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domenica 27 giugno 2021

Il battesimo - Rebecca Rovoletto

 

Una gonna tzotzil, due tzeltal, una cho’ol. Tre paia di jeans, però uno infilato in lunghi stivali col tacco alto. Dentro a questi abiti – visiere anticovid e mascherine al posto del passamontagna – el Escuadrón da sbarco 4-2-1, testa di ponte del prossimo contingente aviotrasportato, poggia finalmente i piedi sul vecchio continente. Non conoscono nessuno, ma tutt@ conoscono loro e fanno ala al passaggio dei sette: Marijose, Lupita, Carolina, Ximena, Yuli, Bernal, Felipe.

Cembali, cornamuse e tamburi della fanfara popolare galiziana aprono loro la strada verso la spiaggia dei saluti, poi verso il prato delle celebrazioni. Le delegazioni del vecchio continente abbracciano, con inni e battimani, i volti maya partiti sette settimane fa dalle coste di Abya Yala.

 

Il capitano della Montagna dice che “è finito un viaggio, ma da qui ne inizia un altro”. Inizia, infatti, col battesimo di questa vecchia terra, affinché possa destarsi e rinnovarsi. Così come i popoli indigeni riscoprono il nome ancestrale della loro geografia, simmetricamente ci portano dall’oltremare un nuovo nome che non recrimina le disgrazie disseminate dalla sua storia, ma si appella a quella sua parte che ancora guarda, cammina, sogna.

 

Marijose, che non è né uomo né donna, dichiara: “A nome delle donne, dei bambini, degli uomini, degli anziani e, naturalmente, degli otroas zapatisti, che il nome di questa terra che i suoi nativi ora chiamano ‘Europa’, d’ora in poi si chiamerà: Slumil K’ajxemk’op, che significa ‘Terra Indomita’, o ‘Terra che non si rassegna, che non cede’. E così sarà conosciuta dalla gente del posto e dagli estranei finché qui ci sarà qualcuno che non si arrende, non si vende e non cede”.

 

Parole tzotzil degli Altos, tojolabal della Selva di confine, tzeltal della selva Lacandona e cho’ol del nord venute “per aprire i cuori e condividere lotte per la vita, esperienze, modi… e per dimostrare al mondo capitalista patriarcale che un altro mondo è possibile”, che in qualche posto di Abya Yala è già realtà. Un cesto di erbe di San Juan, poesie e canti in dono agli ospiti. E poi cumbia fino all’alba.

 

Per guardare la diretta completa dello sbarco della delegazione zapatista, trasmessa da Desinformémonos, e per tutte le notizie sulla gira zapatista per la vita in Europa e in Italia: Lapaz, la pagina facebook dell’Assemblea nazionale italiana di coordinamento per il viaggio europeo di Zapatisti e Zapatiste.

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domenica 20 giugno 2021

Ulisse, zapatista - Juan Villoro

“Non sappiamo voi, ma se noi, noi zapatiste e zapatisti, fossimo pigri nel pensare, staremmo in un partito politico istituzionale», scriveva il 4 maggio 2015 il subcomandante Galeano. Le sue parole risuonano di fronte alle insensatezze e alla demagogia delle campagne elettorali del 2021. Campagne che avvengono tra le Tenebre, antiche reginette di bellezza e accoliti del narcotraffico. Tutti i partiti condividono uno stesso sintomo: pensare dà loro la fiacca.

Tra i loro numerosi contributi alla riflessione, gli zapatisti propongono di considerare il tempo in un altro modo. Le grandi idee possono venire dal futuro che si sa anticipare. In “La genealogia del crimine” (vedi qui a pag.278, ndr), Galeano propone di pensare a ritroso, da dietro in avanti; se il destino si presume con sagacia, immaginando dove andranno le cose, si può reagire adeguatamente prima che sia troppo tardi: in previsione del diluvio, Noè costruisce l’arca.

In modo simile, i detective affrontano a un esito per il quale devono scoprire gli antecedenti; a partire dal delitto ricostruiscono quanto accaduto in precedenza. Per spiegare il metodo, Galeano cita una fonte autorevole, Sherlock Holmes: “Sono poche le persone che, se si racconta loro un esito dei fatti, sono capaci di estrarre dal più profondo della propria coscienza i passaggi che hanno portato a quel risultato. A questa capacità mi riferisco quando parlo di ragionare a ritroso; vale a dire analiticamente”.

 

Alcuni mesi fa, questa strategia ha portato alla costruzione di una barca in legno nel Semillero Ramona per anticipare cosa sarebbe successo nel viaggio verso l’Europa. All’imbarcazione mancava solo un dettaglio: il mare intorno. E tuttavia, a partire da quel risultato, si sarebbe dovuto dedurre ciò che sarebbe poi dovuto accadere nell’oceano. Sulla terraferma, la nave prefigurava la navigazione. Era un’aula per imparare tutto ciò che è necessario per sopravvivere alla tempesta degli elementi e alle minacce ancora più gravi, come il vortice distruttivo della storia, che – ha avvertito Walter Benjamin – si suole spesso presentare con il nome ingannevole di “progresso”.

Ragionare a ritroso è un modo di prevedere con cognizione di causa, cioè di dare un significato pedagogico alla speranza. Non è casuale che l@s compañer@s del Chiapas abbiano deciso che gli incontri in cui fioriscono le loro idee si chiamino semilleros (che oggi si preferisce tradurre “semenzai”, ma anche “seminari” ha la stessa derivazione latina, ndtCiò che è importante è quel che non si vede ancora ma crescerà grazie a quell’incontro.

Nell’aprile 2015, in “La tormenta, la sentinella e la sindrome della vedetta”, Galeano anticipava quanto accadrà nel maggio 2021. Menzionava la rilevanza del 3 maggio, “il giorno della semina, della fertilità, del raccolto, dal seme. È il giorno della Santa Croce […] il giorno in cui chiedere l’acqua per la semina e un buon raccolto”. In modo emblematico, è stato il giorno scelto per salpare: l’oceano come milpa, campo, per seminari futuri.

“Chi semina vento raccoglie tempesta” , recita la saggezza popolare. A 500 anni dalla caduta di Tenochtitlan, le piantagioni zapatiste si caratterizzano per la varietà dei loro frutti. La scelta dell’equipaggio (quattro donne, due uomini e un altr@) richiama la diversità, così come il nome della barca, La Montaña, che attraversa il mare alludendo a ciò che in mare non c’è. In controtendenza con il pensiero unico e le dispute binarie causate dalla polarizzazione, le zapatiste e gli zapatisti scommettono sulla complessità del molteplice.

Dove stanno andando? Verso un luogo lungamente anticipato in mare. Anche Ulisse, che i greci chiamavano Odisseo, dominava l’arte del ragionamento a ritroso. Non ci si poteva aspettare di meno da un re descritto come il più astuto del Mediterraneo. Durante il suo viaggio movimentato, Ulisse avrebbe potuto conformarsi al suo destino. Perché non si è fermato? Ha respinto le più diverse tentazioni: i fiori di loto allucinogeni, il canto seducente delle sirene, l’elisir di Circe, le profezie di Tiresia, l’immortalità offerta da Calipso sulla sua isola paradisiaca. Il suo destino immutabile era il nóstos, il ritorno a casa.

 

In “Dialettica dell’Illuminismo“, Adorno e Horkheimer descrivono Ulisse come il primo eroe moderno a causa della sua condizione extraterritoriale. È un esule che lotta per tornare a casa. I migranti e le persone costrette a fuggire da dove vivono del nostro tempo conoscono le tribolazioni che Omero aveva immaginato nel VII secolo a.C.

Ulisse si serve di astuti espedienti per superare gli ostacoli, ma la cosa più importante è che allena la sua capacità di ricordare per poterli raccontare. Quando incontra i mangiatori di loto, teme che l’effetto allucinogeno possa cancelare i suoi ricordi. In “Perché leggere i classici“, Italo Calvino segnala che il suo vero timore non consiste nel dimenticare il passato, ma il futuro, la storia che sta vivendo e che dovrà raccontare. Il presente importa nel suo essere completamente ricordato; le sue lezioni sono future; ritornano come un passato carico di significato. Secoli dopo, davanti allo stesso mare, Platone dirà che la conoscenza è una forma della memoria.

Riguardo al testo di Calvino, il poeta comunista Edoardo Sanguineti ha fatto notare che non bisogna dimenticare che Ulisse viaggia tornando indietro; cerca quindi di restaurare qualcosa, cosa che non implica una regressione, ma il compimento di un futuro, vale a dire di una “vera utopia”.

La memoria di Ulisse è una risorsa ribelle: registra il passato in funzione dell’avvenire, viaggia verso un orizzonte sconosciuto che, curiosamente, è un ritorno. Grazie a questo peculiare uso del tempo, dispone della più rara delle utopie, quella possibile. Sul loro insolito telaio, le zapatiste e gli zapatisti disegnano qualcosa che ancora non esiste, un domani che acquisirà logica man mano che si definisca l’ordito, fatto con fili che vengono da molto lontano, dalla tradizione che non dimentica il futuro.

 

L’odissea che hanno intrapreso gli zapatisti conferma il loro modo di guardare il mondo, un modo che accetta i rischi ed è portatore di cambiamento. Cinquecento anni di attesa li hanno trasformati in professionisti della speranza. Non viaggiano con intenzioni di vendetta, ma di apprendimento nella differenza.

Come Ulisse nel vecchio mare, passeranno attraverso le tentazioni delle isole incantate e lasceranno le loro tracce per tornare al punto di partenza.

Le lotte che durano non dimenticano il loro futuro.

 

Fonte originale: Comunizar

Traduzione per Comune-info: marco calabria

 

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venerdì 15 novembre 2019

Andiamo via - Carlo Francesco Ridolfi



La via lattea è un meraviglioso film diretto nel 1969 da Louis Bunuel, nel quale il maestro spagnolo racconta da par suo la storia del cristianesimo e delle dispute teologiche e delle eresie, seguendo il percorso di due pellegrini lungo il Cammino di Santiago. Come insegna una infinita serie di libri, film, canzoni, la strada percorsa con altri è, al tempo stesso, fatica polvere e pioggia e attraversamento di percorsi interiori.
Lo sanno certamente bene – e lo confermano con un lavoro di grande interesse – autori e protagonisti di BOEZ-Andiamo via, serie andata in onda su Rai Tre nei primi giorni di settembre e disponibile su Rai Play.
La via scelta non è quella che porta a Santiago di Compostela, ma un lungo tratto (900 chilometri) della via Francigena, che da Canterbury portava fino in Puglia. Lo percorrono, partendo da Roma e con destinazione Santa Maria di Leuca, sei giovani che si trovano in quel particolare stato che viene definito “esecuzione penale esterna”. Ciascuno di loro ha storie di vita molto complicate alle spalle e periodi, qualcuno anche molto lunghi, di detenzione.
Come scrive lo psicoanalista Tito Baldini, che ha lavorato alla supervisione scientifica del Progetto BOEZ-Andiamo via: “Il progetto nasce dal presupposto storico, ampiamente documentato, di pellegrinaggi inflitti in epoca medievale inizialmente come pena canonica e successivamente, soprattutto in Belgio e in Germania, anche come pena civile. Partendo dallo studio di queste antiche pratiche, negli anni Novanta, in Belgio, alcuni giudici hanno iniziato a dare come pena alternativa al carcere un viaggio a piedi”.
Ecco quindi che, con la collaborazione del Ministero della Giustizia-Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, le due autrici, Roberta Cortella e Paola Pannicelli si sono messe al lavoro per costruire un progetto che fosse insieme televisivo e sociale. Roberta Cortella, friulana di origine, aveva già lavorato (con splendidi risultati) su un progetto simile che seguiva due giovani detenuti belgi sul Cammino di Santiago1 Paola Paniccelli è autrice-produttrice Rai di evidente grande sensibilità, come dimostra il suo lavoro in produzioni come Prima che la notte (la fiction diretta da Daniele Vicari su Pippo Fava) o L’oro di Scampia (il documentario di Marco Pontecorvo sul maestro di judo Enzo Capuano che lavora in uno dei quartieri più difficili d’Europa. Insieme a Marco Leopardi, che ha codiretto la docu-serie, le autrici hanno lavorato, i risultati dicono con estrema attenzione e sensibilità, sulla scelta e sulle caratteristiche dei sei protagonisti e dei due accompagnatori.
Cinque maschi e una femmina, usciti dal carcere per il progetto.
Alessandro, che lavora in esecuzione penale esterna presso il cimitero del suo paese, dopo un’esistenza trascorsa in strutture per minori e carceri.
Omar, madre napoletana e padre tunisino, con problemi di obesità durante l’infanzia e un’adolescenza segnata dal rifiuto della scuola e di qualsiasi regola.
Francesco, “figlio d’arte”, come dirà lui stesso, con un padre boss della malavita e due figlie che non vede da tempo lunghissimo.
Matteo, in carcere per concorso in omicidio colposo, orfano e con nemmeno più i contatti con il fratello al quale era molto legato.
Kekko, sardo, atletico. È in una casa famiglia come tuttofare e non sempre riesce a tenere a bada una vitalità spesso aggressiva, eredità di una infanzia difficilissima.
Maria, l’unica femmina. Rom. Sposata suo malgrado in giovanissima età, con un bambino che è la sua ragione di vita e di dolore.
Il gruppo così composto è accompagnato da Marco Saverio Loperfido, ricercatore universitario, documentarista e guida ambientale escursionistica e da Ilaria D’Appollonio, educatrice di comunità ad orientamento psicodinamico.
I 900 chilometri percorsi a piedi dai “caminanti” 2 sono condensati in dieci puntate di 30 minuti3, le quali, se possiamo permetterci un modesto consiglio, andrebbero gustate una al giorno, con la dovuta attenzione e lentezza che lo stesso cammino ha richiesto.
Dai primi passi mossi partendo dal Colosseo alle salute dei Monti Lepini, attraverso l’ospitalità ricevuta a Cori da parte di padre Jacques, monaco siriano che ha vissuto mesi drammatici per di rapimento e detenzione da parte dell’Isis, (che darà a loro e a noi che guardiamo una delle più memorabili lezioni di resistenza e passione per la vita che si possano immaginare).
Dal massiccio dei Monti Ausoni al monastero di San Magno e poi, attraverso i Monti Aurunci e arrivando in Campania, fino al luogo in cui Simmaco coltiva le terre espropriate alla camorra.
Da Capua alle meraviglie della Reggia di Caserta, fino all’incontro con Mimmo e Katia, due writer di Airola, in provincia di Benevento.
Dalla notte in tenda in riva al fiume Calore ai sentieri che portano fino all’Alta Irpinia e a Bisaccia, dove l’ospitalità da parte di un gruppo di migranti crea molti problemi a Kekko ed Alessandro.
Dalla strada persa verso Monteverde alle porte di Melfi, dove le tensioni fra Omar e Marco arrivano al punto di rottura e la guida decide di escludere il ragazzo e di farlo tornare a Milano.
Dalla discussione tra Marco e Ilaria – che meriterebbe di essere proposta in qualsiasi momento di formazione per educatori di ogni tipo, visto che la scelta drastica di Marco aveva molte ragioni di fronte ad un Omar che metterebbe in difficoltà anche il proverbiale Giobbe e che, insieme, gli argomenti di Ilaria per il suo reintegro sono appassionati, seri e convincenti – al rientro dello stesso Omar a Irsina (MT).
Dall’arrivo nella prodigiosa Matera all’arrivo al confine con la Puglia con i cavalli di Gabriele, allevatore della Murgia Materana.
Dall’esplorazione insieme ad un gruppo di speleologi di un antico acquedotto romano vicino a Satte (TA) fino all’accoglienza con sindaco, banda, danze e cucina tradizionale e San Marzano di San Giuseppe,4 in provincia di Taranto.
Dalla tappa senza Marco ed Ilaria nella quale i sei riescono comunque a raggiungere la destinazione prevista all’arrivo a Santa Maria di Leuca, ed ecco il mare e allora davvero “Thàlassa! Thàlassa!” e questa lunga e faticosa e difficile e straordinaria anabasi ha termine.
Una spedizione nella quale i singoli diventano comunità, le storie individuali si fanno racconto da mettere in comune e da non dimenticare.
______________
2 Ad essi e a ciascuno di noi che si ponesse in una intrapresa del genere non possono che essere assegnati i versi di Antonio Machado:
Caminante, son tus huellas
el camino, y nada mas;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.
Al andar se hace camino, 
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino, 
sino estelas en la mar.
Viandante, sono le tue impronte 
il cammino, e niente più, 
viandante, non c’è cammino, 
il cammino si fa andando.
Andando si fa il cammino,
e nel rivolger lo sguardo
ecco il sentiero che mai 
si tornerà a rifare.
Viandante, non c’è cammino, 
soltanto scie sul mare. 
3 tps://www.raiplay.it/programmi/boez-andiamovia/
4 Dove viveva e lavorava il maestro Carmine Di Padova, protagonista di Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua, uno dei quattro documentario della serie Quando la scuola cambia realizzati tra il 1976 e il 1978 da Vittorio De Seta.
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BOEZ – ANDIAMO VIA (Italia, 2019)
regìa: Roberta Cortella, Marco Leopardi
autrici: Roberta Cortella, Paola Pannicelli
fotografia: Marco Leopardi, Elvio Caria
montaggio: Paola Freddi, Francesco Garrone, Eleonora Marino
musiche: Leonardo Rosi. Edizioni musicali Ala Bianca Group srl / Rai Com Spa
fonico: Maximilien Gobiet, Danilo Romancino, Gaspare Macaluso
produttore Rai: Monica Paolini
prodotto da: Donatella Palermo
con: Omar Ben Aoun, Maria Cristea, Francesco Dinoi, Alessandro Paglialonga, Matteo Santoro, Francesco Tafuno, Ilaria D’Appollonio, Marco Saverio Loperfido
durata: 300’ (10 puntate da 30’) su Rai Play


sabato 17 marzo 2018

TREMILA CHILOMETRI SULLA SOGLIA (quando decisi di non diventare grande) - Gian Luigi Deiana



scrivo questa cosa nel quarantesimo anniversario del sequestro moro, datato il 16 marzo 1978; quella vicenda segnò secondo me non solo la dissoluzione militare della lotta armata, ma anche la dissoluzione politica del '68, un anno che era durato dieci anni e che finì storicamente quel giorno; quanto a me, guardando ora indietro, penso che tutti quei proiettili non avevano il diritto di porre fine a quella nostra visione; infatti essa fa ancora parte di me e cerco qui di spiegarlo rivedendo una estate della mia anarchia, quella del 1972;
avevo appena finito il liceo e disponevo di quindicimila lire; non avevo la più pallida idea di cosa fare all'università, così una sera piegai una coperta, feci approssimativamente uno zaino e dissi a mia madre che la mattina dopo sarei partito per parigi o londra; abitavo sulla cassia verso viterbo e mi misi dall'altra parte della strada col dito alzato; a ventimiglia non so perché risalii il fiume roia verso le alpi; qualche giorno dopo capitai al valico del moncenisio di notte e per il freddo entrai in un ristorante sulla frontiera; lì dentro incrociai quattro ragazzi francesi che viaggiavano in senso opposto: erano diretti in india e poiché la loro r4 aveva cinque posti mi proposero di andare con loro; purtroppo io non avevo passaporto, ma pur di andare una notte con questi amici inaspettati lasciai londra e parigi nella nebbia di quella montagna: avevo fatto mille chilometri e avevo deciso di cambiare la mia soglia;
ci lasciammo a uno snodo autostradale alla periferia di milano, dopo aver dormito qualche ora sotto una pensilina; mentre facevo l'autostop verso la svizzera, dove avevo abitato da piccolo, pensavo a tutte le frontiere che aspettavano i miei amici, e al fatto che si poteva andare in india in r4 passando la jugoslavia, la turchia, l'iran, l'afghanistan e il pakistan; appena prima i pink floyd avevano composto un brano intitolato kiber pass, dedicato alla finestra afghana per le indie; oggi che sono quarant'anni più vecchio ripassare la geografia di quelle soglie fa inorridire: jugoslavia, turchia, iran, afghanistan, pakistan, appunto; oggi si passa in volo da dubai, mentre tutto il terreno è in guerra;
a bellinzona arrivai di sera e andai al cinema perché era appena uscito il film “giù la testa”: ma era in tedesco e così mi addormentai sulla poltrona; la mattina dopo scesi sulla sponda del ticino a lavarmi, e poi salii sulla collina dove avevo abitato da piccolo, poco sopra il castello; era una casetta di pietra dipendente da una piccola villa coi nanetti di biancaneve e quindi mi fu facile trovarla; al cancello venne ad aprire una donna ormai vecchia: quando le dissi chi ero il suo sguardo divenne come opaco e mi disse “figlio”; passammo tutto il giorno a parlare della sua vita da emigrata in argentina, quando il canton ticino, per come era descritto da lei, era più povero del sud dell'italia; poiché da laggiù era tornata vedova e con due figli, mi disse che quando le si presentarono mia madre e mio padre per chiedere un alloggio rivide se stessa giù dalla nave, a baires, coi bambini per mano; le dissi che il giorno dopo mi sarei messo in strada per monaco, dove si sarebbe tenuta una grande manifestazione internazionale in occasione delle olimpiadi; pretese di pagarmi il viaggio fino dove c'era un servizio di autobus, cioè fino a coira; quando vi arrivai scesi sulla sponda del reno che finalmente trovava lì la pianura, e pensai alle sue ultime parole per me, che erano queste: “dovunque tu sia, se non puoi fare del bene, non fare del male”; mi aveva rivelato la soglia più invisibile, quella che non dispone di polizia di frontiera; avevo ora duemila chilometri alle mie spalle, ed in più il roia, il ticino ed il reno;
il fiume di monaco di baviera si chiama isar, ma per me che ero quello che ero risultava più importante un piccolo fiume di periferia che si chiama amper, il piccolo fiume di dachau; feci tutta quella strada a piedi per imprimermi in mente come può essere visto il mondo da un lager; tra record del mondo e medaglie d'oro il sabato ci fu la nostra grande manifestazione: era bello con tutti quegli striscioni e slogan in tante diverse lingue, forse è l'unica vera unione europea alla quale mi sia stato dato di credere; mi sentivo pacificato e pronto a tornare a casa, e quindi mi misi sulla strada la notte stessa; volevo tagliare di netto la svevia verso ovest e arrivare alle sorgenti del danubio, l'ultimo dei miei fiumi lontano da casa;
mi svegliai intirizzito nei giardini di una stazione ferroviaria e la mattina andai a zonzo per freiburg, che era una magnifica cittadina; in germania c'era già la tv a colori e per la curiosità misi il naso su una vetrina di televisori, per vedere all'opera gli atleti sull'erba verde e con le magliette colorate; ma non davano servizi sulle gare e sui primati mondiali quel giorno: un commando di settembre nero aveva assaltato la palazzina degli atleti israeliani e c'erano stati molti morti; tutti i fiumi della mia immaginazione erano affluiti nell'antico fiume giordano, con l'acqua sequestrata da un governo e con i giovani dell'altra parte nella disperazione;
quando arrivai a casa non riuscii per qualche settimana a dormire al chiuso di una stanza, quindi passavo le notti in campagna col gregge; è immensamente bella la pace; pensai che tutte le soglie pongono l'interrogativo se superarle o fermarsi, e a volte comportano la stupida tentazione di distruggere a sé e agli altri ogni possibilità di ritorno; quanto a me, la mia estate volgeva al termine e io avevo due soglie davanti: superai la prima, decidendo di iscrivermi a filosofia; e mi fermai di fronte alla seconda, decidendo di non diventare grande.