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giovedì 5 dicembre 2019

BENVENUTI NELLA VERA PANOPTICON REVOLUTION - Alessandro Isidoro Re




Ogni disciplina ha il suo tormentone: la filosofia si chiede dall’alba dei tempi se esista davvero un libero arbitrio; la fisica s’interroga sulla nascita dell’universo; la giurisprudenza, spesso, si domanda quale debba essere la funzione del carcere.
Questo dilemma fu uno dei crucci di Jeremy Bentham: filosofo e giurista inglese, campione di originalità (potete osservare tutt’ora il suo cranio imbalsamato presso lo University College di Londra, per suo volere testamentario) vissuto tra diciottesimo e diciannovesimo secolo ed esponente di spicco dell’utilitarismo giuridico: indirizzo che vede la pena come un male (minore) capace di evitare un altro male (peggiore).
Bentham ritenne infatti che fosse necessario punire solo ciò che era utile punire e con il minor sforzo possibile. Per questa ragione, ideò un sistema di sorveglianza penale malignamente perfetto. Il suo nome dice già tutto: Panopticon – che in greco antico significa “Ciò che vede ogni cosa”…
L’idea che sta alla base di questa utopia penale è che un solo sorvegliante, all’interno di un carcere, possa controllare tutti i detenuti senza che quest’ultimi possano sapere se in un dato momento siano osservati oppure no. Questo principio, come detto, risponde alle esigenze di quell’utilitarismo giuridico, propiziato proprio da Bentham.

Il funzionamento di questo meccanismo teoricamente infallibile, infatti, concentra tutto lo “sforzo coercitivo” in un solo agente dell’ordine (risparmiando cospicue risorse di personale) – il quale occupa la torre centrale della struttura, da cui si dipana, in modo circolare, tutta la struttura carceraria contenente le celle dei detenuti – in una sorta di proto Grande Fratello di stampo penale.
Il concetto di Panopticon – collegamento diretto con la mitologia greca, che richiama il nome del gigante dai cento occhi Argo Panoptes – è divenuto presto il simbolo del controllo invisibile e ubiquo da parte di un’entità esterna.
Michel Foucault e lo stesso George Orwell hanno preso spunto dalla teoria di Jeremy Bentham per costruire le loro dissertazioni filosofiche e narrative: l’uno disquisendo della cosiddetta “Societé panoptique” nella terza parte del preclaro saggio Sorvegliare e punire (1975),l’altro dipingendo l’immortale quadro della più famosa delle società distopiche con il suo romanzo 1984.

Salto nel tempo: marzo 2018. 

Di social e società panottici ne hanno disquisito più o meno tutti.
Da Raffaele Alberto Ventura, noto anche col suo social nom de plum Eschaton, che preconizzò anche il nostro totale disinteresse verso la protezione delle informazioni digitali in cambio di visibilità dopata; al Guardian, più recente (2015), dove si parla di “Societé panoptique” all’ingresso dell’era dei big data; fino a Edward Snowden (che di controllo sociale se ne intende), che ha da poco definito Facebook “una società di sorveglianza”. Perché scriverne ancora, dunque? Una premessa e due semplici risposte.

La premessa
Per chi avesse abitato in una romita spelonca nell’ultimo mese, è giusto ricordare lo scoppio del caso Cambridge Analytica. “Cambridge Analytica” come si legge su Wikipedia “è una società di consulenza britannica che combina il data mining, l’intermediazione dei dati e l’analisi dei dati con la comunicazione strategica per la campagna elettorale”.
Fondata da Steve Bannon, ex capo stratega del presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, Cambridge Analityca è stata accusata di aver inficiato il regolare corso democratico delle ultime elezioni presidenziali americane influenzando il voto del popolo statunitense attraverso i dati di circa 70 milioni di utenti Facebook…

Come spiega bene su Linkiesta Andrea Daniele Signorelli, il “cavallo di Troia” è stato un banale test della personalità ideato dal ricercatore dell’Università di Cabridge Aleksandr Kogan, disponibile su Facebook, e che ha improvvidamente attirato l’attenzione di un gigantesco numero di persone. Per accedere al test, infatti, era obbligatoria la spunta su alcune richieste – come l’accesso alle informazioni digitali contenute sul proprio profilo social, spalancando così le porte altresì sui dati dei propri amici. Dati che, in seguito, Kogan ha offerto a Cambridge Analityca. Il grosso problema, naturalmente, è che Mark Zuckerberg (e quindi Facebook, come ha riferito il Guardian) sarebbe stato a conoscenza dell’operato di Cambridge Analityca ma non avrebbe fatto nulla (e non sarebbe l’unica azione ambigua da parte dell’imprenditore di White Plains, come evidenzia Federico Mello nel suo recente Il lato oscuro di Facebook) per impedire questo massiccio utilizzo di dati terzi.
Almeno fino alla fuoriuscita del caso per opera del whistleblower di Cambridge Analityca Christopher Wylie. Ed è soltanto di oggi (5 aprile 2018) la notizia che Facebook avrebbe “tagliato” le informazioni digitali degli utenti forniti dai cosiddetti “data broker”, come ben spiega Carola Frediani in un recentissimo articolo per AGI. 
Ma in questo caso – come ha sottolineato lo stesso Signorelli – a noi interessa l’atteggiamento del singolo: come sempre più spesso accade, infatti, la fiumana di utenti attratti da quel succoso test della personalità non ha letto le condizioni propedeutiche per il lubrico passatempo virtuale. Tutto e subito, pur di condividere; il gioco valeva la candela.

Le risposte
Primo, questo “scandalo” Cambridge Analytica ha portato sotto l’occhio bulimico del pubblico mainstream ciò che prima era diletto e castigo (e pure foraggio) dell’Intellighenzia Social.
Secondo, sempre l’affaire Cambridge Analytica sposta questo filone panottico tecnoparanoico a un altro livello. Non più Panopticon 2.0 o Reloaded ma (come recita la trilogia di Matrix che ha compiuto da poco 19 anni e come suggerisce Ventura/Eschaton): Panopticon Revolution.
Una “rivoluzione panottica” che sta nell’avere restaurato il vetusto e monolitico Panopticon benthamiano in un carcere pieno di specchi; specchi che riflettono la nostra immagine su altri specchi in un Infinite Jest dove tutti guardano tutti e dove anche il guardiano stesso (come suggerisce ancora Ventura) è osservato da un occhio centrale trascendente, un po’ Sauron un po’ Big Brother, che è in realtà la summa di tutti questi occhi. Vi ricordate del gigante Argo Panoptes? Ecco. Noi siamo il gigante, e siamo anche gli occhi. La spaventosa e ancestrale domanda di Giovenale – “Quis custodiet ipsos custodes?” “Chi guarderà i guardiani?” (contenuta nella Satira VI, che a sua volta riprende un pensiero affine del Platone della Repubblica) – trova, insomma, un’icastica risposta: i guardiani stessi (“ipsos custodes”) guarderanno gli altri guardiani.

Scriveva Zygmunt Bauman: “In un mondo in cui cose volutamente instabili sono la materia prima per la costruzione di identità necessariamente instabili, occorre stare costantemente in guardia” (Bauman, 2014). Cosicché, infine, non ci saranno più guardiani… 
Come ben scrive Simone Cosimi in un florilegio pubblicato su Wired dei contributi più significativi del sociologo polacco, (celebre per la sua teoria della società liquida): “La novità è che questo spazio del controllo ha perso i muri. E a dire il vero non occorrono neanche più i sorveglianti, visto che le «vittime» contribuiscono e collaborano al loro stesso controllo”.
Se tutti siamo guardiani non esiste più nulla da guardare. Perché, come chiosa il preconizzante articolo di Ventura, “dello spazio privato non c’importa più nulla, perché non ci serve più a nulla, perché non abbiamo più nulla da nascondere”.
Tuttavia, questa fuga dalla criptoesistenza epicurea (sparuti ormai i seguaci del “lathe biosas”, visti ormai come alieni) che Ventura ammanta di malinconia non è la tragedia esistenziale del nuovo millennio, bensì (con spirito più affabile, quasi una sprezzatura à la Baldassarre Castiglione) 
l’ineluttabile
 Zeitgeist della nostra epoca.
Un coro di milioni di voci giubilanti o querulanti che grida a sé stesso ciò che non vuole ammettere e ciò che invece sa fin troppo bene. Abbiamo bisogno, come un gregge assuefatto, delle scariche di dopamina rilasciate a ogni like, commento, menzione, post, re/tweet o condivisione social. Come recita un articolo del Financial Times (altra profezia risalente a cinque anni fa), siamo diventati completamente dipendenti dalle nostre appendici digitali. Ne abbiamo “semplicemente” bisogno. Anche a costo di immolare la nostra vita privata, che privata più non è da tempo, sull’altare della Panopticon Revolution.
Siamo noi stessi che cediamo i nostri dati a chicchessia senza preoccuparci del dopo, e lo facciamo tutti, perché ciò che intimamente ci interessa più di tutto è essere visti, letti, osservati, condivisi; qualunque cosa, (anche scrivere questo articolo, granello di sabbia nel deserto), pur di sfuggire all’anonimato.
Un anonimato che è la vera povertà dell’Annus Domini 2018 – inizio della Panopticon Revolution.

letture
  • Jeremy Bentham, Panopticon, Marsilio, Venezia, 2002.
  • Zygmunt Bauman-David Lyon, Sesto. potere. La sorveglianza nella modernità liquida, Laterza, Bari, 2014.
  • Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Parte Terza, Einaudi, Torino, 2005.
  • Federico Mello, Il lato oscuro di Facebook, Imprimatur, Reggio Emilia, 2018.
  • George Orwell, 1984, Feltrinelli, Milano, 2002.
  • Giovenale, Saturae, Feltrinelli, Milano, 2013.
  • Baldassare Castiglione, Il libro del cortegiano, Garzanti, Milano, 2007.
  • Zygmunt Bauman-David Lyon, Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida, Laterza, Bari-Roma, 2014.
visioni
  • Lana & Lilly Wachowsky, The Matrix Trilogy, Warner Bros. Pictures, Stati Uniti d’America/Australia, 1999-2003.

martedì 15 maggio 2018

Il panopticon e le Invalsi - Angélique Del Rey


Vedere tutto, ovunque, sempre

Nel XVIII secolo, il filosofo utilitarista Jeremy Bentham immagina un dispositivo architettonico che chiama «Panopticon» e che potrebbe a suo avviso ispirare la creazione di una prigione, di un ospedale o, perché no, di una società intera. Il principale vantaggio di questo dispositivo sarebbe che permette una vigilanza ottimale, senza nemmeno bisogno di un sorvegliante! Nel caso di una prigione, per esempio, l’idea è di disporre in cerchio una serie di celle intorno a un osservatorio dotato di vetri scuri, in modo da vedere senza essere visti. Non sapendo se è sorvegliato in un dato momento, ma sapendo di esserlo potenzialmente sempre e in tutti i punti della sua cella, il prigioniero sarà indotto gradualmente a sorvegliarsi da sé, incorporando l’osservatorio nella sua testa. Ovvero si normalizzerà. Il panopticon illustra chiaramente come un potere può essere esercitato grazie a un semplice gioco di «effetti di verità», sulla base di un dispositivo che genera, grazie alla trasparenza che consente di realizzare, il controllo e la sorveglianza delle persone. Ora, la statistica, nome generico con cui si indicano i moderni strumenti della valutazione, incarna un dispositivo simile.
In primo luogo, la funzione originale che le era stata attribuita era quella di registrare, mettere per iscritto, una moltitudine di dati e informazioni riguardanti lo stato civile (nascite, matrimoni, decessi ecc.), l’economia (circolazione della ricchezza) o la giustizia (reati commessi) ecc. Una volta che è stata messa al servizio dell’amministrazione statale e dello sviluppo produttivo capitalista sul quale poggia, la statistica ha permesso allo Stato di esercitare gran parte del suo potere attraverso semplici atti «amministrativi», permettendogli di vedere tutto, ovunque, sempre. La registrazione, dunque, non ha solo la funzione di consentire la sorveglianza, ma anche quella di intimorire. È la paura di essere visti, di una visibilità che spinge a «stare in riga», cioè a disciplinarsi. Nel sistema disciplinare, non si è a disposizione di qualcuno (idea classica del potere), ma si è costantemente esposti allo sguardo di qualcuno, o si è quanto meno in una situazione in cui si può essere guardati.

L’esempio del libretto operaio può illustrare un aspetto di questa condizione. In Francia, per tutto il XIX secolo, gli operai avevano l’obbligo di presentare al loro nuovo datore di lavoro, ma anche alle autorità locali, un libretto su cui venivano registrate le loro «referenze», vale a dire le loro precedenti mansioni, le ragioni per cui le avevano lasciate, le eventuali segnalazioni sul loro comportamento ecc. Una «tracciabilità», come si direbbe oggi, finalizzata a rispondere a una questione duplice: da un lato, la gestione di una mano d’opera che arriva in massa e all’improvviso dalla campagna e, dall’altro, la gestione del lavoro, vale a dire come sfruttare al massimo la forza lavoro disponibile, disciplinarla, renderla «docile e utile». La disciplina di cui si fa strumento il libretto operaio si fonda in questo caso su una dimensione della valutazione così articolata: rilevare e registrare i dati per iscritto, al fine di rendere possibile l’onnivisibilità, la trasparenza del panopticon, il cui potere, come rileva Foucault, è «come quello del sole, della luce perpetua»[1].
In secondo luogo, la statistica è un dispositivo al servizio della trasparenza in quanto crea, con il fatto stesso di esistere, un luogo di osservazione dall’alto, aprendo con questo «punto di vista senza collocazione» un campo di visibilità panottica. Non contenta di registrare informazioni e dati, la statistica crea in realtà (cfr. supra, capitolo terzo) degli spazi di equivalenza al fine di confrontare e ridurre questi dati a una misura comune. Ora, questa omogeneizzazione aumenta il controllo, nella misura in cui aggiunge la norma allo sguardo. La valutazione assume qui il suo pieno significato dal momento che non si tratta più solo di informarsi sulle persone, ma di confrontarle con un tipo ideale, con un «uomo normale», giudicandone il grado più o meno elevato di conformità.
Un esempio è l’istituzione da parte del capitalismo sociale di un’equivalenza tra valutazione scolastica (concorsi ed esami) e qualifiche riconosciute sul mercato del lavoro.
Abbiamo analizzato questo sistema dal punto di vista del merito: meritare il proprio «posto» perché si è superato, per esempio, un concorso. Ma al di là o a prescindere dalla questione del merito, le valutazioni permettono di stabilire corrispondenze, stabilendo legami tra rapporti di potere un tempo non sovrapponibili. Sotto l’Ancien Régime, i rapporti di potere si incrociavano senza sovrapporsi e non riguardavano solo gli individui, perché potevano investire una famiglia, una comunità, o anche qualcosa di diverso dalle comunità umane: una terra, una strada, uno strumento di produzione. Ora, il rovescio della meritocrazia moderna (e più ancora postmoderna) è una riduzione della molteplicità di dimensioni dalle quali si può essere guardati, considerati, trattati, giudicati (in altri termini, i rapporti di potere), a un’unica dimensione: quella valutata da istituzioni ad hoc.
Valutazione e servitù volontaria
Da un punto di vista strettamente giuridico – punto di vista classico sul potere – l’avvento delle democrazie in Occidente in epoca moderna ha certamente comportato un avanzamento delle libertà: libertà di lavoro, pari opportunità, mobilità sociale legata all’impegno individuale piuttosto che al sangue… La valutazione si intreccia a questo avanzamento delle libertà, in quanto permette di basare la selezione su qualcosa di diverso dal ceto di origine: sul merito individuale. Avere un certo status sociale, godere di questa o quella ricchezza secondo la valutazione dei meriti individuali, sembra un sistema più giusto di quello che basava la ripartizione e la distribuzione della ricchezza sul diritto di nascita!
Ma il rovescio della meritocrazia, questo ordinamento sociale in cui ci si «merita» un posto in base alle valutazioni cui si viene sottoposti, non è altro che la società disciplinare: una società in cui – grazie a un insieme di discipline che riguardano i corpi, i gesti, i comportamenti, i tempi – si producono individui docili, «utili», che vivono nell’angoscia di essere respinti dalla società come anormali. Certo, generalmente gli individui in questione non se ne rendono conto. D’altro canto, non è mille volte meglio un potere così che un potere violento? Per esempio, valutare un operaio non è mille volte meglio che prenderlo a bastonate? Eppure, anche se la prima pratica sembra non colpirlo, può però portare a declassarlo o a licenziarlo, e questi sono effetti piuttosto concreti! Attraverso la valutazione viene esercitato un potere, ma senza violenza: agisce sui corpi senza che questi «accusino il colpo». Perché, come dice Foucault a proposito di una scena famosa, fondativa della psichiatria, cioè la liberazione dei folli, «si andrà a sostituire la violenza selvaggia di un corpo che prima era in catene con la sottomissione costante di una volontà a un’altra»[2].
Il potere disciplinare è un potere senza corpo, immateriale. Si esercita senza strumenti, a parte la scrittura, grazie a un semplice gioco di luci, uno sguardo che in ogni momento può notare, giudicare, individuare, punire fin dal primo gesto, dal primo atteggiamento, dalla prima distrazione. La volontà che sottomette non ha alcun bisogno di essere incarnata. Perché, come mostra chiaramente il modello del panopticon, chiunque può sorvegliare. Il sistema disciplinare è una macchina che, al limite, potrebbe funzionare senza che vi sia qualcuno al comando. È, dunque, secondo Bentham, una macchina molto «democratica»: il potere stesso non sfugge al dominio della macchina. Di fronte ai problemi sollevati dalla valutazione, tutti – inclusi quelli che valutano – dicono: «Valutiamo i valutatori».
Ma come possiamo comprendere la portata degli effetti di potere dei discorsi di verità? Come funziona questo «potere della luce»? Producendo individui alla luce, li sottomette e agisce sui loro corpi. Questo processo prosegue poi nell’individuo, che mediante l’interiorizzazione della legge lo applica a se stesso. La trasparenza porta quindi alla sorveglianza, che a sua volta porta all’interiorizzazione. È questa interiorizzazione a spiegare il potere della verità. La legge diventa una norma cui l’individuo giura fedeltà, non essendo più in grado di riconoscere gli effetti della legge, di distinguerli da quello che «vuole». Ormai, quello che vuole è quello che deve. Il folle, una volta calmatosi, riconoscerà che era troppo violento e che non doveva esserlo; il lavoratore che è stato licenziato penserà che «in qualche modo» ha meritato il suo licenziamento; l’alunno che prende un brutto voto penserà di non aver fatto abbastanza, di essere «un buono a nulla», o di non essere integrato, cioè di essere «anormale».
Basandosi su norme (vincoli interni) piuttosto che leggi (vincoli esterni), le discipline producono un nuovo tipo di servitù volontaria che, venendo ad aggiungersi alle forme esistenti (la religione, i giochi ecc.), risulta più adatta alle forme emergenti del capitalismo e dello Stato amministrativo, in quanto corrisponde all’invenzione di tecnologie positive di potere. Il potere disciplinare non è un potere che impedisce, proibisce, reprime, o in altri termini che agisce negativamente sui soggetti, ma un potere che fabbrica, produce, trasforma: «crea» l’individuo. Per il potere disciplinare, un soggetto è un individuo, unidimensionale, trasparente alle sue valutazioni, che (idealmente) sono senza soluzione di continuità rispetto a tutta la sua vita. Di qui la difficoltà di resistere a questo potere. D’altronde, chi dovrebbe opporre resistenza? Se si tratta dell’individuo standardizzato e disciplinato, la domanda allora è: che cosa dovrebbe renderlo capace di resistere? L’impossibilità di separare l’individuo dal sistema disciplinare che agisce su di lui solleva la difficile questione del «soggetto» della resistenza.
La differenza tra la potenza del panopticon e i meccanismi classici della servitù volontaria deriva da questa tecnologia «positiva» del potere. Mentre la religione o i giochi sono governati da meccanismi in certo modo conservativi (il loro scopo è preservare l’ordine esistente, riprodurre i rapporti di classe), le discipline assecondano la mobilità sociale e tendono a ottimizzare l’uso degli uomini e della forza lavoro, a sorvegliare con meno mezzi e meno energia, a generare «progresso» e «performance». Il loro scopo non è la riproduzione, ma la produzione, o più precisamente l’efficienza della produzione. È in questo senso che sono il contraltare della società del merito sociale.
Il panopticon in versione postmoderna
Il potere delle nuove forme di valutazione è al contempo simile e diverso da quello che abbiamo analizzato finora. È simile nel senso che ha sempre la natura della luce: del panopticon. In compenso, l’avvento delle «nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione», moltiplicando le fonti di informazioni relative all’immediato presente e alle reazioni anch’esse immediate, ne ha modificato il principio.
Da un lato, infatti, il vecchio sistema dell’onnivisibilità basata sulla scrittura viene gradualmente sostituito da un altro in cui il fatto stesso di entrare in una macchina infocomunicativa (tv , telefonia mobile, internet, blog, fotoblog, social network) crea trasparenza. Come la televisione del Grande Fratello immaginata da George Orwell in 1984, presente in ogni casa, i nuovi mezzi di comunicazione proiettano l’intimità nello spazio pubblico, annullando i contorni della «vita privata»: una trasparenza che rende la valutazione un vero e proprio modo di essere, diffuso e «democratico». Su internet, le pratiche di valutazione si diffondono, permeando le relazioni virtuali. Ma sono gli stessi comportamenti virtuali a lasciare una traccia passibile di entrare nell’ingranaggio contabile e di servire per una valutazione: quanti visitatori ha questo sito? quanti dollari sono stati spesi oggi sul gioco e sul social network Second Life? quanti «amici» hanno visitato ieri il mio profilo Facebook dopo che ho condiviso mie foto di viaggio? quanti «mi piace» ha questo post? La valutazione diventa allora una vera e propria ossessione quotidiana, dal momento che ognuno anela, desidera, vuole essere catturato dall’occhio della macchina: vuole essere visibile. Perché in questa «società dello spettacolo», come la chiamava Guy Debord, «ciò che è buono appare e ciò che appare è buono»[3]. Ciò che è invisibile non esiste (non deve esistere), a cominciare da tutti coloro che non hanno accesso ai nuovi mezzi di comunicazione (due terzi del pianeta): sono gli esclusi di oggi.
D’altra parte, questa valanga di informazioni eterogenee (numero di visitatori, numero di «mi piace», settori in cui si trova lavoro, opportunità di mobilità sociale in base alla classe di provenienza, malattie che si ha la probabilità di contrarre a seconda del luogo di nascita, di residenza, dell’età, delle attività svolte ecc.) produce l’interiorizzazione dell’ingiunzione fondamentale: bisogna adattarsi, rimanere in corsa, restare competitivi. Le statistiche sull’utilizzo di un sito web portano all’idea che bisogna cambiare la propria immagine, quelle sulla disoccupazione che bisogna accettare di tutto per rimanere in gioco, quelle sui settori economici in crescita che bisogna puntare proprio su quei settori formandosi adeguatamente e riducendo così ogni altro desiderio o interesse all’interesse economico.
Oppure, per riprendere l’esempio portato da un’esperta in management internazionale in un libro già citato[4], le informazioni in tempo reale fornite dai sistemi informatici sulle possibili oscillazioni permettono ai manager amministrativi di adattarsi costantemente alle mutevoli situazioni. La celebre formula di Alfred Korzybski (1879-1950), «una mappa non è il territorio» (in altri termini, i nostri giudizi sono relativi e non hanno presa sulla «cosa in sé»), viene qui relativizzata dal fatto che questo flusso di valutazioni ininterrotte (i giudizi) rende caotica la realtà sociale stessa. L’ingiunzione ad adattarsi conduce a sua volta a decisioni ininterrotte che influenzano il «territorio» (e non solo la «mappatura»).
In altre parole, le nuove forme di valutazione non si limitano a classificare gli uomini per renderli più performanti, ma intervengono sulla natura stessa della realtà sociale, facendo della sincronia l’asse principale di un adattamento che non è più quello della specie ma quello… dell’individuo! Ne consegue una «selezione sociale» che i neoliberisti presentano come un dato scientifico (il darwinismo sociale), ma che in realtà è una costruzione legata a questo gioco che riduce il mondo e gli esseri a una sola dimensione. La riduzione della vita all’economia diventa quindi un vero modo di essere e di pensare. Un modo di essere che svuota gli individui della loro interiorità, in quanto consiste nell’adottare i comportamenti «giusti», acquisire le abilità «giuste», investire nei capitali «giusti»: insomma, nell’adattarsi.
Si tratta verosimilmente di quella che possiamo considerare come una vera e propria mutazione, perché per la prima volta una specie passa dalla selezione «naturale», basata su caratteristiche a lungo termine (diacronia), a un adattamento permanente dei suoi individui.

Una normalizzazione senza uomo normale

Comunque sia, queste nuove forme di valutazione normalizzano in modo diverso dalle precedenti valutazioni disciplinari. Non dicono «sei inadatto», bensì «se non fai in modo di acquisire questo o quel saper-essere sul mercato del lavoro, nessuno sarà interessato a retribuire le tue competenze». La definizione del valore si identifica quindi con la determinazione di un prezzo per «cose» che sempre più includono non solo le materie prime, i prodotti, i servizi, ma anche le capacità e perfino le qualità umane: quel che gli economisti neoliberisti chiamano «capitale umano». E soprattutto in questo sistema, se c’è normalizzazione, non è perché qualcuno cerca di renderti normale, ma perché sei tu che lo desideri. Sei tu a cercare costantemente di investire e di acquisire investimenti come un complesso di capitali in grado di produrre qualcosa: nel caso del consumatore, per esempio, un po’ di soddisfazione.
Di conseguenza, si tenderà sempre di più a negare gli effetti stigmatizzanti della valutazione. Nel mondo dell’impresa si dice che le valutazioni non riguardano la persona ma quello che fa (quando invece le competenze più valutate non riguardano il sapere o il saper-fare ma il cosiddetto saper-essere). Si parlerà di «audit» piuttosto che di valutazione, spiegando che si tratta di una confusione nociva, perché l’audit non ha funzione di giudizio (e come no!) ma solo di raccolta dati, aggregazione di informazioni, osservazione di processi. Come scrivono gli autori di un articolo sulla valutazione cui abbiamo già fatto riferimento[5], «dobbiamo barrare la parola ‘votazione’, come farebbero Lacan o Derrida, per rendere conto della veemenza di quel diniego». Un diniego che attiene al giudizio presente in ogni valutazione. I nuovi valutatori in sostanza sostengono: «Non ti giudichiamo, non facciamo altro che guardarti, osservarti». Solo che il giudizio è nello sguardo. Uno sguardo che mette in competizione senza neppure aver bisogno di giudicare, dare voti, punire, come avveniva con le valutazioni disciplinari.
Gli effetti di potere di queste valutazioni riguardano il fatto che esse – idealmente, com’è ovvio – rientrano nel gioco della concorrenza. Sono effetti molto negativi perché pervadono il tessuto sociale, destrutturando o spezzando i legami e producendo uomini «senza qualità»: pure esteriorità assetate di riconoscimento, che sentono di esistere solo perché vengono valutate. Di fatto, in questo sistema essere vuol dire valutare ed essere valutati. A mano a mano che il panopticon configura la società, con la sua onnivisibilità rafforzata dai continui scambi info-comunicativi (in particolare grazie alle tracce lasciate dagli scambi informatici), l’interiorità di ciascuno in qualche modo «si dispiega», tanto che c’è sempre meno bisogno di disciplinarla perché sia controllata e controllabile. In questo senso, essere è essere visti, o quanto meno essere visibili.
In un sistema del genere il controllo si esercita non tanto attraverso una «normazione» di ciascuno, quanto in modo più globale attraverso il marketing e le forme di valutazione che ne derivano. Come scrive Gilles Deleuze nel suo Postscriptum sulle società di controllo, «gli individui sono diventati dei ‘dividui’ e le masse dei campioni, dei dati, dei mercati o delle banche»[6].
La regolazione politico-economica passa dalla sorveglianza delle persone alla gestione della popolazione fondata su dati econometrici, i quali «dimostrano» che la sorveglianza è meno efficace del laissez-faire, in base all’idea neoliberista secondo cui la società obbedisce a un «ordine spontaneo». Il controllo, in un certo senso, si «raffina», avvicinandosi al reale funzionamento delle popolazioni grazie alle conoscenze acquisite sulle regolarità comportamentali e sulle interazioni con l’ambiente circostante. A livello di politica governativa, la questione è ora di capire quali popolazioni «conviene» normare e quali al contrario è meglio «lasciare in pace».
Facciamo un esempio: per regolare i flussi di compravendita delle droghe, la proibizione apparirà meno efficace rispetto alla tolleranza di un certo tasso di tossicodipendenza nella società. Si cercherà di normare i piccoli consumatori attraverso l’aumento dei prezzi, ma si lasceranno in pace i forti consumatori, perché i primi sapranno adattarsi alle nuove condizioni create, mentre gli altri continueranno a consumare quali che siano le condizioni. Qui, invece di normare ogni singolo individuo, la valutazione ha l’effetto di normalizzare intere «popolazioni», categorizzate e differenziate su base statistica: non si cerca più di punire i tossicodipendenti, ma di fare in modo che la maggior parte di essi si adatti, mentre gli inadattabili restano ai margini della società, incarnando per gli altri lo spettro del disadattamento e dando loro l’energia per «rimanere in gioco», cioè competitivi.
Il laissez-faire non è altro che uno slogan, in quanto le discipline sono sostituite da altre forme di potere, basate su una gestione e un controllo globali. La condizione di questo controllo e di questa gestione, come della loro efficacia, è la visibilità permanente di tutto: la spinta che porta l’individuo ad adattarsi quanto più possibile alla norma, nelle condizioni imposte dal suo ambiente, deriva dal fatto che la sua adattabilità, le condizioni di questa adattabilità e perfino lo spettro del disadattamento siano per lui costantemente visibili e noti.
Per gli individui che vi soggiacciono, questo tipo di governo si presenta come un potere che «vuole il loro bene» (un biopotere) e che si basa sulle loro libertà. Ma quel che la libertà concretamente realizza in un sistema come questo è il fatto che ognuno cerca di adattarsi a ciò che crede essere la norma. Il significato di questa «libertà» è il principio stesso dell’obbedienza: adattarsi. Adattarsi però non significa esattamente obbedire. Non c’è una regola alla quale obbedire. A costruire questa regola sono in realtà gli individui stessi rendendosi «efficienti», mettendosi spontaneamente in concorrenza con gli altri: insomma… adattandosi. Si aderisce alla norma adattandosi al proprio ambiente, e la norma cui ci si conforma è quella che al contempo «fa esistere».
Per comprendere questo potere di normalizzazione si può richiamare l’immagine di una statua che si scolpisce da sé, dall’interno. Le valutazioni disciplinari scolpivano per così dire dall’esterno, sulla base di un modello (anche se ciascuno era portato a interiorizzare quel modello). Le nuove forme di valutazione generano invece un meccanismo di creazione della norma… privo di un’istanza valutativa esterna. Il potere che incarnano è integrato.

Note al capitolo
1. Michel Foucault, Le Pouvoir psychiatrique, Gallimard/Seuil, Paris, 2003, p. 30, p. 79 (trad. it.: Il potere psichiatrico. Corso al Collège de France (1973-1974), Feltrinelli, Milano 2004).
2. Ibid., p. 30.
3. Guy Debord, La Société du spectacle, Gallimard, Folio, Paris, 1996, p. 20 (trad. it.: La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, Milano 2017).
4. Sylvie Trosa, Vers un management postbureaucratique, cit., p. 99.
5. Philippe Büttgen e Barbara Cassin, J’en ai 22 sur 30 au vert, cit., p. 27.
6. Gilles Deleuze, Pourparlers, Minuit, Paris 1990, p. 244 (trad. it.: Pourparler, Quodlibet, Macerata 2000).

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