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sabato 12 novembre 2022

Pensieri censurati - Stephen Eric Bronner

 

Una satira spietata dell’ondata oscurantista, questa volta proveniente da sinistra, contro la letteratura del passato, accusata di razzismo, sessismo, classismo e di quant’altro; un desiderio di censura, questa volta “progressista”, che ricorda tempi andati e da cui non si salva nessuno dei capolavori del passato, neppure Shakespeare

Imparo qualcosa ogni giorno -va beh, diciamo “a giorni alterni”. Questo perché leggo sempre i giornali -ok, diciamo che li leggo “occasionalmente”. A ogni modo, oggi ho appreso che tra le opere più bersagliate dagli aspiranti censori statunitensi ci sono "Il buio oltre la siepe" di Harper Lee, "Uomini e topi" di John Steinbeck e "Il giovane Holden" di J. D. Salinger. Confesso che non vado pazzo per nessuno di queste classici. D’accordo: il libro di Harper Lee ha difeso accoratamente dagli intolleranti sia un senso di giustizia elementare sia il movimento per i diritti civili -tutto questo, poi, in un’epoca in cui la segregazione era ancora in auge- ma il suo stucchevole sentimentalismo mi ha sempre dato il voltastomaco. Ogni accademico radicale contemporaneo che si rispetti, peraltro, non potrebbe esimersi dal ravvisare nel libro di Lee un razzismo e un sessismo lampanti, in quella che è una celebrazione patriarcale del “salvatore bianco”.

Anche in Steinbeck le motivazioni alla base dell’opera sono quantomeno sospette: il suo breve romanzo rappresenta senza pudori la violenza sulle donne, sfoggia epiteti razzisti e si dimostra insensibile rispetto al tema della disabilità mentale. Per quanto riguarda il leggendario adolescente di Salinger, Holden Caulfield, invece, dico solo che quel ragazzo è talmente alienato da avermi sempre dato sui nervi.

Davvero la sinistra vuole censurare queste opere? Ma no, certo che no! Oddio, diciamo forse no. Per fortuna è un argomento irrilevante. Sono i genitori indignati del “Make America Great Again” quelli pronti a preparare i falò in cui dare alle fiamme oltre millecinquecento classici. I fascisti e i loro simili non hanno mai creduto nella libertà di parola, se non per loro stessi. Io pensavo che invece la sinistra dovesse difendere la libertà d’espressione, la trasgressione, le provocazioni, l’erotismo, la fantasia, la critica e la sperimentazione, no? Va beh, evidentemente, i tempi cambiano. E tuttavia ho l’impressione che i miei compagni di sinistra più puritani (e ce ne sono tanti) simpatizzino in gran segreto con le ambizioni censorie di quelli che dovrebbero essere i nostri nemici politici. Mi ricordano spesso che la libertà di parola non è mai libera -concetto molto profondo- e che il potere deriva dal discorso egemonico -un po’ come, credo, deriva dalla canna di una pistola.

Ecco! Argomenti come questi mi hanno fatto riconsiderare le mie posizioni! È vero, gli imbecilli di Trump avranno pure conquistato il Partito repubblicano, ma i miei compagni sono riusciti a conquistare... le facoltà di letteratura di tutto il Paese -cosa che, direi, rappresenta un’impresa ben più impressionante!

Seduto alla mia scrivania, mentre sorseggio un caffè, mi ritrovo a riflettere sul passato. Cosa ci è successo? Accogliere il concetto di identità e farci carico delle micro-aggressioni sono stati sicuramente passi in avanti per la sinistra! In fondo i vecchi ideali erano così… vecchi! Anche i Maga, i sostenitori del Make American Great Again di Trump, ribadiscono sempre che sostengono la democrazia -e io prendo per buona la loro parola!

Per quanto poi riguarda le macro-aggressioni, in fondo hanno poco a che fare con quello che succede nella mia vita, che è poi quello che conta davvero, no? Ci stiamo occupando delle classi... più o meno. Stiamo combattendo il classismo! L'inferiorità culturale e il privilegio sociale associati al potere di classe sono ripugnanti! Non temete: sappiamo cosa stiamo facendo!

Il fatto è che il linguaggio della coscienza di classe, le contraddizioni economiche e il processo di accumulazione del capitale sono concetti che non fanno che confondere la gente; lo stesso vale per i discorsi sulla globalizzazione, l’imperialismo, il post-imperialismo, eccetera.

Che dire? Le teorie sono così tante e il tempo è così poco! Davvero ci importa se la maggior parte delle teorie che si occupano di queste idee si contraddicono? Tanto non le legge nessuno!

Tutti sanno cosa intendiamo quando parliamo di globalizzazione, imperialismo o post-imperialismo. O no? Va beh, fa lo stesso. Alla fine quello che conta è che noi ci dedichiamo a difendere le vittime, per quanto rintanati nei nostri “luoghi sicuri”. Questo lo facciamo! O almeno: ogni tanto lo facciamo.

Attenti a non risultare paternalisti, molti anziani saggiamente avvertono che dobbiamo imparare dai giovani -o anche no. Dopo tutto, loro hanno imparato così tanto da noi! Tanti di questi vecchi esponenti della sinistra insistono sul fatto che gli autori continuano a scrivere il tipo di libri che loro vorrebbero leggere. Chi può negare che l’incomprensibile prosa di James Joyce era indirizzata all’élite eurocentrica, che la descrizione dell’interminabile orgasmo di Molly Bloom nell’Ulisse è pornografica e sessista, che il disprezzo di Joyce per la Chiesa cattolica costituisce un’offesa per i credenti? Credetemi, io avrei censurato tutto!

Non parliamo dell’opera lirica: non solo è noiosa, ma è anche bigotta, sessista, elitista e altrettanto eurocentrica -basterebbe citare il “Ratto del serraglio” di Mozart o “Madame Butterfly” di Puccini!

Effettivamente, mi sono reso conto che possiamo riscontrare una ristrettezza di vedute nel cuore di ogni genio -o meglio: di coloro che ricevono tale etichetta da maschi bianchi eurocentrici e privilegiati! Prendiamo Shakespeare, “Il mercante di Venezia”, l’“Otello”, la “Bisbetica domata” o “Re Lear”... il Bardo non era ebreo, non era nero, non era una donna e non era ­neanche anziano (almeno secondo i miei standard). Voglio sperare siamo tutti d'accordo sul fatto che l’autore è la sua opera! Dunque, perché mai dovremmo guardare un film di quel maniaco sessuale di Charlie Chaplin? E poi è moralmente accettabile che un uomo eterosessuale interpreti il ruolo di un transessuale? Come può un messicano tradurre l’opera di un giapponese? Tra l'altro, mi pare di ricordare che le orchestre, sotto il nazismo, non potevano suonare opere di Mendelssohn né di Mahler, in quanto compositori ebrei. Ah, no, ma lì la logica era diversa...

Shakespeare? Beh, Shakespeare avrebbe dovuto limitarsi a scrivere di ciò che conosceva, l’Inghilterra e -va bene!- casomai l’antica Roma, ma per quanto riguarda il resto... Dopo aver appreso, grazie a me, che Voltaire aveva invitato i suoi contemporanei a ecrasez l’infame, insultato gli ebrei e bestemmiato contro il profeta Maometto, un giovane radicale comprensibilmente inorridito esclamò: “Allora l'Illuminismo è una stronzata!”. Beh, una rivelazione illuminante! Ci ho riflettuto sopra a lungo. Mentre le ore passavano, il mio cervello non la finiva più di rimuginare. E alla fine mi sono ricordato! È vero: la religione può rendere impotenti i popoli, favorire la superstizione, ingenerare il dogmatismo, ispirare i fanatici... Tuttavia, mi sono reso conto che non è questo il punto! Voltaire può aver difeso le vittime di persecuzioni religiose, può essere stato bersaglio di continui attacchi da parte di conservatori e fascisti, ma il suo attacco all’identità religiosa rimane imperdonabile!

Nessuno ha il diritto di insultare ciò in cui io credo! Dio non voglia! Un giovane insegnante di liceo in Francia ha avuto l’ardire di instaurare un dialogo con alcuni suoi studenti a proposito delle vignette “blasfeme” che raffiguravano il profeta Maometto. È stato decapitato da un fanatico islamista -che non era nemmeno un suo studente. Va bene, la reazione di questo fedele magari è stata un po’ esagerata, ma non è forse vero che quell’insegnante avrebbe dovuto andarci più cauto? Avrebbe dovuto immaginare che quelle sue intenzioni così progressiste avrebbero fatto infuriare i credenti e provocato la propria decapitazione! Possiamo davvero prendercela col devoto musulmano per aver preteso vendetta nel nome del profeta il cui divino volere solo il vero fedele conosce e può dispensare!? Le persone in fondo sono responsabili delle proprie azioni! C'è poco da fare, il nostro giovane docente è colpevole di aver irresponsabilmente ignorato le prevedibili conseguenze del suo gesto!

Le scuole chassidiche invece hanno pensato a tutto! Decisi a isolare i propri studenti dalla vita come la conosciamo e a salvaguardare la loro (vera) identità ebraica, i rabbini istruiti e i loro discenti hanno voltato le spalle alla vita come la conosciamo. Niente di più facile! Rifiutano l’insegnamento dell’inglese, della matematica, dell’uso del computer, della storia o della letteratura mondiale. Questi ribelli si accontentano di insegnare ai loro piccoli angeli l’Yiddish e la lettura della Torah! D’altra parte, che altro c’è da sapere? Un libro basta a coprire tutto lo scibile -anche se altri potrebbero obiettare che “il libro” potrebbe essere il Corano o il Nuovo Testamento. Ovviamente, tra questi, c’è qualcuno che si sta sbagliando di grosso e pagherà il suo errore nella vita ultraterrena. In questa vita, però, è meglio lasciare a ogni comunità il diritto di coltivare l’ignoranza a proprio piacimento, no? Con un po’ di fortuna, alla fine il mondo si trasformerà in una galassia fatta di tanti ghetti per cui la mancanza d’interesse per la cultura degli altri andrà a completare quel senso di tepore che ciascuno prova nel sentire di appartenere a una comunità.

L’identità? Beh, ma quella riguarda noi, non loro! O meglio: riguarda qualcuno di noi. Personalmente non so se ho qualcosa in comune con i chassidici, perennemente impegnati in lotte intestine, o con i fanatici sionisti. Tendo ad identificarmi più con gli ebrei-non-ebrei, come Hannah Arendt, Einstein, Kafka, Rosa Luxemburg e Trotsky.

Potrà mai esserci una moltitudine di sotto-identità, ciascuna con le proprie tradizioni (in conflitto), entro una singola formazione identitaria? O mio dio! Non sarà che il noi può includere anche loro? Per carità, questo è davvero troppo, dimenticate ciò che avete appena letto. Sto iniziando a confondermi... Solo coloro che si identificano con me contribuiscono all’espressione autentica della mia identità (non so se mi spiego). Chiedetelo a chiunque (di noi, non di loro, mi raccomando!).

Il rischio di apostasia è sempre in agguato! Cosa rappresenta meglio l’ebreo-che-odia-se-stesso della ballata Springtime for Hitler in “Per favore, non toccate le vecchiette” di Mel Brooks? Come vero ebreo, autentico ebreo, aborro quella canzone! Ora che ci penso, anche Art Spiegelman avrebbe potuto rappresentare l’Olocausto con un po’ più di tatto nella sua graphic novel "Maus". Ebrei raffigurati come topi, nazisti come gatti, polacchi come maiali!? Sono paragoni che mi disgustano -senza contare che io odio i gatti!

Artisti come questi ben esemplificano la categoria creata da Maurice Barrès, noto antisemita, xenofobo e proto-fascista del Diciannovesimo secolo, quella dei deracinés (sradicati), i non-autentici per definizione. Perché? Ma perché i cosmopoliti e gli intellettuali, con tutte le loro norme universali e i loro astratti criteri di verità, proprio non vogliono capire! Chi ha un’identità autentica percepisce il mondo “di pancia”, e non con la mente! Ciascuno è “radicato” in una propria comunità e i diritti “umani”, di solito mettono a repentaglio gli usi e costumi che rendono unica quella comunità! Peraltro, che vuoi che importi di questi “diritti”? Lo storico conservatore Leopold von Ranke si mostrava ben più vicino alla nostra sensibilità contemporanea quando sentenziava che “ogni nazione è ugualmente vicina a dio!”.

Che dire, adoro questo genere di discorsi! Anche io sono indifferente alle tradizioni culturali -o meglio: a quelle diverse dalla mia! È sempre possibile subire l’influsso nefasto dei forestieri e delle critiche interne, pertanto noi dobbiamo restare vigili -come la polizia morale iraniana! In effetti, i miei compagni di identità non hanno un gran senso dell'umorismo! Intendiamoci, a nessuno di noi piace la censura, ma dobbiamo fare ciò che va fatto. Il compagno Lenin aveva ragione: non si può fare una frittata senza rompere qualche uovo -anche se, a dirla tutta, a volte non si ottiene una frittata, ma solo un gran pasticcio. Ma questo non conta! Se è vero che la destra può invocare la censura, allora perché la sinistra non può ugualmente cancellare la cultura invisa ai suoi membri? Non che si voglia qui tracciare un’equivalenza tra destra e sinistra, ma come diciamo noi “se va bene per l’oca, va bene anche per il papero”!

Lasciamo pure che ciascuna identità coltivi il proprio orticello e censuri quello degli altri; se ci riusciremo, nessuno più discuterà animatamente di niente, nessuno si sentirà più insultato e l’odio scomparirà! Anzi, mi viene da pensare che se imparassimo ad auto-censurare le nostre parole prima ancora di parlare, beh, non avremmo nemmeno più bisogno di censori!

Non sarebbe bello? Tutti i problemi del mondo risolti in un sol colpo! Beh, che dire, sono proprio orgoglioso di aver trovato la soluzione, tutto da solo! Cionondimeno, rimango umile, sono consapevole che rimangono altri problemi di non facile soluzione.

Mi sono imbattuto in uno di questi problemi senza soluzione poco prima che uscisse il mio libro “A Rumor about the Jews” [Una diceria sugli ebrei, Ndt], in cui si offriva un’analisi socio-storica del tristemente noto “Protocollo dei savi di Sion”, un’opera di finzione brutalmente antisemita che rappresenta una fantasiosa cospirazione globale ebraica. Essendo certo che pochi tra i miei lettori avrebbero saputo di cosa trattasse quel libro, mi sono trovato di fronte a un dilemma etico: avrei dovuto includere estratti originali di questo fanatico, mal scritto, delirante e volgare libercolo, rozza espressione di un feticismo della cospirazione? O sarebbe stato meglio proteggere i più sensibili tra i miei simili, evitando di offendere i più sensibili tra i goyim, omettendo di ripubblicare l’osceno testo?

Il mio editore ha consigliato di inserirlo, asserendo che la sua inclusione avrebbe stimolato il dibattito -e permesso al libro di attrarre un pubblico più ampio. Non che questo abbia avuto qualcosa a che fare con la mia decisione di includerlo, sia chiaro! Ritenevo semplicemente che i miei lettori avrebbero dovuto confrontare le vere motivazioni fanatiche del testo originale.

Questo mi porta a fare un’altra confessione. Ogni volta che tenevo un corso sul nazismo, davo da leggere ai miei studenti il barbarico libro di Andrew MacDonald "La seconda guerra civile americana. I diari di Turner", così come facevo loro guardare “Notte e Nebbia”, il documentario di Alain Resnais del 1956, con la sua cruda raffigurazione dei campi di concentramento e delle fosse comuni. Lo so: esporre un’intera classe a queste opere è stato un comportamento insensibile, da parte mia, nonché inutile: non è poi così importante che degli studenti si facciano un’idea di ciò che la mente di un genocida può elaborare, o assistano anche solo a una minima parte di ciò che è stato realizzato, giusto?

Anche se ora l’ho capito, mi sento comunque in colpa! Forse ho suscitato un senso di disagio in alcuni di questi giovani, probabilmente ho provocato delle bue ai loro pancini, forse li ho addirittura traumatizzati a vita! Tutti gli educatori dovrebbero tener presente la fragilità emotiva dei propri alunni! Questo discorso poi non può essere circoscritto all’insegnamento dell’Olocausto. Riuscite a immaginare una classe costretta ad analizzare "Una modesta proposta" di Jonathan Swift, libro satirico in cui l’autore consigliava di migliorare le condizioni dei poveri irlandesi facendo a pezzi i loro bambini e vendendo il nutriente prodotto agli aristocratici inglesi? Oppure pensiamo ai possibili effetti psicologici di quel quadro di Goya -che certo farebbe passare l’appetito a chiunque- in cui Saturno divora con avidità i propri figli? L’artista spagnolo avrà anche anticipato le rivoluzioni stilistiche che sarebbero venute in seguito, ma con ciò? Dobbiamo forse mostrare tali orrori ai giovani? Certo che no! Ciò di cui abbiamo bisogno sono opere che ci rendano orgogliosi di quello che siamo (qualunque cosa questo significhi), non certo lavori che glorifichino il cannibalismo!

Sono esausto... Ma non posso fermarmi: c'è ancora molto lavoro da fare. Dobbiamo mostrare maggiore sensibilità verso gli altri, cancellare tutto ciò che ci offende -o, meglio: ciò che mi offende! Queste idee galvanizzeranno sicuramente i lavoratori e gli elettori indipendenti nelle prossime battaglie elettorali! Ma questo è per un’altra volta! Sto ancora imparando! E non vedo l’ora di vedere quale nuova lezione mi porterà il domani!

da qui

martedì 25 luglio 2017

lunedì 27 marzo 2017

Macbettu – regia di Alessandro Serra

l'altra sera ho visto Macbettu, sapevo poco, è stata una bellissima sorpresa, Shakespeare doveva essere un emigrato sardo in Inghilterra, prima della Brexit, e solo attori maschi.
grande lavoro nello scrivere il testo in sardo nuorese, e non solo, di Giovanni Carroni.
regia essenziale, rigorosa, funzionale alla storia.

due note stonate, secondo me:

1 - il monologo di Maurizio Giordo in sassarese (stona non perché è in sassarese, ma perché tutti gli attori non sono primedonne, ognuno è un pezzo al servizio della storia, come se ci fosse un assolo non necessario, e quindi inutile, per quanto l'attore sia bravissimo, come tutti, d'altronde) 
2 - e poi, come all'opera, se scorressero i testi, in italiano, gli spettatori non nuoresi li capirebbero un po', se no è come guardare e ascoltare un'opera di Tadeusz Kantor in polacco, senza sottotitoli, qualcosa si perde, no?

detto questo, è un'opera straordinaria, se ci fosse un libro sulla storia del teatro sardo Macbettu sarebbe inclusa senza se e senza ma.
non perdetevi Macbettu, è di più di quello che ti aspetti.


ps: allego qualche impressione di chi ha visto Macbettu


dice Isa:
Sono innamorata di Macbettu !! lo ho visto tre volte, ognuna da diversa prospettiva.
Lo spettacolo è affascinante, onirico, polisemico. Parla a chi sa andare Oltre il Senso primo della Parola, sa trasmettere la potenza dei gesti, degli sguardi penetranti che accompagnano le azioni. La forza scenografica,  le 'immagini' , fotogrammi,  lentamente scorrono sul palco e ritornano prorompenti la notte nei sogni; i suoni riecheggiano nell'animo,  riportano alla Sardegna, il suo cuore ancestrale, arcaico, il Supramonte, i richiami pastorali, il bestiame al pascolo ma anche la caccia grossa. Le ambizioni più viscerali, la vendetta, la faida si leggono chiaramente nelle espressioni degli attori, nei loro gesti Pesati al grammo e sapientemente illuminati o lasciati in penombra.
Qualcuno potrebbe asserire che il dialoghi erano incomprensibili, eppure, hanno saputo parlare di bieco potere, folle ma anche umano. Quell'umanità che non è in grado di sostenere  la Follia del Potere, che spinta dalla bramosia non fa  distinguo tra identità di genere e rimanda all'umano dubbio.

Shakespeare sarebbe onorato di questa Lettura Altra, sicuramente affascinato di ciò che si è compiuto sul palco e della nostra Terra. 
Un'opera d'Arte  degna dei migliori musei contemporanei , capace al contempo di non perdere di vista le proprie Radici.


dice Mario Faticoni:
Mercoledì ho visto lo spettacolo Macbettu di Alessandro Serra.
Grande grandissimo teatro di stordente bellezza, omaggio al mestiere, alla grande tradizione artistica. Si sbianca la scena, barcolla un ubriaco e vedo Strehler, un nudo s'inginocchia e vedo il Principe Costante, sghignazzano le streghe e vedo Bosch...Grazie.

dice Enrico Pau:
Questo è Macbettu, questo è grande teatro, questo teatro non l'avevo mai visto alle nostre latitudini. E' uno spettacolo universale che rivela il talento puro e visionario di un regista che ha un'idea di teatro che si fonda sulla cura millimetrica dei particolari. Per arrivare a questa perfezione devi avere la capacità di creare un gruppo di attori capaci di seguirti dovunque, anche dentro l'inferno in terra del Macbeth scespiriano, creare un gruppo di attori che siano disposti ad ascoltare e ad ascoltarsi. E' una cosa inedita sulle scene sarde dove per "secoli", a parte rarissime eccezioni, nessuno ha ascoltato nessuno, dove troppe volte abbiamo assistito a piccoli spettacoli creati nelle tante parrocchiette dove si è preparato per anni il rito inutile del "mio teatro". Macbettu è un potente segnale, una ribellione che aspettavo da tempo, una rivoluzione senza sangue se non quello, finto, che nella trama scespiriana gronda da tutte le parti. E' uno spettacolo ipnotico, ma l'ipnosi qui è quella della bellezza, della forma, il bello si fonda sulla capacità di parlare insieme al cuore e alla mente, il bello sta in quella magica terra di nessuno dove nasce e si fissa il pensiero...


«E se realizzassimo una balentia senza fucili?» si chiedeva Sergio Atzeni, qualche mese prima della sua tragica fine, in un acuto intervento su “L’Unione Sarda” (7 maggio 1995). Alessandro Serra per il suo Macbettu sembra averlo preso alla lettera. Sul proprio terreno, naturalmente, che è quello del teatro, e più precisamente di una composizione drammaturgica che si avvale anche (e mai finora con tanta scoperta consapevolezza) degli strumenti dell’antropologia teatrale. Tolti i fucili, tolta la brutalità, rimangono forme, figure, gesti, sguardi, posture, tutta una fenomenologia del balente, e dietro di lui di tradizioni che affondano le radici nella civiltà nuragica. Un patrimonio di espressioni e contegni da smontare, ripensare, rimontare con valori e significati altri, secondo quel processo che Richard Schechner chiamava il «restauro del comportamento».
I cavalieri possono, per esempio, avere fissità impettite, portamenti orgogliosi e insieme avanzare col passo del cavallo, in una danza sincopata di centauri; i soldati possono richiamarsi con le grida dei pastori e cospirare appoggiandosi l’un l’altro nelle posture del cantu a tenore.
Sprofonda negli strati più arcaici dell’isola, questo Macbeth in sardo, e vi ritrova archetipi che valgono anche per la Scozia medievale – valgono per noi oggi. Sono tutti maschi gli otto interpreti (Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino, Leonardo Tomasi), in onore tanto alla tradizione elisabettiana quanto a quella dei carnevali della Barbagia, dalle cui suggestioni è partito anni fa il progetto di Serra. Cinque di loro indossano camicia bianca e vestito di velluto nero, sos cosinzos ai piedi e su bonette in testa.
Si muovono su una partitura di fitte variazioni intorno a dinamiche di schiera, di stringa, dove il singolo assolo viene sempre ricondotto al cuncordu. Gli altri tre sono avvolti in lunghe vesti scure, scialle nero e fazzoletto in testa, per dare vita a un grottesco e spassosissimo trio di streghe gobbe e litigiose. Scendono dalle mura del castello, si muovono con veloci attraversamenti del palco o con i passetti del ballu tundu, cui corrisponde il loro continuo confabulare, scontrarsi, schivarsi, rincorrersi masticando improperi, sputandosi addosso: «Bagassa!» Rispondono a una vera e propria coreografia in cui traspare anche l’intervento di Chiara Michelini. Costruite sulla maschera di Sa Filonzana (la filatrice), queste figure dovrebbero portare il fuso per filare, come le Moire greche, il filo della sorte degli uomini, ma qui invece sono dotate di pattada, con cui giocano piuttosto a recidere il filo della vita.
«Macbettu ha mortu su sonnu! Su sonnu innossente, su sonnu ch’imbolica sa madassa iscumentada de s’affannu.» Sa limba sarda risuona nella sua affascinante, irriducibile alterità. Nella traduzione di Giovanni Carroni, Macbeth diventa musica...

dice Walter Porcedda
Coinvolgente, visionario e apocalittico. Come un Mito. Ha potenza evocativa e anche contemporaneo senso del tragico perché rimanda alle guerre che ogni giorno le tivù rimandano sui piccoli schermi con il loro carico di lutti e tragedie. E' lo spettacolo “Macbettu”, o meglio il primo studio di un'opera ambiziosa che, se mantiene le promesse (a novembre la seconda parte) potrebbe diventare uno degli spettacoli più intriganti della prossima stagione.
Di sicuro potrebbe persino far compiere al teatro sardo un bel salto in avanti, animando una scena spesso a corto di sicurezza e nuove visioni. Di queste invece, nella tragedia shakespiriana, ambientata da Alessandro Serra nel cuore di una immaginaria Barbagia, presentata al Massimo giorni fa, invece ce ne sono tante. Sono dentro scenari avvolti nei colori grigi dell'alba e oscuri del tramonto, terra e metallo con i corpi degli attori (tutti maschi) che paiono danzare sospesi tra il giorno e la notte. Gli eroi parlano il sardo tagliente del nuorese in quella che non è solo una versione di “Macbeth” in lingua sarda (coproduzione Sardegna teatro e Teatropersona e distribuito da Cedac in stagione), in alcuni momenti più echeggiante Eschilo che il Bardo, ma una interessante sfida: ritrovare il filo di una teatralità capace di parlare a voce alta nel panorama nazionale. “Macbettu” interpretato da otto rimarcabili attori, quasi tutti sardi (tra questi anche Giovanni Carroni, autore dei dialoghi in barbaricino) ha aperto la settimana scorsa la galleria di proposte, di giovani compagnie quasi tutte coprodotte da Sardegna Teatro.