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domenica 28 dicembre 2025

Pasolini o dell’alterità del comunismo - Sergio Labate

Prologo.

Ultimamente sono annoiato dalla maggior parte delle animate discussioni culturali che attraversano il nostro paese, tanto quanto sono commosso a immaginare – che è una delle poche cose che si può fare davvero, coltivare l’empatia degli assenti – la sostanza storica delle parole lasciateci in eredità da coloro che hanno nutrito la nostra generazione. “Sostanza storica”: parole pubbliche che erano fatte di corpi e di sostanze materiali. Questo erano gli intellettuali, non attori di un reality show ininterrotto chiamato “politica”, ma persone che si scontravano, venivano al dunque e, in ogni caso, nelle parole che mettevano al mondo ne percepivi le viscere, il sangue, la nuda connessione tra le vite private e le utopie pubbliche. Intellettuale era chi provava a discendere negli inferi della propria vita intima per risollevare non solo se stessi, ma quante più persone possibili verso una forma di vita comune, quella che riguarda tutti e non solo chi ne sussurra le parole, ne inventa le direzioni. L’intellettuale come colui che trova parola nel disorientamento del mondo, così mi pareva questo mestiere di scrivere e insieme di vivere.
Sarà per questo che anche l’anniversario di Pasolini mi è parso un evento sospeso tra due mondi, letteralmente. Che poi erano già quelli che intuiva lui stesso: uno 
smarrito per cui non resta che un congedo che non riusciamo a concederci e l’altro che è giunto tra noi e che fingiamo di non vedere per non soffrire di ciò che annuncia, del soffio che sbatte le porte e frantuma i vetri e mette a soqquadro la nostra acquietata coscienza borghese. Non è cambiato nulla, dopo cinquant’anni. Ancora lo facciamo abitatore di due mondi che si sfiorano ma non si amano, si succedono ma non si riconoscono, si sono nutriti vicendevolmente ma fingono di non dover nulla l’uno all’altro.
Vale a destra, che tira Pasolini per la giacca come una figurina da possedere, un ombrello sotto cui ripararsi, e se anche siam fascisti, l’importante è non prendere la pioggia. Ma vale anche a sinistra, quella sinistra che usa Pasolini per rafforzare la coscienza di una superiorità imperitura, una vera e propria legge della natura, del resto mai potrebbe essere legge della storia visto che la storia ci è sfuggita di mano e sta andando a grandi passi verso tutt’altra parte. Ma noi accontentiamoci di stare al calore del nostro mondo antico e che importa se tutti gli oppressi stanno ormai senza rifugio e senza parole e il loro inferno è rimasto uguale, senza nemmeno più poter nutrire la speranza che un tempo qualcosa o qualcuno rappresentava per loro. Gli oppressi, l’unico vero e insensato amore di Pasolini. Amore non d’intimità ma d’alterità. Come vedremo subito adesso che il discorso può tornare quel che è, una dissimulazione dell’amore che lo muove. Quel che è per molti e per me, quel che non è mai stato per lui.

C’è un discorso di Pasolini che appare quello di un fantasma, di uno spettro. Lo legge Vincenzo Cerami due giorni dopo la morte del poeta. Siamo al congresso del Partito radicale, che celebra i trionfi che avrebbero costruito la sua epica. Siamo all’inizio di novembre 1975. Pasolini non c’è più, è già uno spettro. Ha avuto tempo e modo di scrivere quelle parole, ma la contumacia a cui il destino le condanna è una metafora di un modo d’interpretare il nostro presente che il suo pensiero rappresenta. È questo ciò che mi sconvolge di più rileggendolo ancora adesso: la lucidità rispetto al (nostro) tempo presente, a partire dal privilegio di essere assente. Chissà se questa lucidità in contumacia è l’unica possibile per un intellettuale: se la lucidità non sia davvero solo ciò che appare a cose fatte. E vi sarebbe comunque di che discutere, sul fatto che la lucidità possa essere una dote pasoliniana, di un autore che è sempre parso provocatore, viscerale, irriverente, complicato, inaspettato. Niente più della sua scrittura mi appare sideralmente lontana da ogni more geometrico, da ogni evidenza e pulizia dello sguardo. Come sia possibile che in questa scrittura sempre impaziente vi sia stata tanta lucidità, anche politica, io non riesco davvero a spiegarlo. Per questo vorrei proporre di tornare un istante a quelle parole di uno spettro e a quell’evento. Facciamo quel che Pasolini ha fatto – per fortuna nostra – raramente: andiamo con ordine.

Pasolini tiene a presentare la propria alterità: non va a parlare con i radicali perché è a loro prossimo, ma perché è da loro altro. La sua presentazione è nota e suona, in contumacia, quasi come un testamento politico: «Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota Partito Comunista Italiano». Eccola l’alterità di Pasolini, quella di un comunista. Che marca la distanza persino da tutto ciò che oggi appare troppo radicale, quasi intollerabile agli occhi della gente che dovrebbe rappresentare la sinistra. Pochi di loro si definirebbero ancora progressisti, certamente nessuno socialista. Se lo fa il sindaco di New York, viene considerato un potenziale sovversivo. È ovvio, lo so: quel riferimento al socialismo va contestualizzato. Siamo in Italia, nel 1975 e il Psi si sta imponendo con tutta la prepotenza del suo riformismo a uso e consumo del neocapitalismoUn mix di potere e consumo e, soprattutto, la presunzione (del tutto corretta, purtroppo e col senno del poi) che la rivoluzione potesse fare la fine della locomotiva cantata da Guccinideviata su un binario morto, quello in cui abbiamo barattato il sogno per tutti in un sogno che riguardava soltanto l’io, l’universalismo delle classi con l’individualismo che avanzava nelle sembianze di un’emancipazione e le promesse di cambiare non più il mondo ma la nostra vita individuale. Non più il sol dell’avvenire ma la casa di proprietà e le televisioni e tutto quel che è venuto dopo e non smette ancora di accadere. Ma è proprio questo il punto: tutto quello che è venuto dopo, anche a sinistra, sembra aver trattenuto in eredità questa sbiadita promessa falsa che il neocapitalismo promuoveva e i socialisti italiani imponevano. Non il sogno di un marxista che vota Pci, ma l’illusione che gli oppressi si potessero elevare tramite la privatizzazione del mondo.

Non è che un istante e siamo già nel tempo nostro. Dove certo giunge La Russa a celebrare il Pasolini conservatore, ma sinceramente mi pare solo folklore, non cultura. Mentre ciò che mi appare imperdonabile sono i Veltroni, i Napolitano, i Fassino, quelli che si autoproclamano eredi legittimi e nessuno mai si potrebbe far sfiorare dal dubbio che non lo siano. E che questa privatizzazione del mondo, questo cedimento di un’intera tradizione, l’hanno perseguiti così sistematicamente e violentemente da costruire una trappola con i mezzi e le aspettative che appartenevano al bisogno di trovare una via d’uscita da ogni trappola. Quella cosa che Pasolini rivendica e chiama ancora Comunismo. Chi ha tradito davvero Pasolini? Chi lo strumentalizza pallidamente e senza crederci nemmeno lui o chi aveva il dovere di leggerlo e ha preferito dimenticarlo per realizzare alla perfezione il mondo sciagurato da lui prefigurato? Pasolini sapeva la differenza che passa tra un comunista e un radicale, un progressista, un socialista. Sapeva che ciò che li distingue è un’alterità inquieta e irriducibile.

È a questo punto della storia che quel discorso in contumacia appare così vividamente attuale da far male. Perché, davvero, Pasolini aveva capito tutto non solo della mutazione antropologica ma anche della mutazione politica (soprattutto, aveva intuito che sono la stessa cosa). E forse già allora – forse, perché il suo segretario era Berlinguer, sulla cui eredità politica a me risulta difficile prendere posizione – aveva capito che quell’estrema, ultima dichiarazione d’amore nei confronti del Pci avrebbe pagato lo scotto di una doppia contumacia: del poeta ormai assente ma anche del Pci già votato alla propria dissoluzione, pronto a prendere le vesti del suo contrario, come accadrà qualche decennio dopo. Pronto a cedere la propria alterità per diventare come i radicali, i socialisti, i progressisti. E, così, perder definitivamente se stesso. Non posso seguir tutto il discorso (si legge negli Scritti corsari, si trova facilmente anche in rete), ma sottolineo solo alcuni passaggi fondamentali per capire quale alterità abbiamo perduto e a quale conformismo ci siamo rassegnati.

Pasolini descrive una nuova categoria di militanti: “gli estremisti dei diritti”. Chi sono? Sono dei veri apostoli, che hanno come missione quella di convincere gli altri con le buone o con le cattive ad aver coscienza dei propri diritti. Ora, qui cominciamo a capire dove sta andando a parare il discorso, questi estremisti non sono già più comunisti, perché la lotta di classe e l’alterità degli sfruttati rispetto agli sfruttatori si è già stilizzata ed è diventata una faccenda interna alla coscienza borghese. La lotta di classe è stata sostituita dalla «inconscia guerra civile dentro l’inferno della coscienza borghese», scrive Pasolini («l’apostolato dei giovani estremisti di estrazione borghese – l’apostolato in favore della coscienza dei diritti e della volontà di realizzarli – altro non è che la rabbia inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande. È un’inconscia guerra civile – mascherata da lotta di classe – dentro l’inferno della coscienza borghese»).

Perché Pasolini se la prende con l’emergere della coscienza dei diritti? Oltretutto, poche righe prima, ha riconosciuto come inaggirabile la preferenza per la democrazia da parte dei comunisti. Dunque ciò che Pasolini sta rimproverando agli “apostoli estremisti” non è di aver intrapreso la via dei diritti – cioè quel particolare modo di far avanzare l’emancipazione che consiste nel legittimare le conquiste degli sfruttati attraverso la tutela della legge –, ma di averlo fatto in funzione di quelli che egli stesso indica come i “diritti civili”. Non è quello che rimproveriamo ai pallidi eredi rimasti del Pci? Certamente sì. Ma Pasolini non anticipa il senso comune, anticipa lo spiazzamento del senso comune. Il problema dei diritti civili non è affatto, come vorrebbero altri eredi ancora più sbiaditi di quella tradizione, i “rossobruni” di oggi, di aver sostituito gli operai con le innumerevoli “minoranze” come soggetto della rivoluzione. Il problema non è la classe, è piuttosto il conflitto: cioè l’alterità (se il lettore ha solo la pazienza di giungere alla citazione finale, Pasolini lo dirà con una chiarezza esemplare). Anche i diritti sociali possono incivilirsi, cioè rientrare dentro l’inferno della coscienza borghese. Continua Pasolini: «Perché è ora di dirlo: i diritti di cui qui sto parlando sono i “diritti civili” che, fuori da un contesto strettamente democratico, come poteva essere un’ideale democrazia puritana in Inghilterra o negli Stati Uniti – oppure laica in Francia – hanno assunto una colorazione classista. L’italianizzazione socialista dei “diritti civili” non poteva fatalmente (storicamente) che volgarizzarsi. Infatti: l’estremista che insegna agli altri ad avere dei diritti, che cosa insegna? Insegna che chi serve ha gli identici diritti di chi comanda. L’estremista che insegna agli altri a lottare per ottenere i propri diritti, che cosa insegna? Insegna che bisogna usufruire degli identici  diritti dei padroni. L’estremista che insegna agli altri che coloro che sono sfruttati dagli sfruttatori sono infelici, che cosa insegna? Insegna che bisogna pretendere l’identica felicità degli sfruttatori. Il risultato che in tal modo eventualmente è raggiunto è dunque una identificazione: cioè nel caso migliore una democratizzazione in senso borghese».

Ecco qui: l’estremista prende la faccia di Veltroni e di quella brutta storia che ci porta fino agli improbabili rappresentanti della sinistra di oggi. Apostoli, ma soprattutto apostati che hanno insegnato a tutti gli altri che l’unico sogno rimasto è che chi serve possa diventare padrone, chi è sfruttato possa ottenere l’identica felicità degli sfruttatori. Apostoli, ma anche zeloti che si sono incaricati di non lasciare altra possibilità di immaginare lo sfruttato se non come uno sfruttatore infelice. E coloro che ancora ammonivano che la questione è l’alterità, non l’identificazione, sono stati messi da parte, ignorati, derisi. Che meraviglia però questa sintetica definizione pasoliniana, che contiene in sé probabilmente una doppia critica. La critica ai zeloti estremisti, che hanno fatto della felicità degli sfruttatori niente più che una trappola del neocapitalismo, ma anche la critica ai comunisti scientifici, che sono scivolati ai margini della storia perché si sono dimenticati, a un certo punto, che il destino degli sfruttati aveva a che fare con la loro felicità, non con l’algida evidenza di una necessità oggettiva. Non un soggetto, ma un popolo. Questo era il cuore del comunismo e la sua alterità.

Ma c’è un ultimo passo da fare, in questo discorso che l’assenza di Pasolini consegna ai nostri tempi. Perché finora egli ci ha indicato cosa il comunismo non deve diventare (e cosa è diventato, possiamo aggiungere noi a posteriori). Ma la forza della sua lucidità sta nel consegnarci, cinquant’anni fa, un manifesto programmatico da cui ripartire adesso. Che sembra scritto per noi. Un testo sacro della sinistra che vorrei e, probabilmente, dell’unica sinistra che potrebbe non essere condannata al destino dei morti viventi. Innanzitutto Pasolini demolisce ogni argomento oppositivo, come già anticipato. La questione non è opporre diritti sociali a diritti civili, che tanto il neocapitalismo è in grado di risucchiare tutto nel gorgo profondo del conformismo e dell’identificazione. La questione è di ripartire dall’alterità di una forma di vita, così scrive Pasolini: «In che senso la coscienza di classe non ha niente a che fare con la coscienza dei diritti civili marxistizzati? In che senso il Pci non ha niente a che fare con gli estremisti (anche se alle volte, per via della vecchia diplomazia burocratica, li chiama a sé: tanto, per esempio, da aver già codificato il Sessantotto sulla linea della Resistenza)? È abbastanza semplice: mentre gli estremisti lottano per i diritti civili marxistizzati pragmaticamente, in nome, come ho detto, di una identificazione finale tra sfruttato e sfruttatore, i comunisti, invece, lottano per i diritti civili in nome di una alterità. Alterità (non semplice alternativa) che per sua stessa natura esclude ogni possibile assimilazione degli sfruttati con gli sfruttatori. La lotta di classe è stata finora anche una lotta per la prevalenza di un’altra forma di vita (per citare ancora Wittgenstein potenziale antropologo), cioè di un’altra cultura. Tanto è vero che le due classi in lotta erano anche – razzialmente diverse. E in realtà, in sostanza, ancora lo sono. In piena età dei Consumi».

Posso dirlo? Queste parole mi commuovono. Perché in fondo, così mi pare funzioni, l’atto d’amore nei confronti di un poeta non è altro che gratitudine per l’atto d’amore che le sue parole rappresentano per me. Trovo in queste poche righe espresso con chiarezza ciò che provo e non so dire, ciò che mi muove e non so come. La lotta di classe è una lotta per la prevalenza di un’altra forma di vita, né di più né di meno. Il comunismo è la lotta di coloro che, proprio in quanto sfruttati, non vogliono diventare come sfruttatori. È questo il sogno del comunismo. Non è questione d’identificazione, ma d’alterità. È tutto trascorso, scolorito? Ormai l’identificazione si è estesa irreversibilmente, grazie anche all’operoso sforzo degli apostoli zeloti del centro-sinistra? La profezia di Pasolini ci consegna una speranza quasi ontologica, se mi si permette il termine. Oggettiva, si direbbe. Tra gli sfruttati e gli sfruttatori l’alterità si può cancellare, ma non si può rimuovere. Anche “in piena età dei Consumi”, scrive Pasolini. Si riferiva a un mondo che prometteva a tutti di divenire uguali, se solo tutti avessero smesso di fargli la lotta. Quasi tutti hanno smesso di fargli la lotta, in effetti. Ma la promessa di diventare uguali si è trasformata nel suo contrario: siamo divenuti sempre più diseguali. L’identificazione non ha cancellato l’ontologia e gli sfruttati continuano a non essere come gli sfruttatori. In piena età dei consumi, dunque, la lotta di classe è riesplosa. Gli zeloti erano solo profeti sbagliati: all’opera, dunque.

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martedì 25 novembre 2025

Pier Paolo Pasolini: aver ragione anche quando si ha torto - Giovanna Lo Presti

Il grande critico letterario Cesare Garboli diceva di Leopardi che è uno che ha ragione anche quando ha torto. L’aforisma, per quanto semplice, non è agevole da sciogliere e, come tutti gli aforismi ben riusciti, perderebbe il suo fascino se ci mettessimo a spiegarlo. È la stessa regola che vale per il Witz: quale motto di spirito resiste all’analisi senza perdere la sua caratteristica principale, che è quella che nasce da un corto circuito del senso? Negli anni mi sono resa conto che vengo attratta con forza soprattutto da quei pensatori che hanno ragione anche quando hanno torto. In questa categoria rientra a pieno titolo anche Pier Paolo Pasolini, di cui nei giorni scorsi giorni si è ricordato il cinquantenario del feroce assassinio che lo ha strappato alla vita. Sì, Pier Paolo aveva ragione anche quando aveva torto. I perbenisti di ogni colore politico che hanno reso la sua vita difficile si collocano all’estremo opposto: hanno torto anche quando hanno ragione.

Ho dovuto occuparmi di scuola per molti anni. All’inizio pensavo che una scuola, pur difettiva e zoppicante, per i ragazzi fosse meglio che stare in strada; ma a poco a poco, anno dopo anno, di fronte al conformismo dilagante, di fronte alla tiepidezza con cui si trasmetteva il sapere (mi verrebbe da dire il sub-sapere) a bambini e ragazzi che invece avrebbero avuto bisogno di adulti ragionevoli e appassionati e piuttosto di una scuola scompigliata ma viva, questa mia convinzione si incrinò. Iniziavano i terribili anni Novanta, quelli dell’affermazione del pensiero neoliberista, introdotti dal crollo del Muro di Berlino che trascinò, nelle sue macerie, anche ogni progetto comunista e socialista, relegando nella pattumiera della Storia l’opera di un gran numero di persone, primo tra tutti Marx, che avevano teorizzato una società migliore e meno ingiusta di quella loro contemporanea. Fu all’inizio di quel decennio che incontrai le Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini e fu un articolo, uscito sul Corriere della sera, che, in particolare mi colpì.

Si tratta di un articolo famoso ma siccome ho perso il polso della situazione e non so più se le cose che ritengo “famose” lo siano per me e per pochi altri, oppure lo siano per tanti, corro il rischio della ripetitività e ne presento il contenuto. L’articolo si intitola “Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia” e inizia affermando che i casi di criminalità che “apocalitticamente” riempiono le pagine dei giornali non sono “casi” ma “casi estremi” di un modo d’essere criminale “diffuso e profondo”. Pasolini allude al delitto del Circeo. I colpevoli, identificati in due pariolini fascisti hanno fatto tirare a tutti un sospiro di sollievo, dice. A sinistra, perché sono fascisti; a destra poiché di questo delitto borghese ci si può finalmente occupare. I delinquenti proletari e sottoproletari, si sa, sono delinquenti a priori e non suscitano grande attenzione. Pasolini ritiene che “i casi estremi di criminalità derivino da un ambiente criminaloide di massa” e che, ormai, «l’universo popolare romano» sia «un universo “odioso”». I giovani proletari e sottoproletari romani hanno perso i valori del ceto di appartenenza e «appartengono ormai totalmente all’universo piccolo borghese». La sua opinione (che Pasolini deriva da una esperienza diretta e quotidiana) è che tra i modelli di comportamento e l’atteggiamento verso il reale dei giovani dei Parioli e dei sottoproletari delle borgate non ci sia più differenza. L’assimilazione al modello piccolo-borghese dei giovani proletari e sottoproletari li ha trasformati in “masse di criminaloidi”, in un mondo dove il consumismo «ha distrutto cinicamente un mondo “reale”, trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c’è più scelta possibile tra bene e male» ma soltanto l’«impietrimento, la mancanza di ogni pietà».

Ed eccoci alle due “modeste proposte” pasoliniane per abolire la criminalità: 1) abolire immediatamente la scuola media d’obbligo; 2) abolire immediatamente la televisione. Pasolini si rendeva conto già allora della mancanza di valore emancipatorio della scuola: a quella scuola media che illude, soprattutto se chi la frequenta non è destinato a proseguire gli studi, è preferibile «una buona scuola elementare». È una boutade, evidentemente, perché subito dopo Pasolini afferma che meglio sarebbe arrivare alla “quindicesima classe”, ma solo a condizioni diverse, a condizione cioè che la scuola media non fosse più «iniziazione alla qualità di vita piccolo-borghese» e non fosse più il luogo in cui si insegnano cose «inutili, stupide, false, moralistiche». Per finire: «mi angoscia letteralmente che vi venga aggiunta una “educazione sessuale” […] (la scuola media) è meglio abolirla in attesa di tempi migliori; cioè di un altro sviluppo». Alla fine di un ragionamento che può apparire paradossale (e lo è) Pasolini arriva al dunque: questo modello di sviluppo non permette che ci sia una scuola realmente non autoritaria e che miri a costruire una società di eguali. La scuola media “progressista” illude i più deboli, fa loro sperare un avanzamento sociale che poi non ci sarà; toglie alle classi subalterne la loro cultura spontanea per sostituirla con un imparaticcio, con nozioni approssimative che li renderanno dei frustrati.

È passato mezzo secolo da quando Pasolini scriveva l’articolo di cui sto parlando: eppure soltanto adesso, di fronte all’oltranza costituita dalle misure sulla scuola del Ministero dell’Istruzione e del Merito (una definizione degna di un sequel di 1984) ci si rende conto di quanto Pasolini avesse ragione, di come fosse stata fine la sua intuizione proprio in un momento in cui i più erano convinti che si stesse passando dalla scuola di classe alla scuola per tutti. In realtà il passaggio dalla scuola per pochi alla scuola di massa non ha portato a cancellare la natura di classe della scuola italiana; adesso, nell’era di Valditara, lo smascheramento è impudico e totale. Perché la scuola cambi, diceva Pasolini, ci vuole un altro sviluppo – e cioè un altro – e più equo – modello economico e sociale.

Nel frattempo, al consumismo sfrenato che preoccupava Pasolini, si è aggiunta la precarietà esistenziale che tocca tutti (non soltanto i giovani, come ossessivamente ci viene ripetuto). Siamo di fronte al rovesciamento totale del Rapporto Beveridge, che Churchill definì un programma di protezione sociale “dalla culla alla tomba”. Precari da quando si nasce a quando si muore, siamo diventati; immersi in un mondo confuso, privo di pietà e di speranza, di cui Pasolini, con parole forti ma non così inadeguate, metteva in luce il modo d’essere criminale “diffuso e profondo”. «Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia» esce sul Corriere della Sera il 18 ottobre 1975; pochi giorni dopo, il 2 novembre, il corpo massacrato e sfigurato di Pier Paolo veniva trovato all’Idroscalo di Ostia. Un delitto feroce e, per buona parte, ancora oscuro, un caso estremo, frutto di quella società cinica, in cui reale e irreale si confondono in cui non c’è posto per la pietà, che Pasolini aveva saputo descrivere mettendone a fuoco il degrado antropologico.

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mercoledì 28 dicembre 2022

Delitti Mattei e Pasolini connessi

  

Prof. Sidoti: "Il petrolio è il latte della mamma del nostro capitalismo"

 

Ha fatto scalpore la rivelazione dai nuovi documenti della CIA - secretati sull'omicidio Kennedy - dove l'ex presidente dell'ENI Enrico Mattei viene fatto passare per "fascista" e per "per la Cia. Scriveva Repubblica che ha dato ampio risalto alla "notizia": "Le accuse che riscrivono la storia del fondatore dell’Eni nelle carte sul delitto Kennedy. In 13.173 documenti Italia citata sei volte. Gli Usa criticano il dirigente italiano che avrebbe acquistato per 5 milioni il titolo di generale del Cln". 

Abbiamo chiesto un commento a Francesco Sidoti, Professore di sociologia all'Università dell'Aquila e importante criminologo a livello internazionale. "Sappiamo bene come questi archivi sono in realtà formati da dicerie, fonti poco affidabili e, spesso, aggiustati con documenti apocrifi o ad arte. L'affidabilità di questi archivi è molto bassa", ci dichiara Sidoti.

"Erano stato fascisti Giorgia Bocca e altri dirigenti comunisti per vari motivi nella fase iniziale. La discriminate è il momento dello scontro tra partigiani e la degenerazione del fascismo. Nello scontro tra partigiani e fascisti c'è la biografia di Pietra, partigiano insieme a lui, che fa chiarezza", prosegue Sidoti.  "La linea ufficiale era che si trattasse di un incidente. Quando Calia scopre il depistaggio rimangono tutti zitti. Anche per quel che riguarda Pasolini dichiara che "la morte sia più che plausibile che sia connessa".

E il movente per SIdoti è chiaro in entrambi i casi. "Il petrolio è il latte della mamma del nostro capitalismo e del nostro modello di sviluppo. E' Medio Oriente. C'è la guerra, ci sono le morti. La lezione dell'omicidio Mattei è chiara: la verità ufficiale china la testa. Tutti si tappano la bocca e chinano la testa. L'Eni cambia immediatamente politiche e va nella direzione strategica delle sette sorelle. Solo grazie a Calia sappiamo che è stato ucciso"

 


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sabato 26 marzo 2022

Il "compleanno" di Pasolini. Ricordi di un lettore - Enzo Rega

  

   Il 5 marzo 1922 nasceva Pier Paolo Pasolini. E io non posso dimenticare quel 2 novembre 1975 che poneva fine alla straordinaria esistenza di un poeta - uno di quelli, disse Moravia nella sua orazione al funerale, che nascono una volta in un secolo. Io ho diciassette anni, sono davanti al televisore acceso, inizia il Tg con una foto di Pasolini. E' chiaro che è successo qualcosa. Nel ricordo successivo a lungo collocavo la visione di quel Tg al rientro da scuola. ma non era possibile per due motivi: il 2 novembre era vacanza, e quell'anno cadeva di domenica.

   Conoscevo già Pasolini: ero un pasoliniano della prima ora, della mia prima ora, quando non era scontato esserlo. Un insegnante di lettere, al liceo, una mattina aveva detto che uno come lui sarebbe stato meglio non fosse mai nato; e io avevo avuto, tra i banchi, un istantaneo ed esplicito moto di stizza. Un'altra insegnante, pur amata e apprezzata, aveva commentato la scelta di un collega di introdurre al quarto ginnasio gli Scritti corsari al posto dell'Eneide (che allora si leggeva nella cinquecentesca e indigesta traduzione di Annibal Caro - "traduttor dei traduttor di Omero"); il libro di un "degenerato". Era stato invece un professore di religione - un giovane sacerdote - ad aprirci altri spiragli su Pasolini, e a dirci che in quegli anni il poeta di Casarsa era il solo a proclamare pubblicamente la propria omosessualità. 

   Conoscevo già Pasolini in vita, anche se non avevo ancora letto nessun suo libro. Com'è che lo conoscevo? Mi capitava di leggere qualche suo articolo su quotidiani e riviste. Ricordo quando Piero Ottone lo volle al "Corriere della sera" all'inizio del 1973 - e allora di anni non ne avevo ancora quindici, e frequentavo il quarto ginnasio al Liceo "Rosmini" di Palma Campania, il liceo dove sono tornato a insegnare e dove con Pasquale Gerardo Santella, nel 2005, dedicammo un progetto scolastico allo scrittore corsaro. Lo seguivo, Pasolini, nelle interviste di Enzo Biagi in televisione, o in una puntata di "Controcampo" nel 1974 nella quale ribadiva il suo concetto di "omologazione". E sentirlo parlare, con quella precisione, era come leggerlo. E in quella trasmissione, o in un'altra, lo sento dire che considera buona letteratura la propria: e questa (auto)affermazione mi colpisce per la consapevolezza senza false ipocrisie che un intellettuale ha del proprio lavoro. 

   E poi avevo visto già alcuni film in televisione. E, probabilmente, le prime volte senza sapere chi fosse Pasolini: i film più popolari come Il vangelo secondo Matteo del 1964, che allora veniva spesso trasmesso a Natale o a Pasqua, e Uccellacci e uccellini del 1966 con Totò, E quindi visto quella prima volta per Totò. Film guardati con tutta la famiglia: e ricordo ancora la sera che costrinsi mio padre a vedere il per lui incomprensibile Medea con la stupenda Maria Callas.  Mentre solo con mia sorella - in quegli anni giovani, una delle persone con cui condividevo le scoperte culturali - devo aver visto, al televisore piccolo - un Brionvega rosso - Accattone. E solo pochi mesi fa sono stato al Pigneto, dove sono state girate alcune scene del film, tra cui quella della morte del protagonista. Che anno era? Pasolini era già stato trucidato oppure no? Come ricordarlo, adesso? Il confronto con i libri - per dire che non si trattava di una mera trasposizione dai due romanzi borgatari dei quali rimaneva piuttosto l'ambientazione - l'ho potuto fare allora, e quindi Pasolini era già morto, perché i libri li ho letti solo in seguito -, o questo confronto è avvenuto soltanto a posteriori: il film visto con Pasolini vivo e i romanzi letti dopo? Non posso dirlo.

   Posso dire solo che il film mi sembrò poesia, anche nel senso che le riprese e il montaggio mi sembrarono scanditi metricamente. Per cui con fastidio sentii l'affermazione fatta molti anni più tardi da Franco Zeffirelli, secondo il quale con il passaggio di Pasolini al cinema la poesia aveva perso un poeta e il cinema non aveva guadagnato un regista. Per me, il poeta rimaneva poeta ed era un regista dallo sguardo particolare, che sapeva isolare in un suo spazio ogni inquadratura.

   I libri. Ecco, i libri sono arrivati dopo, poco dopo quel '75 che stava andando a finire con la morte novembrina di Pasolini. Dal 5 al 16 giugno 1976 ho letto Una vita violenta, in una copia prestatami da Pino Ionta (oggi psichiatra) che credo avesse a sua volta presa in prestito in biblioteca (forse a Sarno, dove facevamo periodiche incursioni), Dal 5 al 26 novembre 1977 ho letto invece Ragazzi di vita. Perché così tanto tempo tra l'uno e l'altro? Letti cronologicamente a ritroso, e pur a distanza, i libri, con il film, furono un'agnizione su un mondo sconosciuto e una finestra su quella realtà sottoproletaria che - ingannandosi - Pasolini considerava potenzialmente rivoluzionaria rispetto a tutti gli altri ceti - compresa la classe operaia - ormai irrimediabilmente imborghesiti. Al di là di questo - ma a questo collegato - fu la scoperta del dialetto come lingua popolare-e-letteraria, a fare il paio, il romanesco, con il siciliano dei Malavoglia di Verga (copia prestatami  nel novembre 1975 - sì, poco dopo la morte di Pasolini, da Giovanni D'Onofrio, allora mio compagno di banco e oggi neurochirurgo). Su quelle letterature, e sul napoletano di Eduardo De Filippo, improvvisai una lezione per alcune alunne di una 5 classe ACI, ovvero assistenti di comunità d'infanzia, a Breno in Valcamonica: doveva essere la primavera del 1988, e lì insegnavo psicologia, non lettere, ma tant'è.

Poi venne la lettura delle poesie (alcune anticipate dalle antologie scolastiche, e poi in volume): Le ceneri di GrasmciLa religione del mio tempo (nei Grandi libri Garzanti, dal riquadro verde), L'usignolo della Chiesa Cattolica (nell'edizione Einaudi). Ormai ai tempi dell'università.

E in Valcamonica l'acquisto, nel 1987 o 1988, della copia degli Scritti corsari uscita con una rivista, a recuperare articoli letti a suo tempo o dibattiti sentiti aleggiare. Letto, quel libro, nel soggiorno assolato quasi in riva all'Oglio in una lontana stagione. Nel frattempo, con i miei anni, scorrevano gli altri suoi film (stupendo l'episodio de La ricota), fino al fermo-immagine all'idroscalo di Ostia (quel monumento dimenticato restituitoci da Nanni Moretti con il sottofondo struggente del Concerto di Colonia di Keith Jarrett). 

In quegli anni ancora giovani (metà Novanta) dovevo registrare la passione pasoliniana di una giovanissima fidanzata bergamasca. E in questi anni adulti condividere passione e ideologia con la moglie siciliana, qui, fronte Vesuvio, dove da tempo ho fatto ritorno. Ah: una moglie conosciuta andando a Messina per presentare all'Horcynus Festival, diretto da Franco Jannuzzi a cui debbo la conoscenza della futura consorte, un numero della rivista "Quaderni di Cinemasud" a Pasolini dedicato. Tutto torna... Futura consorte che precedentemente aveva vissuto per quasi dieci anni in Friuli, a Spilimmbergo e a Fanna, che dista dieci chilometri da Casarsa della Delizia, il paese della madre di Pasolini, dove Pier Paolo è vissuto diverso tempo imparando e scrivendo il friulano (il friulano che per lui, giovane poeta sotto l'influenza dei simbolisti francesi, è la lingua pura"). Ecco, tutto torna, di nuovo...
      E vorrei ritrovare quella foto di Pasolini al tavolo di lavoro che a lungo mi ha seguito negli spostamenti, qui facendo ritorno, e qui - temporaneamente - scomparendo tra carte. 

   E vorrei ritrovare, tra quelle carte, anche il racconto che scrissi, Trascendente immaginario,  quando un noto settimanale pubblicò le foto del corpo martoriato di Pier Paolo. Scritto al e al quale tengo, come ai lungi articoli per "L'Indice" nel 2005 e nel 2015, in due ricorrenze. Trascendente perché immaginavo che Pasolini e Gramsci se ne stessero ora insieme, in un qualche aldilà, a parlare di popolo e rivoluzione, mentre in un angolo se ne stava, a guardarli, sant'Agostino. Agostino d'Ippona c'era entrato perché dovevo dare - o avevo appena dato - un esame all'università in cui si portavano le Confessioni. E mi pareva non ci stesse male, anche lui, in quella compagnia, un "usignolo della chiesa cattolica", di quel mondo contadino che Pier Paolo rimpiangeva. Con-e-contro Gramsci. Altro mio punto fermo, Gramsci. Ma è un altro discorso. O forse no.

da qui

sabato 5 marzo 2022

Pasolini a Roma - Franco Buffoni


 

[Cento anni fa nasceva Pier Paolo Pasolini. Per il centenario, pubblichiamo la versione italiana dell’articolo di Franco Buffoni intitolato Pasolini en Roma, uscito in Spagna in occasione dell’anniversario della nascita nel libro Pasolini, a cura di Andrés Catalán, Ultramarino Editorial].

  

I. In un intrigante raccontino pubblicato alcuni anni fa su “Nuovi Argomenti”, Flavio Santi provava a immaginare come si sarebbe svolta la vita di Pasolini se non fosse stato costretto ad abbandonare il Friuli. La conclusione era che sarebbe rimasto un insegnante di provincia con qualche velleità letteraria regolarmente frustrata dagli editori importanti; che sì, probabilmente, qualche idea per il cinema l’avrebbe avuta lo stesso, magari avrebbe anche scritto una sceneggiatura sugli umili del Tagliamento destinata a restare nel cassetto; e forse avrebbe formato una coppia di fatto con Tonuti.

 

Studiando la biografia del Pasolini “romano” negli anni cinquanta e sessanta ci si rende conto del fatto che nessun romano avrebbe potuto assumere a Roma atteggiamenti e comportamenti a tal punto “pasoliniani”. Perché, all’interno del cosiddetto clan Moravia, le visioni erano sì ampie e di aperta contestazione al “sistema” democristiano, ma poi in pratica non si andava aldilà della scrittura di testi poetici su “Nuovi Argomenti” o di invettive sull’”Unità”. Per il “Corriere della Sera” si scrivevano elzeviri e sull’”Espresso” si pubblicava al più critica cinematografica. Il coraggio sfrontato di Pasolini ruppe ogni consolidato schema – permettendo al costume italiano di compiere un formidabile salto di qualità – solo perché si verificò una reazione chimica altrimenti irripetibile. Come in un laboratorio finirono nello stesso crogiuolo da una parte le irrefrenabili pulsioni erotiche di un cocciuto friulano acculturato; dall’altra l’atteggiamento di sfida intrinseco al salotto romano di sinistra, che chiama “quello” il ministro dell’Interno e ha parenti stretti tra i gentiluomini del papa.

 

In altri termini, nessun romano avrebbe potuto scrivere i romanzi “romani” di Pasolini o girare una trilogia della vita; e Pasolini – se fosse rimasto in Friuli – al più sarebbe riuscito a girare qualche cortometraggio amatoriale.

Riflettendo sull’importanza del luogo con cui per varie circostanze un genio viene a contatto – reagendo artisticamente fino a produrre quanto altrove sarebbe stato impensabile – l’analogia che i miei studi mi suggeriscono è quella di Byron con Venezia e gli ex dominî mediterranei della Serenissima, a cavallo tra il secondo e il terzo decennio dell’Ottocento.

Malgrado le tipologie di giovani preferite dai due poeti fossero molto diverse, il denominatore comune per la reazione chimica resta il medesimo: l’Inghilterra come il Friuli da cui fuggire con cucita addosso l’”infamante” accusa di sodomia. E dunque la nuova grande città come un universo in cui rimescolarsi e conoscersi e mutare. Roma per Pasolini – come Venezia per Byron – fu il contesto dove produrre artisticamente quanto altrove sarebbe stato impossibile.

 

II. Il messaggio del Pasolini “romano” e di Ermanno Olmi “lombardo” ha un forte denominatore comune: l’esaltazione della società contadina pre-borghese, coi suoi ancestrali valori, le sue ritualità, la conoscenza dei cicli naturali nella loro ineludibile spietatezza. Con una fondamentale differenza. Olmi è profondamente, convintamente cristiano: lì si trovano la sua chiave di lettura degli uomini e del mondo e la sua motivazione all’arte. Il cristianesimo di Pasolini – come per altro anche il suo marxismo – sono dati estetici, sovrastrutture da utilizzarsi in chiave anti borghese. La sua motivazione profonda all’arte è l’attrazione per il giovane maschio nature, che la permanenza a Roma negli anni Cinquanta portò alle estreme conseguenze. Olmi esalta l’animo, Pasolini giunge a tale esaltazione (quando vi giunge) solo attraverso il corpo. Come scrive in “Correvo nel crepuscolo fangoso” (dal Diario 1950): “e sotto la liscia / parete di una chiesa si stendevano, / viziosi, i giovani”.

 

III. Pasolini era il potenziale di scandalo che si portava appresso dopo la fuga dal Friuli. Ed era diventato il regista, il polemista, l’intellettuale a tutto tondo che abbiamo conosciuto, perché era poeta. Ma la sua immagine pubblica “romana” non era quella del poeta. Paradossalmente, perché Pasolini, con la sua antologia dei dialettali, negli anni cinquanta era riuscito ad aprire da poeta nuovi orizzonti alla cultura italiana. Da poeta gramsciano. Perché ogni volta che si opera sulla lingua, si opera anche sui rapporti sociali.

Domandiamoci: qual è la vera tematica della trilogia della vita (Racconti di Canterbury, Decameron, Mille e una notte)? Non arrivo nemmeno a Salò, o addirittura a Petrolio. E mi chiedo: con quale messaggio Pasolini “andava verso il popolo”? Rifiuto della scuola media unica, processo alla DC: d’accordo; ma sotto il processo alla DC che cosa c’era? C’era il ribrezzo per i ragazzi che non avevano più le nuche pulite e si lasciavano crescere i capelli; il ribrezzo per le nevrosi piccolo-borghesi che ormai stavano contaminando anche le immense periferie romane.

Di che cosa privavano i ragazzi le nevrosi piccolo-borghesi? Toglievano loro la naturalezza dei gesti e degli atti della civiltà contadina. Nella naturalezza di quei gesti e di quegli atti consisteva l’aspirazione estetica di Pier Paolo Pasolini. Quella naturalezza, che estesa anche all’affettività e al sesso, era l’unico vero grande tema di Pasolini. Fu quel tema di fondo che in seguito lo portò a scrivere certi elzeviri sul “Corriere della sera”. C’era in lui una molla ineludibile che Roma coi suoi ragazzi di vita e le sue borgate riuscì a portare alle conseguenze estreme.

 

IV. L’omosessualità era stato il filtro attraverso il quale, da adolescente in epoca fascista, Pier Paolo era stato costretto a conoscersi e a conoscere il mondo. Come scrisse lo stesso Pasolini: “Sono nato nell’era fascista, in un mondo fascista. E non mi sono accorto del fascismo, come un pesce non si accorge di trovarsi nell’acqua”. E se nelle poesie della melopea in lingua friulana Pasolini era riuscito a trasformare questa sua ricerca in purissima arte, poi a Roma l’arte divenne anche e soprattutto scandalo, e la poesia divenne quella della logopea delle Ceneri di Gramsci.

Lo scandalo di Ragazzi di vita e il processo che ne seguì penetrarono nel costume romano (alle bancarelle di Campo de’ Fiori i “finocchi” venivano venduti come “pierpaoli”) e servirono molto a Pasolini per affermarsi come autore e come regista: anche il grande Visconti era perseguitato dalla censura e subiva denunce. Nei numerosi processi, spesso intentati con ragioni pretestuose, tutta Roma veniva coinvolta, dai cattolici ai comunisti. Come ha scritto Alberto Arbasino, Pasolini riusciva a “provocare scandalo con i costumi prevalenti, così come lo suscitava con la religione di Stato e con le ideologie alla moda”. Turbare e scandalizzare i praticanti con le loro stesse pratiche poteva essere il suo slogan. Fino a fare all’amore con il corpo stesso di Roma, sub specie del marchettaro di turno. Un’immagine che diviene assolutamente esplicita e dominante nei salotti e nelle borgate descritti nell’ultimo romanzo incompiuto, Petrolio.

 

V. In occasione dei cinquant’anni dalla morte di Totò, si è molto dibattuto sulla rivalutazione delle innumerevoli pellicole di serie B e C girate dal “principe”, e sulla collaborazione con Pasolini negli ultimi anni di vita.

Sulle ragioni per cui Totò non sia stato più selettivo nella scelta dei film da girare, l’unica risposta plausibile concerne la remunerazione che questi garantivano. E qui ci si collega al secondo argomento. Perché nell’ultimo decennio di vita il grande attore si convinse (erroneamente) che per entrare davvero nella storia del cinema avrebbe dovuto girare anche qualche film d’autore.

Totò non amava affatto Pasolini. Notoria è anche la sua omofobia, presente in modo palese in molte pellicole: un esempio per tutti, la sequenza al m 38.45 dell’Imperatore di Capri.

Tanto meno Totò amava i partner che il regista gli mise accanto. I biografi ricordano la visita che il regista compì con Ninetto Davoli a casa del principe prima di girare Uccellacci e uccellini, al termine della quale il padrone di casa fece disinfettare le poltrone del salotto e il bagno, bofonchiando: “Con certa gente non si sa mai…”.

Ma Pasolini era proprio il tipo di regista adatto al suo scopo. E Totò decise di girare per lui, anche senza compenso.

Dal canto suo, al regista Pasolini, dell’uomo De Curtis non importava nulla. Romanamente – e dunque cinicamente – cinematografaro, ormai, gli serviva solo quella maschera che per decenni aveva ipnotizzato i giovani proletari italiani.

Dunque…

 

VI. Come scrisse il grande poeta dialettale Biagio Marin sul suo diario il 6 novembre 1975, “sono stato ai funerali di Pier Paolo. Le autorità del Friuli hanno ignorato l’evento; anche i partiti, anche gli uomini di cultura. Non ho veduto neanche il Presidente della Filologica Friulana. Pier Paolo era dell’opinione che sollevare scandali fosse necessario. E la brava gente non perdona di essere stata scandalizzata. A volte mi sono arrabbiato anche io, che pur lo stimavo altamente e lo avevo caro. Ma in ultima analisi, dovevo ammirarlo anche nella sua mania di voler scandalizzare. Penso però che era arrivato il tempo della sua conversione, del suo bisogno di pace, o almeno di equilibrio. Forse il più vero Pasolini è nei suoi versi friulani. Il distacco dal Friuli gli ha fatto del male. Forse sarebbe ritornato e ci avrebbe dato una grande fioritura di poesia.” Forse, aggiungiamo noi oggi, le motivazioni autobiografiche “romane” delle sue anacronistiche invettive contro la società dei consumi e del benessere, contenute in Scritti corsari, rendono ancora più straziante la sua tragica fine.

 

VII.

 

I ragazzi ubriachi di Montecompatri

Gli si buttavano addosso a mezzanotte

Credendo di giocare,

Il sesso flaccido sotto la tela bianca

E quella voglia di parlare

Al rosone impassibile del duomo.

Si traduceva così in mamma ai “non sto bene”

Posando una mano sulla fronte,

O virilmente in padre

Sentendo il polso.

Fu allora che si volse ad un castello antico

E ne addobbò la torre,

L’entrata screpolata

Lo stendardo acceso

Per girare un vero film.

 

Con questi versi, apparsi nel libro Roma (Guanda 2009), volli ricordare quel bisogno di “purezza” che parve cogliere l’ultimo Pasolini quando – al tempo della scrittura di Salò-Sade – acquistò un vecchio maniero in provincia di Viterbo, nella convinzione che i ragazzi del contado fossero meno contaminati dalla civiltà dei consumi rispetto a quelli romani.

 

Ma quando tutta la sabbia insieme e senza vento

Prese le forme sue, si comprese

Che la rimozione urgente non bastava.

 

Sono invece i versi conclusivi di una mia poesia giovanile datata 5 novembre 1975, intitolata “PPP la sua inchiesta”, e rimasta inedita, come molte altre di quel periodo.

“Ti faccio fare la fine di Pasolini”, me lo sentii dire un paio di volte negli anni successivi: era come uno slogan in certi ambienti malavitosi romani; veniva usato come deterrente, quando non ci si comportava propriamente da “clienti”.

Pasolini lo avevo incontrato in un’occasione di poesia a Roma nel luglio del 1972, ma non ero riuscito a suscitare il suo interesse. In compenso sentii parlare molto di lui in quel mese di esami di maturità, come supplente neo-laureato nella commissione dell’Istituto Tecnico-Linguistico Femminile “Caterina da Siena” di via Panisperna. Non come regista o come scrittore, non ce n’era bisogno. Sentivo parlare di lui la sera dal mio aiuto-bagnino.

Aveva vent’anni, lo avevo incontrato sulla spiaggia di Ostia, dove mi recavo al pomeriggio dopo gli esami. Ero sceso a Roma con la mia 128 gialla e la sera mi piaceva scorrazzare con Riccardo, che esibiva le sue camicie sgargianti e i pantaloni lucidi a zampa di elefante: su è giù fino a Piramide e poi al centro. Più tardi lo riaccompagnavo a Ostia e ci fermavamo proprio lì, nei pressi del Lido.

Seppi tutto del Pasolini notturno: abitudini, contatti, preferenze, insistenze, concessioni. Era assolutamente noto presso chi non aveva letto una riga dei suoi scritti. Ma non aveva più “storie” con nessuno.

 

Tre anni dopo, quando avvenne il disastro, Giovanni Testori ricordò sul Corriere che sì, si cena con gli amici, ma più tardi – soli – si finisce col cedere e col cercare qualcuno nella notte. Mentre Alberto Arbasino, più pragmaticamente, scrisse che non era possibile che si finisse in un posto del genere senza avere ben deciso prima chi doveva fare che cosa a chi.

Io avevo capito. Trovavo ragionevole che per Arbasino dovesse essere così, ma sapevo da fonte certa che per Pasolini così non era. Non era più così da tempo. Con alcuni ragazzi il suo gioco era proprio quello di farli anche cedere. Un gioco più che altro cerebrale, che difficilmente concretizzava: gli bastava il gesto del cedimento. Che contestualmente significava anche avere chiuso con lui per sempre. Solo chi gli resisteva e lo “menava” aveva nuove chance di incontro.

Per questo mi parve verosimile il primo racconto di Pino Pelosi, il giovanissimo assassino reo-confesso. Per questo non mi parvero convincenti le posizioni di chi – come Enzo Siciliano, Alberto Moravia, Laura Betti – da subito parlò di agguato ordito contro di lui.

Erano le attribuzioni relative all’agguato che non mi convincevano: neofascisti e/o il racket della prostituzione maschile romana (sul quale, si aggiungeva, Pasolini da tempo stava indagando). Oppure altre inchieste che forse andava conducendo. Ma a chi potevano dare fastidio le inchieste di un poeta che parlava di lucciole e di nuche di adolescenti? Pensavo: solo chi conosce il nostro mondo dall’interno può capire. Ero d’accordo con Dario Bellezza, con Nico Naldini, che avallarono la versione di Pino Pelosi come unico responsabile.

Trascorsero diciassette anni. Pelosi intanto usciva e tornava in galera per piccoli furti e spaccio. Apparve postumo Petrolio. Non mi bastò: lo lessi a tratti, svogliatamente, infastidito. Carlo, il protagonista alter ego del narratore, nel salotto alto-borghese: narcisista. Carlo che si autoaccusa e tra quelli dei nemici mette anche il suo nome: masochista. Carlo che si presta alle voglie di dieci ragazzi infoiati in fila: non giova alla causa dei nostri diritti civili…

 

Certe parti di Petrolio contro l’Eni e contro la DC le saltai a piè pari, pensando che ormai era cambiato tutto: non aveva più senso pensare alla DC. Un romanzo fallito più che incompiuto, mi sembrava, già era troppo lungo così.

Cambiai radicalmente l’idea che mi ero fatta sulla sua morte solo nel 2005, dopo aver visto le foto scattate all’obitorio del suo corpo martoriato. Chiunque si rende conto che quel massacro non può essere stato compiuto da un ragazzo di diciassette anni ritrovato con una sola macchiolina di sangue sul pantalone. “Erano in tre o quattro, avevano le catene”, disse subito il testimone che abitava nella baracca lì vicino (non più interrogato): gli gridavano “arruso” e “comunista”, lui gridava “basta” e poi “mamma”, che fu la sua ultima parola.

Nelle interviste rilasciate a partire dal 2005 Pelosi ammette di non aver partecipato in prima persona all’aggressione, che in realtà fu compiuta da due persone sopraggiunte in moto e da altri tre individui scesi da un’altra auto.

 

Nelle foto il volto e il corpo del poeta recano i segni della lapidazione. Oggi mi resta solo il dubbio se Pelosi sia stato esca consapevole o inconsapevole. Propendo per la seconda ipotesi. Con forti minacce contro di lui e contro i suoi famigliari, immediatamente dopo l’arresto, fattegli giungere in carcere. Pelosi doveva scappare a piedi nel piano degli assassini. Invece fuggì in auto, senza patente, e fu fermato dalla polizia stradale.

Che la verità sia in Petrolio e soprattutto nel petrolio non lo dice un poeta o uno scrittore, ma un giudice, Vincenzo Calia, che ha indagato sul caso Mattei, depositando una sentenza di archiviazione. Pasolini è stato ucciso perché stava per scrivere sul “Corriere della Sera” la verità sul caso Mattei. Stava per rivelare che le Sette sorelle non c’entravano, che la questione era interna, nostra, italiana e soprattutto romana; veniva da una saldatura tra istanze di potere politico-mafioso e certe disinvolture “resistenziali” per le soluzioni drastiche: Cefis e Mattei erano stati entrambi anche uomini della Resistenza.

E oggi possiamo forse domandarci quanto di quella acutezza nella conduzione della sua indagine venne a Pasolini dalla conoscenza dei meccanismi “resistenziali” interni alla fine drammatica del fratello Guido, partigiano della Brigata Osoppo, ucciso da altri partigiani comunisti filo-jugoslavi.

Quindi non è vero che Pasolini è stato ucciso dalla sua debolezza, che lo induceva a porsi in situazioni “a rischio” con giovani maschi “eterosessuali”. L’omofobia ha solo reso più cruento e “mascherato” un delitto politico.

Pasolini sarebbe stato ucciso lo stesso. Avrebbe fatto la fine del giornalista Mauro De Mauro. Che fu fatto sparire proprio mentre indagava sul caso Mattei: mafia-Eni-Dc. Ma a differenza del coraggioso giornalista De Mauro, il coraggioso giornalista Pasolini fu anche un artista, un grandissimo artista, che attraverso il personaggio di Carlo – il cui corpo in Petrolio si consustanzia in merce, divenendo esso stesso petrolio – è riuscito a trasformare l’inchiesta che gli costò la vita nell’opera letteraria-summa della realtà romana – e in gran misura anche italiana – del secondo dopoguerra.

da qui


domenica 30 gennaio 2022

Pier Paolo Pasolini (Intervento al congresso del Partito radicale - novembre 1975)

 


Pubblichiamo il testo dell'intervento che Pier Paolo Pasolini avrebbe dovuto tenere al Congresso del Partito radicale del novembre 1975. Poté essere solo letto, davanti ad una platea sconvolta e muta, perché due giorni prima Pasolini moriva ucciso. C'è un grave pericolo - ci avverte il poeta e saggista - che incombe sul Partito radicale proprio per i grandi successi ottenuti nella conquista dei diritti civili. Un nuovo conformismo di sinistra si appresta ad appropriarsi della vostra battaglia per i diritti civili "creando un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo". Proprio la cultura radicale dei diritti civili, della Riforma, della difesa delle minoranze sarà usata dagli intellettuali del sistema come forza terroristica, violenta e oppressiva. Il potere insomma si accinge ad "assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici". La previsione di Pasolini si è avverata, non solo in Italia, ma nel resto della società occidentale dove, proprio in nome del progressismo e del modernismo, si è affermata una nuova classe di potere totalizzante e trasformista, di certo più pericolosa delle tradizionali classi conservatrici. "Contro tutto questo - concludeva Pasolini - voi non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticate subito i grandi successi e continuate imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare." 

[Il testo soprastante è tratto dal "Numero unico" pubblicato dal Partito radicale per il suo 35° Congresso, Budapest, aprile 1989: il testo dell'intervento pasoliniano risulta, in tale "Numero unico", riportato soltanto parzialmente, con alcuni "omissis". Qui di seguito tale intervento viene proposto nella sua versone integrale (da Meridiani Mondadori). L'intervento venne letto al Congresso del Partito radicale da Vincenzo Cerami]

* * *

Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Partito Comunista Italiano, e spera molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali. Cioè con quel tanto di volontà e irrazionalità e magari arbitrio che permettono di spiazzare - magari con un occhio a Wittgenstein - la realtà, per ragionarci sopra liberamente. Per esempio: il Pci ufficiale dichiara di accettare ormai, e sine die, la prassi democratica. Allora io non devo aver dubbi: non è certo alla prassi democratica codificata e convenzionalizzata dall'uso di questi tre decenni che il Pci si riferisce: esso si riferisce indubbiamente alla prassi democratica intesa nella purezza originaria della sua forma, o, se vogliamo, del suo patto formale.

Alla religione laica della democrazia. Sarebbe un'autodegradazione sospettare che il Pci si riferisca alla democraticità dei democristiani; e non si può dunque intendere che il Pci si riferisca alla democraticità, per esempio, dei radicali.

Paragrafo primo

A) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti.  
B) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono o addirittura ci rinunciano.  
C) Sono abbastanza simpatiche anche quelle persone che lottano per i diritti degli altri (soprattutto per coloro che non sanno di averli).  
D) Ci sono, nella nostra società, degli sfruttati e degli sfruttatori. Ebbene, tanto peggio per gli sfruttatori.  
E) Ci sono degli intellettuali, gli intellettuali impegnati, che considerano dovere proprio e altrui far sapere alle persone adorabili, che non lo sanno, che hanno dei diritti; incitare le persone adorabili, che sanno di avere dei diritti ma ci rinunciano, a non rinunciare; spingere tutti a sentire lo storico impulso a lottare per i diritti degli altri; e considerare, infine, incontrovertibile e fuori da ogni discussione il fatto che, tra gli sfruttati e gli sfruttatori, gli infelici sono gli sfruttati. 
Tra questi intellettuali che da più di un secolo si sono assunti un simile ruolo, negli ultimi anni si sono chiaramente distinti dei gruppi particolarmente accaniti a fare di tale ruolo un ruolo estremistico. Dunque mi riferisco agli estremisti, giovani, e ai loro adulatori anziani.  
Tali estremisti (voglio occuparmi soltanto dei migliori) si pongono come obiettivo primo e fondamentale quello di diffondere tra la gente direi, apostolicamente, la coscienza dei propri diritti. Lo fanno con determinazione, rabbia, disperazione, ottimistica pazienza o dinamitarda impazienza, secondo i casi. E dato che non si tratta solo di suscitare (negli adorabili ignari) la coscienza dei propri diritti, ma anche la volontà di ottenerli, la propaganda non può non essere soprattutto pragmatica.

Paragrafo secondo

Disobbedendo alla distorta volontà degli storici e dei politici di mestiere, oltre che a quella delle femministe romane - volontà che mi vorrebbe confinato in Elicona esattamente come i mafiosi a Ustica - ho partecipato una sera di questa estate a un dibattito politico in una città del Nord. Come sempre poi succede, un gruppo di giovani ha voluto continuare il dibattito anche per strada, nella serata calda e piena di canti. Tra questi giovani c'era un greco. Che era, appunto, uno di quegli estremisti marxisti "simpatici" di cui parlavo.  
Sul suo fondo di piena simpatia, si innestavano però manifestamente tutti i più vistosi difetti della retorica e anche della sottocultura estremistica. Era un "adolescente" un po' laido nel vestire; magari anche addirittura un po' scugnizzo: ma, nel tempo stesso, aveva una barba di vero e proprio pensatore, qualcosa tra Menippo e Aramis; ma i capelli , lunghi fino alle spalle, correggevano l'eventuale funzione gestuale e magniloquente della barba, con qualcosa di esotico e irrazionale: un'allusione alla filosofia braminica, all'ingenua alterigia dei gurumparampara.  
Il giovane greco viveva questa sua retorica nella più completa assenza di autocritica: non sapeva di averli, questi suoi segni così vistosi, e in questo era adorabile esattamente come coloro che non sanno di avere diritti...  
Tra i suoi difetti vissuti così candidamente, il più grave era certamente la vocazione a diffondere tra la gente ("un po' alla volta", diceva: per lui la vita era una cosa lunga, quasi senza fine) la coscienza dei propri diritti e la volontà di lottare per essi.  
Ebbene; ecco l'enormità, come l'ho capita in quello studente greco, incarnata nella sua persona inconsapevole.  
Attraverso il marxismo, l'apostolato dei giovani estremisti di estrazione borghese - l'apostolato in favore della coscienza dei diritti e della volontà di realizzarli - altro non è che la rabbia inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande.  
E' un'inconscia guerra civile - mascherata da lotta di classe - dentro l'inferno della coscienza borghese. (Si ricordi bene: sto parlando di estremisti, non di comunisti). Le persone adorabili che non sanno di avere diritti, oppure le persone adorabili che lo sanno ma ci rinunciano - in questa guerra civile mascherata - rivestono una ben nota e antica funzione: quella di essere carne da macello.  
Con inconscia ipocrisia, essi sono utilizzati, in primo luogo, come soggetti di un transfert che libera la coscienza dal peso dell'invidia e del rancore economico; e, in secondo luogo, sono lanciati dai borghesi giovani, poveri, incerti e fanatici, come un esercito di paria "puri", in una lotta inconsapevolmente impura, appunto contro i borghesi vecchi, ricchi, certi e fascisti. 
Intendiamoci: lo studente greco che qui ho preso a simbolo era a tutti gli effetti (salvo rispetto a una feroce verità) un "puro" anche lui, come i poveri. E questa "purezza" ad altro non era dovuta che al "radicalismo" che era in lui.

Paragrafo terzo

Perché è ora di dirlo: i diritti di cui qui sto parlando sono i "diritti civili" che, fuori da un contesto strettamente democratico, come poteva essere un'ideale democrazia puritana in Inghilterra o negli Stati Uniti - oppure laica in Francia - hanno assunto una colorazione classista. L'italianizzazione socialista dei "diritti civili" non poteva fatalmente (storicamente) che volgarizzarsi. Infatti: l'estremista che insegna agli altri ad avere dei diritti, che cosa insegna? Insegna che chi serve ha gli identici diritti di chi comanda. L'estremista che insegna agli altri a lottare per ottenere i propri diritti, che cosa insegna? Insegna che bisogna usufruire degli identici diritti dei padroni. L'estremista che insegna agli altri che coloro che sono sfruttati dagli sfruttatori sono infelici, che cosa insegna? Insegna che bisogna pretendere l'identica felicità degli sfruttatori. Il risultato che in tal modo eventualmente è raggiunto è dunque una identificazione: cioè nel caso migliore una democratizzazione in senso borghese. La tragedia degli estremisti consiste così nell'aver fatto regredire una lotta che essi verbalmente definiscono rivoluzionaria marxista-leninista, in una lotta civile vecchia come la borghesia: essenziale alla stessa esistenza della borghesia. La realizzazione dei propri diritti altro non fa che promuovere chi li ottiene al grado di borghese.

Paragrafo quarto

In che senso la coscienza di classe non ha niente a che fare con la coscienza dei diritti civili marxistizzati? In che senso il Pci non ha niente a che fare con gli estremisti (anche se alle volte, per via della vecchia diplomazia burocratica, li chiama a sé: tanto, per esempio, da aver già codificato il Sessantotto sulla linea della Resistenza)? E' abbastanza semplice: mentre gli estremisti lottano per i diritti civili marxistizzati pragmaticamente, in nome, come ho detto, di una identificazione finale tra sfruttato e sfruttatore, i comunisti, invece, lottano per i diritti civili in nome di una alterità. Alterità (non semplice alternativa) che per sua stessa natura esclude ogni possibile assimilazione degli sfruttati con gli sfruttatori. La lotta di classe è stata finora anche una lotta per la prevalenza di un'altra forma di vita (per citare ancora Wittgenstein potenziale antropologo), cioè di un'altra cultura. Tanto è vero che le due classi in lotta erano anche - come dire? - razzialmente diverse. E in realtà, in sostanza, ancora lo sono. In piena età dei Consumi.

Paragrafo quinto

Tutti sanno che gli "sfruttatori" quando (attraverso gli "sfruttati") produconomerce, producono in realtà umanità (rapporti sociali).  
Gli "sfruttatori" della seconda rivoluzione industriale (chiamata altrimenti consumismo: cioè grande quantità, beni superflui, funzione edonistica) producono nuova merce: sicché producono nuova umanità (nuovi rapporti sociali).  
Ora, durante i due secoli circa della sua storia, la prima rivoluzione industriale ha prodotto sempre rapporti sociali modificabili. La prova? La prova è data dalla sostanziale certezza della modificabilità dei rapporti sociali in coloro che lottavano in nome dell'alterità rivoluzionaria. Essi non hanno mai opposto all'economia e alla cultura del capitalismo un'alternativa, ma, appunto, un'alterità. Alterità che avrebbe dovuto modificare radicalmente i rapporti sociali esistenti: ossia, detta antropologicamente, la cultura esistente.  
In fondo il "rapporto sociale" che si incarnava nel rapporto tra servo della gleba e feudatario, non era poi molto diverso da quello che si incarnava nel rapporto tra operaio e padrone dell'industria: e comunque si tratta di "rapporti sociali" che si sono dimostrati ugualmente modificabili.  
Ma se la seconda rivoluzione industriale - attraverso le nuove immense possibilità che si è data - producesse da ora in poi dei "rapporti sociali"immodificabili? Questa è la grande e forse tragica domanda che oggi va posta. E questo è in definitiva il senso della borghesizzazione totale che si sta verificando in tutti i paesi: definitivamente nei grandi paesi capitalistici, drammaticamente in Italia.  
Da questo punto di vista le prospettive del Capitale appaiono rosee. I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché, attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d'uomo: ma l'umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei "rapporti sociali" immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo un nuovo tecno-fascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi anti-fascismo), sia, com'è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili.  
In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all'utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova.

Paragrafo sesto.

Caro Pannella, caro Spadaccia, cari amici radicali, pazienti con tutti come santi, e quindi anche con me: l'alterità non è solo nella coscienza di classe e nella lotta rivoluzionaria marxista. L'alterità esiste anche di per sé nell'entropia capitalistica. Quivi essa gode (o per meglio dire, patisce, e spesso orribilmente patisce) la sua concretezza, la sua fattualità. Ciò che è, e l'altro che è in esso, sono due dati culturali. Tra tali due dati esiste un rapporto di prevaricazione, spesso, appunto, orribile. Trasformare il loro rapporto in un rapporto dialettico è appunto la funzione, fino a oggi, del marxismo: rapporto dialettico tra la cultura della classe dominante e la cultura della classe dominata. Tale rapporto dialettico non sarebbe dunque più possibile là dove la cultura della classe dominata fosse scomparsa, eliminata, abrogata, come dite voi. Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. E' ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche - ed è tutto dire - di fascisti.

Paragrafo settimo

I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri. Ora, dire alterità è enunciare un concetto quasi illimitato. Nella vostra mitezza e nella vostra intransigenza, voi non avete fatto distinzioni. Vi siete compromessi fino in fondo per ogni alterità possibile. Ma una osservazione va fatta. C'è un'alterità che riguarda la maggioranza e un'alterità che riguarda le minoranze. Il problema che riguarda la distruzione della cultura della classe dominata, come eliminazione di una alterità dialettica e dunque minacciosa, è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema del divorzio è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema dell'aborto è un problema che riguarda la maggioranza. Infatti gli operai e i contadini, i mariti e le mogli, i padri e le madri costituiscono la maggioranza. A proposito della difesa generica dell'alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell'aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò - e voi lo sapete benissimo - costituisce un grande pericolo. Per voi - e voi sapete benissimo come reagire - ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male.  
Cosa voglio dire con questo?  
Attraverso l'adozione marxistizzata dei diritti civili da parte degli estremisti - di cui ho parlato nei primi paragrafi di questo mio intervento - i diritti civili sono entrati a far parte non solo della coscienza, ma anche della dinamica di tutta la classe dirigente italiana di fede progressista. Non parlo dei vostri simpatizzanti. Non parlo di coloro che avete raggiunto nei luoghi più lontani e diversi: fatto di cui siete giustamente orgogliosi. Parlo degli intellettuali socialisti, degli intellettuali comunisti, degli intellettuali cattolici di sinistra, degli intellettuali generici, sic et simpliciter: in questa massa di intellettuali - attraverso i vostri successi - la vostra passione irregolare per la libertà, si è codificata, ha acquistato la certezza del conformismo, e addirittura (attraverso un "modello" imitato sempre dai giovani estremisti) del terrorismo e della demagogia. 

Paragrafo ottavo

So che sto dicendo delle cose gravissime. D'altra parte era inevitabile. Se no cosa sarei venuto a fare qui? Io vi prospetto - in un momento di giusta euforia delle sinistre - quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova trahison des clercs: una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita.  
Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione "creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili".  
Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera.  
Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare. 

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