Visualizzazione post con etichetta Chiesa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chiesa. Mostra tutti i post

giovedì 12 marzo 2026

Israele assassina padre Pierre Al-Rahi in Libano: mi è sembrata troppo generica la frase di cordoglio del Papa - Dalia Ismail


 

Ieri, nel sud del Libano, nel villaggio di Qlayaa, il prete maronita-cattolico Pierre Al-Rahi è stato barbaramente assassinato da Israele subito dopo i suoi ultimi due discorsi pubblici. Parole di sfida pura, pronunciate da un uomo legato visceralmente alla sua terra come tutto il popolo del Libano meridionale: “Io sono disposto a morire in casa mia perché questa è casa mia. Noi siamo costretti a stare sotto al pericolo perché queste sono le nostre case. Non le lasceremo come un teatro per chi vuole cacciarci per usarle a suo piacimento e occuparle, come abbiamo fatto nel 2024, che siamo stati assediati da Israele ed eravamo solo quattro persone”.

“Non importa quante minacce riceveremo, noi non lasceremo il nostro villaggio Qlayaa. Resteremo, resteremo, resteremo fino alla morte”.
Al Rahi non era solo un prete: rappresentava l’unione dei libanesi al di là della religione e l’attaccamento indissolubile dei libanesi di Qlayaa alla loro patria, quella terra continuamente devastata da Israele e ogni giorno sorvolata dai suoi droni che controllano, minacciano e disturbano con i loro suoni. Nato e cresciuto lì, aveva rifiutato ogni ordine israeliano di evacuazione, incarnando la resistenza quotidiana di una comunità che non abbandona le proprie radici sotto le minacce. In un Libano devastato dalla connivenza della comunità internazionale, i morti per mano israeliana sono già 486, di cui almeno 83 bambini, secondo il ministero della salute libanese; 1313 sono i feriti e quasi 700mila gli sfollati.

Il suo villaggio è stato teatro di un ennesimo massacro che colpisce cristiani, musulmani e persone di ogni credo senza distinzioni. La sua uccisione è il simbolo di una pulizia etnica in corso, imposta da Israele con ordini di evacuazione forzati. Un ordine che i libanesi sanno, per esperienza diretta e assistendo a ciò che è accaduto ai palestinesi, che prevede l’impedimento del ritorno nella propria terra una volta ottenuto un cessate il fuoco. Sanno bene che non è un allontanamento momentaneo.

Per me, la banale frase di circostanza pronunciata da Papa Leone XIV riguardo all’assassinio di Al-Rahi è un endorsement politico a Israele. Si è limitato a una frase generica, senza condannare Israele. Ma in realtà la posizione l’ha già presa, stringendo la mano al presidente israeliano Isaac Herzog in Vaticano a settembre 2025. In quel frangente, con i libanesi e palestinesi – tra cui numerosi cristiani – sotto sterminio in diretta, quel gesto ha significato un via libera quasi esplicito ai responsabili di queste atrocità. Proprio come ha ignorato le sofferenze dei cristiani palestinesi, oggi abdica al suo ruolo, preferendo una frase di circostanza davanti all’assassinio di un prete.

La foto di Al-Rahi, con il volto deciso, ci ricorda che la vera resistenza è quella di chi difende la propria casa contro l’invasore. Israele prosegue la sua opera di distruzione, mentre Roma stringe mani sporche di sangue. Ma a Qlayaa resteranno fino alla morte, una sfida al papa e all’intero occidente.

da qui

domenica 22 febbraio 2026

Eterni privilegi - Federico Tulli

 

Ici, Imu e indulgenze fiscali: vent’anni di regali miliardari alla Chiesa cattolica a spese dei contribuenti.


Sono passati tredici anni da quando la Commissione europea intimò all’Italia di recuperare dagli enti ecclesiastici le somme non versate tra il 2006 e il 2011 per il pagamento dell’Ici sugli immobili di loro proprietà nei quali l’attività religiosa convive, senza soluzione di continuità, con attività economiche (vale a dire, in gran parte, scuole paritarie di ogni ordine e grado e dormitori di conventi ormai svuotati dall’inarrestabile crisi di vocazioni trasformati in alberghi, boutique hotel, case per ferie, case di riposo).

Sono passati tredici anni ma la questione è ancora aperta

Sono passati tredici anni ma la questione è ancora aperta, come dimostra una recente sentenza (la numero 20/2025) mediante la quale la Corte costituzionale ha respinto le censure sollevate dalla Corte di giustizia tributaria di secondo grado del Piemonte nei confronti di un articolo cardine del decreto legislativo sul Riordino della finanza degli enti territoriali 504/92, quello che appunto stabiliva l’esenzione dall’imposta municipale propria per gli enti religiosi.

 

Secondo i giudici tributari del Piemonte tale normativa non consente di distinguere, all’interno di un unico immobile accatastato, le aree destinate al culto da quelle impiegate per attività economiche. E tale lacuna avrebbe come conseguenza l’assoggettamento a imposta anche delle porzioni utilizzate per scopi religiosi, configurando così una «violazione dell’articolo 117, primo comma, della Costituzione, in riferimento agli obblighi derivanti dal Concordato con la Santa sede del 1984».

La questione di legittimità costituzionale è stata sollevata dai giudici tributari nell’ambito di una controversia tra il Comune di Novara e il locale Seminario vescovile, relativa all’Imposta comunale sugli immobili (Ici) su un fabbricato di proprietà dell’ente ecclesiastico (stabile di circa 12mila metri quadrati), che – si legge nella sentenza – originariamente destinato in esclusiva alla formazione del clero, successivamente è stato in parte adibito a liceo classico parificato (per circa 600 metri quadrati) e in parte dato in locazione a due società (per complessivi 900 metri quadrati circa).

La Corte costituzionale ha giudicato infondata l’ordinanza di rimessione. Secondo la Consulta, il rimettente non solo ha mal interpretato il Concordato del 1984 ma non ha nemmeno considerato le regole europee in base alle quali l’esenzione Ici riconosciuta agli enti religiosi tra il 2006 e il 2011 si configura come un aiuto (illegittimo) di Stato.

Vale la pena a questo punto approfondire la posizione dell’Europa sulla questione ma per poterlo fare bisogna ricostruire brevemente la storia “politica” dell’esenzione Ici. Tutto inizia nel 2005, anno in cui il governo Berlusconi introduce una norma che esonera dal pagamento dell’imposta comunale strutture come alberghi, cliniche, case di cura, scuole paritarie e altri immobili di proprietà ecclesiastica: era sufficiente che anche solo una minima parte dell’edificio fosse adibita ad attività religiosa per ottenere l’esenzione totale.

Con l’arrivo dell’Imu nel 2011, al posto dell’Ici, il premier Mario Monti introduce una regola più articolata: l’esonero si applica anche alle onlus. La condizione imposta è che i servizi offerti abbiano un costo “simbolico”, oppure non superino soglie specifiche, spesso difficili da individuare con precisione. Un caso concreto: una scuola paritaria dell’infanzia può ottenere l’esenzione se le rette annuali restano al di sotto dei 6.000 euro. Ma quante organizzazioni di questo tipo non religiose e non afferenti alla chiesa cattolica gestiscono realmente strutture come hotel, scuole o ospedali? La norma, anche se per l’Ue non si configurava più come un aiuto di Stato, restava chiaramente un’agevolazione “ad personam”, anzi ad ecclesiam.

Arriviamo al 2012. La Commissione europea conclude un’indagine avviata in seguito alla denuncia presentata nel 2006 dal fiscalista Pontesilli, dall’avvocato Nucara e da Maurizio Turco (attuale segretario del Partito Radicale). Secondo i querelanti le esenzioni Ici costituivano una violazione delle norme europee sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato. Bruxelles, sei anni dopo, riconobbe la fondatezza delle “accuse” e che l’esenzione rappresenta effettivamente un aiuto illecito, ma consentì all’Italia di non procedere al recupero degli importi, ritenendo eccessivamente complesso quantificarli.

si stabilisce finalmente un principio chiaro

La vicenda viene poi esaminata dalla Corte di giustizia dell’Unione europea che, in una prima sentenza del 2016, sorprendentemente conferma che i soldi non riscossi possono essere considerati perduti. Tuttavia, nel novembre del 2018, la decisione viene annullata in appello, e si stabilisce finalmente un principio chiaro: le somme dovute a titolo di Ici tra il 2006 e il 2011 devono essere recuperate dallo Stato italiano.

Passano altri cinque anni e nel marzo del 2023 di fronte all’immobilità totale dell’Italia nell’azione di recupero dei soldi “regalati” agli enti ecclesiastici, Bruxelles intima di non indugiare oltre, pena l’avvio di una costosa procedura di infrazione che pagherebbero i contribuenti. La Commissione – si legge a chiare lettere nella nota ufficiale – «riconosce l’esistenza di difficoltà per le autorità italiane nell’identificare i beneficiari dell’aiuto di Stato illegale. Tuttavia tali difficoltà non sono sufficienti per escludere la possibilità di ottenere almeno un recupero parziale dell’aiuto».

L’ordinanza 20/25 della Consulta sta lì a testimoniare che dopo altri due anni tutto è ancora in alto mare.

Ma non è finita qui. Se il governo Meloni si è mosso, lo sta facendo in direzione ostinata e contraria, quindi non per chiedere finalmente conto dei privilegi fiscali goduti per anni dagli enti ecclesiastici, bensì per tentare di proteggerli da ogni possibile conseguenza.

Lo si capisce da quanto detto dal viceministro dell’economia Maurizio Leo, durante un recente convegno all’Università Pontificia salesiana: il Mef è al lavoro per evitare che la procedura d’infrazione europea si trasformi in un salasso per le congregazioni religiose. In buona sostanza il governo sta cercando di contenere o cancellare il dovuto, invocando deroghe “de minimis” o non meglio precisate difficoltà documentali da parte degli enti coinvolti.

In base alla legge anti-infrazioni del 2024 gli enti soggetti all’obbligo di restituzione sono tutti quelli che nel 2012 o nel 2013, applicando le regole Imu/Tasi (in sostituzione dell’Ici), hanno dichiarato o, in ogni caso, versato una somma superiore a 50mila euro, anche in seguito a un accertamento del Comune.

Secondo il ministro, come riporta il Sole24ore, si potrebbe cercare di approfondire gli spazi – per gli anni contestati – collegati agli aiuti de minimis, fuori dal perimetro dell’aiuto di Stato contestato dalla Ue: in particolare, per quegli anni i limiti sono 200mila euro in un triennio, 500mila sempre nei tre anni per chi esercita servizi di interesse generale. Leo ha inoltre aggiunto che verrà dato un peso anche alla difficoltà da parte degli enti coinvolti di trovare tutta la documentazione di prova, considerando quanti anni sono passati.

Non esiste una stima precisa delle somme Ici in ballo, ma se il piano del Mef andasse in porto il Tesoro rischia di dover dire addio a somme considerevoli. Secondo un calcolo del ministero dell’economia risalente a una decina di anni fa l’Ici 2006-2011 non incassata a livello nazionale ammonta a circa 100 milioni l’anno, cioè 700 milioni complessivi a livello nazionale. Ma c’è chi ha stimato un importo ben diverso compreso tra 3,5 e 5 miliardi di euro complessivi.

11 miliardi complessivi, il mancato gettito per lo Stato

Questo calcolo fu eseguito in collaborazione con l’Anci-Associazione nazionale comuni italiani, da Pontesilli, Turco e Nucara in occasione della presentazione dell’esposto del 2006. Più di recente l’Ares, Agenzia di ricerca economica e sociale, ha stimato in 2,2 miliardi l’anno per 5 anni, cioè 11 miliardi complessivi, il mancato gettito per lo Stato.

Al momento non è dato di sapere se la bilancia penda più verso i 700 milioni calcolati dal Mef o gli 11 miliardi stimati dall’Ares e stando al senso delle dichiarazioni del vice ministro Leo, come detto, il governo attuale non intende mettere in campo misure per approfondire. E lo fa nel nome di un patrimonio – quello ecclesiastico – «al servizio del bene comune», secondo una narrazione che evita di affrontare il nodo centrale: può un’attività con caratteristiche commerciali, come una scuola privata che richiede rette elevate, essere esentata dalle imposte solo perché gestita da un ente religioso?

La questione riguarda anche l’Imu, introdotta nel 2011. Un passaggio emblematico è quello sulle scuole paritarie cattoliche, formalmente private ma riconosciute come parte del sistema nazionale di istruzione grazie alla legge “Berlinguer” 62/2000. In base alle norme attuali, se svolgono attività non esclusivamente religiosa (ad esempio, educativa ma a pagamento), dovrebbero essere soggette a Imu.

Ma anche qui il governo cerca una via d’uscita gradita alla chiesa cattolica. Il viceministro Leo ha proposto infatti di agganciare l’esenzione ai “costi standard”: se la scuola privata dimostra di mantenere i costi entro una certa soglia, verrebbe considerata non commerciale e quindi esente. Una soluzione apparentemente tecnica che in realtà mira a istituzionalizzare l’esenzione per centinaia di scuole cattoliche, senza una verifica effettiva della loro natura economica.

In conclusione, è passato un ventennio dall’esenzione introdotta da Berlusconi e l’Italia continua a offrire una corsia preferenziale fiscale a favore della chiesa cattolica e delle sue ramificazioni nel mondo dell’istruzione, dell’assistenza, dell’ospitalità e del turismo. In nome di una visione “sociale” delle attività religiose, si legittimano agevolazioni che altri enti, privi del legame confessionale, non ricevono.

da qui

lunedì 30 gennaio 2023

Da Wikileaks i documenti sull’internazionale dell’estremismo cattolico - Matias Gadaleta


 

Dall’organizzazione ultra cattolica spagnola Hazte Oir il sito mette a nudo la diplomazia ultraconservatrice e le sue modalità di influenza

Sono oltre 17 mila i documenti pubblicati il 5 agosto scorso da Wikileaks sotto il nome di “The Intolerance Network”. Si tratta di documenti interni e confidenziali appartenenti alle organizzazioni cattoliche spagnole ultraconservatrici Hazte Oir e CitizenGo.

Entrambe fanno parte della coalizione di associazioni che organizzano il Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families) che nel 2019 si è tenuto a Verona.

Il WCF riunisce organizzazioni di destra che promuovono l’opposizione ai diritti LGBTQI+ e combattono l’aborto e l’eutanasia, è stato etichettato come un gruppo di odio dal Southern Poverty Law Center e un rapporto del 2014 di Human Rights Campaign ha dichiarato che “Il Congresso Mondiale delle Famiglie (WCF) è una delle più influenti organizzazioni americane coinvolte nell’esportazione dell’odio”.

I documenti risalgono al periodo 2001-2017 e riguardano la fondazione di CitizenGo e le prime attività di entrambe le organizzazioni. Tutto il materiale proviene dai loro sistemi interni e sono per lo più fogli elettronici dei donatori e dei membri, documenti di strategia e pianificazione, lettere, grafici finanziari e documenti legali.

Hazte Oír è stata fondata nel 2001 da Ignacio Arsuaga, amico intimo del leader del partito dell’estrema destra spagnola Vox, Santiago Abascal, che fonderà poi anche CitizenGO con l’intento di creare una piattaforma più internazionale della sua organizzazione estendendo le sue operazioni fino ad arrivare a una cinquantina di Paesi con sedi permanenti in 15 città.

IrpiMedia dal 2019 ha pubblicato svariate inchieste all’interno del progetto #OperazioneMatrioska in cui ha ricostruito le miriadi di organizzazioni Pro Life che ruotano intorno al WCF. Partendo dalle varie organizzazioni pro vita e ai rappresentanti dell’ultra destra che gravitano intorno alla Lega Nord e alla svolta cattolica del suo leader Matteo Salvini.  Su tutti Toni Brandi, elemento chiave e collante tra interessi dei paesi dell’Europa Orientale e Occidentale.

Per approfondire

Una serie di inchieste su come Putin sia diventato una figura di riferimento per le destre di tutto il mondo. Un’operazione in tre fasi: economica (il Laundromat), culturale (l’ascesa degli identitari) e politica (il Russiagate)

Si è poi analizzato il legame tra Stati Uniti ed Europa alla ricerca dei finanziatori e dei flussi di denaro che sostengono questa Lobby, una trama che va dalla Cei a vari esponenti del fronte sovranista oltre che a personaggi chiave come Ignacio Arsuaga, elemento di spicco di One of Us – Federation For Life and Human Dignity. Per lui i dieci anni di vita passati negli Stati Uniti sono fondamentali per venire a contatto con MoveOn.org, Christian Coalition, Americans United for Life e le altre organizzazioni statunitensi per il «diritto alla vita». Tornato in Europa diventerà uno dei diplomatici più determinanti dell’Internazionale sovranista.

Gregory Puppinck è invece l’avvocato pro-life “in missione” a Strasburgo, sede della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Dirigente della European Center for Law and Justice (Ecjl), organizzazione che difende in Tribunale le cause provita. Infine un ruolo delicato è ricoperto da Alexey Komov, Ambasciatore alle Nazioni Unite per Hazte Oir che è al contempo anche membro del direttivo della spagnola CitizenGo e presidente onorario dell’Associazione Lombardia-Russa. Lo studio si è spostato poi sullo stratagemma delle ‘terze parti’ che organizzazioni come ECLJ utilizzano per portare i loro interessi e influenzare addirittura le decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Infine il capitolo sulla Russia che conduce a personaggi come Konstantin Malofeev, al finanziamento  di molte delle destre europee, al legame russo lombardo del leghista Savoini e dell’affaire Metropol.

da qui

sabato 27 novembre 2021

Abusi sessuali in parrocchia

 

Abusi sessuali del clero: altro che mele marce, il problema è strutturale - Marco Marzano

 

La pubblicazione del Rapporto della Commissione Indipendente francese sugli abusi sessuali commessi dal clero cattolico (CIASE) ha fatto molto rumore, almeno per qualche giorno. A essere entrato nella comunicazione pubblica è stato tuttavia un unico dato: quello sul numero di preti abusatori sul totale dei sacerdoti cattolici. Il Rapporto contiene però molti altri elementi interessantissimi che ispirano queste prime considerazioni:

1. Per far luce sul fenomeno la costituzione di una commissione indipendente (composta da scienziati di diverse discipline) è uno strumento indispensabile e praticamente insostituibile. È stato così ovunque: negli Stati Uniti, in Irlanda, in Australia, in Germania e ora in Francia. Solo le commissioni di inchiesta possono ottenere l’accesso agli archivi parrocchiali e diocesani e sollecitare su larga scala la deposizione delle vittime di ieri e di oggi, conseguendo un formidabile progresso nella conoscenza e nella misurazione del fenomeno. In Francia, la commissione CIASE, in poco più di un anno, ha ricevuto quasi 4000 telefonate e 2800 tra lettere ed email. I membri della commissione hanno incontrato personalmente quasi 200 vittime che hanno accettato di farsi intervistare per molte ore (in media tre per ciascuna intervista audioregistrata). Sono stati ascoltati una moltitudine di esperti e addirittura un piccolo gruppo di abusatori, che si è spontaneamente reso disponibile a raccontare la propria versione. L’inerzia assoluta della Conferenza Episcopale Italiana su questo terreno sconcerta e testimonia ancora una volta il livello di paurosa arretratezza del nostro paese, delle gerarchie ecclesiastiche così come della gran parte della stampa laica, sempre preoccupata di non disturbare le élites vaticane e nei fatti indifferente alle terribili sofferenze di tanti minori.

2. La questione degli abusi clericali non è affatto risolta, il problema non appartiene in alcun modo al passato. La commissione CIASE ha riconosciuto che la Chiesa ha iniziato, nell’ultimo ventennio, a prendere sul serio la questione, ma lo ha fatto in misura timidissima e quasi mai di propria iniziativa, con molte differenze da diocesi a diocesi, in definitiva in una forma così debole da non impedire, a partire dagli anni Novanta e dopo un periodo di apparente declino, una decisa ripresa del fenomeno, un significativo aumento nel numero di abusi sessuali commessi da membri del clero. E tutto questo, aggiungo io, avviene malgrado il consistente declino nel numero dei sacerdoti e in quello dei frequentatori di parrocchie e oratori. Quindi ci sono meno preti e meno fedeli, ma gli abusi invece che diminuire crescono.

3. Quello della Chiesa Cattolica si conferma l’ambiente organizzativo più pericoloso per la salute e l’integrità fisica e psichica dei minori, molto più rischioso, secondo i dati del rapporto CIase, dei campi estivi per giovani, delle scuole pubbliche, dei club sportivi, delle istituzioni culturali o artistiche.

4. Il report francese non manca di indicare anche alcune delle probabili cause degli abusi clericali: il diritto canonico, pensato per proteggere i sacramenti e cambiare l’animo dei peccatori, ma non per riconoscere in alcun modo il dolore delle vittime e per rispettare i loro fondamentali diritti umani; il clericalismo, e cioè l’eccessiva “santificazione” della figura del prete e la sopravvalutazione del suo status di celibe e casto; l’esaltazione delle virtù dell’obbedienza e del valore della gerarchia a discapito di tutti gli altri; una falsa interpretazione delle Scritture in relazione ai temi dell’affettività e della sessualità; l’assenza di qualsiasi forma di separazione tra i poteri.

5. Nel rapporto CIASE si trovano indicati anche alcuni rimedi suggeriti con forza alla Chiesa francese: dare più spazio ai laici e soprattutto alle donne; ascoltare le vittime; migliorare la valutazione psicologica dei candidati al sacerdozio e incrementare gli insegnamenti delle scienze umane e sociali; assumersi la responsabilità di aver protetto gli abusatori e rendersi non solo disponibile ad avviare processi di giustizia riparativa, ma anche a risarcire le vittime, tutte le vittime, anche quelle di settant’anni fa o i loro eredi. È su quest’ultimo terreno che il Report mostra le sue maggiori debolezze. Sono convinto infatti che le generiche richieste di cambiamento contenute nel rapporto siano del tutto insufficienti a risolvere il problema. L’abuso sessuale è un comportamento strutturalmente legato alla forma attuale del sacerdozio cattolico, ovviamente non nel senso che tutti i sacerdoti siano abusatori, ma che, per coloro che lo sono, siano stati decisivi la formazione seminariale, l’obbligo celibatario, il rapporto con la sessualità e l’affettività imposti dalla Chiesa Cattolica. La teoria delle “mele marce”, cioè dei pedofili che si infiltrano nella Chiesa approfittando della buona fede e delle disattenzioni di vescovi e formatori, è del tutto priva, e da tempo, di ogni solido riscontro scientifico. Se il nodo è strutturale dev’essere affrontato con riforme strutturali, prime fra tutte la chiusura dei seminari e la fine del vincolo celibatario, le uniche vie per raggiungere l’obiettivo auspicato anche dalla commissione Ciase, di “desantificare” i preti.

Tutto il resto, l’aumento delle ore di insegnamento delle scienze umane, gli appelli a diminuire il clericalismo e ad aprire le donne, eccetera, è al più un modesto palliativo, inutile nella sostanza e adatto nella forma solo a dare l’impressione che la Chiesa Cattolica si muova mentre invece rimane completamente immobile. Il papa tuona contro il clericalismo da anni, ma gli effetti sulla struttura sono stati praticamente insignificanti. È venuto il momento di esigere di più, di non accontentarsi delle buone intenzioni e dei proclami. Lo dobbiamo alle bimbe e ai bimbi, ai ragazzi e alle ragazze di domani alle quali dobbiamo offrire un mondo diverso e migliore.

Marco Marzano è autore de “La casta dei casti“, Bompiani, 2021.

https://www.micromega.net/abusi-sessuali-del-clero-altro-che-mele-marce-il-problema-e-strutturale/

 

 

Abusi sessuali - Luigi Zoja


Psicoanalisi e Chiesa Cattolica

 

La storia della psicoanalisi ci consegna un problema etico, che contiene – fatte le inevitabili differenze – paradigmi utili anche per la Chiesa Cattolica: la quale, in forma ricorrente, deve affrontare i casi di abuso commessi da sacerdoti.

Nelle prime generazioni, gli analisti erano prevalentemente uomini e le pazienti donne. In alcune occasioni, l’estrema intimità che si crea nel processo analitico è divenuta anche sessuale. Come la Chiesa, le società analitiche hanno cercato di affrontare questi problemi con procedure interne. Come per la Chiesa, questo ha due implicazioni: da un lato, permette che l’estrema delicatezza delle rispettive materie (l’educazione religiosa e il processo psicanalitico) non venga affidata a un apparato giuridico impersonale e impreparato. Dall’altro, sia le società analitiche sia le istituzioni ecclesiastiche hanno seguito questa strada anche per proteggersi dallo scandalo pubblico.

 

Libertà e abuso

 

La valutazione di un rapporto sessuale come atto libero o abuso varia, prima di tutto, con l’età del presunto abusato: questo è un fatto assolutamente naturale, legato alla crescita. Un bambino desidera sia abbracci sia dolciumi. Può lasciarsi sedurre. Crescendo, potrà capire che quell’adulto, il quale dava a lui caramelle e affetto, in realtà prendeva per sé. Travalicare i limiti dell’intimità durante lo sviluppo psichico porta al formarsi di un Io che può rimanere, anche da adulto, permeabile, fragile, impaurito. Questo complica le terapie con cui si cercherà di rimediare alla violenza. Dall’altra parte, però, spesso chi è stato vittima di abuso matura nel tempo una particolare profondità morale, non così diversamente da chi ha superato esperienze di guerra o di internamento: in un certo senso, è anche lui un sopravvissuto.

 

Relatività storica e culturale dell’abuso

 

Ancora più evidente è la variabilità storica dell’abuso. La definizione di molti crimini – per esempio il furto – cambia poco nei millenni. Invece, fino alla seconda metà del secolo XIX in diversi paesi esisteva la schiavitù: quella che oggi appare forma più che ovvia di ab-uso – il rapporto sessuale del padrone con una schiava – era uso. Lo schiavo, infatti, era una proprietà. In Europa esiste poca consapevolezza di quello che, in ogni senso, è stato un cuore nero d’America: nel Vecchio Continente le proteste degli afro-americani giungono soprattutto come lontana eco di rivendicazioni socio-economiche, espresse oggi dal gruppo più povero dei ricchi Stati Uniti. Ma sono ben di più. Da quando esiste la genetica, tutte le analisi hanno confermato che, oltre a un’ovvia maggioranza di caratteri provenienti dall’Africa Occidentale, nel sangue degli afro-americani c’è anche tra un'altissima percentuale (circa un quarto) di traccia genetica trasmessa da maschi bianchi. Un gigantesco stupro, trauma storico di cui nessun libro aveva parlato, viene alla luce con un secolo e mezzo di ritardo. Decine di milioni di persone sono sconvolte da questa immagine, nuova ma vera: esse esistono, sono in vita, perché è stata commessa – nel silenzio, nella completa impunità – una violenza sessuale vasta come un continente.

Per non essere abuso, un rapporto sessuale deve avere il suo posto nelle leggi in vigore e nella mentalità prevalente: questo però è variabile. La valutazione dei reati sessuali è radicalmente cambiata non solo dall’abolizione della schiavitù, ma durante l’ultimo mezzo secolo, attraverso la clinica psicoanalitica e psicoterapeutica.

 

Spesso si pensa, soprattutto in Italia, che la cresciuta sensibilità verso ogni abuso sessuale abbia origine negli USA (o nei paesi anglosassoni) e derivi dall’importanza del “politicamente corretto”. Invece, il radicale cambio di prospettiva non proviene da nuove tendenze politiche o giuridiche, ma dagli studi clinici sugli effetti del trauma. Essi si sono estremamente differenziati e raffinati, in ogni direzione. Nell’individuo, le conseguenze di un serio evento traumatico restano identificabili per tutta la vita: e la violenza sessuale, che include la categoria di abuso, è fra i traumi gravi. Con gli ultimi decenni si è sviluppata inoltre una vasta letteratura sulla permanenza di cicatrici psichiche non solo durante la vita della vittima, ma anche attraverso le generazioni: in Europa, fra i discendenti dei sopravvissuti al genocidio ebraico; mentre negli Stati Uniti riguarda proprio la persistenza di sofferenze ereditate dalla schiavitù.

 

La contagiosità psichica dell’abuso

 

La permanenza dei traumi da abuso sessuale è legata anche a un circolo vizioso non sufficientemente noto. L’abuso è così difficile da estirpare perché, se scaviamo nel passato di un abusatore, quasi sempre scopriamo che egli è stato a sua volta abusato, soprattutto nell’infanzia. L’abuso, dunque, è auto-perpetuante. Purtroppo, il nostro Occidente è individualista. È normale che ci si interessi a simili problemi soprattutto quando qualcuno reclama un danno personale. Così, quello di cui stiamo discutendo si affronta nel singolo caso: con una terapia, a sua volta individuale. Alla sua base sta un crimine (il quale rimane tale anche quando si manifesta in forme indirette e subdole di seduzione) che ha radici sia in una patologia personale sia in una degenerazione di costume più vasta di quanto appaia.

Naturalmente, classificare chi commette un crimine come malato introduce un’attenuante. Questa, però, può esser fatta valere se il pedofilo si riconosce responsabile e malato insieme, facendosi curare. Il che apre un delicato capitolo su efficacia e sincerità di psicoterapie ricercate per mitigare dei castighi. 

 

Individuo e società

 

Se l’abuso non nasce nell’individuo isolato ma per “etero-infezione”, riguarda la collettività. Avendo un corpo frutto della evoluzione, l’uomo è anche un animale e non riesce mai a liberarsi completamente dall’istinto. Lo studio delle pulsioni nella specie homo ci dice che, in senso lato, il “contagio psichico” della sopraffazione e della violenza si trasmette con facilità all’interno di molti gruppi umani. Lo dimostrano fenomeni non appresi, ma in gran parte “spontanei” quali il pogrom o il linciaggio: amplificazioni di un impulso animale ad aggredire collettivamente, scatenate soprattutto da situazioni di disagio sociale presso i gruppo più rozzi. Non a caso, la divulgazione parla spesso di comportamenti “da branco”: il fatto che tutti partecipino al crimine fa perdere la coscienza della sua im-moralità (dal latino mores, costumi prevalenti). Una ulteriore estensione di questo istinto a masse sempre più grandi è rappresentata dalle violenze politiche del XX Secolo. Intere nazioni civili possono trasformarsi in “branchi”. Purtroppo, nessuna clinica, nessun Ministero della Salute se ne occupa. La patologia psichica è lasciata ai trattamenti individuali.

 

Etica 

 

Torniamo ora alla mia professione. Durante una lunga presidenza del Comitato Etico Internazionale di psicologia analitica, ho incontrato la difficoltà di trattare adeguatamente l’abuso sessuale. Esso ha infatti zone di sovrapposizione con Eros e affettività, qualità ben difficili da definire e, al tempo stesso, irrinunciabili. È quasi superfluo aggiungere che una simile, lacerante confusione riguarda spessissimo anche il compito del sacerdote. Dall’altra parte, ho anche appreso quanto una sua prevenzione possa poggiare su una base semplice: si tratta prima di tutto di spezzare la catena del contagio che si auto-alimenta. Nelle società psicoanalitiche, decenni di dibattiti hanno portato a una maggior consapevolezza dei traumi, conseguenti al trasformarsi (per definizione, mai del tutto libero) di certi rapporti professionali in intimità anche fisica; si sono istituiti comitati etici, corpi giudicanti, codici che prevedono serie punizioni. È stata rotta la frequente, originaria collusione di quando le associazioni psicoanalitiché erano nuclei autocratici e lo studio del trauma restava un campo quasi ignoto. 

 

La psicoanalisi ha argomentato che un paziente in terapia si trova, per diversi aspetti, nella condizione di “minorenne” di fronte all’analista. Se vi è un abuso, difficilmente potrà denunciarlo subito. Spesso cercherà, con fatica, un altro analista, tentando di nuovo un percorso psicologico. Solo al compimento di questo ulteriore lavoro, tornato in un più vasto senso “maggiorenne”, potrà decidere se denunciare il trasgressore. Ma qualunque vittima di un abuso sessuale continuato si troverà in simili condizioni. Di nuovo siamo di fronte a un’analogia con l’abuso ecclesiastico. Le vittime dei religiosi, persone educate e condizionate a non metter in discussione l’autorità del clero, sono spesso, di fronte ad essa, “minorenni”, indipendentemente dalla loro età. Inoltre, mentre chi ricorre allo psicoanalista dispone in genere di una certa cultura, l’aiuto ecclesiatico può esser ricercato anche dalle persone più semplici, culturalmente indifese e più manipolabili: una fragilità costituzionale che rende particolarmente immorale chi ne approfitta.

 

Permanenza delle ferite psichiche

 

Perché i tempi di prescrizione sono essenziali? Usciamo dal campo psicoanalitico, guardando all’abuso in senso lato.

Per ogni crimine esistono tempi-limite per chiedere la punizione. Nel caso di abuso su minori, però, i tempi sono particolarmente lunghi: per definizione, le vittime possono prendere piena coscienza del sopruso solo quando la loro mente è diventata autonoma, cioè a partire dalla loro maggiore età. Per chi era stato abusato a dieci anni, tradizionalmente si attendeva che raggiungesse i 18 anni e solo da allora si cominciavano a contare gli anni entro i quali poteva sporgere denuncia. Ma anche questo non è sufficiente, se non è stato interrotto il rapporto di sottomissione dove l’evento ha preso corpo: questa “minorità psicologica” si trasforma in una vera maggiore età solo quando la vittima diviene sotto ogni aspetto indipendente. La particolare gravità dell’abuso sta proprio nel suo approfittare della debolezza di chi è affidato, in qualunque senso, a una cura; e, contemporaneamente, di inibire la sua crescita naturale verso la maggiore età.

 

Secondo un luogo comune la tolleranza verso gli abusanti sarebbe maggiore nei paesi latini, per via di un secolare maschilismo. L’allargarsi delle conoscenze sugli effetti a lungo termine dei traumi sta però rimescolando le carte: di recente la Spagna ha elevato in modo radicale l’età – attenzione! – non di prescrizione, ma a partire da cui si può iniziar a conteggiare il tempo della prescrizione stessa per sporgere denuncia: dai 18 anni (maggiore età, come in Italia) l’ha portato a 35. In Italia gli anni necessari alla prescrizione possono essere più di 10. Sommando le cifre, intuiamo come leggi di questo tipo rendano possibili accuse per eventi avvenuti una generazione prima. Una severità, purtoppo, in sé non esegarata: perché il principale problema è dato dalla frequenza di pedofili seriali, per giunta recidivi nei decenni, proprio come nei decenni permangono le conseguenze del trauma.

Questo aspetto riguarda in particolare la Chiesa: come ha portato alla luce un’indagine commissionata da quella francese, senza precedenti sia per le dimensioni, sia per la pubblicità ricevuta.

 

Il CIASE

 

Nell’ambito della Chiesa Cattolica, prevenzione e punizione sembrano dipendere in buona parte dalle Conferenze Episcopali dei singoli paesi. Quella francese ha messo in moto il CIASE (Commission Independante sur les Abus Sexuels dans l’Eglise). Ha poi partecipato ai suoi studi e li ha divulgati. Il loro Riassunto è scaricabile da internet in francese e inglese. Nel periodo 1950 – 2020 i minorenni vittime dirette di abuso da parte di sacerdoti sono valutati intorno ai 216.000 fra la popolazione francese maggiorenne: escludendo quindi i minori possibilmente ancor oggi abusati (Riassunto Rapporto CIASE, p. 4). Salgono a 330.000 se fra i perpetratori si include il personale laico di istituzioni religiose (ibidem, p. 14). Il silenzio e la negazione sono stati la regola negli anni 1950–70, durante cui il fenomeno ha toccato il culmine, per poi rifluire nel periodo 1970 – 90 e apparentemente tornar a crescere in seguito (ibidem, pp. 12 e 16). I pedofili responsabili sono valutati come minimo tra 2.900 e 3.200. Questo fa sì che, in Francia, la Chiesa cattolica sia l’ambito più vasto in cui si commettono violenze sessuali: dopo la famiglia, che in ogni paese detiene il primo posto (ibidem, p. 15). 

 

Complessivamente, però, negli ultimi anni sono molto cresciuti la consapevolezza del problema e gli studi su di esso. Ho potuto verificarlo nel 2017, quando sono stato invitato a Parigi per un convegno Liberté et autorité, in cui si confrontavano giuristi e religiosi. Vi ho partecipato perché simile è il dibattito su responsabilità e libertà nell’esercizio della psicoanalisi (che ho trattato nel testo Al di là delle intenzioni, Bollati Boringhieri). E in Italia? Malgrado uno psicoanalista abbia un numero limitato di pazienti, in oltre 50 anni di lavoro mi è capitato che fra le loro sofferenze ci fosse anche l’abuso da parte di sacerdoti. Non sono, però, venuto a conoscenza di denunce che abbiano portato a indagini, a punizioni, o a pubblici convegni sul tema.

 

Una confessione: fatta allo psicoanalista

 

Nella mia professione si invita spesso il paziente a esprimersi con scritti, disegni o altro, per cercare di estendere il lavoro di scavo psicologico fuori dalla seduta, nella vita quotidiana.

Il tema abuso ha una grande importanza per tutta la società italiana, dove la Chiesa continua a nutrire radici ed esercitare influenza, non estranea a meriti storici. Ho avuto il permesso di citare, preservandone l’anonimato, il tormentato scritto che un paziente di professione sacerdote mi ha di recente affidato…

continua qui

lunedì 2 agosto 2021

venerdì 25 giugno 2021

In Canada altre centinaia di corpi di bambini sepolti nei terreni di una scuola cattolica

 

Dopo il ritrovamento di oltre 200 corpi alcune settimane fa, in questa occasione sono già oltre 700 i corpi scoperti di nativi americani

Nel Saskatchewan, provincia del Canada, una nuova drammatica scoperta di corpi di bambini sepolti nei pressi della scuola cattolica Marieval Indian Residential School, a poco più di un mese dallo shock del ritrovamento dei 215 corpi a Kamloops. Ma questa volta i numeri sono ancora più terrificanti. I resti sono appartenenti ad almeno 751 persone, in gran parte bambini nativi.

Cadmus Delorme, capo della comunità indigena Coweness ha raccontato in una conferenza stampa che si tratta di tombe senza nomi, non una fosse comune.

L'amministrazione della scuola è passata dalla chiesa cattolica al governo federale nel 1969 e poi alla Cowessess First Nation nel 1987 prima di essere chiusa nel 1997. Tutto tranne la chiesa, la canonica e il cimitero è stato demolito poco dopo, secondo i registri del National Center for Truth and Reconciliation. Le First Nations sono gli insediamenti di nativi americani, che solo in questa provincia sono 74 per un totale di alcune decine di migliaia di abitanti.

La First Nation Cowessess ha collaborato con un team di rilevamento radar sotterraneo del Saskatchewan Polytechnic per iniziare la ricerca poco più di tre settimane fa. In un'intervista a fine maggio, il capo della prima nazione di Cowessess Cadmus Delorme ha dichiarato al Regina Leader-Post che non sapeva quante persone potessero essere scoperte. Si stima che solo un terzo delle tombe sia segnato.

«Il dolore è reale, il dolore c'è e non è andato via. Mentre curiamo le ferite dello spirito, ogni cittadino Cowess ha un membro della famiglia in quella tomba. Sapere che c'è qualcosa di non chiaro, continua il dolore», ha detto Delorme al giornale, aggiungendo che l'obiettivo è «identificare i corpi e costruire un monumento in loro onore».

James Daschuk, un ricercatore della storia indigena dell'Università di Regina, ha applaudito la decisione del capo Delorme di proseguire queste ricerche nonostante i risultati «orribili» che potrebbero emergere.

«Per quanto terribile, quello che stiamo vedendo è che la comunità si riprende la sua storia», ha detto Daschuk in un'intervista mercoledì. «Penso che questo sarà un momento piuttosto importante per la guarigione delle comunità colpite. Ma questo dovrebbe essere anche un momento serio per riflettere e poi agire su quella riflessione per tutti i canadesi».

 La Commissione per la verità e la riconciliazione del Canada (Trc) ha stabilito che almeno 3.200 bambini indigeni sono morti mentre frequentavano la scuola residenziale e che la pratica generale era «non inviare i corpi degli studenti morti nelle scuole alle loro comunità di origine».

Fino agli anni Novanta del secondo scorso circa 150mila bambini indigeni furono portati con la forza in 139 pensionati in tutto il Paese, strappati alle loro famiglie di origine e alla loro cultura.

«Molti studenti che hanno frequentato la scuola residenziale non sono mai tornati. Erano persi per le loro famiglie. Morirono a tassi di gran lunga superiori a quelli sperimentati dalla popolazione in età scolare generale. I loro genitori erano spesso disinformati della loro malattia e morte. Sono stati sepolti lontano dalle loro famiglie in tombe a lungo trascurate», si legge nel rapporto Trc del 2015. Gli studenti della Marieval Indian Residential School non hanno fatto eccezione, secondo le informazioni pubblicate in “Shattering the Silence: The Hidden History of Indian Residential Schools in Saskatchewan”, un rapporto storico pubblicato dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Regina.

Ad esempio, rapporti risalenti al 1919 rilevano che le autorità si aspettavano che il personale scolastico «dominasse fisicamente gli studenti».

da qui



leggi anche "Canada: i bambini ammazzati non smettono di piangere",  qui

martedì 23 marzo 2021

Ma chi siete voi? Lettera aperto alla “sacra” congregazione per la dottrina della fede - Nino Lisi

 

Ma chi siete voi che vi arrogate il diritto di dare o negare la benedizione del buon Dio? Come e perché avreste avuto questo monopolio? Come mai Dio non potrebbe fare a meno della vostra intermediazione che terreste in esclusiva?

Chi siete voi da poter stabilire a chi darla e a chi negarla? E perché la neghereste alle coppie omosessuali? Non si può fare l’amore <ognuno come gli va>  come scriveva Lucio Dalla ad un suo “caro amico” auspicando un tempo in cui <ogni Cristo scenderà dalla croce >?

Chi siete voi che non sapete che non ci sono orientamenti sessuali  “contro natura” e che l’omosessualità è presente in tutto il creato,  in tutte le specie viventi, nel mondo vegetale come in quello animale, non solo nella specie umana? Di recente lo ha confermato  anche  la scienza biologica,  ma anche prima lo  sapeva chi osservava la natura e guardava animali e piante, uomini e donne.

Dite che  sarebbe peccato. Ma perché?

Una cinquantina d’anni fa, un giorno,  i miei quattro figli mi convocarono e riunitisi intorno mi chiesero a bruciapelo <papà cos’è il peccato>? Preso alla sprovvista risposi di istinto <fare qualcosa senza amore>. Ripensandoci mi sono reso conto di aver dato la risposta giusta. Se c’è al mondo qualcosa che si possa definire peccato è la mancanza di amore. E  sapete  chi me  lo ha  insegnato quando ero giovane? Alcuni preti illuminati spiegandomi che “Ubi caritas et amor Deus ibi est>. E voi venite ora a stabilire che se due esseri umani si amano essendo dello stesso sesso Dio non è con loro e vi arrogate il potere di negare loro la benedizione?!

Ma chi siete voi?

Siete forse gli eredi di coloro misero al rogo Giordano Bruno e non solo lui ma migliaia, centinaia di migliaia di eretici e di streghe. Di coloro che all’epoca delle crociate organizzarono  stragi di centinaia di migliaia di infedeli al grido di Dio lo vuole.Siete quelli che  oggi autorizzato i cappellani militari a benedire le armi. Ecco chi siete.

Dunque  il vostro dio è il dio  degli eserciti? Il dio che concepisce un fuoco eterno cui condannare dannati e dannate per l’eternità.

Il mio Dio non è questo.  So che ce ne è un altro. E sapete come l’ho scoperto? Mettendomi sulle orme di Gesù di Nazareth. Ma non di quello che proponete voi, vero dio e vero uomo. Quello che mi ha mostrato  il metodo storico scientifico, uomo come me e come voi, che ha svelato il divino che è in noi e fuori di noi, in tutto il mondo ed in tutte le creature,  negli esseri umani tutti, omosessuali ed etero sessuali, bisessuali e transessuali, bianchi, gialli e neri, tutti liberi/e ed eguali, perché tutte e tutti figli e figlie di Dio.

Scopritelo  anche voi il Gesù storico, quello che veramente è esistito. E  ravvedetevi.

Se mi chiedeste di descrivervi il Dio di Gesù vi direi che non so farlo, come neppure lui  l’ha descritto. Perché quello che chiamiamo Dio è  inconoscibile, impenetrabile, impensabile e perciò indicibile. E’ MISTERO. Il mistero della VITA. <State contenti, umana gente, al quia;; ché, se potuto aveste veder tutto>,

Un cristiano i ricerca come tanti, ovvero Nino Lisi

da qui

domenica 27 dicembre 2020

L'ombra minacciosa della Chiesa sull'educazione civica

L’Educazione civica terreno di conquista degli insegnanti di religione? - UAAR


L’insegnamento di Educazione civica – introdotto da quest’anno scolastico – rischia di trasformarsi in un’ora di religione cattolica obbligatoria.

È questa la denuncia dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar) che, a seguito di segnalazioni in tal senso, ha scritto oggi alla ministra Azzolina affinché sia scongiurato il rischio che l’insegnamento dell’Educazione civica sia impartito dagli insegnanti di religione cattolica.

«L’attacco all’ora di Educazione civica (introdotta dalla legge 20 agosto 2019, n. 92) è preparato da lontano», spiega Roberto Grendene. «È da tempo infatti che si cerca di far passare il messaggio che l’Insegnamento della religione cattolica (Irc) abbia le carte in regola per concorrere ad arricchire le consapevolezze degli allievi su molti temi dell’educazione sociale e civica. Ora che l’Educazione civica è stata inserita nell’offerta formativa si è passati dalle parole ai fatti: gli insegnanti di religione stanno cominciando a sostenere la propria legittimità a insegnare educazione civica e a impartire l’insegnamento. Uno scenario pericolosissimo per scongiurare il quale abbiamo scritto oggi alla ministra affinché intervenga opportunamente».

«Il dirigente scolastico ci ha informati che nelle prime settimane di scuola gli insegnanti di religione cattolica avrebbero “accorpato” le ore di Cittadinanza e Costituzione e che quindi nostra figlia (che non si avvale dell’Irc) sarebbe dovuta rimanere in classe durante tali ore», denuncia una madre che si è rivolta all’Uaar per far valere i diritti della figlia, studentessa del Liceo Statale “Pilo Albertelli” di Roma: «In seguito alla nostra protesta (non si può negare il diritto costituzionale a una scuola laica con la scusa di insegnare la Costituzione: in questo modo si aggrediscono a un tempo sia la laicità sia la Costituzione!) siamo stati ricevuti dal dirigente e mentre parlavamo con lui un’insegnante di religione è piombata in presidenza con un mucchio di libri di educazione civica in braccio per dimostrare la propria preparazione e affermare che gli insegnanti di Irc hanno le competenze per insegnare questa materia. Anzi: gli insegnanti di Irc si sarebbero addirittura offerti di fare i coordinatori dell’educazione civica. Dopo le prime lezioni in cui non le hanno consentito di uscire dalla classe e in cui l’insegnante di religione ha affrontato il tema della laicità (!) spiegando perché nelle aule scolastiche debba esserci il crocifisso, nostra figlia non ha frequentato le lezioni “di educazione civica” dell’insegnante di Irc perché siamo andati a prenderla a scuola, riportandola poi all’ora successiva; la prima volta chi era in portineria non sapeva se fosse permesso farla rientrare, ma quando ho chiesto di parlare con il dirigente si è presentata un’altra insegnante di religione (per la seconda volta le insegnanti di Irc della scuola si intromettevano nelle nostre scelte!) informandomi che lei non stava insegnando religione cattolica ma educazione civica e che a conclusione di queste ore avrebbe anche fatto sostenere una verifica scritta a tutti gli alunni».

«Tutto ciò è inaccettabile», prosegue Grendene: «Prima di tutto, dovendo l’Educazione civica essere svolta nell’ambito del monte orario obbligatorio, non può essere svolta all’interno di una materia non obbligatoria come l’Insegnamento della religione cattolica. Non è inoltre in alcun modo accettabile che venga imposta la partecipazione dei non avvalentesi alle lezioni tenute dal docente di religione cattolica, anche se quest’ultimo dichiara di svolgere insegnamento di educazione civica. Alle violazioni del diritto all’istruzione si aggiungerebbe un’evidente violazione dell’esercizio della libertà religiosa. È inoltre palese la non opportunità di tale scelta, non fosse altro che per il fatto che gli insegnanti di religione cattolica sono sì pagati dallo Stato ma scelti dal vescovo. L’educazione civica si configurerebbe come un’ora di religione, per di più obbligatoria e imposta dunque anche a chi all’ora di religione ha detto no, come dimostra il caso del Pilo Albertelli».

 

Maggiori informazioni:

Pec inviata al dirigente scolastico del Liceo Statale “Pilo Albertelli”.

Pec inviata alla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina.

Comunicato stampa


da qui

 

 

Scuola, le mire dei vescovi sull’educazione civica – Checchino Antonini


Scuola, il rischio che la Costituzione possa appaltata ai docenti di religione. Nella classifica sulla libertà di pensiero Italia al 101° posto

«Il dirigente scolastico ci ha informati che nelle prime settimane di scuola gli insegnanti di religione cattolica avrebbero “accorpato” le ore di Cittadinanza e Costituzione e che quindi nostra figlia (che non si avvale dell’Irc) sarebbe dovuta rimanere in classe durante tali ore», denuncia una madre che si è rivolta all’Uaar per far valere i diritti della figlia, studentessa del Liceo Statale “Pilo Albertelli” di Roma: «In seguito alla nostra protesta (non si può negare il diritto costituzionale a una scuola laica con la scusa di insegnare la Costituzione: in questo modo si aggrediscono a un tempo sia la laicità sia la Costituzione!) siamo stati ricevuti dal dirigente e mentre parlavamo con lui un’insegnante di religione è piombata in presidenza con un mucchio di libri di educazione civica in braccio per dimostrare la propria preparazione e affermare che gli insegnanti di Irc hanno le competenze per insegnare questa materia. Anzi: gli insegnanti di Irc si sarebbero addirittura offerti di fare i coordinatori dell’educazione civica. Dopo le prime lezioni in cui non le hanno consentito di uscire dalla classe e in cui l’insegnante di religione ha affrontato il tema della laicità (!) spiegando perché nelle aule scolastiche debba esserci il crocifisso, nostra figlia non ha frequentato le lezioni “di educazione civica” dell’insegnante di Irc perché siamo andati a prenderla a scuola, riportandola poi all’ora successiva; la prima volta chi era in portineria non sapeva se fosse permesso farla rientrare, ma quando ho chiesto di parlare con il dirigente si è presentata un’altra insegnante di religione (per la seconda volta le insegnanti di Irc della scuola si intromettevano nelle nostre scelte!) informandomi che lei non stava insegnando religione cattolica ma educazione civica e che a conclusione di queste ore avrebbe anche fatto sostenere una verifica scritta a tutti gli alunni».

L’insegnamento di Educazione civica – introdotto da quest’anno scolastico – rischia di trasformarsi in un’ora di religione cattolica obbligatoria. Lo denuncia l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar) che, a seguito di segnalazioni in tal senso, ha scritto oggi alla ministra Azzolina affinché sia scongiurato il rischio che l’insegnamento dell’Educazione civica sia impartito dagli insegnanti di religione cattolica. «L’attacco all’ora di Educazione civica (introdotta dalla legge 20 agosto 2019, n. 92) è preparato da lontano», spiega Roberto Grendene. «È da tempo infatti che si cerca di far passare il messaggio che l’Insegnamento della religione cattolica (Irc) abbia le carte in regola per concorrere ad arricchire le consapevolezze degli allievi su molti temi dell’educazione sociale e civica. Ora che l’Educazione civica è stata inserita nell’offerta formativa si è passati dalle parole ai fatti: gli insegnanti di religione stanno cominciando a sostenere la propria legittimità a insegnare educazione civica e a impartire l’insegnamento. Uno scenario pericolosissimo per scongiurare il quale abbiamo scritto oggi alla ministra affinché intervenga opportunamente».

«Tutto ciò è inaccettabile», prosegue Grendene: «Prima di tutto, dovendo l’Educazione civica essere svolta nell’ambito del monte orario obbligatorio, non può essere svolta all’interno di una materia non obbligatoria come l’Insegnamento della religione cattolica. Non è inoltre in alcun modo accettabile che venga imposta la partecipazione dei non avvalentesi alle lezioni tenute dal docente di religione cattolica, anche se quest’ultimo dichiara di svolgere insegnamento di educazione civica. Alle violazioni del diritto all’istruzione si aggiungerebbe un’evidente violazione dell’esercizio della libertà religiosa. È inoltre palese la non opportunità di tale scelta, non fosse altro che per il fatto che gli insegnanti di religione cattolica sono sì pagati dallo Stato ma scelti dal vescovo. L’educazione civica si configurerebbe come un’ora di religione, per di più obbligatoria e imposta dunque anche a chi all’ora di religione ha detto no, come dimostra il caso del Pilo Albertelli».

 

Tutto ciò si intreccia con un’altra notizia uscita nei giorni scorsi. Non solo i credenti, ma anche i non credenti subiscono discriminazioni nel mondo. Atei e agnostici sono discriminati in 106 paesi: in almeno 10 l’apostasia è punibile con la morte; in 68 la blasfemia è un reato; in 35 la legislazione statale deriva in tutto o in parte da norme religiose; in 48 a dirimere questioni familiari o morali sono tribunali religiosi; in 26 è in vigore il divieto per i non religiosi di ricoprire alcune cariche; in 34 è prevista istruzione religiosa obbligatoria nelle scuole statali; in 15 è difficile o addirittura illegale gestire un’organizzazione apertamente umanista; in 12 politici o agenzie statali emarginano e/o molestano i non religiosi quando non incitano apertamente all’odio e/o alla violenza contro di essi. E’ il quadro che emerge dalla nuova edizione, diffusa il 10 dicembre, del Rapporto sulla libertà di pensiero nel mondo promosso dall’Humanists International (di cui l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti fa parte). E c’è di più. Come mostra il Rapporto, la pandemia ha esacerbato la situazione: in alcuni paesi atei e agnostici sono stati additati come capro espiatorio della pandemia; sono aumentate le disuguaglianze preesistenti; e inoltre la Covid-19 è stata utilizzata per imporre restrizioni eccessive sulle libertà di espressione e riunione. Nell’edizione 2020 della classifica stilata dall’Humanists International, tra gli ultimi dieci paesi in materia di libertà di pensiero, si piazzano Mauritania e Pakistan in compagnia di Arabia Saudita, Iran, Afghanistan, Maldive, Emirati Arabi Uniti, Malaysia, Brunei e Yemen. L’Europa non sfugge del tutto alle critiche, anche se si tratta di casi di ben diversa gravità. Si distinguono in particolare l’Italia (101/o posto della classifica globale: paese dell’Unione europea che si piazza peggio), la Polonia (97/o), la Germania (92/o), il Regno Unito (84/o). Ai primi cinque posti: Belgio, Olanda, Taiwan, Ecuador e Nauru.

«Nonostante le difficoltà – ha dichiarato Andrew Copson, presidente dell’Humanists International – siamo lieti di poter segnalare due buone notizie: il rilascio, dopo una campagna durata sei anni, di Mohamed Cheikh Mkhaitir in Mauritania e l’arrivo dell’attivista pakistana Gulalai Ismail negli Stati Uniti, dove ora vive con la sua famiglia». Mkhaitir ha passato sei anni in carcere per un articolo in cui si esprimeva contro il sistema di schiavitù in vigore in Mauritania. Ismail, fondatrice di Aware Girls, un’organizzazione impegnata a fianco delle donne, è stata per anni nella exit control list del Pakistan, non potendo dunque lasciare il paese. «La sezione del Rapporto dedicata all’Italia – sottolinea Roberto Grendene, segretario dell’Uaar – delinea un nutrito elenco di problemi, da sempre denunciati dall’Uaar. L’aspetto più critico messo in luce dal Rapporto di quest’anno riguarda il fatto che le autorità di governo tendono a promuovere un’agenda politica di stampo conservatore, ispirata alla religione cattolica. Un elemento che riscontriamo ogni giorno e che si riflette in qualsiasi ambito sociale, come dimostra il fatto che permangano nel nostro paese l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, con insegnanti scelti dalla Chiesa ma pagati dallo Stato, il sistema dell’8 per mille, il finanziamento pubblico alle scuole cattoliche, la straripante presenza della Chiesa cattolica nel palinsesto televisivo, i ministri di culto pagati dallo Stato per assistenza religiosa in ospedali, caserme, carceri. E l’elenco, sfortunatamente, potrebbe continuare». «L’aggiornamento di quest’anno – aggiunge Giorgio Maone, responsabile relazioni internazionali dell’Uaar – pone un’attenzione particolare sulla gestione della pandemia. Per l’Italia abbiamo segnalato i privilegi accordati alle confessioni religiose, e in particolare alla Chiesa cattolica, rispetto alle (necessarie) limitazioni imposte alla libertà di riunione di cittadini e associazioni non confessionali. Nonostante le ‘criticità ineliminabilì sotto il profilo igienico-sanitario evidenziate nelle cerimonie eucaristiche dal Comitato Tecnico Scientifico, ancora oggi, in piena seconda ondata e con migliaia di morti a settimana, le chiese rimangono aperte, a differenza di teatri e musei, e si discute di come rendere l’orario delle messe di Natale compatibile con il coprifuoco, invece che dell’assoluta inopportunità e pericolosità di tali occasioni di assembramento».


da qui

domenica 8 dicembre 2019

cose di chiesa

Krajewski (Elemosiniere Papa) ‘contro’ i cardinali/ “Aprite vostre case ai migranti” - Niccolò Magnani
Dai migranti ai poveri, passando per gli “occupanti” e gli “ultimi”: negli scorsi mesi abbiamo imparato a conoscere l’Elemosiniere del Papa, il Cardinal Konrad Krajewski e rispunta sulle cronache nazionali (dopo l’episodio del riallacciamento della luce nel palazzo occupato di Roma nel maggio scorso, ndr) oggi quando arriva a prendere di persona 33 migranti (di cui 14 minorenni) in arrivo a Fiumicino direttamente da Lesbo per uno dei tanti corridoi umanitari consentiti e organizzati direttamente dal Vaticano. L’Elemosiniere è andato a prenderli direttamente all’aeroporto e ai cronisti presenti ha raccontato cosa dovrebbe fare in primis la Chiesa per impostare al meglio uno spirito di accoglienza: «Questo corridoio è una cosa totalmente evangelica e vuol dire a tutti noi, in Europa: svegliatevi. Dobbiamo cominciare da noi stessi, sull’esempio del Santo Padre che nel 2016 portò con sé tre famiglie». Più “diretto” ancora dello stesso Papa Francesco, mons. Krajewski invita i suoi colleghi porporati di fare molto, molto di più sul fronte accoglienza: «Dai cardinali, dai vescovi, dai presbiteri…Apriamo le nostre case, le nostre canoniche, i nostri palazzi», spiega l’Elemosiniere al Corriere della Sera e agli altri cronisti presenti ieri a Fiumicino. Il primo esempio – secondo il Cardinale polacco già “Cerimoniere” di Papa Giovanni Paolo II – è stato dato dal vescovo del Lussemburgo, Jean-Claude Hollerich «due settimane fa ha portato da Lesbo due persone, a carico suo. Ha diviso con loro il proprio spazio della sua casa, vivono insieme. Dobbiamo svuotare questi campi che Papa Francesco ha chiamato campi di concentramento. Se anche ogni monastero, casa religiosa o parrocchia si aprisse per una persona, una famiglia, nel campo profughi di Lesbo non troveremmo più nessuno».

LA “DOTTRINA” KRAJEWSKI SUI MIGRANTI
Sempre al Corriere lo stesso Krajewski ricorda come in riferimento al centro profughi di Lesbo, in alcune occasioni, «certi animali vivono meglio in Europa rispetto che a Lesbo. Dobbiamo incominciare da noi stessi. I soldi li abbiamo, il Santo Padre vuole la Chiesa povera: ecco la possibilità di essere veramente poveri, e cioè molto ricchi, perché è quando dividiamo con gli altri che siamo davvero ricchi, tutto torna». Una “dottrina” molto rigida perché richiede molto e parla in primis ai porporati e uomini di Chiesa: con i corridoi umanitari organizzati e creati dalla Comunità di Sant’Egidio, in comunione con altre chiese (Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e la stessa Cei). 33 oggi, altri 10 profughi arriveranno nei prossimi giorni e il flusso non di ferma: «Con lo sforzo di tutti, il corridoio di oggi potrebbe diventare un corridoio umanitario europeo», spiega il prefetto di Roma Michele Di Bari, anche capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione. Negli scorsi giorni il Cardinal Krajewskii in persona si era recato a Lesbo per coordinare al meglio la vicenda ed è rimasto impressionato: «Con Sant’Egidio eravamo già andati a maggio, e c’erano settemila persone nel campo profughi. Ieri ne abbiamo trovate quindicimila. E ottocento bambini non accompagnati. Oggi in tutto il mondo viene letto il brano evangelico in cui Gesù moltiplica i pani e i pesci. Io non posso farlo, perché è Dio che fa le grandi opere. Ma insieme a tutta la gente di buona volontà possiamo moltiplicare il corridoio di oggi, e questo sarà il nostro miracolo». Poi infine ancora il richiamo forte alla Chiesa e all’apertura che deve garantire verso gli ultimi: «Se si aprono i vescovi e i cardinali, anche il popolo si apre. Noi dobbiamo dare l’esempio. L’esempio, del resto, viene dal Vangelo. Noi aiutiamo, come Chiesa, perché non dobbiamo pensare cosa deve fare lo Stato per i profughi ma cosa possiamo fare noi. Pensiamo al nostro compito: come diceva Madre Teresa, le piccole gocce formano un fiume e poi arrivano al mare». L’Elemosiniere del Papa non si cura di chi contesta lui e lo stesso Bergoglio, «È normale che la gente abbia paura. Ma dobbiamo superarla, questa paura, perché il prossimo soffre. E il prossimo è Cristo stesso […]. Queste persone a Roma non verranno messe in un campo ma vivranno in varie famiglie, in diversi quartieri. C’è anche un aspetto di integrazione: impareranno l’italiano, andranno a scuola, verranno assistiti da noi. Difficile trovare un modello migliore», conclude il cardinale polacco in colloquio col CorSera.

Gentile direttore,
sono un medico, ho 31 anni, e scrivo per raccontare una cosa per me incredibile che mi è da poco accaduta. Circa 10 giorni fa ho scritto una lettera al cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere del Santo Padre, recentemente balzato agli onori della cronaca per avere riattaccato la fornitura di energia elettrica a un grande complesso abitativo di Roma a cui era stata staccata la corrente per insolvenza, promettendo poi di ripagare, a nome del Papa, anche le bollette arretrate. Ho deciso di spedire la lettera per ringraziarlo e incoraggiarlo nella sua scelta di servire gli ultimi e rivelare la carità cristiana a ogni costo, persino contro la "legge" degli uomini, sottolineando come un fatto concreto valga più di mille parole. Parole che, spesso, suonano solo come "di circostanza". Ebbene, dopo una decina di giorni (i tempi tecnici affinché le Poste italiane consegnassero la lettera...) mentre tornavo in macchina dal lavoro, lo stretto collaboratore di papa Francesco mi ha chiamato a sorpresa dal suo cellulare personale! Ovviamente, io non sapevo chi fosse a chiamarmi, perciò, non appena mi ha detto chi era, presentandosi come «don Corrado», mi stavo sentendo male dall’emozione! Stavo guidando (col viva voce) e per poco non sono andato a sbattere contro il guard-rail! Cosa che ho detto anche a lui, scherzandoci su. Non appena ho realizzato che cosa mi stava succedendo, ho esclamato: «Eminenza!» Dal suo breve silenzio ho capito che il mio interlocutore non si identificava più di tanto con questo appellativo... Non ho perso tempo a manifestargli la mia emozione e la mia gratitudine per una telefonata così "insolita". Il cardinale, dal canto suo, mi ha ringraziato per la lettera e si è raccomandato di agire a Palermo come il Santo Padre desidera che si faccia a Roma: rivelare il Signore in ogni luogo e a qualunque costo! Il popolo di Dio ha fame di beni spirituali e materiali ed è compito dei cristiani saziarlo, anche al di là delle convenzioni umane. Ho promesso a don Corrado (perché a quel punto titubavo nel chiamarlo ancora "eminenza") che avrei fatto tesoro delle sue parole, soprattutto nella mia attività di medico, che mi offre la migliore opportunità di mostrare umanità e carità proprio nei momenti di maggiore vulnerabilità e sofferenza. Anche oggi, nel 2019, il malessere umano ha radici profonde che affondano in un bisogno materiale, ma anche esistenziale. E questo bisogno va colmato con un esempio positivo e veramente cristiano. Questo mi sono sentito di promettere al cardinale, a don Corrado. Alla fine ci siamo salutati cordialmente ripromettendoci di incontrarci quanto prima. Insomma, un’esperienza incredibile che conserverò nella mia mente e nel mio cuore a lungo, e che conferma che la Chiesa del 2019 è veramente «in uscita». Per questo ho pensato di condividere questa esperienza con il maggior numero possibile di persone: per dare testimonianza.
Francesco Paolo Guarneri, Palermo

Gianluigi Nuzzi: "Il Papa vive in bilocale, i cardinali in 600 mq. Ogni 10 euro di obolo, solo 2 ai poveri"
(da huffingtonpost)

È ovvio che non piace far sapere che, ogni dieci euro di obolo, solo due vanno ai poveri e il resto a coprire buchi di bilancio, mentre esistono conti milionari intestati a cardinali o fondazioni fantasma...  Il pessimismo sui bilanci non è mio, ma del loro Consiglio dell’Economia.
E sulle reazioni che le sue inchieste generano, Gianluigi Nuzzi commenta: 
Bisognerebbe prendersela non con chi racconta i fatti, ma con chi li crea [...] C’è il timore perché il Papa si arrabbia su queste cose tutti i giorni. È l’unico che sta in un bilocale mentre i cardinali vivono ancora in residenze da 600 metri. Quando è arrivato, gli immobili dell’Apsa non erano nemmeno censiti e, a oggi, 800 restano sfitti e i 3.200 locati lo sono, per lo più, a canone nullo o bassissimo.
A chi gli domanda perché sia così difficile intervenire sulla gestione dei soldi in Vaticano, il giornalista fornisce una sua spiegazione.
Io non immagino una spelonca di ladri, ma qualche delinquente e meno soldi gestiti sempre peggio. Il Papa ha poteri ridotti e due freni: non può licenziare e i mezzi sono arcaici, con molti conti tenuti a mano.
Per portare avanti le sue inchieste, Nuzzi ha maneggiato migliaia di documenti. Quando gli viene chiesto quali precauzioni abbia usato nel farlo, lui risponde: 
Non li tenevo in casa, anche se il Vaticano, quando vuole sapere qualcosa, lo sa. C’è gente, dentro le mura, convinta che vi siano telecamere che leggono il labiale. Gli incontri defilati con le fonti sono la norma [...] Sono anche stato bendato mentre mi conducevano in un appartamento. 
E sul suo rapporto con la fede il giornalista rivela di fare una distinzione tra il Vaticano e il credo:
Per me, la chiesa sono i miei nonni che dicevano il rosario fra le mucche della loro fattoria. Fatico a identificare il Vaticano con questo. Vorrei lanciare una provocazione: se le offerte fossero tracciabili, la Chiesa si salverebbe in pochi mesi.
da qui