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giovedì 5 agosto 2021

Saman Abbas: una vittima e le nostre sottovalutazioni - Leonardo (Dino) Angelini

 

Il 16 luglio scorso, dopo quasi 70 giorni, sono state sospese le ricerche del corpo della giovane Saman Abbas, verosimilmente uccisa da alcuni familiari: immigrati pakistani che lavoravano nelle campagne intorno a Novellara, cioè solo a qualche decina di chilometri da Reggio Emilia, uno dei luoghi di sperimentazione di quello che fu il welfare italiano dei servizi (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/06/11/saman-hina-e-le-altre/).

Sono stato particolarmente colpito da questo efferato femminicidio poiché, al di là delle pesantissime responsabilità penali sulle quali sta indagando la magistratura, fra le sue pieghe – e, ahimè, fra le sue piaghe – è possibile vedere in controluce tutta una serie di elementi che attengono sia il delitto che si è solo concluso qui, a due passi da noi; sia il contesto locale all’interno del quale ci siamo noi e i nostri servizi; sia l’intricatissima rete transnazionale che, così come ha condotto a noi Saman e i suoi parenti, allo stesso modo fa ormai da decenni con milioni di migranti che affrontano quasi sempre in solitudine viaggi per mare e per terra irti di pericoli.

Partiamo da ciò che vediamo come più prossimo a noi: Saman era una immigrata di seconda generazione; era nata in Pakistan, ed è arrivata da noi già grandicella. Cosicché, mentre nella nuova casa, a Novellara, con i suoi genitori continuava il percorso educativo “pakistano” e familiare che la stava conducendo verso l’età adulta, fin da subito aveva cominciato a frequentare la scuola italiana, dove a contatto con i docenti e i suoi pari non aveva imparato solo l’italiano, ma anche le nostre modalità di vita. Intrecciando filiazione e affiliazione, direbbe l’etnoanalista Marie Rose Moro: cioè elementi culturali provenienti sia dall’uno che dall’altro contesto educativo. Cose che normalmente, nel crogiolo interno dei figli di migranti, si agglutinano in maniera personalissima e mai definitiva, esposti come sono ai mille spifferi di natura culturale che continuano a venire da ogni dove, e che diventano vere e proprie tempeste interne nei momenti di passaggio da una fase a un’altra della vita. Specialmente quando si tratta di giovani donne di seconda generazione, sottoposte – come dice la Spivak – a una duplice influenza patriarcale: quella tipica delle loro culture d’origine, e quella più moderna e consumistica oggi imperante nelle metropoli occidentali. È ciò che verosimilmente stava avvenendo dentro Saman, come ci suggeriscono le notizie lette sui giornali e perfino le foto, nelle quali s’intravede una modalità tutta sua di vestirsi, quasi a cercare un sincretismo fra il mondo dal quale proveniva e il nostro.

Su questi sommovimenti interni, e proprio quando Saman, terminato l’iter scolastico, stava definendo un legame, peraltro con un giovane d’origine pakistana, è piombata la decisione familiare di imporle un matrimonio forzato con un parente che vive in Pakistan. Di fronte a questa brusca imposizione Saman si è ribellata e ha chiesto aiuto ai servizi, finché, ritornata a casa, è stata letteralmente screata (1) dai suoi. E verosimilmente non, come è stato scritto sui giornali, per ragioni religiose o “tribali”, ma – come dice il regista pakistano ribelle Wajahat Abbas Kazmi – perché il rifiuto del matrimonio forzato per la comunità patriarcale pakistana è considerato fonte di un delitto d’onore che rientra semplicemente nei doveri di un genitore. «Non parlo solo del padre ma anche della madre che, non solo lo giustifica, ma è sempre complice. Se non hanno loro il coraggio di uccidere la figlia ribelle, spetta ai cugini o agli zii eseguire. Anche i ragazzi sono vittime di questo sistema, ma a pagare con la vita sono quasi sempre solo le donne. Sin da piccole viene costruita attorno a loro una gabbia dalla quale non riescono ad evadere. Come fa una bambina a pensare che la madre e il padre a cui vuole tanto bene, da grande possano ucciderla? Tutta la famiglia diventa una trappola mortale che non lascia scampo alla vittima» (2).

Apparentemente quindi qualcosa di inconsueto, riconducibile a una particolarissima situazione di costrizione. In realtà – come abbiamo avuto modo di constatare nell’ultimo quarto di secolo nella pratica di psicologi proprio qui a Reggio Emilia – qualcosa che, in maniera certo infinitamente meno violenta ma ugualmente capace di incidere sul loro destino, appartiene alla quotidianità di tutti i giovani e di tutte le giovani di seconda generazione. È risaputo infatti, anche se è sottaciuto, che proprio nel momento del passaggio all’età adulta per la maggior parte di loro (e anche per chi risulta a buon diritto particolarmente “capace e meritevole”!) non è data alcuna possibilità di ricevere sostegno nel lavoro di trasformazione del loro sogno adolescenziale in progetto adulto. E ciò proprio in concomitanza con la muta ma eloquentissima richiesta di aiuto che viene in quel momento dalla famiglia d’origine. Richiesta che nella stragrande maggioranza dei casi implica l’acconciarsi a un lavoro qualsiasi che contribuisca ad attenuare l’immane sforzo che la famiglia va facendo per radicarsi qui da noi, e magari per saldare i debiti che la prima generazione ha dovuto contrarre per partire. Da ciò che traspare dalle cronache anche questa era una delle richieste di aiuto che Saman ha fatto in direzione dei servizi sociali, oltre, o forse in connessione, con quella più pressante volta ad essere allontanata dalla famiglia.

E qui un discorso su questi servizi va fatto. Perché mentre la scuola continua ad affrontare adeguatamente, almeno a Reggio e in provincia, i problemi derivanti dalla presenza dei migranti di seconda generazione, i servizi sociali sembrano ormai da tempo aver abbandonato ogni spinta alla sperimentazione. Per cui, proprio quando i giovani di seconda generazione vanno affannosamente cercando una via decente che li conduca all’età adulta e alla piena cittadinanza e, più in generale, mentre la società reggiana è attraversata da mille cambiamenti che richiederebbero una presenza attenta e critica, i servizi sociali risultano spesso costituiti da precari, poco radicati nel territorio e perciò spesso poco capaci di avere una visione attuale dei bisogni e delle nuove urgenze epidemiologiche, poco disposti al confronto con i servizi socio-sanitari limitrofi, e spesso non molto capaci di mantenersi in una posizione contrattuale con le strutture intermedie (per lo più private!) alle quali si rivolgono nel momento del bisogno.

Tutto ciò in un ambito internazionale in cui gli Stati più ricchi da una parte fingono di non volere accogliere i migranti e, in combutta con Stati cuscinetto che svolgono funzioni simili a quelle che furono dei negrieri, ergono barriere per rendere estremamente difficili e costosi i viaggi della speranza. Dall’altra dispongono le cose in modo tale da poterli accogliere privandoli di ogni tutela e costringendoli a vivere e lavorare in uno stato di schiavitù e di perenne incertezza. Mentre i migranti predisponendosi individualmente all’esodo, privi di notizie certe e di approdi sicuri, fin dal momento in cui programmano il viaggio si pongono nelle mani dei moderni negrieri, che operano i loro misfatti all’ombra dei vari Stati-cuscinetto, spesso in combutta con gli Stati di approdo. Tutto ciò istituisce e rafforza sempre più la dimensione “come se” di tutto il tragitto e istituisce un insieme di vere e proprie cerimonie volte a fiaccare i migranti, a costringerli in un percorso violento di disumanizzazione. In una parola a prepararli ad accettare il destino di schiavi che li attende.

Note:

(1) «Così come ti ho fatto, allo stesso modo ti screo», dicevano i padri ai figli considerati degeneri in Puglia, cioè nel mio luogo delle origini.

(2) Cfr: https://www.meltingpot.org/Saman-Abbas-la-casta-l-onore-e-la-piaga-dei-matrimoni.html#.YPQ27y0QNo6

Bibliografia:

– Angelini L., Filiazione e affiliazione. I figli dei migranti fra famiglia e scuola, In: Angelini L., La scuola di Narciso. Analisi, note, progetti, Amazon, 2020

– Moro MR., Bambini di qui venuti da altrove, FrancoAngeli, Milano, 2005

– Spivak Ch. G., Morte di una disciplina, Meltemi, Roma, 2003


da qui

venerdì 18 giugno 2021

DEAD BABY WALKING - Gian Luigi Deiana

 

il girotondo dei bambini morti: saman e la sua ombra

il mito trascolora l'orrore della realtà, quello di un ordine sociale che divora la parte indifesa tra i propri figli; la mitologia greca narra di un dio indefinito e insaziabile, crono, che tuttavia una volta fu ingannato dalla propria consorte, la terra; quella volta egli ingoiò solo un sasso, così il pupo divino si salvò e stabilì un nuovo ordine delle cose: iniziò così l'ordine del mondo;

l'ordine del mondo non ha però posto fine alla divorazione di bambini, la ha soltanto diversificata e diffusa; ciascuna di queste varianti appare inaccettabile alle altre, tanto quanto ciascuna esige come indiscutibile la propria autoassoluzione;

la necrografia infantile di questi giorni addiziona una uccisione canonica, di cui resterà scolpito il nome, saman, e diverse decine di uccisioni anonime, quelle dei bambini di gaza fatti a pezzi dai bombardamenti; ovviamente si tratta di una addizione apparentemente impossibile, ed è questa apparenza che consente di condensare l'orrore sulla vicenda della giovane pakistana saman e viceversa di trovare congrua la folla anonima di vittime bambine nei bombardamenti "mirati" dell'aviazione israeliana;

tuttavia i bambini uccisi nell'ultima guerra di gaza hanno un nome, e solo la lettura dei loro nomi vale come estrema preghiera; il primo si chiama yazin al masri, di due anni; l'ultimo si chiama yusuf abu hatab, di undici anni; era evitabile la loro morte? o era necessaria? cosa si insegna in merito nelle scuole elementari di israele, ai bambini della sua parte? a che serve la scuola?

la vicenda della giovane saman appare meno ostica nella sua decifrazione: "appare" meno ostica; tuttavia anche questa va penetrata attraverso la mente dell'assassino, per poter essere davvero compresa; l'ordine demografico e sociale pakistano è ancor oggi imperniato sull'endogamia a dominanza maschile; metà dei matrimoni avviene tra cugini, anzi essi sono concepiti come matrimoni tassativi e prestabiliti, pre-stabiliti fin da quando i contraenti sono ancora bambini; la sposa entra nella "proprietà" della famiglia dello sposo (prima ancora che nella "proprietà" dello sposo), e mai viceversa, e l'intero sistema ereditario si fonda su questa costrizione; sottrarsi a questo ordinamento significa, per la donna designata, compiere un grave crimine sociale; solo l'accesso diffuso all'istruzione da parte delle bambine è in grado di scalfire pezzo a pezzo questo codice mostruoso, ed è per questo che vige nel ventre di questa società una resistenza feroce contro la scuola; la scuola;

sempre in pakistan, nella provincia profonda, alcuni giorni fa le cronache hanno riportato il caso di una bambina di quattro anni, stuprata, torturata e uccisa; la polizia ha raccolto indizi su oltre quattrocento possibili autori del delitto: cioè tutti e nessuno; una commissione governativa ha reso noto per l'occasione l'aggiornamento statistico dei delitti contro i bambini, da cui risulta un aumento spaventoso proprio con l'espansione della modernizzazione; questo significa che la parte di società meno protetta, cioè più estromessa dalla rete familistica delle endogamie, è sempre più esposta all'esclusione relazionale e alla criminalità sessuale, nella sostanziale indifferenza o connivenza degli strati sociali invischiati in questa colla oscena; va assolutamente chiarito che questa radice, rigidamente maschilista e potenzialmente infanticida, non è affatto indotta dall'islam: essa è infatti assolutamente pre-islamica e si perpetua a prescindere dalle norme religiose in quanto tali; solo la scuola, come insegna la figura di malala, e oggi quella della povera saman, è in grado di fare la differenza: la scuola;

giro giro tondo, gira il mondo, gira la terra...; la terra: se giriamo di botto il mondo passando da questi bassifondi di preistoria orientale agli stadi avanzati della civiltà occidentale non possiamo sperare di trovare miglior respiro e consolazione se non in canada, la mitica e pacifica "terra della nonna" e di figure bizzarre e fiabesche quali quella di zagor lo spirito con la scure;

la nonna era, per le tribù native del genocidio americano, la regina d'inghilterra; essendo il canada un dominio britannico, il superamento di quel confine da parte degli indiani in fuga dagli stati uniti era certo preferibile alla vita nelle riserve, come la nonna e le giubbe rosse apparivano preferibili al grande padre di washington e ai suoi generali custer; eppure:

eppure solo pochi giorni fa, esattamente il 31 maggio 2021, il governo canadese ha reso pubblico il rapporto aggiornato sull'operato delle scuole residenziali per indiani nativi nel corso del novecento, cioè fino a ieri; è stata resa nota la storia spaventosa della kamloops native residential school, del resto singolarmente simile alla filosofia delle scuole per bambine aborigene vigente in australia fino a pochi decenni fa: sottrazione dei bambini alle famiglie di origine, deportazione in località isolate, estirpazione violenta delle lingue native, imposizione forzata della religione cattolica, denutrizione, malattie non curate, pazzia, fosse comuni; il governo canadese, in specie, pone oggi in risalto la scoperta di una fossa comune nel terreno della scuola di kamloosa con i resti di almeno 250 bambini; si impegna a proseguire la ricerca, per la necessità della memoria e dell'espiazione; e per mettere in forma di legge e in condizione pratica il pieno riconoscimento della cittadinanza e la piena applicazione dei diritti a tutti i suoi abitanti;

è curioso che in italia di questo documento agghiacciante abbia dato notizia, addirittura dalla finestra domenicale di mezzogiorno su piazza san pietro, proprio papa francesco, e che viceversa la notizia sia stata generalmente ignorata da giornali e telegiornali; l'italia, per suo costume, non ama la memoria se essa impone l'espiazione; tanto meno nella scuola, forse; ma soprattutto, in italia continua ad essere tabu il riconoscimento della cittadinanza persino ai figli di immigrati anche se scolarizzati o persino se nati in italia;

la povera saman è l'ultima vittima sacrificale di questa incapacità di memoria e di questa persistenza del tabu nazionale e del principio della stirpe; per questo saman è anche una vittima sacrificale italiana; almeno a scuola, è necessario capirlo;

e così il girotondo si chiude: walking, dead baby, walking

da qui

sabato 12 giugno 2021

Saman, Hina e le altre - Domenico Gallo

  

Un’onda di indignazione ha percorso il nostro paese quando sono emerse le terribili circostanze in cui si è consumata ‒ come appare ormai certo ‒ l’uccisione della giovanissima Saman Abbas da parte dei suoi familiari. Ha scritto Corradino Mineo: «Una ragazza è stata strangolata, il suo corpo nascosto, perché voleva vivere e amare. Trovo imperdonabile tacere […] Bestie spietate l’hanno uccisa. Bestie con un attributo maschile tra le gambe, che invocano tradizione e religione per affermare il loro potere. Scovarle e arrestarle».

Non c’è dubbio che i campioni di ferocia e di viltà che hanno spento per sempre il sorriso di questa ragazza che chiedeva solo di vivere e amare come tutte le sue coetanee, debbano essere scovati e sottoposti ai rigori della legge. Però, per quanto siano vituperabili i parenti assassini, questo delitto è tanto più inquietante perché non è frutto soltanto di devianza individuale, cioè della malvagità dei suoi autori, ma è maturato in un contesto culturale che ha legittimato, giustificato e incoraggiato la furia omicida. Non a caso il Gip parla di uccisione «per punirla dell’allontanamento dai precetti dell’Islam e per la ribellione alla volontà familiare».

È la stessa sorte che è capitata prima di lei alla ventenne Hina Saleem sgozzata dal padre e dai cognati, e seppellita nel giardino di casa, l’11 agosto del 2006, perché – come riferì la madre ai Carabinieri – «non si comportava da brava mussulmana». Hina non solo aveva rifiutato ogni proposta di matrimonio forzato, ma aveva gettato il disonore sulla sua famiglia iniziando a convivere con un giovane italiano. Per questo doveva essere punita.

In entrambi i casi i familiari assassini hanno agito con la convinzione di adempiere un dovere imposto da una norma religiosa, cioè dalla loro cultura. Qui si pone un problema grave. Mentre i singoli che delinquono possono essere intercettati e fermati nel loro percorso criminoso, non si può arrestare una cultura. Quello che è successo in queste due famiglie pachistane può verificarsi di nuovo se migliaia di persone condividono la stesse paranoie. D’altro canto la convivenza di nuclei etnici portatori di tradizioni radicate e ancestrali con una società aperta è destinata a produrre delle turbolenze nei nuclei stessi perché i giovani sono portati a non accettare più quelle tradizioni che ostacolano la loro libertà di autodeterminazione e ciò porta a una crescita delle violenze nelle famiglie.

Viviamo in una società necessariamente multiculturale e il rispetto del pluralismo spesso viene tacciato di relativismo etico dai sovranisti che vivono come una sciagura la convivenza di differenti culture, frutto della presenza di differenti gruppi etnici nel nostro paese. In realtà la compresenza di differenti religioni e di differenti culture può essere un valore e fonte di arricchimento della società nel suo complesso, ma le differenze non sono conviviali di per sé.

Sono la politica e il diritto che rendono le differenze virtuose o conflittuali. A questo riguardo dobbiamo osservare che la Costituzione italiana ci ha fornito il criterio per accordare le differenze: la laicità. La laicità, principio supremo della Repubblica, si fonda su un valore non negoziabile, impermeabile a ogni relativismo culturale: la dignità inviolabile di ogni persona. Ogni persona concreta, in carne e ossa è un valore insormontabile: nel nostro ordinamento, tutte le religioni e tutte le culture sono libere ma nessuna può incidere sulla libertà e sui diritti fondamentali di ciascun uomo e di ciascuna donna. Questo significa che la Costituzione italiana ha tagliato le unghie a tutti i fondamentalismi e ha scardinato l’onnipotenza delle religioni che non possono più sovrapporre i loro precetti ai diritti e alla dignità di ciascuno. C’è bisogno di una pedagogia della Costituzione e c’è bisogno che le differenti culture siano sempre più esposte a un processo di contaminazione. Bisogna evitare che si creino dei ghetti in cui alcuni gruppi sociali vivono chiusi nelle loro tradizioni senza dialogare con il mondo esterno e la laicità è il passpartout che consente di rompere il muro dell’incomunicabilità. Se vogliamo evitare che si ripetano le tragedie di Saman e di Hina.

da qui