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giovedì 2 gennaio 2020

Nemici? Bambini - Gianluca Gabrielli



E chi se la ricorda questa storia? Dai, è passato un secolo! Eppure vale la pena raccontarla, tirarla fuori dai vecchi cassetti. Ascoltala, vedrai che parla anche di noi, di quello che potremmo voler essere. In fondo siamo noi, volenti o nolenti, a scegliere il nostro passato.

1919
Sono gli ultimi giorni di dicembre. Da Bologna e da Milano partono due treni carichi di viveri e capi di abbigliamento. Ci sono anche le maestre, “vigilatrici”. Sono stati organizzati dalle giunte comunali socialiste di varie città italiane e dalle associazioni operaie. Vanno a Vienna, la capitale dello Stato nemico per eccellenza, dell’esercito al di là delle trincee. Vanno là a prendere bambini, il treno dell’Emilia Romagna ne prenderà oltre seicento. Non è una deportazione, li prendono per salvarli, perché rischiano di morire di fame e di freddo. Sono i sindaci e assessori socialisti di Bologna, Milano, Ravenna, Reggio Emilia e altre città che si sono accordati con il nuovo borgomastro socialdemocratico di Vienna: accoglieranno i bambini e le bambine per la durata dell’inverno, perché a Vienna è finito il carbone e manca il cibo, i bambini pesano un terzo di quello che dovrebbero pesare e il dopoguerra è un inferno.
È un inverno davvero terribile. Una grande campagna internazionale di mobilitazione ha preso corpo in Europa e negli Stati Uniti. Käthe Kollwitz, pittrice e scultrice tedesca di impegno sociale produce vari manifesti per sollecitare l’aiuto: “Vienna sta morendo! Salva i suoi figli!” recita uno di essi, dove una figura piegata di madre procede a fatica contro una forza invisibile cercando di proteggere il neonato che ha in braccio e gli altri bambini che si riparano sotto le sue braccia dalle frustate di una figura scheletrica che rappresenta la morte. È la Vienna di Karl Polanyi, di Sigmund Freud, di Arthur Schnitzler, Karl Kraus, Ludwig Wittgenstein, Arnold Schoenberg… Dall’Olanda, dalla Svizzera, dall’Ungheria, dalla Norvegia giungono treni per accogliere i bambini e accudirli durante l’inverno. Allora il 23 dicembre partono – quasi vuoti – anche i due convogli da Milano e Bologna: tornano pieni dell’“infanzia nemica” la mattina di capodanno del 1920, quasi l’auspicio di una nuova epoca di solidarietà che invece non riuscirà a mettere radici.

Difficile capire
L’aspetto più arduo da comprendere oggi è la forza simbolica di questo atto politico. I socialisti si erano opposti alla carneficina della Grande guerra e le giunte che si trovarono a governare le città negli anni del conflitto dovettero faticare non poco a mantenere un atteggiamento che non venisse accusato di disfattismo o che valesse loro l’etichetta di austriacanti, di colludere con il nemico, ma che dall’altra parte non divenisse una supina accettazione della guerra nazionalista. Furono anni difficili, in cui le politiche comunali faticavano moltissimo nel mantenere almeno una parte di quell’intervento sociale pensato e promesso negli anni di pace. Quando la guerra finì la sua eredità fu caratterizzata dai lutti, dalla fame e dalla disoccupazione. Così in quell’inverno la scelta di porgere una mano a quell’Austria che per tre anni era stata “il nemico” per eccellenza era una scelta coraggiosa, significava mettere la fratellanza universale al posto della appartenenza nazionale, “prima chi soffre”, potremmo tradurre, e non “prima gli italiani”.
Con questi treni prendeva corpo il tentativo di costruire, al di là delle divisioni della guerra, una nuova società che non si facesse irretire dai confini sciovinisti e dalle appartenenze e puntasse sull’internazionalismo di coloro che non possedevano nulla, allora chiamati proletari.
La speranza non aveva targhe nazionali, ma etiche e politiche. Tandler, il medico assessore alle politiche sociali di Vienna, parlava in questi termini: “La guerra ha tentato di dividere i popoli, ma i bambini saranno i nuovi apostoli per la ripresa dei sentimenti di solidarietà tra gli uomini”. L’editoriale de “La Stampa” del primo gennaio 1920, pur con toni retorici fastidiosi, ci aiuta a comprendere cosa rappresentasse questa operazione di solidarietà attraverso i confini: “Molti padri di quei bambini hanno ucciso il padre ai nostri figlioli; molti di essi ebbero il padre ucciso da padri italiani. Oggi le madri nostre stringono al seno le vittime innocenti degli uni e degli altri e li bagnano tutti delle loro lagrime vedovili”.

Costruire/decostruire il nemico
 Occorre fare un grande sforzo per immedesimarsi nel clima dell’epoca, che sortiva dalla prima “guerra totale” della storia, cioè la prima guerra combattuta anche dai civili, sul fronte interno. Bastano due episodi per comprendere quanto fossero potenti e diffusi gli elementi catalizzatori dell’odio e come coinvolgessero direttamente l’infanzia.
Nel 1918 ad esempio sorse a Portogruaro un istituto, l’Ospizio dei figli della guerra, per accogliere i bambini illegittimi delle terre liberate, concepiti – spesso per stupri – durante l’anno dell’occupazione nemica. Erano neonati chiamati “figli della colpa”, che andavano protetti perché rischiavano non solo la marginalizzazione insieme alla madre ma anche l’infanticidio, a causa dell’ingiusto e spietato giudizio che la comunità e la famiglia proiettavano su di loro. Molti vedevano nei corpi di quei neonati non delle vittime innocenti ma degli esseri contaminati dalla barbarie nemica, pericolosi agenti di discordia.
I discorsi di deumanizzazione del nemico avevano egemonizzato il discorso pubblico. In un libro di lettura per la quarta classe del 1919 possiamo leggere il racconto della morte di Lodoletta, una bimba povera italiana che sarebbe stata intossicata da cioccolatini avvelenati lanciati da un aereo austriaco. È con tutta evidenza una falsa notizia, una mitologia inverificabile che serviva a suscitare l’odio verso il nemico, come ne circolavano tante nell’Europa dilaniata dalla guerra. Nutrivano l’odio delle bambine e dei bambini italiani di nove anni.
Queste due informazioni di contesto credo aiutino a percepire la forza dirompente dello spirito solidale – in controtendenza – che questi treni immettevano nelle menti e nelle esperienze degli italiani dell’epoca, intossicate da tre anni di guerra terribile e da una propaganda che era andata crescendo attraverso strumenti molto più potenti che nel passato.

Da nemici a ospiti
Torniamo a Bologna, una delle città che ospitò i bambini di Vienna. Per quattro mesi i piccoli austriaci vengono accolti in collina nella colonia di Casaglia, struttura destinata a diventare in seguito una scuola all’aperto, e in altre strutture. Vanno a fare il bagno in centro città, nelle stanze predisposte in via Zamboni 15, dove oggi c’è la scuola dell’infanzia e dove allora c’erano le docce usate dalle scuole per assicurare l’igiene dei bambini poveri. Fanno attività all’aperto, sfruttando l’esperienza delle vigilatrici comunali che gestiscono la colonia. Le foto riportate nel giornale del Comune ce li mostrano in posa. Un gruppo misto di una trentina tra maschi e femmine che avranno tra i sei e i nove anni assiste seduto ad un grande tavolo sotto una grande lavagna portatile, grembiuli e camici eterogenei scuri e lo sguardo vigile di una maestra; un altro gruppo di una trentina di femmine con grembiuli bianchi o comunque chiari si fa fotografare in posa ordinata sulla scalinata di ingresso della scuola insieme alla vigilante. Una terza foto riprende l’insieme dei gruppi riunito nella campagna dove sorge la scuola con gli educatori che probabilmente stanno distribuendo il pasto.
Nascono in città numerose iniziative di sostegno – organizzate soprattutto dai socialisti, ma che guadagnano un’adesione che supera gli steccati di partito. Pochi giorni dopo l’arrivo viene organizzata dai circoli socialisti di zona una passeggiata domenicale Pro bimbi viennesi nei quartieri popolari della Zucca e della Bolognina, accompagnati dalla banda. Si raccolgono soldi per l’Ufficio comunale d’Istruzione che gestisce l’ospitalità: “Era una gara per non dare meno del vicino e uno spirito di emulazione che confortava e incoraggia”. In febbraio sono le donne della sezione femminile socialista a promuovere una festa a Casaglia, cui partecipa la banda municipale, si canta in italiano e in tedesco guidati dalle maestre bolognesi e viennesi, e si conclude intonando l’Internazionale. Offerte arrivano da ogni parte: circoli socialisti, cooperative, luoghi di lavoro, sindacato, ma anche “raccolte nei dintorni di Quarto Inferiore L. 18,65”, o “camerieri del Chianti L. 25”, o “raccolte in una festa di famiglia il 7 febbraio a mezzo Rizioli Alfredo L. 30,05”.
L’ospitalità dura fino ad aprile compreso, quando cessano i rigori dell’inverno e il momento più tragico è superato. La ripartenza è festa ma è anche pianto di commozione: “Si sperava di vedere sui teneri volti letizia e gioia e invece sgorgava copioso il pianto” (“La squilla”). “Il saluto dato ai fanciulli dal popolo bolognese fu veramente grandioso. L’interno della stazione rigurgitava di folla. Molte le rappresentanze delle associazioni politiche ed economiche, molti i vessilli. Intervenne anche la fanfara socialista. I bambini erano vivamente commossi. Si mescolavano in loro due forti emozioni: il distacco dalle persone che per quattro mesi erano state come loro secondi genitori ed il pensiero dell’imminente abbraccio dei genitori veri, nella triste patria lontana” (“Il Resto del Carlino”). Con il ritorno a Vienna l’assistenza può trasformarsi in sostegno a distanza, con i bambini riconsegnati alle famiglie o alle istituzioni austriache.

Oggi
La pratica di “costruire il nemico” accompagna la storia umana dalla notte dei tempi. Eppure oggi questa attività si è “democratizzata”, diventando una competenza intrinseca di ciascun possessore di smartphone, una app che ha reso ogni cittadino esperto nell’invenzione di un “altro minaccioso”.
Purtroppo in alcuni momenti sembra che – degli studi sulla storia e la sociologia del razzismo – abbiano fatto tesoro non i suoi oppositori, ma quelli che lo fomentano. I meccanismi della propaganda di guerra, della nascita e della circolazione delle “false notizie” di cui scriveva Marc Bloch nelle trincee della Grande guerra, oggi si dispiegano sui social con un’efficacia moltiplicata, lanciati da imprenditori politici dell’odio che nelle nuove piattaforme di comunicazione trovano schiere di ripetitori obbedienti e di emulatori zelanti.
Da sempre, nei momenti di crisi, gli animi collettivi si nutrono dei pregiudizi che possono trasformare le cattive percezioni in verità inoppugnabili e i soggetti marginalizzati in comodi capri espiatori: migranti, “zingari”, islamici… Si chiama hate speech, discorso di incitamento all’odio: politicamente procura voti, individualmente regala il piacere di sfogarsi verso responsabili fittizi del proprio disagio.
Tessere legami sociali concreti e solidali è l’unico antidoto contro questa macchina dell’odio. Tanti ci provano individualmente, altri si associano.

sabato 21 novembre 2015

Jean Jaurès









Ils étaient usés à quinze ans
Ils finissaient en débutant
Les douze mois s'appelaient décembre 
Quelle vie ont eu nos grand-parents
Entre l'absinthe et les grand-messes
Ils étaient vieux avant que d'être
Quinze heures par jour le corps en laisse
Laissent au visage un teint de cendres
Oui notre Monsieur, oui notre bon Maître

Pourquoi ont-ils tué Jaurès ?
Pourquoi ont-ils tué Jaurès ?

On ne peut pas dire qu'ils furent esclaves
De là à dire qu'ils ont vécu
Lorsque l'on part aussi vaincu
C'est dur de sortir de l'enclave
Et pourtant l'espoir fleurissait
Dans les rêves qui montaient aux cieux
Des quelques ceux qui refusaient
De ramper jusqu'à la vieillesse
Oui notre bon Maître, oui notre Monsieur

Pourquoi ont-ils tué Jaurès ?
Pourquoi ont-ils tué Jaurès ?

Si par malheur ils survivaient
C'était pour partir à la guerre
C'était pour finir à la guerre
Aux ordres de quelque sabreur
Qui exigeait du bout des lèvres
Qu'ils aillent ouvrir au champ d'horreur
Leurs vingt ans qui n'avaient pu naître
Et ils mouraient à pleine peur
Tout miséreux oui notre bon Maître
Couverts de prèles oui notre Monsieur
Demandez-vous belle jeunesse
Le temps de l'ombre d'un souvenir
Le temps de souffle d'un soupir

Pourquoi ont-ils tué Jaurès ?
Pourquoi ont-ils tué Jaurès ?


Erano usati a quindici anni,
Dei debuttanti già finiti,
Per loro un anno era un dicembre.
Che vita han fatto i nostri nonni,
Chiusi fra assenzio e grandi messe,
Dei semprevecchi innanzitempo. 
Quando lavori quindici ore
Hai voglia avere un bel colore.
Sì, buon maestro, sì, buon signore.
Perché hanno ucciso Jean Jaurès?
Perché hanno ucciso Jean Jaurès?

Non sono stati proprio schiavi
Ma da qui a dire che han vissuto,
Quando si parte così vinti...
E' dura uscire dall'imbuto.
Eppure c'era in fondo agli occhi
Un po' di sogno per sperare
Che essere qui non sia soltanto
Una condanna ad invecchiare.
Sì, buon maestro, sì, buon signore.
Perché hanno ucciso Jean Jaurès?
Perché hanno ucciso Jean Jaurès?

Se per disgrazia erano in troppi
Te li mandavano alla guerra,
Così finivano alla guerra,
Ceduti a qualche sacripante
Che puzza la naso concimava
Il proprio campo di caduti,
Coi loro vent'anni abortiti,
E ci morivano atterriti.
Pieni d'orrore, buon maestro
Pieni di preti, buon signore. 

Capisci, bella giovinezza?
Neanche il tempo di un ricordo,
Neanche il tempo di un sospiro.
Perché hanno ucciso Jean Jaurès?
Perché hanno ucciso Jean Jaurès?

da qui


IL SOCIALISMO PACIFISTA DI JEAN JAURÈS

"Signori, c'è solo un modo per abolire la guerra tra i popoli, è quello di abolire la guerra economica, il disordine di questa società; è quello di sostituire la lotta universale per la vita - che conduce alla lotta universale sul campo di battaglia - con un regime di concordia sociale e di unità. Ed ecco perché, se non si guarda alle intenzioni che sono sempre vane, ma all'efficacia dei princìpi e alla realtà delle conseguenze, razionalmente, profondamente, il partito socialista è, nel mondo di oggi, l'unico partito della pace."
(7 marzo 1895, alla Camera dei Comuni)
"Il capitalismo porta la guerra come la nuvola porta la tempesta."
"Il coraggio sta nel cercare la verità e nel dirla; sta nel non subire la legge della menzogna trionfante che scorre, e sta nel non fare l'eco, con la nostra anima, con la nostra bocca e con le nostre mani agli applausi degli imbecilli e ai fischi dei fanatici."
"Quando gli uomini non possono più cambiare le cose allora cambiano i nomi."
"Combattiamo la Chiesa e il cristianesimo perché sono la negazione dei diritti umani e racchiudono in sé il principio dell'asservimento dell'uomo."
"Il comunismo deve essere l'idea guida e visibile di tutto il movimento."
"Un po' di internazionalismo allontana dalla patria, molto internazionalismo vi ci riconduce. Un po' di patriottismo allontana dall'internazionalismo, molto patriottismo vi ci riconduce."
“Le più grandi persone sono quelle che possono dare speranza agli altri.”
“La pena di morte è contraria a ciò che l'umanità da più di duemila anni ha pensato di più alto e sogna di più nobile.”
“Può esserci rivoluzione soltanto là dove c'è coscienza.”
Filosofo, socialista francese esponente della sinistra revisionista; riformista per le concezioni relative al movimento operaio e ai suoi compiti, Jaurès lottò però con impegno per la pace, contro l'oppressione imperialistica e le guerre di conquista. I suoi discorsi eloquenti lo resero una forza importante in politica e un intellettuale campione del socialismo. Nato a Castres il 3 settembre 1859 si laurea all'École normale supérieure in filosofia, risultando il migliore studente nel 1878 e ottiene il titolo di professore “agrégé” nel 1881. Professore associato all'Università di Tolosa, diventa deputato del centro-sinistra del Tarn nel 1885. Sconfitto nel 1889, si dedica al suo dottorato su "Le origini del socialismo tedesco". Nel frattempo, è anche giornalista presso La Dépêche du midi a partire dal 1887, la sua esperienza di consigliere municipale e, successivamente, di assessore all'istruzione pubblica a Tolosa lo orienta verso il socialismo. Eletto, in seguito allo sciopero dei minatori, deputato di Carmaux (1893), aderisce al Partito Operaio Francese. Difensore di Dreyfus nel 1897 (Les Preuves), Jaurès approva l'entrata del socialista Millerrand all'interno del governo Waldeck-Rousseau. Nel 1902, partecipa alla fondazione del Partito Socialista e sostiene il Blocco delle sinistre. In seguito fonda L'Humanité (1904), "quotidiano socialista" che utilizza per accelerare la creazione della Sezione Francese dell'Internazionale Operaia (SFIO, 1905), condannando allora, in nome dell'unità socialista, ogni sostegno al governo.
Pacifista impegnato, che desiderava prevenire con mezzi diplomatici quella che sarebbe diventata la prima guerra mondiale, Jaurès cercò di creare un movimento pacifista comune tra Francia e Germania, che facesse pressione sui rispettivi governi tramite lo strumento dello sciopero generale. Jean Jaurès fu assassinato in un caffè di Parigi da Raoul Villain (un giovane nazionalista francese che voleva la guerra con la Germania) il 31 luglio 1914, un giorno prima della mobilitazione che diede il via alla guerra. Dieci anni dopo il suo assassinio, i resti di Jean Jaurès furono traslati al Panthéon di Parigi.
Questo il ricordo di Trockij di Jaurès, lasciato scritto in "La mia vita": 
"Politicamente ero assai distante da lui, ma è impossibile non essere attratti dalla sua forte personalità. La mentalità di Jaurés, che era un composito di tradizioni nazionali, principi morali metafisici, amore per gli oppressi ed immaginazione poetica, mostrava il segno dell'aristocrazia tanto chiaramente quanto quella di Bebel rivelava la grande semplicità della plebe. [...] Avevo ascoltato Jaurés in assemblee pubbliche a Parigi, in congressi internazionali e all'interno di comitati, ed in ogni occasione era come se io lo ascoltassi per la prima volta. Non cadeva mai nella routine; fondamentalmente non usava ripetersi, ma trovava sempre parole nuove, mobilitando le latenti risorse del suo spirito. Alla potenza di una cascata, egli sapeva coniugare una grande gentilezza, la quale splendeva sul suo volto come un riflesso della più grande cultura spirituale. Avrebbe fatto crollare massi, avrebbe tuonato e portato terremoti, ma non mancava mai d'ascoltare. Stava sempre in guardia, sempre attento a qualsiasi obiezione, pronto a coglierla e schivarla. A volte spazzava via ogni resistenza innanzi a lui con la stessa spietatezza di un uragano, altre così generosamente e gentilmente come un tutore o un fratello maggiore. Jaurés e Bebel erano ai poli opposti, e ciò nonostante erano le torri gemelle della Seconda Internazionale. Entrambi erano intensamente nazionali, Jaurés con la sua fiera retorica latina, e Bebel col suo tocco di asciuttezza Protestante. Io li amavo entrambi, ma in modo differente. Bebel si è spento fisicamente, mentre Jaurés è stato fuori quand'era all'apice della sua forza. Tutti e due sono morti in tempo. La loro morte ha segnato la linea dove la missione storica progressiva della Seconda Internazionale s'è interrotta".

giovedì 19 novembre 2015

Socialismo o barbarie - Lucio Garofalo

Il terrorismo islamico è solo una forma di depistaggio. È proprio una curiosa circostanza, niente affatto casuale, quella in cui uno degli attentatori di Parigi porti addosso un prezioso documento personale come il passaporto (guarda caso, di nazionalità siriana). Una strana "circostanza" che somiglia molto ad un atto di depistaggio. Siamo giunti al paradosso che chiunque si sforzi di ragionare liberamente (e criticamente) con la propria testa è accusato di "fantasticare". Ma le vere fantasie sono le narrazioni propagandistiche che negli ultimi anni hanno voluto farci credere: 1) che l'Iraq di Saddam Hussein disponesse di armi di sterminio e distruzione di massa (non si sono mai visti questi famigerati arsenali bellici dopo l'invasione del territorio iracheno); 2) che serviva "esportare la democrazia", piuttosto che la civiltà occidentale (a base di torture, violenze e massacri di ogni tipo); 3) che l'Iraq post Saddam Hussein fosse finalmente un paese "pacificato e normalizzato" dopo due guerre combattute nel Golfo Persico (rispettivamente nel 1991 e nel 2003), mentre la realtà denota rigurgiti ulteriori di fanatismo ed un'aspra recrudescenza delle guerre intestine e fratricide che ormai dilaniano il mondo musulmano: sciiti contro sunniti, sunniti contro altre disparate (e disperate) correnti e fazioni "coraniche"; e via discorrendo. Ora si pretende che si creda alle presunte "cellule islamiste impazzite", o ad una "nuova strategia" dell'ISIS. Ma chi le ha allevate tali cellule islamiste? Chi le arma e le appoggia? Chi le finanzia e le foraggia da anni? Chi ha partorito ed alimentato, negli ultimi lustri, un clima assai propizio ed un terreno fertile all'espansione del cosiddetto "integralismo islamico"? Chi ha addestrato, in Afghanistan, le prime cellule di al Qaeda in funzione anti-sovietica ed oggi le milizie dell'ISIS in funzione anti-russa? La CIA è, senza dubbio, il più sofisticato ed avanzato "cervello" strategico ed organizzativo dell'ingerenza eversiva ed imperialista statunitense. Non solo in Medio Oriente, ma in America Latina, in Africa, in Asia e pure in Europa (chi ha progettato ed applicato la "strategia della tensione", in Italia, negli anni '70?). Ma il problema è che le analisi servono a ben poco se non si prova a scardinare e sbloccare politicamente una situazione di immobilismo che pare scaturire da un senso di impotenza che attanaglia un po' tutti. In effetti, si respira un'atmosfera cupa da "fine impero". È probabile che ci troviamo in una fase di transizione storica. Rammento le illuminanti parole di Rosa Luxemburg per indicare il bivio che l'umanità rischia di imboccare in simili circostanze: "socialismo o barbarie". Con la prima e la seconda guerra mondiale e l'avvento dei regimi totalitari del nazifascismo, l'umanità ha varcato la soglia della barbarie. Dovremmo imparare da queste tragiche esperienze storiche. Gramsci diceva che la storia è maestra, ma non ha scolari. L'umanità si dimostra una pessima allieva.

lunedì 2 novembre 2015

il 4 novembre è una "festa" fascista

Il 4 novembre ripudiamo la guerra
Il 4 novembre si svolgono in tutta Italia le cerimonie per ricordare il 4 novembre 1918, data in cui l'Italia uscì "vittoriosa" dalla prima guerra mondiale.
Con questo messaggio vogliamo dedicare spazio alle vittime della prima guerra mondiale, che hanno pagato con la loro vita il costo di una guerra inutile.
La festa del 4 novembre fu una ricorrenza istituita dal fascismo per trasformare le vittime di una guerra spietata e non voluta in eroi coraggiosi che si immolavano per la Patria. Furono costruiti monumenti ai caduti e agli insegnanti fu chiesto di celebrare le forze armate. Questa eredità non e' stata sufficientemente sottoposta a critica con l'avvento della Repubblica.
Vogliamo portare nella consapevolezza sociale ciò che e' ormai acquisito nello studio degli storici e degli studiosi l'Italia entrò in guerra nonostante l'Austria avesse promesso la restituzione di Trento e Trieste in cambio nella non belligeranza. L'intento era infatti quello di espandere l'Italia verso territori esteri (come avvenne con la conquista del Sud Tirolo) seguendo il mito dell'imperialismo romano, che ebbe poi nel fascismo la sua massima celebrazione. Dopo la guerra infatti si parlò di "vittoria mutilata" perché le mire espansionistiche non furono coronate.
La prima guerra mondiale fu un affare per grandi industriali, politici corrotti, funzionari statali senza scrupoli, alti ufficiali con le mani in pasta. Le commesse di guerra fruttarono profitti così scandalosi che fu nominata una commissione di inchiesta parlamentare.
I migliori libri di storia segnalano che il fascismo al potere - fra i primi atti - bloccò la commissione parlamentare che indagava sulla prima guerra mondiale e sui profitti illeciti accumulati da faccendieri, burocrati, generali, industriali. Essa fu infatti prontamente sciolta dal fascismo dopo la marcia su Roma.

Perché allora si festeggia la prima guerra mondiale?
Una risposta ci viene da un testo scolastico G. De Vecchi, G. Giovannetti, E. Zanette, "Moduli di storia 2", ed. scolastiche B. Mondadori. Leggiamo...
"L'idea di una "guerra grande" non per l'orrore e la sofferenza bensì per l'eroismo e ill patriottismo dei suoi protagonisti e la bontà dei suoi obiettivi, nacque soltanto dopo il conflitto. Essa fu il risultato delle commemorazioni ufficiali dei governi liberali dell'immediato dopoguerra e poi del regime fascista.
Questa idea si concretizzò, fin dagli anni immediatamente successivi al conflitto, in una serie di iniziative finalizzate a tenere vivo negli italiani il ricordo della guerra cerimonie pubbliche, istituzione di festività (per esempio il 4 novembre, anniversario della vittoria), intitolazione di vie e scuole a eroi della guerra, diffusione nelle stesse scuole e nei centri ricreativi dei canti patriottici. Ma lo strumento più efficace furono i monumenti ai caduti. Fu soprattutto il regime fascista a favorirne la diffusione, imponendone la costruzione in tutti i paesi e città d'Italia. Quali erano la funzione e le caratteristiche dei monumenti ai caduti? Il loro obiettivo immediato era la commemorazione dei soldati morti sul campo di battaglia, in particolare di quelli originari della località in cui era costruito il monumento. Tuttavia, nei testi che apparivano sulle lapidi e nel tipo di raffigurazione emergeva un altro e più importante obiettivo. Si trattava, infatti, di iscrizioni e di sculture che descrivevano la guerra come una sofferenza giusta e necessaria; i soldati vi erano rappresentati come degli eroi che, consapevolmente e volontariamente, avevano sacrificato la propria vita per la patria. In sostanza, i monumenti e le lapidi presentavano la guerra come un momento di "grandezza" dell'Italia e degli italiani, dunque come un'esperienza estrema ma assolutamente positiva.
Niente di più lontano dalla realtà. Appare allora chiaro che i monumenti erano progettati non solo per offrire alle famiglie un conforto e una giustificazione per la morte dei loro cari, ma anche e soprattutto per costruire la memoria di una guerra "grande" che ne falsificava la realtà nascondendone gli aspetti più violenti e assurdi.

La memoria non ufficiale e l'opposizione alla guerra
La memoria ufficiale della guerra non fu però l'unica forma di commemorazione del conflitto. Soprattutto nel biennio 1919-20, vi furono associazioni e forze politiche (in genere di sinistra) che cercarono di mantenere in vita il ricordo dell'opposizione alla guerra e delle sofferenze che essa aveva causato ai soldati e ai civili. Anche questa versione alternativa si manifestò attraverso lapidi e monumenti in genere costruiti nei comuni guidati da sindaci socialisti. Si trattava però di monumenti molto diversi da quelli ufficiali. Le lapidi "alternative" erano ben più precise ed esplicite nel descrivere l'orrore del conflitto. I soldati morti erano descritti come vittime e non come eroi.
Questi monumenti ebbero vita breve e difficile. Già i primi governi liberali del dopoguerra ne ostacolarono o vietarono la costruzione; con la salita al potere del fascismo, nella cui ideologia tanta parte aveva l'esaltazione della nazione e della guerra, essi vennero tutti distrutti.

Un mito presente ancora oggi
L'interpretazione ufficiale della guerra rimase prevalente anche dopo la caduta del fascismo, non solo a causa dell'efficacia della propaganda del regime, ma anche perché, messa a confronto con la seconda guerra mondiale - che in Italia nessuno, a parte il regime fascista, aveva voluto - la Grande guerra appariva meno insensata e drammatica. E' solo a partire dagli anni sessanta che nelle interpretazioni degli storici, così come nella mentalità degli italiani, ha cominciato a riaffiorare una memoria critica della guerra. A testimoniare la sopravvivenza del mito della Grande guerra vi sono ancora i monumenti di epoca fascista; in molti casi ne e' stata modificata la dedica, estendendola anche ai morti della seconda guerra mondiale e della Resistenza. Solo in pochissime realtà, in genere nel corso degli anni settanta e ottanta, sono stati sostituiti con nuovi monumenti che rappresentano la guerra non come un giusto sacrificio per il bene della patria, ma come un orrore da evitare per sempre."

A Bussonelo (TO) una lapide cominciava con queste parole
PER QUELLO CHE FU SOFFERTO
NELL'OZIO DEPRAVANTE DELLA CASERMA
SOTTO IL BASTONE DELLA SERVITU'
NEL LEZZO DELLE TRINCEE
NELLE VIGILIE DI MAGNIFICATE CARNEFICINE...
Essa fu distrutta nel 1921 dai fascisti.


Il monumento ai caduti di Tolentino (MC), distrutto dai fascisti nel 1922, recava questa lapide
Possa la santità del lavoro redento fugare e uccidere per sempre il sanguinante spettro della guerra: per noi e per tutte le genti del mondo. Questa la speranza e la maledizione nostra contro chi la guerra volle e risogna. 
Tolentino il 16 ottobre del 1921 A.N.P.I. 25 aprile 2002 
Auspice la lega proletaria dei mutilati invalidi e reduci di guerra.

giovedì 28 maggio 2015

Lettere dal fronte

Gianni Stuparich, ufficiale volontario nell'esercito italiano, scrisse queste pagine sulla base di appunti e osservazioni fatti nel corso della guerra e raccontati in stile letterario nel libro Guerra del '15, pubblicato nel 1931.

…Ma è umiliante aggirarsi intorno ai ricoveri, per cercar qualche cosa: da per tutto si pesta nella merda, che sprigiona un puzzo insopportabile. Non ci sono latrine, ognuno evacua all'aperto, quanto più può vicino al suo o al ricovero degli altri; la fretta, per la paura d'esser colpiti, elimina ogni altro riguardo. E così questa collina rivestita di teneri pini e profumata d'erbe e di resina, questa collina su cui si viene a morire, si spoglia a poco a poco e diventa un letamaio. [...]
I ricoveri son sempre quelli: tronchi, sassi, terra; buche ombrose come tane. Le prime volte odoravano di pino tagliato di fresco, ora sanno, ogni volta più, di marciume. Il silenzio dell'artiglieria fa un effetto ancora più strano quassù, sembra innaturale e ci mette una sottile inquietudine nei nervi. L'ora della sera, con le ombre che salgono, è molto malinconica. Non resta che sdraiarsi e approfittare della tregua per dormire. Non so se sia per la fatica fisica o per la stanchezza dei nervi, o forse per le due ragioni assieme, che si dormirebbe sempre, a tutte le ore. La posta che arriva su, ci sveglia, ci travolge con gli altri in un'ondata di contentezza, perché nessuno se l'aspettava; anche noi ne riceviamo tanta: tutte Le Voci arretrate che abbiamo chieste, giornali, lettere d'amici. C'è ancora un po' di luce nell'aria tanta da permetterci di decifrare gli scritti che più ci stanno a cuore. [...]
Piove, piove. Siamo tutti rannicchiati nel fango; le fossette sono piene d'acqua. E non la smette. Mi sono coperto col telo da tenda, sono tutto dolorante, rigido, bagnato, in questa mia tomba umida, stanco. M'addormento per la stanchezza, con la testa su una pietra liscia, percorsa da rivoletti d'acqua; fuori, l'acqua viene giù a torrenti. Verso sera la pioggia cessa; breve tregua, perché il cielo è ancora tutto nuvoloso; il sole, vicino a tramontare, rompe le nubi. Usciamo dalle nostre tane a sgranchirci le membra, ad asciugare almeno un poco la roba, a goderci di questi pochi sprazzi di sole che ci sono concessi. [...] Viene il rancio, ma se ne deve sospendere, per il momento, la distribuzione, perché gli austriaci ci hanno visti e ci bombardano. È da ventiquattro ore che non mangiamo. Mi accorgo d'aver molta fame e, quando riesco con cautela a farmi riempire anch'io la gavetta di brodo, v'inzuppo quasi mezza pagnotta e mangio con avidità e con gusto. La divisione alla nostra sinistra è in pieno combattimento: monte Cosich fuma tempestato di colpi. Anche il nostro settore promette poca calma. Difatti gli austriaci, dopo una breve pausa che ci ha permesso di mangiare, riprendono a tirare sulle nostre trincee. Il tenente Sampietro che stava sorvegliando la distribuzione del rancio, è rimasto illeso per un vero miracolo: proprio sopra la sua testa, a pochi centimetri, è scoppiato uno shrapnel ed egli s'è trovato di qua dal cono, sotto un fiocco di fumo bianco; qualche centimetro più in là, sarebbe stato crivellato dalle schegge. Così avviene spesso, e nessuno più se ne meraviglia; io penso al limite così fragile e incerto che divide la morte dalla vita. Sampietro s'è appena riparato, che s'ode, nel silenzio più pauroso, arrivare un altro proiettile. Lo scoppio è tremendo; prima che si richiuda su questo il tetro silenzio, una voce angosciosa scandisce nell'aria un appello disperato: "por-ta-fe-ri-ti!". Giunge un terzo proiettile: questo è proprio per me e per i miei vicini; la trincea trema, le schegge picchiano come tempesta sulle tavole e sui sacchetti, polvere acre e terra m'investono e m'entrano negli occhi e nel naso.
Stuparich - Guerra del '15 (Dal taccuino d'un volontario), Garzanti, Milano 1940

Non si creda agli atti di valore dei soldati, non si dia retta alle altre fandonie del giornale, sono menzogne. Non combattono, no, con orgoglio, né con ardore; essi vanno al macello perché sono guidati e perché temono la fucilazione. Se avessi per le mani il capo del governo, o meglio dei briganti, lo strozzerei”.
(B.N. anni 25, soldato; condannato a 4 anni di reclusione per lettera denigratoria,1916)


“Sono ritornato dalla più dura prova che abbia mai sopportato: quattro giorni e quattro notti, 96 ore, le ultime due immerso nel fango ghiacciato, sotto un terribile bombardamento, senza altro riparo che la strettezza della trincea, che sembrava persino troppo ampia. I tedeschi non attaccavano, naturalmente, sarebbe stato troppo stupido. Era molto più conveniente effettuare una bella esercitazione a fuoco su di noi; risultato: sono arrivato là con 175 uomini, sono ritornato con 34, parecchi quasi impazziti”.


Dal fronte occidentale, 1916
“Ma ancora un fatto le voglio raccontare: un giorno ci hanno messo tutti in riga perché hanno detto che ci facevano la decimazione, per via che molti erano disfattisti… “Soldati – ha gridato il colonnello – sarete fucilati uno ogni dieci, se non dite i nomi di quei vigliacchi che fanno i disfattisti, mettendo in grave pericolo la patria” e subito hanno incominciato a contare, fuori uno ogni dieci. Però, neanche un soldato ha fatto la spia e, alla fine, non hanno fucilato nessuno, avevano fatto solo per dare un avvertimento; ma, a guardare, disfattisti eravamo tutti, perché in trincea si sentivano solo lamentele, bestemmie contro il governo e contro i comandi, ostie continue contro la guerra e quelli che l’avevano voluta..”


Paolo Caccia Dominioni, diario di guerra:
 “La 4° (sezione lanciafiamme) ha al suo attivo, tra gli altri, un famoso turno a Quota 126 del Vippacco. Andarono su in settanta, e poi, chissà per quali strane successioni di passaggi da una dipendenza all’altra vennero dimenticati. Dopo novantadue giorni di trincea, in pieno inverno, si trovò chi poteva assumere la responsabilità di conceder loro il riposo: e calarono giù i dieci superstiti, veri scheletri ricoperti di fango, deboli macchine senza volontà…calarono giù, e dopo poco li rispedirono a quota 89 di Monfalcone”
 “…La pioggia continua snida dal terreno il puzzo della vecchia orina; e in certi posti si è costretti a strisciare a terra, mettendo le mani sopra ogni genere di roba, magari su qualche decomposto pezzo di soldato.”
“La qualifica di trincea, sulla nostra destra, è un po’ eccessiva: gli uomini hanno come tutto riparo un muretto di pietre accostate alto un palmo e ci stanno dietro supini o stesi sul ventre. I fianchi sono protetti da traverse perpendicolari, alte come il muretto. Muoversi di giorno, una pazzia: e il cambio non si può fare che di notte”.
“Tiro di sbarramento su di noi. Grossi calibri piovono fitti sul nostro povero sistema difensivo. Un enorme 420, inesploso, si è coricato attraverso il camminamento. Ecco, stavolta non è possibile cavarsela, questa è una grandinata feroce che distrugge tutto, solleva immense colonne di terra, ferro, rocce, uomini. Se almeno questa orrenda agonia potesse finire presto.”. 
“Trincea! Abominevole carnaio di putredine e di feci, che la terra si rifiuta di assorbire, che l’aria infuocato non riesce a dissolvere. Lì tanfo di cadavere lo ingoiamo col caffè, col pane, col brodo”.


Scritta in trincea dal soldato Frederick W. Heath

"Come potevamo resistere dall’augurarci buon Natale, anche se subito dopo ci saremmo di nuovo saltati alla gola? Così è cominciato un fitto dialogo con i tedeschi, le mani sempre pronte sui fucili. Sangue e pace, odio e fratellanza: il più strano paradosso della guerra. La notte si vestiva d’alba –
una notte allietata dai canti dei tedeschi, dal cinguettio degli ottavini e risate e canti di Natale dalle nostre linee. Non è stato sparato un colpo, eccetto giù alla nostra destra, dov’era al lavoro l’artiglieria francese."

Il regalo più bello

"Non c’era più smania di uccidere, ma solo il desiderio di un pugno di semplici soldati (e nessuno è tanto semplice quanto un soldato) che nel giorno di Natale, a ogni costo, si arrivasse a un cessate il fuoco. Ci siamo passati sigarette e scambiati una quantità di piccoli oggetti. Abbiamo scritto i nostri nomi e indirizzi sulle cartoline di servizio, per poi scambiarle con quelle dei tedeschi. Abbiamo strappato i bottoni delle nostre giubbe e avuto in cambio quelli dell’armata imperiale tedesca. Ma il regalo più bello è stato il pudding di Natale. Al sol vederlo gli occhi dei tedeschi si sono spalancati in bramosa meraviglia, e dopo il primo morso erano nostri amici per la vita. Se avessimo avuto abbastanza pudding di Natale, ogni tedesco nelle trincee di fonte a noi si sarebbe arreso."

L’assalto
“Se la trincea era dura, l’assalto era un incubo”: la vita in trincea era dura, rischiosa ma, a confronto dell’assalto, accettabile. Ti proponiamo alcune brevi considerazioni tratte dall'opera "Isonzo 1917" di Mario Silvestri:
“Uscire dalla protezione della trincea e lanciarsi nel vuoto, verso le armi che sputavano fuocosecondo uno schema studiato da mesi; la sopravvivenza determinata da un fatto puramente statistico: il non trovarsi sul percorso di una pallottola; una decimazione ripetuta tante volte, che alla fine di una serie di attacchi solo un piccolo gruppo di superstiti si guardava smarrito e terrorizzato: questo toccava il limite delle possibilità di sopportazione dell’uomo normale.
Ogni volta che un essere umano era sottoposto ad una simile prova, perdeva una parte della sua personalità, una parte della capacità di intendere e di volere. Dopo un certo numero di queste esperienze il giovane combattente era trasformato in un essere psichicamente malato.
Si diedero casi di suicidio, per la paura di dover andare all’assalto. La pazzia improvvisa era tutt’altro che infrequente."

“Non avevo mai visto tanta rovina”
Mamma carissima, pochi minuti prima di andare all’assalto ti invio il mio pensiero affettuosissimo. Un fuoco infernale di artiglieria e di bombarde sconvolge nel momento che ti scrivo tutto il terreno intorno a noi... 
Non avevo mai visto tanta rovina. È terribile, sembra che tutto debba essere inghiottito da un’immensa fornace. Eppure, col tuo aiuto, coll’aiuto di Dio, da te fervidamente pregato, il mio animo è sereno. Farò il mio dovere fino all’ultimo.