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martedì 4 aprile 2023

IL NUOVO MACCARTISMO: TikTok e la guerra USA alla Cina a colpi di Santa Inquisizione - Giuliano Mattucci

 



USA, crociata contro TikTok - Michele Paris

...Lo scorso novembre era stato invece il direttore dell’FBI, Christopher Wray, ad avvertire che Pechino poteva sfruttare TikTok per operazioni di spionaggio o, addirittura, per prendere il controllo degli smartphone su cui è installata l’applicazione. Poco più tardi, l’uso del “social” cinese era stato vietato sui dispositivi aziendali dei dipendenti del governo federale e di una ventina di amministrazioni statali.

Fermo restando che il controllo del governo cinese delle informazioni a cui TikTok potrebbe potenzialmente avere accesso non è stato per ora in nessun modo dimostrato, è evidente che la facoltà di raccogliere informazioni di massa a livello globale è in primo luogo una caratteristica di siti, motori di ricerca e “social network” ideati e di stanza in America. Questi ultimi collaborano oltretutto regolarmente con il governo di Washington, consegnando su richiesta dati ultra-sensibili dei loro utenti, quasi sempre a loro insaputa.

L’uso dei “social” come strumento di propaganda o di controllo dell’informazione è un’altra prerogativa dell’apparato di potere USA. Proprio negli ultimi mesi, Elon Musk ha favorito la pubblicazione in varie tranches dei cosiddetti “Twitter Files”, ovvero trascrizioni di e-mail e comunicazioni varie tra i vertici di Twitter ed esponenti del governo che confermavano come fosse applicata una censura di fatto delle notizie da diffondere tra gli utenti del “social” con sede a San Francisco. Com’è ormai noto, risalgono poi al 2013 le prime rivelazioni di Edward Snowden sulle attività della NSA, impegnata a monitorare virtualmente tutte le comunicazioni elettroniche che avvengono sul territorio americano e non solo.

Al di là del merito delle accuse contro TikTok, è indiscutibile che il governo degli Stati Uniti sia di gran lunga il più attivo nel campo della sorveglianza digitale, del controllo/manipolazione delle informazioni e delle operazioni di propaganda su scala planetaria. Il tentativo di demonizzazione di TikTok, così da scoraggiare gli utenti americani dall’utilizzarlo, appare inoltre insensato anche da un altro punto di vista. In una realtà dove la privacy è ormai un’illusione e il monitoraggio sul web è pervasivo, non è cioè chiaro, come ha spiegato un’analisi della rivista Jacobin, per quale ragione gli utenti americani dovrebbero preoccuparsi maggiormente del controllo (presunto) esercitato dal governo cinese rispetto a quello (dimostrato) del loro governo.

Più in generale, si chiede l’articolo, la preoccupazione più grande per un americano è la “minaccia” di TikTok o “il tentacolare apparato della sicurezza nazionale post-11 settembre”? Apparato che, oltretutto, ha già mostrato le proprie potenzialità autoritarie e repressive negli ultimi due decenni. In definitiva, anche prendendo per vere le accuse rivolte al “social” cinese, si legge in un recente editoriale del sito Tech Policy Press, “TikTok non è un prodotto del comunismo cinese, bensì del capitalismo della sorveglianza americano”. Se il Congresso intende realmente risolvere le minacce insite in questa applicazione, avverte l’articolo, allora “dovrebbe vietare la ‘pubblicità targettizzata’ [da internet] e non TikTok”.

La pericolosità di TikTok è dunque un pretesto che gli Stati Uniti intendono sfruttare per aggiungere un altro tassello alla campagna anti-cinese in atto. L’atmosfera da nuova Guerra Fredda tra Washington e Pechino deve evidentemente permeare tutti gli ambiti e, nel caso del “social” di condivisione di video, si intreccia alla sfida in ambito informatico e tecnologico che da tempo infiamma i rapporti tra le prime due potenze economiche del pianeta.

L’altro aspetto legato alla crociata contro TikTok è il fermento legislativo del Congresso USA per introdurre un nuovo giro di vite sulla libertà di espressione e sul controllo della rete. Una bozza di legge è stata depositata alla Camera (“DATA Act”) e prevede una serie di iniziative decisamente estreme. Una di queste è la possibilità di congelare tutti i beni di quegli americani che “consapevolmente” trasferiscano informazioni personali sensibili a una qualsiasi entità appartenente a un soggetto cinese o semplicemente “sottoposto all’influenza” cinese.

Il testo è così generico da fare immaginare facilmente le possibili implicazioni che ne deriverebbero, tanto più se si considera che la legge dovrebbe essere applicata in qualsiasi parte del mondo. Il risultato potenziale sarebbe il divieto di fatto dell’uso di qualsiasi software di origine cinese in qualunque parte del pianeta, inclusi gli stessi paesi alleati degli Stati Uniti.

Un secondo disegno di legge, con maggiori possibilità di essere approvato, è in discussione al Senato (“RESTRICT Act”) ed è appoggiato dall’amministrazione Biden. Questo provvedimento consegnerebbe all’esecutivo ulteriori poteri di controllo sulle comunicazioni informatiche. Ad esempio, il governo sarebbe tenuto a “proibire” o “limitare” qualsiasi transazione o attività relativa all’ambito delle comunicazioni di compagnie controllate da “avversari stranieri”, se viene rilevata una minaccia alla sicurezza nazionale americana.

Potenzialmente, la legge permetterebbe al governo di vietare a qualsiasi organo straniero di possedere e operare strumenti informatici e delle comunicazioni sul mercato USA, consentendo il ricorso a metodi di censura con ampia discrezione. Sul fronte domestico, nell’ipotesi peggiore e più assurda, un utente americano potrebbe essere incriminato per il solo accesso a piattaforme di paesi ritenuti “nemici” degli Stati Uniti, come ad esempio il servizio di messaggistica cinese WeChat o, appunto, TikTok.

L’opposizione in sede politica negli Stati Uniti a questa deriva semi-totalitaria è decisamente limitata e riguarda quasi soltanto l’ala libertaria del Partito Repubblicano. Il senatore del Kentucky Rand Paul ha infatti introdotto una proposta di legge per bloccare il bando di TikTok e il corollario ultra-repressivo previsto dalle varie proposte in discussione. Il senatore repubblicano, per la sua iniziativa, fa riferimento alle protezioni del Primo Emendamento alla Costituzione americana, relativo alla libertà di parola e di stampa. L’aria che tira a Washington non promette tuttavia nulla di buono ed è probabile che, a breve e in una qualche forma, arriverà una nuova stretta in nome della lotta alla molto presunta minaccia cinese.

da qui

mercoledì 1 marzo 2023

“Labour”: guerra alla sinistra - Michele Paris

Il leader laburista britannico, Keir Starmer, ha cacciato di fatto dal partito il suo predecessore e, virtualmente il politico più popolare della sinistra d’oltremanica, Jeremy Corbyn. La decisione rappresenta la logica conseguenza di una penosa involuzione del “Labour” dopo che la leadership dello stesso Corbyn aveva fatto intravedere, sia pure per un periodo molto breve, una possibile svolta progressista dello storico partito britannico.

La deriva destrorsa dei laburisti è stata a tutti gli effetti ammessa da Starmer nel discorso con cui questa settimana ha liquidato Corbyn. Starmer ha affermato che “il Partito Laburista odierno non è più quello del 2019 [sotto la guida di Corbyn] e non tornerà mai più indietro”. In altre parole, il “Labour” ha operato una svolta definitiva verso destra, liberandosi di tutti i residui di progressismo che ancora lo caratterizzavano, quanto meno all’interno della propria leadership.

Rivolgendosi direttamente all’ex numero uno e ai suoi alleati, Starmer ha aggiunto: “Se non vi piace [questa nuova realtà]; se non vi piacciono i cambiamenti che abbiamo fatto, la porta è aperta e potete andarvene”.

La resa dei conti tra i laburisti è stata possibile, almeno a livello formale, grazie alla colossale caccia alle streghe contro la sinistra del partito in base all’accusa, interamente fabbricata, di anti-semitismo. Ovvero una campagna ferocissima condotto contro membri del partito di qualsiasi livello che, come Corbyn, hanno espresso nel corso degli anni anche una minima critica nei confronti di Israele o un qualche sostegno alla causa palestinese.

Un’indagine altamente politicizzata della commissione britannica per l’Uguaglianza e i Diritti Umani era stata avviata nel 2020 ed aveva appunto accertato l’esistenza del problema dell’antisemitismo nel partito, favorito anche dall’atteggiamento troppo permissivo dei suoi vertici, ovviamente nel periodo in cui Corbyn ne era il segretario. La commissione aveva indicato una serie di provvedimenti da adottare per risolvere il presunto problema e proprio questa settimana ha stabilito che la leadership laburista ha fatto a sufficienza per mettere fine alla sorta di periodo di supervisione che durava da oltre due anni.

Starmer ha dunque stabilito che Jeremy Corbyn non sarà candidato dal Partito Laburista nelle prossime elezioni parlamentari in Gran Bretagna. L’ex leader, da parte sua, ha emesso un comunicato per condannare il provvedimento nei suoi confronti, lasciando intendere che potrebbe essere presentato un qualche ricorso nel prossimo futuro. Corbyn era già stato rimosso dal gruppo parlamentare laburista nell’ottobre del 2020 sempre per il suo atteggiamento ritenuto troppo permissivo nei confronti della “piaga” dell’anti-semitismo nel partito.

Nel suo intervento pubblico, Starmer ha spiegato le differenze tra il suo partito e quello di Corbyn. Quello attuale non sarebbe più il partito del “dogmatismo”, ma del “patriottismo”, non più un partito “di protesta”, ma “del servizio pubblico”. Inoltre, nonostante la dedizione assoluta di Starmer e la sua leadership ai poteri forti, agli Stati Uniti e alla NATO, a suo dire il “Labour” non sarà “mai più ostaggio di interessi particolari”.

La campagna che Starmer ha fatto propria fin dall’inizio del suo mandato nella primavera del 2020 è sostanzialmente un affare dei vertici del Partito Laburista e trova poco seguito tra gli iscritti. Tant’è vero che dalla sua elezione alla guida del partito, i laburisti hanno perso almeno 140 mila tesserati. Questa emorragia era seguita all’impennata dell’entusiasmo per il successo a valanga di Corbyn nel 2015. Contro la sua leadership era però subito iniziata una campagna di boicottaggio promossa dall’ala “blairita” del partito, culminata nel tracollo elettorale del 2019.

Corbyn non aveva peraltro mai rivolto nessun appello alla base del partito per combattere seriamente la destra del “Labour”. Al contrario, la sua strategia mirava a un compromesso con gli oppositori interni, ma le continue concessioni per allentare la pressione erano sfociate in attacchi ancora sempre più feroci. Dopo l’arrivo di Starmer alla segreteria, l’offensiva contro la sinistra interna non si è fermata e svariati esponenti del partito sono stati espulsi con la solita assurda accusa di anti-semitismo.

I parlamentari più vicini a Corbyn si sono nel frattempo in buona parte piegati alla linea di Starmer e, dopo una spaccatura del gruppo “socialista”, si è verificato un sostanziale allineamento alle posizione ultra-atlantiste della leadership in seguito all’esplosione del conflitto in Ucraina nel febbraio dello scorso anno. Nonostante la sua storia di militante pacifista e anti-NATO, Corbyn non ha mai rinunciato a cercare la riammissione in un partito spostatosi nettamente a destra, né ha mostrato interesse a promuovere un movimento alternativo malgrado il seguito che aveva raccolto ai tempi del suo mandato alla guida del “Labour”.

L’attitudine complessiva nei confronti della vicenda Corbyn degli ambienti generalmente riconducibili alla sinistra del Partito Laburista è stata in definitiva scoraggiante nei giorni scorsi. Il clima soffocante aggravatosi dall’inizio delle operazioni militari russe ha finito per estinguere quasi del tutto l’opposizione alla leadership di Starmer e al pensiero unico pro-NATO. Ciò che prevale sono per lo più sterili appelli all’unità del partito che fanno emergere opportunismo e disfattismo politico, nel tentativo di accreditare il “Labour”, agli occhi dei poteri forti in Gran Bretagna e a Washington, come forza di governo “responsabile” votata, né più né meno dei conservatori, all’austerity e al militarismo.

da qui


ps (mio): chi ha letto Il potere segreto, di Stefania Maurizi, sa che a Londra l’accusa contro Assange era guidata da Keir Starmer, che riuscì a tenere Assange in galera, innocente, probabilmente Keir Starmer era solo un sicario il cui mandante era la Cia.

Keir Starmer è stato così bravo che è diventato segretario del partito laburista, riuscendo anche a cacciare dal partito Jeremy Corbyn; per antisemitismo, un’accusa passepartout. Altra missione compiuta, dopo Assange via l’anomalia Corbyn, il Potere ringrazia ancora Keir Starmer.

giovedì 5 dicembre 2019

leggendo della feroce persecuzione verso Julian Assange


«Julian Assange in quella prigione sta rischiando la vita» - Filippo Zanoli
Una lettera collettiva, firmata da 60 medici e pubblicata sul web, mette in guardia le autorità britanniche delle pessime condizioni di salute di Julian Assange.
Il 48enne fondatore di Wikileaks attualmente si trova in un carcere di massima sicurezza a Belmarsh, in attesa di un'estradizione negli Stati Uniti - prevista per febbraio - dove rischia fino a 175 anni di carcere.
L'appello di 16 pagine si basa su alcune «agghiaccianti testimonianze oculari» - scrive il Guardian - riguardanti la sua apparizione davanti al giudice il 21 ottobre e un rapporto redatto da Nils Melzer, Relatore speciale sulla tortura delle Nazioni Unite, che ha affermato: «Se gli abusi e i maltrattamenti non cesseranno, rischia di perdere la vita»
Una tesi, questa, poi ripresa dagli specialisti: «Il signor Assange necessita di urgenti visite mediche che ne determinino le sue condizioni fisiche e mentali», riporta il documento, «se questo non potrà essere possibile in tempi brevi, temiamo che il signor Assange possa perdere la vita in prigione. È una situazione davvero urgente».
Apparso davanti al giudice il mese scorso - dopo 6 mesi - l'ideatore di Wikileaks era apparso emaciato, fragile e in difficoltà. Interpellato dal giudice aveva mostrato un evidente stato confusionale, non riusciva a ricordare nemmeno la sua data di nascita.
Al termine della sessione aveva detto alla corte di non aver capito cosa fosse successo quel giorno, lamentandosi poi delle sue condizioni di detenzione.


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Il lento assassinio di Assange - Michele Paris

In parallelo al grave deterioramento delle condizioni psico-fisiche di Julian Assange, martedì la magistratura svedese ha archiviato per l’ennesima volta l’indagine preliminare a carico del fondatore di WikiLeaks, basata su accuse ultra-screditate di violenza sessuale risalenti a quasi un decennio fa. La decisione della procura di Stoccolma era inevitabile, vista la totale inconsistenza del caso, ma dimostra ancora una volta come il procedimento fosse stato creato ad arte per incastrare Assange. La sua estradizione negli Stati Uniti resta invece ancora molto probabile, come ha testimoniato nuovamente l’udienza preliminare di questa settimana in un tribunale di Londra in previsione del dibattimento vero e proprio fissato per il prossimo mese di febbraio.

La vicenda legale di Assange in Svezia, mai sfociata in un’incriminazione formale, aveva avuto fin dall’inizio due chiarissimi obiettivi, per raggiungere i quali furono manipolati in modo clamoroso sia i fatti alla base delle accuse sia le testimonianze delle due presunte vittime. Il primo era la costruzione di un vero e proprio complotto pseudo-legale necessario a favorire l’estradizione di Assange negli USA. Il secondo per infangare il nome del giornalista australiano, facendolo passare per uno “stupratore” in fuga dalla giustizia, e creare un clima tale da indebolire le resistenze nell’opinione pubblica alla sua persecuzione.
Entrambe le accusatrici o presunte tali, è bene ricordare, intendevano chiedere alle autorità di polizia svedesi soltanto un test HIV per Assange, con il quale avevano avuto rapporti consensuali. Furono la polizia stessa e la magistratura a insistere per una denuncia e in seguito a emettere un ordine di arresto per il giornalista australiano. Inizialmente, anzi, il caso era stato chiuso da un magistrato proprio perché senza fondamento. Assange aveva allora lasciato la Svezia per recarsi a Londra. Solo in seguito, un altro procuratore avrebbe deciso di riaprire le indagini, verosimilmente dietro pressioni di ambienti politici filo-americani, chiedendo un “mandato di arresto europeo” per Assange.
Per anni, le autorità svedesi avevano insistito sulla possibilità di sentire quest’ultimo soltanto di persona e nel loro paese, nonostante i numerosi precedenti di interrogatori condotti in Gran Bretagna o in collegamento video. Assange aveva contestato nei tribunali britannici la richiesta di estradizione, ben sapendo che la Svezia aveva intenzione di mettere le mani su di lui per poi consegnarlo a Washington. Esaurite le strade legali per la sua difesa, il fondatore di WikiLeaks decise nel giugno del 2012 di chiedere asilo politico presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove sarebbe rimasto fino all’arresto illegale nell’aprile di quest’anno, orchestrato dai governi della Gran Bretagna e del paese sudamericano sotto la guida del nuovo presidente, Lenin Moreno.
Durante la permanenza nella rappresentanza diplomatica ecuadoriana, Assange è stato sottoposto a una lunga serie di violazioni dei suoi diritti, tra cui la sorveglianza continua di tutte le sue attività da parte di una compagnia spagnola al servizio dell’intelligence americana. Come hanno rivelato alcune e-mail pubblicate qualche tempo fa dalla stampa, inoltre, i magistrati britannici avevano insistito con quelli svedesi per prolungare il loro procedimento legale nei confronti di Assange. Il caso sarebbe stato poi archiviato, per la seconda volta, nel maggio del 2017, prima di essere riaperto in seguito al suo definitivo arresto nel mese di aprile.
La nuova archiviazione di questa settimana farà ben poco da un punto di vista legale per aiutare la posizione di Julian Assange. Anche se sfociata nel nulla, l’indagine svedese ha comunque svolto il ruolo per il quale era stata avviata. Nella sua durissima comunicazione al governo di Stoccolma, il relatore speciale sulle torture dell’ONU, Nils Melzer, aveva definito il caso svedese come “il principale fattore che ha innescato, consentito e incoraggiato la successiva campagna persecutoria contro Assange in vari paesi e il cui effetto cumulativo può essere definito soltanto come tortura psicologica”.
Questa campagna ha dato anche l’opportunità a buona parte della galassia “liberal” e finto-progressista occidentale di manifestare il proprio servilismo di fronte al governo degli Stati Uniti attraverso una serie di attacchi incrociati contro Assange per le accuse infondate di stupro, sulla base di premesse ideologiche legate alle politiche identitarie oggi tanto care alla “sinistra” ufficiale. Particolarmente vergognoso è stato il trattamento riservato in questi anni ad Assange da testate come il New York Times e il britannico Guardian, scelti in passato da WikiLeaks per la pubblicazione di documenti riservati del governo americano.
La notizia dell’archiviazione dell’indagine in Svezia deve avere creato qualche malumore nel governo di Londra e nella magistratura britannica. Il caso aperto a Stoccolma aveva infatti lasciata aperta l’opzione di una possibile estradizione verso la Svezia piuttosto che verso gli USA, in modo da permettere agli ambienti implicati nella persecuzione di Assange di consegnarlo a un paese il cui rispetto per i diritti democratici è presumibilmente indiscutibile e dove lo attendeva un procedimento tutto sommato di lieve entità.
In questo modo, la classe dirigente britannica avrebbe potuto in sostanza lavarsi le mani circa la sorte di Assange ed evitare almeno in parte le reazioni dell’opinione pubblica e dei sostenitori del giornalista australiano in caso di estradizione negli Stati Uniti. Dopo che la Svezia ha però chiuso l’indagine preliminare, sarà la magistratura e il governo della Gran Bretagna ad avere la piena responsabilità dell’eventuale consegna di Assange alla vendetta di Washington.
Per avere svolto il proprio lavoro di giornalista, rivelando i crimini dell’imperialismo americano e non solo, Assange rischia di dovere affrontare negli Stati Uniti ben 18 capi d’accusa relativi, tra l’altro, all’hackeraggio di computer governativi e ad attività di spionaggio, rischiando complessivamente fino a 175 anni di carcere. Per evitare lo stop all’estradizione dalla Gran Bretagna, le autorità americane non hanno presentato accuse che potrebbero prevedere la pena di morte. Tuttavia, una volta che Assange sarà nelle mani della giustizia USA, è interamente possibile che simili accuse si aggiungano a quelle già formulate.
La situazione di Julian Assange appare comunque sempre più delicata. Il già ricordato funzionario delle Nazioni Unite ha in più di un’occasione mostrato e denunciato l’illegalità del trattamento a lui riservato da Gran Bretagna e Stati Uniti, così come dall’Ecuador, che lo ha consegnato alle autorità di Londra rinnegando l’asilo concesso nel 2012, e dall’Australia, paese di origine di Assange di fatto sempre rifiutatosi di difendere i suoi diritti.
Oltre al pericolo di un’estradizione negli Stati Uniti, è la stessa vita del numero uno di WikiLeaks a essere oggi seriamente minacciata. La salute di Assange è in continuo deterioramento e, ciononostante, non sembra essere in vista nessun allentamento delle condizioni di detenzione nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, dove oltretutto il suo diritto alla difesa viene severamente ristretto.
Anche alla luce dell’ostilità dei giudici che stanno presiedendo alla sua causa, alcuni con legami famigliari documentati agli ambienti della “sicurezza nazionale” britannica e americana, è del tutto legittimo pensare che l’opzione preferita dalle autorità britanniche sarebbe precisamente la morte in carcere di Assange. Quello che ammonterebbe a tutti gli effetti a un assassinio di stato di colui che a oggi è forse il più importante detenuto politico del pianeta, risolverebbe molti problemi per Londra, evitando le inevitabili polemiche e proteste che finirà per scatenare l’estradizione verso Washington.
La vicenda Assange, ad ogni modo, ha un’importanza enorme, malgrado il sostanziale disinteresse dei media ufficiali. Al di là delle colossali violazioni dei suoi diritti e del comportamento criminale di almeno cinque governi, una sua condanna avrebbe implicazioni inquietanti per il principio stesso della libertà di stampa. La persecuzione nei confronti di Assange e di WikiLeaks ha infatti come obiettivo ultimo il tentativo di impedire a qualsiasi testata giornalistica la legittima pubblicazione di notizie e materiale riservato, soprattutto se relativo ai crimini e alle operazioni anti-democratiche del governo degli Stati Uniti.

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Assange deve tornare libero, ma WikiLeaks fa parte del passato - Benedetto Vecchi

Julian Assange deve tornare ad essere un uomo libero. Non perché è un anticapitalista, né un fiero avversario dell’imperialismo yankee, né tantomeno un navigato rivoluzionario di professione.
Deve poter continuare a fare quel che ha sempre fatto: veicolare informazione; e esplorare un mondo molto diverso da quello che ha dovuto lasciare precipitosamente sei anni fa quando si è rifugiato nell’ambasciata ecuadoriana per sfuggire a una estradizione in Svezia, dove l’attendeva un processo per stupro.
L’ACCUSA CHE ASSANGE ha sempre denunciato come una trappola americana per incastrarlo e poterlo, dopo una prima tappa nel paese scandinavo, segregarlo dietro le sbarre.
Da libero, inoltre, il fondatore di WikiLeaks potrebbe dare un contributo a definire la mappa dei legami, mutevoli nel tempo e nello spazio in una oscillazione tra conflitto e complicità, tra attitudine hacker, media mainstream, servizi di intelligence e poteri economici e politici.
Jillian Assange, lo ha accennato Manlio Dinucci anche su questo giornale il 22 novembre, viene dalla controcultura hacker australiana. In nome della libera circolazione dell’informazione riteneva che il segreto di Stato e i data center delle imprese fossero ostacoli da rimuovere affinché uomini e donne potessero accedere all’informazione senza limiti che non quelli dettati dalla personale curiosità.
Per il superamento di questi limiti, aveva bussato alle porte di molti gruppi hacker; si era presentato anche ad alcuni forum sociali mondiali. Poi la scelta di mettere in piedi WikiLeaks.
In base a questa tesi WikiLeaks convince alcune teste d’uovo di imprese a passare materiali «sensibili» su episodi di corruzione in Africa. Li pubblica sul suo sito, consentendo a chi si collega di scaricarli.
ASSANGE HA CARISMA e determinazione. Scrive buon codice, cosa che gli merita il rispetto dei virtuosi della tastiera; sa parlare in pubblico, catturando l’ attenzione di chi guarda inorridito all’entrata di imprese dentro la Rete, sempre più ritenuta terreno di caccia e da colonizzare per fare business.
Mentre gli Stati nazionali, con i loro servizi di intelligence, puntano di nuovo controllare uno spazio sfuggito al loro controllo. WikiLeaks doveva quindi candidarsi, questo l’obiettivo di Assange, a diventare la organizzazione non governativa che accompagnava si la critica ma anche la cogestione di questa trasformazione in atto.
TUTTO POTEVA PROCEDERE senza grandi scossoni se non fosse entrato in campo un militare che riteneva il suo ruolo antitetico a quanto postulava la linea di condotta della divisa che indossava.
L’esercito Usa doveva garantire pace, democrazia e libertà, ma nei fatti faceva il contrario. Chelsea Manning aveva accesso a dati scottanti riguardanti operazioni dell’esercito a stelle e strisce in Iraq, a partire dall’uccisione di alcuni civili da parte di un elicottero Apache. Materiali che Manning passa a WikiLeaks che li rende pubblici. Assange diviene il responsabile, assieme al traditore Manning.
WikiLeaks è quindi una organizzazione da mettere al bando, Manning, tradito da un hacker amico, viene arrestato, Assange è inseguito da un mandato di cattura internazionale.
QUEL CHE L’INTELLIGENCE statunitense non poteva immaginare era la fila di potenziali whistleblowers che bussano alle porte di WikiLeaks. Assange invece capisce che l’occasione è quella propizia per il grande salto, liquidando con fastidio le critiche di chi lo accusa di accentrare nelle sue mani le decisioni.
Alle accuse di comportarsi come un autocrate, Assange risponde mettendo fuori i dissenzienti. I risultati positivi delle operazioni contro informative di WikiLeaks sono però indubbi. Edward Snowden si fa vivo con le sue informazioni sull’operato non pulito di spionaggio globale della National Security Agency americana. WikiLeaks deve decidere come gestirle. Assange non ha dubbi. Bisogna che nella partita entrino a far parte i «cugini» dei media, che da nemici della verità diventano preziosi collaboratori. Serve tuttavia una copertura politica globale da qualche governo nazionale, individuata nella Russia di Putin e in altre realtà politiche che stanno provando nel continente latinoamericano a sottrarsi all’influenza politica degli Usa.
JULIAN ASSANGE ACCELERA la trasformazione di WikiLeaks in una sorta di intermediario imprenditoriale dei media che si propone sia come organizzazione complementare che come critica al sistema. Una ambivalenza che porta gran parte della galassia militante hacker a prendere le distanze senza però mai giungere a una critica pubblica di WikiLeaks.
La macchina poliziesca messa in campo contro Assange brucia però il terreno di solidarietà attorno a lui. Assange chiede protezione a vecchi e nuovi sodali. Prova più volte a entrare nel gioco politico statunitense, sostenendo di essere in possesso di dati scottanti all’interno di uno schema in base al quale il partito democratico è il nemico da combattere, mentre i repubblicani sono nemici risibili e irrilevanti.
Il carisma di Julian Assange non sarebbe comprensibile senza fare infine riferimento alle sue tesi sul cypherpunk, cioè il diritto all’anonimato di chi è in Rete (cypherpunk è anche titolo del volume pubblicato da Feltrinelli, il manifesto del 13 agosto 2013).
In questa veste di paladino dell’anonimato ne sostiene la piena compatibilità con l’economia di mercato.
Ma è la Rete che è cambiata nel frattempo. È il capitalismo delle piattaforme e della sorveglianza che ha preso forma, facendo leva proprio sulla retorica della libera circolazione delle informazioni. Sono Facebook, Google, Amazon, Apple coloro che mettono insieme velleità libertarie e voglia di profitto all’interno di un modello di business fondato sulla gratuita dell’accesso a servizi, software e informazioni.
In questo scenario WikiLeaks è roba del passato, così come uomo di un’epoca archiviata dallo sviluppo capitalista è Julian Assange. Prova più volte a tornare in gioco. Ma deve vedersela con la voglia di rivincita di funzionari del Pentagono, del ministero della Giustizia, dell’intelligence statunitense.
PUTIN POI PREFERISCE un canale di comunicazione diretto, privilegiato con Donald Trump, cioè con il nuovo inquilino della Casa Bianca e Assange è solo una palla al piede.
Pure l’Ecuador non ne può più della sua presenza, come rifugiato, nell’ambasciata londinese e il nuovo presidente Lenin Moreno dà il via libera all’entrata della polizia inglese nella sede dell’ambasciata, elemento che consente l’arresto di Assange.
Quel che rimane sul terreno sono molti cocci. Più incandescenti sono quelli di chi ha a cuore la libertà della Rete. Cioè le difficoltà di una critica hacker adeguata al capitalismo delle piattaforme e della sorveglianza. Rimetterli insieme non è facile.
Di sicuro il compito sarebbe facilitato se Julian Assange tornasse ad essere un uomo libero. Perché la rivoluzione, diceva un saggio, marcia con il passo del rivoluzionario più lento. Oppure quella che non lascia indietro neppure un transitorio e contingente compagno di viaggio come è Julian Assange.
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Assange e l’uomo della CIA - Michele Paris
Il carattere illegale e persecutorio del procedimento in atto a Londra contro Julian Assange è stato nuovamente dimostrato nelle ultime settimane con l’emergere di rivelazioni riguardanti un ordine di sorveglianza di tutte le attività del fondatore di WikiLeaks durante la sua permanenza forzata all’interno dell’ambasciata ecuadoriana nel Regno Unito. La notizia, diffusa dal quotidiano spagnolo El País, smonta o dovrebbe smontare definitivamente l’incriminazione di Assange, i cui basilari diritti democratici sono stati ancora una volta fatti a pezzi in maniera deliberata.
Quello del giornalista australiano non è però un caso normale, visto che il suo status di detenuto politico lo espone ancora e nonostante tutto al rischio di estradizione negli Stati Uniti, dove, nell’ipotesi forse nemmeno peggiore, potrebbe trascorrere il resto dei suoi giorni in un carcere federale per il solo fatto di avere rivelato alcuni dei crimini dell’imperialismo americano.
Il 20 dicembre prossimo, Assange sarà interrogato in collegamento video dal giudice spagnolo José de la Mata, titolare del caso che vede alla sbarra David Morales, proprietario della compagnia di “security” UC Global. Quest’ultima era stata reclutata dai servizi segreti dell’Ecuador per “violare la privacy di Assange e dei suoi legali, installando microfoni all’interno dell’ambasciata ecuadoriana senza il consenso delle parti interessante”. Questa attività illegale di sorveglianza a tappeto, come avrebbe ammesso lo stesso Morales, serviva a raccogliere informazioni su Assange e le persone che intendevano fargli visita per poi consegnarle anche alla CIA.
L’aspetto più grave del controllo costante del numero uno di WikiLeaks commissionato da Washington riguarda l’intercettazione di tutte le comunicazioni intrattenute con i suoi legali. La riservatezza degli scambi di informazione tra avvocato e assistito è uno dei principi basilari del diritto in un pese democratico o presunto tale, inclusi gli Stati Uniti. La violazione, oltretutto sistematica, di esso costituisce di conseguenza un motivo ampiamente sufficiente a compromettere la legittimità di un procedimento legale.
Se Assange dovesse essere trasferito negli USA, anche tralasciando la totale infondatezza delle accuse a suo carico, è evidente che il processo a cui sarebbe sottoposto in questo paese risulterebbe falsato da abusi inconcepibili in un procedimento democratico, come ad esempio il fatto che l’accusa sarebbe a conoscenza in anticipo delle strategie difensive dell’imputato.
Per la gravità dei fatti, l’indagine in corso in Spagna minaccia, almeno in linea teorica, l’estradizione stessa di Julian Assange negli Stati Uniti. Per questa ragione, la giustizia britannica aveva inizialmente respinto la richiesta, presentata il 25 settembre scorso, del giudice spagnolo de la Mata di sentire la testimonianza di Assange attraverso uno strumento chiamato Ordine Europeo di Indagine. Secondo El País, il rifiuto aveva creato non pochi “imbarazzi nei circoli legali” di Londra perché simili richieste vengono in genere approvate “in maniera automatica”.
La decisione iniziale delle autorità giudiziarie britanniche era così insolita e ingiustificata, tanto da rivelare apertamente le pregiudiziali anti-Assange, che è stata ribaltata nei giorni scorsi. Il via libera concesso al giudice spagnolo per sentire Assange sulla vicenda UC Global deve avere in ogni caso creato qualche apprensione all’interno del governo di Londra. Il procedere dell’indagine metterà infatti sempre più in luce il comportamento criminale dei governi che hanno orchestrato la persecuzione di Assange, alimentando la crescente opposizione internazionale e le richieste per una liberazione immediata.
Il collegamento tra UC Global e la CIA o, comunque, tra la compagnia spagnola e l’indagine su Assange della giustizia americana era stato confermato da un’altra rivelazione apparsa a inizio novembre su El País. Il quotidiano era entrato in possesso di alcune e-mail inviate da David Morales ai suoi dipendenti nel marzo del 2017 e l’indirizzo IP di questi messaggi indicava la sua presenza in quel periodo nella città di Alexandria, nello stato americano della Virginia.
Questa località, a una manciata di chilometri da Washington e dalla sede della CIA, ospita il tribunale federale che sta indagando su Assange e che ha sottoposto la richiesta di estradizione alle autorità britanniche. Morales si trovava in Virginia proprio in concomitanza con la pubblicazione da parte di WikiLeaks della raccolta di documenti nota come “Vault 7”, relativi alle attività illegali di spionaggio e cyber-sorveglianza su scala globale della principale agenzia di intelligence USA.
Anche se El País non dispone di elementi per confermare le ragioni della trasferta americana di Morales, è altamente probabile che quest’ultimo avesse fornito la propria testimonianza in merito al lavoro della sua compagnia nell’ambasciata ecuadoriana di Londra ai danni di Assange.
Morales è comunque un assiduo frequentatore degli Stati Uniti. Altre informazioni sui suoi spostamenti lo davano ad esempio spesso a Las Vegas, ospite del miliardario americano Sheldon Adelson, per il quale aveva lavorato. Adelson è uno dei più generosi finanziatori del Partito Repubblicano, nonché amico personale del presidente Trump. Da ricordare infine riguardo David Morales è anche che uno dei dipendenti della sua società risulta essere un ex agente della CIA.
Com’è sempre accaduto finora, l’apparire di elementi potenzialmente favorevoli alla battaglia legale di Julian Assange è finito sotto il fuoco incrociato della stampa ufficiale, soprattutto negli Stati Uniti. Il New York Times, tra gli altri, è intervenuto tempestivamente per cercare di minimizzare la questione della sorveglianza condotta da UC Global. La tesi di questi media, che agiscono di fatto da portavoce del governo e dei servizi di sicurezza americani, è che la scandalosa violazione della privacy e dei diritti democratici di Assange è in sostanza giustificata e legittima a fronte delle implicazioni per la “sicurezza nazionale” del suo caso.
La vicenda di Assange ha una serie di risvolti che ne fanno una questione di importanza enorme, non solo per il pericolo che sta correndo la sua stessa vita. L’incriminazione, l’eventuale estradizione e condanna del fondatore di WikiLeaks rappresenterebbero un colpo mortale alla libertà di stampa, dal momento che la sua organizzazione null’altro ha fatto se non svolgere in pieno uno dei compiti del giornalismo, cioè pubblicare documenti di assoluto interesse pubblico che i governi intendono tenere nascosti.
Come dimostrano inoltre gli ultimi sviluppi del caso, in gioco ci sono anche altri diritti democratici fondamentali, messi in pericolo dal tentativo sistematico di cancellare i principi del giusto processo, fissati in primo luogo proprio dalla Costituzione americana. L’intenzione dei governi di Londra e Washington, in collaborazione con quelli di Ecuador, Svezia e Australia, è dunque di fare di Assange un esempio per soffocare qualsiasi voce libera che si opponga alle loro manovre e ai loro crimini.
Davanti a queste forze, sostenute da un apparato mediatico non meno potente, la battaglia per la difesa di Assange non potrà essere vinta affidandosi soltanto al diritto e agli scrupoli democratici di esponenti del potere giudiziario gravemente compromessi con la classe politica britannica e americana. Solo una mobilitazione dal basso che unisca la voce del giornalismo libero e dell’opinione pubblica internazionale sarà in grado di difendere Assange e i principi democratici messi in serio pericolo dalla sua persecuzione.

su Arte tv un reportage intitolato Un mondo senza Julian Assange


giovedì 18 luglio 2019

Assange e le torture di Londra - Michele Paris




Il trattamento riservato dalla Gran Bretagna a Julian Assange dimostra in maniera indiscutibile come il governo di Londra stia sempre più agendo senza nemmeno la pretesa di rispettare le norme democratiche del diritto internazionale. Questa conclusione, tutt’altro che sorprendente, è stata confermata nei giorni scorsi dalla reazione degli ambienti conservatori di potere alla pesantissima accusa rivolta dalle Nazioni Unite ai carnefici del fondatore di WikiLeaks. Lunedì, intanto, un tribunale svedese ha deliberato parzialmente a favore di Assange, riducendo le possibilità di una sua prossima estradizione in Svezia.

Com’è noto, il “relatore speciale” ONU sulla Tortura, l’autorevole docente svizzero Nils Melzer, aveva espresso durissime parole di condanna per “la continua campagna di soffocamento, intimidazione e diffamazione” condotta contro Assange, “non solo negli Stati Uniti, ma anche nel Regno Unito, in Svezia e, più recentemente, in Ecuador”. Melzer assicurava di non avere mai assistito, “in vent’anni di lavoro con vittime di guerre, violenze e persecuzioni politiche”, a un complotto come quello in atto contro il giornalista australiano.

Un complotto orchestrato e condotto da “un gruppo di paesi democratici”, intenti “deliberatamente a isolare, demonizzare e abusare di un singolo individuo per un periodo così lungo e con così poco interesse per il diritto e la dignità umana”. A congiurare contro Assange, ha spiegato ancora il rappresentante delle Nazioni Unite, non sono soltanto i governi citati, assieme a quello australiano, disinteressato a difendere i diritti di un proprio cittadino, ma anche la stampa ufficiale – dal Guardian al New York Times – e addirittura i giudici coinvolti nel procedimento legale.

Melzer aveva visitato Assange nella prigione di massima sicurezza in cui è “ospitato” e ha concluso che quest’ultimo mostra “tutti i sintomi tipici di una prolungata esposizione a tortura psicologica”, fatti tra l’altro di “stress estremo, ansia cronica, intenso trauma psicologico” e “un senso di minaccia proveniente da ogni parte”. Il rapido deterioramento delle condizioni di salute di Assange era stato reso noto settimana scorsa da esponenti di WikiLeaks, i quali avevano diffuso la notizia del suo trasferimento al reparto medico del carcere di Belmarsh, comunemente noto come la “Guantanamo britannica”.

Del disfacimento avanzato della democrazia in Gran Bretagna si è avuto un altro assaggio con la risposta al relatore ONU sulla Tortura da parte del ministro degli Esteri di Londra, Jeremy Hunt. Su Twitter, Hunt ha definito “sbagliate” le accuse di Nils Melzer, visto che Assange aveva “scelto di nascondersi nell’ambasciata [dell’Ecuador]” ed era “sempre stato libero di andarsene e affrontare la giustizia”. Per il capo della diplomazia britannica, l’intervento dell’ONU comprometterebbe perciò la libertà e l’imparzialità della giustizia nel considerare il caso Assange.

La valanga di menzogne di Jeremy Hunt non è rimasta senza risposta. Melzer ha infatti scritto a sua volta sul profilo Twitter del ministro conservatore, affermando correttamente che Assange era libero di lasciare l’ambasciata ecuadoriana a Londra esattamente come “qualcuno che si trovi su un gommone in una vasca di squali”. I timori del numero uno di WikiLeaks di essere estradato negli USA, che lo spinsero appunto a chiedere asilo al governo di Quito, sono stati definitivamente confermati qualche settimana fa, quando il dipartimento di Giustizia americano ha reso noti 17 capi d’accusa nei suoi confronti in accordo con il cosiddetto “Espionage Act” del 1917, mettendolo a rischio di una condanna fino a 170 anni di carcere sostanzialmente per avere praticato la professione del giornalista.

Sempre Melzer ha poi ricordato di avere descritto nel dettaglio il comportamento tutt’altro che imparziale e obiettivo dei tribunali britannici in una lettera indirizzata al governo di Theresa May. La persecuzione di Assange è stata evidente non solo dall’atteggiamento arrogante e intimidatorio dei giudici che hanno valutato la sua situazione, ma anche e soprattutto dalla sentenza sommaria emessa nei suoi confronti poco dopo l’arresto illegale della polizia di Londra all’interno dell’ambasciata ecuadoriana lo scorso 11 aprile.

Assange era stato condannato a una pena senza precedenti di 50 settimane di detenzione solo per avere violato i termini della libertà vigilata, oltretutto per sfuggire alla concreta minaccia di estradizione negli Stati Uniti. Non solo, il verdetto era stato formulato letteralmente poche ore dopo il suo rapimento per mano della polizia. Per il relatore ONU sulla Tortura, ciò è incredibilmente insolito, poiché, “secondo le consuete norme di legge, ci si aspetta che a un arrestato vengano concesse almeno un paio di settimane di tempo per preparare la propria difesa”. Il meccanismo della vendetta politica contro Assange si è infine concretizzato con la detenzione nella prigione di Belmarsh, solitamente destinata a ospitare terroristi e pericolosi assassini.
Nella vicenda di Julian Assange è così in gioco il principio stesso della libertà di stampa e il diritto di pubblicare documenti anche riservati che rivelino i crimini di un determinato governo. Parecchi media “mainstream” sembrano perciò avere riconosciuto, sia pure tardivamente, la minaccia rappresentata dalle accuse mosse contro il fondatore di WikiLeaks da parte dell’amministrazione Trump. A parte alcuni editoriali dai toni più o meno allarmati, non vi è tuttavia traccia di una mobilitazione a favore di Assange, mentre gli attacchi personali contro quest’ultimo sono continuati anche nelle settimane seguite al suo arresto illegale.

In definitiva, i media ufficiali in tutto l’Occidente continuano a essere sostanzialmente disinteressati alla sorte di Assange perché il suo lavoro e quello di tutti i membri di WikiLeaks rappresentano un esempio dell’integrità e dell’impegno giornalistico che la stampa odierna ha in larga misura abbandonato, essendo ormai controllata in buona parte da grandi interessi privati e ridotta a poco più di una cassa di risonanza della propaganda governativa.

Il caso Assange ha dunque accentuato le tendenze autoritarie di governi come quello di Londra, non a caso in perenne crisi politica e di legittimità. L’ex diplomatico britannico e commentatore indipendente, Craig Murray, ha sostenuto che la classe dirigente d’oltremanica “semplicemente si rifiuta di riconoscere le preoccupazioni sollevate dalle Nazioni Unite su Assange” e si affida “allegramente alla bolla di pregiudizi creata dalle élites politiche e mediatiche”.

Lo stesso ex ambasciatore britannico ricorda opportunamente come l’indifferenza di Downing Street per i richiami dell’ONU, oggettivamente umilianti per una presunta democrazia, non sia un fatto isolato, ma faccia parte di una deriva in atto da tempo che ha portato il Regno Unito a comportarsi da vero e proprio “stato canaglia”. In quanto tale, il governo di Londra “ha abbandonato il proprio appoggio”, anche formale, “al sistema basato sul diritto internazionale che, in buona parte, la Gran Bretagna stessa ha contribuito a creare”.

Se ciò è vero per questo paese, lo è evidentemente ancora di più anche per gli Stati Uniti, e vale anche per la Svezia, dove è stato riaperto il procedimento di estradizione in base alle vecchie e ultra-screditate accuse di stupro nei confronti di Assange, e l’Australia, paese di cui quest’ultimo è cittadino e che ha di fatto collaborato con Londra e Washington nella sua persecuzione. Per quanto riguarda la Svezia, lunedì un giudice di Uppsala ha respinto la richiesta di arresto presentata dai procuratori incaricati del caso Assange. Questi ultimi dovranno perciò limitarsi a interrogare il fondatore di WikiLeaks in Inghilterra, rinunciando invece all’estradizione.

L’accanimento contro Assange continua ad accompagnarsi a una condotta pubblica all’insegna della massima ipocrisia, necessaria a mostrare un’apparente aderenza ai principi democratici, senza la quale la vera natura di politici moralmente insignificanti come Jeremy Hunt sarebbe clamorosamente smascherata. A riprova di ciò, mentre Assange languiva nel lager di Belmarsh in condizioni di salute sempre più precarie, nei giorni scorsi lo stesso ministro degli Esteri britannico ha partecipato a un evento organizzato a Glasgow, in Scozia, per celebrare pubblicamente l’importanza della libertà di stampa e del lavoro dei giornalisti indipendenti, chiamati a rivelare i fatti sgraditi ai potenti.

In realtà, come dimostra il trattamento riservato a Julian Assange, l’unica forma di libertà di stampa tollerata dai governi di Londra o Washington è quella che si adegua alla linea ufficiale e le uniche voci del giornalismo “indipendente” che essi intendono sostenere sono eventualmente quelle che risultano convenienti alla promozione dei propri interessi in paesi rivali dal punto di vista strategico, come Russia, Cina o Iran.

La condotta del governo britannico nel caso Assange è notoriamente da collegare al servilismo nei confronti di Washington e, ancora una volta, a confermare questa realtà è stato in questi giorni lo stesso ministro degli Esteri di Londra, con un atto pubblico di vigliaccheria e di totale sottomissione agli interessi americani difficilmente eguagliabile.

Intervistato domenica da CBS News sulla sua candidatura alla successione di Theresa May alla guida dei “Tories” e del governo britannico, Hunt ha affermato falsamente che i “crimini” di Assange hanno causato la morte di numerose persone e che, in caso di successo nell’imminente voto interno al suo partito, non si opporrebbe alle richieste che intendono costringerlo ad “affrontare la giustizia” negli Stati Uniti. Ciò che l’aspirante leader conservatore intende per “giustizia” significa in realtà consegnare un autentico giornalista alla vendetta del governo USA ed esporlo alla minaccia concretissima di passare il resto della propria vita in un carcere americano.