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venerdì 19 settembre 2025

INTEGRARE LA PROPAGANDA PRO-UE IN CLASSE: IL PROGRAMMA JEAN MONNET - Thomas Fazi

 

In un nuovo, esplosivo rapporto per l’MCC di Bruxelles, rivelo come il Programma Jean Monnet dell’Unione Europea, apparentemente un’iniziativa accademica, sia in realtà una rete di propaganda globale finanziata dai contribuenti, progettata per radicare narrazioni pro-UE, reprimere il dissenso e plasmare l’opinione pubblica ben oltre l’aula. Questo programma, parte di Erasmus+, convoglia ogni anno circa 25 milioni di euro di fondi pubblici nelle università di tutto il mondo, trasformando le istituzioni accademiche in veicoli di propaganda istituzionale.

Un progetto esplicitamente politico, che va oltre lo studio accademico

Sebbene i sostenitori spesso inquadrino il Programma Jean Monnet come un modo per promuovere l’eccellenza nel mondo accademico, il mio rapporto dimostra che il suo scopo principale, come apertamente riconosciuto dalla stessa Commissione Europea, non è semplicemente studiare l’integrazione europea, ma “promuoverla”. Le direttive stesse dell’UE impongono ai Centri di Eccellenza Jean Monnet e agli Istituti Designati di mantenere un “allineamento continuo e frequente” della loro didattica e ricerca con le priorità politiche dell’UE e di promuovere l’identità europea. Questo va ben oltre la neutrale ricerca accademica.

Enorme portata e finanziamenti per l’influenza politica

Il programma eroga circa 25 milioni di euro all’anno a università e istituti di ricerca in tutto il mondo e raggiunge circa 500.000 studenti ogni anno in più di 70 paesi.

Non si tratta di una ricerca aperta; è un investimento esplicitamente progettato per influenzare i programmi accademici, allineare i contenuti formativi all’agenda politica dell’UE e promuovere la legittimità di Bruxelles. Come ha ammesso candidamente l’ex Presidente [del programma] Jean Monnet, Joseph H.H. Weiler: “Parte della nostra missione come Professori Jean Monnet è diffondere i valori dell’integrazione europea. La Commissione Europea ci considera apertamente ambasciatori intellettuali dell’Unione e dei suoi valori”. Questo mette direttamente in discussione qualsiasi pretesa di imparzialità nella libertà accademica.

Agenda esplicitamente pro-UE

Le citazioni dirette dei progetti finanziati rivelano la missione ideologica di sostenere le istituzioni dell’UE: i progetti finanziati mirano apertamente a “promuovere l’integrazione dell’UE”, “promuovere l’identità europea”, “far rispettare i valori dell’UE” e “sfidare l’ascesa dell’euroscetticismo e dei partiti populisti di estrema destra”. Sono inoltre progettati per “contrastare la disinformazione e la propaganda anti-UE” e “invertire le dinamiche di de-europeizzazione”.

Trasformare gli accademici in attivisti

I beneficiari dei finanziamenti Jean Monnet non sono tenuti solo a produrre ricerche in linea con le politiche dell’UE, ma anche a fungere da “agenti di sensibilizzazione”, organizzando eventi pubblici, interagendo con media e ONG e diffondendo al pubblico le narrazioni approvate dall’UE. Ciò crea un circolo vizioso in cui la ricerca finanziata dall’UE legittima le politiche dell’UE.

La libertà accademica è minacciata

La struttura di finanziamento incentiva la conformità alle priorità dell’UE, scoraggia le prospettive critiche e promuove la ricerca con esiti politici predeterminati. Ciò mina i principi humboldtiani di autonomia accademica e trasforma gli studenti in soggetti da plasmare in cittadini “benpensanti”.

Controllo narrativo

Mentre l’UE afferma di combattere la “disinformazione”, il mio rapporto dimostra che questa è spesso una strategia per limitare le opinioni dissenzienti, restringere lo spettro del dibattito pubblico e consolidare il controllo istituzionale sul flusso di informazioni. I progetti prendono di mira esplicitamente la “cornice euroscettica delle attività dell’UE” e quelli che vengono etichettati come “negazionismi e teorie del complotto” relativi alle posizioni politiche dell’UE su questioni come il cambiamento climatico e il Covid-19. Sottolineo come ciò fornisca una giustificazione accademica al quadro di censura online sempre più pervasivo dell’UE, esemplificato dall’adozione da parte dell’Unione, nel 2022, del Digital Services Act (DSA), che mira a controllare segretamente la narrazione online.

Come scrivo nel rapporto:

La relazione conclude che il Programma Jean Monnet è esplicitamente strutturato, a tutti i livelli, come uno strumento accademico volto a proiettare e promuovere le preferenze politiche dell’UE. È un esempio lampante di come la politicizzazione dell’istruzione superiore da parte dell’UE rappresenti non solo una distorsione delle priorità accademiche, ma una sfida diretta alla libertà accademica stessa. Questa non è istruzione; è indottrinamento.

Panoramica del rapporto

Il Programma Jean Monnet, lanciato nel 1989 e ora parte di Erasmus+, è stato originariamente concepito come un’iniziativa per promuovere l’eccellenza nell’insegnamento e nella ricerca sull’integrazione europea. Da allora si è evoluto in un potente strumento per integrare le priorità politiche e l’agenda integrazionista dell’UE nel mondo accademico e nella società in generale.

Ambito e portata

  • Il programma Jean Monnet eroga circa 25 milioni di euro all’anno
    a università e istituti di ricerca in tutto il mondo attraverso cattedre di docenza, moduli, centri di eccellenza e istituzioni designate.
  • Le attività si estendono oltre le aule scolastiche e coinvolgono i media, la società civile e gli ambienti decisionali politici.
  • Le attività Jean Monnet sono diffuse in più di 70 paesi, coinvolgono più di 1.500 professori e raggiungono ogni anno circa 500.000 studenti.

Allineamento ideologico

  • Molti progetti finanziati mirano esplicitamente a “promuovere l’integrazione dell’UE”, “favorire l’identità europea”, “far rispettare i valori dell’UE”, “sfidare l’ascesa dell’euroscetticismo e dei partiti populisti di estrema destra”, “invertire le dinamiche di de-europeizzazione nell’UE e oltre” e “contrastare la disinformazione e la propaganda anti-UE”.
  • Sono chiaramente concepiti per plasmare la percezione che gli studenti hanno dell’UE e per amplificare le narrazioni pro-UE, integrandole in tutti i campi delle scienze sociali: storia, diritto, scienze politiche, economia, ecc.
  • Le attività Jean Monnet sono strutturalmente allineate con le priorità strategiche dell’UE, dal Green Deal alla “lotta alla disinformazione”, dalle iniziative per lo stato di diritto alla governance globale.
  • Nel complesso, il programma trasforma la ricerca accademica, che dovrebbe essere aperta, libera da influenze politiche e finalizzata in ultima analisi a far progredire la conoscenza e la comprensione, in ricerca di advocacy, che parte da una posizione di valore (“l’UE è vantaggiosa”) e mira a produrre “prove” a suo sostegno.

Attori di alto livello

  • I Centri di Eccellenza Jean Monnet e le Istituzioni Designate Jean Monnet sono i fulcri centrali del settore della propaganda accademica dell’UE. Sono formalmente tenuti a mantenere un “allineamento continuo e frequente” della loro didattica e ricerca con le priorità politiche dell’UE e a promuovere l’identità europea.
  • Le sette istituzioni designate, come l’Istituto universitario europeo e il Collegio d’Europa, collaborano strettamente con le istituzioni dell’UE e ricevono finanziamenti sostanziali.

Dall’aula alla società in generale

  • Le attività Jean Monnet non mirano a promuovere le politiche e gli obiettivi dell’UE solo nell’ambito dell’istruzione, ma anche nella società in generale. I beneficiari dei finanziamenti Jean Monnet non sono tenuti solo a produrre ricerche in linea con l’agenda normativa e geopolitica dell’UE, ma anche a fungere da agenti di sensibilizzazione, organizzando eventi pubblici, interagendo con i media, le ONG e altre organizzazioni della società civile e diffondendo il contenuto della loro “ricerca” al pubblico. Questo è un altro tratto distintivo della ricerca di advocacy, in contrapposizione alla ricerca accademica.
  • Ciò può essere descritto come una forma di “propaganda per procura”, in cui la ricerca viene finanziata e modellata in base alle priorità dell’UE, che poi producono narrazioni approvate dall’UE che vengono poi diffuse al grande pubblico attraverso conferenze, coinvolgimento dei media e attività di sensibilizzazione.

Diplomazia pubblica

  • Il coinvolgimento dell’UE nelle istituzioni accademiche per obiettivi politici non si limita all’Unione stessa. Il Programma Jean Monnet è oggi attivo in oltre 70 paesi, dove è parte integrante della più ampia diplomazia pubblica o delle iniziative di soft power dell’UE, plasmando la percezione dell’UE a livello internazionale e promuovendo gli interessi geopolitici del blocco.
  • Le operazioni estere del programma tendono a concentrarsi sui paesi che sono fondamentali per la strategia geopolitica dell’UE: negli ultimi anni, ad esempio, sono stati implementati in Ucraina centinaia di progetti Jean Monnet, molti dei quali esplicitamente volti a promuovere l’integrazione dell’Ucraina nell’UE e, più in generale, nel blocco euro-atlantico.
  • Il programma Jean Monnet viene utilizzato anche per promuovere l’allargamento dell’UE preallineando i sistemi giuridici, normativi e educativi nazionali dei potenziali Stati membri agli standard dell’UE.

Integrazione in una rete di propaganda più ampia

  • Queste entità accademiche fanno parte di un complesso più ampio UE-ONG-media-accademia, in cui ogni settore amplifica e legittima le narrazioni dell’altro.
  • Le partnership con i media e la società civile su iniziative come l’Osservatorio europeo dei media digitali “anti-disinformazione” confondono i confini tra ricerca, advocacy e propaganda istituzionale.

Erosione della libertà accademica

  • Le strutture di finanziamento incentivano la conformità alle priorità dell’UE, scoraggiano le prospettive critiche e promuovono la ricerca con risultati politici predeterminati, ovvero la ricerca di advocacy.
  • Ciò mina i principi humboldtiani di autonomia accademica e di ricerca della conoscenza libera da interferenze politiche.

Risultato chiave

  • Il programma Jean Monnet, lungi dall’essere una semplice iniziativa educativa, è esplicitamente strutturato, a tutti i livelli, come uno strumento accademico volto a proiettare e promuovere le preferenze politiche dell’UE, integrando contenuti pro-UE nei programmi di studio, plasmando il discorso sull’integrazione europea ed estendendo la portata ideologica dell’UE ben oltre i suoi confini.

Raccomandazioni politiche

  • Per salvaguardare l’integrità accademica è necessario porre fine ai meccanismi di finanziamento motivati ​​dalla politica, ripristinare l’indipendenza istituzionale e riaffermare il modello humboldtiano come pietra angolare dell’istruzione superiore, ad esempio:
  • Depoliticizzare i finanziamenti alla ricerca
  • Rispetto della libertà e dell’autorità accademica
  • Assegnazione di sovvenzioni in base al merito scientifico e intellettuale
  • Incoraggiare la diversità di opinioni e l’indagine critica
  • Rifiutare l’uso del mondo accademico come strumento di propaganda
  • Promuovere la trasparenza e la responsabilità nelle relazioni tra l’UE e il mondo accademico

Introduzione

Il Programma Jean Monnet è stato lanciato dalla Commissione Europea nel 1989 per incoraggiare l’insegnamento e la ricerca sull’integrazione europea nelle università. Da allora, si è evoluto in uno degli strumenti più efficaci – e meno esaminati – dell’Unione Europea per plasmare il modo in cui l’Europa viene insegnata, studiata e compresa. Sotto la rispettabile bandiera di “promuovere l’eccellenza nell’insegnamento e nella ricerca sulle questioni europee”, stanzia milioni di euro in università e istituti di ricerca, premiando coloro che allineano il loro lavoro all’agenda politica di Bruxelles.

Quella che è iniziata come un’iniziativa accademica si è trasformata in una rete tentacolare di cattedre, moduli, centri di eccellenza e istituzioni designate che ora fungono da braccio di sensibilizzazione accademica dell’UE, integrando narrazioni pro-integrazione in tutti i programmi di studio, producendo ricerche che rispecchiano le priorità ufficiali ed estendendo la propria influenza ben oltre le mura del campus, raggiungendo i media, la società civile e gli ambienti decisionali politici.

Questo articolo esamina il funzionamento del programma, i presupposti ideologici insiti nei suoi meccanismi di finanziamento e il suo ruolo in quello che può essere descritto come il complesso UE-ONG-media-accademia: un ecosistema autoalimentante che sfuma il confine tra istruzione e advocacy politica. Spiega inoltre perché questa politicizzazione dell’istruzione superiore rappresenti non solo una distorsione delle priorità accademiche, ma una sfida diretta alla libertà accademica stessa.

Leggi il rapporto completo qui

lunedì 4 novembre 2024

L’America sta preparando Meloni. L’Italia è usata come cavallo di Troia - Thomas Fazi

 

Due anni fa, una neofascista ha preso il potere a Roma. Questa, almeno, è l’impressione che avreste avuto dal parossismo di sdegno dell’establishment occidentale per l’ascesa di Giorgia Meloni. Dai suoi elogi di un tempo a Mussolini al suo feroce euroscetticismo, Meloni è stata dichiarata leader del governo italiano “più di destra” dai tempi di Mussolini, mentre Bruxelles, Berlino e i loro vari lacchè dei media si preoccupavano della direzione che avrebbe potuto prendere la penisola.

Quei giorni sono ormai lontani. Dal suo trionfo nel 2022, e come alcuni di noi avevano previsto, Meloni si è adattata con calma al consenso euro-atlantico. Adottando un atteggiamento conciliatorio nei confronti dell’UE, ha anche garantito la piena conformità dell’Italia al quadro economico guidato dall’austerità del blocco. Nel frattempo, il premier italiano è diventato anche un sostenitore esplicito della politica aggressiva della Nato in Ucraina, costruendo forti legami con Joe Biden.

Nel complesso, quindi, si ha la sensazione che Meloni abbia scommesso sulla sua sopravvivenza politica abbandonando la sua immagine populista e precipitandosi nella direzione opposta, diventando più filo-europea e più filo-americana del tipico centrista europeo.

Ora, tuttavia, i media liberali sono di nuovo in fiamme. Le chiacchiere sul percorso politico di Meloni sono iniziate a settembre, quando le è stato conferito un “Global Citizen Award” presso l’Atlantic Council di New York. Al di là del sapore atlantista del think tank, ciò che ha davvero fatto parlare i politici è stato chi ha dato a Meloni il suo premio: un certo Elon Musk. Ciò ha alimentato le speculazioni su un potenziale (ri)allineamento politico con Trump da parte di Meloni. Dato il sostegno finanziario e politico della volubile sudafricana alla corsa presidenziale di Trump, e le accuse (smentite) di una nascente storia d’amore tra l’uomo d’affari e il Primo Ministro, queste affermazioni non sembrano del tutto fantasiose.

Meloni, da parte sua, non ha fatto molto per smorzare le voci di una rinascita reazionaria. Ha ammesso di essere stata attenta a non sostenere nessuno dei due candidati alle elezioni americane, sottolineando che lavorerà con chiunque vinca. Ma è anche chiaro che è ben posizionata per diventare uno dei principali partner europei di Trump, qualora dovesse riconquistare la Casa Bianca a novembre. In parte, ciò è dovuto ai suoi legami di lunga data con il più ampio movimento MAGA. Nel 2018, per fare un esempio, l’ex consigliere di Trump Steve Bannon è stato uno degli oratori principali a un festival politico organizzato dal suo partito Fratelli d’Italia.

Ciò si riflette anche nelle mosse più recenti. In un chiaro cenno ai conservatori nazionali a Washington, Meloni ha detto al suo pubblico all’Atlantic Council che “non dovremmo vergognarci di usare e difendere parole e concetti come nazione e patriottismo”. Allo stesso tempo, la recente decisione di Fratelli d’Italia di votare contro una risoluzione del Parlamento europeo che consente all’Ucraina di usare armi occidentali sul suolo russo dovrebbe anche essere vista come un cenno allo scetticismo di MAGA sul sostegno occidentale all’Ucraina, e un’indicazione della volontà di Meloni di cambiare la politica estera dell’Italia se Trump vincerà a novembre.

Nel complesso, e soprattutto considerando le imminenti elezioni americane, la decisione di Meloni di ricevere il premio da Musk potrebbe quindi essere parte di una strategia più ampia. Mirata a riaccendere i legami con i conservatori americani, ha sicuramente senso, soprattutto quando si prevede che l’influenza di Musk sarà notevolmente rafforzata dalla rielezione del magnate. Come ha recentemente detto a Le Monde Francesco Giubilei, un seguace di Meloni, il Primo Ministro deve essere sia “una forza di lotta” che una forza di governo. “È molto cauta, aspetta di vedere chi vincerà le elezioni e mantiene i suoi legami con il mondo di Trump per trarne vantaggio se dovesse vincere”.

Quindi le recenti mosse di Meloni potrebbero essere il segnale di un ritorno alle sue radici radicali? Penso di no. In fondo, piuttosto, questa storia riguarda meno la politica e più il denaro sonante, sia in Italia che altrove. È abbastanza chiaro se si mettono da parte gli alberi, Meloni e Musk, e ci si concentra invece sui boschi: l’Atlantic Council che ha offerto a Meloni il suo premio. Il think tank si descrive eufemisticamente come un’organizzazione non partigiana che “galvanizza” la leadership globale degli Stati Uniti e incoraggia l’impegno con i suoi amici e alleati. In parole povere, ciò significa che l’Atlantic Council esiste per promuovere gli interessi delle aziende statunitensi e, più in generale, gli interessi imperiali americani. Fondato negli anni Sessanta per aumentare il sostegno politico alla Nato, oggi rimane attivo sulle questioni di sicurezza transatlantica.

“Questa storia riguarda meno la politica e più il denaro sonante e contante”.

Ancora più concretamente, i partner aziendali e i finanziatori dell’organizzazione includono molte delle più grandi aziende degli Stati Uniti, che operano nei settori della finanza, della difesa, dell’energia e della tecnologia. Anche una serie di governi della NATO sostiene l’Atlantic Council, così come l’alleanza stessa. Non c’è da stupirsi che si sia guadagnata la reputazione di fare pressioni aggressive per gli interessi finanziari e aziendali americani in tutto il mondo. Nel 2014, ad esempio, FedEx ha collaborato con l’Atlantic Council per creare supporto per il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), un accordo commerciale proposto tra l’UE e gli Stati Uniti volto a proteggere le società transnazionali dal controllo pubblico, e che è stato infine abbandonato di fronte all’opposizione pubblica.

Più di recente, la fuga di notizie diplomatiche statunitensi di WikiLeaks ha rivelato che l’Atlantic Council ha lavorato a stretto contatto con Chevron ed ExxonMobil per indebolire una proposta legislativa brasiliana di concedere a Petrobras, una società statale locale, il controllo principale dei giacimenti petroliferi al largo delle coste del paese. Nel frattempo, dallo scoppio della guerra in Ucraina, l’organizzazione si è distinta per il suo approccio molto aggressivo al conflitto, forse non sorprendente dato il numero di aziende di difesa tra i suoi sostenitori.

Considerato tutto questo, si potrebbe ragionevolmente supporre che la preparazione di Meloni da parte dell’Atlantic Council abbia poco a che fare con la politica partigiana statunitense (l’organizzazione è, in effetti, piuttosto lontana dal trumpismo) e più con l’espansione dell’influenza del capitale statunitense nel Bel Paese. Persino la relazione intima di Musk con il Primo Ministro sembra riguardare più di semplici “valori condivisi” e sentimenti teneri. A giugno, il governo italiano ha approvato un nuovo quadro normativo che concede alle società spaziali straniere il permesso di operare nel Paese. Non è un segreto che, in questo contesto, Musk mira a rendere Starlink il principale fornitore di Internet “in area bianca” del Paese, in altre parole per i luoghi non coperti da alternative cablate o mobili. Ciò, a sua volta, ha il potenziale per sostituire i rivali nazionali come Open Fiber e Tim, che Musk accusa di ostacolare il lancio della sua Internet ad alta velocità.

Musk non è l’unico investitore statunitense a ingraziarsi Meloni. Dopo essere tornata dalla sua festa a New York, ha anche incontrato Larry Fink, presidente e CEO di BlackRock, la più grande società di investimenti al mondo. Con asset per un valore di 10 trilioni di dollari, la società vanta l’equivalente del PIL combinato di Germania e Giappone. In Italia, BlackRock è comodamente il più grande investitore istituzionale straniero sulla Borsa di Milano, detenendo quote sostanziali in alcune delle più grandi società quotate del paese. La società sta rafforzando la sua presenza italiana anche altrove. All’inizio di quest’anno, ad esempio, Meloni ha supervisionato la vendita dell’intera rete fissa di Tim a KKR, un fondo statunitense che vanta BlackRock tra i suoi principali investitori istituzionali.

Oltre al fatto che la rete rappresenta un asset nazionale strategico, con i suoi dati sensibili degli utenti ora effettivamente sotto controllo straniero, queste mosse variegate rappresentano il culmine di una lunga sequenza di privatizzazioni e svendite di asset pubblici e privati ​​italiani a partire dagli anni Novanta. Una volta che si collega questo ai piani futuri di BlackRock (tra le altre cose, spera di accaparrarsi le reti autostradali e ferroviarie italiane, attualmente sotto controllo pubblico o semi-pubblico), il paese sembra destinato a diventare poco più di un avamposto del capitale americano, perdendo quel poco che resta della sua sovranità economica.

Che questo accada sotto un primo ministro nominalmente “sovranista” è già abbastanza notevole, ma ciò che conta davvero è il modo in cui gli investitori statunitensi, in particolare BlackRock, stanno usando l’Italia come cavallo di Troia per espandere la loro influenza in tutta Europa. Si consideri l’esempio della Germania. A differenza di altri paesi, le aziende di Monaco o Amburgo rimangono in gran parte nelle mani delle famiglie che le hanno fondate. Anche gli investitori locali hanno un’influenza sostanziale, così come la KFW, la banca pubblica dedicata al supporto dello sviluppo industriale della Repubblica Federale.

In pratica, ciò significa che la penetrazione di BlackRock e di altri mega-fondi statunitensi nell’economia tedesca rimane relativamente marginale. Questa è un’anomalia che il capitale statunitense sembra ora intenzionato a risolvere, usando l’Italia come ariete. Il mese scorso, ad esempio, la banca milanese UniCredit ha annunciato un’acquisizione ostile a sorpresa di Commerzbank, diventando di fatto il maggiore azionista della società di Francoforte. Sebbene ciò abbia causato un certo fervore patriottico tra i commentatori italiani (una banca italiana che acquisisce una rivale tedesca!), la realtà è che la mossa è stata probabilmente guidata dalla stessa BlackRock, che ha eseguito la mossa con l’aiuto di altri fondi anglo-americani, il tutto per consolidare il suo controllo sul sistema finanziario tedesco. Non c’è da stupirsi che Larry Fink abbia accolto con favore la mossa. “L’Europa”, ha detto, “ha bisogno di un sistema di mercati dei capitali più forte e di un sistema bancario più unificato”.

Ciò a cui stiamo assistendo, in breve, è la cannibalizzazione economica dell’Europa da parte del capitale statunitense. Non che dovremmo sorprenderci. Come scrive Emmanuel Todd, uno storico francese, nel suo ultimo libro: “Mentre il suo potere diminuisce in tutto il mondo, il sistema americano finisce per gravare sempre di più sui suoi protettorati, che rimangono le ultime basi del suo potere”. Con l’industria europea cruciale per gli interessi statunitensi, continua Todd, dovremmo aspettarci un maggiore “sfruttamento sistemico” di Roma e Berlino da parte del centro imperiale di Washington. Il fatto che ciò stia accadendo sotto gli auspici di un “patriota” autodefinita come Meloni non fa che evidenziare la debolezza grottesca della politica europea.

da qui

domenica 5 febbraio 2023

morti in eccesso

 

Perché le morti in eccesso sono ancora così elevate? - Thomas Fazi e Toby Green

 

Non possiamo semplicemente incolpare un sistema sanitario nazionale in fallimento. Il numero dei morti è così alto e anomalo in così tanti paesi da rendere obbligatorie le domande scomode sulle cause

Intorno alla metà dello scorso anno, i ricercatori di diversi paesi hanno iniziato a notare qualcosa di inquietante: nonostante ci fosse ovunque il calo dei decessi per Covid, i decessi in eccesso (rispetto alla media quinquennale pre-pandemia) erano in realtà in aumento. Cosa ancora più preoccupante, un numero sproporzionato di questi decessi in eccesso si verificava tra i giovani. Questo era l’opposto di quel che ti aspetteresti nella fase di recessione di una pandemia, un tipo di pandemia che dapprima aveva ampiamente risparmiato i giovani.

Alcuni ricercatori avevano lanciato l’allarme, ma sono stati estesamente ignorati dai governi, dalle autorità sanitarie pubbliche e dai media mainstream. È stata una risposta curiosa di chi nei due anni e mezzo precedenti aveva giustificato il completo capovolgimento delle società umane sulla base prioritaria del “preservare la vita”.

Per tutta la seconda metà del 2022, tuttavia, le morti in eccesso hanno continuato a crescere a ritmi più sostenuti, e hanno continuato a farlo nelle prime settimane del 2023, al punto che il problema è diventato impossibile da ignorare.

La BBC ha recentemente riferito che nel Regno Unito nel 2022 sono stati registrati più di 650.000 decessi, ossia il 9% in più rispetto al 2019. Si tratta di circa 50.000 decessi in eccesso, la maggior parte dei quali si sono concentrati nella seconda metà dell’anno (da luglio, c’è stata una media di 1.300 morti in più a settimana). Escludendo la pandemia, questo rappresenta il più alto livello di decessi in eccesso in 70 anni e solo una frazione di questi decessi è attribuibile a Covid. I dati dell’Office for National Statistics (ONS) mostrano che i decessi in eccesso sono stati quasi 3.000 in più del normale nella sola seconda settimana di gennaio: oltre il 20% sopra la media. Il Covid-19 ha rappresentato solo il 5% del totale. La settimana prima, i decessi complessivi erano del 30% più alti del previsto.

Se dividiamo i numeri per fasce di età, i risultati sono ancora più sorprendenti. Mentre i decessi in eccesso nella maggior parte dei gruppi di età, anche se superiori alla media, tendono ad essere inferiori a quelli del 2020 e del 2021, così come ci si aspetterebbe, c’è un valore anomalo: le persone di età compresa tra 0 e 24 anni hanno registrato tassi di mortalità inferiori alla media nel 2020 e nel 2021. Per tutto il 2022, invece, sono morti a tassi più alti del previsto. In altre parole, oggi in Gran Bretagna muoiono più giovani rispetto a al periodo che precedeva, o anche durante, la pandemia, e non sappiamo perché.

Eppure, nonostante questa netta discrepanza, c’è stata una notevole mancanza di consapevolezza pubblica in merito alla crisi della mortalità non Covid, per non parlare di qualsiasi spiegazione significativa su cosa ne sia il fattore guida. All’inizio di questo mese, il segretario alla salute Steve Barclay ha dichiarato a Sky News che «è estremamente complicato sapere quale sia la spinta per queste morti in eccesso». Nel frattempo, gli esperti sanitari affermano che le cause potrebbero includere qualsiasi cosa, dai ritardi delle ambulanze, alle lunghe attese in pronto soccorso, ai grandi arretrati per le cure di routine del Sistema sanitario nazionale, agli alti tassi dell’influenza e al Long Covid. In effetti, l’opinione generale sembra ritenere che la colpa dell’aumento delle morti in eccesso sia da imputare in gran parte al crollo generale del Sistema sanitario nazionale.

Ma c’è un buco in questo argomento: le morti in eccesso sono un problema in un certo numero di altri paesi ad alto reddito, dove l’argomento “la Sanità è a pezzi” non regge. Stando ai dati di EuroMOMO, un’azione di monitoraggio della mortalità europea sostenuta dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), molti paesi europei mostrano livelli elevati di mortalità in eccesso in tutte le fasce d’età, circa il 35% sopra la media – e lo hanno fatto per tutto il 2022. In effetti, nonostante i tassi di mortalità Covid relativamente bassi, le morti in eccesso complessive in tutte le fasce d’età in Europa nel 2022 sono state alte come nel 2020 e superiori al 2021, anche nelle classi di età più anziane. Al di fuori dell’Europa, la situazione è più o meno la stessa: Australia e Nuova Zelanda hanno registrato, rispettivamente, il 16% e il 9% di morti in eccesso in più rispetto alla media storica nel 2022, mentre negli Stati Uniti, i dati del CDC mostrano che il tasso di eccesso di decessi non-Covid nella prima metà del 2022 sono stati addirittura superiori a quelli del 2020 o del 2021.

In breve, un numero significativo di paesi occidentali sta registrando un’ondata di morti in eccesso in tutte le fasce d’età. E non c’è un’unica spiegazione per questo. Piuttosto, ogni paese sembra avere la propria teoria, nessuna delle quali ha nulla a che fare con il servizio sanitario nazionale. In Portogallo, il mese di dicembre ha visto un eccesso di morti che ha battuto tutti i record dei 13 anni precedenti – compreso il periodo del Covid-19 – che la stampa attribuisce all’invecchiamento della popolazione, e la recrudescenza di altri virus respiratori insieme alle ondate di caldo estivo. Anche in Francia e in Spagna le ondate di caldo estivo sono viste come una chiara causa dell’eccesso di morti, mentre in Cile un’ulteriore causa dell’aumento della mortalità è stata vista nelle «morti evitate durante la pandemia a causa del minor rischio di alcuni eventi, come incidenti stradali o infortuni sul lavoro».

Laddove i paesi condividono un fenomeno – in questo caso, l’eccesso di morti – e lo attribuiscono a cause diverse, è ragionevole porsi alcune domande; il problema oggi sembra essere che i nostri esperti di salute pubblica non stanno facendo quelle giuste. Alla fine del mese scorso, ad esempio, il Chief Medical Officer (CMO) del Regno Unito Chris Whitty ha suggerito che la mancanza di accesso alle statine durante la pandemia potrebbe aver causato un’impennata della malattia coronarica, che è stata la principale causa di decessi in eccesso. Le persone non frequentavano i servizi medici come d’abitudine e dunque la carenza stava avendo conseguenze devastanti. Tuttavia, come hanno sottolineato poco dopo Carl Heneghan e Tom Jefferson, ci vogliono circa cinque anni prima che le statine abbiano un impatto notevole sulla riduzione della mortalità, quindi la riduzione dei farmaci dal 2020 non può aver portato a questi risultati.

Dunque, cosa spiega l’aumento delle malattie cardiache? Il crollo degli appuntamenti sanitari abituali (visto che ci si concentrava solo e soltanto sul Covid a scapito di tutte le altre patologie) è quasi ovvio che sia un pezzo di questa vicenda. Ma non è che in gioco c’è qualcos’altro? Una possibile spiegazione è l’impatto dei lockdown sulla salute fisica delle persone. Dopotutto, lo stesso Whitty ha notato nel marzo dello scorso anno che i confinamenti avevano aumentato l’obesità dei giovani, il che potrebbe portare a un abbassamento dell’aspettativa di vita. Inoltre, è noto che l’intrusione politica e sociale dello Stato nel benessere emotivo delle persone e la conseguente rottura del contratto sociale preesistente incidono sulla salute dei cittadini. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ad esempio, c’è stato un aumento significativo della mortalità in Russia, in gran parte causato da malattie vascolari. C’è un chiaro precedente a memoria d’uomo, quindi, di immensi shock sociali ed economici che hanno portato a picchi di malattie cardiache.

È rilevante anche per gli anziani l’aumento dell’isolamento prodotto dalle politiche di confinamento. Secondo la scheda informativa dell’OMS sulla demenza, «i fattori di rischio includono la depressione, l’isolamento sociale [e] l’inattività cognitiva», tutti ampiamente aumentati dalla risposta al lockdown; uno studio del 2015 ha persino rilevato che l’isolamento sociale ha aumentato il rischio di mortalità tra il 26 e il 32%. I confinamenti quindi sono quasi certamente un fattore in grado di contribuire a ciò che stiamo vedendo attualmente, specie perché lo stesso governo del Regno Unito ha documentato il fatto che coloro che muoiono di demenza spesso hanno prossime cause aggiuntive di morte per ictus o malattie cardiache.

Infine, c’è una possibile spiegazione da considerare, almeno come fattore che contribuisce all’aumento delle morti in eccesso non Covid: il ruolo dei vaccini, in particolare quelli di Pfizer e Moderna che utilizzano la nuova tecnologia a mRNA. Questa è una questione iper-polarizzante, quindi iniziamo con quel che sappiamo: i vaccini Pfizer e Moderna sono associati a un rischio più elevato di sviluppare miocardite (infiammazione del cuore), soprattutto nei maschi più giovani (probabilmente a causa della proteina spike generata dal vaccino che circola nel sangue) e altri eventi avversi gravi come coaguli di sangue. Ciò è confermato da una serie di studi (vedi, ad esempio, qui, qui, qui, qui, e qui) e persino dagli stessi dati del CDC. C’è molta variabilità tra gli studi, ma sembrano suggerire che, con i giovani, il rischio derivante dal vaccino potrebbe superare il rischio di Covid o di miocardite post-Covid.

Detto questo, dimostrare una connessione tra i danni legati al vaccino e il numero sproporzionatamente elevato di giovani che muoiono in questo momento non è semplice. Tuttavia, una serie di studi, come una recente analisi di Martin Neil, professore di informatica e statistica alla Queen Mary University di Londra, e Norman Fenton, matematico e eminente esperto di valutazione del rischio e statistica, mostrano una correlazione statisticamente significativa tra i tassi di vaccinazione e l’eccesso di mortalità.

Fino a che punto questa correlazione implichi effettivamente la causalità, ovviamente, rimane poco chiaro. Ma proprio siccome i lockdown sono chiaramente un fattore, non sembra saggio escludere i vaccini – in quanto costituenti un fattore che contribuisce – senza un’indagine adeguata: il punto è che semplicemente non lo sappiamo, poiché non disponiamo di dati sufficienti per stabilire o confutare un collegamento. In definitiva, le cause delle morti in eccesso sono probabilmente varie e coinvolgono una combinazione di fattori. Ciò non dovrebbe sorprendere, dal momento che confinamenti e vaccini sono sempre stati collegati nella risposta alla pandemia. Ma non lo sapremo mai con certezza se non iniziamo a porre queste domande scomode, specialmente quando i nostri politici ed esperti di salute pubblica sembrano riluttanti a farlo da soli.


Fonte: https://unherd.com/2023/01/why-are-excess-deaths-still-so-high/


Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

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Perché l'eccesso di mortalità non è dovuto né al Covid né alle mancate cure - Alessandro Bagnato

 …i modelli dicono che l’eccesso di mortalità è indipendente sia dalla mortalità Covid sia dalle debolezze dei sistemi sanitari, sia dalla severità delle misure restrittive. Quest’ultimo è in verità l’unico elemento che mostra qualche debole segnale di correlazione, per quanto sotto la significatività statistica. Il long Covid mostra persino una correlazione negativa.

La ricerca ci dice pertanto che, se questi fenomeni hanno avuto un impatto sull’eccesso di mortalità, si deve presumere minimo. Possiamo quindi sostenere con ragionevole certezza che la causa di gran lunga preponderante dell’eccesso di mortalità registrato nei paesi del mondo occidentale a partire dalla primavera del 2021 è la campagna di somministrazione delle terapie geniche m-RNA.

Parliamo di certezza ragionevole, nella consapevolezza che la certezza assoluta esiste soltanto nel mondo astratto della matematica, che pur in questo caso, sembra più che supportare l'ipotesi. Tuttavia, chi non si accontentasse dei numerosi, precisi e concordanti elementi che supportano le nostre conclusioni, invitando a fornire prove ancora più evidenti (quali?), si presta a un gioco estremamente pericoloso. Essendoci in questione vite umane, pretendere, prima di esprimersi e agire, una certezza assoluta che mai arriverà, non rappresenta una semplice astensione ma un via libera a proseguire nella somministrazione di prodotti a carico dei quale sono emerse prove pesantissime di effetti letali in gran numero. Esattamente il contrario di quanto imporrebbe un elementare principio di precauzione. La questione quindi non è se ci sia o meno una certezza assoluta ma se abbiamo raggiunto la soglia oltre la quale l’attesa di una prova ulteriore si trasforma in una colpevole inerzia.

Il mio parere è che quella soglia sia stata ampiamente raggiunta. La considero anzi raggiunta da più di un anno, da quando i dati VAERS, Yellow Card e Aifa hanno cominciato a mostrare con estrema chiarezza che questi prodotti stavano evidenziavano una pericolosità mai vista prima.

Ma anche chi pensasse che quella soglia non sia ancora stata raggiunta, dovrebbe convenire sul fatto che quando gli elementi a favore di un’ipotesi sono così tanti, precisi e concordanti, l’onere di provare che l’ipotesi sia errata spetta a chi vuole contestarla. Costui non solo non può nascondersi dietro la richiesta di ulteriori prove ma è tenuto a fornire egli stesso le prove a favore di un’ipotesi alternativa, in numero e in solidità almeno pari a quelle che sostengono la tesi che intende contestare. Proprio come, chi volesse contestare che sia la forza di gravità ad attrarre i corpi, avrebbe l’onere di portare elementi più convincenti che dimostrano che la causa dell’attrazione dei corpi è un’altra.

Finché solide prove in contrario non verranno, onestà vuole che si rimanga a ciò che risulta in maniera evidente dalla logica, dai dati e dalle ricerche, e cioè che le terapie geniche Covid hanno un’alta letalità, talmente elevata da essere visibile sulle curve di mortalità dei diversi paesi del mondo, che hanno registrato un'impennata senza precedenti in tempo di pace.

E’ un quadro inquietante. Ancora di più se ad esso aggiungiamo le reazioni gravi e gravissime non mortali, che, secondo proporzioni che ricaviamo dai data base VAERS e AIFA, sono circa 30 volte i decessi. Inoltre nulla sappiamo dei danni possibili sul medio e lungo temine. Cosa dobbiamo aspettarci da sostanze che già sul breve hanno dimostrato di essere così pericolose?

Siamo davanti a qualcosa di mai visto prima. Per rendere l’idea del fenomeno a cui stiamo assistendo, qualcuno ha ricordato che negli USA nel 2022 sono morti 60.000 giovani in più del normale, lo stesso numero di giovani americani uccisi nella guerra del Vietnam, che di anni però ne è durata dodici. E’ una tragedia che continua a consumarsi nel silenzio interessato di chi l’ha provocata e nell’ignoranza delle masse, che avrebbero motivi per organizzare cortei ben più numerosi e partecipati di quelli che hanno sconvolto il mondo all’epoca della guerra del Vietnam.

Tra tutti, il silenzio forse meno nobile è quello di coloro che ormai hanno capito ma non hanno il coraggio di parlare. Non si nascondono più dietro broccoli e bicarbonato ma non escono allo scoperto.

Da loro dipende molto. Se troveranno il coraggio di far sentire la loro voce, aggiungendola a quella di chi da tempo denuncia ciò che sta accadendo, possiamo sperare in una via di uscita più veloce da questa catastrofe. Altrimenti la menzogna in cui siamo stati immersi in questi anni e le sue conseguenze nefaste sono destinate a durare ancora per un po’.

Per un po’, ho detto. Perché la verità, quello è sicuro, prima o poi emergerà.

E chi ora tace, un giorno potrebbe trovarsi a non riuscire a perdonare se stesso per essere stato così pavido quando avrebbe dovuto parlare.

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mercoledì 2 marzo 2022

I trent’anni di Maastricht che hanno distrutto l’Italia - Thomas Fazi

 

Oggi ricorrono i trent’anni esatti dalla firma del Trattato di Maastricht, ma non c’è nulla da festeggiare.

Era il 7 febbraio del 1992, infatti, quando i rappresentanti dei dodici paesi membri dell’allora Comunità europea – per l’Italia il Ministro degli Affari esteri Gianni De Michelis e il Ministro del Tesoro Guido Carli – si riunirono nella cittadina olandese di Maastricht per dar vita all’ultima fase del processo di unificazione economica e monetaria dell’Europa occidentale e inaugurare formalmente la nascita dell’Unione europea.

Il Trattato di Maastricht non si limitava a stabilire un calendario ufficiale per la creazione dell’Unione economica e monetaria (UEM) – cioè dell’eurozona –, ma definiva anche i rigorosi criteri economici e finanziari che gli Stati dovevano soddisfare per l’ingresso nell’UEM: stabilità dei prezzi e contenimento del debito e del deficit pubblico entro rispettivamente il 60% e il 3% del PIL, nel secondo caso per tendere però al pareggio o al surplus (come ribadirà poi il fiscal compact). Il Trattato, inoltre, proibiva esplicitamente (artt. 104, 123-135) qualunque forma di monetizzazione diretta dei deficit pubblici.

Tuttavia, la portata dei trattati europei – oltre al Trattato di Maastricht, la sua versione aggiornata, il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) e il Trattato di Lisbona – va ben oltre la politica fiscale e monetaria. Su di essi, infatti, si fonda tutta la struttura giuridica della politica economica dell’Unione europea (che è rimasta sostanzialmente immutata negli anni). I princìpi guida dell’UE sono distintamente indicati nel capitolo sulla politica economica del Trattato di Maastricht, in cui si afferma che l’UE e i suoi Stati membri devono condurre una politica economica «conforme al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza» e ispirata ai seguenti princìpi: «prezzi stabili, finanze pubbliche e condizioni monetarie sane nonché bilancia dei pagamenti sostenibile». Altri articoli subordinano la stessa politica sociale e del lavoro, oltre che la politica industriale, al mantenimento della «competitività», imponendo la flessibilità e la precarizzazione della prima e vietando gli interventi pubblici a sostegno della seconda.

Di fatto, i trattati europei – a partire da Maastricht – rappresentano una vera e propria costituzione economica che ha incorporato il neoliberismo nel tessuto stesso dell’Unione europea, mettendo al bando le politiche “keynesiane” che avevano rappresentato la norma nei decenni precedenti. L’obiettivo delle élite europee – e italiane in particolare –, d’altronde, era esattamente questo: neoliberalizzare surrettiziamente l’economia e la società e mandare in soffitta il modello politico-economico del dopoguerra, reo di aver rafforzato troppo i lavoratori e le masse popolari.

Fu lo stesso Guido Carli ad ammettere che l’obiettivo di Maastricht era quello di (neo)liberalizzare surrettiziamente un’economia e una società tradizionalmente – e costituzionalmente – ostili al libero mercato. Carli, infatti, era consapevole che il Trattato di Maastricht avrebbe implicato «la concezione dello “Stato minimo”», e dunque un «mutamento di carattere costituzionale» per cui si sarebbero ristrette le libertà politiche e riformate quelle economiche: in particolare «l’abbandono dell’economia mista, l’abbandono della programmazione economica, la ridefinizione delle modalità di ricomposizione della spesa, una redistribuzione delle responsabilità che restringa i poteri delle assemblee parlamentari ed aumenti quelle dei governi, il ripudio del principio della gratuità diffusa (con la conseguente riforma della sanità e del sistema previdenziale)» e un ripensamento «in profondità delle leggi con le quali si è realizzato in Italia il cosiddetto Stato sociale».

Una vera e propria “controrivoluzione neoliberale” – in contrapposizione al modello di economia mista incarnato nella Costituzione repubblicana e parzialmente realizzato nel dopoguerra; è lo stesso Carli, d’altronde, a riconoscere che la nascente Unione era imperniata proprio «su quelle nozioni che non avevano trovato albergo nella nostra Costituzione» – che per le éliteitaliane sarebbe stata molto difficile, se non impossibile, realizzare senza il vincolo esterno dell’Europa, «per le vie ordinarie del governo e del Parlamento», come disse sempre Carli.

Il Trattato di Maastricht, insomma, per gli esponenti dell’establishment tecnoliberista italiano – Ciampi, Draghi, Amato, Andreatta, solo per citarne alcuni, che a loro volta erano espressione di uno “Stato nello Stato”, comprendente anche grandi aziende economiche ed editoriali, figure tecniche, movimenti della società civile, intellettuali e pezzi della magistratura – rappresentava l’occasione perfetta per liquidare una volta per tutte il modello Stato-centrico italiano per mezzo del vincolo europeo, anche al costo di ridurre l’Italia a colonia dei centri di comando europei.

Le conseguenze sono state devastanti, sia sul piano politico-democratico che su quello economico. Sul piano politico-democratico, abbiamo assistito a un rafforzamento dei poteri esecutivi e tecnocratici a tutti i livelli – tra cui quella del capo del capo dello Stato, da cui l’importanza del voto che si è appena svolto – e a una progressiva marginalizzazione del Parlamento, ormai totale, e più in generale a una disarticolazione di qualunque processo democratico, una naturale conseguenza dello svuotamento di sovranità (e dunque di democrazia) conseguente a Maastricht, di cui oggi paghiamo le conseguenze in termini di tecnocratizzazione ed emergenzialismo permanenti.

Dal punto di vista economico, invece, l’analisi più impietosa è stata realizzata qualche anno fa un noto economista olandese, Servaas Storm, in un paper dedicato alle cause della “lunga crisi” italiana. La sua conclusione è lapidaria: «Nello studio, dimostro empiricamente come la recessione italiana debba considerarsi una conseguenza del nuovo regime economico post-Maastricht adottato dall’Italia a partire dai primi anni Novanta».

Storm nota come fino ai primi anni Novanta l’Italia abbia goduto di trent’anni di robusta crescita economica, durante i quali è riuscita a raggiungere il PIL pro capite delle altre nazioni principali della futura zona euro (soprattutto Francia e Germania). Da allora, però, «è iniziato un costante declino che ha letteralmente cancellato trent’anni di convergenza». Al punto che oggi il divario tra il PIL pro capite italiano e quello degli altri paesi europei è pari se non addirittura superiore a quello che era negli anni Sessanta.

Tutti gli altri principali indicatori economici hanno registrato lo stesso crollo: reddito pro capite, produttività, investimenti, quote del mercato mondiale ecc. «Non è un caso – scrive Servaas Storm – che la repentina inversione delle fortune economiche dell’Italia si sia verificata in seguito all’adozione della “sovrastruttura politica e giuridica” imposta dal Trattato di Maastricht, che ha spianato la strada alla creazione dell’UEM nel 1999 e all’introduzione della moneta unica nel 2002:

«Come mostro nel paper, l’Italia è stata l’allievo modello della zona euro, impegnandosi nell’implementazione dell’austerità fiscale e delle riforme strutturali che rappresentano l’essenza delle regole macroeconomiche dell’UEM con maggiore veemenza e solerzia di qualunque altro paese dell’eurozona – molto più di Francia e Germania. E ha pagato un prezzo molto alto: il consolidamento fiscale permanente, la persistente moderazione salariale e il tasso di cambio sopravvalutato hanno distrutto la domanda interna italiana, e la carenza di domanda, a sua volta, ha asfissiato la crescita della produzione, della produttività, dell’occupazione e dei redditi. L’operazione è stata un successo, ma purtroppo il paziente è morto».

Per mostrare quanto sia stata radicale «l’austerità fiscale permanente» perseguita dall’Italia negli ultimi decenni, Storm traccia un confronto tra Italia e Francia: tra il 1995 e il 2008, l’Italia ha registrato un avanzo di bilancio primario del 3 per cento circa in media, rispetto ad un deficit primario dello 0,1 per cento della Francia nello stesso periodo. In pratica, nel periodo in questione, «lo Stato francese ha fornito all’economia uno stimolo fiscale pari a 461 miliardi di euro, mentre lo Stato italiano ha drenato dall’economia 227 miliardi».

Storm mostra come il regime post-Maastricht abbia anche comportato anche una moderazione salariale (leggasi: guerra di classe) senza pari. L’economista mostra come tra gli anni Sessanta e i primi anni Novanta il divario tra i salari reali italiani e quelli degli altri principali paesi europei si sia progressivamente ridotto fino a scomparire del tutto. Da quel momento in poi la forbice ha cominciato ad allargarsi nuovamente e – incredibilmente – oggi è più grande di quanto non fosse negli anni Sessanta. Come nel caso del PIL pro capite, trent’anni di convergenza spazzati via da trent’anni di Maastricht. Come spiega Storm, la guerra condotta ai lavoratori negli ultimi decenni è stata così feroce che i capitalisti hanno finito per segare il ramo su cui sedevano. Scrive Storm:

«Seguendo pedissequamente le regole macroeconomiche europee, l’Italia ha determinato una carenza cronica di domanda interna. Questa è il risultato dell’austerità fiscale permanente, del persistente contenimento dei salari e della mancanza di competitività tecnologica delle imprese italiane [acuita dal crollo degli investimenti, a sua volta determinato dalla domanda carente], che, in combinazione con un tasso di cambio sopravvalutato, riduce la capacità delle imprese italiane di mantenere le loro quote di mercato a fronte della concorrenza dei paesi a basso reddito. Questi tre fattori stanno deprimendo la domanda; riducendo l’utilizzazione degli impianti e danneggiando gli investimenti, l’innovazione e la crescita della produttività, bloccando dunque il paese in uno stato di declino permanente, caratterizzato dall’impoverimento costante della matrice produttiva dell’economia italiana e della qualità dei suoi flussi commerciali».

Inutile dire che le politiche degli ultimi anni – in particolare quelle del governo Draghi – non hanno fatto che peggiorare la situazione. In conclusione, non vi è alcun dubbio sul fatto che la crisi italiana – politica, economica, sociale, democratica – sia largamente imputabile alla radicale riconfigurazione del nostro assetto economico-istituzionale conseguente all’adesione dell’Italia alla sovrastruttura economica di Maastricht e alle varie (contro)riforme regressive ad essa associate. No, non c’è veramente nulla fa festeggiare.

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lunedì 8 novembre 2021

a proposito di pensioni

Pensioni, la riforma Fornero penalizza tutti - Felice Roberto Pizzuti

Nel dibattito sulle pensioni suscitato dalla proposta governativa inserita nella legge di bilancio ci sono due equivoci di fondo: il primo è che la normalità cui si dovrebbe tornare sarebbe l’assetto stabilito dalla riforma Fornero nel 2011; il secondo è che essa favorirebbe i giovani.

Nei dieci anni trascorsi, specialmente dopo la crisi pandemica, i fatti hanno mostrato chiaramente i danni creati dalla filosofia della “austerità espansiva” seguita dal governo Monti e dalla sua applicazione al sistema pensionistico. Prima ancora che la riforma Fornero venisse applicata, furono subito segnalate le sue incongruità anche tecniche che davano luogo a fenomeni economicamente e socialmente insostenibili come la creazione di una nuova penosa figura, quella degli “esodati”, cioè persone che improvvisamente venivano a trovarsi senza salario e senza pensione, un risultato decisamente estraneo ai compiti che dovrebbero essere svolti dalla previdenza sociale.

Naturalmente, bisognò correre subito ai ripari e si procedete alle cosiddette misure di salvaguardia; nel corso degli anni successivi ne sono state fatte nove, portando a circa 250.000 la platea dei lavoratori “salvaguardati” dalla “normalità” della legge Fornero. Questa, peraltro, era stata giustificata sostenendo pure che alzando l’età di pensionamento sarebbe aumentati gli attivi e gli occupati; ma mentre il primo effetto era statisticamente ovvio, il secondo era una colpevole illusione. Infatti l’occupazione non aumentò poiché proprio le politiche governative restrittive ostacolarono la crescita di un sistema già molto depresso. Quanto all’effetto sui giovani, trattenere forzosamente in attività chi stava per andare in pensione, inevitabilmente ridusse i posti disponibili per i nuovi ingressi nel mondo del lavoro; cosicché, oltre a penalizzare le aspirazioni comprensibili e complementari degli anziani e dei giovani, si ridusse il turnover e la sua normale spinta all’innovazione e alla dinamica della produttività. 

“Quota 100” è stato un altro tentativo di compensare i problemi generati dalla riforma Fornero, ma è stata una misura sopravalutata sia dai suoi sostenitori sia dai suoi detrattori. In una fase di grande precarietà economico-sociale, la sensibile riduzione di reddito che già si verifica nel passaggio dalla retribuzione alla pensione, accentuata dalla penalizzazione per l’anticipazione del pensionamento nel sistema contributivo, ha consentito solo ai lavoratori più benestanti, prevalentemente maschi, di usufruire di “Quota 100”. Questa, dunque, da un lato, si è rivelata una misura inadeguata e discriminante rispetto all’obiettivo, d’altro lato, è stata meno costosa di quanto temuto. Ma se oggi, alla prevista scadenza del triennio di applicazione di “Quota 100”, l’intervento del Governo si riduce alla sua progressiva eliminazione tramite “quote” intermedie (102, 103, …) per tornare alla legge Fornero, non solo non si realizza il bene dei giovani falsamente decantato, ma si continuano ad ignorare i problemi strutturali sempre più urgenti del nostro sistema previdenziale e dei suoi effetti negativi sui complessivi equilibri economico-sociali.

Da anni, nel Rapporto sullo stato sociale redatto in Sapienza viene richiamata l’attenzione sulla “bomba sociale” in arrivo: quasi il 60% di quanti hanno iniziato a lavorare a metà degli anni ’90, a causa dei salari bassi e instabili finora avuti, permanendo gli assetti del sistema previdenziale e del mercato del lavoro, matureranno una pensione inferiore alla soglia di povertà. Alle stesse generazioni che nell’età attiva stanno subendo le conseguenze di politiche economico-sociali controproducenti che alimentano la precarietà di vita, pregiudicando perfino la loro possibilità di fare figli, si sta prospettando una anzianità con condizioni di vita ancora peggiori.

Preoccuparsi per i giovani (e non solo) significa offrirgli una maggiore stabilità, che sarebbe favorita non solo da maggiori e migliori opportunità di lavoro e di realizzazione oggi, ma anche da prospettive di sicurezza per  il domani, tenendo in conto che le prime e le seconde interagiscono tra di loro. Assicurare ai giovani d’oggi una anzianità almeno decente, mettendola a riparo dall’automatica riproposizione delle precarietà lavorative attuali e riducendo l’ansia che induce risparmi eccessivi, stimolerebbe comportamenti più favorevoli alla crescita del reddito (attuale e futuro) da cui poter attingere anche il finanziamento delle pensioni (attuali e future). 

Il sistema pensionistico richiede interventi più significativi e innovativi rispetto alla logica dell’austerità che ha dominato negli ultimi decenni. Occorre riconoscere una contribuzione figurativa ai lavoratori involontariamente disoccupati per ridurre strutturalmente le conseguenze negative sulle loro pensioni derivanti dalla attuale precarietà del modo del lavoro; ciò, peraltro, non graverebbe sul bilancio pubblico attuale e offrirebbe le maggiori certezze favorevoli alla crescita e ai bilanci pubblici anche futuri. E’ utile e giusto dare a ciascun lavoratore elasticità di scelta dell’età di pensionamento (e della prestazione maturata) in un arco temporale variabile anche in relazione alle mansioni svolte; questo grado di libertà (peraltro inizialmente previsto nella riforma del 1995) nel sistema contributivo non avrebbe effetti sul bilancio previdenziale di medio periodo (un anticipo del pensionamento e un maggior numero atteso di annualità delle prestazioni ricevute sarebbe compensato dall’adeguamento attuariale del loro valore unitario); anche questa misura contribuirebbe a favorire le sicurezze personali e, quindi, gli equilibri economici.

Il sistema produttivo e quello previdenziale sono strettamente collegati; il superamento della visione macroeconomica rigorista imposto dal suo fallimento richiede che si proceda in modo corrispondente anche nel sistema pensionistico. Ecco perché è necessario smetterla con i rattoppi di una riforma tecnicamente sbagliata inserita dieci anni fa in un disegno di politica economico-sociale dimostratosi disastroso che, per di più, alimenta immotivate e pericolose contrapposizioni generazionali a danno della coesione sociale che ricordano i capponi di Renzo.

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Vi piace l'Unione europea? Vi piace il PNRR? Beccatevi la riforma delle pensioni - Thomas Fazi

 

In questi giorni molti - sindacati in primis - si stanno scandalizzando per la riforma delle pensioni di Draghi che innalza ulteriormente l'età pensionabile, con l'obiettivo ultimo di farci sgobbare tutti per un salario da fame finché non crepiamo.

Ci fa piacere vedere che i sindacati e tanti sinceri progressisti, mentre combattono il ritorno del fascismo, annuncino di voler dare battaglia anche su questioni che riguardano effettivamente la vita e la morte dei lavoratori.

Lascia un po' interdetti, semmai, la reazione sorpresa di molti. Così come il fatto che molti di quelli che oggi cascano dalle nuvole e annunciano barricate sono gli stessi - a partire dai sindacati confederali - che da un anno a questa parte profetizzano le sorti magnifiche e progressive del PNRR e dei «fiumi di soldi in arrivo dall'Europa» come «occasione storica per l'Italia».

Peccato che è lo stesso PNRR stilato dal governo - che, sospetto, nessuno dei suoi cantori abbia effettivamente letto - a ricordarci, a pagina 25, che l'erogazione dei fondi europei è soggetta alle Raccomandazioni specifiche per paese (country-specific recommendations) della Commissione europea, che abbracciano praticamente ogni aspetto della politica economica dei paesi membri: politica fiscale, mercato del lavoro, welfare, pensioni ecc.

Ed è sempre il PNRR a ricordarci che tra le ultime Raccomandazioni [leggi diktat] della Commissione europea all'Italia - la cui implementazione è vincolante per avere accesso ai fondi - spicca proprio quella di «attuare pienamente le passate riforme pensionistiche», ossia la Legge Fornero, «al fine di ridurre il peso delle pensioni nella spesa pubblica».

Che dire? Vi piace l'Unione europea? Vi piace il PNRR? Bene, adesso lavorate finché non crepate. Perché è questo che ci chiede (ordina) l'Europa. D'altronde, quando l'Europa chiede (ordina), il sincero progressista ubbidisce. 

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Pensioni: il lavoro infame di CgilCislUil - Sergio Scorza

Per quanto riguarda le pensioni l’impegno del governo e ritornare in pieno al sistema contributivo”. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel corso della conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri che ha approvato la legge di bilancio.

E come al solito, su un tema delicato qual’è quello delle pensioni perché va ad incidere sulle condizioni di vita di decine di milioni di persone, assistiamo, per l’ennesima volta, alle indecenti sceneggiate delle tre maggiori confederazioni sindacali.

Si, perché, a proposito delle manovre in corso, in questi giorni, sulle pensioni, andrebbe ricordato ai più giovani che l’idea di cambiare il metodo di calcolo da “retributivo” a “contributivo” con la legge Dini del 1995, in vigore dal 1° gennaio 1996, fu dei proprio dei sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil.

Una legge che segnò la fine del sistema previdenziale italiano solidale che garantiva pensioni dignitose a tutti. Basti dire che la proposta di Berlusconi di 2 anni prima che prevedeva “soltanto” di diminuire il coefficiente di ogni anno di anzianità, era, senza alcun dubbio, migliore.

Il calcolo contributivo, infatti, non si basa sugli ultimi stipendi o sulla media delle retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Un calcolo che penalizza fortemente le categorie più povere, non prevedendo più nessun meccanismo solidaristico di compensazione. Di fatto, una poderosa spinta alla privatizzazione di tutto il sistema previdenziale pubblico che viene così trasformato progressivamente in ente che elargisce solo sussidi caritatevoli per i più poveri.

E quale fu il movente? Semplice: con l’entrata in vigore della riforma Dini (legge 335/1995) furono introdotti i fondi pensione cogestiti da assicurazioni e sindacati con la previsione di consigli di amministrazione “chiusi”, ovvero con dentro i sindacalisti (i così detti “enti bilaterali“, ovvero, organismi paritetici costituiti da associazioni padronali e sindacati dei lavoratori).

Sul punto Cgil Cisl e Uil non hanno mica cambiato idea e lo hanno chiaramente ribadito in questi giorni come da dichiarazioni riportate dal quotidiano il manifesto del 28 ottobre 2021(nel riquadro).

Sappiano, dunque, chi devono ringraziare i lavoratori più giovani (tirati in ballo continuamente solo per aizzarli contro i più anziani) i quali, alla fine della loro infinita vita lavorativa (di mezzo tanti lavori a termine), percepiranno importi pensionistici da fame proprio grazie a quella riforma.

Una norma sciagurata che introdusse il famigerato “calcolo contributivo” proprio per ridurre drasticamente gli importi e spingere così i lavoratori a devolvere la propria indennità di fine rapporto in favore di una pensione integrativa privata.

Da allora, le sedi sindacali si sono trasformate, infatti, in dependance di alcuni grandi gruppi assicurativi ed i funzionari sindacali in veri e propri brokers sempre a caccia di nuovi clienti.

 

Ma la cosa ancora più ignobile è che la svendita del sistema pensionistico pubblico del nostro paese fu ripagata ai traditori con una legge del 1996 che consente ancora oggi ai dirigenti sindacali italiani apicali di andare in pensione con il calcolo retributivo migliore del mondo: quello che consente di calcolare la pensione sull’ultimo mese di retribuzione percepito.

Ecco come si spiega, a titolo esemplificativo, una pensione stratosferica come quella dell’ex segretario della CISL Bonanni che ammonta a 336mila euro l’anno, ovvero, la stessa cifra che percepisce il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, o, per restare in Europa, il doppio esatto dello stipendio annuale del presidente francese Emmanuel Macron.

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