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venerdì 30 luglio 2021

Noi siamo Mario - Ascanio Celestini


L’errore più grande che possiamo fare non è pensare “a me non può accadere quello che è accaduto a Mario Paciolla” oppure “non può accadere a mio figlio, a mio fratello, al mio amico… quello che è accaduto a Mario Paciolla”. Questo è un grande errore che commettiamo per ignoranza, per difesa o semplicemente perché, momentaneamente e per caso, ce lo possiamo permettere. Cioè possiamo permetterci di fare gli spettatori e commentare in maniera spregiudicata o semplicemente voltare le spalle. Questo è un grave errore che prima o poi ci troviamo a pagare.

Perché quello che è accaduto a Mario Paciolla non solo può accadere anche a mio fratello, a mio figlio… può accadere a me… Quello che è accaduto a Mario Paciolla è già accaduto a mio fratello, a mio figlio è già successo anche a me. Perché mia sorella non è stata uccisa in Colombia, ma è stata derubata, truffata, ha rischiato di essere abbandonata nel momento in cui aveva bisogno di essere aiutata, poi qualcosa che poteva andare decisamente storto… s’è casualmente messo per dritto. Ma solo per caso.

Mio figlio non è stato preso a manganellate come Federico Aldrovandi solo perché è passato un attimo prima o un attimo dopo davanti a un poliziotto, perché è tornato a casa mezz’ora prima o due ore più tardi, perché è andato in motorino invece che in autobus… o il contrario.

Mio padre forse non è stato torturato in Egitto come Giulio Regeni, ma forse nell’ospedale in cui è morto ha incontrato un infermiere che s’è voltato dall’altra parte, medici che non l’hanno curato, che si sono preoccupati di seguire la procedura che li ha protetti invece di correre un rischio. Il rischio di sbagliare… ma salvare a mio padre.

E per dirla tutta io mi devo immedesimare anche nel carnefice di Mario Paciolla. Perché anche i carnefici hanno figli, padri e fratelli. Dunque: mia sorella, mio figlio o mio padre potrebbero essere stati ieri o diventare domani il carabiniere che spara a Davide Bifolco, il politico che parlando di Stefano Cucchi dice «La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente» cioè … è la droga che l’ha ridotto così.

Io stesso potrei essere quello che semplicemente si volta dall’altra parte, che cambia strada quando una ragazza viene stuprata, che al bar dice dei migranti morti nel Mediterraneo che se la sono cercata e di quelli che si salvano: che vengono in Italia a fare la pacchia.

Insomma noi dovremmo naturalmente immedesimarci, ritrovarci nella storia di Mario, nel dolore di chi l’ha conosciuto, della sua famiglia. E l’impegno di quelli che fanno il mio lavoro, che raccontano storie, consiste in questo: oltre gli slogan e gli hastag dobbiamo spiegare perché Mario siamo tutti noi. E quando chiediamo verità e giustizia solo per caso ci troviamo a chiederla per Mario Paciolla, ma a scavare un po’, a fare un po’ di ordine stiamo chiedendo Verità e giustizia anche per tutti noi. Anche per tutti quelli che non la chiedono, che non si immedesimano, che non lo sanno, ma ne hanno bisogno. Hanno bisogno di conoscere la verità. Hanno bisogno di ottenere giustizia.

da qui

venerdì 9 ottobre 2020

Quanto pesa un foglio di giornale? - Ascanio Celestini


Alcuni articoli di giornale restano nella memoria. Certe volte si tratta di titoli importanti che muovono le masse come per la fine della guerra, la vittoria dei mondiali. Altre volte sono testi che ritroviamo sui libri di scuola o dobbiamo commentare come l’articolo su Gino Bartali all’esame di maturità pochi anni fa. Certe volte accendono polemiche a distanza di decenni come “Il Pci ai giovani” di Pier Paolo Pasolini sugli scontri di Valle Giulia.

Capita che certe parole colpiscano la nostra immaginazione, la nostra intelligenza, i nostri sentimenti, solo i nostri. Quei ritagli di giornale ci accompagnano ripiegati in un libro, tra i fogli sulla nostra scrivania. Ogni tanto li rileggiamo, certe volte con inquietudine, per guardarci intorno, per capire quale strada stiamo imboccando.

Un articolo del genere per me fu l’intervista a Francesco Cossiga nella quale dava istruzioni per alzare i toni dello scontro nelle piazze. E lo diceva rivendicando questa scelta come una che aveva già fatto lui da ministro ai tempi d’oro della strategia della tensione. Parlava degli studenti e sosteneva chiaramente che «…le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano». Diceva che «il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Da metà luglio penso sempre più spesso a un articolo uscito sul Corriere della Sera e firmato Ernesto Galli della Loggia. “L’assassinio di Giulio Regeni chiama in causa tutti noi”, questo è il titolo. Può suonare come un’incitazione a cercare la verità e la giustizia sulla sua morte. E invece no. La verità è assodata e scrive chiaramente «che Giulio Regeni fosse stato trucidato dagli sgherri dei servizi segreti del governo egiziano è stato chiaro fin dall’inizio». D’altra parte, scrive, l’Egitto è «uno stato ferocemente dittatoriale». E allora? Chiediamo giustizia per il sequestro, la tortura e l’assassinio di Giulio? No. Perché «la partita con il Cairo» è «una partita disperata». Noi italiani «contiamo troppo poco perché il governo egiziano si senta spinto ad acconsentire alle nostre richieste di giustizia». «Abbiamo bisogno del ben volere di Al Sisi perché l’Eni» … possa continuare a fare affari con il suo paese. Dunque? Per il nostro giornalista l’unica possibilità è «intitolare a suo nome una via o una piazza in tutti i comuni della penisola». Punto. Nient’altro.

È una dichiarazione sconfortante. Penso a quelle parole mentre leggo dell’arresto di Basma Mostafa.

E mi passa velocemente per la testa la vicenda di Patrick Zaky, ma anche la strana morte di Mario Paciolla. Penso alla condanna che un giornalista può scrivere su un giornale importante promettendo in cambio di intitolargli una piazza o una strada. Siamo davvero diventati così disumani? Con quale faccia andremo a scoprire la lapide che attaccheremo con il loro nome inciso sopra? E con quella stessa faccia andremo a portargli fiori? Gli intitoleremo anche un’aula all’università? Una scuola in periferia?

“Quanto pesa una lacrima? – si chiedeva Gianni Rodari – La lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra”. E io mi chiedo quanto pesi un foglio di giornale…

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sabato 22 agosto 2020

Mario Paciolla senza giustizia

 

 

L’omicidio politico di Mario Paciolla - Gianpaolo Contestabile, Simone Scaffidi

La morte del cooperante italiano in Colombia, fatta passare per suicidio, sembra invece l’ennesimo atto di repressione verso chi difende i diritti umani. Per avere giustizia non basta identificare gli esecutori occorre scoperchiare le responsabilità politiche

Il 15 luglio Mario Paciolla, osservatore internazionale che lavorava per la Missione di Verifica dell’Onu in Colombia è stato ritrovato impiccato nella sua casa di San Vicente del Caguán, nella regione amazzonica del Caquetá. Sul suo corpo sono state rinvenute lacerazioni e ferite da arma da taglio e la polizia colombiana in un primo momento ha ipotizzato si trattasse di suicidio. Alle 18.00, ora italiana, la famiglia è stata informata da una persona che si è presentata come un’avvocata dell’Onu. 

Fin da subito le persone vicine a Mario hanno escluso l’ipotesi del suicidio e le dichiarazioni di Anna Motta, madre di Mario, sono state inequivocabili. Il giorno successivo alla morte del figlio ha dichiarato a Repubblica: «Non è fondata da nessun punto di vista la scena di questo suicidio», «Questa ricostruzione è farlocca», «Vogliamo la verità». Fornendo la prima chiave di lettura alternativa: «Mio figlio era terrorizzato: negli ultimi sei giorni non faceva che mostrare la sua preoccupazione e inquietudine per qualcosa che aveva visto, capito, intuito». Mario aveva un volo di rientro per l’Italia il 20 luglio, appena cinque giorni dopo la sua morte, aveva fretta di tornare perché aveva confidato alla madre di essersi messo in «un pasticcio», di «sentirsi sporco» e di volersi per questo bagnare «nelle acque di Napoli».

Qualche giorno dopo Julieta Claudia Duque giornalista, attivista per i diritti umani e amica di Mario conferma le parole di Anna Motta con una lettera pubblicata su El Espectador nella quale sostiene l’infondatezza della tesi del suicidio dando alcuni elementi che arricchiscono il quadro fornito dalla madre. Ribadisce il clima di paura in cui ha vissuto gli ultimi giorni della sua vita Mario: «Avevi sbloccato il lucchetto che assicurava la recinzione del tetto che dava sulla terrazza del piccolo edificio dove vivevi, in ottica preventiva, nel caso ‘che qualcuno’ venisse a cercarti»; mette in risalto i dissapori tra Mario e la Missione Onu: «So che ti dava fastidio la leggerezza dei toni dei rapporti dell’Onu, la complessa relazione di alcuni membri della Missione con l’esercito e la polizia, la contrattazione di civili che avevano lavorato per le forze militarila passività di questa organizzazione di fronte ai bombardamenti contro i civili nel sud del Meta»; e le sottolinea le discussioni avute con colleghi e superiori: «In una riunione informale una collega ti ha accusato di essere una spia».

La famiglia intanto dichiara che «l’Onu non mostra di essere minimamente collaborativa. Dall’inizio di questa tragica vicenda, dalla prima telefonata non è emerso alcun sentimento di vicinanza, umanitá, dolore, nei confronti di genitori che aspettavano un figlio da riabbracciare». Claudia Julieta Duque denuncia con un altro articolo la «discrezione» e il silenzio dell’Onu che invita i suoi collaboratori a non rilasciare interviste, come previsto dal proprio contratto di lavoro. E intanto in Colombia la polizia di San Vicente del Caguán viene indagata per aver permesso ai funzionari della Missione di Verifica dell’Onu di entrare nella casa di Mario Paciolla e alterare il luogo del delitto, raccogliendo i suoi effetti personali e compromettendo le indagini. L’Onu rompe quindi il silenzio il 3 agosto, diciannove giorni dopo la morte di Mario, attraverso il portavoce del Segretario Generale António Guterres, che comunica l’assoluta collaborazione e disponibilitá alle indagini ma ribadendo la linea del silenzio e della discrezione.

Mario si trovava a San Vicente del Caguán come osservatore per verificare che gli Accordi di Pace firmati a l’Avana nel 2016, tra il governo colombiano e il gruppo guerrigliero Farc-Ep, venissero rispettati. A San Vicente si trova uno dei 24 Spazi Territoriali di Formazione e Reincorporazione (Etcr), anteriormente chiamati Zone di Transizione e Normalizzazione (Zvtn), sanciti dall’Accordo di Pace per garantire il disarmo e il reintegro degli ex-combattenti nella società colombiana. 

Aveva inoltre lavorato per due anni con Pbi-Brigadas de Paz Internacionales accompagnando attivisti e attiviste fortemente minacciati per il loro lavoro di difesa dei diritti umani e dei propri territori. Conosceva dunque la Colombia e il delicato processo che sta attraversando. Gli ex combattenti dello Spazio Territoriale di Miravalle lo hanno ricordato con affetto per il suo impegno nel progetto «Remare per la Pace« attraverso il quale una squadra di rafting locale, composta da cinque ex membri delle Farc, è riuscita a competere ai mondiali tenutosi in Australia nel 2019. Mario non era quindi un sognatore ingenuo, la sua esperienza sul campo in diverse zone di conflitto internazionali lo rendevano un professionista della cooperazione internazionale, nonostante il suo contratto lo inquadrasse come volontario. Le sue analisi delle dinamiche socio-politiche del Paese pubblicate sotto pseudonimo per importanti riviste di geopolitica dimostrano anche le sue fini capacità analitiche. Persone che studiano e partecipano da anni nei processi sociali della regione del Caquetà, e che preferiscono rimanere anonime per evitare eventuali ripercussioni, credono che le cause della morte di Mario vadano ricercate proprio nei temi di cui scriveva e nelle questioni che stava cercando di denunciare. 

A maggio del 2018, con il nome di fantasia Astolfo Bergman, Mario scrive su Limes un’attenta descrizione del processo di pace alla vigilia delle elezioni nazionali. Individua nella terra e nel paramilitarismo «i due gangli da sviscerare per garantire l’effettiva estirpazione delle radici del conflitto». Il punto numero uno degli Accordi di Pace del 2016 è infatti l’accesso alla terra e una riforma rurale agraria che avrebbe dovuto garantire l’assegnazione di 3 milioni di ettari ai contadini senza terra. Il punto 2 dell’Accordo riguarda invece la partecipazione politica, ovvero la trasformazione delle Farc da gruppo armato a partito ufficiale denominato Fuerzas Alternativas Revolucionarias del Comùn e la promozione di politiche per l’inclusione delle donne nella leadership degli spazi pubblici e istituzionali. Il punto 3 invece regolarizza il disarmo dei gruppi armati presenti sui territori afflitti dal conflitto. 

Dato il numero estremamente elevato di ex combattenti e leader sociali che vengono assassinati, sembra che il processo di smobilitazione non abbia interessato tutti i gruppi armati, soprattutto quelli para-militari, che stanno impedendo di fatto sia la partecipazione politica che il vero cessate il fuoco del conflitto. Nel frattempo la riforma rurale agraria non è mai stata implementata, al contrario sono state promosse politiche di «sviluppo» che favoriscono i processi estrattivi e danneggiano le comunità contadine e indigene che difendono i loro territori. Queste gravi inadempienze minano le fondamenta degli stessi Accordi, non a caso ostacolati apertamente dall’attuale presidente di estrema destra Duque, e favoriscono le cellule dissidenti delle Farc che non hanno mai consegnato le armi. 

Mario Paciolla alias Astolfo Bergman scriveva che «la Colombia non è per nulla un paese in pace» e evocava lo «spettro della Uniòn Patriottica», il partito nato dalla smobilitazione di alcuni gruppi guerriglieri in seguito agli Accordi di Pace del 1985, i cui membri vennero massacrati sistematicamente durante il periodo del presunto armistizio. Mario era cosciente della storia di tradimenti e massacri che ha avvolto i diversi tentativi di pacificazione del conflitto e il clima di violenza che tuttora attraversa la Colombia e in particolare il municipio di San Vincente. Dal giorno della firma degli accordi in Colombia, infatti, sono stati uccisi 971 leader sociali e 219 ex-combattenti, di cui 20 nella regione del Caquetà, statistiche che non descrivono una situazione da «post-conflitto». Sempre secondo Claudia Julieta, Mario era indignato per la poca attenzione che l’Onu aveva prestato allo scandalo dell’operazione militare eseguita durante l’estate del 2019, durante la quale l’esercito colombiano bombardò e fucilò presunti appartenenti a un campo delle dissidenze guerrigliere, tra cui c’erano almeno 8 (testimoni dicono 18) minori disarmati e costò la carriera all’allora ministro della difesa. 

Il massacro si è consumato proprio nei pressi del municipio di San Vincente, un territorio storicamente in conflitto con le autorità statali dove durante il corso del XX secolo la lotta per la terra ha portato alla costituzione delle Autodefensas Campesinas e successivamente delle cellule guerrigliere delle Farc. A San Vicente del Caguán si sono svolti anche gli accordi di pace del 1999-2002, altro tentativo dissoltosi con l’inasprimento del conflitto e con la repressione militare da parte dello Stato colombiano. Ricostruire la rete di interessi che investe la zona del Caguán non è semplice. Durante l’incontro virtuale organizzato dall’Università dell’Amazzonia per ricordare Mario Paciolla si è parlato di «neo-conflitto» per spiegare la complessità degli attori coinvolti nelle lotte territoriali. Nelle zone lasciate libere dalle Farc sono presto confluiti gli interessi dei gruppi guerriglieri che non hanno preso parte ai negoziati di pace, le cosiddette dissidenze, le cui fila sono andate ingrossandosi in seguito alle esecuzioni mirate ai danni degli ex combattenti e alle mancate riforme accordate nel trattato di pace. 

Si aggiungono poi i gruppi criminali messicani, come il Cartello di Sinaloa e il Cartello di Jalisco Nueva Generación, che stanno riversando capitali nella zona per acquistare terreni utili alla speculazione finanziaria, seguendo l’esempio della borghesia colombiana, e implementano la coltivazione di coca per alimentare i loro traffici commerciali. Negli Accordi di Pace il governo colombiano si è impegnato nell’implementazione del cosiddetto Penis (Programa Nacional de Sustitución de Cultivos de uso Ilícito), un programma di aiuti per i contadini che decidono di abbandonare la coltivazione della coca. Gli aiuti economici però non sono arrivati con costanza rendendo difficile la conversione delle colture e il presidente Duque ha espresso la volontà di ritornare alla più economica strategia delle fumigazioni tramite glifosato, dannose sia per la terra che per la salute di chi ci vive.

A completare il quadro di una zona strategica che sorge alle porte dell’Amazzonia e al centro di importanti vie di comunicazione con altre regioni del Paese, ci sono le risorse naturali. Nella regione del Caquetá sono state assegnate ben 44 license petrolifere e la metà di esse si trovano a San Vicente. Le imprese che estraggono petrolio contrattano contingenti delle Forze Militari per garantire la sicurezza delle loro attività estrattive che avvengono sotto la supervisione dei soldati dei battaglioni Energetico e Minerario creati nel 2018. A fare gola alle imprese ci sono inoltre importanti risorse idriche adatte alla costruzione di centrali idroelettriche, l’estrazione di oro nei pressi del fiume Caquetá e le sabbie bituminose, una delle fonti di combustibile più sporche del pianeta. L’Amazzonia stessa è diventata di per sè l’obiettivo dei gruppi economici che promuovono la deforestazione per impiantare coltivazioni di palma africana e, nel caso dell’economia informale, della coca. Con la sentenza della Corte Suprema numero 4360 del 2018, l’Amazzonia colombiana è diventata una risorsa da difendere e ricostruire, così molte zone abitate dalle comunità contadine si sono trasformate in parchi nazionali creando un clima di confusione burocratica che permette alle forze dell’ordine di reprimere in maniera arbitraria gli abitanti locali. Questi attori che vogliono arricchirsi ai danni del territorio, o usandolo come spauracchio ecologista, hanno tutto l’interesse nel vedere militarizzata la zona e disgregare il tessuto sociale delle comunità che si battono contro i progetti estrattivi. 

Nell’ultimo report di GlobalWitness, la Colombia figura al primo posto nella triste statistica degli assassinati di difensori ambientali a livello mondiale. Le vittime del conflitto tra cellule dissidenti, il gruppo guerrigliero Eln, imprenditori del narcotraffico, gruppi para-militari e lo stesso esercito continuano a essere i civili. Mario era cosciente che con la vittoria elettorale dell’attuale presidente Ivan Duque, che definisce «uno dei più fermi oppositori di quanto pattuito a L’Avana», la violenza in Colombia sarebbe aumentata. Duque  viene infatti considerato un fantoccio manovrato dall’ex-presidente Alvaro Uribe, finito di recente agli arresti domiciliari per aver cercato di corrompere i testimoni del processo che lo vede imputato come fondatore di un gruppo para-militare di estrema destra. 

Uribe figura anche nella lista dei maggiori narco-trafficanti colombiani stilata dalla Cia nel 1991. Secondo la ricostruzione della serie documentaria El Matarife, la famiglia Uribe sarebbe infatti storicamente legata sia al Cartello di Medellin che a al Cartello di Sinaloa. Questo intreccio di legami criminali e para-militari è una buona rappresentazione del sistema di potere che governa in Colombia e che è stato fomentato negli anni in ottica contro-rivoluzionaria dagli Stati uniti. Uribe viene anche responsabilizzato del fenomeno dei falsos positivos, esecuzioni di civili da parte dell’esercito camuffate da azioni contro-insorgenti, generatosi durante il suo mandato presidenziale che ha imposto la linea dura contro la dissidenza politica. Il suo delfino Ivan Duque, leader del Centro Democratico fondato proprio da Uribe, da poco finito sotto inchiesta anche lui per finanziamento illecito durante la sua campagna elettorale, sta cercando di mantenere una politica dal pugno duro nonostante le rivolte popolari del passato autunno e le nuove inchieste della magistratura stiano facendo vacillare il suo sistema di potere. In questo senso la crisi sanitaria del Covid-19 ha dato nuovo respiro al governo limitando le mobilitazioni di massa che stavano chiedendo le sue dimissioni senza però ridurre gli omicidi di attivisti che continuano a ingrossare le statistiche. Dall’inizio della quarantena, in Colombia sono stati uccisi 95 difensori e leader sociali, la maggior parte dei quali nella zona del Cauca, storica regione di resistenza indigena. 

Alla luce di questi dati, e del momento storico che si sta vivendo in Colombia, la morte di Mario Paciolla può essere interpretata come l’ennesimo atto di repressione ai danni di chi lavora a favore della pace e della giustizia sociale, in un Paese dove questo impegno può risultare fatale. Fare luce sull’uccisione di Mario significa confrontarsi con i tentativi di depistaggio a cui abbiamo assistito, con la corruzione delle autorità colombiane, con il silenzio delle Nazioni unite e con l’ipocrisia di un governo che si definisce in pace mentre continua a reprimere i suoi oppositori. 

«Non c’è pace senza giustizia» è un famoso slogan che ha dato voce alle proteste per i diritti civili della popolazione Nera negli Stati uniti, una frase che diventa calzante per il popolo colombiano che sta vivendo il conflitto armato interno più duraturo del continente e che non avrà fine fino a quando non si riuscirà a garantire giustizia per le vittime della violenza. Per rendere giustizia a Mario non basterà identificare gli esecutori materiali del suo assassinio ma bisognerà scoperchiare la rete di responsabilità che ha permesso quest’ennesimo crimine contro attivisti e attiviste che difendono i diritti umani. Come nel caso di Giulio Regeni, guardare all’omicidio di Mario Paciolla attraverso le lenti delle veritá giudiziarie puó confondere le acque e restituire uno sguardo appannato della realtá. È importante invece mettere a fuoco la vicenda, affermando il carattere politico di questo omicidio e fin da subito trattarlo come tale. La verità che la famiglia di Mario, il comitato di persone a lui vicine, gli accademici di tutta Europa e alcune figure politiche italiane stanno chiedendo può contribuire al processo di pace e giustizia per cui migliaia di attivisti e attiviste lottano quotidianamente in Colombia rischiando ogni giorno la propria vita.

da qui

 

 

Nella Colombia di Mario Paciolla l’arresto di Álvaro Uribe è “la notizia del secolo” - Gennaro Carotenuto

 

Nella Colombia dove meno di un mese fa è stato assassinato il cittadino italiano e funzionario ONU Mario Paciolla (un omicidio che, fino a prova contraria, può avere motivi politici legati al processo di pace), l’arresto dell’ex-presidente Álvaro Uribe è “la notizia del secolo”. Una notizia del secolo totalmente bucata dai nostri media, cerchiamo di capire perché.

Onnipotente, e ancora oggi difeso dall’attuale presidente Iván Duque, del quale è mentore influentissimo, Uribe nel primo decennio del secolo (2002-2010) fu il principale alleato emisferico di George W Bush. Era il tempo post 11 settembre e della “guerra al terrorismo” e dell’America Latina che, dopo il tracollo del “neo-liberismo reale”, guardava a sinistra da Lula a Kirchner a Chávez. Uribe fu per anni “il nostro uomo a Bogotà”; destra vera, non opportunismo. Godeva di ottima stampa (spesso redazionali pagati) che magnificavano presunti successi di politiche ultraliberali in un Continente che in quegli anni rileggeva Gramsci e guardava a Keynes. Intanto, con la scusa della guerriglia vetero-marxista delle FARC si negava l’essenza di un conflitto feroce per la terra, con milioni di contadini espulsi dalle loro terre per far posto all’agroindustria e il ruolo nefasto del narcotraffico. Un conflitto per la terra che vedeva i contadini sempre massacrati, dall’esercito, dai paramilitari e a volte perfino dalla guerriglia, e che generava la guerriglia stessa quasi come un danno collaterale di un processo di modernizzazione neoliberale dei rapporti di produzione. Rapporti di produzione dove l’industria militare resta tra le più prospere e abominevoli, come attestò il Plan Colombia, voluto dagli USA. Basta ricordare il caso dei “falsi positivi”, migliaia di disgraziati, contadini, studenti, totalmente estranei, assassinati a sangue freddo e rivestiti con la divisa della guerriglia per incassare i soldi pattuiti col governo degli Stati Uniti per ogni guerrigliero ucciso.

Uribe, con i suoi paramilitari, era materialmente dietro non solo a molti dei singoli crimini, ma ideologo dell’impalcatura generale di una macchina criminale e genocida che ha fatto 250.000 morti. A cominciare da quel Massacro di El Aro, nel lontano 1997, riconosciuto come Crimine contro l’Umanità, quando i paramilitari delle AUC, legati a lui che in quel momento era governatore di Antioquia, assassinarono 15 contadini per sloggiarne 900 altri. Tra gli esecutori materiali vi fu quel Salvatore Mancuso, paramilitare e narcos, legato alla ‘ndrangheta, successivamente impegnato nella destabilizzazione del governo Chávez in Venezuela, e nel 2008 estradato negli USA. Uribe, non fosse stato alleato di Bush, in quella stessa stagione avrebbe meritato un tribunale penale internazionale come un Milosevic o un Saddam Hussein. Oggi otto anni di indagini di un potere giudiziario che in questi decenni ha pagato prezzi altissimi per difendere la propria autonomia, hanno portato all’emissione di un mandato di arresto (già trasformato in domiciliari per una presunta positività Covid19) per una parte di quei crimini. Nello specifico la sua relazione con i paramilitari e, in particolare, nella corruzione di testimoni (è stato arrestato anche l’avvocato di Uribe) per smontare le accuse del coraggioso senatore Iván Cepeda, del Polo Democratico, e che dimostrerebbero come Uribe e suo fratello Santiago siano fin dall’inizio personaggi chiave del paramilitarismo nel Nord-Ovest della Colombia.

Se dell’arresto di Uribe e della lunga vicenda processuale che lo riguarda sentirete parlare poco sui giornali, che vi stanno del resto negando informazioni sull’omicidio di Mario Paciolla, ancora meno sentirete parlare di vicende giudiziarie di questi giorni e di segno opposto in America latina, eppure decisive nella comprensione della Storia della Regione in questo scorcio di XXI secolo. L’Interpol, per la terza volta nel giro di un anno, ha sostenuto che dietro la condanna per corruzione dell’ex-presidente ecuadoriano Rafael Correa esista una precisa “persecuzione politica”, orchestrata dall’attuale presidente Lenín Moreno, e quindi si è rifiutata di procedere contro questo. Contemporaneamente in Brasile la Corte Suprema riconosce una volta di più quanto la condanna di Lula fosse viziata dal giudice Sergio Moro (che con sprezzo del ridicolo qualcuno sui giornali italiani definì “il Falcone brasiliano”), che poi è stato Ministro della Giustizia di Jair Bolsonaro. Moro agì al fine di “influenzare in modo diretto e rilevante il risultato delle elezioni, […] violando il sistema accusatorio nonché le garanzie costituzionali del contraddittorio e della difesa”. A questo si aggiunga la denuncia di brogli mai esistiti, inventati a tavolino dall’Organizzazione degli Stati Americani, che furono prodromici al golpe contro Evo Morales in Bolivia e all’instaurazione di un catastrofico regime di fatto che sta usando il Covid19 per perpetuarsi. È il “lawfare”, la guerra giudiziaria contro tutti i governi di centro-sinistra degli ultimi vent’anni: lo strumento per normalizzare l’America Latina. Tutti corrotti, salvo Uribe ovviamente.

da qui

 

 

lunedì 3 agosto 2020

domande su Mario Paciolla

Sei domande per il Segretario Generale dell’ONU Antonio Gutérres su Mario Paciolla

Al Segretario Generale dell’ONU, Sua Eccellenza Antonio Gutérres,
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mi chiamo Gennaro Carotenuto e sono un docente universitario italiano, impegnato da sempre nello studio e nella difesa dei diritti umani in America latina. Dal 15 luglio 2020 sono sommamente colpito dalla morte del membro della vostra missione di pace in Colombia, Mario Paciolla, e preoccupato dai mille dubbi che si addensano sulla sua morte. Sono passati 18 giorni, un tempo già troppo lungo, senza sapere nulla di concreto sulla sua fine. Tristemente, molti di questi dubbi riguardano le Nazioni Unite e il suo personale sul campo, e non mi resta che chiedere a lei, nella sua riconosciuta autorità, di chiarirli:
1.      Cosa ha fatto esattamente il Capo della sicurezza della Missione, Christian Thompson, di fronte alla richiesta di aiuto di Mario Paciolla, appena quattro ore prima della sua morte il 15 luglio? Ha risposto alla chiamata? Si è coordinato con i suoi superiori? Si è attivato in prima persona o ha inviato suoi sottoposti? Chi delle NU è materialmente intervenuto sul posto? Cosa ha materialmente fatto l’ONU, nei molti giorni nei quali Paciolla ha espresso timori per la sua vita, per garantirne la sicurezza? È lecita la domanda: “Mario è stato lasciato solo dall’ONU nelle mani dei suoi aguzzini?”
2.      Ha sollevato dubbi nell’opinione pubblica, il corposo curriculum nel campo della sicurezza di Thompson stesso, con multiple esperienze in entità private che possono profilarsi come controparte rispetto agli scopi di pace della missione ONU. A tali dubbi l’unica risposta è stata la fragorosa rimozione del CV di Thompson da Linkedin. Era Christian Thompson la persona adeguata ad assicurare la sicurezza di Mario Paciolla e degli altri componenti della Missione?
3.      La Fiscalia Generale della Colombia accusa la polizia colombiana (SIJIN) di aver permesso alla sicurezza delle Nazioni Unite (SIU) di inquinare il luogo del crimine, rimuovere le pertinenze di Mario Paciolla e riconsegnare l’appartamento dove viveva ed è morto al proprietario, rendendo impossibili accertamenti fondamentali. Varie fonti avanzano dubbi sulla completezza della lista delle pertinenze di Mario Paciolla consegnata alla famiglia, dalla quale mancherebbero alcuni device digitali. Come è possibile tutto ciò?
4.      Come mai a 18 giorni dalla morte di Mario Paciolla, dall’ONU non è venuto nulla che potesse chiarire i fatti e a tutti gli elementi impegnati sarebbe stato chiesto di rimanere nel più stretto riserbo? Non è inoltre venuto nulla che potesse fugare i molti dubbi sull’operato stesso della Missione. Quale era la natura del conflitto intercorso tra Paciolla e i vertici della Missione, e che autorizza a pensare che il cittadino italiano volesse denunciare dei crimini commessi all’interno della missione stessa? Ritiene che sia utile per l’ONU farsi scudo dietro l’immunità diplomatica piuttosto che rispondere a una necessità di trasparenza?
5.      L’opinione pubblica attende ormai da troppo tempo notizie sul risultato delle due autopsie effettuate sul corpo dello sventurato Paciolla, un elemento basilare di trasparenza. Può chiarire il ruolo di Jaime Hernán Pedraza, il medico incaricato dall’ONU di presenziare alla prima autopsia sul corpo di Mario Paciolla e in che modo si è relazionato e coordinato con l’Ambasciata italiana e con la famiglia del vostro funzionario? Risponde al vero che abbia indotto la famiglia Paciolla a credere che fosse delegato dall’Ambasciata italiana, ma che così non fosse?
6.      Oltre ai dubbi specifici sul comportamento ed eventuali responsabilità penali, che speriamo siano accertate in sede legale, la famiglia Paciolla accusa l’ONU di una sostanziale indifferenza e disumanità per la morte del loro congiunto. Non pensa che anche il suo silenzio contribuisca a rendere più tenebroso un caso nel quale l’ONU non può che essere schierata per la Verità e la Giustizia per Mario Paciolla? Non pensa sia ormai ineludibile far sentire la sua voce?
Sottopongo queste domande a lei, certo che possa contribuire a chiarire i dubbi su di un caso che, oltre alla irreparabile morte di Mario Paciolla, sta creando un grande allarme in quanti nel mondo hanno a cuore la difesa dei diritti umani,
Distinti Saluti
Prof. Gennaro Carotenuto



Verità e giustizia per Mario - Lorena Cotza


“Continuiamo a lottare, affinché quello che è stato e quello per cui ha lottato Mario non si perda”.
“Insieme a lui continueremo a impegnarci affinché i suoi sogni di giustizia e libertà possano essere, un giorno non molto lontano, la coperta che ci scalda, lo specchio in cui ci guardiamo.”
“Ci hanno privato di un amico meraviglioso, ma non potranno privarci dei nostri ricordi. Hasta siempre, Mario. Ci verimm’ a Napule.”
Da ogni angolo della Colombia e dell’Italia arrivano messaggi, appellipoesiedisegni per ricordare Mario Paciolla, l’operatore delle Nazioni Unite trovato morto lo scorso 15 luglio nella sua casa di San Vicente del Caguán, alle porte dell’Amazzonia colombiana. A gran voce si chiede verità e giustizia, perché diversi elementi portano a scartare l’ipotesi di suicidio avanzata dalla polizia colombiana.
Mario Paciolla, 33enne di Napoli, viveva in Colombia dal 2016. Dopo due anni come volontario per l’organizzazione non-governativa Peace Brigades International (PBI), dall’agosto 2018 collaborava con la Missione delle Nazioni Unite sulla verifica degli accordi di pace tra il governo e le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). Una missione delicata, in una regione martoriata da oltre 50 anni di guerra civile e dove la pace continua a essere una promessa lontana.
Il 20 luglio, Mario sarebbe dovuto tornare a Napoli. Come scrive sulla rivista colombiana El Espectador la sua amica giornalista e attivista Claudia Julieta Duque, era pronto a “bagnarsi nelle acque del Tirreno, per ripulirsi da tutto lo sporco che aveva macchiato le sue ultime settimane”. Ma a tornare –  con un volo atterrato a Roma il 24 luglio – è stato invece il suo corpo senza vita, accolto dal dolore e dalla rabbia della famiglia e degli amici.

Le indagini

In attesa del risultato delle due autopsie, quella condotta dalla polizia colombiana e quella della polizia giudiziaria italiana, le autorità e gli avvocati che seguono il caso stanno mantenendo il massimo riserbo.
Il corpo di Mario Paciolla è stato ritrovato senza vita la mattina del 15 luglio (19.40 ora italiana) da una sua amica e collega, che non vedendolo arrivare in ufficio, si era preoccupata ed era andata a cercarlo a casa. L’ultima connessione su Whatsapp risale alla sera prima, alle 22.45 ora locale, e il certificato di morte indica che il decesso è avvenuto intorno alle 2, ma ciò che è successo quella notte è ancora da chiarire.
La polizia locale ha inizialmente riferito che Mario era stato ritrovato impiccato e con ferite di arma da taglio in varie parti del corpo, ipotizzando un suicidio. L’indagine è ora coordinata dalla vice-procuratrice generale Martha Mancera che – secondo quanto riporta l’Ansa – ha affermato di stare “esplorando tutte le ipotesi” e di aver dato massima priorità a questo caso. Parallelamente, anche le Nazioni Unite hanno avviato una propria indagine interna, lavorando da vicino con la procura colombiana e con l’ambasciata italiana a Bogotà.
L’ipotesi del suicidio è stata immediatamente scartata da chi conosceva Mario e il difficile contesto in cui lavorava. In un’intervista a Repubblica, la madre ha detto: “Vogliamo la verità. Nostro figlio era impaurito, molto. Non mi rassegno alla scena del suicidio di mio figlio in Colombia. Lo Stato italiano deve ascoltarci, deve aiutarci a scoprire la verità. (…) Non è possibile che il nostro Mario, un brillantissimo viaggiatore del mondo e osservatore dell’Onu, si sia tolto la vita”.
A rifiutare in maniera categorica questa ipotesi è anche la giornalista investigativa Claudia Julieta Duque, che aveva avuto modo di stringere amicizia con Mario quando il giovane faceva il volontario per l’ONG PBI, organizzazione che accompagna difensori e difensore dei diritti umani a rischio in zone di conflitto. Duque, una delle attiviste accompagnate da PBI, è da anni sotto costante minaccia, presa di mira dai servizi segreti colombiani da quando aveva iniziato a investigare sull’omicidio di un giornalista nel 2001.
“L’ipotesi del suicidio è inverosimile per chi conosce la tua vitalità, il tuo sorriso, e le tue critiche verso la Missione Onu”, scrive Duque rivolgendosi all’amico. “Il tuo amore verso la vita si contraddice con l’idea che possa aver scelto di suicidarti in un luogo così lontano dai tuoi amici, dalla tua famiglia, dagli affetti e da Napoli, la terra della tua anima”.
Secondo quanto riportano Duque e altri media, nelle ultime settimane Mario avrebbe confidato alla madre e agli amici di essere seriamente preoccupato. Il 10 luglio aveva avuto un’accesa discussione con i suoi capi, si sentiva “disgustato” e aveva detto di non sentirsi al sicuro, tanto da aver rafforzato le misure di sicurezza nella propria abitazione. Il contratto di Mario sarebbe scaduto il 20 agosto, ma aveva deciso di anticipare il viaggio. Proprio il 15 luglio, giorno in cui è stato trovato morto, sarebbe dovuto andare a Bogotà per iniziare le pratiche per il viaggio di ritorno.

Mario Paciolla, sognatore

Sognatore, militante, attivista, poeta, artista, giornalista. Così viene descritto Mario Paciolla da chi l’ha conosciuto. Sotto anonimato per ragioni di sicurezza, una sua amica dalla Colombia lo ricorda così a Valigia Blu:
“È la determinazione e la lealtà che hai dimostrato nel difendere ciò che ti sembrava giusto che mi viene in mente quando ripenso a te. Ti vedo ancora impegnato in una di quelle discussioni appassionate che ti sono sempre piaciute tanto e che costringevano chi ti stava vicino a interrogarsi e a ripensare alle proprie certezze. Parlavi sempre di tutto con profondità e sincerità; leggevi, ascoltavi, osservavi e riflettevi, perché più di ogni altra cosa cercavi di capire. Hai voluto capire fino in fondo la violenza, capire questo conflitto che infuria da tanti anni, per sostenere nel modo più appropriato gli sforzi di pace in cui credevi. E lo stavi facendo in modo brillante. Il tuo impegno e il tuo idealismo sono stati la tua più grande forza, perché ti hanno impedito di arrenderti anche quando gli altri non ci credevano più. Sei stato instancabilmente con chi cercava la verità, con chi lottava per la giustizia, con chi consegnava le armi e si impegnava a invertire il corso della violenza. E tutto questo con un’umiltà di cui pochi sarebbero capaci. Mario, tu che irradiavi tanta vitalità, non ti saresti mai suicidato, non avresti mai rinunciato a tutto ciò in cui credevi. Puoi essere certo che continueremo a lottare per questo paese che avevi tanto amato, spinti dal ricordo ardente della bellezza e della poesia che segnava ogni tua battaglia”.
Come scrivono gli amici e le amiche nella pagina Facebook “Giustizia per Mario Paciolla”, Mario era un “cittadino del Mondo e con un cuore enorme. Sempre disponibile per gli altri ed impegnato nella quotidiana missione di aiutare chi ha avuto meno fortuna nella vita”. 
Laureato in Scienze politiche all’Orientale di Napoli, Mario Paciolla lavorava da anni all’estero e aveva vissuto in India, Giordania e Argentina prima di trasferirsi in Colombia. Dal 2018, all’interno della Missione Onu, Mario si occupava di un programma di reinserimento sociale per ex-guerriglieri, partecipava spesso a incontri con le autorità locali, e con il suo lavoro di monitoraggio sul campo contribuiva alla stesura dei report della Missione. Tra i vari progetti seguiti, quello di “Remare per la pace”, con cui aveva portato un gruppo di ex-guerriglieri a una gara mondiale di rafting in Australia. 

Gli Accordi di pace tra il governo colombiano e le Farc

Gli Accordi di pace tra il governo colombiano e le Farc sono stati ratificati nel novembre 2016, sotto il governo di Juan Manuel Santos, dopo lunghe e difficili trattative. La firma ha posto ufficialmente fine a una brutale guerra civile durata 52 anni e che ha causato più di 260mila vittime, oltre a 80mila desaparecidos i cui cadaveri non sono mai stati rinvenuti e milioni di sfollati interni che hanno perso la propria casa a causa del conflitto.
Ma si tratta di una pace fragile, che esiste solo sulla carta e che tarda a diventare realtà. Le autorità colombiane infatti – per incapacità, mancanza di volontà politica, o spesso per complicità – non riescono a controllare e pacificare il paese, dove il vero potere sta nelle mani di una complessa rete di paramilitari, narcotrafficanti, organizzazioni criminali, gruppi armati legali e illegali, guerriglieri, imprenditori e politici collusi. Sono questi gruppi, con alleanze spesso mutevoli, a controllare la produzione e il traffico di cocaina, schizzato alle stelle in seguito alla firma degli Accordi, il traffico di armi, e lo sfruttamento delle risorse naturali come minerali preziosi, legname e petrolio.


A farne le spese sono la popolazione civile e soprattutto quelle persone considerate “scomode”: sindacalisti, leader indigeni, campesinos, attivisti e attiviste per i diritti umani. Secondo l’ultimo report pubblicato dall’Istituto di Studi per lo Sviluppo e la Pace (Indepaz), dalla firma degli Accordi di pace al luglio 2020 sono stati assassinati 971 difensori e difensore dei diritti umani. Di questi, 95 sono stati uccisi dall’inizio della pandemia. Come denunciano le ONG che si occupano di diritti umani, gli attivisti – obbligati a restare soli e confinati nelle proprie case – sono infatti divenuti un bersaglio ancora più facile. 
Nell’ultimo rapporto sulla Colombia dell’ex-Relatore Speciale dell’ONU, Michel Forst, pubblicato nel 2019, si legge che “la maggioranza dei difensori e delle difensore dei diritti umani è in pericolo”. Tra le cause strutturali di questi attacchi, si citano la mancanza di volontà politica e di finanziamenti per l’attuazione dell’accordo di pace, l’aumento della violenza perpetrata da gruppi armati legali e illegali, e l’altissimo livello di impunità. 
Come spiega un report a cura di alcune ONG italiane che fanno parte della rete “In Difesa Di, per i diritti umani e chi li difende”, la situazione è ulteriormente peggiorata sotto la presidenza di Iván Duque, eletto nel 2018. Mancano i fondi per l’implementazione degli Accordi, ma soprattutto manca la volontà politica: non è un caso che Duque abbia nominato come direttore del Centro nazionale per la memoria storica Darío Acevedo, uno storico negazionista del conflitto armato interno colombiano, e che abbia fatto entrare nella squadra di governo diversi generali coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani.
Come si legge nel report, nei territori lasciati liberi dalle Farc sono avanzati rapidamente gruppi di paramilitari e di narcotrafficanti. I paramilitari di estrema destra, che secondo i dati del Centro Nazionale per la Memoria Storica sono stati i responsabili della maggior parte dei crimini perpetrati durante la guerra civile, non sono mai stati smobilitati.
“Appare sempre più evidente la mancanza di volontà politica per portare pace nel paese”, dice a Valigia Blu Monica Puto, referente per la Colombia di Operazione Colomba. “L’Accordo di pace, uno tra i più belli scritti sulla carta nella storia dell’umanità – è stato ridotto in briciole, a cominciare dai punti fondamentali come la riforma agraria o lo smantellamento dei gruppi paramilitari. Il governo continua a negarne l’esistenza. Ma in qualunque modo li vogliamo chiamare – neoparamilitari o Bacrim [ndr, acronimo per bande criminali emergenti] – quello che è certo è che ogni angolo della Colombia è stato occupato da questi gruppi non appena si sono ritirate le Farc e sono quotidiani gli scontri armati, gli omicidi, le vittime tra i civili, le violenze”.
Inoltre si sono arenati i negoziati con l’altro gruppo armato ribelle, l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) e anche la smobilitazione delle Farc procede con difficoltà. La maggior parte dei guerriglieri ha accettato di lasciare le armi, permettendo la trasformazione delle Farc in un partito politico, con lo stesso nome ma il cui acronimo sta oggi per Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune. Tuttavia alcuni gruppi di dissidenti, attivi in particolar modo nel dipartimento di Caquetá dove viveva Mario Paciolla, non hanno mai accettato gli Accordi.
La lotta contro i guerriglieri inoltre è spesso divenuta pretesto per ulteriori violazioni dei diritti umani. Nell’agosto 2019, nelle campagne intorno a San Vicente del Caguán il governo autorizzò un’operazione militare contro l’accampamento di un fronte dissidente delle Farc. Nell’attacco,  definito “operazione impeccabile” dal presidente Iván Duque, morirono 18 minori. Secondo il sito Colombia Reports, dal 2016 sono stati uccisi 219 ex-combattenti che avevano deposto le armi. 
La giornalista Duque scrive che Mario Paciolla, che aveva seguito da vicino la vicenda, aveva espresso la sua indignazione, “per un’organizzazione che nel suo report del 2019 aveva dedicato solo un paragrafo di sei righe a un bombardamento militare in cui erano morti 18 bambini e bambine reclutati dai dissidenti delle Farc”.
E aggiunge Duque, rivolgendosi a Mario: “So che ti disturbava il tono delicato dei report dell’ONU, la complessa relazione di alcuni funzionari con le forze dell’ordine, i civili contrattati dalle forze militari, l’atteggiamento passivo della Missione di fronte ai bombardamenti contro i civili nel sud del Meta e l’aumento degli omicidi mirati contro gli ex-guerriglieri delle Farc”.
In questo difficile contesto, ciò che faceva Mario – prima come volontario di PBI e poi all’interno della Missione – era un lavoro delicato, complesso ma estremamente prezioso per le comunità locali.
“L’accompagnamento internazionale è fondamentale per garantire sicurezza a tutte quelle comunità e persone che, per il loro lavoro di tutela dei diritti umani, corrono altissimi rischi. Con l’accompagnamento internazionale cerchiamo di disincentivare le violenze e mettere queste persone in grado di svolgere il loro lavoro. E per chi ‘accompagna’, è un vero e proprio onore mettersi affianco di chi arriva a mettere a repentaglio la propria vita per i propri ideali, per i propri valori, per la costruzione della pace”, dice Puto a Valigia Blu.


Verità e giustizia per Mario

Dal momento in cui in Italia è arrivata la notizia della morte di Mario, gli amici e la società civile hanno lanciato diverse iniziative per far luce sulla vicenda e tenere alta l’attenzione. La petizione su Change, lanciata dagli amici e dalle amiche di Mario, ha già raccolto quasi 60mila firme. Oltre 500 adesioni anche all’appello di Europaz, una rete di accademici e ricercatori nata a sostegno degli Accordi di Pace, in cui si chiede un’indagine indipendente, verità e giustizia per Mario. 
Da Napoli è subito partita una forte mobilitazione e giovedì 30 luglio si terrà un evento pubblico di commemorazione. Il sindaco Luigi de Magistris ha dichiarato che “Napoli è protagonista in questo momento per la ricerca della verità e per fare giustizia su questa morte assurda di un ragazzo impegnato fortemente per i suoi ideali”.
Sono state inoltre presentate diverse interrogazioni parlamentari, tra cui quella di Sandro Ruotolo e di Erasmo Palazzotto. Il ministro degli Esteri Luigi di Maio, ha assicurato il massimo impegno della Farnesina “per un caso che ha coinvolto un giovane brillante impegnato in una missione delicata”.
Numerosi anche i messaggi dalla Colombia, dove chiunque lo abbia conosciuto si sta impegnando a cercare giustizia. Scrive Duque a Valigia Blu: “Mario era un appassionato di musica salsa, di film classici, di poesia, di calcio, e amava le persone sensibili. Un uomo curioso, un investigatore inquieto, un sognatore che credeva la pace fosse possibile. È stato questo sogno che lo ha portato in Colombia, prima come accompagnatore di Peace Brigades International e poi con la Missione delle Nazioni Unite.
È stato questo sogno che gli è costato la vita. Mario è la faccia di tutti quegli uomini e donne che fanno accompagnamento sul campo, e che mettono a repentaglio le proprie vite per salvare le nostre. Mario non è morto: Mario lo hanno ucciso. Questo crimine segna uno spartiacque, c’è un prima e c’è un dopo. E lascia in una terribile condizione di vulnerabilità tutti coloro che, come lui, vengono in Colombia come volontari o come osservatori internazionale. La mia promessa per Mario, e per tutti, è arrivare alla verità e ottenere giustizia”.

domenica 26 luglio 2020

Perché ai media non interessa Mario Paciolla? C’è un patto del silenzio tra governi e ONU? - Gennaro Carotenuto


Con la denuncia precisa del corrispondente dell’ANSA a Buenos Aires, per il quale vi sarebbe un “patto del silenzio” tra Bogotà, Roma e ONU, il caso dell’assassinio in Colombia di Mario Paciolla assume una dimensione inquietante. Ove così fosse ci troveremo di fronte a un caso perfino più grave di quello di Giulio Regeni con il coinvolgimento diretto delle autorità italiane nell’insabbiamento. Ho messo in sei punti le mie risposte al perché fin dall’inizio non si parli, o si parli pochissimo, dell’assassinio di Mario Paciolla, l’osservatore ONU ucciso in Colombia, la salma del quale è rientrata in Italia, nella sostanziale indifferenza dei media. Credo sia stato Peppino Impastato a dire che il silenzio uccida più della mafia. In assenza di verità e giustizia, la stampa che abdica al proprio ruolo sta uccidendo Mario Paciolla una seconda volta.
NB: articolo aggiornato il 26 luglio alle 8.30 del mattino; in particolare il punto sei.
1) In Italia, della Colombia, sicuramente il paese più complicato della regione, nessuno sa o capisce nulla. Nel momento nel quale c’era il maggior numero di rifugiati interni al mondo, oltre 4 milioni di persone, per lo più piccoli agricoltori espulsi dall’agroindustria con la violenza, l’ineffabile Omero Ciai da Miami per Repubblica rivendicò che solo Ingrid Betancourt fosse notiziabile (perché donna piacente, aristocratica, vagamente progre, europea, fashion in breve). Alla guerriglia marxista invece era addebitabile tutto (anche se il 97% dei crimini fu calcolato come commesso dall’esercito e dai paramilitari di destra) come spiegazione onnicomprensiva di un paese che anche allora non interessava.
2) La produzione della notizia in italiano sull’America latina, della notizia come valore e quindi dell’interesse, è sostanzialmente eterodiretta. Non basta il fatto in sé. È necessaria una costruzione della notizia che risponda a precisi interessi, politici ed economici, più o meno commendevoli. Quando si dice che se Mario Paciolla fosse stato ucciso in Venezuela starebbe in prima pagina, non è un mero elemento polemico. Pensiamo ai fatti di Cúcuta, gli aiuti umanitari fatti bruciare in Colombia solo per dare la colpa a Chávez. O pensiamo ai falsi brogli in Bolivia, inventati di punto in bianco per liberarsi dell’indio Evo Morales, e addebitati alla vittima per giustificare il golpe (che si sta perpetuando nell’indifferenza – anzi, con la complicità – dei paladini della liberal-democrazia). Nei due casi citati la stampa internazionale ai massimi livelli ammise le proprie responsabilità di aver veicolato notizie false e tendenziose, facendo un certo rumore: gli aiuti li avevano bruciati gli aiutanti e i brogli non c’erano mai stati. Quella italiana per lo più preferì glissare, evitando di inserire elementi di dubbio in una narrazione nella quale i governi di centro-sinistra in America latina sono una sorta di “male assoluto” nel quale la parolina chiave è sempre “populista” e i Macri, i Bolsonaro, gli Uribe o il suo erede Duque “saranno pure dei figli di puttana, ma sono sempre i nostri figli di puttana” (cit).
3) Mario Paciolla era italiano. Difettato, essendo napoletano, ma italiano. Sandro Ruotolo, nella sua nobile interrogazione parlamentare, ha distinto tra una rilevante mobilitazione nella città di Napoli e un’indifferenza nazionale. Ma se la sua morte non è un fatto locale, riguarda l’Italia più di altri paesi occidentali. Il problema è allora la copertura dei fatti latinoamericani, l’abitudine di quart’ordine a copincollare la stampa anglosassone o, al massimo, nel caso latinoamericano, El País di Madrid e poco più. Quindi, i nostri baldi giornalisti, nel caso di Mario Paciolla, per fare con dignità il loro lavoro, sarebbero dovuti andare, in un posto in culo al mondo, ignoto, pericoloso, malsano, forse ostile. Come sappiamo, nessun giornale ha avuto la dignità di spendere un Euro per andare a vedere “come muore un italiano”. Non è un dettaglio. È un vulnus grave al diritto/dovere costituzionale di informare ed essere informati. Vado a memoria, l’ultima volta che qualcuno si è mosso per un fatto di cronaca in America latina, fu per l’arresto di Cesare Battisti in Bolivia. Se quel caso politico era di notiziabilità oggettivamente superiore, qual è il limite inferiore della notiziabilità per i giornali italiani? Sappiamo che la morte di Mario Paciolla era al di sotto di quella soglia.

4) Una figura come #MarioPaciolla appare cristallina e impermeabile alle polemiche politiche contingenti. Non è stato rapito e quindi non si può speculare se il governo paghi il riscatto, non è donna per “darle della zoccola”. Non è un irregolare ma anzi, è un professionista dalla schiena dritta, che forse ha l’handicap di odorare di sinistra di una volta e di militanza sociale. Mi permetto di dire che Mario Paciolla è uno di noi, una parte di me e dei molti che leggono da vent’anni questo blog. Mario era una di quelle migliaia di giovani che sono partiti per il Continente ribelle per insaziabile sete di conoscenza e irriducibile sdegno per l’ingiustizia. Sono, siamo andati, dall’ESMA a Buenos Aires da dove volavano via i desaparecidos, al Campo algodonero di Ciudad Juárez, dove le croci rosa indicano le donne vittime di femminicidio. Se non abbiamo cambiato il mondo, abbiamo però cambiato le nostre vite. Ora che è stato assassinato, Mario Paciolla non interessa alla stampa di destra per attaccare il governo, ma non può essere adottato come martire da quella più o meno governativa, che da decenni ha abdicato sia dall’ansia di conoscenza che da quella di giustizia per appiattirsi su stereotipi e interessi e che si è sistematicamente schierata contro qualunque cambiamento in America Latina. Peggio per lui, se non era un avventuriero. Peggio per lui se era un professionista qualificato, che faceva un lavoro difficilissimo, sotto contratto dell’#ONU. Vallo a smontare uno così; meglio ignorarlo, farlo dimenticare. Anche Giulio Regeni fu smantellato, trattato da imberbe studentello… Per lui come per Mario la logica del “se l’è cercata” è sempre pronta nella sua infamia, e anche per lui fu necessario molto tempo e lavoro perché andasse in prima pagina e fosse adottato dalla parte civile del paese. DEVE succedere lo stesso per Mario Paciolla.
5) Fin dall’inizio proprio la pista interna ONU per l’omicidio (contrasti interni, malversazioni o altri delitti che Paciolla avrebbe denunciato o potuto denunciare) non solo non si può escludere, ma col passare dei giorni si è fatta addirittura plausibile. Ma di nuovo, andrebbe lavorata, bisognerebbe parlare con chi ha scritto un importante contributo per El Espectador (qui in italiano), reperire i contatti con chi stava lì con Mario e indagare… Ma a chi conviene mettersi in un ginepraio così grande, quando ci sono sempre stereotipi pronti all’uso? Il Mattino di Napoli se l’è sbrigata con “l’ombra lunga dei narcos”, che è un po’ come dire Napoli/camorra. Certa stampa di movimento addebita ai paramilitari vicini all’ex-presidente Uribe e all’attuale inquilino della Casa de Nariño, Duque, l’omicidio. Da destra qualcuno butta sul piatto le FARC, trinariciuti ai quali per anni è stato addebitata qualunque cosa. Troppo facile in entrambi i casi. Onu, Narcos, Paracos, esercito, guerriglia, magari qualcuno ci azzecca, ma la verità è che nessuno sa nulla e interpretano la realtà alla luce di ideologia e stereotipi.
6) Quella che è sicura e documentabile è l’inerzia. Inerzia dei media, inerzia dei governi. Soprattutto, ed è stata oggetto di precisa denuncia da parte del Senatore Ruotolo, inerzia del datore di lavoro di Mario Paciolla, niente di meno che l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Maurizio Salvi, bravo corrispondente ANSA da Buenos Aires, molte spanne sopra qualunque corrispondente italiano mainstream nella regione, va ben oltre e formula una precisa e gravissima denuncia:
Salvi scrive che il trasferimento della salma di Mario Paciolla in Italia sia avvenuto con la “consegna di segretezza assoluta” e chiede conto del perché. A mia domanda, risponde, cfr. tweet qui sopra, che vi sarebbe un preciso patto del silenzio tra i governi italiano e colombiano per occultare la verità sulla morte di Mario Paciolla, sugellato dal silenzio dell’ONU, della procura e dell’Ambasciata a Bogotá. È una denuncia di una gravità inaudita. Se sull’ONU e sul governo Duque si può congetturare, che interesse avrebbe il governo italiano in tale patto scellerato? Il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, si sarebbe intrattenuto per un’ora con la famiglia Paciolla all’arrivo della salma. Non chiediamo di sapere il contenuto della conversazione privata, ma è indispensabile sapere che parte in commedia sta giocando la Farnesina. E con molto rispetto chiedo anche alla famiglia Paciolla: corrisponde al vero che il perito nominato dall’Ambasciata italiana, e che ha presenziato all’autopsia in Colombia, sarebbe stato in qualche modo disconosciuto e in nessun modo rappresenterebbe la famiglia?
Infine, su una cosa chi scrive non è d’accordo con Salvi, che sembra giustificare i media. Di fronte alla segretezza, all’aberrante patto del silenzio, il dovere della libera stampa è alzare il livello della denuncia, investigare, tenere aperto il caso. Se fosse vero che ci sia un appeseament da parte delle autorità italiane, saremmo di fronte a un fatto ancora più inquietante. La morte di Mario Paciolla non è già più un nuovo caso Regeni, ma è già più grave del caso Regeni perché vi sarebbe un coinvolgimento diretto delle autorità italiane (solo a Bogotà? Anche a Roma?) nell’insabbiamento del caso.
Alla società civile, a quelli stessi che si sono mobilitati per la verità su Giulio Regeni, sapendo che le nostre voci sono flebili e che anche stavolta sarà una battaglia lunga, frustrante, ma necessaria, non resta che continuare a esigere verità e giustizia per Mario Paciolla.