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domenica 20 ottobre 2019

Manovre contro Unrwa e diritti profughi palestinesi - Michele Giorgio




Sono oltre cinque milioni i profughi palestinesi. Chiedono da 71 anni di poter tornare alle terre di origine, come è concesso a tutti i rifugiati. Il governo Netanyahu esclude categoricamente che possano esercitare questo diritto sancito dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite. E nel frattempo crescono le pressioni di Israele e Stati uniti affinché la questione dei rifugiati sparisca e con essa il diritto al ritorno. Nel mirino c’è soprattutto l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi. L’Amministrazione Trump, con la conferenza economica tenuta in Bahrain a fine giugno, ha segnalato di essere impegnata a convincere i paesi arabi a naturalizzare i profughi palestinesi che ospitano da decenni. L’Amministrazione Usa è convinta di aver spazio di manovra, poiché l’Arabia saudita e gli Emirati dietro le quinte appoggiano l’Accordo del secolo, il presunto “piano di pace” statunitense che esclude diritto al ritorno e indipendenza per i palestinesi.
L’Accordo del secolo sarà annunciato dopo il voto israeliano del 17 settembre. Il quotidiano libanese Al Akhbar scrive che gli Stati Uniti hanno convinto il Canada ad accogliere 100mila profughi palestinesi: 40mila dal Libano e 60mila dalla SiriaIl giornale parla anche di una intesa con la Spagna, pronta a ricevere 16mila rifugiati. Il progetto Usa prevederebbe inoltre la naturalizzazione in Libano tra 75mila e 100mila rifugiati. Dal Canada hanno seccamente smentito la notizia, eppure Washington e Tel Aviv non si lasciano scoraggiare.
Certo, Beirut e Damasco hanno alzato un muro ma israeliani e americani confidano di poter convincere la Giordania. Non si può escludere che Amman in cambio di molti miliardi di dollari possa assorbire i suoi due milioni e oltre di rifugiati dalla Palestina, forse offrendo loro una cittadinanza di serie B e poteri politici limitati, in modo da non alterare i fragili equilibri etnici e demografici interni. Una ulteriore spinta all’Accordo del Secolo potrebbe arrivare in qualche modo anche dalla Lega araba, ormai a guida saudita, che pure manifesta sostegno ai palestinesi.
Il successo del piano Usa passa obbligatoriamente per l’uscita di scena dell’Unrwa, simbolo del diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Gli attacchi all’agenzia – a cui gli Usa hanno tagliato le loro donazioni (30% del budget) – sono incessanti. Qualche settimana fa, all’improvviso, è venuto alla luce uno scandalo interno all’Unrwa – abusi di potere e nepotismo – in seguito al quale Svizzera, Belgio e Olanda hanno sospeso i loro finanziamenti. E il ministro degli esteri svizzero Cassis starebbe discutendo con il suo omologo israeliano Katz di “alternative” all’Unrwa. Si vocifera della fine dell’Unrwa nel giro di un paio d’anni e del trasferimento dei profughi palestinesi all’Unhcr che ha criteri molto più restrittivi per la definizione dello status di rifugiato. 

domenica 9 giugno 2019

Israele stravolge la legge per evitare l’inchiesta della CPI - Maureen Clare Murphy


Israele conta sui muscoli degli USA per bloccare l’inchiesta della Corte Penale Internazionale sui presunti crimini di guerra perpetrati nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate.
“La Corte Penale Internazionale dell’Aia non ha giurisdizione per discutere materie riguardanti il conflitto israelo-palestinese”, ha dichiarato questa settimana Sharon Afek, procuratore generale militare di Israele, alla conferenza annuale di Herzliya, una riunione ad alto livello delle élite politiche e militari israeliane.
“Israele è un Paese rispettoso delle leggi, con un sistema giudiziario indipendente e forte e non vi è motivo perché le sue azioni vengano prese in esame dalla CPI”, ha aggiunto Afek.
Il quotidiano di Tel Aviv Haaretz ha affermato che recentemente l’ufficio della procura generale militare ha anche pubblicato un rapporto che sostiene che l’esercito ha svolto “conferenze e seminari sulle implicazioni giuridiche” delle azioni delle forze di occupazione.
“L’iniziativa è stata sollecitata dagli scontri settimanali tra soldati e palestinesi nell’ultimo anno, come anche dall’esame della Corte Penale Internazionale sulle azioni (dell’esercito) nella guerra contro Gaza del 2014”, ha aggiunto Haaretz.
La situazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è sottoposta ad indagine preliminare da parte della Corte Penale Internazionale dal 2015. Lo scorso anno il suo procuratore capo rivolto un monito senza precedenti ai leader israeliani, avvertendo che potrebbero subire un processo per le uccisioni di manifestanti disarmati a Gaza.
Durante le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno a Gaza più di 200 palestinesi, compresi 44 minori, sono stati uccisi e altre migliaia sono state ferite. Nella sola giornata del 14 maggio 2018, il giorno più letale delle proteste da quando sono cominciate all’inizio di quell’anno, circa 1400 palestinesi sono stati colpiti da proiettili veri nel corso delle proteste.
I giudici dell’Aia hanno anche ordinato alla Corte Penale Internazionale di mettersi in comunicazione con le vittime dei crimini di guerra in Palestina.

Indagini di facciata
Afek ha ordinato un’inchiesta della polizia militare sull’uccisione di 11 palestinesi durante la Grande Marcia del Ritorno.
Israele mantiene l’apparenza di un solido apparato interno di indagine per evitare di essere chiamato a rispondere di fronte ai tribunali internazionali. Le associazioni per i diritti umani hanno definito le inchieste dell’esercito israeliano sulle sue violazioni contro i palestinesi un meccanismo di insabbiamento.
All’inizio di questo mese l’esercito ha chiuso la sua indagine sull’uccisione di Ibrahim Abu Thurayya, un uomo con le gambe amputate colpito alla testa durante una protesta nel dicembre 2017.
A settembre 2016 l’associazione palestinese per i diritti umani Al-Haq ha affermato che “dal 1987 nessun soldato o comandante israeliano è stato incriminato per aver deliberatamente causato la morte di un palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate.”
Da allora vi sono state due incriminazioni – entrambe in episodi di notevole gravità in cui l’uccisione è stata ripresa in un video.
Nel 2017 il medico militare israeliano Elor Azarya è stato condannato a 18 mesi (di carcere) per l’uccisione a bruciapelo di Abd al-Fattah al-Sharif nella città cisgiordana di Hebron nel 2016. Quella sentenza è stata in seguito ridotta di un terzo.
L’anno scorso Ben Dery è stato condannato a nove mesi di prigione per quella che ‘Defence for Children International Palestine’ ha definito l’“uccisione deliberata” del diciassettenne Nadim Nuwara durante le proteste fuori da una prigione militare della Cisgiordania nel maggio 2014.

Distorcere la legge
Durante il suo intervento alla conferenza di Herzliya, Afek ha accusato le autorità di Hamas a Gaza di mandare migliaia di persone “a varcare la barriera di confine”.
“Questo solleva sostanziali problemi giuridici, incluso quale sia l’adeguato quadro giuridico in base al quale l’esercito deve rispondere”, ha aggiunto.
Israele ha cercato di giustificare l’uso della forza letale contro i manifestanti di Gaza dicendo che le manifestazioni e la loro repressione mortale fanno parte di un conflitto armato con Hamas.
Una commissione d’inchiesta indipendente promossa dalle Nazioni Unite e associazioni palestinesi per i diritti umani lo hanno confutato. Affermano che le manifestazioni di massa lungo il confine tra Gaza e Israele sono una questione di applicazione della legge riguardante i civili sottoposta al diritto umanitario internazionale. Le uccisioni e le menomazioni di manifestanti non possono quindi essere giustificate sostenendo che sono avvenute durante un conflitto armato.
La commissione d’inchiesta ha predisposto un fascicolo riservato contenente dei dossier su presunti responsabili di crimini internazionali in relazione alla Grande Marcia del Ritorno, da sottoporre alla Corte Penale Internazionale.
Israele fa affidamento sulle minacce e intimidazioni da parte degli USA per impedire una regolare inchiesta da parte della CPI.
Anche Paul Ney, procuratore del Dipartimento della Difesa USA, è intervenuto alla conferenza di Herzliya durante quello che Haaretz ha descritto come “un attacco coordinato contro la giurisdizione della Corte Penale Internazionale”, da parte di USA e Israele.
Ney ha detto che gli USA “non hanno in nessun modo dato il consenso ad alcun esercizio della competenza giurisdizionale da parte della CPI” e che la sua presa in esame di accuse contro personale USA è ritenuta “una flagrante violazione della nostra sovranità nazionale e un attacco allo stato di diritto americano”.

La Cpi si arrende alle intimidazioni
In aprile i giudici istruttori della CPI hanno deciso all’unanimità di rinunciare ad aprire un’inchiesta sui crimini di guerra in Afghanistan, adducendo le scarse probabilità di “ottenere una significativa collaborazione da parte delle autorità competenti”, riferendosi agli USA.
L’annuncio è arrivato alcuni giorni dopo che gli USA hanno revocato il visto al procuratore capo della Corte Penale Internazionale.
Il presidente USA Donald Trump ha avvertito che “qualunque tentativo di incriminare personale americano, israeliano o alleato troverà una pronta e dura risposta.”
Alla conferenza di Herzliya Ney ha detto che la CPI non ha giurisdizione per perseguire presunti crimini internazionali di Israele e degli USA, perché nessuno dei due Stati ha aderito allo Statuto di Roma, il trattato che ha istituito la Corte.
Gli USA hanno inoltre adottato misure punitive e coercitive contro l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina per i suoi tentativi di vedere Israele incriminato presso la CPI, compresa la chiusura della sua rappresentanza a Washington l’anno scorso.
L’Autorità Nazionale Palestinese ha aderito allo Statuto di Roma nel 2015, accettando la giurisdizione della CPI riguardo a presunti crimini commessi nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, dal 13 giugno 2014.

(The Electronic Intifada - Traduzione di Cristina Cavagna – Zeitun)

da qui

martedì 28 maggio 2019

PALESTINA/ISRAELE.Vescovi:“Un’unica terra con uguali diritti per tutti” - Michele Giorgio



La Chiesa cattolica muove verso la soluzione di uno Stato unico democratico per israeliani e palestinesi in piena uguaglianza? Questo interrogativo è una semplificazione della linea complessa che il Vaticano porta avanti in Medio oriente. Ciò nonostante è lecito porsi questa domanda leggendo il documento approvato dall’Assemblea dei vescovi ordinari cattolici di Terra Santa – presieduta da Moussa al Hage, arcivescovo maronita di Haifa – nel quale si prende atto che la soluzione a Due Stati distinti per gli israeliani e i palestinesi, sostenuta (tra ambiguità e ripensamenti) dalla comunità internazionale dalla firma 25 anni degli Accordi di Oslo sino ad oggi, «non ha portato da nessuna parte» e viene riproposta «inutilmente».
Non è una bocciatura definitiva dei Due Stati. Ma il documento sottolinea che invocare questa soluzione non serve a nulla mentre sul terreno Israele controlla tutto e continua la colonizzazione dei territori dove potrebbe/dovrebbe nascere lo Stato di Palestina. L’Unione europea appoggia l’indipendenza palestinese ma si limita ad un sostegno politico simbolico. E gli Stati Uniti, con l’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca, persino più di prima sono schiacciati sulle posizioni della destra israeliana guidata da Benyamin Netanyahu, contraria allo Stato palestinese.
Il documento non rappresenta un appoggio indiretto al piano di Trump (noto come “Accordo del secolo”) che, prendendo atto, come afferma il presidente americano, della «situazione sul terreno», assegna a Israele il controllo di tutto. Al contrario indica che la Chiesa cattolica guarda in avanti con una nuova visione «per Gerusalemme e l’intera terra, chiamata Israele e Palestina, tra il fiume Giordano e il mare Mediterraneo». E lo fa assegnando diritti e dignità a tutti, senza distinzioni. «Tutti in questa Terra Santa – scrivono i vescovi – hanno piena eguaglianza, l’uguaglianza che si addice a tutti gli uomini e le donne creati uguali a immagine e somiglianza di Dio. Crediamo che l’uguaglianza, qualunque siano le soluzioni politiche che potrebbero essere adottate, resti una condizione fondamentale». Pertanto, aggiunge il documento, «è tempo per le Chiese e i leader spirituali di indicare un’altra via, di insistere che tutti, israeliani e palestinesi, sono fratelli e sorelle nell’umanità» e di esortare «i cristiani in Palestina-Israele di unire le loro voci con gli ebrei, i musulmani i drusi e ogni altro che condivida la visione di una società basata sull’eguaglianza e sul bene comune».
Torna l’interrogativo. La Chiesa cattolica ora prende in considerazione la soluzione dello Stato unico per ebrei e palestinesi? Wadie Abu Nassar, analista politico e portavoce delle Chiese non conferma e non smentisce. «Non tocca alla Chiesa cattolica e alle altre Chiese indicare una soluzione politica, tuttavia la Chiesa denuncia che la situazione attuale è insostenibile per la dignità degli esseri umani in questa terra» spiega Abu Nassar rispondendo alle domande del manifesto «deve perciò essere garantita uguaglianza e diritti a tutti, non è giusto che nella stessa terra alcuni abbiamo più diritti di altri».

mercoledì 22 maggio 2019

La Germania dovrebbe vergognarsi





Vergogna Germania per la legge contro il BDS - Gideon Levy

La Germania ha appena criminalizzato la giustizia. Una miscela di sentiti sensi di colpa, orchestrati e portati ad estremi nauseanti da una cinica e manipolativa estorsione israeliana, ha indotto il parlamento federale venerdì a passare una delle risoluzioni più bizzarre dalla fine della seconda guerra mondiale. Il Bundestag ha definito il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele come antisemita. Benjamin Netanyahu e Gilad Erdan si rallegrarono. La Germania dovrebbe vergognarsi.

D'ora in poi la Germania considererà ogni sostenitore del BDS un odiatore di ebrei; dire "l'occupazione israeliana" sarà come dire "Heil Hitler". D'ora in poi la Germania non potrà vantarsi della sua libertà di parola. È diventata un agente del colonialismo israeliano. Mentre alcuni sono davvero antisemiti, la maggior parte dei sostenitori del BDS sono persone di coscienza che credono che uno stato di apartheid meriterebbe di essere boicottato. Dov' è l'antisemitismo a riguardo? La maggioranza dei partiti del Bundestag ha sostenuto la risoluzione, compresa quella del cancelliere Angela Merkel, la coscienza dell'Europa. Che triste. Così paralizzanti sono i sensi di colpa, così efficace la propaganda. Merkel pensa che Daniel Barenboim , il direttore musicale dell'Opera di Stato di Berlino e il direttore principale  della sua orchestra, la Staatskapelle, un  esempio di artista impegnato in coscienza e moralità, un orgoglioso ebreo e imbarazzato israeliano, il co-fondatore della West-Eastern Divan Orchestra, un patriota israeliano, sì patriota, che teme con ogni fibra del suo essere per il futuro del paese , sia  anche un antisemita? Barenboim potrebbe non supportare esplicitamente il BDS, ma per anni ha tranquillamente boicottato le sale da concerto di Israele. Non può recarsi a suonare per gli israeliani quando, a meno di un'ora di distanza dall'auditorium, una nazione geme sotto l'occupazione. Questo è il suo nobile modo di esprimere la sua protesta. Merkel è suo amico. Indubbiamente ammira il suo senso della giustizia.
Cosa diranno i legislatori tedeschi di coloro che chiamano a boicottare i prodotti delle fabbriche che sfruttano o dell'industria della carne? Li criminalizzeranno anche loro? Che dire delle sanzioni contro la Russia e della sua  invasione della Crimea? Perché un'occupazione è degna di un boicottaggio e un'altra di evviva? Cosa pensavano i tedeschi delle sanzioni in Sudafrica? Qual è la differenza?
È lecito chiedere un boicottaggio contro un regime tirannico; infatti, è obbligatorio. È anche lecito pensare in modo diverso, pensare che non ci sia nessun popolo palestinese e nessuna occupazione, solo un popolo eletto nella terra promessa. Ma criminalizzare i cittadini in cerca di giustizia come antisemiti? Conosco alcuni di loro e non hanno assolutamente nulla in comune con gli antisemiti. Un'altra spinta e il BDS sarà designato come un'organizzazione terroristica.
I sentimenti di colpa sono sempre cattivi consiglieri. Questa volta si sono rilevati particolarmente terribili. La Germania non è un paese come gli altri. Ha un profondo obbligo per lo stato degli ebrei. È doveroso contribuire alla sua sicurezza e alla sua crescita, ma a questo dovere non deve includere la cecità morale e la licenza automatica per Israele di fare tutto ciò che vuole e di disprezzare le risoluzioni delle istituzioni internazionali, sorte alla fine della guerra che la Germania ha istigato. La Germania ha il dovere di sostenere Israele, ma come ogni vero amico deve anche fare tutto il possibile per impedire che sia uno stato malvagio. Combattere chi si oppone all'occupazione non è amicizia.
La Germania può fornire a Israele sottomarini, ma deve anche porre richieste etiche allo stato. A margine della sua colpa verso gli ebrei, ha anche una responsabilità morale indiretta per il destino del popolo che vive nella terra nella quale gli ebrei terrorizzati sono fuggiti dalla Germania e dove  hanno creato uno stato. La Germania ha anche un obbligo nei confronti di coloro che non sarebbero stati privati ​​della loro terra e dei loro diritti se non ci fosse stato l'Olocausto. Questo popolo vive da decenni sotto lo stivale israeliano. La Germania lo deve aiutare nella sua liberazione.

Nell'approvare questa risoluzione, il Bundestag non è andato nella direzione della  giustizia o del diritto internazionale. Solo l'occupazione israeliana ne ha tratto profitto. Il Bundestag non deve sostenere il BDS, è lecito opporsi al movimento di boicottaggio, ma è possibile criminalizzarlo come antisemita, specialmente in Germania? L '"altra Germania" ha tradito il proprio dovere nei confronti della propria società civile guidata dalla coscienza, dei palestinesi e anche di Israele.



(tratto da Nena News)
(traduzione di Amedeo Rossi – Zeitun)
Venerdì scorso la Germania ha votato per definire antisemita il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (Bds), diventando il primo importante parlamento europeo a farlo.
Il parlamento tedesco – noto come Bundestag – ha votato per accettare una mozione che definisce antisemita il Bds. Questa mozione, “Resistere al movimento BDS – lottare contro l’antisemitismo”, è stata promossa dai due maggiori partiti del Bundestag – l’Unione Cristiano Democratica della cancelliera Angela Merkel e il Partito Socialdemocratico – così come dal Partito Verde e dal Partito Liberal-Democratico.
Il testo della mozione afferma: “Il Bundestag tedesco è risoluto nel suo impegno a condannare e combattere l’antisemitismo in tutte le sue forme”, sottolineando che si opporrà “a chiunque diffami le persone per la loro identità ebraica (…) [e] metta in discussione il diritto dello Stato ebraico e democratico di Israele ad esistere o il diritto di Israele a difendersi”.
In particolare, sul movimento Bds la mozione sostiene che “gli argomenti, le caratteristiche e i metodi del movimento Bds sono antisemiti.” Come prova di ciò la mozione sostiene che gli adesivi “non comprare” del Bds – che intendono identificare prodotti di origine israeliana in modo che i consumatori possano evitare di comprarli – “risvegliano reminiscenze dello slogan nazista “non comprare dagli ebrei” e “ricordano il periodo più orribile della storia tedesca.”
Benché la mozione non sia vincolante, la sua importanza sia all’interno della Germania che in tutta Europa sarà probabilmente notevole.
In termini concreti, Algemeiner [giornale tedesco filoisraeliano online, ndtr.] spiega che l’odierna approvazione della mozione “impedirà a ‘organizzazioni che si esprimono in termini antisemiti o mettono in dubbio il diritto all’esistenza di Israele’ l’uso di ‘locali e strutture che dipendono dall’amministrazione del Bunderstag’”. Imporrà anche al Bundestag di “non finanziare organizzazioni che non rispettino il diritto di Israele ad esistere”.
A livello europeo la mozione potrebbe rappresentare un precedenteperché altri parlamenti definiscano antisemita il Bds. Negli scorsi anni parecchi Paesi europei hanno cercato di reprimere il movimento, in particolare la Spagna che, su richiesta di Israele, ha trascinato in tribunale una serie di consigli comunali perché avevano annunciato che avrebbero appoggiato un boicottaggio.
L’iniziativa potrebbe anche aprire la strada al fatto che altri gruppi vengano etichettati come antisemiti per le loro critiche contro Israele. Sostenendo che “lo Stato di Israele può anche essere inteso come una collettività ebraica”, l’approvazione della mozione restringerà ulteriormente lo spazio di critica al governo israeliano e alle sue politiche confondendolo con la retorica antisemita.
Venerdì il Bundestag ha anche votato su altre due risoluzioni contro il Bds: la prima che è stata presentata dal [partito di] estrema destra Alternativa per la Germania (AfD), in cui si chiede che il governo tedesco metta fuorilegge il Bds nel suo complesso, mentre la seconda, proposta dal partito di sinistra Die Linke [La Sinistra], chiede al governo di condannare “l’antisemitismo all’interno del” movimento Bds.
Quella dell’AfD [Alternative fur Deutchland, ndtr.], chiede che il governo tedesco “proibisca” il Bds e “riconosca l’ingiustizia commessa contro i coloni ebrei in Palestina dall’appello arabo per il boicottaggio, in cooperazione e coordinamento con il regime nazista.”
Denuncia la distinzione tra Israele e le sue colonie illegali, compresa l’etichettatura da parte dell’Unione Europea dei prodotti israeliani delle colonie in Cisgiordania. Sostiene che, con l’etichettatura dei prodotti come tali, l’Ue ha creato un “riconoscimento economico di fatto” di uno Stato palestinese indipendente “senza che questo sia stato in alcun modo legittimato.”
Al momento della stesura di questo articolo il risultato del voto sulla risoluzione proposta dall’AfD non è ancora stato reso noto [non è stata approvata, ndtr.]. La mozione della Linke, comunque, è stata respinta.
La Germania ha condotto a lungo una campagna contro il Bds. Algemeiner ha informato che lo scorso mese membri del Bundestag hanno chiesto che “la banca tedesca GLS – la banca di investimenti etici più antica del Paese – chiuda i conti di un gruppo a favore del Bds che si chiama ‘Voce Ebraica’”.
A marzo tre attivisti Bds sono stati processati per accuse inventate di violazione di domicilio e aggressione dopo che avevano protestato contro la politica israeliana Aliza Lavie [del partito di centro Yesh Atid, ndtr.], che nel 2017 aveva parlato all’università Humboldt di Berlino. Gli Humboldt, come sono stati definiti – l’attivista palestinese Majid Abusalama e gli attivisti israeliani Ronnie Barkan e Stavit Sinai – hanno affermato che “lanciare accuse penali contro attivisti è una pratica comune e costante in Germania”.
Hanno aggiunto: “Tuttavia noi siamo determinati a utilizzare il nostro relativo privilegio per capovolgere la situazione e denunciare Israele in tribunale. Non ci preoccupiamo delle conseguenze per noi, ma dell’opportunità di sfidare Israele e la complicità della Germania in crimini contro l’umanità”.
La maggior parte di questa repressione avviene su richiesta di Israele, con cui la Germania ha storicamente mantenuto stretti rapporti. A ottobre il ministro israeliano per Gerusalemme, Ze’ev Elkin, ha partecipato a una conferenza nella capitale belga Bruxelles nel tentativo di convincere i partiti politici europei a definire antisemita il Bds. L’iniziativa è stata vista come un’escalation della guerra di Israele contro il Bds, per cui avrebbe stanziato un fondo di guerra di 72 milioni di dollari e che ha visto numerose campagne di calunnia lanciate contro attivisti affiliati al movimento.

mercoledì 15 maggio 2019

La “Nuova Palestina” di Trump è una farsa




Nena News – Una ennesima presunta anticipazione dell’“Accordo del secolo”, il piano di Donald Trump per il Medio oriente, è stata pubblicata dall’agenzia palestinese Maan e dal quotidiano israeliano Israel HaYom. Il documento circola da alcuni giorni e la sua provenienza è sconosciuta.
Il testo verrebbe proposto a tre parti firmatarie: Israele, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e il movimento islamico Hamas. Contrariamente a quanto fatto intendere in precedenza dall’Amministrazione Usa, prevederebbe la nascita di uno Stato palestinese chiamato “Nuova Palestina” su una (minima) parte della Cisgiordania e a Gaza. Questo Stato non avrebbe alcuna sovranità reale.
Gerusalemme. I palestinesi che vi abitano diventeranno cittadini della “Nuova Palestina” e godranno di una autonomia amministrativa e  rimarrebbe tutta sotto il controllo di Israele così come la Valle del Giordano e gran parte della Cisgiordania.
Gli insediamenti coloniali ebraici in Cisgiordania, illegali per il diritto internazionale, verrebbero formalmente annessi a Israele.
Stando al presunto documento l’Egitto offrirebbe a Gaza un pezzo di territorio del Sinai per la costruzione di un aeroporto e di una zona industriale, nel quadro di un accordo da attuare nel giro di cinque anni.  Per collegare Gaza alla Cisgiordania verrebbe realizzata un’autostrada sopraelevata a 30 metri d’altezza.
L’Olp e Hamas saranno puniti se si rifiuteranno di firmare l’accordo e il movimento islamico dovrà consegnare le sue armi.
Se a rifiutare l’accordo sarà Israele, gli Usa cesseranno ogni sostegno finanziario e militare allo Stato ebraico.
Infine a finanziare l’accordo sarebbero gli Stati Uniti, l’Ue e i paesi del Golfo con 30 miliardi di dollari complessivi (6 miliardi di dollari l’anno). Washington coprirebbe il 20 per cento dei costi dei progetti di sviluppo, l’Unione europea il 10 per cento e i paesi del Golfo il 70 per cento. Alla “Nuova Palestina” non verrebbe concessa la formazione di un esercito, ma solo di una forza di polizia.
A diversi analisti appare improbabile che questo testo corrisponda al piano Usa autentico che più parti prevedono persino più favorevole alle posizioni della destra al potere in Israele. Gli Usa, attraverso alcune dichiarazioni di Jared Kushner, inviato di Trump in Medio oriente e principale teorico dell’“Accordo del secolo”, escludono la nascita di uno Stato palestinese, anche senza sovranità. E’ probabile che il piano Usa non sia altro che un via libera dell’Amministrazione Trump all’annessione ufficiale a Israele della Cisgiordania palestinese (occupata militarmente nel 1967), annunciata dal premier israeliano Netanyahu un mese fa a conclusione della campagna elettorale, che lascerà ai palestinesi soltanto l’amministrazione civile dei loro centri abitati peraltro già in atto da 25 anni, in seguito firma degli Accordi di Oslo tra Israele e l’Olp.

domenica 17 febbraio 2019

La CAF rettifica:“I nostri lavoratori contrari a metro leggera a Gerusalemme, non la compagnia” - Marco Santopadre



Dopo un lungo silenzio mediatico e la prolungata assenza di smentite – che, spiega a Nena News l’ufficio stampa, è una consuetudine consolidata per l’azienda basca – la CAF ci informa di non aver mai comunicato la sua rinuncia alla gara per la realizzazione della metropolitana leggera di Gerusalemme, contrariamente a quanto scritto da numerosi media spagnoli, arabi e israeliani.
La rinuncia è stata chiesta all’azienda, tra le più importanti al mondo del settore ferroviario, dai suoi stessi lavoratori.
 Ai dirigenti della “Construcciones y Auxiliares de Ferrocarriles”, le maestranze chiedono di non partecipare alla costruzione di “una sezione della metropolitana leggera di Gerusalemme perché il percorso includerebbe territori palestinesi che verrebbero confiscati, in violazione delle risoluzioni internazionali”. Nei loro comunicati gli operai e i tecnici hanno evidenziato la necessità che i progetti di realizzazione delle linee di trasporto, specialmente a Gerusalemme, rispettino i regolamenti internazionali e i diritti umani delle popolazioni coinvolte. E a tal proposito sia le Nazioni Unite, sia la Corte Internazionale di Giustizia, hanno più volte denunciato e condannato l’occupazione illegale dei territori palestinesi da parte di Israele.
In maniera unitaria il Consiglio di Fabbrica, sostenuto dai sindacati, in particolare da quelli progressisti e vicini al nazionalismo basco, ha denunciato l’inaccettabilità di un progetto che non solo prevede il passaggio del tracciato di 18 chilometri all’interno di territori sottratti alla popolazione palestinese, ma che serve a collegare le colonie ebraiche illegali costruite a Gerusalemme Est (le zone di Gilo e del Monte Scopus). La realizzazione della “Green Line” della metropolitana leggera, nelle intenzioni delle autorità occupanti, si sommerebbe all’ampliamento della “Red Line”, già parzialmente realizzata negli scorsi anni.
“Riteniamo sbagliato e controproducente per la CAF realizzare un progetto che contrasta con la legalità internazionale, l’etica e la solidarietà e la cui realizzazione produrrebbe una forte riprovazione sociale”, hanno scritto i componenti del Consiglio di Fabbrica nel comunicato inviato alla direzione.
“Le persone che lavorano nella CAF non meritano di essere coinvolte in un progetto che la stragrande maggioranza della comunità internazionale respinge”, ha affermato il sindacato nazionalista Ela. Da parte sua, il sindacato Lab – vicino alla sinistra indipendentista basca e vincitore delle elezioni sindacali interne nel 2018 – ha insistito sul carattere discriminatorio dell’opera, ricordando che l’utilizzo del nuovo collegamento ferroviario sarebbe riservato ai soli coloni ebrei mentre i palestinesi ne sarebbero esclusi.
Allo stato, quindi, CAF continua ad essere in corsa per l’aggiudicazione del bando, all’interno di un consorzio con le imprese israeliane Shapir Engineering e Superbus, in competizione con altre cinque cordate.
Comunque il forte ed esplicito pronunciamento del Consiglio di Fabbrica e dei sindacati della CAF rappresenta un importante tassello nell’allargamento della campagna per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni nei confronti di Israele. L’impresa di Beasain (località della provincia della Gipuzkoa, nella Comunità Autonoma Basca) è infatti la principale dello Stato Spagnolo per quanto riguarda la costruzione di locomotrici e vagoni ferroviari, e impiega circa 4mila dipendenti sparsi negli stabilimenti di Spagna (Beasain e Irun nel Paese Basco e Saragozza in Aragona), Francia, Stati Uniti, Messico e Brasile. Alla CAF si deve la realizzazione negli ultimi anni dei convogli della metropolitana in varie capitali e grandi città in decine di diversi paesi in tutto il mondo, compresa Roma.
La presa di posizione è così importante che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ha ringraziato il Consiglio di Fabbrica della CAF. In una lettera inviata ai lavoratori baschi, il Segretario Generale dell’OLP Saeb Erekat li ringrazia per aver annunciato il rifiuto di partecipare a un progetto destinato a realizzarsi “nella Gerusalemme occupata, parte integrale del territorio occupato dello Stato di Palestina”. “La vostra azione e il vostro impegno – si legge nella missiva – sono un esempio  per molti altri lavoratori europei che speriamo dispongano della stessa dignità, fermezza ed integrità etica che voi avete dimostrato”. L’OLP assicura che “i palestinesi sempre vi saranno riconoscenti”, coscienti di quanto sia “difficile prendere delle decisioni del genere quando ciò mette a rischio la propria fonte di lavoro”. “Avete dimostrato che in cima a tutto ci sono i diritti umani, il rispetto del diritto internazionale umanitario e la solidarietà tra i popoli e i lavoratori” conclude Erekat.

sabato 16 febbraio 2019

la CAF, un'impresa come si deve


GERUSALEMME. Azienda basca non costruirà la ferrovia: “Discriminatoria”


Dal Paese Basco giunge la notizia di un’importante vittoria della campagna per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni in Israele, una notizia che ha suscitato una certa eco sui media arabo e del cosiddetto Stato ebraico.
Nei giorni scorsi la direzione della Caf, una delle più importanti imprese al mondo del settore ferroviario, ha annunciato la rinuncia all’offerta israeliana di costruire una parte della rete ferroviaria leggera di Gerusalemme. I dirigenti della “Construcciones y Auxiliares de Ferrocarriles” hanno fatto sapere di non essere interessati “a costruire una sezione della metropolitana leggera di Gerusalemme perché il percorso includerebbe territori palestinesi che verrebbero confiscati, in violazione delle risoluzioni internazionali”. 
Inoltre, l’azienda ha evidenziato la necessità che i progetti di realizzazione delle linee di trasporto, specialmente a Gerusalemme, rispettino i regolamenti internazionali e i diritti umani delle popolazioni coinvolte. A tal proposito la Caf ha ricordato che sia le Nazioni Unite, sia la Corte Internazionale di Giustizia hanno più volte denunciato e condannato l’occupazione illegale dei territori palestinesi da parte di Israele.
A portare il management dell’impresa ad adottare una decisione così rilevante sono state le maestranze, che attraverso un pronunciamento del Consiglio di Fabbrica hanno chiesto esplicitamente che la Caf rinunciasse all’appalto. I rappresentanti dei lavoratori – sostenuti dai sindacati, in particolare quelli progressisti e vicini al nazionalismo basco – hanno denunciato l’inaccettabilità di un progetto che non solo prevede il passaggio del tracciato di 22 chilometri all’interno di territori sottratti alla popolazione palestinese, ma che serve a collegare le colonie ebraiche illegali costruite a Gerusalemme Est (le zone di Gilo e del Monte Scopus).
La realizzazione della “Green Line” della metropolitana leggera, nelle intenzioni delle autorità occupanti, si sommerebbe all’ampliamento della “Red Line”, già parzialmente realizzata negli scorsi anni.
“Riteniamo sbagliato e controproducente per la Caf realizzare un progetto che contrasta con la legalità internazionale, l’etica e la solidarietà e la cui realizzazione produrrebbe un forte riprovazione sociale”, hanno scritto i componenti del Consiglio di Fabbrica nel comunicato inviato alla direzione.
“Le persone che lavorano nella CAF non meritano di essere coinvolte in un progetto che la stragrande maggioranza della comunità internazionale respinge”, ha affermato il sindacato nazionalista Ela, il più rappresentativo tra i lavoratori dell’impresa. Da parte sua, il sindaco Lab – sinistra indipendentista basca – ha insistito sul carattere discriminatorio dell’opera, ricordando che l’utilizzo del nuovo collegamento ferroviario sarebbe riservato ai soli coloni ebrei mentre i palestinesi ne sarebbero esclusi.
Quella annunciata dall’impresa di Beasain (località della provincia della Gipuzkoa, nella Comunità Autonoma Basca) è una decisione importante, perché giunge da un “pezzo da novanta” del settore ferroviario. L’impresa è la principale dello Stato Spagnolo per quanto riguarda la costruzione di locomotrici e vagoni ferroviari, e impiega circa 4mila dipendenti sparsi negli stabilimenti di Spagna (Beasain e Irun nel Paese Basco e Saragozza in Aragona), Francia, Stati Uniti, Messico e Brasile.
Alla Caf si deve la realizzazione negli ultimi anni dei convogli della metropolitana in varie capitali e grandi città in decine di diversi paesi in tutto il mondo, compresa Roma. 

martedì 22 gennaio 2019

La nuova “strada dell’apartheid” israeliana, molto più della semplice segregazione - Edo Konrad



La scorsa settimana Israele ha inaugurato una nuova strada segregata nella Cisgiordania occupata, con un enorme muro di otto metri che separa viaggiatori israeliani e palestinesi su entrambi i lati. Etichettata da chi la critica come la strada dell’apartheid, la motivazione ufficiale della “Route 4370” è decongestionare il traffico per i coloni israeliani che fanno i pendolari verso Gerusalemme e al contempo creare un nuovo modo di viaggiare tra il nord e il sud della Cisgiordania per i palestinesi.
Eppure, nonostante le ragioni dichiarate, i militanti contro l’occupazione e per i diritti umani sostengono che l’autostrada segregata è un ulteriore modo per creare in Palestina aree solo per israeliani – libere da ogni presenza palestinese. Ed è un segno che Israele, e gli israeliani, non vedono più la segregazione come qualcosa di cui vergognarsi.
“Mentre in passato c’era un maggiore tentativo di nascondere la segregazione all’opinione pubblica israeliana, oggi essa è percepita come legittima,” afferma Efrat Cohen-Bar, un urbanista e architetto dell’ong “Bimkom” [associazione israeliana che sostiene una pianificazione urbana condivisa con la popolazione, anche quella palestinese, ndtr.]. “In un Paese in cui ogni giorno è proposta una nuova legge discriminatoria, una breve strada segregata non scandalizza nessuno.”
Il ministro della Sicurezza Pubblica Gilad Erdan ha definito l’autostrada “un esempio di capacità di creare la coesistenza tra israeliani e palestinesi proteggendo al contempo dalle attuali minacce alla sicurezza.”
Per Cohen-Bar l’autostrada non può essere disgiunta dal sistema complessivo di strade segregate in Cisgiordania, che spesso obbligano i palestinesi a utilizzare sottopassaggi per non disturbare il traffico dei coloni [che passano] sopra di loro. “L’autostrada 4370 dovrebbe essere vista nel contesto più ampio come una continuazione della politica (da parte di Israele) di separazione e della creazione di enclave solo israeliane.”
Agli occhi di Daniel Seidemann, avvocato e attivista che dirige l’Ong israeliana “Terrestrial Jerusalem” [Gerusalemme Terrena, associazione israeliana che studia l’impatto delle politiche sulla città, ndtr.] e che ha passato gli ultimi 20 anni a monitorare i mutamenti nel panorama della città, la Route 4370 ha anche una dimensione geopolitica. L’autostrada, afferma, è parte della strategia israeliana a lungo termine di “creazione di contiguità territoriale tra Gerusalemme e le colonie che la circondano,” soprattutto con la molto discussa area E1, la zona di 12 km2 che si trova tra Gerusalemme e la colonia di Ma’ale Adumim in Cisgiordania.
Per decenni Israele ha desiderato edificare colonie nell’area, collegando l’insediamento a Gerusalemme e dividendo concretamente in due la Cisgiordania.
Oltretutto, afferma Seidemann, la strada è solo il primo passo nel progetto israeliano di escludere i palestinesi dall’utilizzo della Route 1, parte della quale viene utilizzata sia dagli israeliani che dai palestinesi in Cisgiordania. Tutto ciò, ritiene, ha lo scopo di pregiudicare le possibilità di costituzione di uno Stato palestinese e di procedere con la progressiva annessione di ampie zone della Cisgiordania.
“Netanyahu è impegnato in un indirizzo strategico per stabilire unilateralmente un confine di fatto tra Israele e la cosiddetta Palestina,” dice Seidemann. “La strada è stata aperta ora perché le politiche del primo ministro stanno finalmente prendendo forma. L’obiettivo finale è l’annessione dell’Area C [più del 60% dei territori occupati, in base agli accordi di Oslo sotto totale ma provvisorio controllo di Israele, ndtr.] della Cisgiordania con una minima presenza palestinese. Ciò è quello che stiamo vedendo succedere nella E1.”
La Route 4370 non è la prima autostrada segregata nei territori palestinesi occupati per uso esclusivo degli israeliani. Durante la Seconda Intifada Israele ha chiuso la Route 443, una seconda autostrada che unisce Gerusalemme alla zona di Tel Aviv, al traffico palestinese in seguito a una serie di casi di spari letali contro veicoli israeliani. Nel giugno 2007 gli abitanti di sei villaggi che si trovano nei pressi della Route 443 fecero richiesta all’Alta Corte di Giustizia israeliana di riaprire la strada ai palestinesi. Due anni e mezzo dopo, la corte stabilì che ai palestinesi doveva essere consentito di utilizzare la strada della Cisgiordania.
“L’Alta Corte, almeno sulla carta, sentenziò che Israele doveva smettere di consentire solo agli israeliani di utilizzare la Route 443” continua Seidemann. “Questo caso è diverso. Non si tratta di una politica specifica, ma piuttosto di una scelta già ben ponderata da molto tempo. Riguarda la costruzione di infrastrutture separate e parallele per israeliani e palestinesi; questo tipo di cose non era mai stato fatto prima.”
“La Route 4370 è stata concepita per creare un effetto domino,” dice Ahmad SubLaban, un ricercatore sul campo del gruppo per i diritti umani con sede a Gerusalemme “Ir Amim” [“Città di Persone”, Ong israeliana che si occupa delle politiche applicate a Gerusalemme, ndtr.]. “L’autostrada è parte di un puzzle che verrà terminato per collegare prima o poi Gerusalemme a Ma’ale Adumim, a Gush Etzion, alle colonie della zona di Ramallah e a quelle di Givat Ze’ev. Al momento il puzzle non è ancora stato completato.”
Per ora i cittadini israeliani che utilizzano la strada avranno un percorso più rapido dalle colonie della zona di Ramallah verso i quartieri ebraici di Gerusalemme, soprattutto durante l’ora di punta. A quelli che viaggeranno sul lato palestinese verrà impedito di entrare a Gerusalemme, anche se la nuova strada renderà effettivamente più breve il loro viaggio dalla zona di Ramallah alla parte meridionale della Cisgiordania. 
* (Traduzione di Amedeo Rossi pubblicata originariamente su zeitun.info)

sabato 1 settembre 2018

Atenei britannici con Il Cairo, i docenti con Giulio e gli egiziani - Chiara Cruciati


Ci sono firme dall’Università di Cambridge, quella con cui Giulio Regeni stava conducendo la sua ricerca sui sindacati indipendenti egiziani; dall’Università di Liverpool, che appena due mesi fa al Cairo siglava un memorandum d’intesa con il ministero egiziano dell’Educazione. E poi da Leeds, dalla London School of Economics, da Glasgow, Leicester.
In tutto sono oltre 200 le firme di accademici britannici in calce a una lettera pubblicata sul Guardian: criticano con durezza le partnership che il governo di Londra mantiene e amplia con le autorità egiziane. Rapporti consolidati nel tempo e che hanno condotto numerosi atenei a progettare l’apertura di campus in Egitto.
«Sembra che i funzionari del governo e i manager delle università – si legge nella lettera – abbiano dimenticato che solo due anni fa Giulio Regeni, dottorando di Cambridge, veniva rapito, torturato e ucciso mentre conduceva una ricerca al Cairo. Giulio era uno dei tanti studenti e accademici arrestati, torturati, imprigionati e uccisi negli ultimi anni in Egitto, nell’ambito di una più vasta campagna di repressione contro opposizione politica, sindacati, società civile, media indipendenti».
Qui sta il cuore della denuncia: basta stringere mani e accordi con un regime repressivo come quello inaugurato nel luglio 2013 dal generale golpista al-Sisi. Il sospetto, concludono i firmatari, «è che si tratti di un mero e cinico atto commerciale: vendere diplomi con l’imprimatur di un’università del Regno unito, mentre si resta in silenzio di fronte alla scomparsa di accademici critici e agli attacchi al diritto degli studenti egiziani di studiare senza paura».
Il barbaro omicidio di Giulio non è un’eccezione. Soprattutto dal 2013, quando i campus sono diventati tra i principali luoghi di opposizione ad al-Sisi. Il regime ha risposto con compagnie di sicurezza private a pattugliare gli atenei, l’esplusione di centinaia di studenti dissidenti (di diverse estrazioni politiche, dai Fratelli musulmani ai Socialisti rivoluzionari), i processi di fronte a corti militari, la repressione delle manifestazioni.Mezzi che hanno fatto crollare il numero di proteste (dalle 1.677 dell’anno accademico 2013/2014 alle poche decine di oggi) e impennare quello di giovani universitari tuttora prigionieri politici.
La lettera giunge a seguito della visita di undici atenei britannici, a fine giugno, al Cairo con la supervisione del governo di Londra. L’obiettivo era la firma di accordi di collaborazione, programmi di scambio e apertura di campus in Egitto. Il paese nordafricano è il quinto al mondo per presenza accademica britannica, con 19.800 egiziani registrati in programmi britannici. Durante la visita, l’Università di Liverpool ha siglato un’intesa con il primo ministro Madbouly e il ministro dell’Educazione Ghaffar per «sviluppare una partnership strategica attraverso ricerca congiunta e attività di innovazione, scambio e formazione di accademici e studenti».
Ma il discorso è più ampio: come riporta il British Council, le università britanniche puntano a inserirsi nel progetto Vision 2030, piano di sviluppo economico e ricerca innovativa di cui ancora si sa poco (il sito ufficiale è pressoché vuoto). Già a gennaio Ghaffar aveva firmato con il ministro britannico all’Università Gyimah un accordo bilaterale per l’espansione transnazionale degli atenei del Regno Unito attraverso filiali in Egitto.
A scorrere l’elenco degli atenei presenti al Cairo, si capisce qualcosa in più: come spiega al manifesto una professoressa della londinese Soas, la maggior parte (la Queen Margaret di Edinburgo, Portsmouth, la Edinburgh Napier University, Cardiff, la Canterbury Christ Church University) sono atenei piccoli, preoccupati dalla fuga di studenti europei a causa della Brexit: per i cittadini Ue le tasse universitarie raddoppieranno dalla già elevata quota attuale di 9mila sterline. Sono alla caccia di matricole extra-europee, come già accade con il «mercato» asiatico, e di finanziamenti da fondazioni e governi.
Il tutto rientra in un processo di privatizzazione dei campus, paragonabili oggi a imprese il cui obiettivo è il profitto a scapito dell’aspetto educativo e del reinvestimento del surplus. A reggerle corporazioni, manager e consigli di amministrazione e, come spiega Stefan Collini in un articolo del 2013 sul London Review of Books, dalle tasse studentesche (e i conseguenti prestiti bancari) che hanno largamente sostituito i fondi pubblici.
Lo studente non è che un mero consumatore. E quando le politiche migratorie impediscono l’arrivo di extra-europei, è il campus a spostarsi: negli ultimi anni, aggiunge Collini, filiali delle università britanniche sono spuntate come funghi in tutto il mondo. E ora mirano all’Egitto.
da qui

venerdì 17 agosto 2018

Il business politico della ricostruzione in Siria - Chiara Cruciati



Prima la rimozione delle macerie, poi la riapertura delle strade, di alcune scuole, forni, stazioni di polizia. Aleppo prova a ricostruirsi a un anno e mezzo dalla fine della battaglia che ne ha devastato le reti sociali prima che quelle infrastrutturali.
A est, dove le opposizioni jihadiste erano arroccate, è esercizio quasi futile cercare di rintracciare la bellezza che fu, quella che l’Unesco intese proteggere nel 1986 inserendola nella lista dei patrimoni dell’umanità.
Per anni quell’umanità ha assistito, con sdegno intermittente, alla sua distruzione. La «grigia», la capitale del nord, cuore dell’economia siriana, ha fatto da impotente sfondo alla fuga di centinaia di migliaia di persone. Oggi, a 19 mesi dalla vittoria governativa, con le famiglie che lentamente rientrano, parte anche la prima ricostruzione, la più immediata: 3-4 mesi sono serviti per rimuovere le macerie, ripulire le strade, ristrutturare incroci, rotonde; poi è toccato agli edifici pubblici, mentre le reti idriche e fognarie venivano rattoppate per permettere la ripresa della vita quotidiana.
Ma i lavori più imponenti non sono partiti, eccezion fatta per la ristrutturazione del ponte al-Haj che collega la zona ovest a quella est e all’aeroporto. Finora tutto è stato fatto dalla macchina governativa – con una lunga esperienza, è la Siria che ha aiutato a rimettere in piedi Beirut dopo la guerra civile – e dalla Chiesa (ad Aleppo ha ricostruito circa 1.200 case) senza interventi di compagnie straniere. Ma per farne ripartire l’infrastruttura economica ci vorranno tempo e investimenti consistenti.
Non solo ad Aleppo, ma anche a Homs, Hama, nella stessa Damasco, nel nord a maggioranza curda, mentre una parte della Siria è ancora campo di battaglia: a occidente, nella provincia di Idlib controllata dai gruppi jihadisti lì ammassati dagli accordi di evacuazione tra islamisti e governo di Damasco; e a oriente, al confine con l’Iraq, dove incombe ancora la minaccia dell’Isis.
La guerra non è finita ma di ricostruzione si parla già, un bottino stimato tra i 400 e i 500 miliardi di dollari. Sopra, gli occhi di tanti: delle potenze regionali e globali, ma anche del governo del presidente Bashar al-Assad, accusato dagli oppositori di voler utilizzare la ricostruzione come grimaldello demografico.
Come ad Homs, «la capitale della rivoluzione», dove Damasco avrebbe avviato progetti residenziali nella zona sud dove far trasferire famiglie alawite, a lui fedeli, per ridimensionare la comunità sunnita. In via di ricostruzione sono soprattutto i quartieri cristiani, lavori supervisionati dal patriarcato siriano, le chiese, le cappelle, ma anche la moschea di Khalid ibn al Walid, simbolo dell’iniziale protesta popolare, poi trasformata in luogo di ritrovo e magazzino di armi dei gruppi islamisti.
I rischi settari sono enormi, con una ricostruzione troppo mirata il pericolo è di esacerbare le divisioni esplose negli anni della guerra civile. A Homs, come dice la parlamentare Sanaa Abu Zeid, «il presidente Bashar al-Assad sta personalmente seguendo i lavori». Che comprendono anche la cancellazione dei graffiti e gli slogan sui muri, inneggianti alla rivolta contro il governo.
Una rivolta che, a differenza di quanto detto da molti, non ha radici settarie, o almeno non solo: le prime proteste, nella primavera 2011, partirono dai sobborghi e non dai centri storici, dai quartieri sorti quasi spontaneamente dagli anni Settanta, crocevia di un’umanità diversa dalla quella cittadina.
Sono i quartieri che più di altri hanno subito la crisi economica e la campagna di parziale privatizzazione economica lanciata da Bashar: Ghouta est e Basateen al Razi a Damasco, Baba Amr a Homs, già oggetto di una prima ricostruzione insieme a Harasta (Ghouta est), per cui il governo ha stanziato 35 milioni di dollari dopo la ripresa della zona strappata ai gruppi islamisti che la controllavano dal 2013.
La stessa Aleppo è specchio di una realtà molto più composita, fatta di rivendicazioni socio-economiche oltre che politiche e di un tessuto urbano borghese contrapposto allo sviluppo di zone informali residenza dei migranti dalle campagne: come spiega Giovanni Pagani su Jadaliyya in un articolo del novembre 2016, dagli anni Settanta la popolazione di Aleppo è quadruplicata, toccando i 2,4 milioni negli anni pre-bellici, per l’arrivo di contadini in cerca di lavoro e in fuga da campagne povere.
Una povertà in contrasto con la ricchezza della borghesia aleppina, che ha saputo sfruttare gli spazi aperti dal partito Baath in termini di opportunità commerciali e speculazione edilizia. Sarà quello strato sociale a garantire al governo sostegno dal 2011, contro una fetta di popolazione che guardava alle opposizioni non perché sunnita (la maggioranza nella città di Aleppo) ma come speranza di miglioramento sociale. Che non arriverà, soffocato subito dalle priorità di gruppi sponsorizzati e guidati dai regimi esterni e più interessati alla fondazione di emirati religiosi più che alle riforme richieste da chi scese in piazza nel 2011.
Le legittime ambizioni dei siriani sono state quasi immediatamente dirottate dall’esterno, dal fronte anti-Damasco interessato a dividere il paese: non è un caso che già dal 2011 quelle richieste sono scomparse e la guerra è diventata uno scontro politico-strategico.
Il processo di ricostruzione dovrebbe seguire linee di pacificazione sociale, economica e politica, dovrebbe rivalorizzare le città e rilanciare le campagne, oggetto di marginalizzazione nel secolo scorso e oggi svuotate: con 5 milioni di rifugiati e 7 milioni di sfollati interni, intere comunità restano fantasma. Se ad Homs sono rientrate 21mila famiglie nel 2018, nello stesso periodo oltre 900mila siriani sono fuggiti da Afrin a nord e Deraa a sud.
È in tale contesto che la scorsa primavera il governo ha approvato la legge 10 che impone la presentazione dei documenti che attestano la proprietà della casa entro 30 giorni dall’individuazione da parte delle autorità delle cosiddette zone di sviluppo(ovvero destinate alla ricostruzione). Così il proprietario può reclamarla per sé. Chi non lo fa la perde, ricevendo in cambio una compensazione in denaro o un alloggio alternativo.
Una possibilità affatto peregrina con 12 milioni di persone sfollate interne o rifugiate all’estero, con abitazioni distrutte insieme al loro contenuto e con mezzo milione di morti, di cui molti padri di famiglia a cui erano intestati i beni. Amnesty ha definito la legge «un’operazione di ingegneria sociale», indicando come prime vittime i residenti nelle aree che furono in mano alle opposizioni e fuggiti dai conseguenti scontri.
La situazione politica attuale non aiuta: di opposizioni politiche credibili non ce ne sono e il governo immagina la ricostruzione come strumento di rafforzamento. E a pesare sono le mani delle grandi imprese e degli Stati che si allungano già su un affare multi-miliardario, ostacoli permettendo: al momento la Siria resta schiacciata dalle sanzioni internazionalie dall’incapacità di sfruttare le (limitate) riserve energetiche di cui gode. Ma Russia, Cina, Arabia saudita, Iran, Emirati sono tutti alla porta.
A Mosca Assad ha già promesso la parte del leone; Pechino ha saputo mantenersi neutrale per potersi infilare nel business con la Nuova Via della Seta; Teheran ha investito miliardi di dollari e forze militari per tenere in sella il presidente e ora cerca una ricompensa non solo politica; Riyadh ha già fatto visita a Raqqa fiutando l’affare; e Abu Dhabi sta mettendo da parte il ruolo di incendiario e tentando un fruttuoso riavvicinamento a Damasco. Stati uniti e paesi europei stanno alla finestra.
Perché dove prima c’era un paese stabile ora ci sono macerie. Prima del 2011 la Siria cresceva a una media del 4% l’anno, offriva scuola e sanità gratuite, registrava un tasso di disoccupazione all’8,6%. Il tasso di povertà era superiore al 28%, ma era attutito dal radicamento delle reti sociali e familiari; oggi sfonda l’80%. A dare il primo colpo sono state le sanzioni internazionali che hanno mangiato un terzo del Pil nei mesi immediatamente successivi allo scoppio del conflitto.
Poi è seguito il resto: la distruzione di fattorie, fabbriche, di un terzo delle abitazioni private e della metà delle strutture sanitarie e di quelle educative. L’export è crollato del 92%, le riserve di valuta straniera dai 21 miliardi del 2010 a un miliardo, il budget nazionale ridotto all’osso (5 miliardi di dollari) e il Pil è passato da 60 miliardi a 15 nel 2016.Mezzo milione di posti di lavoro si perdono ogni anno. Il prezzo dei beni di prima necessità come riso e farina è raddoppiato, quello del carburante è dieci volte quello del 2010.
La Siria è tornata indietro di mezzo secolo: la vita media è crollata da 76 anni nel 2011 agli attuali 56. Senza dimenticare che un’intera generazione, quella dei bambini nati subito prima e durante il conflitto, ha conosciuto solo guerra.