inoltre uno dei condannati del processo Scripta Manent, che ha visto pesanti interventi da parte della magistratura contro militanti rei, tra le altre cose, di avere “scritto e diffuso” su diverse testate web della galassia libertaria testi di informazione, critica e riflessione.

La scelta di deportare Cospito a Sassari in regime di 41 bis dalla sezione di Alta Sicurezza di Ferrara, dove era precedentemente detenuto, è motivata dalla volontà di escluderlo da qualsiasi contatto con l’esterno, di vietare ogni possibile diffusione di suoi testi, di proibire visite e corrispondenza senza censura, di ricevere libri e altro materiale. “Il detenuto – scrivono i suoi avvocati – è privato di ogni diritto e in particolare di leggere, studiare, informarsi su ciò che corrisponde alle sue inclinazioni e interessi (un paese liberale tutela tutte le ideologie, anche le più odiose, nonché il diritto allo studio e all’informazione quale strumento necessario sia al trattamento penitenziario in vista della rieducazione del reo […], che allo sviluppo stesso della personalità umana). Non riceve alcuna corrispondenza: quelle in entrata sono tutte trattenute e quelle in uscita soffrono dell’autocensura del detenuto stesso. Le ore d’aria si sono ridotte a due, trascorse in un cubicolo di cemento di pochi metri quadri, il cui perimetro è circondato da alti muri che impediscono la visuale o semplicemente di estendere lo sguardo all’orizzonte, mentre il cielo è oscurato da una rete metallica. Un luogo caratterizzato in estate da temperature torride e in inverno da un microclima umido e insalubre. La mancanza di profondità visiva incide inoltre sulla funzionalità del senso della vista mentre la mancanza di sole sull’assunzione della vitamina D. La socialità è compiuta una sola ora al giorno in una saletta insieme ad altri tre detenuti […] di cui uno è sottoposto a isolamento diurno da due anni e un secondo tende a non uscire più dalla cella”.

Il regime detentivo del 41 bis nasce nel 1986 come strumento di governo interno delle carceri, “in casi eccezionali di rivolte o altre gravi situazioni di emergenza”. Nel 1992 viene ampliato da un secondo comma (decreto Martelli-Scotti poi divenuto legge n. 356/1992) per colpire i condannati per mafia successivamente alla strage di Capaci. Se in entrambi i casi vi è l’obiettivo di annientare la soggettività del detenuto, in poco tempo il 41 bis diventa la forma di vendetta dello Stato contro quelle persone che hanno deciso di non intraprendere una collaborazione con la magistratura. Un’idea – inconciliabile con quella di “rieducazione” della pena – che in questi giorni le aree più in vista della sinistra democratica e del mondo dell’antimafia rivendicano apertamente, plaudendo all’iniziativa del governo che ha approvato un decreto-legge apportante minime modifiche alle legislazioni sull’ergastolo ostativo (il regime detentivo che impedisce alla persona condannata di accedere a misure alternative e altri benefici), ritenuto incompatibile con la Costituzione dalla Corte Costituzionale.

Nel caso di Alfredo Cospito il ricorso al regime di 41 bis è motivato dall’intenzione di interrompere la sua attività politica, di isolarlo dalla propria area di riferimento in un’aperta minaccia dello Stato a un’intera comunità politica, quella anarco-insurrezionalista, che da più di un decennio viene utilizzata come spauracchio nei confronti dell’opinione pubblica. Sono decine i militanti anarchici perseguiti e condannati per danneggiamenti o semplicemente per aver diffuso le proprie idee; condanne pesantissime come quelle che hanno colpito Cospito sono state comminate ad Anna Beniamino (sedici anni, anche lei per i fatti di Fossano), Juan Antonio Sorroche Fernandez (ventotto anni per un attentato alla sede della Lega a Treviso nel 2018, anche quello senza conseguenze letali) e altre decine di anarchici, condannati talvolta anche solo per manifestazioni non preavvisate o imbrattamenti.

Come segnala un appello redatto e sottoscritto da decine di avvocati, la natura delle misure adottate contro gli anarchici appare decisamente spropositata: “Il 6 luglio la Corte di Cassazione ha deciso di riqualificare da ‘strage contro la pubblica incolumità’ a ‘strage contro la sicurezza dello Stato’ (una fattispecie di reato a cui non si era fatto ricorso nemmeno nei casi degli attentati siciliani a Falcone e Borsellino, ndr) il duplice attentato contro la Scuola allievi carabinieri di Fossano (due esplosioni in orario notturno, che non avevano causato nessun ferito) […] attribuito a due imputati anarchici. L’originaria qualificazione di strage prevedeva l’applicazione di una pena non inferiore a quindici anni di reclusione, mentre l’attuale la pena dell’ergastolo. […] Nel mese di aprile Cospito è stato inoltre destinatario di un decreto applicativo del cosiddetto carcere duro, ai sensi dell’art. 41bis comma 2O.P., introdotto per combattere le associazioni mafiose e che presuppone la necessità di impedire collegamenti tra il detenuto e l’associazione criminale all’esterno per fini criminosi: un’altra vicenda singolare, essendo notorio che il movimento anarchico rifugge in radice qualsiasi struttura gerarchica e/o forma organizzata, tanto da far emergere il serio sospetto che con il decreto ministeriale si voglia impedire l’interlocuzione politica di un militante con la sua area di appartenenza, piuttosto che la relazione di un associato con i sodali in libertà”.

Lo sciopero della fame da parte di un detenuto è uno strumento estremo, l’unico a disposizione per reagire al proprio annientamento, una pratica che il mondo dell’informazione tende da sempre a occultare, a differenza delle iniziative mediatiche e propagandistiche come quelle messe in atto negli anni nel nostro paese da soggetti politici come i dirigenti del partito radicale. Una pratica che fa del proprio corpo un’arma, utilizzando l’auto-annientamento come strada per sottrarsi al potere, è una pratica pericolosa. Innumerevoli precedenti storici ne sottolineano la drammaticità, a partire dal destino incontrato dal militante del Sinn Féin irlandese Terence McSwiney, morto in una galera inglese nel 1920; quello di Bobby Sands, deceduto il 5 maggio 1981 dopo sessantasei giorni di sciopero della fame nel blocco H (le sezioni speciali di annientamento) del carcere di Long Kesh; quello dei militanti della Raf tedesca, come Holger Mains, morto il 9 novembre 1974 dopo due mesi di sciopero della fame nel carcere di Wittlich, e dei militanti dell’Eta basca, che hanno utilizzato questo strumento di resistenza negli anni Ottanta e Novanta.

A partire da questo lunedì anche Anna Beniamino ha intrapreso lo sciopero della fame in solidarietà con Alfredo Cospito e con gli altri detenuti anarchici oggetto della vendetta istituzionale. Il garantismo di facciata (una interrogazione parlamentare sul caso Cospito è stata presentata il 3 novembre e non ha ancora ricevuto risposta) espresso dal ministro della giustizia del governo Meloni è già davanti a una totale contraddizione, che rispecchia l’ipocrita dibattito che sta emergendo in questi giorni rispetto alla revisione delle normative su ergastolo ostativo e 41 bis, dei quali invece pochi e isolati attivisti che lottano per i diritti dei detenuti e per il superamento del carcere chiedono l’immediata eliminazione. (…)

da qui

 

Davide Delogu scrive ad Alfredo Cospito

…Caro compagno generoso e combattivo, la tua volontà è più forte di chi ti rinchiude nel sottosuolo con quel regime terribile, come sai bene ti sono sempre vicino, anche in questa lotta dove sei disposto a perdere la vita per raggiungere il tuo scopo, contro il torturocentrismo incarnato in quel regime vile, che deve cessare di esistere assieme all’ergastolo ostativo. Col tuo gesto combatti ancora una volta il potere con una determinazione che si alimenta sempre di più e la tua tenacia è forza, il tuo cuore ne è colmo, come la tua irriducibile e illimitata libertà anarchica. Io sostengo la tua scelta obbligata di usare il tuo corpo come arma fino all’ultima pallottola e mi auspico che non si arrivi a scaricare tutto il caricatore della tua esistenza. Ma invece, che le pratiche solidali della multiformità internazionale, che è sempre presente per la libertà, possano dare risultati come il pulsare in unico battito che riesca ad ottenere il tuo rilascio da un regime duro di totale privazione e isolamento quale il 41 bis. La mia personale veduta e che sarò sempre al tuo fianco, solidale anche da dietro le sbarre con la riottosità del mio vissuto contro il sistema vessatorio carcerario, che cerca di normalizzarci, e utilizzerò tutta la mia forza necessaria per continuare ad affrontare il mostro del lungo isolamento di cui sono prigioniero e avendoti sempre nei miei pensieri sarò sempre più forte. Il potere sta sperimentando nuovi meccanismi di repressione intimidatoria, aver creato il precedente di seppellire in 41 bis un fratello anarchico è un atto intimidatorio, utilizzare il termine “strage” politica o altro come stanno facendo ultimamente è un intimidazione. Paventare il rischio di essere condannati all’ergastolo per una strage mai avvenuta è l’ennesima intimidazione. Appunto perché l’intenzione è quella di intimorire il movimento anarchico d’azione ribelle, attualmente più forte al mondo come forza rivoluzionaria. A me del loro linguaggio non importa nulla, semmai si ricorderà invece il silenzio e l’assenza di compagni, la dove avvenga, nel momento di esprimere una dimensione solidale. Da quel che riesco a capire da dietro le sbarre si sta sviluppando una solidarietà pratica da tutto il mondo, siamo davanti a un momento storico che coinvolge tutte le individualità della rivolta, insurrezionali, rivoluzionarie, per la lotta di liberazione, per cercare di non far passare questi precedenti della ferocia assassina del 41 bis. Da una mia ricerca personale, tutti i prigionieri sottoposti a 41 bis si sono tutti ammalati, e la maggior parte di tumore e si può capire bene perché. Mi immagino che con il coordinamento necessario nelle iniziative pubbliche ci sia la presenza e la partecipazione di migliaia di solidali, anche da parte di chi magari non poteva essere d’accordo su alcune riflessioni di Alfredo, che fece pubblicare e per cui si trova in 41 bis. Per me è proprio nell’isola sarda, il luogo fisico in cui sta Alfredo che si dovrebbe manifestare ostilità, a quel carcere, direttamente con la rabbia di migliaia di solidali insieme alla coerente forza e l’onore dell’anarchia d’azione. L’universalità di coloro che pensano e parlano della loro vicinanza ad Alfredo, sono diventati modi che si convertono in tantissimi gesti d’azione solidali dell’agire anarchico, umano, di vendetta inesauribile quale desiderio della nostra giustizia…

da qui

Interrogazione parlamentare del senatore Peppe de Cristofaro al Ministro della giustizia (3 novembre 2022)

Premesso che:

da organi di stampa si apprende che Alfredo Cospito, detenuto all’interno della casa circondariale di Bancali, a Sassari, avrebbe intrapreso dallo scorso 20 ottobre lo sciopero della fame per denunciare le condizioni cui si trova costretto dal regime del 41-bis, al quale è sottoposto dall’aprile 2022, nonché per protestare contro l’ergastolo ostativo comminatogli;

nel corso della recente vicenda giudiziaria conclusasi nel luglio scorso, Cospito ha riportato nei primi due gradi di giudizio condanna per strage contro la pubblica incolumità (art. 422 del codice penale) per due ordigni a basso potenziale esplosi presso la scuola allievi Carabinieri di Fossano, senza causare né morti né feriti. Un reato che prevede la pena non inferiore ai 15 anni. Lo scorso luglio, tuttavia, la Cassazione ha riqualificato il fatto in strage contro la sicurezza dello Stato (art. 285 del codice penale), reato che prevede l’ergastolo, anche ostativo, pur in assenza di vittime. Nello specifico, si evidenzia che quella della strage contro la sicurezza dello Stato è una fattispecie che non è stata contestata nemmeno agli autori degli attentati che uccisero i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino;

considerato che fino all’aprile scorso, essendo stato Cospito sottoposto per 10 anni al circuito vigente nelle sezioni di cosiddetta alta sicurezza (AS2), il detenuto poteva comunicare con l’esterno, inviare scritti e articoli e così partecipare al dibattito della sua area politica, contribuire alla realizzazione di due libri, ricevere corrispondenza e beneficiare dell’ordinario regime trattamentale in termini di socialità, colloqui visivi e telefonici, ore di aria, palestra e biblioteca. Da quando è sottoposto al regime del 41-bis e più precisamente a far data dal maggio 2022, le lettere in entrata vengono trattenute e questo, di conseguenza, induce il detenuto a limitare e ad autocensurare le proprie. Le ore d’aria sono ridotte a due, interamente trascorse in un cubicolo di cemento di pochi metri quadrati; la “socialità” è limitata a un’ora al giorno, il detenuto non ha inoltre accesso alla biblioteca di istituto, e fruisce di un unico colloquio mensile e nessuna telefonata;

ritenuto che quanto detto ha gravi conseguenze sul benessere psicofisico del detenuto traducendosi in una vera e propria deprivazione sensoriale, che finisce con l’ottundere e deprimere la sua personalità e se tali condizioni venissero protratte ulteriormente condurrebbero ad un concreto ed irrimediabile danno alla salute;

ritenuto altresì che a parere dell’interrogante nella vicenda si è al cospetto di uno stravolgimento del senso del regime di cui all’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario, posto che non è coerente con la ratio della norma l’estensione del regime differenziato ad un anarchico individualista. Nel dettaglio, infatti, il regime nasce per impedire i collegamenti tra il detenuto e l’associazione criminale di appartenenza, mentre nel caso specifico si sarebbe inteso perseguire la finalità di interrompere e impedire a Cospito di continuare a esternare il proprio pensiero politico, attività, tra l’altro, da lui svolta pubblicamente, pertanto, né occulta né segreta, destinata non agli associati, bensì ai soggetti gravitanti nella sua area politica di appartenenza;

valutato che a giudizio dell’interrogante l’aver inteso il rapporto epistolare di Cospito con l’area anarchica quale comunicazione tra sodali irradia di luce fosca l’essenza argomentativa del provvedimento ministeriale, il quale sottintende una valutazione di appartenenza di tutti gli anarchici, indistintamente considerati, al sodalizio per cui è stato condannato lo stesso Cospito. Tutto ciò in mancanza di alcuna evidenza giudiziaria, posto che mai, in nessuna inchiesta, si è proposto un simile teorema, e ciò perché rappresenterebbe uno sfregio all’assetto giuridico costituzionale liberale che tutela qualsiasi ideologia, anche la più odiosa, come più volte ricordato dalla Corte suprema di cassazione;

ritenuto ancora che la magistratura di sorveglianza non ha ancora fissato e conseguentemente celebrato l’udienza camerale stabilita dall’art. 41-bis, comma 2-sexies, dell’ordinamento penitenziario a seguito del reclamo proposto dal difensore, nonostante la disposizione normativa preveda il termine di 10 giorni per deliberare sul decreto applicativo del Ministro. Cosicché nonostante il detenuto si trovi sottoposto da 6 mesi al peculiare e afflittivo regime detentivo ed abbia intrapreso lo sciopero della fame, l’autorità giudiziaria non si è ancora espressa in merito al provvedimento adottato dall’Esecutivo,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga doveroso riesaminare le motivazioni poste a fondamento del decreto adottato dal suo predecessore ed eventualmente intraprendere le misure necessarie atte a ripristinare la coerenza tra regime differenziato e ratio della norma;

se non reputi di dover disporre dei propri poteri ispettivi previsti dalla legge, al fine di comprendere le ragioni del ritardo nella fissazione dell’udienza per decidere il reclamo;

se sia a conoscenza delle motivazioni giuridiche che hanno indotto la Corte di cassazione ad adottare la qualificazione giuridica dell’art. 285 del codice penale per un fatto certamente grave, ma non equiparabile ad altre vicende storico-giudiziarie avvenute in Italia qualificate ai sensi dell’art. 422 del codice penale, anche in considerazione del fatto che attribuire all’episodio criminoso citato l’idoneità di attentare alla sicurezza dello Stato presuppone, ad avviso dell’interrogante, un giudizio tendenzioso in ordine alla fragilità delle istituzioni democratiche del Paese.

da qui


Qui un’intervista ad Alfredo Cospito, nel 2014