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martedì 9 luglio 2024

In morte di Satnam Singh: ribaltare le politiche - Maurizio Pagliassotti


Nel 2015 conobbi a Ventimiglia un prete, don Rito Alvarez. La frontiera con la Francia era chiusa e uomini donne e bambini si accampavano sugli scogli. Lui aprì la chiesa che divenne rifugio per una ciurma di reietti che bivaccavano sotto il viadotto antistante. Nel 2016 passai per i soliti reportage, la chiesa era sempre più popolata, anche di giovani volontari in arrivo da tutta Italia: lui mi dedicava sempre poco tempo quando dovevo intervistarlo, troppo indaffarato. Il tempo passa, il giornalismo necessita di “belle storie positive” che intervallino l’incedere del degrado, se no il lettore si deprime, così ogni anno torno per fare un reportage sempre uguale: i “migranti”, la città, i turisti, la criminalità organizzata, la gente del quartiere inferocita, la chiesa che resiste, il prete buono.

Così fino al 2018, quando arrivai e trovai la chiesa sbarrata, chiusa con un catenaccio, abbandonata, con i vetri spaccati: era il giorno di Natale. Pregustavo un racconto natalizio di quelli che piacciono ma rimasi deluso e sconvolto dalla scena. Chiesi a un bar adiacente perché quella chiesa fosse abbandonata, la risposta ancora oggi spiega molte cose: “hanno trasferito il prete”. Seguivano commenti soddisfatti. Indagai e scoprii che don Rito Alvarez, colombiano, era stato spedito dalle gerarchie ecclesiastiche in una sperduta valle dell’entroterra ligure a curare la fede di una minuscola comunità di uomini e donne. Giustamente punito perché aveva fatto un casino nella sua bella città rivierasca che deve vivere di turismo di passaggio e non di poveri diavoli che si accampano sotto i ponti. E poi quelle voci… che proprio lui non smentiva, quelle voci che parlavano di musulmani che pregavano nel cortile o perfino dentro la chiesa. Così don Rito Alvarez viene spedito a riflettere lontano, la sua chiesa è sprangata e i poveri diavoli che inopinatamente chiamiamo “migranti” rimangono allo sbando oppure finiscono nel centro della Croce Rossa, ben lontano dalla città e dal confine. Lo raggiungo nella primavera del 2019 nell’eremo dove è stato mandato a riflettere e qui mi accoglie finalmente con calma. È un uomo sereno che vive in esilio.

Ho pensato a lui quando ho sentito la storia del bracciante indiano ucciso nelle campagne di Latina, Satnam Singh, in mente le parole di quel prete che scrissi in un libro del 2019 (Ancora dodici chilometri, Bollati Boringhieri), in un capitolo a lui dedicato. Le riporto qua di seguito, senza tagli:

Quando faccio gli incontri con i ragazzi e mi chiedono di parlare della mia esperienza con i migranti a un certo punto gli dico: ma sapete che in fondo in fondo io sono d’accordo con i tanti italiani ed europei che ritengono giusto che gli stranieri se ne vadano a casa loro. Perché vi sorprendete? Perché sgranate gli occhi? Ognuno a casa sua è la soluzione migliore: cosa fa questa gente qua? Loro devono stare nella loro terra, professare la loro religione, occuparsi delle loro famiglie e stare nelle loro comunità: io sono d’accordo.
Perché poi si trovano male, e noi anche.
Noi siamo cristiani, loro sono musulmani o cosa altro, le nostre culture non possono integrarsi. Ognuno a casa sua, è giusto.
Quindi io chiedo al buon dio che faccia questo miracolo: che tutti gli africani che sono dentro e fuori questa chiesa tornino a casa loro. Punto e basta. Io immagino che il padre eterno vorrà ascoltare la mia preghiera: ma siccome il padre eterno è giusto, e fa solo quello che è giusto, verrà incontro a questa richiesta così sentita dagli italiani e mi risponderà che gli africani se ne andranno tutti in Africa.
Ma mi dirà che dobbiamo assumere anche le conseguenze di questo: tutto quello che arriva dall’Africa se ne torna in Africa e ognuno a casa sua. E tutto quello dall’Europa e anche dall’Italia se ne torna a casa sua.
Il padre eterno è giusto e fa solo quello che è giusto, quindi con gli Africani torneranno anche le loro cose: le risorse naturali, il petrolio, l’oro, i diamanti, i legni pregiati, il gas, il coltan.
Ognuno a casa propria con le proprie cose.
Noi non avremo più benzina, riscaldamento nelle nostre case, né gioielli per le nostre donne, pavimenti su cui camminare comodi.
I nostri preziosi telefonini che adoriamo e santifichiamo non funzioneranno più senza coltan: è un prezzo giusto da pagare se veramente vogliamo che tornino tutti a casa loro. I padre eterno è giusto e fa solo quello che è giusto.
Ovviamente anche gli italiani torneranno a casa loro con le loro cose, quindi al posto delle auto, dei gioielli, dei materiali pregiati, di cui amiamo riempirci la vita avremo carri armati, pistole, fucili, elicotteri e tante tante, tantissime mine da disseminare nei nostri campi e nelle nostre strade, nelle nostre case.
Al posto di legno di ebano le mine.
Al posto dei telefonini gli elicotteri d’assalto.
Io sono d’accordo, ognuno a casa sua, con le proprie cose.
Sì, buon dio, tu che puoi tutto fai questo miracolo. Forse a questo punto quando vedremo i nostri bambini saltare sulle mine cominceremo a capire che qualcosa non funziona nelle nostre vite, nel nostro mondo. Il padre eterno è giusto, e fa solo quello che è giusto.

Queste parole, pronunciate con tono calmo, oggi sono più giuste che mai.

Chiudere le frontiere ed espulsioni di massa: anche io a questo punto, dopo tanta lotta per rendere possibile il diritto al movimento degli ultimi, sono d’accordo. Renderle impenetrabili a tutti, non solo ai poveracci che non possono permettersi i costi dei trafficanti a cui gli stati hanno appaltato la migrazione.

È un meccanismo assolutamente perfetto: i flussi migratori sono in mano agli usurai locali con i quali il migrante (in realtà è un nemico puro e semplice) contrae un enorme debito che sarà costretto a ripagare facendo lo schiavo nel paese dove arriva. O anche a delinquere. Sarà sempre un essere umano ricattabile, docile, perfetto, impossibile da sindacalizzare.

La soluzione di don Rito Alvarez, prete di strada in arrivo dalla Colombia, dove per altro è tornato, è la più convincente. Probabilmente basterebbero solo pochi mesi per rendere l’Italia, e l’Europa, un luogo vagamente più civile. Con le frontiere chiuse e i braccianti occupati nei campi rispediti al loro paese le pesche schizzerebbero a quindici euro al chilo il giorno dopo: addio frutta, verdura, addio vino, addio ponteggi, addio mobili a prezzo stracciato perché tanto vengono montati dalle cooperative di schiavi, addio latte, salumi, addio all’intera industria alimentare. Inflazione al 30%, in un mese però potremmo tornare noi nei campi a raccogliere rifiuti tossici, avremmo la pienissima occupazione. Addio lavori inutili della società del benessere, bentornata produzione e maschia fatica. Senza frutta e verdura sulla tavola degli italiani addio anche al sistema sanitario, se è vera la storia per cui una sana alimentazione incide sullo stato di salute collettivo. Addio pensioni. Frontiere chiuse ed espulsioni di massa, quindi.

Gli inutili appelli, la deriva politico mediatica che trasforma tutto in tifo da stadio, la totale assenza di un risposta sindacale che non sia una manifestazione al sabato pomeriggio partecipata da quadri, politici e giornalisti, tutto questo non sarà più un problema. In un mondo che ha trasformato la libertà economica nel puro esercizio della violenza e della sopraffazione ha ragione don Rito Alvarez, anche io oggi la penso come lui.

da qui

giovedì 20 febbraio 2020

Tempi moderni

Vita da rider: hamburger di Natale - Maurizio Pagliassotti

Se pensate che quelle vite che vedete correre in bicicletta siano lontane dalle vostre, vi sbagliate. Quelle storie, e soprattutto quella forma del lavoro che scolpisce vite apparentemente lontane sono la palla di cristallo dove vedere il futuro di noi tutti.
Ma partiamo da lui, partiamo da Armand: che non si chiama così, ma ha chiesto che questa storia che lo riguarda finisse sotto un nome che a lui piace e lo tiene al riparo da ritorsioni, delazioni, vendette, dai bassifondi dell’umanità. Lui è un rider pachistano, cioè un fattorino del delivery food: sono quelli che vediamo proliferare nel centro delle nostre città, assenti o quasi dalle periferie, dove invece vivono stipati dentro stamberghe che vengono loro affittate a caro prezzo. Trenta anni, segnati da rughe che raccontano cosa sia il lavoro duro celato da un grande sorriso e un grande calore umano.
Appuntamento in piazza Statuto a Torino la sera di Natale, alle sette: arriva puntuale, fresco, coperto da vari strati di vestiario che lo proteggono da un freddo pungente che lentamente ha preso il posto di un insolito e minaccioso tepore dicembrino. Ha già nelle gambe qualche ora di lavoro, nel giorno di Natale.
Non parla italiano «perché non ho il tempo di avere amici italiani con cui parlarlo: io lavoro sempre e basta». E quando non lavori cosa fai? A questa domanda fatica a trovare una risposta perché le sue giornate, sette giorni su sette o quasi, sono così composte: dieci dodici ore di bicicletta, cibo, sonno a casa. Fine.
Mi spiega brevemente il funzionamento dell’applicazione che illumina il suo telefono: arriva l’offerta di consegna, lui l’accetta, raggiunge il ristorante fast food dove recupera il cibo che ricovera nel bidone giallo, e poi via, di corsa verso l’affamato cliente. Il fattorino-rider è libero di accettare la proposta di consegna o meno, è libero di andare piano o forte in bicicletta, è libero di rispettare o meno semafori rossi, strade contromano, inversioni di marcia, è libero di fare quello che vuole. Ma sono tutte libertà che hanno un costo.
Nella palla di cristallo in cui possiamo vedere il nostro futuro scorgiamo chiaramente che queste libertà sono fittizie, aleatorie, in realtà scandite da un pesante controllo: il lavoro deve essere eseguito (leggi alla voce non si può mai rifiutare), veloce (devi correre in bici al massimo) e preciso (non si deve fare casino con il cibo dentro al bidone). Si chiama produttività.
Tra i fattorini vi è una dura competizione, premiata dall’algoritmo – l’algoritmo è una sorta di dio, che valuta solo in base parametri oggettivi e insindacabili: chi accetta tutto, chi va più veloce e chi è più preciso e gentile ha un punteggio che lo premia nelle assegnazioni. Alcuni chiamano tutto ciò “meritocrazia”, parola ormai distorta al punto tale da essere divenuta minacciosa.
In questo contesto è chiaro perché Armand vola sulla bici di notte, bruciando semafori rossi e contromano, picchiando sui pedali fino a raggiungere velocità da passista: se non lo fa lui, lo farà un altro. Se lui rispetta il rosso e un altro lo brucia, lui è fuori. Poi certo, la compagnia impone sul piano teorico il ferreo rispetto di tutte le normative inerenti la sicurezza: ma quando si scende nel reale è il lavoratore che sceglie. E sceglie sempre per il rischio, perché sa che se non lo farà lui lo farà un altro. Una sorta di tripudio hobbesiano, un darwinismo distorto e piegato all’ideologia neoliberale, in cui la selezione non la fa il padrone delle ferriere: sono direttamente i lavoratori ad auto selezionarsi, a combattere come in un’arena per sopravvivere.
«Quando piove, o nevica, o tira vento è molto peggio e molto meglio: è pericoloso, ma pochi resistono e si guadagna di più. Certo non si può vivere così». Lui lo sa, la sua compagnia lo sa, anche i clienti lo sanno.
La prima consegna si conclude dopo tre chilometri in un palazzo del prestigioso quartiere torinese di Cit Turin, dove anche un garage non scende sotto i duemila euro al metro quadro. Armand arriva, mi lascia la bici in custodia ‒ «take care, my bicicle is all my life, fai attenzione la bici è la mia vita» – citofona, sale, consegna l’hamburger e scende. Guadagno netto, meno di tre euro.
Si riparte, verso la base e subito lo schermo del telefono si illumina per un’altra chiamata. Un altro hamburger: in questo strano lavoro, come in un carnevale grottesco si concretizza un Arlecchino sghimbescio, dove si mischiano il costante benessere dei clienti, il cibo di qualità infima o quasi – preponderante sull’iconografia che si vuole spacciare – la povertà dei lavoratori, i nuovi miserables. Mi aspettavo cibi raffinati portati di corsa a consumatori esigenti: ho trovato junk food portato di corsa a consumatori pigri.
E infatti anche la seconda consegna della serata sarà hamburger e patate in un altro bel palazzo del centro: mancia, in entrambi i casi, zero. Dopo le numerose polpette con patate giunge l’asiatico, e poi ancora hamburger. Guadagno totale della serata: venticinque euro meno le tasse. Chilometri percorsi, circa venticinque. Pausa zero.
Armand percorre venticinquemila chilometri all’anno: io, che mi vanto di essere un discreto ciclista, ne faccio seimila. Lui fa gli stessi chilometri che coprono i campioni che corrono le grandi corse a tappe, Giro e Tour in testa.
Laureato, Armand ha studiato a Londra, poi è arrivato in Italia attraverso la rotta balcanica. Le sue parole ricalcano le storie dei meridionali, e veneti, e abruzzesi, e tutti, che giunsero a Torino con l’unica idea di lavorare e basta. Quelli andavano nelle miniere industriali della FIAT, i ragazzi come Armand vanno nelle miniere dell’economia digitale.
La sua vita come una catena di montaggio: dal suo lavoro dipende il permesso di soggiorno da cui dipende tutto. Se perde il lavoro, scatta il decreto sicurezza e addio Italia, addio «un giorno andrà meglio», si torna in Pakistan dalla famiglia che ogni mese riceve un bonifico. Il semaforo rosso, così come tutto ciò che intralcia la sua produttività, in questo contesto ha valore residuale. Guadagno mensile, circa 1400 euro: meno le tasse arriva a 1150-1200 netti. Tutti i giorni o quasi su due turni, pranzo e cena, per cinquanta e anche più ore settimanali.
Alle undici io sono leggermente provato, lui mi dice: «Faccio ancora un’ora, magari esce qualcosa che mi porta sulla strada di casa».





Cento giorni da glover - Marco Andreoli


Shkodra

Quasi mezzanotte, McDonald’s Stradivari, a due passi dalla Stazione di Trastevere. 
Appena il Conte vede entrare Gëz, gli va subito incontro, gli dà una pacca sulla spalla e gli chiede: “Frate’, ma hai visto che j’hanno fatto al bangla giù a Bari?”
A dire il vero, il bangla di cui parla il Conte è un pakistano, ha 32 anni e si chiama Ahmed. Anche Ahmed è un fattorino Glovo e la sera prima, mentre consegnava il suo ordine a via Candura, nel quartiere San Paolo di Bari, è stato accerchiato, pestato a sangue e derubato da un gruppo di 7 persone. 
Gëz e il Conte si conoscono da quasi due anni, da quando cioè hanno cominciato a incrociarsi nelle aree di attesa Glovo dei McDonald’s di Roma. Sono due veterani. Il Conte ha da poco superato il traguardo delle 7000 consegne; Gëz, invece, è a un passo dalle 10.000.
Anche io lo conosco da un po’, Gëz. Ci siamo presentati un paio di mesi fa mentre, entrambi con sulle spalle il cubo giallo di Glovo, attraversavamo il ponte che da via Alberto Lionello conduce all’ingresso superiore del Centro Commerciale Porta di Roma, alla Bufalotta.
I dialoghi tra glover sembrano quelli tra pescatori. È stato così anche la prima volta che ho parlato con Gëz: “Come va?” “Male: 4 consegne dalle sette, e tu?” “19. Ma sono in giro da stamattina” “Mance?” “Quasi 20, tu?” “6 e 50; ma solo perché un americano m’ha dato 5 euro”. 
Entriamo insieme da Burger King. Lui ha un ordine piccolo, io uno bello pesante: tre menù completi di bibite, patate fritte e gelato Mcflurry. Mentre aspettiamo che i pacchetti di entrambi vengano preparati, ci sediamo al tavolino più vicino alla cassa e parliamo ancora un po’.
Gëz dice di venire da Shkodra, una città di 130 mila abitanti nel nord dell’Albania, a 20 km scarsi dal confine col Montenegro. Gli rispondo che non l’ho mai sentita nominare. Gëz ci rimane male, mi dice che è strano e che Shkodra è pur sempre la Firenze dei Balcani. Mi racconta anche di essere sbarcato – usa proprio quel participio passato: sbarcato – in Italia 4 anni fa e che quando è arrivato non conosceva nemmeno una parola d’italiano e che allora è andato a stare da suo cugino Pavli, a Casal di Principe, e che lì ci ha vissuto quasi due anni, a fare il muratore. 
“Scutari”, dico io. Gëz non capisce. “La tua città – gli dico – qui la chiamiamo Scutari. La Firenze dei Balcani”. Gëz è un po’ spiazzato, ma annuisce. Quindi beve un sorso d’acqua dalla sua borraccia e mi chiede: “E tu?”

Sii il capo di te stesso!

Già: Io. Io ho 45 anni, sono un docente di ruolo, insegno Italiano e Storia in un Liceo di Ciampino e da quest’estate, da subito dopo la fine delle lezioni, faccio il glover, cioè il fattorino per Glovo. Ho iniziato per curiosità, certo; ma anche per sporcarmi le mani con un’attività lavorativa che fosse meno distante dal Mondo Reale di quanto non lo sia diventata, oramai, quella dell’insegnante. Oltre a ciò – credo si possa ammettere – avevo bisogno di una piccola entrata aggiuntiva per pagarci le bollette e, magari, hai visto mai?, per permettermi una piccola vacanza. 
Sul sito, al posto della solita frase “Lavora con noi” c’è una scritta micidiale: “Sii il capo di te stesso!”. Mi colpisce e mi basta. Così, nel giro di mezz’ora, carico online la mia patente, il mio codice fiscale e firmo il contratto. Il giorno dopo, alle 16, sono nell’ufficio romano di Glovo, a Prati, in via Baldo degli Ubaldi, dove Roger, un ragazzo sudamericano, istruisce me e un’altra decina di neo-glover – tra cui almeno un padre di famiglia italiano, due ragazzi cinesi e tre africani maghrebini – riguardo il lavoro da svolgere, oltre a fornirci link e credenziali per scaricare sul nostro smartphone l’app dei glover. La breve conferenza formativa cui assistiamo dimostra, innanzitutto, quanto Roger sappia il fatto suo: è limpido, puntuale, professionale; risponde a ogni domanda senza alcun tentennamento, sgombra il campo da qualsiasi dubbio, tronca alla radice la benché minima perplessità. Il motivo principale della chiarezza illustrativa di Roger, del resto, è strettamente connesso a una caratteristica specifica di molte professioni nate nell’era della new-economy. E cioè che la compresenza fisica tra datori e lavoratori viene considerata non più necessaria. Nel caso specifico significa che, subito dopo questo meeting di formazione, ciascuno di noi potrebbe lavorare con Glovo per mesi, per anni, senza mai incontrare un solo rappresentate dell’azienda. Tutte le fasi del lavoro, infatti, dall’assegnazione gamificata dei turni di lavoro, fino alla supervisione dei pagamenti, verranno gestite tramite l’app dei glover
Questa cosa i due ragazzi cinesi sembrano non averla capita. Sono lì che armeggiano affannosamente con il loro cellulare. Evidentemente in difficoltà.
Prima di andar via, Roger ci consegna una power-bank per ricaricare il cellulare, una carta di credito aziendale e, ovviamente, il cubo giallo a tenuta termica per conservare tutto il cibo che trasporteremo da una parte all’altra della città.
I cinesi, però, sono davvero in crisi. Pare proprio che non ce la facciano. Roger gli si avvicina e gli  domanda quale sia il problema. Quelli alzano la testa, lo guardano, e dicono solo: “No italiano noi”. Roger prova a spiegargli che quello lì, effettivamente, può essere un bel guaio. Perché i testi dell’app sono completamente in lingua italiana, perché i clienti saranno quasi tutti italiani e, in terzo luogo, perché gli operatori della chat di assistenza, in caso di imprevisti, comunicheranno con noi scrivendo in italiano. “Ma soprattutto – chiosa Roger – il contratto che voi due avete firmato era scritto in italiano… Mi dite che cosa avete firmato?”

Chi siamo

Gran parte dei glover, del resto, sono cittadini stranieri. Le percentuali ufficiali non sono note. Ma nel corso di tre mesi di lavoro ho potuto definire almeno quattro macro-categorie di lavoratori:
1) Africani in bicicletta (20-25 anni) – Pullulano nelle grandi arterie periferiche, soprattutto nelle aree di Roma Est e di Roma Sud. Non hanno un filo di grasso. Riescono a mantenere la medesima velocità di crociera a prescindere da salite e discese. In genere non parlano molto, né con i ristoratori, né tantomeno con noi colleghi. Non ho ben capito se per limitazioni linguistiche (probabile) o se per una sorta di pudore (peraltro esaltato dal clima torrido della prima estate leghista nella storia d’Italia). 
2) Maghrebini in motorino (25-30 anni) – Distribuiti su tutta la città, in genere sono ridanciani e logorroici. Sembra che conoscano tutti e che non abbiano paura di niente. In genere, fanno i simpatici anche con i commercianti, perfino quando sembrano malsopportati. Ma se dico che “fanno i simpatici” è perché ogni tanto m’è sembrato che tendessero a infilare, negli atteggiamenti e nelle risposte, quella che il Conte una volta ha chiamato “malizia perculante”. Come se fosse un’arma. Come se fosse il maglio perforante o l’alabarda spaziale di Goldrake. Comunque questi ragazzi macinano chilometri. E lavorano anche 13 ore al giorno, che poi è il limite massimo consentito da Glovo.
3) Sudamericane in macchina (40-50 anni) – Boliviane, Cilene, Peruviane, Messicane. Donne di mezza età, spesso con la borsetta da passeggio e il trucco a posto. Sembrano pronte per andare in chiesa o a prendere il tè (o il mate) con le amiche. Generalmente tranquille, attendono il proprio turno senza troppe discussioni. Raramente raggiungono numeri significativi anche perché rischiano di essere un po’ lente. Ma sono costanti, coscienziose, tutto sommato affidabili. Per me resta un mistero l’origine di questa categoria. Voglio dire: com’è possibile che tante signore per bene, tutte ispanofone, abbiano intrapreso in Italia la carriera delle glover? Ho pensato a un passaparola straordinario. Un passaparola intercontinentale che, partito in sordina da Roma, sia riuscito ad attraversare l’Atlantico finendo per raggiungere Lima e La Paz, Bogotà e Quito.
4) Italiani in moto (40-50 anni) – Padri, per lo più. E quasi sempre ex-qualcosa: ex-carpentieri, ex-macellai, ex-impiegati, ex-tassisti. E ovviamente ex-mariti. Sono quelli che hanno perso il lavoro negli anni immediatamente successivi alla crisi del 2008. E che magari adesso, insieme agli alimenti, devono pagare anche un paio di affitti e le tasse universitarie dei figli. Sono uomini stanchi, certo. Ma sono pur sempre romani. Gente che la sa lunga, che ti dà consigli, che ha sempre la battuta pronta, che ha capito tutto e che nun c’ha capito un cazzo; gente che s’è dovuta abituare, poco a poco, a vivere alla giornata. Ma che, in linea di massima, l’ha fatto con dignità. Gli italiani in moto lavorano parecchio. E più lavorano e più sono stanchi. E più sono stanchi e più lavorano. 
Queste quattro categorie, a occhio, coprono l’80% dei lavoratori Glovo. Cui va aggiunto un discreto numero di studenti universitari, una percentuale non proprio insignificante di lavoratori trasversali – ad esempio: liberi professionisti in periodo di magra, operaie italiane entrate in esubero, badanti dell’est a cui è appena deceduta la fonte di reddito –, oltre a un numero più esiguo di gente come me. Gente, cioè, che un lavoro ce l’ha; che può dirsi fortunata; e che magari usa Glovo per arrotondare un po’.


La faccia di Morandini

Gëz non ci crede che faccio l’insegnante. “Cioè, tu sei un professore?”. 
Io me lo guardo con un po’ di sufficienza. Idealmente sto cominciando a rimboccarmi le maniche per cominciare la mia lezione. Deformazione professionale, direbbe qualcuno. In ogni caso intendo spiegare all’amico albanese che ogni lavoro onesto è sempre rispettabile, e che dunque non esistono mestieri di serie A e mestieri di serie B, e che se lui pensa che sia umiliante per un insegnante fare un lavoro come questo, beh, allora sta facendo il loro gioco, il gioco di quelli che vogliono il mondo diviso in due, nord e sud, ricchi e poveri, sommersi e salvati, padroni e operai. E invece no, Gëz. È il tuo sguardo a essere sbagliato. È il tuo stupore a essere offensivo, squalificante, umiliante. Perché tu che sei straniero, che hai attraversato il Mediterraneo per arrivare fin qui e che ti sei spaccato la schiena in cantiere, non te lo puoi proprio permettere di osservare le cose in questo modo. Perché questo non è il tuo sguardo, ma quello loro.
Il fatto è che non faccio in tempo a dirgliele queste cose. Perché Gëz, che adesso sembra davvero interessato alla questione, butta lì un’altra domanda. Che sembra innocua. Ma che, in realtà, fa traballare il mio impianto etico nella sua interezza: “E non t’è mai successo di fare una consegna a un tuo alunno?”.
Deglutisco. “No – gli dico – non m’è mai successo”. Ma poi non riesco più a dire niente. Resto lì a pensare alla faccia che farei se, tentando di uscire dall’ascensore con il mio cubo giallo in spalla, vedessi che ad aprire la porta non c’è un essere umano qualsiasi; ma Masetti della III B. O Falcetti. O, peggio ancora, Morandini. A cui, solo io, quest’anno, ho messo 5 note disciplinari. 
E loro? Che faccia farebbero, loro?   

Cento!

Due volte a settimana, alle 16 in punto, viene aperto il calendario di lavoro: il lunedì si accede alle prenotazioni per i turni compresi tra giovedì e domenica; il giovedì, a quelli da lunedì a mercoledì. Ogni giornata lavorativa Glovo è suddivisa in slot di un’ora ciascuno, dalle 10 del mattino alle 3 di notte. Questo significa che, per ogni data aperta, sul calendario dell’app compaiono 17 rettangolini orari: se sono bianchi, puoi cliccarci sopra, componendo così il tuo orario di lavoro quotidiano; se sono grigi, viceversa, vuol dire che sono già stati prenotati da altri colleghi e non sono quindi più disponibili. Il fatto è che, in questa corsa alla prenotazione dei turni, non tutti i glover partono simultaneamente, ma in base al cosiddetto “punteggio di eccellenza”. Il punteggio di eccellenza viene attribuito a ciascun rider che abbia effettuato almeno 50 consegne, è espresso in centesimi e costituisce il risultato combinato di 5 differenti variabili: valutazione del cliente, valutazione del partner, presenze effettive rispetto agli slot prenotati, disponibilità nei week-end ed esperienza. In altri termini, per puntare ad un punteggio che sia uguale o prossimo a 100, il neoassunto glover dovrebbe lavorare molto – il punteggio massimo nella variabile-esperienza corrisponde a 855 consegne effettuate –, essere gentile e sorridente con clienti e ristoratori, lavorare durante gli orari serali del sabato e della domenica e, soprattutto, non declinare mai ordini che giungano negli orari di reperibilità. Questa tipologia di competizione tra dipendenti, nata nell’ambito aziendale statunitense neocapitalista, viene oggi indicata come gamification e, pur attraverso l’utilizzo di grafiche infantili e di espedienti ludici, si risolve nella determinazione di una rigida classifica di merito. Nella quale nemmeno chi è arrivato in cima, se non vuole tornare nei bassifondi della graduatoria può sbagliare. Né distrarsi.

Da mezzogiorno a mezzanotte

Mentre scrivo queste righe, il mio punteggio di eccellenza è fermo a quota 85. Sono riuscito ad arrivare anche a 88, ma poi, un paio di settimane fa, mi sono concesso un week-end di riposo e ho così perso 3 punti. Normalmente – ma devo essere davvero rapido nell’accesso all’app – questo punteggio mi consente di prenotare 5-6 slot al giorno, solitamente collocati negli orari di pranzo e di cena. Anche se, di tanto in tanto, proprio mentre sei lì che smanetti col cellulare, capita che qualche turno si liberi improvvisamente, e allora, se cogli l’attimo, puoi perfino prenotare intere giornate lavorative. Come fanno quelli che raggiungono la vetta himalayana dei 100 punti, i super-sayan dei glover, gente come Gëz e come il Conte, punti di riferimento assoluti per la nostra comunità. 
In questo modo sono riuscito a prenotare 12 slot consecutivi per la giornata del 7 luglio. Da mezzogiorno a mezzanotte. Senza soluzione di continuità.
Prima di questa giornata campale, non mi era mai capitato di lavorare per 12 ore consecutive. Non conto, ovviamente, le giornate intere passate davanti al computer, con Albinoni nelle orecchie, l’aria condizionata a palla e una pausa pranzo a base di sushi. Perché qui si parla d’altro. Di cose da raccontare ai nipoti. Di cose degne delle porte di Tannhäuser. 12 ore sotto il sole, in piena estate, a macinare chilometri, sbattuto da una parte all’altra di Roma, a combattere con la sete e con il sudore, a respirare smog e afa.

Il primo ordine lo ritiro verso le 12.15 al McDonald’s di Piazza dei Mirti e lo consegno in zona Tor Tre Teste. Una comanda rapida, tanto per mettersi in moto. Il secondo ordine invece è lontano: devo arrivare a Piazza della Radio, all’inizio di viale Marconi. È cibo cinese. Lo consegno a un tipo che mi apre la porta in mutande. Il caldo torrido giustifica solo parzialmente questa scena. Dalla terza consegna in poi, comincio a muovermi tra Prati e Trastevere: lasagne al forno a Vicolo del Cinque, panini imbottiti a Piazzale degli Eroi, due pacchetti di Marlboro Light al Portico d’Ottavia, calamari fritti in una traversa di Via Crescenzio. Intorno alle 17 comincio davvero a soffrire il sole. Ogni volta che il semaforo è rosso cerco di fermarmi sotto l’ombra di un albero o di un cartellone pubblicitario. Sono assetato. Chiedo a Siri: “fontanella nasone vicina”. Ma Siri non capisce. E mi chiede se voglio andare al ristorante “La fontanella” di via Sistina o all’osteria “Dar nasone” al Nomentano.
Decima consegna: alette di pollo a via delle Fornaci. Suono il citofono. Mi risponde una voce di donna, con marcato accento spagnolo: “Terzo piano, Tessoro”. Prima d’ora nessuno mi aveva mai chiamato così in ambito lavorativo. Salgo le scale. Mi apre la porta una ragazza poco meno che trentenne, truccatissima, in guepiere, appena sovrappeso. L’interno dell’appartamento emana il profumo denso di un deodorante alla rosa. Mi paga, mi sorride, mi ringrazia e mi saluta chiamandomi Tessoro. Ancora una volta.
L’undicesima consegna è in zona Coppedè. Cibo thailandese. A metà pomeriggio. L’atrio dello stabile è tutto marmo rosa e colonne. Mi aspetto una mancia degna del contesto. Prendo l’ascensore e, arrivato al settimo piano, prima ancora di aprire le porte, sento un odore strano. L’uomo incorniciato nella porta aperta avrà più o meno la mia età. Sta fumando. Non una sigaretta di tabacco. Sfilo i sacchetti dal box e glieli consegno. Dietro di lui c’è un corridoio pieno di luce. Posa i sacchetti da qualche parte e inizia a tastarsi le tasche. “Aspetta un attimo”, mi dice. Ed entra in casa. Sento frugare tra barattoli e cassetti. Poi torna sconfitto. “Non ho spicci. Scusa”. “Non importa”, gli rispondo. Faccio per andarmene ma quello mi richiama: “Moro!”. Mi volto. Lui mi allunga la cannetta e mi fa: “Che per caso te voi fa’ ‘n tiro?” 
Dalle otto in avanti gli ordini si spostano man mano verso Roma Sud: prima Garbatella, poi la Cecchignola, poi l’Eur. Fino a una comanda che arriva intorno alle 23: tre milkshake da ritirare al McDonald’s di Viale Newton, in zona Trullo. Una volta lì, prendo il sacchetto, lo sistemo nel box e apro l’applicazione per conoscere l’indirizzo di consegna. Leggo. Rileggo. Penso: “E adesso?”. E sì, perché l’abitazione che devo raggiungere si trova in via Ettore Ferrari, ovvero nel Serpentone di Corviale. Sul gruppo whatsapp dei glover c’è un documento che viene aggiornato di continuo, grazie allo scambio di informazioni tra noi fattorini: è la black-list degli indirizzi da evitare perché pericolosi. È capitato, infatti, che nelle zone presenti in lista si siano verificati furti, aggressioni o altri episodi incresciosi. Come qualche mese fa, quando, al quartiere Bastogi, Massimo, un fattorino Glovo tra i più esperti, è stato circondato da quattro uomini armati di coltello. Stava per fare la fine del povero Ahmed, il fattorino di Bari. Invece, da dietro l’angolo della strada, è sbucata una volante della Polizia e quelli lì sono corsi via per i campi. Giusto in tempo. Comunque sia: via Ettore Ferrari è nella black-list e io ormai ho preso l’ordine in carico e non posso più rifiutarlo. Da via Casetta Mattei imbocco via Poggio Verde e comincio a salire la collinetta sulla cui cima già riesco a vedere il profilo del Serpentone, il simbolo più evidente della fallimentare edilizia creativa degli anni ’70. Terminata la salita, la strada si distende su un lunghissimo rettilineo che costeggia il palazzo-quartiere. Mi sfila sulla destra. Imponente, tetro, angosciante. Sembra l’astronave di Darth Vader. Sai che c’è? – penso risoluto – Io lì non ci vado. Vorrà dire che pagherò i milkshake e amen”. Così, prima dell’ultimo segmento di Serpentone, imbocco via Mazzacurati per tornare indietro. In quel momento però mi squilla il telefono. Non rispondo. Ma so che è il cliente. Deve aver seguito il mio percorso geolocalizzato dall’app ed essersi accorto che me ne sto andando. Quindi torno indietro. Non posso fare altrimenti.   
 Mezzanotte e dieci. Ultimo ordine. Si tratta di una spesa alimentare da effettuare al supermercato Carrefour Express di via Cassia. Appena giunto in loco ho accesso alla nota. Leggo: farina, 6 uova, burro, latte, vaniglina. Prendo il carrello e comincio a vagare tra gli scaffali. Mi sorge un dubbio e così chiamo il cliente. Risponde un uomo. “Mi scusi, ma la farina di tipo zero o doppio zero?” “Doppio zero”. Continuo la spesa. Ma ho un altro dubbio. “Sempre io, mi scusi. Ma il latte intero o parzialmente scremato?” “Intero”. Procedo. Ma devo nuovamente chiamare. “Qui ci sono uova grandi, medie e piccole. Quali prendo?” “Quelle più simpatiche”. E mette giù. 
Infilo la busta della spesa nel box e riparto, direzione Tor di Quinto. L’uomo che mi apre la porta indossa un completo elegante, con tanto di gemelli e fermacravatta. È molto serio, al punto da sembrare turbato da qualcosa di oscuro,  come se fosse concentrato su un compito realmente decisivo. Prende la busta, mi dà 5 euro e richiude. Senza nemmeno salutare. Vabbè, penso: per 5 euro di mancia puoi anche fare il maleducato. 
Intanto è quasi l’una. Salgo sul motorino per l’ultima volta e, senza fretta, imbocco la Tangenziale Est per tornarmene a casa. 
L’aria è fresca, adesso. Sono stanco morto, ma anche contento di aver portato a termine l’impresa. All’altezza di via Salaria, però, mi torna in mente l’uomo della spesa. Cosa doveva farci con quella roba? Un tipo del genere, in piena notte, si mette a preparare una torta? Magari non gli serve per cucinare. Magari è una situazione tipo “Ultimo tango a Parigi”. Magari peggio.

Alla fine ci licenzieranno tutti

L’estate 2019 verrà ricordata per parecchie cose. Per l’esperienza da DJ dell’ex-vicepremier Salvini sulla spiaggia di Milano Marittima, per la morte di Camilleri e di De Crescenzo, per il rinnovo del contratto del centravanti della Roma, Edin Dzeko. Tra gli episodi meno memorabili, andrebbero forse menzionate le nuove esternazioni dell’allora Ministro del Lavoro Di Maio sulla questione rider
Si tratta di un affare spinoso. Non solo perché stiamo parlando di oltre 10.000 impiegati, ma anche perché, alla fine dei conti, queste 10.000 persone non possono davvero essere chiamate impiegati. Anche l’appellativo di freelance appare impreciso. Del resto la cosiddetta gig economy – che potremmo tradurre come “economia del lavoretto” – prevede, per definizione, prestazioni lavorative on demand. Ovvero: si lavora, se c’è necessità. 
È da un anno che Di Maio si sbraccia per sventolare promesse di maggiori tutele ai rider. Anche se non è affatto chiaro come l’eventuale stabilizzazione dei fattorini possa consentire loro di lavorare con la stessa flessibilità che ha caratterizzato finora questo tipo di impiego. La verità è che le reazioni dei rider alle dichiarazioni di Di Maio il 5 agosto (“Verranno riconosciute tutele assicurative, rimborsi spese per gli strumenti di lavoro, assistenza sanitaria e un salario minimo”) sono tutt’altro che positive. Sul gruppo whatsapp si apre un ampio dibattito. Ma il sentimento prevalente sembra essere quello di una profonda inquietudine. 
Angela: “Alla fine ci licenzieranno tutti”.
Loris: “Ma io che lavoro tre ore al giorno, come faccio ad avere un contratto dipendente?”
Enzo detto l’Alce: “Finirà che Glovo se ne dovrà andare dall’Italia. Come ha fatto Uber”.
Paolone: “Ma perché ‘sti politici non pensano agli affaracci loro e ci lasciano in pace?”
Consuelo: “Es un asco”.

Io proprio non lo so quale sia la soluzione. Certo, le tutele dei rider sono al minimo e qualcosa nel merito andrebbe senz’altro fatta. Ma se le proposte dei sindacati e del Ministro provocano nei lavoratori più terrore che speranza, c’è sicuramente più di un problema. 

La vita

Il giorno di Ferragosto incontro ancora una volta Gëz. Nell’atrio di un ristorante giapponese a via delle Cave. Di nuovo abbiamo entrambi sulle spalle il cubo giallo di Glovo. Non vedevo l’ora. Voglio proprio sapere cosa ne pensa lui delle proposte di Di Maio. Anche se nel frattempo, quel Governo lì, è già arrivato al capolinea e Di Maio è diventato Ministro degli Esteri.
È lui che mi saluta per primo: “Come va, Professore?” “Mah, 3 consegne” “Io finora 12” “Mance?” “Poca roba, e tu?” “Ancora niente”.
“Senti – gli chiedo – ma tu come la vedi questa cosa della legge nuova?”. 
Gëz mi fissa dritto negli occhi per dieci secondi buoni, poi si sfila il cubo dalle spalle, lo appoggia a terra e si siede sulla panchina davanti all’ingresso del ristorante. E comincia a parlare. Stavolta senza guardarmi. E con un tono di voce diverso dal solito. 
“Sai, professore, quanto prendevo, quando facevo il muratore giù a Caserta? Te lo dico io: 35 euro al giorno. Tutto in nero. E sai quanto ho guadagnato con Glovo il mese passato? 2200 euro. L’anno scorso mi sono anche aperto la partita IVA. Sto tutto il giorno in motorino, certo. La schiena, prima o poi, mi si spaccherà in due. E se cado o se mi rubano tutto, è un problema mio. Ma tu, professore, tu te l’immagini quanto m’è cambiata la vita?”

Valdrin Pjetri, neoeletto sindaco di Scutari, proprio oggi,  dopo che i suoi avversari politici l’avevano accusato di aver nascosto una condanna per traffico di stupefacenti subita in Italia, ha rinunciato all’incarico. 
Mi sfilo anch’io il cubo dalle spalle e mi siedo vicino a Gëz.
E restiamo così. Senza dire più nulla. In attesa della prossima comanda.

martedì 20 marzo 2018

Olimpiadi2026 a Torino? Come si sta muovendo la nuova «Grosse Koalition» del massacro sociale (e perché) - Maurizio Pagliassotti



«Ci sono momenti in cui è necessario gettare il cuore oltre l’ostacolo. Come diceva XYZ, e pensando anche quelle parole lontane, ma oggi così vicine, noi diciamo sì. Lo facciamo non a cuor leggero, consapevoli degli errori che sono stati commessi nel passato. Ma è proprio per dimostrare che si può fare bene ciò che è stato fatto male in passato che noi diciamo sì. Perché vogliamo dimostrare che la sostenibilità ambientale ed economica è qualcosa che si può fare. A coloro che dicono “no”, legittimamente, noi rispondiamo: stiamo lavorando anche per voi, per far ritornare la fiducia anche in coloro che l’avevano persa. Daremo tutta la nostra passione e il nostro coraggio per costruire insieme un evento bello, forte, sostenibile, ecologico. Noi trasformeremo gli errori del passato in lavoro, crescita, sviluppo. Quindi Torino [ma forse ci sarà anche Milano, N.d.R.] dice “Sì” alla candidatura per le Olimpiadi di Torino 2026.»
Probabile la deriva «noi ci mettiamo la faccia». Applausi, pagine sul giornale di famiglia, il «coraggio del pragmatismo», «il senso di responsabilità e la visione di futuro», oppure «Torino rilancia la sfida», «ripartenza». Campagna mediatica già ampiamente in corso.
Con ogni probabilità tutto questo, tra pochi giorni, verrà pronunciato dal centro del cratere olimpico di Torino. Città che elegge ogni cinque anni un commissario fallimentare, figura indispensabile per ripianare il maxidebito lasciato dalle Olimpiadi, quelle del 2006.
Dall’uno vale uno, all’uno vale l’altro.
La Stampa di lunedì 30 ottobre 2017, a proposito della difficile situazione finanziaria del Gruppo Trasporti Torinesi e di conseguenza del Comune di Torino:
«…È Stefano Lo Russo, oggi capogruppo del PD in Consiglio comunale, ma fino alla precedente legislatura uomo chiave della squadra di Fassino intercettato il 4 novembre del 2016 mentre era al telefono con un giornalista. In realtà l’intercettazione è stata effettuata per un’altra inchiesta ma finisce nel faldone GTT perché le dichiarazioni dell’ex assessore sono da considerare eloquenti. Gli inquirenti, che stanno lavorando sul disallineamento dei conti del Comune e sulle Partecipate, vengono colpiti dalla fermezza con cui Lo Russo spiega che i problemi dei conti di Torino sono nati con le Olimpiadi e che poi hanno cercato di nascondere le cose.»
È veramente un peccato dover associare la parole del filosofo tedesco a queste cosine ridicole della storia, e chi volesse avere un quadro completo della tragedia, stadio originario della farsa prossima, può leggere qui.

Le cose, contano solo le cose
Il costo preventivo delle Olimpiadi invernali di Torino 2006, non «low cost», fu pari a 550 milioni di euro.
Il preventivo, informale, delle Olimpiadi invernali di Torino 2026, «low cost», è pari a 975 milioni di euro.
Potremmo fermarci qui, stappare un bottiglia di vino forte affinché, come cantava il poeta, «ci sia allegria anche in agonia.» Ma dato che la vicenda deborda nel grottesco vale la pena di spenderci qualche parola.

Curiosa locuzione, «low cost»: ben conosciuta in Valsusa, perché la Torino – Lione, non è più Tav, ma Tav «Low cost»: ribatezzata così da Graziano Delrio, costa appena 4.7 miliardi di euro. I sostenitori del Tav come quelli delle Olimpiadi hanno in comune la voluta distorsione della realtà economica, nonché un uso spregiudicato, e vagamente ridicolo, delle locuzioni. Ma perché sono poi «low cost»?
Il Cio chiede con nuove norme di rendere sostenibili i giochi e dà vaghe indicazioni in merito. Quindi, par di capire, è necessario svenare le casse pubbliche dello Stato per riutilizzare, per altri quindici giorni, impianti abbandonati al termine dei precedenti Giochi del 2006. I proponenti, con ampio uso retorico, sostengono che verranno riutilizzati gli impianti abbandonati: questo processo viene definito, niente meno, «il sogno». Intendono quindi rimettere in sesto:
§  la pista di bob di Cesana Torinese;
§  il trampolino di Pragelato;
§  e probabilmente il Villaggio Olimpico di Torino.
I primi due marciscono da circa dieci anni, il terzo è diventato l’alloggio di circa 1400 migranti in cerca di un tetto.
«Il sogno» – ricicliamo – non tiene conto di cosa fare di questi impianti dopo le Olimpiadi: lo schema sarebbe ovviamente quello del 2006, ancor più sicuro perché questa volta non ci sarebbero – se veramente si vogliono tagliare i costi – fondi necessari per il riutilizzo successivo. Certo, giureranno che dopo la cerimonia di chiusura sarà un florilegio di attività, di cittadelle dello sport, di «Coverciano della neve»: l’hanno già fatto i predecessori nel 2006, dilapidando miliardi, mentre si chiudono gli ospedali. Quanto costerebbe quindi la ristrutturazione pro tempore? Nessuno al momento può dirlo, nemmeno coloro che sostengono il principio del «riciclo».

Per quanto riguarda il Villaggio Olimpico, la situazione è ancora più pericolosa e ridicola. In esso vivono circa 1400 migranti, fantasmi della città che hanno trovato in questi palazzi un luogo dove ripararsi. Si dovrebbe quindi buttarli fuori e sparpagliarli per la città, dato che il processo di «sgombero dolce» organizzato da Comune, fondazioni bancarie e curia, è ormai fallito. Le casette inoltre, costate oltre 140 milioni di euro, risultano devastate, non dalla presenza dei migranti, bensì dalla loro debolezza infrastrutturale. Si dovrebbero rifare da cima a fondo, quindi. Un vecchio adagio torinese dice così «a volte costa più la corda del sacco»: ma ovviamente si punta ai soldi per la corda con i grandi eventi. Se gli atleti verranno ospitati a Torino, è molto probabile un nuovo villaggio olimpico.
Anche perché ci sono appetiti da soddisfare, la corrente cementizia della città già scalpita, e non si accontenteranno di ridare il bianco a qualche muro. Sono in molti ad avere «sogni» e «vision» a Torino, in questi giorni.
In generale, inoltre, tutti gli impianti olimpici che potrebbero essere utilizzati, oggi sono «gestiti» da privati. il Parco Olimpico era interamente di proprietà della Fondazione XX marzo 2006. Nel 2009 il 70% delle azioni è stato affidato ai privati. La gara è stata vinta dalla società americana Live Nation, in collaborazione con la società torinese Set Up.
Vi è inoltre un costo non comprimibile della spesa, e non ammortizzabile, in geometrica espansione dato il contesto storico: quello afferente alla sicurezza. Organizzare le Olimpiadi è come organizzare una guerra: e il Cio, su questo punto, non vuole sentir parlare di risparmi o «low cost». Torino, dopo il disastro di Piazza san Carlo, dovrebbe aver imparato la lezione.
Il riciclo degli impianti, quindi, inciderà minimamente sul piano della spesa finale, è solo fumo gettato negli occhi. In realtà, come sempre accade, nessuno in questo momento può neanche immaginare quanto si spenderà. Nel 2012 il Guardian fece un’analisi di questo fenomeno mettendo sotto la lente le Olimpiadi di Londra. Le sfortunate Olimpiadi parigine del 2024, anch’esse ribattezzate «low cost», si stanno rivelando – come tutte quelle del passato – una voragine senza fine.

Innsbruck – che ha gli impianti a disposizione, e in funzione, su un territorio molto meno vasto – si è ritirata dopo un referendum, e nemmeno Stoccolma ha superato la fase iniziale. L’idea di organizzare giochi olimpici invernali sembra non piacere neanche agli svizzeri. In base a un sondaggio realizzato a quattro mesi dal cruciale voto sul progetto di candidatura di Sion 2026, i pareri contrari raggiungono il 59% degli interpellati, mentre i favorevoli solo il 36%. Decideranno a giugno.
Il direttore del Cio, relativamente ai dubbi svizzeri sulla cosiddetta «garanzia limitata del deficit» ha precisato che a rispondere di un eventuale disavanzo saranno gli organizzatori: «A fare stato sono le firme sul contratto con l’ente ospitante». Ma quali sono i conti degli svizzeri per le loro Olimpiadi del 2026? Come riporta Ticinoonline:
«Gli organizzatori hanno messo in preventivo spese complessive per 1,98 miliardi di franchi ed entrate per 1,15 miliardi. Da più parti è tuttavia stato osservato che si tratta di previsioni troppo ottimistiche e che la sicurezza potrebbe fare lievitare i costi. L’ultima parola sulla candidatura olimpica spetta comunque ai cittadini vallesani.»
Gli svizzeri hanno già detto che da loro ci sarà un buco minimo di 850 milioni di euro. In Svizzera. Noi qui, a trombe politiche unificate, suoniamo la grancassa del «low cost». E siamo tutti entusiasti.
Entusiasta il Partito Democratico, coerentemente con la sua storia.
Entusiaste le banche, entusiasti i costruttori, entusiasta – suppongo– la criminalità organizzata che ancora sta digerendo con fatica l’abbuffata pantagruelica dell’altra volta.
Entusiasti Lega, Forza Italia, destra, tutti. È la Grande Colazione che si avvicina, a Torino e in Italia.
Entusiasti quelli di adesso, i pentastellari torinesi. Ondivaghi, hanno aperto la valvola della protesta anti sistema per poi trasformarla, nell’attimo della vertigine del non-potere che hanno, nel più compiaciuto conservatorismo. Bigotti del bilancio e dell’austerità, ma pronti a cercare la salvezza laddove vi è la rovina della città. I dissidenti della maggioranza pentastellare in Comune sono quattro e mezzo, gli altri sono impiegati della politica che un tempo sbraitavano contro le grandi opere/eventi, e oggi sbraitano di «sogni» e «vision».

Entusiasta «Beppe», che telefona in diretta durante un’assemblea come nelle migliori tradizioni del cabaret: e Beppe dice a «Chiara» che le Olimpiadi sono «un’occasione», così Chiara si sente forte, e la dissidenza interna viene tacitata per qualche ora.
Costoro affrontano allegramente la candidatura olimpica senza tener conto che il sistema bancario in essere, l’assenza di una banca pubblica – per cortesia nessuno tiri in ballo la Cdp – le regole di bilancio nazionali e sovra nazionali, nonché la dimensione del debito pubblico, la svalutazione del lavoro con il dilagare di impieghi non retribuiti spacciati per volontariato, tutto questo rende impossibile l’organizzazione di una Olimpiade che non sia un massacro sociale.
Ostacoli strutturali, incontrovertibili, a cui i proponenti rispondono con la retorica del lowcost/sogno/vision/facciamo a modo nostro. Il vecchio arnese della fuffa gettata negli occhi, affinché la pietrosa materia risulti invisibile. Vivono, i proponenti, nella allucinata ed egoriferita convinzione che il loro magico tocco possa trasformare in oro il marciume: la sindrome di Re Mida.
Contrario brutalmente – perché consapevole di tutto quanto sopra elencato – il Movimento No Tav, che in un durissimo comunicato stampa contesta la narrazione tossica relativa al principio «low cost” nonché l’intera impalcatura ideologica legata ai grandi eventi. Anche perché, se il Tav non sarà fermato – da chi? Dai pentastellari di governo? – negli anni antecedenti alla cerimonia di apertura i cantieri olimpici si sommeranno  al maxicantiere del tunnel di base a Chiomonte e al maxi cantiere di Salbertrand, ove verrà stoccato lo smarino. La Valsusa, ancora una volta, utilizzata da tutti come un territorio da saccheggiare.

Ma perché rifare le Olimpiadi? Le vere ragioni
Premessa: in linea teorica esiste un articolo della Carta Olimpica, Cap. 5 art. 37 comma 7, che così recita:
«L’elezione riguardante la designazione della Città Ospitante si svolge in un Paese che non presenti nessun candidato all’organizzazione dei Giochi Olimpici in questione, dopo attento esame del rapporto stilato dalla Commissione di valutazione delle città candidate.»
Ovvio conflitto di interessi. Il presidente del Coni Giovanni Malagò, il sindaco di Milano Giuseppe Sala e il Governatore della Lombardia Roberto Maroni hanno sottoscritto tale impegno, anche se poi hanno dichiarato di «non volersi precludere nulla». Anche perché, e questo è lo scenario più probabile, Torino, o Torino-Milano, potrebbe rimanere l’unica città candidata in Europa nel caso in cui Sion si ritirasse.
Alla dolce tentazione leopardiana del prevaler del riso fuori posto o del pianto consolatorio, è bene contrapporre la massima spinoziana «Non piangere, non ridere, comprendere»: le Olimpiadi si vogliono rifare a Torino per le stesse ragioni dell’altra volta.

La Città sta andando verso la fase finale della deindustrializzazione, il cratere sta per eruttare nuovamente conflitto. Soprattutto quelle periferie che brulicano di malessere. Serve un grande evento – non ci sono differenze tra grandi opere e grandi eventi – che distragga, che porti via l’attenzione. Niente più panem, solo circenses: poi tanto da queste parti – mai dimenticare la teoria dei vasi comunicanti quando si parla di debito pubblico e grandi opere – per recuperare denaro chiudiamo due ospedali: Molinette e Sant’Anna. Al loro posto un ospedale più piccolo, la Città della Salute.
«Il privato – si può leggere sul quotidiano di Confindustria – sosterrà il 70% della spesa di realizzazione degli edifici, 306 milioni di euro, e sarà remunerato grazie al canone ottenuto dai risparmi sui costi della gestione corrente.»
È il famoso Project Financing, il meccanismo estrattivo principe – utilizzato sempre più per grandi eventi e grandi opere – per la creazione del debito pubblico e la privatizzazione dei servizi. Ovviamente nella nuova struttura sanitaria privata affittata al pubblico i posti letto saranno tagliati, i pentastellari regionali sostengono addirittura della metà: da 2000 a 1000. Progetto della giunta regionale Chiamparino, fatto proprio dai Cinque Stelle di Torino dopo un repentino cambio di opinione.
Ma torniamo alla deindustrializzazione. Il «Polo del lusso» di Torino, quello che doveva arrivare dopo il referendum di Mirafiori del 2011, si sta rivelando non solo insufficiente, ma inadeguato. La famiglia è sempre più lontana da Torino, volutamente. La Fiat si prepara a lunghe sospensioni produttive a Mirafiori e a Grugliasco. L’ombra dell’Imbraco si allunga sugli ultimi rimasugli, ma ancora sostanziosi, della Fiat a Torino. In questo contesto economico sociale regressivo, l’unica legge che vale è quella dell’antropologo David Graeber:
«più i processi di redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto sono iniqui, più necessitano di eventi spettacolari e autocelebrativi.»
Nella speranza che queste parole possano fermare la stoltezza di un tempo buio e spensierato, sipario.

domenica 25 febbraio 2018

ci eravamo sbagliati, dicono quelli del governo, la Tav è proprio uno schifo (hanno la faccia come il culo)

Alla fine il governo dà ragione al movimento No Tav - Maurizio Pagliassotti (da Il Manifesto)

La Presidenza del Consiglio dei Ministri ha recentemente pubblicato un documento dal titolo: «Adeguamento dell’asse ferroviario Torino – Lione. Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia fase 1 – 2030». A pagina 58, si legge: «Non c’è dubbio, infatti, che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica di questi anni, che ha portato anche a nuovi obiettivi per la società, nei trasporti declinabili nel perseguimento di sicurezza, qualità, efficienza. Lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni e nessuna persona di buon senso ed in buona fede può stupirsi di ciò. Occorre quindi lasciare agli studiosi di storia economica la valutazione se le decisioni a suo tempo assunte potevano essere diverse. Quello che è stato fatto nel presente documento ed interessa oggi è, invece, valutare se il contesto attuale, del quale fa parte la costruzione del nuovo tunnel di base, ma anche le profonde trasformazioni attivate dal programma TEN-T e dal IV pacchetto ferroviario, richiede e giustifica la costruzione delle opere complementari: queste infatti sono le scelte che saremo chiamati a prendere a breve. Proprio per la necessità di assumere queste decisioni in modo consapevole, dobbiamo liberarci dall’obbligo di difendere i contenuti analitici delle valutazioni fatte anni fa».
Se c’è la buona fede, c’è tutto. Non importa che quelle valutazioni errate siano costate la più grave, e irreversibile per molti aspetti, crisi tra una comunità vasta e lo Stato degli ultimi decenni.
MIGLIAIA DI PROCESSI, centinaia di arresti, scontri violenti, barricate, venticinque anni di lotta. Le parole del governo, che riconoscono pienamente le ragioni del movimento Notav – Il Tav è fuori scala – non generano in val Susa il minimo senso di soddisfazione, bensì un vasto sentimento di rabbia. Anche perché la conclusione del papello governativo che prende atto dell’assenza di traffico sulla direttrice est – ovest, trascende nell’atto di fede: non serve, ma si fa lo stesso.
MA DI QUANTO furono sbagliate le previsioni all’origine della Torino – Lione? Gli studi di LTF del 1999 prevedevano un incremento tra il 2000 e il 2010 del 100%, ovvero da dieci a venti milioni di tonnellate. Riviste nel 2004, a causa della chiusura del tunnel del monte Bianco che spostò sul Fréjus il traffico merci, ebbero una virile ascesa: da otto milioni del 2005 a quaranta (40) nel 2030. Questo perché le merci in transito verso l’Austria o la Svizzera sarebbero state attratte, chissà perché, dalla Torino – Lione. Oggi, dall’attuale tunnel del Fréjus, ammodernato solo pochi anni fa, passano tre milioni di tonnellate di merce. Se si sommano i flussi merce sull’autostrada parallela si arriva a tredici. Alla base della rivolta del territorio valsusino vi erano, e vi sono questi dati.
LA RESPONSABILITÀ sarebbe dell’Unione Europea che sbagliò i calcoli, par di capire dal documento governativo, ma ormai è tardi per tornare indietro. Chiosa enigmatica, perché al momento della Torino – Lione AV non esiste un solo metro, a meno che non si prenda in considerazione un piccolo tunnel geognostico costruito in val Clarea. Alberto Poggio, docente presso il Politecnico di Torino fa parte del gruppo di accademici che hanno contrastato sul piano scientifico la tratta Torino – Lione AV, commenta: «Sono parole, quelle del Governo, che provano l’approccio scientifico tenuto dal movimento Notav: non abbiamo mai avuto una posizione ideologicamente contraria. I nostri sono sempre stati studi corretti, che provano l’inutilità dell’opera. A maggior ragione oggi è momento per tornare indietro, non per andare avanti come se nulla fosse».
IL TUNNEL DI BASE costerà 9,6 miliardi di euro ripartiti tra Francia e Italia nella misura del 42,1% e del 57,9%, al netto del cofinanziamento UE che copre il 40% del costo complessivo. L’Italia quindi spenderà 3,6 miliardi di euro a cui si devono sommare 1,7 miliardi necessari per il potenziamento della linea storica: è il cosiddetto «Tav low cost ».




Avevamo e abbiamo ragione, per questo vinceremo!
Che avessimo ragione, lo sappiamo da sempre, probabilmente dall’inizio della nostra opposizione, quando ci consideravamo indiani, negli anni 90.
Questo non per arroganza o supponenza, ma perché ogni volta che abbiamo detto NO, lo abbiamo fatto sempre con il cuore, di una comunità che si difende, e con la testa, studiando e motivando ogni step di questo assurdo progetto.
Di recente il governo in via ufficiale ha detto (a modo proprio con una supercazzola), in un documento ufficiale che le previsioni sulle quali si è basato tutto il progetto erano sbagliate, troppo ottimiste e che non hanno tenuto conto del contesto storico (cioè almeno 20 anni di storia moderna).
“Non c’è dubbio, infatti, che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica di questi anni, che ha portato anche a nuovi obiettivi per la società, nei trasporti declinabili nel perseguimento di sicurezza, qualità, efficienza.
Lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni e nessuna persona di buon senso ed in buona fede può stupirsi di ciò. Occorre quindi lasciare agli studiosi di storia economica la valutazione se le decisioni a suo tempo assunte potevano essere diverse.” )http://www.presidioeuropa.net/blog/verifica-modello-di-esercizio-tratta-nazionale-25-settembre-2017/)
Ci da ragione, ed è la seconda volta che avviene. La prima fu nel 2006, dopo che liberammo Venaus, e vista la nostra forza accumulata cercò un progetto in parte alternativo, spostando la tratta da una parte della Valle e rimodellando l’idea dei costi, arrivando a parlare di “tav low cost” (altra supercazzola).
Come in quel caso, così come ora, il partito unico del tav (si proprio così perché in oltre vent’anni di storia lo abbiamo visto formarsi, costituirsi e nutrirsi di fondi pubblici) si difende mischiando un po’ le carte, per tentare di essere ri-presentabile all’opinione pubblica e sottrarre consenso al movimento notav.
Ma sia chiaro: si difende attaccando. Per questo non cantiamo vittoria, ma prendiamo atto dell’ennesima strategia messa in atto da chi ha poco da proporre.
Non c’è una motivazione, di quelle usate in tutti questi anni da politici, tecnici o commissari di governo per portare avanti la Torino Lione. La tratta europea, l’idea iniziale, il progetto rivisto più volte è morto e sepolto sotto i colpi della crisi mondiale e dell’evoluzione ( o involuzione) dei commerci e dei trasporti. Non serve molto per capirlo.

Allora cosa serve fare per tornare presentabili? Ri-presentarsi al mondo come esperti e visionari, arrivando a sostenere che la linea Torino-Lione non ha senso oggi, ma in futuro ce lo avrà perché svilupperà nuovi traffici di merci, nuovi assi ferroviarie, nuove economie.
Balle, su balle! Ogni previsione è stata smentita e geni non ne abbiamo mai visti dalla parte dei tifosi del Tav. Al massimo azzeccagarbugli di bassa lega e venditori di fumo con stipendi garantiti, che l’unica capacità che hanno avuto è sempre stata quella di garantire flussi di denaro (e potere) verso i soliti amici, partiti, aziende o corporazioni che fossero.
Quindi no grazie! Delle vostre previsioni questo Paese ne fa a meno molto volentieri perché vediamo già i danni (e i morti) delle politiche sul trasporto in Italia, dove l’alta velocità passa davanti a tutto il sistema ferroviario generale, a discapito della maggioranza del Paese che usa il treno per muoversi tutti i giorni in condizioni di pericolo e degrado.
Quello che ci fa ancora più specie è l’arroganza con la quale questi signori candidamente sostengono: “ è vero è tutto fondato su studi errati, su previsioni sbagliate, ma lo facciamo lo stesso perché serve, e se ora non serve tanto, domani servirà”.
Ci sarebbe da vergognarsi, invece i vari commissari di governo e politici al seguito proseguono come se nulla fosse, perché alla fine dei conti non pagheranno mai per le responsabilità che hanno avuto in questa vicenda. A differenza nostra chiaramente, che veniamo condannati un giorno si e uno no, e siamo sempre dalla parte della ragione.
La Torino Lione, e molte altre tratte in qualche modo legate, come il Terzo Valico o la Brescia-Verona, sono progetti sovrastimati e palesemente “dopati” da ragioni politiche ed interessi particolari, vanno abbandonati e a buona parte dei sostenitori va chiesto il conto, in termini economici e sociali.
Da parte nostra, sappiamo di aver sempre avuto ragione, sia tecnicamente che politicamente, e sappiamo bene che l’unico argine alla devastazione ambientale ed economica, è rappresentato dalla lotta, la nostra, popolare e dal basso, e possiamo dirlo senza timori: alla fine vinceremo noi!