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mercoledì 10 giugno 2026

“Mi hanno interrogato per tutta la notte e poi messo in cella. I Mondiali erano il mio sogno”: il racconto dell’arbitro somalo Artan, sbattuto fuori dagli Usa - Daniele Fiori

“Avevo i documenti giusti”. Omar Abdulkadir Artan racconta così, al telefono con il New York Times, la notte che ha cancellato il suo sogno mondiale. L’arbitro somalo, scelto per partecipare ai Mondiali di calcio di quest’estate, non potrà prendere parte al torneo dopo che gli è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti al suo arrivo a Miami, su un volo proveniente da Istanbul. La sua vicenda è diventata il simbolo dell’intolleranza che sta caratterizzando questi Mondiali, tra visti negati e perquisizioni alle Nazionali.

Artan ha spiegato di essere arrivato negli Usa convinto di avere tutto in ordine: “Avevo i documenti e tutto il resto in regola”. Secondo il suo racconto, una volta sbarcato è stato portato in una piccola stanza dell’aeroporto, dove gli agenti lo hanno interrogato per tutta la notte. Undici ore di domande, durante le quali gli sarebbe stato chiesto il motivo del viaggio negli Stati Uniti e anche della politica somala. L’arbitro ha detto di aver mostrato i documenti della Fifa e alcune foto della sua carriera da direttore di gara.

Il passaggio successivo è stato ancora più duro. Dopo l’interrogatorio, Artan ha riferito di essere stato trasferito in una cella di detenzione, dove è rimasto per altre ore, prima di essere imbarcato su un volo di ritorno verso Istanbul e poi rientrare a Mogadiscio. “Sono molto, molto deluso. Sono semplicemente un arbitro che cerca di vivere il suo sogno, il più grande sogno della mia vita, venire ai Mondiali”, ha detto al New York Times.

Artan sarebbe potuto diventare il primo arbitro somalo a dirigere una partita dei Mondiali. Nel 2025 era stato nominato miglior arbitro maschile dell’Africa ed era stato scelto dalla Confederazione Africana di Calcio per partecipare al torneo. Ma dopo il respingimento negli Stati Uniti, la Fifa se n’è lavata le mani e ha confermato che non prenderà parte alla competizione.

Il direttore di gara ha dichiarato di non essere stato informato del motivo preciso per cui gli è stato negato l’ingresso nel Paese. La spiegazione ufficiale fornita dalle autorità statunitensi resta generica. Un portavoce della dogana e della protezione delle frontiere aveva dichiarato alla CNN che Artan era stato sottoposto a un controllo aggiuntivo, una procedura definita di routine per verificare le informazioni o stabilire l’ammissibilità del viaggiatore. Al termine dell’ispezione, era stato ritenuto inammissibile “a causa di problemi di verifica”.

“Penso che abbiano un problema con il mio paese”, ha aggiunto Artan. La Somalia rientra infatti tra i Paesi colpiti dalle restrizioni di viaggio introdotte nell’ambito della stretta sull’immigrazione dell’amministrazione Trump. Il caso ha provocato la protesta del governo somalo, che ha chiesto spiegazioni agli Stati Uniti e alla Fifa. Che, da parte sua, ha dichiarato di non avere competenza diretta sulle procedure migratorie del Paese ospitante. “La FIFA non è coinvolta nei processi di immigrazione del Paese ospitante, comprese le procedure di rilascio dei visti, ed è stata informata dalle autorità che lo status del signor Artan non subirà modifiche al momento”, ha dichiarato un portavoce.

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Mondiali 2026, i peggiori di sempre? Intolleranza e prepotenza sotto i nostri occhi - Stefano Boldrini

S’intuiva che sarebbe stato il mondiale dell’intolleranza, della prepotenza spacciata come sicurezza, delle paranoie sull’immigrazione, dello strapotere della parte peggiore dell’America, ma le prime immagini che viaggiano sul web in tempo reale ci hanno descritto nelle ultime ore, quando ancora il torneo deve iniziare, uno scenario ancora più oscuro. L’arbitro somalo Omar Artan – il migliore della confederazione africana – rispedito a casa dalla polizia di Miami dopo lunghissimi controlli. Le delegazioni di Senegal e Uzbekistan sottoposte a ispezioni minuziose, con tanto di cani antidroga e al limite dell’umiliante – coinvolti anche Fabio Cannavaro ct della nazionale asiatica e star mondiali come l’ex Liverpool Sadio Mané e l’ex Napoli Koulibaly -. Il giocatore iracheno Ayman Hussein bloccato in aeroporto e sottoposto a sette ore di interrogatorio. Persino il Belgio di De Bruyne costretto a fare i conti con i metal detector sotto le scarpe. L’Iran è un caso a parte: appare già surreale la presenza della squadra con il fronte di guerra aperto con gli Usa e non sorprende quindi se sia stato concesso di entrare negli Stati Uniti poche ore prima delle partite e di uscire subito dopo.

Il mondiale della prepotenza, del trionfo della cultura – cultura? – MAGA, del trumpismo appare già lanciato verso il titolo del peggiore di sempre. Peggio sicuramente di Italia 1934 in salsa mussoliniana, di Qatar 2022 e dei divieti imposti alle comunità LGBTQ+, di Russia 2018 e del rinascimento putiniano. L’unico per ora accostabile a quello che andrà in scena in Canada, Messico e Usa dall’11 giugno al 19 luglio, il primo a 48 squadre e con un totale di 104 partite, è quello di Argentina 1978 e dei generali macellai, con la caserma ESMA a poche centinaia di metri dallo stadio Monumental di Buenos Aires dove vennero torturate e uccise migliaia di persone, anche durante le gare. Quarantotto anni fa non esisteva internet. Il regime di Videla eresse un muro di fronte alle sue vergogne. Solo la nazionale olandese cercò di scuotere le coscienze, nell’indifferenza generale. Gli Oranje arrivarono a giocarsi il titolo nella finale contro i padroni e la persero ai supplementari, dopo aver colpito un palo all’89’ quando il match viaggiava sull’1-1: se un ciuffo d’erba avesse deviato il tiro di Rensenbrink, forse la storia dell’Argentina sarebbe stata diversa e la dittatura sarebbe caduta prima del 1983.

Chiariamo subito: non sono paragonabili la giunta argentina figlia di un golpe e il trumpismo americano. Donald è stato rieletto dal voto presidenziale. Ha ottenuto la maggioranza dei voti in una consultazione democratica. Ma il modello MAGA (Make America Great Again) sta producendo un attacco violento alle libertà e alla libertà. Si alimenta di nazionalismo ottuso, di sovranismo, di suprematismo bianco, di lotta all’immigrazione, di autoritarismo che dà carta bianca ai metodi brutali delle forze dell’ordine. I controlli severissimi alle frontiere, in un paese che è insieme a Israele il bersaglio numero uno del terrorismo internazionale, erano annunciati, ma le immagini di questa vigilia sono state un colpo di frusta. Sembrava fantasia la caccia agli immigrati negli stadi durante le partite da parte dell’ICE, ma a questo punto, sarà la conseguenza logica di quanto sta avvenendo.

Uno scenario brutale, di cinque settimane pesanti, nelle quali spicca il silenzio della Fifa e del suo presidente, Gianni Infantinocontro il quale si è rivolto in tribunale Michel Platini, dopo i fatti e misfatti che portarono alla caduta dell’ex fuoriclasse della Juventus nel 2015, all’epoca numero uno dell’Uefa e lanciato verso il trono del football mondiale. Infantino è un sodale di Trump. Si vanta di essere amico del presidente statunitense e con una pagliacciata in pieno stile americano gli ha consegnato, lo scorso dicembre, un surreale premio della pace. Infantino è amico dei potenti, da Putin ai reali delle monarchie arabe, ma è ancora più amico di Trump. Affinità ideologiche e amore viscerale per gli affari sono il collante con King Donald. Il mondiale 2026, secondo la propaganda di Infantino, “sarà il più grande evento di sempre”. Il sito della BBC, che non rappresenta un mondo ultra dell’informazione, suggerisce questa descrizione del torneo: “Il più politicizzato, per esempio. E il più costoso. Potenzialmente il più caldo, o il più inquinante. Certamente, il più redditizio per la FIFA. A prescindere dal punto di vista, sembra certo che, al di là dello spettacolo in campo, questa Coppa del Mondo in formato gigante potrebbe essere tra le più controverse di sempre. Dai costi per i tifosi all’impatto della geopolitica, dalle politiche sull’immigrazione fino alla sicurezza, alle condizioni meteorologiche estreme, alla sostenibilità e al ruolo del presidente Donald Trump, questo mondiale suscita apprensione ed entusiasmo”.

E’ vietata anche la critica sportiva, vedi quella dell’allenatore argentino Marcelo Bielsa, ct dell’Uruguay, che ha definito pessima l’organizzazione del torneo parlando dei campi di allenamento. La Fifa ha aperto un procedimento disciplinare nei suoi confronti. “Ci proibiscono di parlare. Chi prova a criticare viene sanzionato”, il suo atto d’accusa. A questo punto siamo arrivati con Infantino: un allenatore non può dire che una struttura tecnica non è degna di un mondiale.

Dall’11 giugno, con il match Messico-Sudafrica che aprirà il torneo, detterà legge il calcio giocato: quarantotto squadre, 1248 giocatori pronti a scendere in campo, tre nazioni, tre fusi orari, distanze enormi da percorrere e una montagna di gol in arrivo. Questa sbornia collettiva riuscirà ancora una volta a oscurare le coscienze? La vera sfida è questa. Noi italiani, costretti per la terza volta di fila a vivere il mondiale da semplici spettatori, abbiamo la possibilità di sottrarci a questo delirio, anche se, visti i fatti dell’ultima giornata di campionato, il livello della nostra classe politica e il liquame che scorre abitualmente nei social, non c’è da essere ottimisti.

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martedì 2 giugno 2026

Il conto titoli del sovrano - Margherita Furlan

 

Mentre l’Air Force One imbarcava i suoi amministratori delegati verso Pechino, un conto intestato al presidente degli Stati Uniti comprava e vendeva i titoli delle stesse società. I mercati hanno premiato l’evento, non il suo esito. È la radiografia di uno Stato che ha smesso di funzionare come una repubblica e ha cominciato a funzionare come un consiglio di amministrazione.

Il 13 maggio 2026, mentre le borse festeggiavano un titolo dopo l’altro, l’Air Force One faceva uno scalo tecnico per imbarcare Jensen Huang, fondatore di Nvidia, e portarlo a Pechino. Lo stesso giorno, l’Office of Government Ethics riceveva un documento di oltre cento pagine: il rendiconto delle operazioni finanziarie compiute nel primo trimestre dell’anno da un conto intestato a Donald J. Trump. Oltre tremilasettecento movimenti. Le società i cui vertici volavano con lui erano, quasi tutte, nel paniere.

Lo scalo di Pechino

La scena ha qualcosa di emblematico. L’aereo presidenziale che interrompe la rotta per caricare a bordo, all’ultimo minuto, l’uomo che guida la società più capitalizzata del pianeta. Attorno a lui una delegazione che riuniva i vertici di Boeing, di Tesla, di Citigroup e di una dozzina di altri colossi. Bloomberg ha annotato, con il pudore tecnico della stampa finanziaria, che i titoli di quelle imprese salivano mentre i loro amministratori delegati erano ancora in volo. Una coincidenza, si dirà. Le coincidenze, però, quando si ripetono e hanno sempre lo stesso segno, smettono di essere tali e diventano un sistema.

Il documento depositato all’ufficio etico del governo federale dà spessore documentale a quella scena. Tra le voci elencate compare l’acquisto di azioni Nvidia per una fascia compresa fra uno e cinque milioni di dollari, datato 10 febbraio 2026; un acquisto precedente, del 6 gennaio, in una fascia fra cinquecentomila e un milione, marcato nel modulo come unsolicited, non sollecitato. Lo stesso 10 febbraio risulta l’acquisto di Boeing, anch’esso nella fascia più alta. Sono le due imprese i cui uomini di vertice avrebbero poi attraversato il Pacifico al fianco del presidente.

Clausewitz scriveva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. La formula è stata ripetuta tante volte da logorarsi. Eppure conserva una capacità di rovesciamento: se la guerra prosegue la politica, e se questa oggi si misura in capitalizzazione di mercato, allora l’affare diventa la continuazione della diplomazia con altri mezzi. Lo scalo di Pechino non è un episodio di costume. È il punto in cui la rappresentanza dello Stato e la posizione di portafoglio si sovrappongono nello stesso individuo, nello stesso momento, nello stesso volo.

Tremilasettecento operazioni: cosa dicono le carte

Il rendiconto registra oltre tremilasettecento operazioni nel solo primo trimestre del 2026, per un valore complessivo di decine di milioni di dollari, riguardanti grandi società che intrattengono rapporti con l’amministrazione che quel conto, formalmente, non dovrebbe toccare. Più di quaranta movimenti per giorno lavorativo. Un operatore interpellato da Bloomberg ha parlato di una mole che assomiglia più a quella di un fondo speculativo con negoziazione algoritmica massiva che a un conto personale. Un altro, con quarant’anni di mercato alle spalle, ha usato una parola sola: sconcertante. Non sono giudizi militanti. Sono reazioni di tecnici davanti a un dato anomalo.

Il documento non fornisce cifre puntuali. Indica fasce di valore: da uno a cinque milioni, da cinquecentomila a un milione, e così a scendere. Chi scrive che il presidente ha guadagnato una somma precisa inventa un dato che il modulo non contiene. La fascia è il limite della certezza e la si rispetta.

C’è un secondo elemento che il modulo registra e che va riferito con precisione, perché è esattamente il punto su cui la difesa della Casa Bianca poggia. Molte voci portano la dicitura unsolicited, non sollecitate; altre la formula solicited order, discretion exercised, your broker acted as agent, ordine sollecitato, discrezionalità esercitata, intermediario agente. Il documento, in altre parole, distingue da sé fra operazioni decise altrove e operazioni in cui una scelta è stata compiuta. Questa distinzione non smonta l’inchiesta: ne sposta il bersaglio. Il problema non è stabilire la mano che ha premuto il tasto. È la struttura che consente a quella mano di esistere.

I guadagni, in cifre verificabili

La domanda concreta è legittima: c’è stato un guadagno, e di quanto? Qui occorre tenere insieme due fonti distinte e non confonderle. Il rendiconto dell’ufficio etico dice cosa è stato comprato e quando, ma solo a fasce. I dati di mercato dicono come si sono mossi quei titoli. Incrociandoli si ottiene una stima di direzione e di ordine di grandezza, non una cifra esatta: e va detto così, senza gonfiare.

Sul piano delle singole società, il movimento legato alla delegazione è documentato. Alla chiusura del 13 maggio, sull’annuncio della comitiva, Nvidia segnava un progresso del 2,3 per cento, Tesla del 2,7, Boeing dell’1,6; Micron guadagnava il 4,8 per cento, Qualcomm l’1,4. Nella seduta successiva Nvidia toccava un massimo a 232,35 dollari, con un picco intragiornaliero oltre il 3 per cento, mentre Boeing nel mese precedente era salita di circa l’8,8 per cento sulla sola attesa della commessa cinese. Non sono cifre clamorose se prese una per una. Diventano un’altra cosa se si considera che quelle posizioni erano state aperte settimane prima, nei giorni in cui il modulo registra gli acquisti.

È su questo che alcune piattaforme di analisi dei dati pubblici hanno costruito le proprie stime: misurando la rivalutazione di ciascuna posizione dichiarata dal giorno di acquisto indicato nel modulo. Su singoli titoli i numeri sono vistosi: una posizione aperta su un produttore di hardware il 10 febbraio risultava rivalutata di circa il 96 per cento; un’altra, su un semiconduttore, di una percentuale a tre cifre dal 2 marzo. Vanno presi con la pinza che il dato impone: la fascia dichiarata non dice la quantità esatta e la percentuale dipende dal giorno di rilevazione. Ma l’ordine di grandezza, decine di milioni di dollari di portafoglio esposti a società le cui sorti dipendono da decisioni dell’esecutivo, non è in discussione. È scritto nel documento ufficiale.

Qui interviene il fatto che rovescia la prospettiva, il più istruttivo di tutti. Il vertice di Pechino, sul piano dei risultati, è stato deludente. L’unico accordo rilevante annunciato è stato l’ordine Boeing; nessun progresso sulla vendita dei semiconduttori Nvidia alla Cina, nonostante l’aggiunta teatrale di Huang all’ultimo minuto. Nessun chip H200 è stato spedito ai compratori cinesi già approvati, le esportazioni cinesi di terre rare restavano circa la metà dei livelli precedenti, nessun documento firmato sulla governance dell’intelligenza artificiale. Persino la commessa Boeing, ridotta a duecento velivoli, era meno della metà dei cinquecento inizialmente ipotizzati. I mercati, dunque, non hanno premiato un esito diplomatico, bensì premiato l’evento. La coreografia della delegazione, l’annuncio, l’attesa. Il rialzo è arrivato prima del vertice e sull’aspettativa, non dopo e sul risultato. È la prova, in negativo, che la logica in azione non era quella di uno Stato che negozia un interesse nazionale, ma quella di una società quotata che gestisce la propria narrazione di mercato.

La risposta alla domanda, allora, è doppia. Le compagnie hanno tratto un beneficio di mercato misurabile dalla sola partecipazione alla scena, indipendentemente da ciò che questa abbia prodotto. E un conto intestato al presidente era posizionato, settimane prima, esattamente su quelle compagnie. Che questo si traduca in un guadagno personale netto quantificabile, il documento non permette di affermarlo con una cifra: consente di affermare, con certezza documentale, che l’esposizione c’era, ingente, e che riguardava i soggetti regolati da chi quel conto, formalmente, non dovrebbe muovere.

Il paniere è una mappa del potere

Se si dispongono i nomi delle società acquistate accanto alle decisioni prese dall’amministrazione negli stessi mesi, il rendiconto smette di essere una lista contabile e diventa una cartografia. Non casuale: orientata.

Nvidia è il caso più nitido. Il governo federale controlla l’esportazione dei semiconduttori avanzati verso i Paesi designati come avversari strategici, Cina compresa. Il rendiconto colloca un acquisto di titoli Nvidia il 6 gennaio, a ridosso dell’autorizzazione del Dipartimento del Commercio alla vendita di alcuni chip al mercato cinese. Un secondo acquisto, più consistente, è datato 10 febbraio, in prossimità dell’annuncio di un grande accordo della stessa Nvidia con un colosso dei social. La sequenza temporale è un fatto documentale. La sua interpretazione è analisi e va detto con nettezza: nessun atto pubblico prova che la decisione regolatoria sia stata presa in funzione del conto. Ma la prossimità fra la mossa amministrativa e la posizione finanziaria è di quelle che, in qualunque ordinamento attento al conflitto di interessi, basterebbero ad aprire un procedimento.

Accanto a Nvidia, il modulo elenca Palantir, la società di analisi algoritmica di Peter Thiel, acquistata a più riprese mentre l’apparato federale espandeva la spesa per la sorveglianza e per il controllo delle frontiere. Elenca BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo; Blackstone; Goldman Sachs. Elenca Boeing, le cui azioni si sarebbero mosse, mentre il presidente era a Pechino, sull’annuncio di una commessa cinese. Sono i nodi dell’ecosistema dei cosiddetti azionisti dell’apocalisse: gestione globale del capitale, sorveglianza algoritmica, infrastruttura della sicurezza, industria aerospaziale e della difesa. Non attori che eseguono una politica, ma che costituiscono l’ambiente entro cui la politica si decide.

La prima notizia del deposito è stata data da organizzazioni di giornalismo d’inchiesta indipendenti, Sludge e NOTUS, prima ancora che le grandi agenzie ne traessero le proprie ricostruzioni. È una nota a margine che merita di restare nel testo: la catena documentale, qui, parte dal basso e risale, non viceversa.

«Tutto è in un trust»: anatomia di una difesa

La replica dell’amministrazione è stata costruita su tre linee, e va esaminata per quello che è: un dispositivo di linguaggio prima ancora che un argomento giuridico.

La prima linea, affidata al portavoce della Casa Bianca, è lapidaria: gli attivi del presidente sono in un trust gestito dai suoi figli, non esistono conflitti di interesse. La seconda, affidata al figlio Eric e al presidente stesso in risposta a un’esponente del Senato, sposta l’accento sui fondi indicizzati: si tratterebbe di panieri ampi, non di scelte di singoli titoli. La terza è implicita e la più solida sul piano formale: nessuna norma vieta a un presidente di detenere o negoziare titoli; gli si chiede soltanto di dichiararli, ed è ciò che è stato fatto.

Le tre linee reggono separatamente e si indeboliscono insieme. Il trust esiste, ma è gestito dai figli, non da un fiduciario indipendente: è esattamente la differenza fra un trust cieco e uno di famiglia, l’intero punto. I predecessori avevano scelto la strada opposta. George H. W. Bush e Bill Clinton affidarono i propri attivi a un trust cieco con un supervisore terzo; Barack Obama e Joe Biden non negoziarono azioni durante il mandato. Non si tratta di una raffinatezza procedurale. È il presidio che separa chi decide sulle imprese da chi possiede le imprese. Quel presidio, qui, non c’è.

Chomsky e Herman hanno descritto come il consenso si fabbrichi non con la menzogna aperta ma con la selezione di ciò che può essere detto e di come. La formula «nessun conflitto di interessi», ripetuta come un’antifona, non descrive una realtà: la istituisce performativamente, contando sul fatto che l’iterazione sostituisca la verifica. Bourdieu lo chiamerebbe potere del linguaggio legittimo: la capacità di neutralizzare ciò che si nomina nel momento stesso in cui lo si pronuncia. Il fatto resta sotto la formula, intatto: il conto del sovrano si è mosso sui titoli delle imprese che lui stesso regola.

Quando lo Stato è un fondo speculativo

La questione non è morale, o non solo. È strutturale.

Susan Strange aveva chiamato potere strutturale la capacità di un attore di plasmare le strutture stesse entro cui gli altri sono costretti a muoversi: chi disegna il tavolo conta più di chi gioca la mano. Quando il conto del capo dell’esecutivo opera dentro lo stesso mercato che le decisioni dell’esecutivo muovono, il potere strutturale e quello politico cessano di essere distinti. Non è un funzionario corrotto da un interesse esterno. È lo Stato che ha interiorizzato la forma del fondo: detiene posizioni, le ribilancia, le dichiara a fasce, e nel frattempo governa le variabili che ne determinano il valore.

Giovanni Arrighi leggeva la finanziarizzazione spinta come il segnale dell’autunno di un ciclo egemonico: la potenza che non riesce più a guidare il mondo attraverso la produzione lo fa attraverso il denaro, e in quel passaggio mostra non la forza ma il proprio declino. Un conto presidenziale che assomiglia a un fondo speculativo non è un’eccentricità individuale: è un sintomo collocabile in una traiettoria storica. Naomi Klein aggiungerebbe che il disordine, lungi dall’essere il problema, è diventato la condizione di profitto: ogni urto regolatorio, gli annunci, le tensioni sono un’occasione per chi sta dalla parte giusta del paniere. Il rendiconto, del resto, lo mostra in filigrana: accanto ai singoli titoli ricorrono con regolarità i panieri settoriali sull’industria della difesa e sull’energia, gli stessi comparti che prosperano quando il mondo si fa instabile.

La guerra è il prodotto, il caos è la materia prima non è una frase a effetto, ma descrizione esatta di un meccanismo che le carte dell’ufficio etico, lette con attenzione, lasciano vedere.

Amministrazione di uno Stato o consiglio di amministrazione di una compagnia?

Resta la domanda più inquietante. È ancora lecito chiamare «amministrazione» quella che siede a Washington, o si descrive meglio la realtà chiamandola consiglio di amministrazione di una grande compagnia che ha smesso di essere la guida di una democrazia?

Max Weber aveva fissato, un secolo fa, il criterio che distingue lo Stato moderno da ogni forma di potere precedente: la separazione tra l’ufficio e chi lo ricopre. Nel potere patrimoniale premoderno il sovrano non distingueva tra l’erario e la propria cassa; nello Stato burocratico moderno quella distinzione è il fondamento stesso della legittimità, perché garantisce che la carica serva la funzione e non il titolare. Misurato su quel criterio, un conto intestato al capo dell’esecutivo che negozia, a fasce di milioni, i titoli delle società regolate dall’esecutivo non è una deviazione interna allo Stato moderno. È un ritorno, sotto vesti finanziarie, alla confusione patrimoniale che lo Stato moderno era nato per superare.

Il consiglio di amministrazione di una società quotata ha una logica precisa, e va riconosciuta per quello che è: massimizzare il valore per gli azionisti, gestire l’aspettativa di mercato, sincronizzare gli annunci con le posizioni. Misurata su questa logica, la sequenza di Pechino è perfettamente coerente. La delegazione di amministratori delegati è una presentazione agli investitori. L’annuncio dei jet è una comunicazione di mercato. Il rialzo che precede il vertice e ignora il suo esito magro è il comportamento di un titolo che reagisce alla narrazione, non ai fondamentali. Una democrazia rappresentativa non funziona così perché non deve massimizzare un valore per azionisti: deve mediare interessi confliggenti di cittadini che non possiedono quote e non ricevono dividendi. Quando il primo schema sostituisce il secondo, la parola «amministrazione» resta, ma designa un’altra cosa.

Le forme della democrazia americana restano in piedi: si vota, esiste un’opposizione parlamentare, un ufficio etico raccoglie e pubblica le dichiarazioni, una stampa indipendente le scava. Non siamo davanti alla fine dichiarata di una repubblica. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e, a suo modo, più grave: una repubblica le cui forme sopravvivono mentre la sostanza migra verso un altro modello, quello dell’impresa, senza che nessuno debba mai annunciare il passaggio. Marx, descrivendo un altro potere personale che si era eretto sopra la società facendone il proprio dominio privato, osservava che la storia, la seconda volta, si ripresenta come farsa. Oggi tutto avviene alla luce del sole, in un modulo pubblico, sotto la formula tranquillizzante che non esiste alcun conflitto.

Il riflesso italiano

Si dirà: è una vicenda americana, riguarda un altro ordinamento. Non è così, e la ragione interessa direttamente il lettore italiano.

I nodi che compaiono nel paniere presidenziale non sono astrazioni lontane. BlackRock è presente in modo capillare negli asset finanziari e industriali italiani; l’ecosistema della sorveglianza algoritmica al quale appartiene Palantir lambisce i sistemi di analisi dati delle pubbliche amministrazioni occidentali. La penetrazione di attori privati transnazionali nelle infrastrutture strategiche non avviene, di norma, attraverso un atto politico clamoroso: avviene per via tecnica e contrattuale, nodo dopo nodo, finché la sovranità non si scopre svuotata senza che un solo voto l’abbia formalmente ceduta. L’Italia, in questo, è da tempo un laboratorio.

La misura di quanto sia profondo il mutamento la dà la distanza da una tradizione che pure è stata italiana. Enrico Mattei aveva costruito uno strumento pubblico dell’energia per trattare con il mondo arabo fuori dallo schema delle grandi compagnie anglo-americane, affermando che la collocazione del Paese era una scelta politica e non un destino. Aldo Moro aveva pensato il Mediterraneo come spazio di autonomia e il dialogo con il mondo arabo-palestinese come dimensione propria dell’interesse nazionale. Quella tradizione muoveva da un’idea elementare: che esista una linea fra l’interesse del Paese e quello di chi, in quel momento, ne amministra le leve. È lo stesso confine che, a Washington, il rendiconto dell’ufficio etico mostra ormai cancellato. La sovranità che l’Italia ha smarrito per cessione tecnica è la medesima che, nella prima potenza del mondo, si è dissolta nel portafoglio di chi la incarna.

Il sovrano e il suo conto

La domanda da cui si era partiti – il presidente ha guadagnato? – è, alla fine, la porta d’ingresso, non la stanza. È la domanda che la formula «nessun conflitto di interessi» vuole che ci si fermi a porre, perché è quella a cui si può rispondere con una fascia di valore e un’alzata di spalle.

La domanda esatta è un’altra. Che cosa significa che la prima potenza del pianeta sia retta da un’autorità il cui conto titoli si muove, ogni giorno, lungo le stesse linee che le sue decisioni tracciano, e che premia la coreografia di un vertice più del suo esito? Gramsci, nel carcere, definiva la crisi come il momento in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in quell’interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati. Un conto sovrano che opera come un fondo è uno di quei fenomeni. Non l’anomalia di un uomo, ma il sintomo di un ordine che ha smesso di distinguere fra chi comanda e chi specula.

Le carte dell’ufficio etico americano non provano un reato. Provano qualcosa di più perturbante: che la separazione fra il potere e l’interesse, la linea su cui si reggono le repubbliche, è stata derubricata a formalità dichiarativa. Finché la si dichiara, tutto è in regola. È precisamente questo il punto in cui un’amministrazione smette di amministrare uno Stato e comincia a gestire una compagnia, senza che nessuno debba mai metterlo a verbale.

Note

[1] U.S. Office of Government Ethics, «Periodic Transaction Report (OGE Form 278-T), Donald J. Trump, President of the United States of America», deposito 8 maggio 2026, ricevuto OGE 13 maggio 2026, certificazione Heather Jones, https://extapps2.oge.gov/201/Presiden.nsf (documento pubblico, oltre 100 pagine).

[2] Saijel Kishan, Gregory Korte, «Nvidia Chips, Boeing Jets: Stock Traders Eye Trump in China», Bloomberg, 13 maggio 2026.

[3] OGE Form 278-T cit., voce 4 (Nvidia Corp., acquisto 10 febbraio 2026, fascia 1.000.001 – 5.000.000 dollari) e voce 40 (Nvidia Corp., «unsolicited», acquisto 6 gennaio 2026, fascia 500.001 – 1.000.000 dollari).

[4] OGE Form 278-T cit., voce 29 (Boeing Company Com., acquisto 10 febbraio 2026, fascia 1.000.001 – 5.000.000 dollari).

[5] Carl von Clausewitz, «Della guerra» (Vom Kriege, 1832), trad. it. Mondadori, Milano 1970, libro I, cap. 1, par. 24: «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi».

[6] Stephanie Lai, Gregory Korte, «Trump’s financial filings show 3,700 stock trades in three months», Bloomberg, 16 maggio 2026 (ripresa Business Standard, 16 maggio 2026).

[7] Dichiarazione di Matthew Tuttle, amministratore delegato di Tuttle Capital Management, riportata in Bloomberg, 16 maggio 2026.

[8] Dichiarazione di Eric Diton, presidente e amministratore delegato di The Wealth Alliance, riportata in Bloomberg, 16 maggio 2026.

[9] OGE Form 278-T cit., voci 79, 80, 81 (Goldman Sachs Group, Alphabet, Amazon, ordini 9 gennaio 2026, «Solicited Order, Discretion Exercised»); numerose altre posizioni marcate «UNSOLICITED» (voci 1, 9, 22, 32, 33, 40 e seguenti).

[10] Bloomberg, 13 maggio 2026: alla chiusura del 13 maggio Nvidia +2,3%, Tesla +2,7%, Boeing +1,6%, Micron +4,8%, Qualcomm +1,4% rispetto alla seduta precedente, sull’annuncio della delegazione.

[11] TradingKey, 14 maggio 2026: nella seduta del 14 maggio le azioni Nvidia toccano un massimo a 232,35 dollari, con un progresso che supera brevemente il 3 per cento; Boeing in rialzo di circa l’8,84 per cento nel mese sull’attesa della commessa cinese (24/7 Wall St., 13 maggio 2026).

[12] Quiver Quantitative, 14 maggio 2026: stime di rivalutazione delle posizioni dichiarate, calcolate dalla data di acquisto indicata nel modulo OGE. Le percentuali sono indicative e dipendono dal giorno di rilevazione; il dato OGE fornisce solo fasce di valore, non quantità esatte.

[13] «Underwhelming summit outcome in China brings Trump back to reality», Euronews, 15 maggio 2026; «Trump-Xi summit: The 3 big takeaways», CNBC, 15 maggio 2026.

[14] «Trump and Xi Close Beijing Summit: Warm Rhetoric, Nvidia H200 Deliveries Remain Stalled», TechTimes, 15 maggio 2026: nessun chip H200 spedito ai dieci compratori cinesi approvati, terre rare ancora circa il 50 per cento sotto i livelli pre-restrizione, nessun documento firmato sulla governance dell’intelligenza artificiale.

[15] CNBC, 15 maggio 2026: Trump dichiara a Fox News che la Cina ordinerà 200 jet Boeing, «più dei 150 attesi dalla società», ma meno della metà dei 500 inizialmente ipotizzati.

[16] OGE Form 278-T cit., voce 40 (Nvidia, 6 gennaio 2026). Sul nesso temporale con l’autorizzazione del Dipartimento del Commercio: NOTUS, 15 maggio 2026.

[17] Sam Sutton, «Trump went big on tech stocks in first quarter of 2026, new filings show», CNBC, 15 maggio 2026; NOTUS, 15 maggio 2026.

[18] OGE Form 278-T cit., voci 248, 380, 404 (Palantir Technologies, acquisti 18 marzo e 2 marzo 2026, fasce da 50.001 a 250.000 dollari).

[19] OGE Form 278-T cit., voci 331 (BlackRock Inc., 18 marzo 2026), 267 e 594 (Blackstone Inc., 18 marzo e 2 marzo 2026), 79 (Goldman Sachs, 9 gennaio 2026).

[20] Soo Rin Kim, «Trump Bought Corporations’ Stock as His Administration Boosted Their Business», NOTUS, 15 maggio 2026; l’organizzazione Sludge ha dato per prima notizia del deposito.

[21] Dichiarazione del portavoce della Casa Bianca Davis Ingle, citata in CNBC, 15 maggio 2026, e in NOTUS, 15 maggio 2026: «President Trump’s assets are in a trust managed by his children. There are no conflicts of interest».

[22] Risposta di Eric Trump e di Donald J. Trump a un intervento della senatrice Elizabeth Warren su X, riportata in Fortune, 15 maggio 2026: gli attivi sarebbero investiti «in a blind trust by the largest financial institutions in broad market indexes».

[23] Sui trust ciechi dei predecessori: George H. W. Bush e Bill Clinton adottarono blind trust con supervisore indipendente; Barack Obama e Joe Biden non negoziarono titoli azionari durante il mandato. Ricostruzione in Bloomberg, 16 maggio 2026.

[24] Noam Chomsky, Edward S. Herman, «La fabbrica del consenso. La politica dei mass media» (Manufacturing Consent, 1988), trad. it. Marco Tropea Editore, Milano 1998, cap. 1.

[25] Pierre Bourdieu, «La distinzione. Critica sociale del gusto» (La distinction, 1979), trad. it. il Mulino, Bologna 1983, sul potere del linguaggio legittimo.

[26] Susan Strange, «Stati e mercati» (States and Markets, 1988), trad. it. Il Saggiatore, Milano 1998, cap. 2, sul potere strutturale.

[27] Giovanni Arrighi, «Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo» (The Long Twentieth Century, 1994), trad. it. il Saggiatore, Milano 1996, sulla finanziarizzazione come segnale di autunno di un ciclo egemonico.

[28] Naomi Klein, «Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri» (The Shock Doctrine, 2007), trad. it. Rizzoli, Milano 2007, introduzione.

[29] OGE Form 278-T cit.: ricorrono a più riprese posizioni in ETF settoriali State Street SPDR (Industrial Select, Energy Select) e in fondi indicizzati S&P 500, in numerosi casi marcati «UNSOLICITED» (cfr. voci 20, 42, 178, 197, 476 e seguenti).

[30] Max Weber, «Economia e società» (Wirtschaft und Gesellschaft, 1922), trad. it. Edizioni di Comunità, Milano 1961, sulla distinzione fra appropriazione patrimoniale della carica e amministrazione burocratica moderna fondata sulla separazione fra l’ufficio e chi lo ricopre.

[31] Karl Marx, «Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte» (1852), trad. it. Editori Riuniti, Roma 1964, sulla figura del potere personale che si erge sopra la società e ne fa il proprio dominio privato.

[32] OGE Form 278-T cit., voci 248 e seguenti (Palantir Technologies, classe A).

[33] Antonio Gramsci, «Quaderni del carcere», Quaderno 3, par. 34, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975: «la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».

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venerdì 15 maggio 2026

The Donald, il paranoico che è in noi - Antonio Cantaro

 

Letture e riletture. Nel generale e osceno silenzio dell’Occidente l’ostinato “candidato” al premio Nobel per la pace dei cimiteri ha, ancora in queste ore, annunciato che ridurrà l’Iran all’età della pietra. Ma quali sono le molecolari radici che alimentano la globalizzazione dell’indifferenza? Tornano di attualità la diagnosi e la profezia del premio Nobel per la letteratura (1981) Elias Canetti: siamo parte e complici della malattia di The Donald.

Il 7 aprile, alle 20:00, ora della costa orientale degli USA (le 2 di mercoledì notte in Italia), scadrà l’ennesimo criptico ultimatum di Trump sugli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane. Non sappiamo, non possiamo sapere mentre scriviamo, se e quando l’ineffabile Presidente statunitense pro-tempore ridurrà il popolo persiano all’età della pietra. In uno dei tanti post su Truth Social, Trump ha affermato che “si scatenerà l’inferno”, che farà “saltare tutto in aria” se Teheran non riaprirà il “fottuto” Stretto di Hormuz, “brutti bastardi”. Ma perché tanto odio e tanto complice silenzio? Non serve Sigmund Freud. Nei discorsi di The Donals c’è tutto. Bastano a capire il punto a cui siamo giunti alla fine del “secolo lungo” le illuminanti pagine, scritte nel corso del “secolo breve”, da Elias Canetti. Non essendo un cultore del grande scrittore europeo (famiglia ebrea sefardita di lingua spagnola, nato in Bulgaria al confine con la Romania, trascorre l’infanzia circondato da turcofoni, poi naturalizzato britannico, scrive in tedesco e considera Zurigo la sua patria) muoverò dall’essenziale “sintesi” offertane da Luigi Alfieri nei suoi studi, in particolare in quello dall’esemplare titolo Il destino del sopravvissuto (https://oajournals.fupress.net/index.php/smp/issue/view/449).

Potere come sopravvivenza

Sopravvivere come ‘vivere sopra’. Non ‘continuare a vivere, durare in vita’. Sopravvivere è un termine relazionale, che indica un rapporto fra un ‘sopra’ e un ‘sotto’. Sopra c’è un vivo, colui che vive sopra; sotto, necessariamente, c’è un morto. La figura originaria del potere, l’atomo del potere è, per Canetti, quest’immagine: un vivo in piedi accanto a un morto che giace. La sopravvivenza non è un soffermarsi in vita nell’attesa di morire un giorno: è qualcosa di estremamente, di terribilmente attivo, è lo scaricare su altri la propria morte, allontanandola da sé. Si dà sopravvivenza in quanto ci siano dei morti e in relazione con loro. La sopravvivenza è il comportamento di chi vive ancora perché qualcun altro non vive più: non ci sarebbe il sopravvivere se non ci fosse il morire e il morire non ci sarebbe in quella forma se non ci fosse il sopravvivere. Il sopravvissuto è, insomma, l’archetipo del potere, di colui che deve costantemente accumulare prove del proprio vivere sopra. 

La paranoia antropologica del sopravvissuto

Trump, quasi certamente, non ha letto Canetti; ma Canetti ha perfettamente descritto e spiegato la sensazione di potenza che prova The Donald nell’immaginar sé stesso come rimasto in vita mentre altri cadono. Non c’è atto di Trump che non evochi la necessita della “morte” – politica, simbolica, reale – degli avversari e concorrenti (siano essi groenlandesi, europei, venezuelani, iraniani, cubani).  È la conferma della sua grandezza. L’attuale Presidente Usa è, con suo sommo soddisfacimento, l’ultima e compiuta incarnazione del potere. Trump ha bisogno che tutto sia, ai suoi occhi, chiaro e ordinato, che ogni cosa e ciascuno stia al posto suo. Tutto dev’essere prevedibile e controllato e bisogna che in ogni momento si sappia dove ognuno è, e se occorre chiamarlo o andarlo a prendere. Chi cambia si nasconde, chi sfugge al controllo evidentemente complotta. Paranoia, non paranoia del potere. La paranoia è potere, il potere è paranoia. Non si tratta di un accidente, di una caratteristica secondaria del potere: si tratta proprio del potere stesso, si tratta della sua essenza.  Dire “potere” e dire “paranoia” significa, per Canetti, dire esattamente la stessa cosa: sono due termini sovrapponibili senza nessun residuo.

Il sopravvissuto che è in noi

Una “patologia” che, dopo il secondo dopoguerra, abbiamo creduto riguardasse solo i grandi assassini della storia. Hitler, Stalin, Napoleone. Tiranni, dittatori, condottieri. Il che – dice Luigi Alfieri – in parte è vero, tant’è che anche Canetti esclude dalla categoria di potere il «sistema parlamentare», uno dei pochi casi di riuscita espulsione del potere – e perciò della morte – dalla vicenda umana. Ma al mondo non c’è soltanto la sopravvivenza di colui che comanda in grande stile, ma c’è altresì l’impossibilità di noi tutti, una impossibilità primariamente “biologica”, di vivere senza che qualcun altro essere muoia per la nostra sopravvivenza. Ogni vivente è distruttore di vite, mangiare è per eccellenza l’atto del sopravvivere. Tanto nel cacciatore quanto nell’allevatore. Ma mentre nel cacciatore la violenza ha ancora qualcosa di elementare, di inevitabile, di naturale, di accettabile, la violenza dell’allevatore è pura potenza. L’allevatore ha certamente anche lui le sue prede. Il suo gregge, la sua mandria, sono prede. Se n’è già impadronito, le ha già catturate, le ha fatte persino nascere. Però non le uccide subito: le tiene lì, in attesa del coltello. Verranno uccise, nessuna scamperà, servono a quello. Vengono tenute in vita per essere uccise, però intanto vengono tenute in vita, custodite, protette, curate, nutrite. Siamo tutti dei sopravvissuti: viviamo ‘sopra” qualcuno che è ‘sotto”, qualcuno che è destinato per la nostra sopravvivenza a morire. Diamo vita attuale in cambio della morte futura e questo fa entrare le nostre prede nella dimensione del nostro potere.

Corruzione delle vittime

La domesticazione del comando, da cui nasce il potere vero e proprio, implica la «corruzione», dice Canetti. La corruzione della vittima: la vittima perde la sua innocenza, la vittima diventa complice, accetta la propria morte futura in cambio della sua vita attuale. In cambio dell’essere lasciata in vita, in cambio della cura per la sua vita, in cambio del cibo e della protezione. Lo stesso accade quando si passa dal bestiame vero e proprio al bestiame umano: anche il bestiame umano accetta di lasciarsi uccidere dal potente in quanto nel frattempo il potente autorizza a uccidere. Il potente si riserva pieno diritto di vita o di morte sulla sua vittima, e ottiene la complicità della sua vittima perché una piccola parte di questo potere di vita o di morte spetta alla vittima stessa. La guerra è il caso più evidente di complicità col potere. È come se il sovrano, titolare di un diritto di vita o di morte, dicesse a tutti i suoi: «Voi siete come me, potete uccidere come io posso uccidere, potete uccidere perché io posso uccidere: uccidendo diventate me». Da qui «la deresponsabilizzazione, che è la base più solida dell’obbedienza» (Elias Canetti, Masse e potere, Adelphi, Milano, 1981). L’origine prima di quella che oggi chiamiamo globalizzazione dell’indifferenza.

Il sopravvissuto, ieri e oggi

Il problema – osserva Alfieri – non è, insomma, tanto il potente, quanto il consenso al potente, quanto la capacità, enorme, immensa del potente di attrarre complicità per imitazione. Hitler è grande perché riesce a suscitare tanti piccoli HitleriniHitler in fondo non costringe nessuno: non è facendo paura che acquista l’obbedienza dei suoi seguaci. Sarà semmai proprio la forza di quest’obbedienza a suscitare una paura irresistibile nei pochi che potrebbero nutrire qualche germe di dissenso. È una promessa la sua: «sarete come me, io vi rendo come me, perché io sono tutti voi. Sono come voi, ma come ‘tutti’ voi, tutti messi insieme». La celebre immagine del Leviatano nel frontespizio della prima edizione dell’opera di Hobbes, il sovrano raffigurato come un gigante fatto di tanti ometti messi uno sull’altro, rende bene l’idea del potente canettiano. Un ometto come gli altri, che però riesce a far credere a tutti gli altri che per essere qualcosa debbono diventare come lui, debbono diventare parte di lui, debbono agire per delega della sua volontà e debbono sostanzialmente uccidere per sua volontà: uccidere ed essere uccisi, perché, non fa differenza per il potente chi muore per lui, non fa differenza per il potente se muoiono i suoi nemici o se muoiono i suoi seguaci, perché anche i seguaci sono nemici potenziali. I suoi seguaci potrebbero in qualunque momento essere traditori: dimostrano di non essere traditori soltanto in quanto si facciano uccidere. Farsi uccidere, dunque, è il loro più stretto dovere di fedeltà: potranno dovranno sempre essere disponibili a dimostrare la loro fedeltà fino alla morte, con la morte, perché morire è il solo modo di essere fedeli.

Un Canetti redivivo troverebbe perfettamente incarnata in Trump la capacità di servirsi dell’antropologia del sopravvissuto che è in noi. Sino a quando non diremo a chiare lettere che il “re è nudo”, che l’odierno delirio di morte ha trasformato la potenza americana in impotenza. Noi, gli appartenenti ad una Nato che non c’’è più e che è meglio non ci sia più. Noi europei liberi dalla retorica unionista. Noi, proprio Noi. Non gli ex guardiani della rivoluzione.

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sabato 25 aprile 2026

Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta? - Ennio Remondino

La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?

Tutti sull’orlo del baratro

Sabato il nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale. 90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri. Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al 35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il 120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile.

Rischio reale di crack dell’economia della superpotenza Stati Uniti. Qualcuno di noi gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una crisi di questa portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e povera Italia per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta economisti dell’orrore.

Una guerra da 10.300 dollari al secondo

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per 320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35 miliardi di dollari.

Citazioni di passaggio

Ieri, il calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati». Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico, distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».

L’Entità militare israeliana

Lo Stato ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna: Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI), affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di grandi istituzioni finanziarie internazionali.

Israele potenza regionale

L’economia israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1% del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale. Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.

«Neoliberismo falco»

L’esercito fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza, una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE. Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.

Ed ecco l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività, la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio carcere per Netanyahu.

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sabato 18 aprile 2026

Scusate, ma è troppo facile difendere il Papa e poi fare quel che dice Trump - Francesco Cancellato

Non basta definire inaccettabile quel che ha detto il presidente Usa del Papa. Occorre ascoltare quelle parole, prenderne atto e prendere davvero le distanze con “signori della guerra” come Trump e Netanyahu.

Quel che ha detto Trump di Papa Leone sarà pure inaccettabile, ok. Ma ora, per cortesia, ascoltiamo davvero quel che sta dicendo il Papa sulle guerre in atto.

Ad esempio, ascoltiamo bene quel che il Pontefice ha detto ieri a Bamenda, in Camerun, in un territorio devastato da una delle tante guerre civili africane, finanziate molto spesso da grandi potenze non africane, e da cui scappano le persone che noi poi lasciamo morire sui barconi, o che rispediamo a morire nelle prigioni libiche.

Ha detto, il Papa, che “Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni”, e che questi “signori della guerra (…) fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare”:

Ogni riferimento agli Stati Uniti d’America non è casuale, viste le recentissime scelte di Trump in materia di budget – 1500 miliardi per la difesa, niente per tutto il resto. Ma perché no anche per l’Italia, che ha promesso a Trump, nel giro di qualche anno, che il budget per la difesa arriverà a superare quelle per l’istruzione – 5% contro 3% del PIL – arrivando a lambire la spesa sanitaria (6,3% del PIL).

Perché no, non bastano un paio di atti simbolici di presa di distanze contro un paio di quella “manciata di tiranni” come Trump e Netanyahu – a proposito: il Papa li ha chiamati proprio così, “tiranni” – per marcare una svolta.

Occorre essere consequenziali fino in fondo, per una volta. Se davvero quel che ha detto Trump sul Papa è inaccettabile, allora cominciamo davvero a rimettere i soldi su suola e sanità, a ricostruire istituzioni di pace e cooperazione anziché distruggerle, e a chiamare pure noi i tiranni col loro nome.

Altrimenti, scusate, ma di inaccettabile c’è solo la nostra ipocrisia.

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venerdì 10 aprile 2026

Un nuovo mondo sta nascendo mentre quello vecchio sta volgendo al termine - Pepe Escobar


Il piano in 15 punti che il team di Trump ha presentato all’Iran è già fallito prima ancora di iniziare. Si tratta di una capitolazione imposta: un documento di resa mascherato da «negoziazione».

Il piano che non è un piano — in cui si impongono richieste mentre si implora un cessate il fuoco di un mese — include la totale eliminazione dell’arricchimento dell’uranio sul territorio iraniano; lo smantellamento completo degli impianti di Natanz, Isfahan e Fordow; l’espatrio di tutto l’uranio arricchito dall’Iran; la restrizione estrema del programma missilistico; la sospensione dei finanziamenti a Hezbollah, Ansarallah e alle milizie irachene; e la totale apertura dello Stretto di Hormuz.

Tutto questo in cambio di una vaga «revoca della minaccia di reintrodurre le sanzioni».

L’unica risposta realistica dell’Iran a questo accumulo di illusioni potrebbe essere che il signor Jorramshahr-4 lanciasse il suo biglietto da visita su obiettivi selezionati — in linea con l’uso della deterrenza economica e militare per dettare le condizioni reali.

E le condizioni reali sono dure:

Chiusura di TUTTE le basi militari statunitensi nel Golfo; garanzia che non ci saranno più guerre; fine della guerra contro Hezbollah; revoca di TUTTE le sanzioni; risarcimenti per i danni di guerra; un nuovo ordine nello Stretto di Hormuz (già in vigore: riscossione di tasse come fa l’Egitto a Suez); programma missilistico intatto.

Conclusione: la macchina infernale dell’escalation continua a funzionare.

Un club di membri con quota di ingresso in petroyuan

Nel frattempo, i prezzi del petrolio e del gas sono immersi in un caleidoscopio di volatilità, che influisce su valute, azioni, materie prime, catene di approvvigionamento e timori di inflazione. Si tratta ormai di una crisi economica mondiale fuori controllo con conseguenze devastanti in corso.

Prima della guerra, l’Iran produceva poco meno di 1,1 milioni di barili di petrolio al giorno, venduti a 65 dollari al barile con uno sconto di 18 dollari: quindi, in pratica, solo 47 dollari. Ora, l’Iran ha aumentato la produzione a 1,5 milioni di barili al giorno, vendendoli a 110 dollari (e in aumento), principalmente alla Cina, con uno sconto massimo di 4 dollari.

E questo non include nemmeno le vendite di prodotti petrolchimici: in pieno boom e per un’ampia gamma di clienti aggiuntivi. Per finire, tutti i pagamenti vengono effettuati tramite meccanismi alternativi. Il che ci porta a un fatto sorprendente: a tutti gli effetti, ciò comporta un allentamento delle sanzioni nella pratica.

Ora, il Santo Graal della guerra: lo stretto di Hormuz. È aperto de facto, ma con un pedaggio controllato dal CGRI. Un casello con una particolarità: potere di veto sulla lista degli invitati. Come entrare in un club privato esclusivo.

Per ottenere l’autorizzazione del CGRI, una petroliera deve pagare il pedaggio: 2 milioni di dollari per nave. Ecco come funziona. Si contatta un agente legato al CGRI. L’agente trasmette al CGRI le informazioni essenziali: proprietà della nave, bandiera nazionale, manifesto di carico, destinazione, lista dell’equipaggio e dati del transponder AIS.

Il CGRI effettua controlli sui trascorsi. Se non si hanno legami con gli Stati Uniti, non si trasporta alcun carico relativo a Israele e la propria bandiera non fa parte degli «Stati aggressori», si è dentro. Giappone e Corea del Sud, ad esempio, non hanno ancora ricevuto l’autorizzazione.

Successivamente, si paga il pedaggio. In contanti — in qualsiasi valuta disponibile —, ma preferibilmente in yuan. Oppure in criptovalute.

È un meccanismo complesso. Il CGRI utilizza molteplici indirizzi; ponti tra catene con altre reti; sportelli over-the-counter in giurisdizioni ben al di fuori della portata degli Stati Uniti; e l’integrazione con ogni tipo di canale di regolamento in yuan.

Una volta pagato il pedaggio, il CGRI emette un’autorizzazione via radio VHF — con una fascia oraria specifica legata a uno stretto corridoio nautico di 5 miglia attraverso le acque territoriali iraniane, tra Qeshm e la piccola isola di Larak, dove la Marina del CGRI può identificare visivamente la nave. Ha via libera. Non ha bisogno di una nave di scorta.

Tutto quanto sopra si applica, per ora, alle petroliere provenienti da Cina, India, Pakistan, Turchia, Malesia, Iraq, Bangladesh e Russia. Alcune non devono pagare l’intero pedaggio. Altre ottengono esenzioni — su base da governo a governo (come nello Sri Lanka e in Thailandia, entrambi descritti come «nazioni amiche»). E alcune non pagano nulla.

Benvenuti quindi in un club i cui membri pagano la quota di iscrizione principalmente in petroyuan. È bastata una sola misura dell’Iran per ottenere ciò che interminabili vertici mondiali non sono riusciti a fare: istituire un sistema di regolamento alternativo – sotto il fuoco, messo alla prova sotto pressione estrema e, inoltre, applicato nel punto di snodo più importante del pianeta.

Ogni pedaggio pagato in petroyuan elude il petrodollaro, lo SWIFT e le sanzioni statunitensi, tutto in un colpo solo. Il Parlamento iraniano approverà una legge che istituzionalizza il pedaggio come «compensazione di sicurezza». Nessuno se lo aspettava – e così in fretta: la monetizzazione legalizzata del collo di bottiglia. Senza sparare un solo colpo. È di questo che si tratta realmente il commercio della de-dollarizzazione.

Il problema è ciò che non transita per Hormuz: i fertilizzanti. Oltre il 49% dell’urea destinata all’esportazione proviene dal Golfo Persico. L’ammoniaca richiede gas naturale; ma il Qatar ha dichiarato lo stato di forza maggiore dopo l’attacco del Cartello di Epstein contro South Pars e i contrattacchi iraniani. Il CGRI si concentra sul petrolio perché questo finanzia il pedaggio e, a lungo termine, costituisce il nucleo del sistema di regolamento energetico post-dollaro, con il pieno sostegno dell’alleanza strategica tra Russia e Cina.

Non c’è quindi da stupirsi che l’Impero del Caos e del Saccheggio sia impazzito. In un batter d’occhio, in tre settimane, abbiamo il petroyuan che governa il corridoio di connettività navale più importante del pianeta — privatizzato de facto. Quindi il CENTCOM si lancerà a tutto campo in stile Terminator per demolire il casello autostradale, tentando di tutto, dal bombardamento delle installazioni del CGRI lungo la costa e l’istituzione di scorte navali per le petroliere alleate fino a uno tsunami di sanzioni contro gli intermediari dei caselli autostradali.

Ciò che il CENTCOM non può bombardare è il precedente del petroyuan in vigore. Tutto il Sud del mondo sta osservando e facendo i conti. Tutta questa guerra folle sta, infatti, contribuendo a far emergere una nuova infrastruttura di pagamenti. La dimensione finanziaria della guerra è persino più cruciale dei progressi in materia di missili.

Cosa attende il CCG

Il Qatar ha avvertito Trump 2.0, più e più volte, che attaccare le infrastrutture energetiche dell’Iran avrebbe distrutto le stesse infrastrutture energetiche di Doha. È esattamente ciò che è accaduto. Il ministro dell’Energia del Qatar, al-Kaabi, ha rivelato di aver avvertito il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, nonché i dirigenti di ExxonMobil e ConocoPhillips, giorno dopo giorno.

Senza alcun risultato. Il Qatar ha finito per perdere il 17% della sua capacità di GNL: 20 miliardi di dollari di mancati introiti e fino a cinque anni per riparare i danni. Al-Kaabi: il petrolio potrebbe raggiungere i 150 dollari al barile, e questa guerra potrebbe «far crollare le economie del mondo».

Siamo arrivati a un punto assurdo quando è chiaro che attaccare South Pars in Iran ha generato un vantaggio strategico inferiore a zero. Al contrario: il contrattacco ha colpito il settore energetico del Golfo Persico. Tuttavia, ciò che prevale è la perversità. Chi ne ha beneficiato in ultima analisi? Le aziende del gas statunitensi.

L’Iran sta scommettendo – ed è un’ambizione immensa – sul fatto che le monarchie del Golfo finiranno per fare i conti. È come se Teheran lo mettesse molto in chiaro: se imparano a fare affari con noi, li lasceremo continuare con i propri affari.

Le nuove regole vanno dall’elusione del petrodollaro da parte del CCG (Consiglio di cooperazione del Golfo, ndt) fino allo smantellamento dei data center statunitensi. E se il CCG desidera un nuovo accordo di sicurezza, farebbe meglio a rivolgersi alla Cina. Tutto questo mentre il CCG deve anche imparare a gestire questa crisi petrolifera che sta rivalutando in modo permanente il premio di rischio del suo approvvigionamento energetico. Il termine «riassetto strutturale» non basta nemmeno a descriverlo.

Allo stato attuale, c’è solo una certezza: il CCG svolgerà un ruolo fondamentale nell’implosione del sistema finanziario internazionale, poiché si prepara a ritirare almeno 5.000 miliardi di dollari dal mercato statunitense per poter finanziare la propria sopravvivenza.

Il lungo e tortuoso percorso del petro-oro

In sintesi: dopo l’attacco al giacimento di gas di South Pars — il più grande del pianeta — e al pedaggio dello stretto di Hormuz, sono i regolamenti in yuan e in oro, su tutto lo scacchiere, a conferire all’alleanza strategica tra Russia e Cina un vantaggio impensabile solo poche settimane fa.

L’alleanza strategica sta consolidando nientemeno che un nuovo e crescente meccanismo di regolamento globale, in cui le transazioni in petro-yuan fluiscono direttamente verso l’oro fisico.

Mentre la Russia vende enormi volumi di petrolio e gas non colpiti dalla guerra contro il suo alleato Iran, la Cina, in quanto principale raffineria, acquista energia russa cercando al contempo di sostenere i propri partner del Sud-Est asiatico al di fuori del dollaro statunitense.

La Russia sta convertendo i pagamenti in yuan in oro fisico alla Borsa di Shanghai. L’Iran sta accumulando pagamenti in yuan a Hormuz, promuovendo contratti petroliferi in yuan convertibili in oro. E la Cina sta costruendo depositi e corridoi dell’oro all’estero. Il nuovo triangolo di Primakov, RIC (Russia-Iran-Cina), detiene il controllo attraverso l’energia fisica reale e l’oro.

Questa è quindi la conclusione principale della guerra del Cartello di Epstein contro l’Iran. Russia-Cina raggiungono il Santo Graal: il dominio energetico e un regolamento in yuan sostenuto dall’oro che elude il petrodollaro fino alla fine dei tempi.

A tutti gli effetti pratici, l’architettura stabilita dalla «nazione indispensabile» a partire dagli anni ’90 sta mostrando crepe strutturali sotto gli occhi di tutti, con i mercati globali che aggiornano ogni possibile variazione del modello in tempo reale.

È come se i persiani avessero reinterpretato Sun Tzu, Clausewitz e Kutuzov (il conquistatore di Napoleone) in un ibrido completamente nuovo. E, come bonus, ottenendo in sole tre settimane ciò che anni di vertici non sono riusciti a fare.

Il petrodollaro sta scomparendo. I sistemi di pagamento alternativi sono già operativi. E il Sud del mondo osserva in tempo reale come l’Impero del Bombardamento Infinito possa essere paralizzato da una guerra di logoramento decentralizzata orchestrata da una nazione sovrana con un cinquantesimo del bilancio della difesa imperiale.

La multipolarità non nascerà da dirigenti in giacca e cravatta che leggono documenti nelle sale riunioni. La multipolarità nascerà sul campo di battaglia, sotto il fuoco nemico, contro ogni previsione.

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