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venerdì 20 luglio 2018

Dare a Tsipras quel che è di Tsipras - Marco Revelli





Dare a Tsipras quel che è di Tsipras. Una sinistra incapace di riconoscere i propri punti di forza, o quantomeno di riferimento, e di dar conto del loro merito, pur senza venir meno al dovere di critica, è destinata alla fine miserevole che ha fatto. Tre anni fa tutti a sgomitare dietro ad “Alexis”. Oggi va di moda l’accusa di “tradimento” alla Mélenchon o la dichiarazione di fallimento alla Cesaratto e Varoufakis, come se nella dinamica della crisi greca tra il 2010 e oggi non ci fosse stata una soluzione di continuità. Un punto di svolta – il 2015 -, e dopo di quello, linee di resistenza, segni d’inversione di tendenza, diciamolo pure, “vittorie” sia pur parziali. Bisogna andare lontano, fuori dal continente, fuori dalla “politica”, per trovare gli attestati d’onore: la grande stampa internazionale, soprattutto anglosassone, che – in occasione dell’uscita dal memorandum – titola a tutta pagina, Greece escapes a financial tragedy; o la proposta del premio Nobel per la pace a Tsipras da parte di “Foreign policy” per il modo in cui ha affrontato la questione della Macedonia, frontalmente opposto a quello con cui i rinascenti nazionalismi europei gestiscono i confini…
Sul terreno della politica, invece, un buio ampiamente costruito. Continua a dominare l’immagine di una Grecia ridotta a un paesaggio di rovine sociali, schiacciata sul fondo e priva di prospettive di risalita: incatenata per sempre al proprio destino di povertà. Le frasi con cui il capo del governo Greco ha salutato l’uscita dal tunnel del memorandum sono guardate con scetticismo quando non con disprezzo, come fossero le boutades di un Matteo Renzi qualunque. E questo in nome di una doppia narrativa, solo apparentemente contrapposta. Da un lato la versione bizzarramente convergente dei “sovranisti” di sinistra (diciamo così: quelli che avrebbero voluto nel 2015 l’uscita della Grecia da Euro e Unione Europea) e dei neo-populisti di destra (la Nuova Democrazia di Kyriacos Mitsotakis che si prepara a condurre la prossima campagna elettorale su posizioni “populistico-sovraniste” all’italiana, per intenderci), uniti nell’accreditare l’idea che, lungi dall’uscita dal commissariamento della Troika, l’ultimo accordo incatenerebbe la Grecia ad una austerità perpetua annullando di fatto la sovranità del paese. Dall’altro lato il racconto dei falchi neo-liberisti, soprattutto tedeschi, per i quali il fallimento greco sarebbe dovuto a una mancata o insufficiente applicazione della terapia “ordo-liberista” (una solo parziale applicazione delle loro medicine tossiche da parte di un governo recalcitrante per ideologia egualitaria e di un popolo sostanzialmente inaffidabile e pelandrone).
Per la verità i numeri (e i fatti) parlerebbero di tutt’altra realtà. Come ha ricordato Tsipras in un duro intervento in Parlamento contro Mitsotakis (di cui ha denunciato, fra l’altro, il recente viaggio a Berlino nel tentativo di convincere i tedeschi a pretendere un ulteriore taglio alle pensioni greche), “nel 2017, il PIL greco è cresciuto di quasi 1,5 per cento [più di quello italiano, tanto per intenderci] e già nel primo trimestre del 2018 la crescita è stata del 2,3 per cento, ossia quasi sei volte la media della zona euro”; la disoccupazione, nel triennio ’15-’17 si è ridotta di oltre 7 punti percentuali, scendendo al 20% [ancora alta, certo, ma di un quarto più bassa rispetto a prima] e nel solo ultimo anno sono stati creati 350.000 nuovi posti di lavoro. L’indice del fatturato industriale è cresciuto di 6,7 punti, l’aumento degli investimenti esteri ha raggiunto il 30% e il valore totale delle esportazioni nell’aprile 2018 è risultato dell’11,6% superiore a quello dell’anno precedente. Non sono precisamente le prove di un collasso totale.
A questo si aggiunga che un avanzo di bilancio di oltre il 4% ha permesso non solo di far fronte al servizio del debito ma di destinarne uno 0,8% alla parte più bisognosa della popolazione. E che quello stesso risanamento dei conti pubblici ha significato il ritorno della Grecia sui mercati del debito con tassi d’interesse sostenibili (i bons a 10 anni sono inferiori al 4%, meno della metà rispetto a due anni fa, un quarto rispetto al 2014 quando avevano superato il 15%) e un forte rilancio della borsa di Atene, il cui indice è quasi raddoppiato dal 2016.
Certo, questo non significa che i greci sono ritornati a uno stato di “salute sociale”. I segni della ferocia con cui la macchina della governance europea ha lavorato sul loro corpo restano evidenti (e a perenne denuncia della disumanità e stupidità di quel dogma). Non si può dimenticare che i primi 5 anni di “terapia d’urto” ordoliberista – quelli che vanno dal 2010 al 2015 – avevano ridotto il Pil di quasi il 30% (-28,4%: da 237 a 178 miliardi), fatto schizzare la disoccupazione dall’11,9% al 26,2% (nel 2013 si era raggiunta la cifra record di 1.384.000 disoccupati contro i 335.000 del 2008) e fatto esplodere la percentuale del debito sul Pil dal 129 al 184%. Né si può ignorare la volontà di vendetta con cui l’Eurogruppo esattamente tre anni fa, alla metà di luglio del 2015, intese punire l’unico governo di sinistra in Europa e in generale i greci per aver “osato” discutere i loro diktat addirittura con un referendum imponendo loro una camicia di forza che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto metterli di fronte all’alternativa tra arrendersi o perire.
 Si deve esclusivamente alla capacità politica del governo greco se pur chiuso nell’involucro di ferro di quella vergine di Norimberga che avrebbe dovuto, con le regole asfissianti di quel nuovo memorandum, dargli il colpo di grazia, riuscì a portare a casa la pelle e a evitare una macelleria sociale di proporzioni storiche, smussando gli aculei più crudeli. Contrastando punto per punto le mosse dei “commissari”, per ridurre di quanto possibile il danno. Utilizzando brandelli di risorse scovati tra le pieghe dei protocolli per stendere una qualche, sottile, rete di protezione sui settori più fragili, in totale solitudine, abbandonati dai governi di pseudo-sinistra europei, dal Pd di Renzi come dai socialisti di Hollande e da quelli, orrendi, dell’Spd tedesca di Gabriel e di Schultz… E’ così che nonostante tutto – nonostante il tentativo di tanti in Europa di soffocare Alexis Tsipras con la sua stessa cravatta, per usare un’espressione in voga -, pur con risorse ridotte al lumicino, gli ospedali sono stati riaperti ad Atene e anche nelle isole. Due milioni di greci sono stati riportati sotto la copertura del sistema sanitario nazionale. Migliaia di infermieri sono stati riassunti nella sanità pubblica con tutte le garanzie del caso. Le utenze elettriche tagliate dai precedenti governi ai più poveri sono state riallacciate. La garanzia della prima casa contro la minaccia di pignoramento, esclusi i casi di speculazione, è stata assicurata. Gli ispettori del lavoro (sia pur mal pagati e a ranghi ridotti) sono ritornati sui posti di lavoro. Le frequenze televisive sono state fatte pagare ai padroni dei network… Non sarà senza significato se la Grecia – insieme a Spagna e Portogallo – è uno dei pochi paesi europei in cui la crisi non ha fatto esplodere in dimensioni un’estrema destra populista e razzista, e Alba dorata, che nel 2015 stava intorno al 10% non solo non è cresciuta, ma si è molto ridotta di peso e presenza politica e oggi versa in una crisi comatosa, pur essendo stata la Grecia in questi anni attraversata dal più massiccio flusso migratorio in Europa (quasi un milione di migranti nel 2016 in un paese di 12 milioni di abitanti)!
Da dove, dunque, questa immagine di disastro sociale e di fallimento politico che circola nel circuito mediatico? Direi da due linee (errate) di calcolo. In primo luogo la scelta del terminus a quo: si confrontano i numeri attuali della situazione greca con quelli precedenti all’inizio della crisi, con il 2008, e allora è evidente che pesa, per intero, la criminale politica delle destre interne e dell’oligarchia europea con le loro, quelle sì fallimentari, politiche e la catastrofe sociale che hanno generato. Se invece si confronta il livello attuale con quello del 2015, quando Syriza prese in mano il governo, il trend appare (sia pur frazionalmente all’inizio) in crescita, su tutti gli indicatori (Pil, reddito pro capite, occupazione, popolazione attiva…). Si prenda, ad esempio, il reddito pro capite, crollato dai 21.800 euro del 2008 ai 16.200 del 2015 e tornato a crescere sia pur di poco fino ai 16.600 del ’17. O la povertà assoluta, letteralmente esplosa tra il 2009 e il 2015 (esattamente raddoppiata, da 1.200.000 a quasi 2.400.000), che tuttavia nel triennio successivo si è ridotta di circa 200.000 unità (non un “miracolo”, certo, ma il segno di una capacità di resistenza). 
La seconda questione, più seria, riguarda il debito pubblico, dichiarato da (quasi) tutti insostenibile. E rispetto al quale secondo molti, la chiusura dell’accordo attuale con l’Europa non apporterebbe speranze nuove, anzi. Ora, su questo punto è vero che l’accordo non prevede “tagli” del debito – l’haircuttanto sperato e suggerito da molti -, ma solo una sua (parziale) ristrutturazione. E tuttavia i termini di tale ristrutturazione non sono affatto irrilevanti: l’estensione della scadenza (prevista nel 2022) di altri 10 anni al valore nominate, e la concessione di un “periodo di grazia” (quello in cui il mancato pagamento non comporta infrazione) di altri 10 per gli interessi e l’ammortamento del debito, rende per molti versi “sostenibile” (non “rimborsabile”, sia chiaro, ma “sostenibile”) il debito greco per lo meno a medio termine, e permette di attenuarne l’impatto sui conti pubblici di numerosi punti percentuali (liberando risorse per politiche sociali). Con un tasso d’inflazione intorno al 2% tutto ciò equivale (o assomiglia molto) a un taglio. Allo stesso tempo la costruzione di un buffer, cioè di un “cuscinetto di liquidità”, di oltre 24 miliardi dovrebbe concedere ad Atene un paio di anni di possibile indipendenza dal mercato. E anche la restituzione di 4,6 miliardi di Euro costituiti dalle plusvalenze della Bce sulle obbligazioni greche, sebbene sottoposto a condizioni, costituisce comunque una forma di risarcimento.
Tutto questo vuol dire, allora, che le prescrizioni europee erano giuste? Che la “cura” alla fine ha funzionato?  E che la Grecia e l’Europa sono definitivamente fuori del tunnel della crisi? Insomma, che “tutto va bene madama la marchesa” ad Atene come a Bruxelles e a Belino? No di certo. Al contrario. La terapia criminale cui la Troica ha sottoposto i greci prima ancora della Grecia era, come si è dimostrato, mortale. Aveva ridotto il paziente in coma sociale, in nome di un dogma dimostratosi clamorosamente falso, che è costato al popolo greco non solo lacrime e sangue, ma una sofferenza degna di un sadismo economico e sociale spaventoso. E buona parte delle ferite sono ancora lì, aperte e sanguinanti. Se quelle ricette al veleno non hanno dispiegato tutto il proprio potenziale letale lo si deve a un’azione tenace di un governo dalle forze limitate ma dall’indubbia volontà di traghettare il proprio popolo fuori dall’inferno. E così per il debito. Sia pur ristrutturato, l’immenso debito greco (accumulato, bisogna pur dirlo, per la maggior parte a cominciare dal primo programma di cosiddetto aggiustamento) non è, in nessun modo, “rimborsabile” (lo sa e lo ripete sempre il FMI). Come non sono rimborsabili quelli dell’intera Europa del sud, a cominciare da quello italiano, al momento ben più drammatico di quello ellenico. Esso è servito, e in qualche misura serve ancora, per mantenere l’asimmetria politica ed economica dei creditori sui debitori, e per continuare a far funzionare il meccanismo come vettore di trasferimento di risorse dai deboli ai forti (il 90% dei prestiti alla Grecia sono ritornati ai paesi creditori, soprattutto Germania e Francia) e ne hanno salvato le banche. Ma questo non è più un problema della Grecia. E’ un problema dell’Europa. Non è più il paese di Tsipras a non essere in “sicurezza”: è l’Europa di Merkel e di Macron, di Junker e di Tusk a essere a rischio.
Infine un’ultima domanda (che ci riporta all’incipit di questo testo): Alexis Tsipras è dunque “senza peccato”? Nel suo triennio di governo non ha commesso “errori od omissioni”? E la risposta non può essere reticente: evidentemente sì, errori ce ne sono stati, se anche dopo la svolta del gennaio 2015 i greci hanno continuato a soffrire, e se il programma con cui Syriza aveva vinto quelle prime elezioni non ha potuto essere realizzato. Ma non sono gli errori – meglio: le “colpe” – che i suoi critici (e “giustizieri”) del “fuoco amico” gli attribuiscono. Il primo errore è stato sicuramente l’aver sottovalutato (come d’altra parte tutti noi) il grado di ferocia, ottusità, indifferenza ai principii democratici della leadership europea a guida tedesca. L’aver pensato che in qualche modo un programma di “uscita dalla crisi” per il suo Paese razionale, ragionevole e sostenibile seppur alternativo a quello imposto fino ad allora sulla base della dogmatica neoliberista, potesse quantomeno essere preso in considerazione. E che la voce di un popolo dell’Unione, espressa nella forma più esplicita e democratica possibile attraverso libere elezioni e un referendum, potesse quantomeno trovare ascolto. Era stata quella la logica con cui i greci avevano lavorato nel loro primo semestre di governo: condurre una trattativa con gli eurocrati e con i rappresentanti dei creditori alla luce della ricerca di soluzioni diverse da quelle fallimentari imposte fino ad allora, sulla base di un confronto ragionevole e razionale. Ed era stata quella la ragione del referendum del 5 luglio sul piano proposto dai creditori internazionali (ex Troika): mettere sul tavolo della trattativa il contenuto di una “volontà popolare” espresso nella forma più esplicita nell’illusione che costituisse una sorta di vantaggio competitivo.
Quanto accaduto nell’Eurogruppo successivo, e nell’Eurosummit a 19 della “notte di Valpurga” del 14 luglio, alla presenza dei capi di governo, ha mostrato invece che quello che dominava tra gli “azionisti” di maggioranza dell’Unione Europea era un’aspra, sorda e cieca volontà di vendetta. Un’ oscura voglia di “sorvegliare e punire” il trasgressore del dogma, indifferente alle soluzioni ma attenta soltanto a umiliare il Paese che aveva osato sfidare la loro autorità. Zero flessibilità, zero apertura a soluzioni ragionevoli (quello che qualunque creditore in una trattativa economica accetterebbe per rientrare dei propri denari), zero ascolto. Il Referendum considerato un oltraggio di lesa maestà. La parola al popolo una colpa. La democrazia una pratica intollerabile. Vinsero allora i “falchi”, vinse Schauble, vinsero quelli del vae victis, e alla Grecia fu lasciata l’unica alternativa di prendere la cicuta (restando moribonda nell’Euro) o andarsene e morire di morte più veloce (come i tedeschi non nascosero di volere). Tsipras scelse il primum vivere. Tra la figura dell’eroe tragico che cerca la bella morte e quella del governante responsabile che sceglie per il proprio popolo il male minore, optò per la seconda. E fece benissimo: l’alternativa sarebbe stata la catastrofe definitiva del suo popolo, a cominciare dalla parte più fragile e sofferente della società greca. Forse in molti l’hanno dimenticato ma in quei giorni le banche erano chiuse ad Atene, dopo che il governatore della Bce Mario Draghi, impropriamente santificato qui in Italia, con ferocia inaudita e in modo illegale aveva bloccato la “liquidità di emergenza” (Ela) fin dal giorno del Referendum – una misura di rappresaglia degna dei peggiori occupanti bellici -, i bancomat razionati, le contrattazioni di Borsa sospese, le pensioni non erogate… L’ostentazione di quello spettacolo crudele da parte di un’Europa che rivelava così il proprio “cuore di tenebra” in modo inaspettato per molti, si rivelerà in realtà un boomerang più per i carnefici che per la vittima, e di fatto inaugurò il processo di progressiva disgregazione di un’entità senz’anima i cui esiti si mostrano oggi.
Resta comunque il fatto che, mentre di Schauble che avrebbe voluto ammazzare la Grecia buttandola fuori dell’Euro non si ha più traccia, Tsipras è ancora lì, ad Atene e a Bruxelles. Non è cosa da poco.

mercoledì 4 luglio 2018

BANCAROTTA DELLA GRECIA FINO AL 2060 E TSIPRAS SE LA RIDE - Antonello Boassa




Per Yanis Varoufakis l’estensione della bancarotta fino al 2060 è chiamata alleggerimento del debito. Giustamente osserva l’ex ministro delle finanze, citando Tacito, che loro (cioè i magnifici tre +uno: Troika+ Germania) hanno fatto un deserto “e lo hanno chiamato pace”.
Certo, a sentire i nostri giornalisti e le “sinistre” che personalmente preferisco chiamare “destre globaliste”( le sinistre autentiche in Italia esistono e sono combattive ma sono disperse in vari centri di aggregazione) Tsipras ha liberato la Grecia dai Memorandum, dal commissariamento, dalla tutela dei creditori, ottenendo risultati di rilievo come il posticipo di dieci anni (dal 2022 al 2032) del pagamento di 110 miliardi di euro di prestiti del Fondo Salva-Stati nonché la garanzia di dieci anni senza sanzioni qualora ci fossero inadempienze nell’onorare il debito.
“ abbiamo risanato, ora, come stato non più sotto tutela, il popolo greco vedrà i risultati, la crisi è finita”
Ma solo una visione superficiale può gridare alla vittoria perché a leggere bene l’accordo si evince che della Grecia, nonostante formalmente non sia più commissariata e quindi in grado di poter partecipare con i suoi titoli ai “mercati”, si voglia farne un tappetino, una colonia interna all’Europa, come detto senza pudore, del resto, nelle principali reti televisive tedesche.
Innanzitutto la Germania di Merkel e di Schauble, costretta alle concessioni di cui sopra da parte dei creditori che avevano ben chiaro che ulteriori “spremute” avrebbero potuto condurre il malato alla morte e con ciò alla perdita del capitale, ha ottenuto che la Grecia fosse comunque sottoposta ad un ferreo monitoraggio di cinque anni perché si potesse sorvegliare puntualmente l’approvazione governativa delle riforme antipopolari in chiave austerity( welfare, pensioni, lavoro…).
Tsipras si è detto disposto a mantenere un avanzo primario del 3,5% fino al 2022. La Grecia dovrà assicurare, anche in assenza del suo eroe omerico, un avanzo primario del 2,2%, se vorrà rispettare le regole del bilancio UE, come promesso dal Renzi greco, fino al 2060.
Avanzi primari di tal portata per decenni significa rendere impossibile un intervento dello stato in chiave produttiva per favorire l’occupazione, l’aumento dei salari e delle pensioni, la crescita dello stato sociale, la ripresa della sanità e della scuola pubblica…significa rendere impossibile far riemergere la società ellenica dalla condizione di sottosviluppo in cui si trova attualmente dopo otto anni di “sacrifici”.
Niente di nuovo sotto il sole dopo lo storico accordo in Lussemburgo.. La Grecia rimane del tutto intrappolata nella gabbia di ferro dell’Unione Europea. Una pausa che ha evitato il collasso definitivo dell’economia per favorire una spremuta perpetua al servizio della grande finanza.
Il debito che era del 146% prima dell’intervento rigeneratore ora è del 180%, Niente da stupirsi. E’ l’aumento del debito una regola ferrea dell’austerity targata Troika. Come si può affrontarlo senza che la Merkel si indigni. Semplice. Innanzi tutto tassi elevati e smerciato fuori da i confini ellenici. Svendere quello che non si è ancora svenduto. Ma questa volta a prezzi di saldo. i monumenti nazionali, le spiagge, le prime case, le isole, i porti (vedi Pireo), gli aeroporti ceduti ad una azienda statale ovviamente tedesca, le agenzie pubbliche dell’acqua, le infrastrutture, i servizi…
“Cannibali feudali”!” Paul Craig Roberts così definisce FMI e Germania, che solo mediante il debito, tramite gli interessi, si è arricchita di qualcosa come tre miliardi di euro. “ Chiamare il saccheggio di un Paese e del suo popolo “salvataggio” è proprio orwelliano” commenta ancora con disprezzo l’economista e docente universitario americano Paul Craig Roberts
Ma la tragedia greca la si coglie in tutta la sua drammaticità se si pensa che ormai il 21% della popolazione vive in estrema povertà. E come potrebbe essere altrimenti con un tasso di disoccupazione al 21,7%, * con lavoratori sotto i venti anni che guadagnano 260 euro mentre sopra i 24 anni 380 euro. I trentenni riescono a portare a casa 509 euro in media e fino ai trentaquattro non si carpisce più di 660 mentre i più anziani, al di sopra dei quaranta/quarantacinque che, prima dei “sacrifici” avevano redditi attorno ai 1500 euro hanno visto precipitare con i loro salari il tenore di vita dei famigliari.
I più fortunati perché loro coetanei rimangono senza lavoro perché gli imprenditori locali preferiscono assumere giovani perché meno cari più malleabili.
Le pensioni sono state ritoccate 14 volte e sono scese di valore in media del 14% . Le immagini scioccanti che registriamo anche in Italia di anziani che raspano nella spazzatura nella speranza di trovare qualcosa di utile per sfamarsi, vestirsi, o che so io altro ,evidenziano a tutto campo lo squallore, il cinismo, l’ipocrisia dei nuovi nazisti democratici dell’Unione Europea e dei suoi valletti come Alexis Tsipras.
Si può tollerare che un vecchio, una vecchia vagolino nell’immondezza creata dalla grande ricchezza prodotta dai lavoratori e non dai cialtroni eurocrati? “Questo è un uomo?” ci ricorderebbe Primo Levi. Solo in una cornice orwelliana e con il pieno e riuscito lavaggio del cervello si può spiegare l’osanna a Tsipras e l’accettazione incondizionata della UE, dell’euro e della “sua” democrazia svuotata e ridotta a futile simulacro da parte delle sinistre globaliste europee
La Grecia ci indica senza pudore la direzione verso cui precipitano i popoli dell’Europa.
Sapremo noi e i Greci uscirne da tale follia collettiva dentro la quale consciamente o inconsciamente siamo noi tutti imprigionati. Solo una ribellione collettiva e totale potrà permettere la fuoruscita dall’incubo.

martedì 22 settembre 2015

Varoufakis risponde a Renzi - Francesco De Palo

“Signor Renzi, ho un messaggio per te: puoi gioire quanto ti pare per il fatto che io non sia più ministro delle finanze. Ma non ti sei sbarazzato di me. Ciò di cui vi siete sbarazzati, partecipando a quel colpo vile contro Alexis Tsipras, è la democrazia greca”, firmato Yanis Varoufakis. L’ex ministro delle finanze di Atene risponde, dal suo blog, alle parole del premier italiano, che in occasione della direzione Pd di ieri aveva detto testualmente: “Lescissioni funzionano come minaccia non al momento elettorale. Per usare un tecnicismo, anche sto Varoufakis se lo semo tolti. Chi di scissioni ferisce, di elezioni perisce”.
L’economista ellinoaustraliano sceglie il fioretto e, definendo quella di Renzi un’illusione, sottolinea che lo scorso luglio non si sono sbarazzati dell’uomo Varoufakis ma di una “cosa molto più importante di me”. Ricostruendo i primi sette mesi del 2015, assolutamente peculiari tanto per la storia greca quanto soprattutto per quella dell’Ue, Varoufakis scrive che molti dei suoi compagni sono rimasti fedeli alla piattaforma Syriza che li ha eletti a gennaio come un partito unito che ha portato speranza ai greci e ai popoli europei. Ma speranza per che cosa, si chiede? Speranza per mettere fine “definitivamente ai prestiti di quel salvataggio finto, che è costato caro all’Europa, e che ha condannato la Grecia ad una depressione permanente“
E attacca: “Sotto un’estrema costrizione da parte dei leader europei, tra cui anche il signor Renzi che ha rifiutato di discutere ragionevolmente le stesse proposte della Grecia, il mio primo ministro, Alexis Tsipras, è stato sottoposto il 12 e 13 luglio a un bullismo insopportabile, a un ricatto nudo, a pressioni disumane”. E aggiunge che il premier italiano ha svolto un ruolo centrale nell’aiutare la rottura di Alexis, “con la sua tattica delpoliziotto buono, sulla base dell’assunto se non cedi, essi ti distruggeranno”.
Motiva la separazione con Tsipras per via del disaccordo sul fatto che stessero bluffando e soprattutto sul fatto che non si poteva consegnare le chiavi di ciò che resta del Stato greco alla spietata troika. Questo è stato, e rimane, un disaccordo “tra me e Alexis”, aggiunge. Per cui a seguito di tale disaccordo, Tsipras avrebbe fatto una inversione a U (e forzata) nella politica di Syriza e, di conseguenza, una gran parte dei membri del partito ha deciso di non seguirlo. Erano i giorni in cui non solo i 25 scissionisti diUnità Popolare si erano allontanati dalla “Pangea Alexis” ma finanche Tasos Koronakis, il segretario del partito, lo stesso Varoufakis e molti altri dirigenti che si sono sentiti traditi. Secondo l’ex ministro non condividevano la scelta di Syriza di trasformarsi tout court in un nuovo Pasok.
E poi la stoccata finale al nostro premier: “Signor Renzi, ho un messaggio per te: puoi gioire tanto quanto ti pare per il fatto che io non sia più ministro delle finanze o deputato. Ma non ti sei sbarazzato di me, io sono vivo e vegeto politicamente, e come persona in Italia mi riconoscono quando cammino per le strade del vostro bel Paese. Ciò di cui vi siete sbarazzati partecipando a quel colpo vile contro Alexis Tsipras è la democrazia greca“.
da qui

sabato 4 luglio 2015

Dalla parte dei greci, subito - Christian Raimo

Non so quanti di voi abbiano letto questo documento. È la proposta di intervento presentata dal premier greco Alexis Tspiras all’Eurogruppo qualche giorno fa e corretta con vari tagli e sottolineature in rosso da Christine Lagarde, Jeroen Dijsselbloem e altri.
È un testo significativo. Segna una strategia che un premio Nobel per l’economia come Paul Krugman non si fa scrupolo a definire non solo ricattatoria ma semplicemente folle.
C’è il premier eletto democraticamente di un paese che s’impegna a riformare radicalmente la spesa pubblica ma anche a cercare di far ripartire un minimo l’economia. Ci sono delle persone non elette da nessuno che gli chiedono di abbattere lo stato sociale e di prolungare la situazione di dipendenza del paese dal credito estero. Nero su bianco.
Molti tra i commentatori, in questi giorni, sostengono che Tsipras e il suo ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, sono dei capricciosi testardi. Ma a leggere questo e altri documenti è evidente il perché, ad esempio, non cedano sull’abbassamento delle pensioni minime: con un tasso di disoccupazione al 26 per cento, le pensioni sono spesso la rete di protezione delle famiglie senza reddito da lavoro. E lo stesso discorso si può fare sull’iva, i salari pubblici o sugli altri capitoli di spesa.
I negoziatori greci finora hanno retto l’estenuante prolungarsi delle trattative di Bruxelles; hanno accettato aumenti delle tasse, riduzioni dei salari, ristrutturazione radicale dell’economia; hanno assistito a tentativi di colpi di stato soft, con l’Eurogruppo che negoziava parallelamente con le opposizioni in Grecia.
Di fronte a quest’ultima umiliazione, però, hanno alzato le mani.
Tsipras ha pensato di non avere il mandato popolare per trattare ancora, e ha indetto un referendum per domenica prossima, il 5 luglio, con un discorso molto bello, che finisce con parole che non riguardano solo la Grecia.
In questi tempi difficili, tutti noi dobbiamo ricordare che l’Europa è la casa comune di tutti i suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è, e rimarrà, parte integrante dell’Europa, e l’Europa parte integrante della Grecia. Ma un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza una bussola. Chiedo a tutti voi di agire con unità nazionale e compostezza, e di prendere una decisione degna. Per noi, per le generazioni future, per la storia greca. Per la sovranità e la dignità del nostro paese.
Dopo questo discorso l’Eurogruppo è stato ancora più punitivo. In prima battuta ha dichiarato che non avrebbe esteso l’attuale programma di aiuti alla Grecia oltre il 30 giugno, mettendo a rischio la tenuta delle banche greche, condannando di fatto la Grecia al default e generando il panico. Poi ha radicalizzato lo scontro, togliendo anche la liquidità di emergenza. Il risultato sono banche chiuse per una settimana e gli sportelli dei bancomat da cui non si possono ritirare più di 60 euro.
Leggiamo sui giornali della crisi greca almeno da quattro anni. Dalla vittoria di Syriza, il partito di Tsipras, abbiamo assistito allo stillicidio dei negoziati, sperando che non solo servissero per arrivare a una soluzione, ma che si mostrasse la strada per un’altra Europa. Adesso, di fronte all’umiliazione del popolo greco, perché non sentiamo che questa umiliazione tocca anche noi?
Perché molti giornalisti trattano questo tema con indifferenza se non con sarcasmo? Perché non si è sentito nemmeno un sussurro di solidarietà da parte dei politici italiani, nemmeno di quelli che nel governo fino a pochi mesi fa elargivano abbracci, baci e regali a Tsipras?
Perché non ci sembra che questa sia una fondamentale battaglia democratica? Perché non siamo allibiti e furiosi di fronte a un’oligarchia che chiede la demolizione dei diritti sociali e del welfare di un paese? Perché non ci indigniamo di fronte agli articoli che spiegano come cautelarci per le nostre vacanze se abbiamo prenotato quindici giorni a Mykonos? Perché non troviamo rivoltanti copertine come questa che titolano “Case da comprare e vacanze di lusso: le occasioni di un paese in saldo”? Perché non occupiamo la sede dell’Unione europea, come hanno fatto qualche giorno fa, come gesto di solidarietà, attivisti e sindacalisti a Dublino?

La decisione della corte suprema degli Stati Uniti di legalizzare i matrimoni omosessuali ci ha toccato come se fossimo parte di un’unica grande nazione planetaria. Perché invece l’umiliazione dei greci e il rischio di una crisi spaventosa non sembrano riguardarci? Perché non scendiamo in piazza? Perché non sentiamo che quel referendum è un’ultima tragica scelta anche nostra, tra due idee di Europa? Perché non ci battiamo per costruire un’Europa che non sia solo l’espressione di un trattato economico? Cosa vorremmo succedesse nel resto d’Europa se fossimo noi nella situazione del popolo greco? Perché non ci ritroviamo davanti alle ambasciate e ai consolati greci?

mercoledì 1 luglio 2015

La scommessa di Tsipras - Luciana Castellina

appare stamattina una controproposta di Tsipras (qui) nella quale si (ri)propongono, a Juncker, Draghi e Lagarde, cinque punti, tra cui aumento delle imposte per i redditi più alti e riduzione delle spese militari, due tabù intoccabili per lorsignori.
(avrei aggiunto la requisizione dei capitali degli evasori fiscali depositati presso le banche dei paesi che aderiscono alle istituzioni di quei tre, così, per sputtanarli un po')
adesso vedremo con quale faccia insisteranno a schiacciare la Grecia, quelli lì - franz



Nono­stante l’amichevole gesto con cui Mat­teo Renzi, rega­lan­do­gli una cra­vatta, accolse la prima volta il neo eletto primo mini­stro greco, è pro­prio lui che, arri­vati al dun­que, ha ora reso il peg­gior ser­vi­zio a Ale­xis Tsi­pras. Dicendo che il refe­ren­dum di Atene avrà per oggetto un pro­nun­cia­mento a favore dell’euro o della dracma.
Pro­prio il con­tra­rio di quanto il governo greco si è sfor­zato di spie­gare. E cioè che non intende affatto optare per un ritorno alla moneta nazio­nale e uscire dall’eurozona, e invece aver più forza per imporre una discus­sione – che fino ad ora non c’è stata mai — su quale debba essere in mate­ria la poli­tica europea.
Final­mente qual­cuno che, anzi­ché cer­care riparo die­tro la fati­dica affer­ma­zione “ce lo chiede Bru­xel­les”, come ci hanno abi­tuato i gover­nanti euro­pei, pre­tende di dire la sua sulle scelte lì compiute.
E’ certo vero che nella stessa Gre­cia, come del resto altrove in Europa e anche da noi, c’è chi vor­rebbe dire tout court che l’Unione è morta ed è meglio così, ma non è que­sto l’oggetto della con­sul­ta­zione. Tsi­pras chiede più forza per nego­ziare ancora e il ritorno alla dracma è solo il pos­si­bile even­tuale e depre­cato esito di un fal­li­mento defi­ni­tivo del negoziato.
Un’eventualità che in que­ste ore sem­bra forse scon­giu­rata, seb­bene il signor Tusk, il più rude delle isti­tu­zioni, abbia all’ultimo appun­ta­mento but­tato fuori dal tavolo i nego­zia­tori greci, dichia­rando che “the game is over”.(Perché così sono andate le cose e non il con­tra­rio). E’ una spe­ranza fle­bile, ma già dimo­stra che rifiu­tare i ricatti è giu­sto.
Pur­troppo tutta la lunga trat­ta­tiva è stata accom­pa­gnata da un fra­stuono media­tico che ha creato grande con­fu­sione. E così la gente meglio inten­zio­nata con­ti­nua a chie­dere se è pro­prio vero che i greci hanno una ple­tora di dipen­denti pub­blici, quando invece ne hanno, pro­por­zio­nal­mente, la metà della Germania.
Se è vero che vanno tutti in pen­sione nel pieno delle loro forze, e invece la media degli anni di lavoro nel paese è supe­riore a quella dell’Unione euro­pea e la spesa pub­blica per il pen­sio­na­mento, sem­pre pro­por­zio­nal­mente, metà di quella fran­cese e un quarto di quella tede­sca. La pro­dut­ti­vità è bassa ma è cre­sciuta assai di più che in Ita­lia e per­sino che in Germania.
Se poi si guar­dano nei det­ta­gli i punti sui quali la squa­dra greca ha trat­tato e si è rifiu­tata di acco­gliere le pro­po­ste delle isti­tu­zioni euro­pee è dif­fi­cile rima­nere insen­si­bili alle sue ragioni: rifiu­tare un aumento dell’Iva sui generi di prima neces­sità (cibo, pro­dotti sani­tari, elet­tri­cità), e quello a carico delle isole che vivono del solo turi­smo; respin­gere la richie­sta di varare una legge che con­senta licen­zia­menti di massa. Rifiuto, anche, a can­cel­lare i pre­pen­sio­na­menti esi­stenti, ma biso­gna ben tener conto che una quan­tità di gente è stata licen­ziata e non ha altre fonti di sosten­ta­mento. E invece è Bru­xel­les che ha rifiu­tato la richie­sta greca di un aumento del 12 % di tasse sui pro­fitti che supe­rano i 500.000 euro.
Si con­ti­nua a ripe­tere osses­si­va­mente che la Gre­cia deve fare le riforme, ma, come del resto in Ita­lia, non si dice mai esat­ta­mente di quali riforme si tratti e in che modo quelle pro­po­ste, o attuate (vedi job act o Ita­li­cum da noi) pos­sano in qual­che modo aiu­tare una ripresa eco­no­mica.
L’austerità, è forse una riforma, o non invece una poli­tica tanto miope da impe­dirla? Que­sta è la lezione che viene dalla Gre­cia: se invece di insi­stere su que­sta come sola ricetta già dal 2010 si fos­sero invece sacri­fi­cati pochi soldi per con­sen­tire gli inve­sti­menti neces­sari alla moder­niz­za­zione del paese non saremmo a que­sto punto.
I greci oltre che fan­nul­loni sareb­bero anche imbro­glioni per­ché hanno preso i soldi e non li resti­tui­scono. Se qual­cuno avesse memo­ria, un bene che sem­bra ormai raro, ci si ricor­de­rebbe di quanto divenne chiaro, e forse a noi stessi per la prima volta, quando scop­piò il dramma del debito accu­mu­lato dai paesi del terzo mondo da poco arri­vati all’indipendenza. Erano gli anni ’80 ed emerse che quei paesi erano stati vit­time di quelli che allora non si ebbe timore di chia­mare “spac­cia­tori”. Per­ché è così che si inde­bi­ta­rono oltre il ragio­ne­vole: per l’insistente offerta di acce­dere a un modello di con­sumo super­fluo e dan­noso, per il quale non c’erano risorse e che fu indotto per­ché così con­ve­niva ai pre­sta­tori che poi pas­sa­rono a chie­dere il conto.
La Gre­cia non è l’Africa, ma gran parte del suo debito è stata accu­mu­lata pro­prio così, per colpa di ban­che e di imprese senza scru­poli. Che peral­tro sono state oggi — erano tede­sche sopra­tutto ma non solo — feli­ce­mente ripa­gate con danaro pub­blico europeo.
Quando, poco dopo l’ingesso della Gre­cia nella Comu­nità Euro­pea, nell’81, si arrivò al seme­stre di pre­si­denza affi­dato per la prima volta ad Atene, l’allora mini­stro degli esteri del governo di Andreas Papan­dreu, Cha­ram­po­pu­los, dichiarò: «Non pos­siamo restare silen­ziosi di fronte a una linea poli­tica che non prende in con­si­de­ra­zione il fatto che un’Europa a nove era un’Unione fra nove paesi ric­chi, e un’Unione a dieci, e ancor più quando saranno dodici con il pros­simo ingresso di Spa­gna e Por­to­gallo, sof­frirà di un dram­ma­tico gap nord-sud per affron­tare il quale sarà neces­sa­rio un vasto tra­sfe­ri­mento di risorse pub­bli­che e di un piano sta­tale inteso a con­di­zio­nare le sel­vagge regole del mercato».
Si trattò di una sag­gia pre­vi­sione. Di cui tut­ta­via anche il governo socia­li­sta greco finì per dimen­ti­carsi, sic­ché anche quando i governi socia­li­sti furono in mag­gio­ranza nel Con­si­glio euro­peo non ci fu alcuna modi­fica sostan­ziale nella linea poli­tica dell’Unione. Fu pro­prio allora che fu decisa la libera cir­co­la­zione dei capi­tali senza che alcuna misura di con­trollo e di uni­fi­ca­zione fiscale fosse assunta.
Renzi avrebbe avuto una buona occa­sione per ripren­dere il discorso e far valere le ragioni dei paesi euro­pei del Medi­ter­ra­neo, con­tro la logica assur­da­mente e fal­sa­mente omo­lo­gante che pre­tende di adot­tare linee di poli­tica eco­no­mica ana­lo­ghe per realtà così diverse. Fa comodo, natu­ral­mente. A meno non si pensi ad una nuova Unione senza gli strac­cioni del sud. Per di più comu­ni­sti. «Un’Europa senza il Medi­ter­ra­neo sarebbe — come ha scritto Pere­drag Mat­ve­je­vitch — un adulto pri­vato della sua infan­zia». Cioè un mostro.
Quando l’altro giorno ho sen­tito nel corso di un mede­simo gior­nale radio che le ultime noti­zie da Bru­xel­les riguar­da­vano un for­mag­gio senza latte, un cioc­co­lato senza cioc­co­lata, e sopra­tutto un ter­ri­to­rio senza immi­grati, mi è venuta voglia di dire andate tutti al diavolo.
Ma non si può. Con la glo­ba­liz­za­zione abbiamo per­duto quel tanto di sovra­nità che gli stati nazio­nali ci con­sen­ti­vano. A livello mon­diale è quasi impos­si­bile costruire isti­tu­zioni che ce ne resti­tui­scano almeno una parte. La sola spe­ranza è di rico­struirle ad un livello più ampio del nazio­nale e più limi­tato del glo­bale, quello di grandi regioni in cui il mondo possa arti­co­larsi. L’Europa è una di que­ste. Ma il discorso vale solo se lo spa­zio comune non è solo un pezzo di mer­cato, ma una scelta, un modello di pro­du­zione e di con­sumo diversi, una rivi­si­ta­zione posi­tiva di una comune tra­di­zione. Il nego­ziato di Atene ci aiuta, in defi­ni­tiva, ad andare in que­sta dire­zione. Ed è per que­sto che va sostenuto.
da qui (e da qui)

mercoledì 18 febbraio 2015

Non è tempo di giochi - Yanis Varoufakis

Sto scrivendo questo articolo a margine di un negoziato cruciale con i creditori del mio paese – un negoziato i cui risultati potranno segnare una generazione oltre a rappresentare un possibile punto di svolta per l’esperimento europeo e per quello dell’unione monetaria.
Gli esperti di teoria dei giochi tendono ad analizzare i negoziati trattandoli come giochi in cui i contendenti, proiettati esclusivamente sul proprio interesse individuale, tentano di accaparrarsi la fetta più grande della torta da dividere. Data la mia precedente esperienza accademica come ricercatore in teoria dei giochi, molti commentatori hanno affrettatamente avanzato l’ipotesi che, in qualità di nuovo ministro delle finanze della Grecia, avrei operato per ideare stratagemmi, bluff o opzioni nascoste utili a vincere non avendo nulla in mano.
Nulla può essere più lontano dalla verità di quanto è stato scritto in questi giorni.
Se la mia precedente esperienza con la teoria dei giochi ha avuto un effetto su di me, questo è stato quello di convincermi che sarebbe pura follia considerare l’attuale negoziato tra la Grecia e i suoi partner come un gioco da vincere o perdere grazie a bluff o sotterfugi tattici.
Il problema della teoria dei giochi è, come ho sempre tentato di spiegare ai miei studenti, che essa considera le motivazioni dei giocatori come un dato prestabilito a priori. Se si sta pensando ad una partita di poker o di blackjack questa assunzione non è particolarmente problematica. Ma nell’attuale negoziato tra la Grecia ed i suoi partners il punto centrale è esattamente quello di costruire delle nuove motivazioni. Si tratta di costruire una nuova mentalità che vada oltre le divisioni nazionali, che sostituisca una prospettiva pan-europea alla dicotomia creditore-debitore, in grado di porre il bene comune Europa al di sopra di politiche futili e di dogmi di comprovata tossicità se resi universali e una logica del noi a sostituire quella del loro.
Come Ministro delle Finanze di un piccolo paese immerso in una crisi fiscale, privo della propria banca centrale e visto dalla maggioranza dei suoi partner come un problematico debitore sono convinto che esista un'unica opzione: respingere qualunque tentazione di usare questo momento cruciale come un opportunità per sperimentare spregiudicate strategie presentando, altresì, in modo onesto, le attuali condizioni socio-economiche della Grecia, mettendo sul tavolo le nostre proposte per riportare la Grecia a crescere, spiegando perché queste sono nell’interesse dell’Europa e rivelando le linee rosse oltre le quali la logica e il dovere ci impediscono di andare.
La grande differenza tra questo governo greco e quelli che lo hanno preceduto è duplice: l’attuale governo è determinato nel volersi scontrare con interessi potenti e consolidati allo scopo di far ripartire la Grecia e riguadagnare la fiducia dei partner; ma è anche determinato nel non voler essere trattato come una colonia debitrice a cui si imponga di patire quel che deve. Il principio dell’austerità più intensa da imporre all’economia più depressa potrebbe apparire bizzarro se non avesse causato tante inutile sofferenze.
Mi viene spesso chiesto: cosa accadrà se l’unica strada per garantire il finanziamento del suo paese sarà quello di oltrepassare quelle linee rosse ed accettare misure che lei considera parte del problema più che della soluzione? Fedele al principio per cui non ho diritto di bluffare, la mia risposta è: le linee che abbiamo detto essere rosse non verranno oltrepassate. Altrimenti, esse non sarebbero delle vere linee rosse ma semplicemente dei bluff.
Ma mi viene anche chiesto: E se questo producesse ulteriori sofferenze per il suo popolo? Chi lo chiede sta implicitamente pensando che non può non esserci un bluff.
Il problema di questa linea di ragionamento è legato alla presunzione, propria anche della teoria dei giochi, che si viva in una sorta di “tirannia delle conseguenze”. Come se non esistessero circostanze per le quali si fa quello che è giusto non perché questo sia il frutto di un ragionamento strategico ma semplicemente perché… è giusto.
Contro questo cinismo, il nuovo governo greco ha intenzione di innovare. Noi dovremo rinunciare, nonostante le possibili conseguenze, ad accordi che siano sbagliati per la Grecia e sbagliati per l’Europa. Il gioco di estendere i termini del debito al prezzo di nuova austerity, cominciato nel 2010 quando il debito pubblico greco è divenuto non più rifinanziabile, finirà. Non più prestiti – non prima di aver definito un piano credibile per far crescere l’economia così da poter ripagare tali debiti, aver aiutato la classe media a rimettersi in piedi sulle proprie gambe e aver risolto l’odiosa crisi umanitaria. Non più “riforme” che si accaniscano contro poveri pensionati o farmacie a conduzione familiare senza scalfire in alcun modo la grande corruzione.
Il nostro governo non sta chiedendo ai suoi partners una via d’uscita per non ripagare i propri debiti. Noi stiamo chiedendo alcuni mesi di stabilità finanziaria che ci consentano di intraprendere il piano di riforme che la maggioranza del popolo greco può condividere e supportare, così da poter tornare a crescere e a essere nuovamente in grado di ripagare i nostri debiti.
Si potrebbe pensare che questo misconoscimento delle regole della teoria dei giochi sia dovuto all’effetto di una linea di sinistra radicale. Non è così. La maggiore influenza qui è quella di Immanuel Kant, il filosofo tedesco che ci ha insegnato come la ragione e la libertà dall’impero degli espedienti sono ottenibili facendo ciò che è giusto.
Come abbiamo capito che il nostro modesto piano di politica economica, che rappresenta la linea rossa che non siamo intenzionati ad oltrepassare, sia giusto in termini kantiani? Lo abbiamo capito guardando negli occhi le persone affamate nelle strade delle nostre città, osservando la nostra classe media sofferente e tenendo a mente tutti coloro che lavorano duro in ogni paese e in ogni città della nostra unione monetaria. Dopotutto, l’Europa riuscirà a ritrovare la sua anima solo quando avrà guadagnato nuovamente la fiducia del suo popolo mettendo gli interessi di quest’ultimo al centro della scena.
(Yanis Varoufakis dal New York Times del 16 febbraio 2015, trad. Dario Guarascio)

mercoledì 11 febbraio 2015

intervista a James Galbraith, economista (e figlio di economista)

Il 20 gennaio 1961 nel suo discorso inaugurale, John Kennedy disse: "Nessuno deve negoziare sotto la morsa della paura. E nessuno deve aver paura di negoziare". La frase l'aveva scritta John Kenneth Galbraith, l'economista che di Kennedy fu consigliere. Ce la ripete James Galbraith, che di Kenneth è il figlio ed è anch'egli un economista di primo piano, docente all'università del Texas dove è collega e grande amico di Yanis Varoufakis, neo-ministro delle Finanze greco, con il quale ha scritto il libro "Modesta proposta per uscire dalla crisi dell'euro". "Negli anni '60 si parlava di guerra fredda", dice Galbraith. "Oggi è analogo l'acerrimo confronto sui debiti e la depressione che flagellano un Paese, la Grecia, che non merita di essere messo all'angolo. Dalla Merkel, da Draghi, da Bruxelles, da nessuno".

Domani c'è la fiducia a Tsipras. Lei ci sarà?
"Sto prendendo l'aereo per Atene. Sarò a fianco di Varoufakis e lo aiuterò a preparare il progetto per il negoziato: vi rendo noto che è una delle menti più lucide e brillanti dell'economia attuale. Come potevano pretendere, i capi europei, che già avesse pronto il contro-piano se le elezioni sono state convocate in tutta fretta alla fine del 2014? Non è possibile che venga isolato solo perché rompe gli schemi".

Quali schemi?
"In questi anni abbiamo visto decine di vertici paludati, in cui con reciproco compiacimento i capi dell'Europa prendevano atto della crisi e nominavano qualche comitato con l'impegno di "fare il punto" dopo uno o più mesi. Senza mettere in discussione il mantra reazionario del rientro dal debito quale unica priorità, l'unico modo per uscire dalla crisi. Intanto la Grecia affondava. Ma la signora Merkel c'è andata? Ha visto le condizioni in cui vive, anzi ormai sopravvive, la gente? Sento parlare di ripresa, di risultati conseguiti: ma quale ripresa? Quali risultati? Solo un intervento politico deciso, di rottura, di solidarietà, può restituire dignità all'Europa. Invece appena Tsipras pronuncia la parola "ristrutturazione del debito" che vuol dire allungare i tempi, aspettare la risalita del Pil per restituirli, forse concederne qualcuno nuovo, scatta la tagliola di opposizioni, di minacce, insomma la sindrome della paura. Si devono calmare gli animi per cominciare un negoziato vero. Ho sentito qualche capo europeo esasperato perché ad ogni cambio di governo greco si sentono fare proposte nuove e si deve ricominciare daccapo: scusate, ma allora le elezioni che si fanno a fare? Allora non le facciamo per niente e facciamo governare tutto alla Germania o alla Bce".

Propone qualcosa di simile all'intervento statale con cui l'America è uscita dalla recessione?
"L'intelligenza di Obama non è stata creare nuovi strumenti bensì valorizzare quelli esistenti: social security, Medicare, Medicaid, sussidi di disoccupazione. Accorgimenti di cui si dotano i Paesi evoluti per affrontare i momenti difficili. Anche in Europa ce n'erano: con l'ossessione dei debiti li state distruggendo tutti".

martedì 3 febbraio 2015

Non lasciamo soli i cittadini della Grecia - Francesco Gesualdi

Dopo avere creduto, per ben cinque anni, che l’austerità è la strada per uscire dal debito, il popolo greco ha capito che è solo un modo per rapinarlo ed imporgli le catene del neoliberismo. Per questo ha detto basta affidando il governo ad Alexis Tsipras.
La battaglia che il popolo greco si appresta a combattere sarà molta dura. E non tanto per le cifre in gioco, quanto per le sfide politiche che le loro rivendicazioni racchiudono. La Grecia non vuole uscire dall’euro, tanto meno dall’Europa. Vuole restarci, ma la pretende diversa. Non più sottomessa agli interessi di banche, brokers e cartelli industriali, in un parola dell’1% della società, ma organizzata per fare trionfare i diritti dell’altro 99%: bambini, genitori, lavoratori, disoccupati, pensionati, studenti. Un’ Europa non più dominata dalla logica del “vinca il più forte” di matrice mercantilista, ma dal principio “che tutti possano vivere” di ispirazione solidaristica. Il trionfo dei diritti e dei beni comuni contro l’individualismo mercantilista: questa è la vera sfida posta da Tsipras.
L’Europa, è inutile negarcelo, nasce per rispondere alle esigenze di crescita delle imprese del dopoguerra. Troppo grandi per rimanere compresse nei confini nazionali, troppo piccole per affrontare il mare aperto della globalizzazione, la soluzione individuata fu un mercato comune di tipo continentale. E dopo avere abbattuto le dogane, avere uniformato le regole di produzione e commercio, avere eliminato ogni ostacolo alla libera circolazione di capitali, è stata adottata la moneta unica come ulteriore passaggio verso l’integrazione totale. La loro integrazione, però, non la nostra. L’integrazione di un’Europa concepita come una grande arena nella quale le imprese possano fronteggiarsi fra loro per portarsi via quote di mercato come fossero giocatori di rugby. Ed ecco l’adozione dell’euro senza l’introduzione di nessuna misura che cercasse di compensare le differenze di forza fra i giocatori. A suo tempo abbiamo taciuto, forse pensando che noi potessimo avere la meglio sugli altri, ma oggi che ci stiamo rendendo conto di essere dalla parte dei perdenti solleviamo le nostre grida contro l’euro.

Ma il problema non è la moneta. Il problema è la visione politica. Potremo anche avere la nostra moneta nazionale, ma se continuiamo a concepire la società in termini di profitto, mercato, concorrenza, avremo solo esacerbato gli individualismi nazionali e i conflitti di sopraffazione. Invece dobbiamo fare l’operazione inversa: dobbiamo sconfiggere la logica di sopraffazione pretendendo che cambi la gestione dell’euro, la gestione del debito, la gestione della Banca Europea.
Se Merkel e Schauble dicono no alle richieste di Tsipras non è perché siano intimoriti per le perdite economiche che la Germania può subire. Dicono no perché si rendono conto che quelle richieste mettono in discussione i fondamenti concettuali su cui è costruito il sistema che hanno servito per tutta la vita e che, per una ragione o l’altra, si sentono investiti di continuare a servire e difendere. Non è la perdita di dieci o cinquanta miliardi che li preoccupa, ma la paura di perdere la gente. Se passano le richieste di Tsipras, la gente può convincersi che altri modi di gestire i rapporti economici sono possibili, più convenienti e sicuri. La paura che la gente si svegli e cambi direzione di marcia: questa è la vera prospettiva che più li terrorizza.
Le forze di mercato metteranno in atto tutti i mezzi a loro disposizione per fare naufragare il progetto di Syriza. Ordineranno alla Banca centrale europea di non comprare i titoli greci e di negare ogni aiuto alle banche greche messe in difficoltà dalla fuga di capitali. Si inventeranno altre sanzioni per colpirla anche sul piano commerciale. Ma ricordiamoci che se perde la Grecia perdiamo tutti noi. Non solo perché anche noi saremo condannati all’austerità perpetua, al neoliberismo crescente e a una gestione dell’euro che ci porterà ad una perdita costante di diritti e salari. Ma anche perché ci condanneremo a ritardare di qualche secolo l’avvento della civiltà. E allora evitiamo di starcene alla finestra per vedere cosa succede. Scendiamo a fianco del popolo greco per imprimere un diverso corso alla storia.

lunedì 26 gennaio 2015

dice Frank Zappa


L'illusione della libertà continuerà fino a che è vantaggioso che continui. Nel momento in cui la libertà diventerà troppo costosa, tireranno giù la scenografia e il sipario, toglieranno i tavolini e le sedie e potrai vedere il muro di mattoni in fondo al teatro. 


(per Hamas è stato così, per Syriza chissà - franz)

venerdì 14 marzo 2014

la non candidatura di Antonia Battaglia

Ho ricevuto stamane una bellissima lettera da parte del Comitato per la Lista “L’Altra Europa con Tsipras”, nella quale mi si invita a non ritirare la mia candidatura e a non darla vinta a chi mi vorrebbe fuori da questa lista. La lettera, firmata da Argiris Panagopoulos in nome di Alexis Tsipras, Barbara Spinelli, Marco Revelli e Guido Viale, é stata una grande testimonianza di fiducia nei miei confronti. Ma è con grande rammarico che, mio malgrado, constato ancora che tra i candidati della circoscrizione Sud rimangono i nomi di due candidati appartenenti a SEL. 

In una lettera invitata al Comitato con Alessandro Marescotti e Riccardo Rossi, quando ancora le candidature non erano state validate, avevamo posto una condizione sine qua non: che nella lista “L’Altra Europa con Tsipras” non ci fossero esponenti dei partiti politici ed in particolare di SEL, le cui posizioni su Taranto sono in contrasto con cio’ che rappresento. La mia dichiarazione del giorno 5 marzo riaffermava quanto già sostenuto al momento della presentazione del mio nome, fin dall’inizio. 

I miei principî morali ed etici e la netta consapevolezza di non voler portare avanti una campagna per Taranto e per il Sud tutto in Europa, accanto ad esponenti di un partito che ancora ieri ha continuato a disconoscere le proprie gravi responsabilità sulla questione ILVA, mi inducono a riaffermare con forza la mia scelta. Pertanto ho pregato il Comitato di voler provvedere a levare il mio nome dalla lista dei candidati della circoscrizione Sud. Auguro ad Alexis Tsipras tutto il successo che merita in Europa.

Paolo Flores d’Arcais alle ore 12 e 39 di domenica 9 marzo ha mandato sull’episodio la seguente lettera agli altri garanti della lista L'Altra Europa con Tsipras, ai capilista e allo stesso Alexis Tsipras.

Cari amici, 
leggo sul Manifesto di oggi (e sul sito www.inchiostroverde.it a cui Il Manifesto rimanda), che Antonia Battaglia, insieme a Alessandro Marescotti e Riccardo Rossi, ha mandato il 5 marzo una lettera al comitato dei garanti della lista "l'Altra Europa con Tsipras", in cui i tre esponenti delle lotte della società civile di Taranto scrivevano: "quando ancora le candidature non erano state validate, avevamo posto una condizione sine qua non: che nella lista "l'Altra Europa con Tsipras" non ci fossero esponenti dei partiti politici ed in particolare di SEL, le cui posizioni su Taranto sono in contrasto con ciò che rappresento". 

Tale lettera, inviata a qualcuno dei garanti (Antonia Battaglia fa menzione di Argiris Panagoupolos, Barbara Spinelli, Marco Revelli e Guido Viale) è stata occultata a qualcuno degli altri garanti, e certamente a me.

Ricordo che nella teleconferenza per le candidature del 3 marzo (e in ogni altra precedente circostanza) di fronte alla possibilità (ventilata da chi aveva tenuto i contatti con le realtà di Taranto) che Antonia Battaglia ponesse come condizione sine qua non "o i dirigenti di Sel o lei", avevo espressamente detto (anche a nome di Andrea Camilleri che mi aveva delegato a rappresentarlo) che avemmo dovuto rispondere "lei", cioè Antonia Battaglia, escludendo i dirigenti Sel (del resto mi ero dichiarato comunque contrario alla candidatura degli esponenti dell'apparato vendoliano). Mi era stato risposto che nessun "aut aut" del genere era stato posto, ma che se fosse risultato ineludibile scegliere, la lista avrebbe scelto di candidare Antonia Battaglia.

Condivido pienamente perciò quanto scritto da Antonia Battaglia, quando sottolinea che "principi morali ed etici" impediscono di "portare avanti una campagna per Taranto e per il Sud tutto in Europa, accanto a esponenti di un partito [Sel] che continua a disconoscere le proprie gravi responsabilità sulla questione ILVA".

Resto allibito nel leggere sul sito www.listatsipras.eu la notizia del ritiro della candidatura di Antonia Battaglia (che la sua rinuncia ha motivato dettagliatamente e con argomenti etici e politici incontestabili) in questi termini: "Per motivi completamente diversi [da quelli di Valeria Grasso] un'altra candidata ha deciso di ritirarsi dalla corsa elettorale: Antonia Battaglia, nel Collegio Sud". Trovo questo modo di dare la notizia insultante nei confronti di Antonia Battaglia e delle lotte della società civile di Taranto, trovo che si tratti non di informazione ma di vera e propria disinformacija che getta irreparabile discredito sulla lista stessa. - Paolo Flores d'Arcais

Il 9 marzo Antonia Battaglia ha inviato a MicroMega questa lettera che contiene importanti chiarimenti "pro veritate".

Gentile Paolo, 

la ringrazio molto della email che mi ha voluto far recapitare da Barbara Spinelli. Ho apprezzato moltissimo le sue parole. 
La lettera a cui faccio riferimento é stata mandata molto prima del 5 marzo: é del 5 marzo il comunicato in cui annuncio la difficoltà di poter sposare una causa insieme a SEL e in cui chiedo al comitato di riconsiderare le candidature di SEL, ma la lettera era stata mandata già nell’ultima settimana di febbraio, al momento della presentazione delle candidature e comunque prima della composizione delle liste (ne ho copia in ufficio, domani la cercherò). 
Quello che é accaduto é stato per me, per noi a Taranto, violento. Ha creato una grande spaccatura nel mondo degli ambientalisti, che hanno creduto che io mi volessi candidare con SEL. Sono stata attaccata in modo indecoroso, ma ho tenuto duro perché ero convinta che - letta la nostra lettera- mai e poi mai la Lista Tsipras mi avrebbe messa in lista come foglia di fico per coprire la vergogna di avere SEL. 
Alla pubblicazione delle liste, con il mio nome accanto a quello di due esponenti politici di SEL, di cui Gano Cataldo, membro del coordinamento nazionale e Dino Di Palma già candidato al Senato, sono rimasta attonita. Mentre una città intera si sentiva offesa. 
Ho parlato per ore al telefono con Viale, con Torelli, con Curti, in questi ultimi giorni anche con la Signora Spinelli e ho scritto numerose emails nelle quali spiegavo perché io non potevo stare in lista con gente di Vendola, del quale tra l’altro qualche giorno fa é stato richiesto il rinvio a giudizio dalla Procura di Taranto! 
Chi nella lista ha deciso sapeva benissimo cosa faceva e mi ha esposta ad una violenza inaudita. La sera della pubblicazione delle liste, i candidati di SEL hanno pubblicato sulla loro pagina Facebook il comunicato ufficiale del partito nel quale Vendola dichiarava di aver sempre fatto il proprio lavoro per difendere la nostra città, di aver sempre lottato per « scoperchiare la realtà ed aprire i dossiers sulla diossina". Ecco, io ero in lista con loro. 
Alessandro Marescotti ed io, con Riccardo Rossi di « Brindisi Bene Comune », abbiamo passato giorni a spiegare il perché non si può mettere la persona che ha portato avanti la procedura di infrazione della Commissione su Taranto, una esponente di primo piano della lotta di Taranto, con gente di Vendola.
Ma ogni volta la risposta é stata: ma tu sei la risposta a Vendola ! Il fatto che ti candidiamo é la risposta a Vendola. Orribile scusa ed utilizzo della mia lotta per non dire a Vendola di tornare a casa. 

Ho detto spesso a Barbara che Taranto l’avrebbe vissuta come un affronto irreparabile e che il corso nuovo delle cose doveva cominciare da noi, dalla rivoluzione che Taranto desidera e che per la quale io mi batto tanto. 
Ho sottolineato in varie occasioni che il punto di vista su SEL e su Vendola non era il mio, non era strettamente personale ! Ci siamo consultati con altre città, con Brindisi, con il Molise, con La spezia, con Napoli, con la Terra dei Fuochi. La gente della terra dei Fuochi ha espresso il proprio scontento su Di Palma in varie emails che mi dicono aver mandato all’indirizzo della lista. Le nostre regioni si stanno rivoltando contro il governo di cui Vendola é esponente.
Ma le parole, le lettere, le ore di telefonate sono state vane. 
La ringrazio profondamente per le sue parole e per l’azione che ha voluto portare avanti per sostenermi. 

Antonia Battaglia 

(poichè nel sito www.listatsipras.eu uno scambio di lettere tra Antonia Battaglia ed alcuni esponenti della lista L'Altra Europa con Tsipras è presentato in modo tutt'altro che visibile per il navigatore medio ne diamo il link per accedervi direttamente: qui)

martedì 28 gennaio 2014

La distruzione della Grecia: un modello europeo - Alexis Tsipras

Dalla metà degli anni Novanta, e per quasi tutto il decennio del 2000, la Grecia era in piena crescita. Questa espansione economica aveva due caratteristiche principali: un gigantesco aumento dei profitti non tassabili per i ricchi, un sovraindebitamento e un aumento della disoccupazione per i poveri. Il denaro pubblico è stato depredato in molti modi diversi, e il sistema economico si è limitato essenzialmente a favorire il consumo di beni importati dai paesi europei ricchi. Il modello “denaro a buon mercato, manodopera a basso costo” è stato presentato dalle agenzie di rating come un esempio da seguire per ogni economia emergente dinamica.
Ma la crisi del 2008 ha cambiato tutto. Le banche, dopo le loro scommesse speculative, si sono trovate pericolosamente indebitate, e hanno potuto salvarsi solo grazie al denaro pubblico; ma è sulle loro società che gli Stati hanno poi scaricato il peso del salvataggio di queste banche. Il distorto modello di sviluppo della Grecia è crollato e il paese, non potendo più chiedere prestiti sul mercato, si è trovato a dipendere dai prestiti del Fondo monetario internazionale e della Banca centrale europea, accompagnati da misure draconiane.
Tale programma, che i governi greci hanno adottato senza battere ciglio, è composto di due parti: quella della “stabilizzazione” e quella delle “riforme”. Termini la cui connotazione positiva è destinata a mascherare la catastrofe sociale che essi producono. Così, la parte della “stabilizzazione” prevede una fiscalità indiretta devastante, tagli alla spesa pubblica senza precedenti, smantellamento dello stato sociale, in particolare nel campo della sanità, dell’istruzione e della sicurezza sociale, così come numerose privatizzazioni, comprese quelle di beni pubblici di base come l’acqua e l’energia. La parte delle “riforme”, invece, invoca la liberalizzazione dei licenziamenti, l’eliminazione dei contratti collettivi, la creazione di “zone economiche speciali” e, in generale, l’istituzione di regolamenti che dovrebbero permettere a potenti interessi economici di investire in Grecia in modo propriamente coloniale, degno del Sud Sudan. Tutto questo è solo una piccola parte di ciò che prevede il “memorandum” greco, vale a dire l’accordo firmato dalla Grecia con il Fondo monetario internazionale, l’Unione europea e la Banca centrale europea…