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mercoledì 1 aprile 2026

Il salto del fosso - Romano Ruju

  

Pubblicato per la prima volta nel 1967, il libro, ormai pieno di polvere in qualche biblioteca, è stato ripubblicato recentemente, e meritoriamente, da Il Maestrale,

Romano Ruju, nato nel 1939, e morto prematuramente a 39 anni, nel libro racconta la vita a Nuoro dopo la seconda guerra mondiale.

Da bambino Romano si traferisce in un altro quartiere, quando Nuoro era solo un grande paese, una piccola cittadina, capoluogo di provincia, che piano piano si espandeva.

Erano pochi gli abitanti, nel dopoguerra, a Nuoro, per i bambini come Romano c’erano le bande dei bambini e le lotte fra le bande, come nella via Pál, di Budapest, tutto il mondo è (forse era) paese.

Intanto conosce la scuola, gli amici, i battiti del cuore, l’amore.

E poi parte verso il continente (salta il fosso), in traghetto, naturalmente, quando gli aerei erano rari, e dopo un po’ di tempo torna a Nuoro.

Scriveva Lev Tolstoj: Se vuoi essere universale, racconta il tuo villaggio, Romano Ruju dimostra quanto ha ragione Tolstoj.

Leggete il libro, sembra un mondo di due secoli fa, è molto più vicino. 

ps: Chi è nato 20 anni dopo Romano Ruju, come chi scrive, a Nuoro, sembra di rivivere un po’ le stesse esperienze, quando dentro la cittadina continuava a esistere dei pezzi di campagna, e la campagna, quella vera, era a pochi passi da casa, vent’anni dopo qualche palazzo in più, l’asfalto sulle strade, non tutte, c’erano ancora bambini scalzi, le prime automobili, le televisioni, poche, che favorivano gli incontri dei vicini.

Da bambini (fino a 15-16 anni) facevamo lunghissime partite a pallone, solo all’ora del pranzo e della cena si finiva, e poi scorribande in campagna e anche al Monte (a Nuoro c’è il Monte e poi anche altri monti), sui muri delle case c’erano (ancora negli anni sessanta e settanta) frasi indelebili e irrevocabili di Mussolini (come canta De Gregori).

Alle medie, la nostra scuola era intitolata a un partigiano sardo, ucciso dai nazisti tedeschi nel 1944 in Liguria, abbiamo imparato l’antifascismo, un po’ di storia sarda, su fotocopie di un professore poco italiota, abbiamo scoperto il cinema, grazie a un professore che aveva fondato un cineforum, facendoci conoscere film che oggi sarebbe impossibile vedere. E poi è impossibile dimenticare un professore che alle superiori ci ha fatto amare i libri per sempre. Allora si pensava, per nostra fortuna, che si cambiava la scuola, aumentando conoscenze e senso critico, per cambiare la società, che sarebbe migliorata (anche oggi, negli ultimi 30 anni, in direzione contraria, cambiano la scuola per cambiare la società, mortificando le conoscenze e penalizzando il senso critico, per costruire una società di merda).

E anche noi saltavamo il fosso, in traghetto naturalmente, costava poco rispetto all’aereo, verso Roma, o anche verso Genova, e poi in treno, destinazione Parigi o Londra, per vedere il mondo, e poi tornare nell’isola (oggi non si torna più, si parte in aereo, con biglietto di sola andata).

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Anche i giovani hanno capito che restare e lottare in Sardegna può diventare una ragione di vita. Mi ha detto Romano Ruju: «Il mio libro si propone proprio di far capire che non bisogna andarsene, che per un giovane sardo vale la pena di restare e battersi» (Corrado StajanoCorriere della Sera, 27 giugno 1968)

 

Romano Ruju è di Nuoro; il suo libro autobiografico allude apertamente alla crisi. Il giovane protagonista la vive dall’infanzia fino al momento delle scelte decisive, quando riesce a disciplinare il suo istinto di evasione trasformandolo in un sentimento di partecipazione ai problemi della sua isola. «I bambini sardi sono soli», dice Ruju. (Giuliano ZinconeCorriere d’Informazione, 24-25 giugno 1968)

 

Con Il salto del fosso Romano Ruju esordì nella narrativa nel 1967. Da allora mai ristampato, si ripropone il romanzo in questa nuova edizione arricchita di materiali rari e di notizie inedite. Un romanzo autobiografico, quello di Ruju, ambientato nella Nuoro degli anni ’50, quasi un Cosima al maschile traslato di mezzo secolo. Il protagonista ha 20 anni quando inizia a raccontare la propria esistenza, in un punto in cui la vita conosce una cesura coincidente con la fine delle illusioni giovanili. Cesura preceduta da altra pure dolorosa: la fine dell’infanzia, con il bambino strappato all’antico rione di Santu Predu per andare ad abitare nella prima periferia di Nuoro, dove l’edilizia popolare stona con la campagna circostante. Poi, l’ingresso nella giovinezza sarà il teatro del dissidio fra l’indole contemplativa del ragazzo e la realtà immediata, in un giovane che coltiva sogni di gloria artistica (il canto lirico), destinati a svanire sul ripiego di una condizione impiegatizia. La compensazione arriva dall’ethnos: il contrasto fra interno ed esterno, fra l’isola-prigione e il vagheggiato Continente che chiama al “salto del fosso”, si risolve in un “salto” rovesciato, e la rappacificazione con la realtà, superato il travaglio individuale, si realizza nell’appassionarsi a una tormentata vicenda collettiva, quella del popolo sardo.

da qui

martedì 5 settembre 2023

Il bordo del mondo - Giovanni Gusai

 

Guardo la copertina, leggo il libro, e dopo averlo letto riguardo la copertina.

Mi viene in mente il giovane Holden (il sedicenne Holden Caulfield immagina un campo di segale altissima in cui bambini ignari corrono verso un invisibile burrone e lui li prende al volo e li salva tutti).

Giovanni Gusai, come un novello Holden, segue i personaggi a cui ha dato la vita, ma forse, come in Pirandello, erano personaggi in cerca d’autore, Giovanni dà loro voce, parole e silenzi, li osserva, li segue, li spia, si vede che parteggia per loro, che partecipa alle loro debolezze.

E li lascia liberi di scegliere, tutti sono continuamente sull’orlo del burrone, sul bordo del mondo, Giovanni vorrebbe salvarli tutti, si capisce.

Nessuno è perfetto, come succede nella vita, e Nuoro e Predistràda non fanno eccezione.

Non esistono protagonisti, migliori o peggiori, tutti fanno la loro vita, cercano la loro strada.

 

Cercate il libro, non ve ne pentirete.

 

Buona (periferica) lettura.

 

 

 

Dice Ricardo Piglia: «Si scrive della propria vita quando si pensa di stare scrivendo intorno alle proprie letture», chissà se è così anche per Giovanni Gusai.

  

Qualche pensiero sulle periferie:

 

Amo la periferia più della città. Amo tutte le cose che stanno ai margini. - Carlo Cassola

 

L'avvenire appartiene alla periferia del globo. - Emil Cioran

 

In periferia, è soprattutto con i tram (a Nuoro con il postalino) che la vita arriva al mattino. - Louis-Ferdinand Céline

 

Il centro non è il luogo del rinnovamento creativo, che avviene invece,
spesso incompreso o deriso, ai margini; il centro è un luogo abitudinario,
inerte, arrogante, pago di sé; nell'ombra dei margini, al contrario, un
segno sottile, una tensione impercettibile, un’apparizione…, là, dove
secondo l’opinione comune, si possono dar da fare solo gli specialisti
“inesperti”, quelli usciti dall'orbita"  - Ludwig Hohl

 

Molti lamentano (in questo frangente dell'austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro «cattivo» nelle periferie «buone» (viste come dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali- appunto fino a pochi anni fa - era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.- Pier Paolo Pasolini

 

Un breve sguardo sulla campagna, da sopra un muro di periferia, mi libera più completamente di quanto un intero viaggio libererebbe un’altra persona. Ogni punto di osservazione è un apice di una piramide rovesciata, la cui base è indeterminabile. - Fernando Pessoa

 

 

due interviste con lo scrittore:

 

qui

e

qui 

 

 

scrivono del libro:

 

Che piacevole sorpresa conoscere quest’autore, imbattermi in una sapiente costruzione dell’impianto narrativo, in una scrittura cristallina, nella prosa che sa modularsi con attenzione attorno alle emozioni e nelle dettagliate descrizioni ambientali.

Ogni personaggio è magistralmente presentato. Interessanti i ragazzi – i rapporti che costruiscono, dai contorni sfumati, permeabili – e la figura di don Elia. Personaggi ai bordi del mondo, gente comune dalla complessa vita interiore, ognuno marchiato dai propri dolori, ma corali i destini. Tutti ad attendere la notte magica di San Giovanni, un ancoraggio alle tradizioni, come fosse un riscatto, lì nella periferia. Sono trattati con delicatezza, non perdendo mai di vista le sfumature, l’amore – sia tra adolescenti che tra adulti – il disagio, l’emarginazione. E, nel finale, avvertiamo che la speranza è benefica, provvidenziale

da qui

 

 

Con una prosa efficace e graffiante, una tensione che mai si allenta, Giovanni Gusai costruisce una storia corale in cui ogni personaggio ha la potenza di una freccia, scagliata con precisione e capace di colpire cuore e mente del lettore.

Nuoro, quartiere di Predistràda. Mancano nove giorni alla festa di San Giovanni Battista e poi quella periferia bruciata dal sole si trasformerà in un piccolo mondo esultante. Così dovrebbe essere. Se i destini di troppi ragazzi non si intrecciassero proprio alla vigilia di quell’evento. Elène Berria e la madre si sono trasferite lì dopo la fine della scuola. Sono fuggite da un uomo violento. Andrea e Battista Mannale sono due cugini cresciuti come fratelli. Di una bellezza selvaggia il primo, fisico robusto il secondo, ma sguardo che tradisce una certa vacuità. La ritrosia di Elène ha vita breve di fronte alla purezza e alla bontà disarmanti di Andrea…

da qui

 

martedì 5 maggio 2020

ricordo di Nicola Porcu

stamattina ho letto che è morto Nicola, aveva 89 anni.
io me lo ricordo bene, quando avevo 12-13 anni andavo al campo sportivo a fare atletica, mi piacevano i 200 metri (erano i tempi in cui cominciava a brillare la stella Mennea).
Nicola era l'allenatore di tutti i bambini che volevano andare, non si pagava niente, lui lo faceva per piacere, era un regalo.
lui aveva una quarantina d'anni allora, a noi sembrava già vecchio, alla nostra età tutti, a partire dai tuoi genitori, ci sembravano vecchi, per non parlare dei professori, quelli di 45-50 anni per noi avevano già un piede nella fossa.
a Nuoro Nicola aveva un negozio di sport, tappa obbligata dei nostri giri di ragazzini.
aveva anche la Vespa e sempre la macchina fotografica.
sapere che c'era era una certezza.
poi passano gli anni, i decenni, e ti trovi a leggere che non c'è più.
come dice Ungaretti "io so che visse".
se esistesse il paradiso Nicola sarebbe lì, col cronometro in mano, ad allenare i ragazzini.



QUI un bell'articolo su Nicola