Visualizzazione post con etichetta umorismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta umorismo. Mostra tutti i post

mercoledì 20 marzo 2024

Perché a scuola si ride così poco? - Giovanna Lo Presti

 

È appena passato l’8 marzo e vorrei dedicare qualche riga a un’invenzione linguistica (ne parlo dopo), a un lavoro prettamente (e ingiustamente) femminile, a una proposta per uscire dalle secche di una scuola asfittica, presa tra delirio valutativo, istanze disciplinari, distopia tecnocratica e – attenti! – “educazione all’affettività”!

Pochi giorni fa un mio amico, un insegnante ancora giovane che, dopo aver sperimentato le brume nordiche è riuscito ad ottenere il trasferimento nella sua città natale in Sicilia, mi ha finalmente fatto ridere parlando di scuola. Mi riferiva di fatti realmente accaduti e appena coloriti dalla sua narrazione vivace. Insomma – dice – siamo a febbraio e parecchi dei miei piccoli studenti di scuola media non hanno ancora i libri di testo. La riluttanza verso l’acquisto dei libri di testo è ben conosciuta da tanti insegnanti; maglioncino firmato sì, smartphone alla moda pure ma come sprecare denaro per acquistare l’inutile libro di testo? In questa scelta, che riguarda l’impiego delle risorse economiche della famiglia, hanno voce in capitolo soprattutto i genitori. Supponendo però (bella ingenuità!) che la madre di certa Hillary dodicenne fosse ignara della necessità che la figlia possedesse l’atlante e il libro di geografia, l’amico insegnante, solerte, telefona alla suddetta madre. Il nome “Hillary” è evidente stigma dell’estrazione di classe; se ci trovassimo più su nella scala sociale parleremmo della piccola Camilla o del piccolo Enea, nomi che si trovano adesso in certi strati socio-culturali con una tal frequenza da far pensare a un improvviso amore collettivo verso il grande poeta Virgilio. Ma questo importa poco e andiamo avanti nel racconto.

Appena saputo che la chiamano dalla scuola la madre ha un soprassalto: «Matri…. chi fu? (per quelli del Nord: «Mamma mia, che cosa è successo?»)». «Niente signora, non si preoccupi. La chiamavo soltanto per chiederle come mai a metà febbraio Hillary non ha ancora il libro di geografia etc.». Ma il bello viene adesso: dopo aver ribadito che in famiglia di soldi ne hanno pochi, la madre si rivolge all’insegnante per giustificarsi ed esordisce così: «Ma professoresso…». Professoresso! Meglio di un trattato di sociologia, meglio di quella cosa da salotto che è lo “schwa”! Ecco d’un sol colpo superato il binarismo di genere con un brillante conio linguistico, in cui la realtà delle cose imprime il suo marchio sul linguaggio, in cui – evviva – il femminile domina il maschile, lasciando indelebile impronta. Penso che persino qualche accademico della Crusca potrebbe apprezzare il mirabile “professoresso”, così aderente allo stato delle cose. In fondo, otto insegnanti su dieci alle scuole medie (secondaria di primo grado, pardon – ecco qui la verbosità inutile. La scuola media è sempre quella nata a cavallo del 1962-63, ma adesso l’appelliamo con quattro parole al posto di una. Inutile spreco) sono donne. La mamma di Hillary non conosce questa percentuale preoccupante. Ma di insegnanti maschi ne vede pochi, anche lei è giovane e non ha fatto le scuole alte e allora “professoresso” le viene più spontaneo che non “professore”.

A me questo guizzo linguistico è piaciuto molto e mi ha dato modo di mettere a fuoco un altro importante aspetto: ma perché a scuola non si ride quasi mai o, se si ride, si ride “per settori”? Gli studenti ridono tra di loro (spesso dei loro insegnanti), gli insegnanti ridono degli errori dei loro studenti e dei tic di dirigenti e colleghi ma mai che si rida insieme – a meno che qualcuno non proponga un “esperto” di didattica della risata (non ridete! Non sto inventando). Plumbea, tetragona, irrimediabilmente seria la scuola genera noia. In questi nostri tempi infelici e regressivi qualcuno (per esempio, un ministro) pensa di poter rimediare al crollo verticale di autorevolezza dei docenti con il ritorno alla disciplina, quella seria – che sarebbe come dire che la scuola può riportare le lancette dell’orologio ai primi anni Cinquanta a forza di note, sospensioni e lavori socialmente utili. Qualcun altro vuole invece adeguarsi ai tempi con un uso intensivo dei media digitali, che sono una delle concause del disastro scolastico generalizzato. C’è chi vuole coinvolgere le famiglie, c’è chi le vuole tenere lontano dalla scuola. In comune, queste mezze soluzioni, hanno un dato: l’anacronismo, l’essere lontane dalla comprensione almeno parziale del nodo gordiano che oggi rende educazione ed istruzione ambiti così problematici. Le radici dei molti problemi della scuola stanno nel tessuto sociale, nelle troppe disuguaglianze, nel prevalere di un non-pensiero tanto rapido quanto superficiale; e questo non è che l’inizio di un lungo elenco. Ma, come primi passi verso una soluzione almeno parziale, un po’ di senso dell’umorismo e qualche risata in più non guasterebbe. Purché non si rida gli uni degli altri ma tutti quanti insieme verso le balzane e miracolistiche “ricette” che dovrebbero salvare la scuola.

Il riso, come l’amicizia, è «la colla cordiale per cui l’uno s’attacca all’altro»: spieghiamo questa frase ai nostri studenti, riveliamo loro la fonte e poi passiamo, d’un balzo, da La notizia attorno a Didimo Chierico (fonte della citazione) a quel testo sarcastico e spiritoso che è Il Guerriero, l’Amazzone e lo Spirito della Poesia nel verso immortale del Foscolo di Carlo Emilio GaddaPersino di Foscolo si potrà ridere – il che significa che qualcuno dei nostri studenti avrà accesso agli altissimi versi de I Sepolcri e non li troverà per niente noiosiSe dovessi dire qual è stata la più grave carenza della scuola italiana (intendo parlare dell’istituzione e del personale) dell’ultimo quarto di secolo non avrei dubbi: l’assenza di senso dell’umorismo, che ha generato una scarsissima capacità di mandare collettivamente al diavolo, con una risata, proposte didattiche strambe, inefficaci e regressive.

da qui

giovedì 5 novembre 2015

Ritals

RITALS è una parola che riprende un termine dispregiativo usato comunemente in Francia nel passato per definire gli italiani immigrati, e con esso le varie connotazioni negative legate ad un’italianità stereotipata ben poco raffinata agli occhi disattenti d’oltralpe.
Oggi invece dicendo RITALS riusciamo a colorare questa parola con sfumature totalmente diverse, che richiamano autoironia e uno spirito di rivendicazione di una dignità tutta italiana. Dobbiamo per questo ringraziare Svevo Moltrasio e Federico Iarlori, due ragazzi italiani che si sono trasferiti in Francia in cerca di un successo che in Italia tardava ad arrivare.
Chi abbia seguito lo stesso percorso, e siamo davvero in molti, conosce bene le difficoltà d’inserimento che s’ incontrano durante quella fase di adattamento … che non finisce mai. Si scopre una cultura, un modo di pensare e di fare totalmente diversi; si cerca di capire come labbra umane possano pronunciare cosi tante volte la parola “merci” nell’arco di una giornata senza mai dimenticarsi di dirlo col sorriso e soprattutto.. guai a dimenticare una nota spiccatamente briosa nel dirlo. Sentiamo chiedere un panini al posto di un panino, le paste invece di un piatto di pasta, non parliamo poi della piza con una z. Sono piccoli dettagli che se sei italiano ti fanno rabbrividire. Ci aggrappiamo alle nostre abitudini ovunque andiamo, ciò può farci sembrare provinciali e poco razionali…
da qui


ecco il primo episodio:

giovedì 25 settembre 2014

L’umorismo in Kafka - David Foster Wallace

Una delle maggiori difficoltà che incontro a leggere Kafka ai miei studenti è che sembra quasi impossibile convincerli che Kafka è divertente – ma neppure fargli apprezzare il modo in cui il divertimento è intimamente legato al potere straordinario che esercitano le sue storie. Perché, ovviamente, i grandi racconti e le migliori barzellette hanno parecchio in comune. Entrambe queste forme linguistiche sono in dipendenza da ciò che i teorici della comunicazione hanno occasionalmente battezzato “exformazione”: cioè una determinata quantità di informazione vitale rimossa-da-ma-evocata-da una comunicazione, in modo tale che si crei una sorta di esplosione di connessioni associative all’interno del recipiente linguistico. E’ questo probabilmente il motivo per cui sia i racconti sia le storielle divertenti spesso ottengono l’effetto di sembrare improvvise veloci e percussive come il pompaggio di una valvola meccanica.
Non per nulla Kafka stesso parlò della letteratura come “una scure con cui squarciamo gli oceani congelati nel nostro intimo”. E non è nemmeno un caso che, da un punto di vista tecnico, il successo delle massime narrazioni brevi sia spesso stato individuato in ciò che si definisce “compressione” – poiché la pressione e gli effetti di questa stanno già nell’interiorità del lettore. Quel che Kafka sembra più bravo di compiere rispetto a chiunque altro è orchestrare l’incremento di pressione in un modo che appare intollerabile nel preciso momento in cui si realizza.
La psicologia della barzelletta offre una mano a risolvere il problema della lettura di Kafka. Sappiamo tutti che non c’è un modo più veloce per svuotare una barzelletta della sua peculiare magia che quello di tentarne una spiegazione. Conosciamo tutti il gusto dell’antipatia che simili spiegazioni sollevano in noi, una sensazione più di offesa che di noia, come se una bestemmia fosse stata pronunciata nei confronti della storiella. Il che assomiglia moltissimo alla sensazione che un docente prova quando propone un’analisi tecnica in un corso di letteratura – il plot da tracciare, i simboli da decodificare, eccetera. Naturalmente Kafka sarebbe in una posizione unica per apprezzare l’ironia che esprime l’operazione di sottomettere i suoi racconti al regime di una macchina critica di simile efficienza – l’equivalente letterario di strappare i petali di un fiore e analizzarli con uno spettrometro per arrivare a una spiegazione del perché una rosa emani un profumo tanto gradevole. Franz Kafka, dopotutto, è lo scrittore il cui racconto Poseidone immagina un dio marino talmente oppresso dal lavoro burocratico che non riesce mai a navigare o nuotare, e il cui Nella colonia penale arriva a concepire la descrizione come punizione e la tortura come edificazione e la critica ultimativa come punta dell’erpice, il cui colpo di grazia attraversa la fronte.
Ciò che intendo dire non è tanto che Kafka è troppo sottile per gli studenti americani. Di fatto, l’unica strategia di compromesso con cui sono riuscito a esplorare il “divertente” in Kafka coi miei studenti è stato suggerire che gran parte del suo humour non fosse per nulla sottile, o meglio: anti-sottile. Il concetto è che lo humour di Kafka dipende da una sorta di letteralizzazione radicale di verità che noi tendiamo a interpretare come se si trattasse di metafore. Ai miei studenti ribatto che alcune delle più profonde intuizioni collettive sembrano esprimibili soltanto in quanto figure del discorso, ed è il motivo per cui definiamo “espressioni” queste figure del discorso. Con tutto il rispetto per La Metamorfosi, invito gli studenti a considerare che cosa venga realmente espresso nel momento in cui ci riferiamo a qualcuno con espressioni come “fa accapponare la pelle” oppure “è rozzissimo”, o dicendo che qualcuno, lavorando, viene costretto a mangiare “la sua stessa merda”. Oppure a rileggere Nella colonia penale alla luce di espressioni come “mi ha squarciato un nuovo buco del culo” o lo gnomico “A una certa età, ognuno si ritrova la faccia che si merita”. Oppure approcciare Un artista alla fame in termini di tropi come “affamato d’attenzione” o “affamato d’amore” o la doppia significazione nel termine “autonegazione”.
Ciò di cui sono intrisi, insomma, i racconti di Kafka è una complessità onnivora e grottesca e totalmente moderna. Lo humour kafkiano – non solamente nevrotico, ma anche antinevrotico e quasi eroicamente sano – è, alla fin fine, uno humour religioso, ma religioso alla maniera di Kierkegaard e di Rilke e dei Salmi, una spiritualità affilata e assaltante contro cui perfino la grazia insanguinata di Flannery O’Connor sembra spuntata, un gioco di anime che si sa benissimo come finirà.
da qui