La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
domenica 26 aprile 2026
lunedì 13 aprile 2026
No agli specialisti in indignazione
Quando ancora esisteva una prospettiva comunista, Lenin definì l’estremismo (parolaio o nei fatti) “malattia infantile del comunismo”. Oggi, in tempi così mutati, quella di molti agguerriti commentatori dei fatti tragici e tremendi che stanno accadendo a Gaza o in Iran o in altre parti del mondo – a me pare una “malattia senile”. E non del comunismo, che – l’ho detto e lo ripeto – è finito “nel buio”, ma di noi che sopravviviamo incazzati nel decrepito Occidente mostruosamente guerrafondaio.
Questa malattia si manifesta come “indignazione specializzata”. Vengono
denunciate sistematicamente e in modi enfatici le malefatte (di Meloni, di
Netanyahu, ecc.), il silenzio e la “indignazione selettiva” delle “istituzioni,
Presidente della Repubblica compreso”, l’impotenza degli ““eroici”
oppositori del melonismo”, ma una sorta di cecità cala sulla impotenza di
queste denunce.
E allora chiedo: cosa serve continuare a gridare al lupo, al lupo, mentre
il lupo o i lupi impazzano indisturbati? Come si fa a continuare
imperterriti ad esaltare e a riproporre quasi fossero mosse politiche
decisive le spontanee ma comunque politicamente miopi manifestazioni in piazza:
per Gaza o “No Kings”? O riproporre l’azione simbolica della
Flotilla?
E’ evidente che non fermano né i genocidi né le guerre. E’ evidente che non
smuovono gli indifferenti (reali o supposti). E allora? E allora c’è bisogno di
non consolarsi con l’indignazione o improvvisando false soluzioni. Ci
proponi l’inerzia, la disperazione? No, di ragionare sulla realtà per capire
come cambiarla. «Non ridere, non lugere neque detestari sed
intelligere».
La
dichiarazione di Meloni sul divieto di celebrare una messa a Gerusalemme è
senza dubbio l’apoteosi dell’ipocrisia e del fascismo suprematista e razzista
del governo italiano.
Israele è
responsabile di settantamila morti ammazzati, la striscia di Gaza rasa al
suolo, due milioni di persone tutt’ora tenute in prigionia senza elettricità,
combustibili, cibo e acqua, ospedali sistematicamente distrutti, migliaia di
medici e infermieri deliberatamente ammazzati, una strage di giornalisti che
non ha alcun precedente storico. Oggi Israele è impegnato in una violentissima
pulizia etnica in pieno svolgimento in Cisgiordania e in un’aggressione
militare a Iran e Libano che ci ha fatto precipitare in una crisi
politico-economica gravissima e totalmente fuori controllo, che potrebbe
portare a esiti ancor più devastanti per il mondo intero e in particolare per
le attività economiche e per la sicurezza del nostro paese.
Tutto questo
è stato passato totalmente sotto silenzio dalle nostre istituzioni, Presidente
della Repubblica compreso, al punto che si pensava che tutti avessero perso la
lingua.. e invece, per una messa cattolica mancata, ecco che tutti ritrovano la
favella e si dicono indignati e offesi dall’attacco alla “libertà religiosa”,
proprio come se la distruzione di un numero sterminato di vite umane fosse una
bazzecola a fronte del divieto di celebrare un rito di un’ora.
Questa
indignazione selettiva non è solo un distillato di ipocrisia che legittima di
fatto tutti i crimini israeliani passati e recenti, ma è la prova che al nostro
governo non gliene può fregare di meno. Non solo delle decine di migliaia di
vite umane già brutalmente spezzate e di decine di milioni di persone che sono
quotidianamente vittime di attacchi terroristici per far tornare interi Stati all’età
della pietra e consentire il completamento di un genocidio, ma anche della
sorte del nostro paese che pagherà la crisi energetica indotta dai crimini
israeliani con un prezzo altissimo: prezzo che come sempre inciderà in modo più
violento su coloro che già sono in grande difficoltà.
Questo
governo, eletto da milioni di rimbambiti che si illudevano così di restituire
sovranità all’Italia, si è ormai rivelato per quello che è: il liquidatore
fallimentare del nostro paese, che manda a catafascio l’economia per poi
apprestarsi a svendere tutto ciò che avevamo costruito in secoli di dura fatica
e lotta, incluso ogni minimo residuo di dignità, puntando a trasformare il
nostro paese in parco giochi e divertimenti al servizio di ricchi annoiati e
assassini.
Tutto questo
non verrà fermato semplicemente votando qualcun altro: anche in questo
frangente gli “eroici” oppositori del melonismo hanno dimostrato la loro, di
ipocrisia, continuando a rifiutarsi di impegnarsi esplicitamente per
l’interruzione dei rapporti diplomatici e un embargo economico completo,
preferendo parlare genericamente, come Schlein, di “sanzioni”.
Questa apoteosi bipartisan dell’ipocrisia ci ricorda una verità spaventosa: non
usciremo da questa terribile crisi mondiale se non attivandoci in prima
persona, con anima e corpo, come abbiamo fatto mesi fa quando milioni di
persone nelle piazze italiane hanno pacificamente bloccato il paese dimostrando
che il popolo unito e attivo detiene un potere superiore a quello delle armi e
degli eserciti. È questa l’unica via, con buona pace di chi ama delegare per
continuare a pensare esclusivamente ai fatti suoi, e la prossima ripartenza
della Flotilla per Gaza sarà un banco di prova per l’umanità intera che non
possiamo permetterci nè di ignorare nè di fallire.
domenica 22 marzo 2026
Passioni tristi al servizio del capitale e del fascismo - Nuria Alabao
Qualcuno condivide un’intervista con un filosofo (ma potrebbe essere un giornalista, un cantante o un pompiere, non importa), le risposte sono immediate: accanto a un commento gentile, divampano le fiamme dell’aggressività. Vengono definiti fuori luogo, pagliacci, sgualdrine o pazzi, che si tratti di un disaccordo importante o di un dettaglio insignificante. Spesso, abbastanza chiaramente, la risposta è al titolo scelto dal media, non al contenuto dell’intervista. Non è tutto fuoco nemico, però molti degli insulti peggiori provengono da questa parte della barricata, da quelli di noi che presumibilmente condividono “qualcosa”, la chiamano “sinistra” – anche se non è sufficiente – perché difendere il pluralismo e il dissenso non è sempre la nostra caratteristica principale (penso al femminismo, ad esempio).
Diciamo di
voler porre fine al fascismo, ma la sua influenza ha da tempo preso possesso
dei nostri corpi. È stata colpa dei social media, con i loro algoritmi perversi
che diffondono i messaggi più estremi e dannosi? È colpa dell’anonimato? O
forse erano già lì, soprattutto con l’aumento della paura di cadere, della
solitudine… la paura nelle sue molteplici forme che ti fa sentire come se
stessi fluttuando senza nulla a cui aggrapparti – e mancava solo il veicolo,
l’arma carica che sono i social media. Certo, non è tutto negativo; c’è anche
potere e gioia, espressione e creatività, e la possibilità di entrare in
contatto con altre anime folli o sradicate. Qualunque sia la tua follia, sai di
non essere solo. Ma anche così, ci sono giorni in cui spegni il telefono e le
sue chiacchiere incessanti perché è difficile resistere all’ennesima sfida
rabbiosa, all’ennesimo insulto. Perché questa costante sensazione di pesantezza
e nebbia?
Il panorama
attuale è caratterizzato dalla devastazione dei legami sociali e delle forme di comunità, frutto di
cinquant’anni di neoliberismo. Questa devastazione assume la forma della
solitudine: stiamo camminando su una corda tesa. Il filosofo Franco “Bifo”
Berardi dice che un’altra sfida epocale caratterizza questa solitudine,
caratteristica della vita contemporanea: quella dei giovani cresciuti dalle
macchine; se non fosse per la scuola, molti trascorrerebbero più tempo con i
dispositivi elettronici che con altri esseri umani. Sebbene ciò possa sembrare
allarmistico – le macchine consentono anche l’interazione con altre persone –
conosciamo già alcuni degli effetti che ciò sta avendo sugli adolescenti. Bifo
afferma che questa nuova condizione antropologica “non è felice”. Potrebbe
essere correlata alla devastazione emotiva che sta lasciando nei giovani, anche
se non è l’unico fattore determinante? “La prova – sottolinea Bifo – è
che la depressione è diventata un fenomeno di massa e che le
forme di sofferenza si stanno moltiplicando fino a diventare predominanti nella
realtà sociale”. Se non la depressione in sé come fatto clinico, certamente
come un’emozione che le assomiglia.
La vita
psichica come materia prima
Ciò che
scopriamo nell’economia dell’attenzione è che una cattiva salute mentale la
alimenta. Nella sua teoria dell’ecologia-mondo, Jason W. Moore spiega che il
capitalismo ha storicamente dipeso dall’appropriazione di alcuni elementi “a
basso costo” per l’accumulazione di capitale: lavoro, natura, energia, cibo.
Moore mostra come il sistema abbia costantemente bisogno di identificare nuove
“frontiere” di appropriazione quando quelle precedenti si esauriscono o
generano resistenza. Dall’argento americano alla gomma amazzonica, dai
contadini espropriati o dalla schiavitù alle donne costrette a lavori di cura
non retribuiti, il capitalismo si espande attraverso queste strategie di
riduzione dei costi.
All’inizio
del XXI secolo, il capitalismo si trova ad affrontare una chiusura storica
delle sue frontiere classiche. Non ci sono territori fisici significativi
rimasti inutilizzati; gran parte
del lavoro mondiale è già altamente precario o informale, e la natura è al
limite della sua capacità rigenerativa. Ma il capitalismo digitale è in
grado di scoprire nuovi territori vergini: la nostra vita mentale, il nostro
tempo e la nostra attenzione. Affetti e desideri diventano qui materie prime.
L’accumulazione
continua attraverso l’invasione di un altro mondo da conquistare: il nostro
mondo interiore. L’appropriazione, in questo caso, è quella
dell’energia psichica che riversiamo nelle reti, che potrebbe essere
percepita come un’altra merce “a buon mercato”. I teorici postfordisti italiani
– Maurizio Lazzarato, Mario Tronti, Paolo Virno e altri – hanno spiegato questo
meccanismo molto presto. Il capitale non sfrutta più solo il tempo di lavoro in
fabbrica, sostenevano, ma sta colonizzando tutta la vita sociale, mercificando
sempre più ambiti dell’esistenza. “Vita messa al lavoro” significava che il
valore poteva essere generato dalle emozioni, dalle capacità linguistiche o
relazionali, dal consumo o dall’immaginazione, che si trattasse di pubblicità,
lavoro creativo o lavori di servizio. Ma ciò che forse non avevano previsto era
la misura in cui le piattaforme avrebbero realizzato questa profezia. Al di là
dei servizi a pagamento, quando scorriamo Instagram, ci insultiamo a vicenda su
X e riversiamo i nostri desideri e le nostre frustrazioni su Facebook, stiamo
mettendo in atto esattamente ciò che Virno chiamava “cooperazione
produttiva”: alimentiamo la macchina, generiamo dati che addestrano
algoritmi e sviluppiamo contenuti che tengono agganciati gli altri utenti
attraverso un continuo lavoro emotivo. E tutto ci torna indietro come una
merce. Questo lavoro è invisibile proprio perché mascherato da svago o
socializzazione “libera”, quando in realtà è un’attività produttiva che
arricchisce i proprietari della Silicon Valley, molti dei quali sono ora caduti
nelle braccia del fascismo.
Le
piattaforme digitali e gli algoritmi che ne costituiscono la spina dorsale sono
la tecnologia che rende possibile questa appropriazione massiccia e
sistematica. Proprio
come la nave negriera ha permesso la cattura di schiavi africani su scala
industriale, o il filo spinato che circondava le terre comunali, lo smartphone
e l’algoritmo sono al servizio della colonizzazione delle nostre vite
psichiche. E lo fanno in gran parte attraverso l’odio e le emozioni negative.
Passioni
tristi, carburante premium
Il
capitalismo delle piattaforme ha scoperto che le passioni tristi sono più
redditizie perché sono più facili da generare, più abbondanti come materia
prima e generano più coinvolgimento e tempo di permanenza. C’è la tendenza a tradurre i
nostri problemi di vita, le nostre insicurezze e le nostre paure in insulti e
mancanza di rispetto. Tutti noi commentiamo di più quando siamo arrabbiati o
indignati e ci soffermiamo più a lungo quando siamo ansiosi di non perderci
nulla. Ma anche, mentre un tempo gli algoritmi premiavano l’interazione, ora si
basano sull’attenzione; in altre parole, abbiamo perso la capacità di
scegliere. Ciò che vediamo non dipende più solo dai nostri gusti o da ciò che
condividiamo; ora ci mostrano ciò su cui ci soffermiamo, ciò che guardiamo, ad
esempio qualcosa che ci disgusta o ci fa arrabbiare. Anche cuccioli che salvano
neonati o una scimmia triste che gioca con il suo peluche, qualsiasi cosa ci
capiti di guardare. Ma sembra che ciò che risuona di più sia ciò che si collega
alle nostre frustrazioni e al nostro dolore.
Paura,
indignazione e risentimento creano dipendenza molto più della gioia. Anche a sinistra, tendiamo a puntare
il dito contro i nostri vicini o colleghi, moralizzando o monitorando le loro
espressioni: la polizia semiotica che portiamo dentro di noi. Il cortisolo e
l’adrenalina dell’indignazione sembrano più potenti della gioia, almeno quella
che circola sui social media. Generano quindi maggiori profitti per le
piattaforme. Il risultato è uno spazio che dovrebbe essere pubblico – o che
funziona attraverso la finzione di esserlo – ma dove le emozioni distruttive
sono sovrarappresentate, le discussioni sono semplificate fino all’assurdo o
alla politica identitaria, e dove le posizioni più estreme circolano più
ampiamente.
In questa
giungla oscura, l’estrema destra è straordinariamente efficace perché il suo
discorso è strutturato proprio attorno a queste tristi passioni o lavora
attivamente per provocarle. Disaffezione verso il sistema, ma anche risentimento (contro élite,
migranti, femministe), paura del declino sociale, dell’invasione o della
“sostituzione”, di vedersi “portare via ciò che è nostro”; solidarietà
negativa: se sono fregato, non voglio che gli altri abbiano la vita più facile.
Sono maestri nel trasformare alienazione e disagio in reazione, in sostegno al
loro progetto politico. La loro estetica facilmente “memeabile”, la loro ironia
trasgressiva, la loro capacità di trasformare il razzismo in shitposting e
la misoginia in umorismo, si adattano perfettamente a un mezzo che punisce la
complessità e premia la reazione viscerale.
Il risultato
è un circolo vizioso in cui le piattaforme non solo diffondono queste tristi
passioni, ma le producono anche. Da un lato, plasmano un’immagine particolare del
mondo: massima esposizione delle nostre vite, personalità da brand, retorica
semplicistica, competizione e una concezione della politica come comunicazione,
come se avere i discorsi migliori o le idee migliori fosse sufficiente per
influenzare il mondo. Dall’altro, finiscono per generare il tipo di soggettività
di cui l’estrema destra ha bisogno: frammentata, risentita, triste e dipendente
dalla propria impotenza. Siamo, quindi, più facili da governare. Come afferma
Spinoza nella sua Etica, le passioni tristi ci
indeboliscono e ci rendono meno autonomi e più dipendenti – e questa
dipendenza è esattamente ciò di cui il modello di business dell’economia
dell’attenzione ha bisogno. Ci privano della capacità stessa di resistere.
Oltre a
estrarre valore, distruggono la nostra capacità di agire collettivamente. Amplificano il danno
psicologico e la depressione che si ripresentano sotto forma di aggressività.
Tornando a Bifo, questa appropriazione algoritmica della nostra psiche
“sottopone la mente collettiva a uno stress che la rende incapace di ragionare,
criticare ed empatizzare”. A suo avviso, la depressione che ne consegue sembra
trovare sfogo nella violenza. “Meglio aggressivi che tristi” potrebbe essere il
suo motto. L’aggressività come “cura per la depressione” è l’effetto
predominante del fascismo, dice Bifo, “una forma di terapia alimentata da
anfetamine per la sofferenza e la solitudine che produce sempre,
sistematicamente, effetti di moltiplicazione della violenza e delle dinamiche
suicide”. E i social media diffondono questo veleno di affetto fascista sotto
forma di violenza digitale canalizzata da algoritmi oscuri.
L’approccio
spinoziano propone di resistere aumentando il nostro potere, non nutrendo
risentimento. Da un lato, sappiamo già che la sfida è politicizzare le
frustrazioni in modo emancipatorio, ovvero reindirizzare la nostra rabbia
contro coloro che provocano le nostre insicurezze. Per fare questo, la nostra
capacità affettiva dovrebbe essere incanalata nella produzione collettiva di un
bene comune. Un buon punto di partenza sarebbe cercare di essere
generosi con noi stessi, o forse definire quel “noi” in modo più generoso:
non c’è bisogno di commentare o postare sui social media tutto ciò che non ci
piace delle nostre colleghe, il che non significa chiudere importanti dibattiti
strategici, ma piuttosto affrontarli con rispetto.
Le passioni
gioiose spesso richiedono anche un ritmo più lento: incontrarsi per
discutere di persona, connettersi, studiare, pensare con complessità, senza
ridurre ogni dibattito a due poli opposti. Ma la comunità, il sostegno
reciproco e la politica faccia a faccia ci rendono meno facilmente
manipolabili, più autonomi ed espandono la nostra capacità di azione. Sebbene
questo non implichi necessariamente un ottimismo ingenuo, non si tratta di
“essere positivi”. L’ottimismo non è essenziale per combattere. Non ci si
impegna politicamente perché si pensa di vincere – che cosa significa vincere,
in fondo? Non si sa mai cosa potrebbe succedere finché non accade, non si
conosce appieno il potenziale di una scommessa finché non la si porta fino in
fondo. Si può combattere (o disertare) senza necessariamente credere che ciò
che verrà sarà migliore. Si può combattere perché è il modo migliore di vivere.
Pubblicato
su Ctxt con il titolo completo Pasiones
tristes al servicio del capital y el fascismo (o el porqué del odio en redes)
lunedì 2 marzo 2026
89 anni fa la strage degli etiopi, l’Italia non ha mai chiesto scusa. Neppure Meloni - Mario Pizzola
Il 19 febbraio è un giorno di lutto per l’Etiopia. E’ il giorno che ricorda
gli eccidi compiuti dagli italiani durante la dominazione fascista. Ma l’Italia
non ha mai chiesto scusa per quelle stragi né ha mai fatto i conti con il suo
passato colonialista in Africa. Una storia di sopraffazione e di violenza che è
stata sempre rimossa dai nostri governanti.
A questa tradizione si è attenuta anche la premier Giorgia Meloni che nei
giorni scorsi è stata ad Addis Abeba per il secondo vertice Italia-Africa e
dove ha avuto colloqui con il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali. Nessun
accenno, neppure questa volta, al nostro passato razzista e ai nostri crimini
coloniali.
La rimozione è iniziata subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
A differenza dei crimini nazisti che, con il Processo di Norimberga, hanno
visto non solo la punizione dei colpevoli ma anche l’occasione per una
riflessione collettiva su quel tragico periodo storico, nulla di simile è
avvenuto nel nostro Paese.
Nella Conferenza di Pace di Parigi del 1946 la delegazione italiana,
guidata dal presidente del consiglio Alcide De Gasperi, cercò inutilmente di
ottenere la restituzione all’Italia delle sue colonie del periodo prefascista –
Eritrea, Somalia e Libia – come riconoscimento e compenso del contributo del
nostro Paese alla sconfitta del nazifascismo.
Secondo il governo italiano andava fatta una distinzione tra l’avventura
fascista e il dominio coloniale precedente perché quest’ultimo, attraverso gli
investimenti economici, avrebbe favorito il progresso delle colonie,
accreditando l’Italia come il Paese più capace a condurre il Corno d’Africa
verso l’autogoverno.
La delegazione etiopica non si limitò ad opporsi alle rivendicazioni
territoriali dell’Italia ma chiese che venissero processati per crimini di
guerra molti esponenti militari e politici della dittatura fascista che si
erano resi responsabili di stragi orrende durante la dominazione coloniale.
Ma la richiesta degli etiopi venne respinta dalle potenze vincitrici,
soprattutto dagli angloamericani che vedevano in alcuni personaggi, come il
generale Badoglio, un possibile baluardo per la lotta al comunismo.
Gli etiopi ridussero allora le loro richieste, limitandosi a presentare
alla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra solo dieci casi,
tra i quali emergevano i nomi di Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani, Guido
Cortese ed Enrico Cerulli, ovvero le personalità più direttamente coinvolte
negli eccidi.
Ma la Commissione delle Nazioni Unite, pur riconoscendo l’accuratezza della
documentazione presentata dagli etiopi, accettò la richiesta di estradizione
solo per Badoglio e Graziani. Il primo era accusato di aver impiegato armi
chimiche vietate dagli accordi internazionali. Il secondo di aver scatenato una
brutale repressione attraverso la quale furono massacrati migliaia di civili
inermi.
Si era intanto arrivati al 1949. Tutto lasciava sperare che almeno i
principali responsabili fossero sottoposti a processo. Ma il governo italiano
respinse la richiesta di estradizione e così nessuno ha mai pagato per quei
crimini.
Pietro Badoglio morì per un attacco di asma nella sua casa a Grazzano il 1°
novembre 1956 e gli vennero riservati anche i funerali di Stato. Rodolfo
Graziani, invece, venne processato ma non per gli eccidi in Etiopia bensì per
aver collaborato con l’esercito occupante tedesco dall’8 settembre 1943 fino al
termine del conflitto nella sua qualità di Ministro della Guerra della
Repubblica di Salò.
Condannato a 19 anni di carcere, Graziani se ne vide condonare subito 13,
ma scontò solo quattro mesi in quanto venne conteggiato il periodo della carcerazione
preventiva. Tornato alla vita civile Graziani continuò a professare le sue idee
fasciste e nel marzo del 1953 ebbe come riconoscimento la presidenza onoraria
del MSI.
Ma quali furono i crimini commessi dagli italiani in Etiopia? Le Forze
Armate italiane, agli ordini di Badoglio e su espressa autorizzazione di
Mussolini, utilizzarono ampiamente il gas iprite vietato dal Protocollo di
Ginevra del 1925. A Badoglio è attribuita la responsabilità di aver ordinato
almeno 65 bombardamenti all’iprite per un totale di oltre mille bombe C-500-T.
Inoltre, Badoglio era accusato di aver bombardato ospedali della Croce Rossa.
Quella che è passata alla storia come “la strage di Addis Abeba” avvenne il
19 febbraio 1937. Quel giorno ci fu un attentato della resistenza etiope che
aveva come obiettivo il viceré d’Etiopia Rodofo Graziani. L’attentato provocò
sette morti e circa cinquanta feriti. Graziani si salvò ma rimase seriamente
ferito.
La reazione fu spietata. Il segretario federale del partito fascista Guido
Cortese, che aveva sostituito Graziani in quanto in ospedale, fece distribuire
armi a tutti gli italiani incitandoli alla mattanza. Gli etiopi vennero
trucidati con tutti i mezzi a disposizione: a fucilate, con impiccagioni e a
colpi di bastone, ma anche legati ai camion e trascinati lungo le strade.
Molti, tra cui anziani, donne e bambini morirono bruciati vivi nelle loro
capanne date a fuoco. Si calcola che le vittime furono tra le 20 e le 30.000.
A questa strage seguì quella compiuta nella città santa di Debrà Libanos.
Qui, su ordine di Graziani, vennero massacrati i monaci cristiani di osservanza
copta, solo perché sospettati di aver protetto gli attentatori del 19 febbraio.
Le esecuzioni sommarie vennero attuate dal generale Pietro Maletti al quale furono
intitolate delle strade in diversi Comuni italiani, rimosse solo da pochi anni.
Il numero dei monaci uccisi non è certo ma si calcola che furono tra 1400 e
2000.
Alcuni ministri italiani della Difesa, come Roberta Pinotti e Lorenzo
Guerini, avevano assunto l’impegno di rendere omaggio alle vittime dei crimini
italiani in Etiopia ma non se n’è fatto nulla. Niente scuse, dunque, né
risarcimenti, né restituzione dei beni artistici che furono rubati agli etiopi
dall’esercito italiano. La memoria di quell’epoca sanguinosa continua ad essere
velata, se non apertamente oscurata, anche nella Repubblica democratica ed
antifascista di oggi.
Ma c’è chi invece, stando al governo, mantiene viva la memoria dell’Italia
fascista e coloniale che fu. Come l’attuale ministro dell’agricoltura Francesco
Lollobrigida, ex cognato di Giorgia Meloni, che nell’agosto del 2012 prese
parte ad Affile, in provincia di Roma, all’inaugurazione del mausoleo dedicato
a Graziani e sul quale campeggia la scritta “Patria – Onore”. Nell’occasione
Lollobrigida non seppe nascondere la sua ammirazione per il “Maresciallo
d’Italia” affermando che per lui, e non solo per lui, Graziani (detto anche “il
macellaio del Fezzan”) sarà sempre “un punto di riferimento”.
sabato 14 febbraio 2026
RISIERA E FOIBE: UN ACCOSTAMENTO ABERRANTE - Giovanni Miccoli (articolo del 1976)
Il processo sui crimini della Risiera ed il dibattito e le iniziative svoltisi intorno ad esso si configurano già, ancor prima della sua conclusione, come un fatto di grande rilievo nella vita della città. Nonostante i gravissimi limiti dell’istruttoria e del rinvio a giudizio, è emersa con prepotenza dalle testimonianze e dai problemi posti via via in margine alle udienze la realtà profonda di quella mentalità e di quella pratica di “antislavismo” e di “anticomunismo” che costituiscono un presupposto fondamentale per capire il fascismo di queste terre e le motivazioni reali del collaborazionismo filonazista maturatosi durante il periodo dell’Adriatisches Küstenland” e quindi per capire anche il perché della Risiera a Trieste, campo di concentramento e di smistamento verso i Lager tedeschi ma anche e soprattutto campo di sterminio strettamente collegato alla lotta e alla repressione antipartigiana.
Sono fatti emersi con grande chiarezza e che rinviano
a precise responsabilità politiche, chiamando sul banco degli imputati
atteggiamenti, mentalità, azioni, modi di essere che operarono allora, e
largamente continuarono ad operare nella nostra regione anche negli anni del
dopoguerra. Il fatto stesso che un tale processo si sia celebrato con tre
decenni di ritardo, che omertà, silenzi, colpevoli mancanze di iniziativa delle
autorità e delle forze politiche maggioritarie abbiano a lungo cercato di
cancellare o far dimenticare le tracce della Risiera, attesta esemplarmente
quanto l’eredità del passato e il contesto generale grazie al quale la Risiera
era potuta nascere abbiano continuato a pesare nelle vicende e negli
atteggiamenti della società locale, e negli scontri, nelle lotte, nelle
tensioni e contrapposizioni che l’hanno caratterizzata.
Esplicitare tutto questo è necessario, per superare
veramente quel passato, per porre basi solide e di massa – nella cultura, nei
valori, nella consapevolezza degli uomini e delle donne di queste terre – alle
prospettive di un futuro diverso, diversamente costruito ed orientato. Anche
per questo, mi pare, bisogna fare di più di quello che si è fatto finora per
allargare il dibattito e l’informazione, per portarlo nelle scuole e nei
quartieri, seriamente, come un problema che investe e riguarda ancora, da qesto
punto di vista, le responsabilità di tutti, come un problema che allora ha
coinvolto, per consenso, per colpevole silenzio, per supina accettazione, per
distorta concezione e pratica di valori e miti più o meno autentici, le
responsabilità di tutti. Non si tratta di fare del moralismo astratto e di
proporre perciò un discorso del tipo “tutti peccatori”, che nella sua
indifferenziata genericità annullerebbe le sempre necessarie distinzioni di
responsabilità, di iniziativa, di azioni. Ma di affermare e sottolineare con la
forza dei fatti e delle vicende reali che, come il fascismo in queste terre non
fu episodio di pochi, ma trovò consensi, appoggi, alleanze in un terreno
profondamente disposto ad accoglierlo, così il nazismo – e l’antislavismo,
l’anticomunismo, lo stesso antisemitismo che alla esperienza fascista
strettamente si riallacciano – poterono operare qui e tradursi negli stermini
della Risiera perché larghi strati della nostra società erano già stati
orientati ed individuare in certe direzioni l’alleato ed in altre il nemico da
combattere.
Ma proprio per questo anche un altro discorso va
fatto, con estrema precisione e chiarezza, riguardo al sistematico accostamento
tra la Risiera e le foibe, portato avanti con numerosi interventi dal “Piccolo”
e dai gruppi della destra locale. Ed è un discorso di netto e radicale rifiuto
di tale accostamento, perché Risiera e foibe sono due fatti sostanzialmente e
qualitativamente diversi, e perciò assolutamente incomparabili fra loro. La
premessa di un tale giudizio non sta nel distinguere le responsabilità di chi è
morto – come pure si deve e si dovrà, in un’analisi complessiva di quelle
vicende – ma nell’individuare e quindi nel distinguere gli ambienti e le
ideologie e le circostanze grazie ai quali quei determinati fatti hanno potuto
prodursi. La Risiera è il frutto razionale e scientificamente impostato
dall’ideologia nazista, che come ha prodotto Belsec e Treblinka, e Auschwitz e
Mauthausen, e Sobibor e Dachau, così ha prodotto la Risiera, e l’ha prodotta
qui, ha potuto produrla qui perché, per i fini ai quali doveva rispondere, ha
trovato compiacenti servizi in ambienti largamente predisposti dal fascismo. Le
foibe (quando non si tratti, come spesso si è trattato, di un modo di
“seppellire” dei morti altrui: vi ricorsero i partigiani, vi ricorsero tedeschi
e fascisti: e anche questa è una pagina in gran parte ancora da indagare, per
evitare facili e troppo frequenti generalizzazioni e amplificazioni) sono la
risposta che può essere sbagliata, irrazionale e crudele, ma pure sempre
risposta alla persecuzione e alla repressione violenta e sistematica cui per
più di vent’anni lo Stato italiano (il fascismo, si dirà, ma il fascismo aveva
il volto dello Stato italiano) aveva sottoposto le popolazioni slovene e croate
di queste zone. È assurdo parlare, riferendosi ad esse, di genocidio o di
programmazione sistematica di sterminio, ma sì di scoppio improvviso di odii e
rancori collettivi a lungo repressi.
Le foibe istriane del settembre 1943, connesse allo
sfasciarsi di ogni struttura politica e militare dello Stato italiano (varie
centinaia gli infoibati secondo un rapporto abbastanza preciso proveniente dai
Vigili del fuoco di Pola), corrispondono ad una vera e propria sollevazione
contadina, improvvisa e violenta come tutte le sollevazioni contadine: colpisce
i “padroni” – classe contro classe – perché padroni, padroni che sono anche
italiani, italiani che per essere tali sono “padroni”, gli oppressori storici
di sempre. Le foibe dell’aprile-maggio 1945, dove finirono quanti vennero presi
e giustiziati sommariamente in quella furia di vendetta che sempre accompagna i
trapassi violenti di potere, si inquadrano ancora, almeno in parte, in questo
contesto: non vi furono giustiziati solo fascisti e nazisti per i crimini che
avevano commesso e per l’odio che avevano suscitato (i calcoli del sindaco G.
Bartoli, che sembrano peccare eventualmente per eccesso, elencano quattromila
scomparsi, ma tra costoro sono compresi anche i caduti nelle azioni belliche
locali tra il ‘43 e il ‘45); vi furono certamente coinvolte anche persone che
con il fascismo poco o nulla avevano a che fare: è ragionevole pensare che
furono coinvolte perché si trattava di italiani. Ma anche qui non si può
dimenticare che un tale odio e una tale reazione trovano la loro ragione di
fondo e la loro motivazione oggettiva in ciò che fu il fascismo di queste
terre, nelle violenze squadristiche, nelle vessazioni, nei villaggi sloveni e
croati incendiati, in quell’odio antislavo insomma che è componente anche degli
stermini della Risiera e che fu truce prerogativa del fascismo e del
collaborazionismo nostrano. Non si possono insomma confondere, né moralmente né
storicamente, oppressori ed oppressi, nemmeno quando questi prendono il
sopravvento e si vendicano talvolta anche selvaggiamente. E se un collegamento
tra i due momenti si vuole stabilire esso sta semmai nella perversione dei
rapporti, nell’imbestialimento dei costumi, nello stravolgimento dei valori,
prodotto dal fascismo e dal nazismo, che non lasciarono indenni, non potevano
lasciare indenni, nemmeno coloro che essi opprimevano (così come, ben più in
generale, si può affermare che è una ben stolta illusione pensare che l’Italia
fascista non sia riuscita anche a intaccare, coinvolgere, in qualche modo
corrompere quell’Italia che pur fascista non era né voleva diventarlo: non si
parla, sia chiaro, dei singoli, ma del costume, dei rapporti sociali, dell’insieme
della collettività.
Solo avendo ben chiare queste premesse si può parlare
delle foibe: e se ne parli e se ne discuta, finalmente, e si indaghi con
serietà sulla realtà dei fatti e delle circostanze, anche per mettere fine alle
sporche strumentalizzazioni di chi di quegli odii, da cui anche le foibe sono
nate, è primo responsabile: per inquadrarle anch’esse, così come vanno
inquadrate, tra gli esiti del fascismo ed il conseguente scatenarsi degli odii
nazionali. Ma è aberrante e grave l’ipotesi di un processo oggi (auspicato più
volte sul “Piccolo” e annunciato come certo in un recente numero del
“Meridiano”) dopo tutti i processi degli anni cinquanta (comodamente
dimenticati da chi si fa promotore di una tale iniziativa: è la Risiera che non
aveva mai avuto un processo, non le foibe, che di processi ne hanno avuti
decine, e spesso forzati e immediatamente strumentali alle lotte e alle manovre
politiche di allora), che si vorrebbe affiancare al processo della Risiera:
perché è un processo che nascerebbe appunto, di fatto e nelle volontà dei suoi
promotori, come contraltare dell’altro, in un accostamento storicamente e
moralmente infondato se non, ancora una volta, da un punto di vista
nazionalista e fascista: un processo non ad un’ideologia e a un sistema, e
quindi occasione di crescita e di consapevolezza civile, ma un processo ad una
reazione irrazionale e violenta che trovava rispondenza in tensioni e
lacerazioni di interi gruppi sociali, e perciò inevitabilmente aperto, per gli
equivoci gravi da cui nascerebbe, alla strumentalizzazione fascista e
nazionalista. È una prospettiva questa, vogliamo crederlo, che nessuna delle
forze democratiche vorrà permettere, a rischio di produrre ancora una volta
quelle spaccature, quelle lacerazioni e quelle contrapposizioni grazie alle
quali in queste terre il neofascismo ha potuto riprendere a prosperare anche
nel dopoguerra.
(pubblicato 7 maggio 2013)
martedì 10 febbraio 2026
domenica 8 febbraio 2026
Ma da che parte sta l’Italia? - Franco Beradi Bifo
Ci si chiede: ma da che parte sta l’Italia? Sta dalla parte dell’Unione europea o dalla parte del Fuhrer biondo che abita oltre Oceano? Ci batteremo per l’onore d’Europa o spezzeremo le reni alla Groenlandia? Domande legittime, ma inutili, poiché la risposta è irrilevante.
L’Italia, governata
dai successori di Mussolini, correrà come al solito in soccorso di chi vince.
Per poi scoprire strada facendo che chi stava vincendo alla fine ha perduto.
La questione
groenlandese sta accelerando il processo di disintegrazione dell’Occidente, come ha mostrato in
un discorso imprevedibilmente coraggioso il premier canadese Mark Carney:
l’ordine internazionale è sempre stato una finzione, ma rendeva almeno
formalmente possibile contenere l’aggressività dei più forti. Quell’ordine è
finito perché mantenere la finzione significherebbe solo accettare la
subordinazione al dispotismo degli Stati Uniti d’America.
Gli internazionalisti
salutano la disintegrazione del blocco colonialista occidentale come un fatto
positivo, ma sanno benissimo che è assai pericoloso, perché il gigante ferito
userà tutti gli strumenti di cui dispone per imporre la sua egemonia. Tra quegli
strumenti c’è la devastazione finale del pianeta. Delle nazioni non si
può dire niente, perché non esistono, ma il patriottismo dà vita al loro
fantasma: culto idiota della violenza, desideri di uccidere e morire per futili
motivi.
Per capire l’ambiguità
e i tentennamenti del governo Meloni nell’attuale fase di disintegrazione
accelerata dell’ordine internazionale è opportuno ricordare qualcosa
della storia italiana e anche, un po’, della storia culturale di
questo paese.
Potremmo cominciare
ricordando che Italia è un’entità che i poeti hanno immaginato femminile, ma
che a un certo punto della storia moderna ha dovuto convertirsi brutalmente
all’ordine maschile del progresso industriale e della forza militare senza
riuscire benissimo nella transizione di genere.
Come tutti sanno il
segretario fiorentino nel suo libro più celebrato definisce il potere politico
proprio in base al primato del maschile.
“Io iudico bene questo: che sia meglio essere impetuoso che rispettivo
(rispettoso); perché la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere
sotto, batterla e urtarla. E si vede che si lascia più vincere da questi, che
da quelli che freddamente procedano; e però sempre, come donna, amica dei
giovani, perché meno respectivi, e più feroci e con più audacia la comandano”
(Niccolò Machiavelli: Il principe, paragrafo XXV).
Il principe è colui
che con la forza possiede e soggioga ai suoi voleri la Fortuna, imprevedibilità
degli eventi mondani, ché la Fortuna è femmina e volentieri si sottomette a chi
la brutalizza. Naturalmente il primo ministro Meloni questo lo sa
benissimo. Occorre dunque farsi maschi, se si vuole
machiavellicamente gareggiare nella contesa del combattere e dell’accumulare,
anche se la bellezza delle città d’Italia sta proprio nella loro femminile
irregolare sensualità.
Nel Novecento la
questione si fece drammatica, ecco allora che il Futurismo mostra i
muscoli e i bicipiti, promette avventure strabilianti, adora
la macchina e disprezza la donna e l’Italietta.
In generale la storia
delle nazioni ha qualcosa di ridicolo, ma la storia nazionale italiana è
ridicola al massimo grado, anche se disgraziatamente rotola nel tragico ogni
qual volta i proclami e le pose devono misurarsi con la realtà delle guerre
nazionali o della competizione economica. Diciamo che l’Italia è un tentativo
maldestro e mal riuscito di transizione o forse di travestimento. Ecco allora
l’esibizione di una virilità esagerata, le caricature come Roberto Vannacci e
Matteo Salvini, ecco allora le défaillance, i momenti di sbandamento
e incertezza al momento di compiere scelte che i veri maschi compiono senza
tentennamenti ma l’incerta matria che si vuole patria non riesce a compiere
senza pentimenti, voltagabbanismi e susseguenti inevitabili disfatte.
Potremmo parlare dell’azzardo
del 1915, quando folle di esagitati studentelli e piccolo borghesi pretendevano
l’intervento nella guerra europea. Poco importa dove, e poco importa a
fianco di chi, e soprattutto poco importa perché. Dovevamo batterci per
cancellare il ricordo dell’Italietta, la svergognata femminella crepuscolare.
Alla fine si decise di farla comunque, quella guerra. Era del tutto inutile,
dal momento che gli austriaci avevano promesso la restituzione dei territori
irredenti (e anche un poco irridenti).
Si voleva combattere,
accidenti. E si combatté. Naturalmente fu una catastrofe. “O Gorizia tu sia
maledetta per ogni cuore che sente coscienza – cantavano gli alpini mandati a
morire a plotoni – Dolorosa ci fu la partenza e il ritorno per molti non fu…”.
Finita la guerra con la vittoria
delle potenze dell’Intesa cui l’Italia si era accodata in extremis per far
bella figura, il presuntuoso presidente Wilson chiamò tutti a Versailles. Gli
italiani furono trattati, come meritavano, da voltagabbana inaffidabili e
inetti. L’Italia aveva tradito i suoi alleati (che erano Austria e
Germania), aveva dato prove militari disastrose, aveva vinto la guerra perché
stava dalla parte dei vincitori.
Emanuele Orlando,
primo ministro del Regno d’Italia, dichiarò che in quella guerra l’Italia aveva
sofferto cinquecentomila perdite più novecentomila feriti. Mezzo
milione di persone morte per niente, perché quell’intervento fu comp
letamente inutile, insensato, autolesionista. Tragico, ma la conclusione a
Versailles nel 1919 fu comica. Orlando e Sonnino rappresentavano l’Italia al
Congresso che doveva decidere (e decise, purtroppo) le sorti
del mondo. I due tentarono disperatamente di dare un’immagine maschia del loro
paese, ma non ci riuscirono tanto bene. Umiliati i rappresentanti
italiani abbandonarono il Congresso. Da quel momento Mussolini iniziò
la sua ascesa verso il potere.
Ricapitoliamo gli
eventi precedenti per chi non li ricorda bene.
Quando, nel 1914,
l’attentato di Sarajevo diede avvio al conflitto, l’Italia doveva decidere se starsene
in pace o partecipare a una guerra che non la riguardava. Gli italiani erano
alleati degli imperi centrali, Austria e Germania, ma nel trattato d’alleanza
c’era una clausola che li esautorava dall’intervenire. L’alleanza aveva
carattere difensivo, e poiché l’Austria aveva attaccato la Serbia per vendicare
la morte del povero Francesco Ferdinando, l’Italia poteva dire ce ne stiamo
fuori. Ma no. Bisognava cancellare la neghittosa femminuccia e affermare
un’immagine virile, dunque in guerra bisognava entrarci anche se non era chiaro
né come né perché.
Nella primavera del
1915 gli italiani Orlando e Sonnino andarono a Londra dove venne firmato un
Trattato nel quale agli ingenui italiani, Lloyd George e Clemenceau promisero
mare e monti in cambio dell’entrata italiana nella guerra. “Vi diamo la
Dalmazia e l’Istria, vi diamo l’Albania vi diamo un po’ di Grecia e magari
anche un po’ di Turchia”, promisero l’inglese e il francese, così gli italiani
entrarono in guerra e presero un sacco di inutili legnate. Ma quando, dopo la
fine della guerra Orlando e Sonnino si recarono a Versailles per
regolare le cose del mondo, credevano di essere trattati come vincitori.
Invece francesi e inglesi li trattarono come i parenti poveri che hanno
troppe pretese sull’eredità. I fetenti avevano dimenticato tutte le
promesse del Trattato di Londra. Se ne fottevano insomma di quei due italiani,
che come Totò e Peppino stavano sulla soglia col cappello in mano,
mentre Mussolini e D’Annunzio agitavano le folle nelle città italiane.
A Caporetto erano
morti centomila giovani arrivati da ogni paese della penisola, che non sapevano
neanche che andavano a fare. Come dare forma sensata tutto questo? Il
nazionalismo è troppo idiota perché si possa parlarne in modo sensato. Ma
adesso è tornato di moda. E allora pensiamo anche all’altra entrata in guerra,
quella del 1940. Anche in quell’occasione il comico non manca, anche se il
cinico prevale decisamente, e il tragico emerge dall’impasto ributtante di
cinico e di comico.
Nel 1939 maturano
gli effetti del Congresso di Versailles. John Maynard Keynes, che aveva
partecipato al Congresso in qualità di diplomatico, scrisse un libro dal titolo Le
conseguenze della pace per mettere in guardia dall’umiliazione della
Germania (e dell’Italia). Ma chi se ne frega di Keynes e dei suoi
consigli. L’umiliazione genera mostri, e l’umiliazione che francesi
e inglesi inflissero alla Germania generò il mostro più spaventoso di tutti, il
nazismo. L’umiliazione inflitta a Sonnino ed Orlando generò un mostriciattolo
appena un po’ meno ripugnante, il fascismo italiano.
Nel 1939 i nodi
dell’umiliazione vennero al pettine e presero la forma della vendetta. Hitler
violò tutti gli accordi senza pensarci due volte, e nel settembre di
quell’anno invase la Polonia, stipulò un patto di non aggressione con l’Unione
sovietica, poi si precipitò verso occidente e in pochi mesi occupò il
territorio francese. Ancora una volta per il governo italiano si poneva
il problema se intervenire o no. Ancora una volta, come già nel ’14, la nazione
italiana era impreparata allo scontro. Mussolini fu allora costretto,
contrariamente alla sua vocazione e al suo sentimento, a dichiarare una
condizione di non belligeranza. L’interventismo era l’origine del suo successo
politico, perciò fu assai doloroso per lui assistere alle vittorie di
Hitler senza potervi partecipare.
Il gruppo dirigente
fascista, a cominciare da Galeazzo Ciano, conosceva le incertezze del Duce, e i
grandi gerarchi temevano il coinvolgimento nel conflitto: la guerra africana
del 1936 e l’intervento in Spagna per appoggiare gli assassini franchisti
avevano debilitato l’esercito italiano che non era preparato a entrare in una
guerra di proporzioni continentali e ben presto mondiali. Poi
l’avanzata della Wehrmacht si fece trionfale e nella primavera del
1940 le difese francesi furono sbaragliate e i tedeschi giunsero a Parigi e la
occuparono. Insomma con ogni evidenza Hitler stava vincendo la guerra. Poteva
il Duce rimanere a guardare? Non era forse il momento di correre in
soccorso del vincitore? Mussolini ruppe gli indugi a giugno. Nell’azzardo
del 1915 la nazione italiana aveva brillato per tradimento e per idiozia.
Nell’azzardo del 1939 quel che brilla è il cinismo, ma l’idiozia naturalmente
non manca.
Nei suoi libri Curzio
Malaparte ha descritto dall’interno l’insensatezza, la mala fede e l’idiozia
del nazionalismo. Fascista della prima ora (ma non dell’ultima, perché ci
ripensò) Malaparte è un grande scrittore, e al tempo stesso è un cretino in
senso proprio, cioè uno che si prende la libertà di rovinare la vita agli altri
solo perché a lui piace l’avventura senza ragione e senza speranza. Per
spiegare il significato storico del fascismo, in un libro del 1925 (L’Europa
vivente) Malaparte rivendica il Barocco come alternativa allo spirito
protestante dell’Europa moderna, e questo forse ci aiuta a capire qualcosa
dello specifico italiano da Benito Mussolini a Silvio Berlusconi, fino agli
attuali fratelli d’Italia, con la vittoria che porta la chioma che schiava di
Roma Iddio la creò. Dopo un lungo periodo di incertezza e di mal di pancia
(pare che Mussolini soffrisse di atroci dolori al ventre nei mesi in cui doveva
decidere se seguire Hitler o farsi di nebbia), Mussolini trascinò il
paese nel macello della guerra mondiale per non perdersi lo
spettacolo, per non perdere la gloria vittoriosa eccetera eccetera.
Che volete, i fascisti
sono così, quelli di ieri come quelli di oggi, con la differenza che quelli di
oggi non hanno più la fremente passione giovanile futurista, ma sono geronto-futuristi
incartapecoriti che agitano il rosario come l’osceno ex comunista padano che si
delizia della morte per acqua di decine di migliaia di naufraghi bambini, e
donne, e giovani uomini alla ricerca di salvezza in un continente di vecchi
agonizzanti determinati a non concedere vita, e incapaci di provare
pietà. Quello dei nostri giorni, anche se lo chiamiamo fascismo per
mancanza di parole migliori (cioè peggiori) ha il carattere di un’utopia
bio-tanato-politica, se possiamo chiamarla così.
Il discorso
neo-reazionario del governo Meloni ha due pilastri: incrementare la natalità di
bambini dalla pelle bianca e sterminare tutti coloro che vogliono invadere il
territorio che appartiene ai bianchi. È un programma irrealizzabile (dunque
un’utopia) che non mancherà però di provocare, e già sta provocando, mostruose
conseguenze (dunque è una distopia). Utopia è il ringiovanimento forzoso di un
organismo che si sta ineluttabilmente esaurendo e quindi distopicamente
marcisce.
È difficile dare forma
alla valanga di merda che accompagna il ritorno del nazionalismo. Idiota e
assassino come fu nel secolo passato, ma ancora più triste, più sordido, perché
invecchiato male, irrancidito e demente.
Mi rendo conto di non avere una risposta intelligente da dare alla domanda:
cosa farà il governo Italiano mentre l’Occidente sprofonda nella
disintegrazione? Non è facile perché dell’idiozia non si può dire niente di
intelligente. Ma purtroppo bisogna sforzarsi perché ci sono momenti (e
questo è uno di quelli) in cui l’idiozia è incontrastata signora del mondo.
venerdì 9 gennaio 2026
Istruzioni per diventare fascisti - Michela Murgia
da quando, sembra troppo tempo, governano gli eredi dei fascisti, che per la proprietà transitiva amano il fascismo, vedere e ascoltare arroganza e disprezzo nei loro volti e nelle loro parole (ma anche in quelle di altri) il libro di Michela Murgia è prezioso per capire il presente (e, purtroppo, il futuro).
buona (indispensabile) lettura.
Fingendo di trascinare il lettore verso un’ideologia fascista, Michela Murgia, ne mostra tutti lati, da quelli palesi a quelli meno evidenti.
L’autrice, con la dialettica che già abbiamo potuto apprezzare in Chirù, va al dettaglio: chi mai al giorno d’oggi oserebbe definirsi fascista? Meglio girarci intorno, usare altri termini senza intaccarmela sostanza. C’è il “capo”, che non ha di fronte un “avversario”, mail “nemico”. Un nemico che, non avendo identità precisa, magari è da ricercare in alcune categorie fragili piuttosto che in altre.
Michela Murgia sembra voler dare una sferzata a chi, sonnolento, non crede che il modo di pensare e di parlare di alcuni politici possa avere dei risvolti sociali molto pericolosi. Perciò non è un libro che possa incontrare il favore di tutti i lettori ma, anche nel dissentirne, può far riflettere.
…Istruzioni per diventare fascisti è un’opera raffinata, coraggiosa, anche se non esente da rischi: l’autrice stessa sembra rendersene conto quando scrive, nel primo capitolo: “A forza di sentirselo dire sarà naturale per chiunque arrivare alla conclusione che la concentrazione di potere nelle mani di un uomo forte che sa quel serve sarebbe molto più efficace che far esprimere continuamente sul niente un paese debole”. Appunto. A forza di sentirsi ripetere quanto è smidollata, corrotta e sbagliata la democrazia uno può arrivare a dichiararsi d’accordo. E quindi entrare in empatia con la fascista, nonostante tutto.
Oppure la vera natura del fascista: la docente non ne fa cenno. E come potrebbe? Dovrebbe entrare in una fase di autoanalisi politica. E mentirebbe, come sempre. Eppure il fascismo non è un’entita astratta, non vuole conquistare il potere per un’ideale o per il “suo” popolo. I fascisti sono, fin dalla nascita, dei mercenari creati dalle classi dominanti per i lavori sporchi. Da noi sono nati come sicari al servizio dei latifondisti per picchiare e uccidere i braccianti in sciopero. In Germania sono stati il braccio armato dei grandi capitalisti (gli Junkers), desiderosi di uscire dalla depressione delle guerre perdute e di riprendere il dominio del mondo.
La Murgia è riuscita a dribblare questi rischi scrivendo un dettagliato manuale tecnico. Infatti un titolo alternativo potrebbe essere Il manuale del fascista professionista. Ricorda Il manuale del killer professionista uscito nel 1982 con la rivista Frigidaire. Il killer era tra noi, non si impelagava in spiegazioni sul perché era tale.
Così la fascista, i fascisti, sono tra noi, modernizzati, mimetizzati, riorganizzati, e spetta proprio a noi smascherare la vera natura del loro operato e della loro malvagità.
Spetta proprio a noi impedire che il “tra noi” si trasformi, sotto il nostro naso, in “su di noi”.
Se ci sono due insidie per chi oggi fa comunicazione, due corde che sarebbe meglio non pizzicare volendosi evitare dei gran mal di testa, sono gli argomenti sensibili e l’ironia. La società contemporanea è un contesto rognoso, ipersensibilizzato – spesso artificiosamente e in cattiva fede – in cui, trattando un argomento qualsiasi, si è certi di offendere qualcuno. L’ironia, inoltre, non è proprio cosa per l’uomo contemporaneo che, ancora una volta non sempre in buona fede, rifugge la complessità, spiana tutte le sfumature di senso con la smerigliatrice travisando, talvolta per incapacità e talvolta per malizia, l’umorismo su qualsiasi scala. riportando tutto alla più brutale superficialità, rifiutando apertamente qualsiasi lettura vada oltre il letterale.
Michela Murgia tutto questo lo sapeva. Non poteva non saperlo, perché è intelligente, di quell’intelligenza acuta e dissacrante che traspare da ogni singola riga del suo Istruzioni per diventare fascisti, una lettura agile, tagliente e ironica. Ironica e pertanto travisata. Non c’è davvero da stupirsi, e dubito che l’autrice se ne sia stupita, dell’ondata di liquame virtuale che si è abbattuta su di lei via social media. Intendiamoci, non è giusto, non difendo nemmeno mezzo degli insulti che le sono stati rivolti, quasi mai corredati da uno straccio di argomentazione e per lo più espressioni della più profonda, arrogante ignoranza, ma c’era da aspettarselo. Forse perché l’autrice, oltre che intelligente, è consapevole e coraggiosa.
Intendiamoci, il libro non contiene chissà quale sconvolgente rivelazione. I concetti, gli schemi di pensiero, le dinamiche trattate sono note a tutti o, quantomeno, lo dovrebbero essere. La forza di Istruzioni per diventare fascisti è un’altra: è la forza dell’analisi, è la forza del mettere in chiaro le idee, è la forza del mettere in ordine, e scusate se è poco. Michela Murgia smonta il giocattolo e ci spiega, a prova di deficiente, come funziona. Lo fa con intelligenza e, soprattutto, con ironia. Eccolo, il peccato mortale. Perché a qualcuno tutto questo non piace, perché fa sentire stupidi e ignoranti. E allora arrivano gli insulti, arrivano repliche che abusano della logica e parodie speculari che gettano alle ortiche il senso profondo di un esercizio utilissimo e necessario, di una lettura che fa bene perché parla in modo chiaro, essenziale e centrato di come le cose vanno oggi, senza risparmiare critiche a nessuno.
Sì, perché se chi insulta l’autrice si fosse preso la briga di leggerlo sul serio, il libro, avrebbe ben chiaro il fatto che una delle critiche più caustiche è portata, per quanto in punta di fioretto, proprio ai radical chic. Però non si può pretendere troppo: leggere è faticoso, figurarsi capire.
venerdì 5 dicembre 2025
venerdì 26 settembre 2025
La critica va fatta a tempo, scrive il saggio cinese
bisogna disfarsi del brutto vizio di criticare dopo, continua Mao Tse Tung (sembra che parli di chi, solo adesso, dopo il genocidio a Gaza, dice che Israele ha un pochino esagerato)
di Francesco Masala
C’era una volta un popolo eletto, non si sa bene da chi. Chi legge Mauro Biglino (1) sa che nella Bibbia non si parla mai di dio, ma di un altro soggetto (Elohim), amante del Potere, dei Sacrifici animali (e umani), e del Genocidio.
Anche i paesi occidentali si sono eletti da loro stessi (si credono superiori, ed è conseguente che gli altri popoli sono inferiori, “esportavano” la civiltà, adesso esportano la democrazia) hanno ucciso, a partire dalla “scoperta” dell’America, decine o addirittura centinaia di milioni di esseri umani in tutto il mondo, portando la (loro) civiltà, fatta di genocidi, stragi, guerre, razzismo, sfruttamento, fra l’altro. I popoli dell’America, dell’Asia, dell’Africa sono stati invasi, sterminati, colonizzati, violentati, rapinati (2).
dio ci salvi dai popoli eletti!
Il governo italiano (e molti governi europei) ha creato il reato di antifascismo (3) e quello di palestinismo (4), senza mai fare ammenda delle immani tragedie causate dal fascismo a cui s’ispirano (5 e 6).
Forse non tutti sanno che i bersaglieri del Regno di Sardegna nel 1855 combatterono in Crimea (7) e che l’Italia, dal 1902 al 1943 ebbe in concessione un pezzo di Cina (7).
Il premier Merz, senza smentita di Meloni, (quella che piange perchè la Samud Flotilla è un complotto contro di lei), dice che Israele fa il lavoro sporco per noi (8). La strana coppia Merz-Meloni vorrà fare la guerra alla Russia, ancora più che adesso. Forse non sanno, magari a scuola in storia sono arrivati al 1938, che i loro predecessori, chiamati Führer e Duce, dopo la guerra intrapresa (e persa) contro l’Urss, hanno fatto una gran brutta fine. Della loro personale fine non ci interessa molto, il dramma è che trascinano i popoli nella miseria.
Alla fine, sotto la spinta dei propri popoli, molti stati europei hanno riconosciuto (o stanno per farlo) lo stato palestinese, naturalmente dovranno essere i paesi imperialisti e colonialisti e genocidi a decidere chi governerà la Palestina, e sottointeso, ma non troppo, Hamas deve sparire. Se qualcuno si è distratto in questi anni può capire come mai Hamas no e Isis sì, basta vedere come il capo dell’Isis in Siria, Al Golani, sia osannato dall’Occidente all’ONU, e non solo. È che l’Isis (Daesh) è sempre stato agli ordini dell’Occidente, una creatura degli Usa. Anche Hamas era al soldo di Israele, ma forse (9) qualcosa è andato storto (oppure no, dipende dai punti di vista).
A proposito di ONU, il coraggio dell’ONU sarebbe quello di dire (sarebbe bello se lo facesse un paese dei Brics), a prescindere dai paesi occidentali, che i confini di Israele sono quelli definiti dall’ONU nel 1948, , tutto il resto va restituito alla Palestina, che fonderà il proprio stato. Tutti i territori occupati da Israele vanno liberati, subito, sul modello della Libia che ha espulso gli italiani e dell’Algeria che ha espulso i francesi.
1 https://www.maurobiglino.com/perche-la-bibbia-non-parla-di-dio/
1 https://www.youtube.com/watch?v=nBohmulHYMA
2 https://markx7.blogspot.com/2022/07/exterminate-all-brutes-raoul-peck.html
6 https://www.labottegadelbarbieri.org/debre-libanos-lo-sgozzatore-degli-etiopi-e/
6 https://www.labottegadelbarbieri.org/il-monumento-al-boia-graziani-e-ancora-li/
7 https://www.historiaregni.it/cavour-spiega-lintervento-in-crimea/
7 https://societageografica.net/wp/2020/09/16/storie-coloniali-la-concessione-italiana-di-tientsin/
