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lunedì 13 aprile 2026

No agli specialisti in indignazione

Quando ancora esisteva una prospettiva comunista, Lenin definì l’estremismo (parolaio o nei fatti) “malattia infantile del comunismo”. Oggi, in tempi così mutati, quella di molti agguerriti commentatori dei fatti tragici e tremendi che stanno accadendo a Gaza o in Iran o in altre parti del mondo – a me pare una “malattia senile”. E non del comunismo, che – l’ho detto e lo ripeto – è finito “nel buio”,  ma di noi che sopravviviamo  incazzati nel decrepito Occidente mostruosamente guerrafondaio.

Questa malattia si manifesta come “indignazione specializzata”. Vengono denunciate sistematicamente e in modi enfatici le malefatte (di Meloni, di Netanyahu, ecc.), il silenzio e la “indignazione selettiva” delle “istituzioni, Presidente della Repubblica compreso”,  l’impotenza degli ““eroici” oppositori del melonismo”, ma una sorta di cecità  cala sulla impotenza di queste denunce.
E allora chiedo:  cosa serve continuare a gridare al lupo, al lupo, mentre il lupo o i lupi  impazzano indisturbati? Come si fa a continuare imperterriti ad esaltare e a  riproporre quasi fossero mosse politiche decisive le spontanee ma comunque politicamente miopi manifestazioni in piazza: per Gaza  o  “No Kings”? O riproporre l’azione simbolica della Flotilla?
E’ evidente che non fermano né i genocidi né le guerre. E’ evidente che non smuovono gli indifferenti (reali o supposti). E allora? E allora c’è bisogno di non consolarsi con l’indignazione o  improvvisando false soluzioni. Ci proponi l’inerzia, la disperazione? No, di ragionare sulla realtà per capire come cambiarla.  «Non ridere, non lugere neque detestari sed intelligere».

La dichiarazione di Meloni sul divieto di celebrare una messa a Gerusalemme è senza dubbio l’apoteosi dell’ipocrisia e del fascismo suprematista e razzista del governo italiano.

Israele è responsabile di settantamila morti ammazzati, la striscia di Gaza rasa al suolo, due milioni di persone tutt’ora tenute in prigionia senza elettricità, combustibili, cibo e acqua, ospedali sistematicamente distrutti, migliaia di medici e infermieri deliberatamente ammazzati, una strage di giornalisti che non ha alcun precedente storico. Oggi Israele è impegnato in una violentissima pulizia etnica in pieno svolgimento in Cisgiordania e in un’aggressione militare a Iran e Libano che ci ha fatto precipitare in una crisi politico-economica gravissima e totalmente fuori controllo, che potrebbe portare a esiti ancor più devastanti per il mondo intero e in particolare per le attività economiche e per la sicurezza del nostro paese.

Tutto questo è stato passato totalmente sotto silenzio dalle nostre istituzioni, Presidente della Repubblica compreso, al punto che si pensava che tutti avessero perso la lingua.. e invece, per una messa cattolica mancata, ecco che tutti ritrovano la favella e si dicono indignati e offesi dall’attacco alla “libertà religiosa”, proprio come se la distruzione di un numero sterminato di vite umane fosse una bazzecola a fronte del divieto di celebrare un rito di un’ora.

Questa indignazione selettiva non è solo un distillato di ipocrisia che legittima di fatto tutti i crimini israeliani passati e recenti, ma è la prova che al nostro governo non gliene può fregare di meno. Non solo delle decine di migliaia di vite umane già brutalmente spezzate e di decine di milioni di persone che sono quotidianamente vittime di attacchi terroristici per far tornare interi Stati all’età della pietra e consentire il completamento di un genocidio, ma anche della sorte del nostro paese che pagherà la crisi energetica indotta dai crimini israeliani con un prezzo altissimo: prezzo che come sempre inciderà in modo più violento su coloro che già sono in grande difficoltà.

Questo governo, eletto da milioni di rimbambiti che si illudevano così di restituire sovranità all’Italia, si è ormai rivelato per quello che è: il liquidatore fallimentare del nostro paese, che manda a catafascio l’economia per poi apprestarsi a svendere tutto ciò che avevamo costruito in secoli di dura fatica e lotta, incluso ogni minimo residuo di dignità, puntando a trasformare il nostro paese in parco giochi e divertimenti al servizio di ricchi annoiati e assassini.

Tutto questo non verrà fermato semplicemente votando qualcun altro: anche in questo frangente gli “eroici” oppositori del melonismo hanno dimostrato la loro, di ipocrisia, continuando a rifiutarsi di impegnarsi esplicitamente per l’interruzione dei rapporti diplomatici e un embargo economico completo, preferendo parlare genericamente, come Schlein, di “sanzioni”.
Questa apoteosi bipartisan dell’ipocrisia ci ricorda una verità spaventosa: non usciremo da questa terribile crisi mondiale se non attivandoci in prima persona, con anima e corpo, come abbiamo fatto mesi fa quando milioni di persone nelle piazze italiane hanno pacificamente bloccato il paese dimostrando che il popolo unito e attivo detiene un potere superiore a quello delle armi e degli eserciti. È questa l’unica via, con buona pace di chi ama delegare per continuare a pensare esclusivamente ai fatti suoi, e la prossima ripartenza della Flotilla per Gaza sarà un banco di prova per l’umanità intera che non possiamo permetterci nè di ignorare nè di fallire.

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domenica 22 marzo 2026

Passioni tristi al servizio del capitale e del fascismo - Nuria Alabao

Qualcuno condivide un’intervista con un filosofo (ma potrebbe essere un giornalista, un cantante o un pompiere, non importa), le risposte sono immediate: accanto a un commento gentile, divampano le fiamme dell’aggressività. Vengono definiti fuori luogo, pagliacci, sgualdrine o pazzi, che si tratti di un disaccordo importante o di un dettaglio insignificante. Spesso, abbastanza chiaramente, la risposta è al titolo scelto dal media, non al contenuto dell’intervista. Non è tutto fuoco nemico, però molti degli insulti peggiori provengono da questa parte della barricata, da quelli di noi che presumibilmente condividono “qualcosa”, la chiamano “sinistra” – anche se non è sufficiente – perché difendere il pluralismo e il dissenso non è sempre la nostra caratteristica principale (penso al femminismo, ad esempio).

Diciamo di voler porre fine al fascismo, ma la sua influenza ha da tempo preso possesso dei nostri corpi. È stata colpa dei social media, con i loro algoritmi perversi che diffondono i messaggi più estremi e dannosi? È colpa dell’anonimato? O forse erano già lì, soprattutto con l’aumento della paura di cadere, della solitudine… la paura nelle sue molteplici forme che ti fa sentire come se stessi fluttuando senza nulla a cui aggrapparti – e mancava solo il veicolo, l’arma carica che sono i social media. Certo, non è tutto negativo; c’è anche potere e gioia, espressione e creatività, e la possibilità di entrare in contatto con altre anime folli o sradicate. Qualunque sia la tua follia, sai di non essere solo. Ma anche così, ci sono giorni in cui spegni il telefono e le sue chiacchiere incessanti perché è difficile resistere all’ennesima sfida rabbiosa, all’ennesimo insulto. Perché questa costante sensazione di pesantezza e nebbia?

Il panorama attuale è caratterizzato dalla devastazione dei legami sociali e delle forme di comunità, frutto di cinquant’anni di neoliberismo. Questa devastazione assume la forma della solitudine: stiamo camminando su una corda tesa. Il filosofo Franco “Bifo” Berardi dice che un’altra sfida epocale caratterizza questa solitudine, caratteristica della vita contemporanea: quella dei giovani cresciuti dalle macchine; se non fosse per la scuola, molti trascorrerebbero più tempo con i dispositivi elettronici che con altri esseri umani. Sebbene ciò possa sembrare allarmistico – le macchine consentono anche l’interazione con altre persone – conosciamo già alcuni degli effetti che ciò sta avendo sugli adolescenti. Bifo afferma che questa nuova condizione antropologica “non è felice”. Potrebbe essere correlata alla devastazione emotiva che sta lasciando nei giovani, anche se non è l’unico fattore determinante? “La prova – sottolinea Bifo – è che la depressione è diventata un fenomeno di massa e che le forme di sofferenza si stanno moltiplicando fino a diventare predominanti nella realtà sociale”. Se non la depressione in sé come fatto clinico, certamente come un’emozione che le assomiglia.

La vita psichica come materia prima

Ciò che scopriamo nell’economia dell’attenzione è che una cattiva salute mentale la alimenta. Nella sua teoria dell’ecologia-mondo, Jason W. Moore spiega che il capitalismo ha storicamente dipeso dall’appropriazione di alcuni elementi “a basso costo” per l’accumulazione di capitale: lavoro, natura, energia, cibo. Moore mostra come il sistema abbia costantemente bisogno di identificare nuove “frontiere” di appropriazione quando quelle precedenti si esauriscono o generano resistenza. Dall’argento americano alla gomma amazzonica, dai contadini espropriati o dalla schiavitù alle donne costrette a lavori di cura non retribuiti, il capitalismo si espande attraverso queste strategie di riduzione dei costi.

All’inizio del XXI secolo, il capitalismo si trova ad affrontare una chiusura storica delle sue frontiere classiche. Non ci sono territori fisici significativi rimasti inutilizzati; gran parte del lavoro mondiale è già altamente precario o informale, e la natura è al limite della sua capacità rigenerativa. Ma il capitalismo digitale è in grado di scoprire nuovi territori vergini: la nostra vita mentale, il nostro tempo e la nostra attenzione. Affetti e desideri diventano qui materie prime.

L’accumulazione continua attraverso l’invasione di un altro mondo da conquistare: il nostro mondo interiore. L’appropriazione, in questo caso, è quella dell’energia psichica che riversiamo nelle reti, che potrebbe essere percepita come un’altra merce “a buon mercato”. I teorici postfordisti italiani – Maurizio Lazzarato, Mario Tronti, Paolo Virno e altri – hanno spiegato questo meccanismo molto presto. Il capitale non sfrutta più solo il tempo di lavoro in fabbrica, sostenevano, ma sta colonizzando tutta la vita sociale, mercificando sempre più ambiti dell’esistenza. “Vita messa al lavoro” significava che il valore poteva essere generato dalle emozioni, dalle capacità linguistiche o relazionali, dal consumo o dall’immaginazione, che si trattasse di pubblicità, lavoro creativo o lavori di servizio. Ma ciò che forse non avevano previsto era la misura in cui le piattaforme avrebbero realizzato questa profezia. Al di là dei servizi a pagamento, quando scorriamo Instagram, ci insultiamo a vicenda su X e riversiamo i nostri desideri e le nostre frustrazioni su Facebook, stiamo mettendo in atto esattamente ciò che Virno chiamava “cooperazione produttiva”: alimentiamo la macchina, generiamo dati che addestrano algoritmi e sviluppiamo contenuti che tengono agganciati gli altri utenti attraverso un continuo lavoro emotivo. E tutto ci torna indietro come una merce. Questo lavoro è invisibile proprio perché mascherato da svago o socializzazione “libera”, quando in realtà è un’attività produttiva che arricchisce i proprietari della Silicon Valley, molti dei quali sono ora caduti nelle braccia del fascismo.

Le piattaforme digitali e gli algoritmi che ne costituiscono la spina dorsale sono la tecnologia che rende possibile questa appropriazione massiccia e sistematica. Proprio come la nave negriera ha permesso la cattura di schiavi africani su scala industriale, o il filo spinato che circondava le terre comunali, lo smartphone e l’algoritmo sono al servizio della colonizzazione delle nostre vite psichiche. E lo fanno in gran parte attraverso l’odio e le emozioni negative.

Passioni tristi, carburante premium

Il capitalismo delle piattaforme ha scoperto che le passioni tristi sono più redditizie perché sono più facili da generare, più abbondanti come materia prima e generano più coinvolgimento e tempo di permanenza. C’è la tendenza a tradurre i nostri problemi di vita, le nostre insicurezze e le nostre paure in insulti e mancanza di rispetto. Tutti noi commentiamo di più quando siamo arrabbiati o indignati e ci soffermiamo più a lungo quando siamo ansiosi di non perderci nulla. Ma anche, mentre un tempo gli algoritmi premiavano l’interazione, ora si basano sull’attenzione; in altre parole, abbiamo perso la capacità di scegliere. Ciò che vediamo non dipende più solo dai nostri gusti o da ciò che condividiamo; ora ci mostrano ciò su cui ci soffermiamo, ciò che guardiamo, ad esempio qualcosa che ci disgusta o ci fa arrabbiare. Anche cuccioli che salvano neonati o una scimmia triste che gioca con il suo peluche, qualsiasi cosa ci capiti di guardare. Ma sembra che ciò che risuona di più sia ciò che si collega alle nostre frustrazioni e al nostro dolore.

Paura, indignazione e risentimento creano dipendenza molto più della gioia. Anche a sinistra, tendiamo a puntare il dito contro i nostri vicini o colleghi, moralizzando o monitorando le loro espressioni: la polizia semiotica che portiamo dentro di noi. Il cortisolo e l’adrenalina dell’indignazione sembrano più potenti della gioia, almeno quella che circola sui social media. Generano quindi maggiori profitti per le piattaforme. Il risultato è uno spazio che dovrebbe essere pubblico – o che funziona attraverso la finzione di esserlo – ma dove le emozioni distruttive sono sovrarappresentate, le discussioni sono semplificate fino all’assurdo o alla politica identitaria, e dove le posizioni più estreme circolano più ampiamente.

In questa giungla oscura, l’estrema destra è straordinariamente efficace perché il suo discorso è strutturato proprio attorno a queste tristi passioni o lavora attivamente per provocarle. Disaffezione verso il sistema, ma anche risentimento (contro élite, migranti, femministe), paura del declino sociale, dell’invasione o della “sostituzione”, di vedersi “portare via ciò che è nostro”; solidarietà negativa: se sono fregato, non voglio che gli altri abbiano la vita più facile. Sono maestri nel trasformare alienazione e disagio in reazione, in sostegno al loro progetto politico. La loro estetica facilmente “memeabile”, la loro ironia trasgressiva, la loro capacità di trasformare il razzismo in shitposting e la misoginia in umorismo, si adattano perfettamente a un mezzo che punisce la complessità e premia la reazione viscerale.

Il risultato è un circolo vizioso in cui le piattaforme non solo diffondono queste tristi passioni, ma le producono anche. Da un lato, plasmano un’immagine particolare del mondo: massima esposizione delle nostre vite, personalità da brand, retorica semplicistica, competizione e una concezione della politica come comunicazione, come se avere i discorsi migliori o le idee migliori fosse sufficiente per influenzare il mondo. Dall’altro, finiscono per generare il tipo di soggettività di cui l’estrema destra ha bisogno: frammentata, risentita, triste e dipendente dalla propria impotenza. Siamo, quindi, più facili da governare. Come afferma Spinoza nella sua Eticale passioni tristi ci indeboliscono e ci rendono meno autonomi e più dipendenti – e questa dipendenza è esattamente ciò di cui il modello di business dell’economia dell’attenzione ha bisogno. Ci privano della capacità stessa di resistere.

Oltre a estrarre valore, distruggono la nostra capacità di agire collettivamente. Amplificano il danno psicologico e la depressione che si ripresentano sotto forma di aggressività. Tornando a Bifo, questa appropriazione algoritmica della nostra psiche “sottopone la mente collettiva a uno stress che la rende incapace di ragionare, criticare ed empatizzare”. A suo avviso, la depressione che ne consegue sembra trovare sfogo nella violenza. “Meglio aggressivi che tristi” potrebbe essere il suo motto. L’aggressività come “cura per la depressione” è l’effetto predominante del fascismo, dice Bifo, “una forma di terapia alimentata da anfetamine per la sofferenza e la solitudine che produce sempre, sistematicamente, effetti di moltiplicazione della violenza e delle dinamiche suicide”. E i social media diffondono questo veleno di affetto fascista sotto forma di violenza digitale canalizzata da algoritmi oscuri.

L’approccio spinoziano propone di resistere aumentando il nostro potere, non nutrendo risentimento. Da un lato, sappiamo già che la sfida è politicizzare le frustrazioni in modo emancipatorio, ovvero reindirizzare la nostra rabbia contro coloro che provocano le nostre insicurezze. Per fare questo, la nostra capacità affettiva dovrebbe essere incanalata nella produzione collettiva di un bene comune. Un buon punto di partenza sarebbe cercare di essere generosi con noi stessi, o forse definire quel “noi” in modo più generoso: non c’è bisogno di commentare o postare sui social media tutto ciò che non ci piace delle nostre colleghe, il che non significa chiudere importanti dibattiti strategici, ma piuttosto affrontarli con rispetto.

Le passioni gioiose spesso richiedono anche un ritmo più lento: incontrarsi per discutere di persona, connettersi, studiare, pensare con complessità, senza ridurre ogni dibattito a due poli opposti. Ma la comunità, il sostegno reciproco e la politica faccia a faccia ci rendono meno facilmente manipolabili, più autonomi ed espandono la nostra capacità di azione. Sebbene questo non implichi necessariamente un ottimismo ingenuo, non si tratta di “essere positivi”. L’ottimismo non è essenziale per combattere. Non ci si impegna politicamente perché si pensa di vincere – che cosa significa vincere, in fondo? Non si sa mai cosa potrebbe succedere finché non accade, non si conosce appieno il potenziale di una scommessa finché non la si porta fino in fondo. Si può combattere (o disertare) senza necessariamente credere che ciò che verrà sarà migliore. Si può combattere perché è il modo migliore di vivere.


Pubblicato su Ctxt con il titolo completo Pasiones tristes al servicio del capital y el fascismo (o el porqué del odio en redes)

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lunedì 2 marzo 2026

89 anni fa la strage degli etiopi, l’Italia non ha mai chiesto scusa. Neppure Meloni - Mario Pizzola

 

Il 19 febbraio è un giorno di lutto per l’Etiopia. E’ il giorno che ricorda gli eccidi compiuti dagli italiani durante la dominazione fascista. Ma l’Italia non ha mai chiesto scusa per quelle stragi né ha mai fatto i conti con il suo passato colonialista in Africa. Una storia di sopraffazione e di violenza che è stata sempre rimossa dai nostri governanti.

A questa tradizione si è attenuta anche la premier Giorgia Meloni che nei giorni scorsi è stata ad Addis Abeba per il secondo vertice Italia-Africa e dove ha avuto colloqui con il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali. Nessun accenno, neppure questa volta, al nostro passato razzista e ai nostri crimini coloniali.

La rimozione è iniziata subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. A differenza dei crimini nazisti che, con il Processo di Norimberga, hanno visto non solo la punizione dei colpevoli ma anche l’occasione per una riflessione collettiva su quel tragico periodo storico, nulla di simile è avvenuto nel nostro Paese. 

Nella Conferenza di Pace di Parigi del 1946 la delegazione italiana, guidata dal presidente del consiglio Alcide De Gasperi, cercò inutilmente di ottenere la restituzione all’Italia delle sue colonie del periodo prefascista – Eritrea, Somalia e Libia – come riconoscimento e compenso del contributo del nostro Paese alla sconfitta del nazifascismo.

Secondo il governo italiano andava fatta una distinzione tra l’avventura fascista e il dominio coloniale precedente perché quest’ultimo, attraverso gli investimenti economici, avrebbe favorito il progresso delle colonie, accreditando l’Italia come il Paese più capace a condurre il Corno d’Africa verso l’autogoverno. 

La delegazione etiopica non si limitò ad opporsi alle rivendicazioni territoriali dell’Italia ma chiese che venissero processati per crimini di guerra molti esponenti militari e politici della dittatura fascista che si erano resi responsabili di stragi orrende durante la dominazione coloniale.

Ma la richiesta degli etiopi venne respinta dalle potenze vincitrici, soprattutto dagli angloamericani che vedevano in alcuni personaggi, come il generale Badoglio, un possibile baluardo per la lotta al comunismo.

Gli etiopi ridussero allora le loro richieste, limitandosi a presentare alla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra solo dieci casi, tra i quali emergevano i nomi di Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani, Guido Cortese ed Enrico Cerulli, ovvero le personalità più direttamente coinvolte negli eccidi. 

Ma la Commissione delle Nazioni Unite, pur riconoscendo l’accuratezza della documentazione presentata dagli etiopi, accettò la richiesta di estradizione solo per Badoglio e Graziani. Il primo era accusato di aver impiegato armi chimiche vietate dagli accordi internazionali. Il secondo di aver scatenato una brutale repressione attraverso la quale furono massacrati migliaia di civili inermi.  

Si era intanto arrivati al 1949. Tutto lasciava sperare che almeno i principali responsabili fossero sottoposti a processo. Ma il governo italiano respinse la richiesta di estradizione e così nessuno ha mai pagato per quei crimini.

Pietro Badoglio morì per un attacco di asma nella sua casa a Grazzano il 1° novembre 1956 e gli vennero riservati anche i funerali di Stato. Rodolfo Graziani, invece, venne processato ma non per gli eccidi in Etiopia bensì per aver collaborato con l’esercito occupante tedesco dall’8 settembre 1943 fino al termine del conflitto nella sua qualità di Ministro della Guerra della Repubblica di Salò.

Condannato a 19 anni di carcere, Graziani se ne vide condonare subito 13, ma scontò solo quattro mesi in quanto venne conteggiato il periodo della carcerazione preventiva. Tornato alla vita civile Graziani continuò a professare le sue idee fasciste e nel marzo del 1953 ebbe come riconoscimento la presidenza onoraria del MSI.

Ma quali furono i crimini commessi dagli italiani in Etiopia? Le Forze Armate italiane, agli ordini di Badoglio e su espressa autorizzazione di Mussolini, utilizzarono ampiamente il gas iprite vietato dal Protocollo di Ginevra del 1925. A Badoglio è attribuita la responsabilità di aver ordinato almeno 65 bombardamenti all’iprite per un totale di oltre mille bombe C-500-T. Inoltre, Badoglio era accusato di aver bombardato ospedali della Croce Rossa.

Quella che è passata alla storia come “la strage di Addis Abeba” avvenne il 19 febbraio 1937. Quel giorno ci fu un attentato della resistenza etiope che aveva come obiettivo il viceré d’Etiopia Rodofo Graziani. L’attentato provocò sette morti e circa cinquanta feriti. Graziani si salvò ma rimase seriamente ferito. 

La reazione fu spietata. Il segretario federale del partito fascista Guido Cortese, che aveva sostituito Graziani in quanto in ospedale, fece distribuire armi a tutti gli italiani incitandoli alla mattanza. Gli etiopi vennero trucidati con tutti i mezzi a disposizione: a fucilate, con impiccagioni e a colpi di bastone, ma anche legati ai camion e trascinati lungo le strade. Molti, tra cui anziani, donne e bambini morirono bruciati vivi nelle loro capanne date a fuoco. Si calcola che le vittime furono tra le 20 e le 30.000.

A questa strage seguì quella compiuta nella città santa di Debrà Libanos. Qui, su ordine di Graziani, vennero massacrati i monaci cristiani di osservanza copta, solo perché sospettati di aver protetto gli attentatori del 19 febbraio. Le esecuzioni sommarie vennero attuate dal generale Pietro Maletti al quale furono intitolate delle strade in diversi Comuni italiani, rimosse solo da pochi anni. Il numero dei monaci uccisi non è certo ma si calcola che furono tra 1400 e 2000. 

Alcuni ministri italiani della Difesa, come Roberta Pinotti e Lorenzo Guerini, avevano assunto l’impegno di rendere omaggio alle vittime dei crimini italiani in Etiopia ma non se n’è fatto nulla. Niente scuse, dunque, né risarcimenti, né restituzione dei beni artistici che furono rubati agli etiopi dall’esercito italiano. La memoria di quell’epoca sanguinosa continua ad essere velata, se non apertamente oscurata, anche nella Repubblica democratica ed antifascista di oggi.

Ma c’è chi invece, stando al governo, mantiene viva la memoria dell’Italia fascista e coloniale che fu. Come l’attuale ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida, ex cognato di Giorgia Meloni, che nell’agosto del 2012 prese parte ad Affile, in provincia di Roma, all’inaugurazione del mausoleo dedicato a Graziani e sul quale campeggia la scritta “Patria – Onore”. Nell’occasione Lollobrigida non seppe nascondere la sua ammirazione per il “Maresciallo d’Italia” affermando che per lui, e non solo per lui, Graziani (detto anche “il macellaio del Fezzan”) sarà sempre “un punto di riferimento”.

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sabato 14 febbraio 2026

RISIERA E FOIBE: UN ACCOSTAMENTO ABERRANTE - Giovanni Miccoli (articolo del 1976)

Il processo sui crimini della Risiera ed il dibattito e le iniziative svoltisi intorno ad esso si configurano già, ancor prima della sua conclusione, come un fatto di grande rilievo nella vita della città. Nonostante i gravissimi limiti dell’istruttoria e del rinvio a giudizio, è emersa con prepotenza dalle testimonianze e dai problemi posti via via in margine alle udienze la realtà profonda di quella mentalità e di quella pratica di “antislavismo” e di “anticomunismo” che costituiscono un presupposto fondamentale per capire il fascismo di queste terre e le motivazioni reali del collaborazionismo filonazista maturatosi durante il periodo dell’Adriatisches Küstenland” e quindi per capire anche il perché della Risiera a Trieste, campo di concentramento e di smistamento verso i Lager tedeschi ma anche e soprattutto campo di sterminio strettamente collegato alla lotta e alla repressione antipartigiana.

Sono fatti emersi con grande chiarezza e che rinviano a precise responsabilità politiche, chiamando sul banco degli imputati atteggiamenti, mentalità, azioni, modi di essere che operarono allora, e largamente continuarono ad operare nella nostra regione anche negli anni del dopoguerra. Il fatto stesso che un tale processo si sia celebrato con tre decenni di ritardo, che omertà, silenzi, colpevoli mancanze di iniziativa delle autorità e delle forze politiche maggioritarie abbiano a lungo cercato di cancellare o far dimenticare le tracce della Risiera, attesta esemplarmente quanto l’eredità del passato e il contesto generale grazie al quale la Risiera era potuta nascere abbiano continuato a pesare nelle vicende e negli atteggiamenti della società locale, e negli scontri, nelle lotte, nelle tensioni e contrapposizioni che l’hanno caratterizzata.

Esplicitare tutto questo è necessario, per superare veramente quel passato, per porre basi solide e di massa – nella cultura, nei valori, nella consapevolezza degli uomini e delle donne di queste terre – alle prospettive di un futuro diverso, diversamente costruito ed orientato. Anche per questo, mi pare, bisogna fare di più di quello che si è fatto finora per allargare il dibattito e l’informazione, per portarlo nelle scuole e nei quartieri, seriamente, come un problema che investe e riguarda ancora, da qesto punto di vista, le responsabilità di tutti, come un problema che allora ha coinvolto, per consenso, per colpevole silenzio, per supina accettazione, per distorta concezione e pratica di valori e miti più o meno autentici, le responsabilità di tutti. Non si tratta di fare del moralismo astratto e di proporre perciò un discorso del tipo “tutti peccatori”, che nella sua indifferenziata genericità annullerebbe le sempre necessarie distinzioni di responsabilità, di iniziativa, di azioni. Ma di affermare e sottolineare con la forza dei fatti e delle vicende reali che, come il fascismo in queste terre non fu episodio di pochi, ma trovò consensi, appoggi, alleanze in un terreno profondamente disposto ad accoglierlo, così il nazismo – e l’antislavismo, l’anticomunismo, lo stesso antisemitismo che alla esperienza fascista strettamente si riallacciano – poterono operare qui e tradursi negli stermini della Risiera perché larghi strati della nostra società erano già stati orientati ed individuare in certe direzioni l’alleato ed in altre il nemico da combattere.

Ma proprio per questo anche un altro discorso va fatto, con estrema precisione e chiarezza, riguardo al sistematico accostamento tra la Risiera e le foibe, portato avanti con numerosi interventi dal “Piccolo” e dai gruppi della destra locale. Ed è un discorso di netto e radicale rifiuto di tale accostamento, perché Risiera e foibe sono due fatti sostanzialmente e qualitativamente diversi, e perciò assolutamente incomparabili fra loro. La premessa di un tale giudizio non sta nel distinguere le responsabilità di chi è morto – come pure si deve e si dovrà, in un’analisi complessiva di quelle vicende – ma nell’individuare e quindi nel distinguere gli ambienti e le ideologie e le circostanze grazie ai quali quei determinati fatti hanno potuto prodursi. La Risiera è il frutto razionale e scientificamente impostato dall’ideologia nazista, che come ha prodotto Belsec e Treblinka, e Auschwitz e Mauthausen, e Sobibor e Dachau, così ha prodotto la Risiera, e l’ha prodotta qui, ha potuto produrla qui perché, per i fini ai quali doveva rispondere, ha trovato compiacenti servizi in ambienti largamente predisposti dal fascismo. Le foibe (quando non si tratti, come spesso si è trattato, di un modo di “seppellire” dei morti altrui: vi ricorsero i partigiani, vi ricorsero tedeschi e fascisti: e anche questa è una pagina in gran parte ancora da indagare, per evitare facili e troppo frequenti generalizzazioni e amplificazioni) sono la risposta che può essere sbagliata, irrazionale e crudele, ma pure sempre risposta alla persecuzione e alla repressione violenta e sistematica cui per più di vent’anni lo Stato italiano (il fascismo, si dirà, ma il fascismo aveva il volto dello Stato italiano) aveva sottoposto le popolazioni slovene e croate di queste zone. È assurdo parlare, riferendosi ad esse, di genocidio o di programmazione sistematica di sterminio, ma sì di scoppio improvviso di odii e rancori collettivi a lungo repressi.

Le foibe istriane del settembre 1943, connesse allo sfasciarsi di ogni struttura politica e militare dello Stato italiano (varie centinaia gli infoibati secondo un rapporto abbastanza preciso proveniente dai Vigili del fuoco di Pola), corrispondono ad una vera e propria sollevazione contadina, improvvisa e violenta come tutte le sollevazioni contadine: colpisce i “padroni” – classe contro classe – perché padroni, padroni che sono anche italiani, italiani che per essere tali sono “padroni”, gli oppressori storici di sempre. Le foibe dell’aprile-maggio 1945, dove finirono quanti vennero presi e giustiziati sommariamente in quella furia di vendetta che sempre accompagna i trapassi violenti di potere, si inquadrano ancora, almeno in parte, in questo contesto: non vi furono giustiziati solo fascisti e nazisti per i crimini che avevano commesso e per l’odio che avevano suscitato (i calcoli del sindaco G. Bartoli, che sembrano peccare eventualmente per eccesso, elencano quattromila scomparsi, ma tra costoro sono compresi anche i caduti nelle azioni belliche locali tra il ‘43 e il ‘45); vi furono certamente coinvolte anche persone che con il fascismo poco o nulla avevano a che fare: è ragionevole pensare che furono coinvolte perché si trattava di italiani. Ma anche qui non si può dimenticare che un tale odio e una tale reazione trovano la loro ragione di fondo e la loro motivazione oggettiva in ciò che fu il fascismo di queste terre, nelle violenze squadristiche, nelle vessazioni, nei villaggi sloveni e croati incendiati, in quell’odio antislavo insomma che è componente anche degli stermini della Risiera e che fu truce prerogativa del fascismo e del collaborazionismo nostrano. Non si possono insomma confondere, né moralmente né storicamente, oppressori ed oppressi, nemmeno quando questi prendono il sopravvento e si vendicano talvolta anche selvaggiamente. E se un collegamento tra i due momenti si vuole stabilire esso sta semmai nella perversione dei rapporti, nell’imbestialimento dei costumi, nello stravolgimento dei valori, prodotto dal fascismo e dal nazismo, che non lasciarono indenni, non potevano lasciare indenni, nemmeno coloro che essi opprimevano (così come, ben più in generale, si può affermare che è una ben stolta illusione pensare che l’Italia fascista non sia riuscita anche a intaccare, coinvolgere, in qualche modo corrompere quell’Italia che pur fascista non era né voleva diventarlo: non si parla, sia chiaro, dei singoli, ma del costume, dei rapporti sociali, dell’insieme della collettività.

Solo avendo ben chiare queste premesse si può parlare delle foibe: e se ne parli e se ne discuta, finalmente, e si indaghi con serietà sulla realtà dei fatti e delle circostanze, anche per mettere fine alle sporche strumentalizzazioni di chi di quegli odii, da cui anche le foibe sono nate, è primo responsabile: per inquadrarle anch’esse, così come vanno inquadrate, tra gli esiti del fascismo ed il conseguente scatenarsi degli odii nazionali. Ma è aberrante e grave l’ipotesi di un processo oggi (auspicato più volte sul “Piccolo” e annunciato come certo in un recente numero del “Meridiano”) dopo tutti i processi degli anni cinquanta (comodamente dimenticati da chi si fa promotore di una tale iniziativa: è la Risiera che non aveva mai avuto un processo, non le foibe, che di processi ne hanno avuti decine, e spesso forzati e immediatamente strumentali alle lotte e alle manovre politiche di allora), che si vorrebbe affiancare al processo della Risiera: perché è un processo che nascerebbe appunto, di fatto e nelle volontà dei suoi promotori, come contraltare dell’altro, in un accostamento storicamente e moralmente infondato se non, ancora una volta, da un punto di vista nazionalista e fascista: un processo non ad un’ideologia e a un sistema, e quindi occasione di crescita e di consapevolezza civile, ma un processo ad una reazione irrazionale e violenta che trovava rispondenza in tensioni e lacerazioni di interi gruppi sociali, e perciò inevitabilmente aperto, per gli equivoci gravi da cui nascerebbe, alla strumentalizzazione fascista e nazionalista. È una prospettiva questa, vogliamo crederlo, che nessuna delle forze democratiche vorrà permettere, a rischio di produrre ancora una volta quelle spaccature, quelle lacerazioni e quelle contrapposizioni grazie alle quali in queste terre il neofascismo ha potuto riprendere a prosperare anche nel dopoguerra.

(pubblicato 7 maggio 2013)

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domenica 8 febbraio 2026

Ma da che parte sta l’Italia? - Franco Beradi Bifo

Ci si chiede: ma da che parte sta l’Italia? Sta dalla parte dell’Unione europea o dalla parte del Fuhrer biondo che abita oltre Oceano? Ci batteremo per l’onore d’Europa o spezzeremo le reni alla Groenlandia? Domande legittime, ma inutili, poiché la risposta è irrilevante.

L’Italia, governata dai successori di Mussolini, correrà come al solito in soccorso di chi vince. Per poi scoprire strada facendo che chi stava vincendo alla fine ha perduto.

La questione groenlandese sta accelerando il processo di disintegrazione dell’Occidente, come ha mostrato in un discorso imprevedibilmente coraggioso il premier canadese Mark Carney: l’ordine internazionale è sempre stato una finzione, ma rendeva almeno formalmente possibile contenere l’aggressività dei più forti. Quell’ordine è finito perché mantenere la finzione significherebbe solo accettare la subordinazione al dispotismo degli Stati Uniti d’America.

Gli internazionalisti salutano la disintegrazione del blocco colonialista occidentale come un fatto positivo, ma sanno benissimo che è assai pericoloso, perché il gigante ferito userà tutti gli strumenti di cui dispone per imporre la sua egemonia. Tra quegli strumenti c’è la devastazione finale del pianeta. Delle nazioni non si può dire niente, perché non esistono, ma il patriottismo dà vita al loro fantasma: culto idiota della violenza, desideri di uccidere e morire per futili motivi.

Per capire l’ambiguità e i tentennamenti del governo Meloni nell’attuale fase di disintegrazione accelerata dell’ordine internazionale è opportuno ricordare qualcosa della storia italiana e anche, un po’, della storia culturale di questo paese.

Potremmo cominciare ricordando che Italia è un’entità che i poeti hanno immaginato femminile, ma che a un certo punto della storia moderna ha dovuto convertirsi brutalmente all’ordine maschile del progresso industriale e della forza militare senza riuscire benissimo nella transizione di genere.

Come tutti sanno il segretario fiorentino nel suo libro più celebrato definisce il potere politico proprio in base al primato del maschile.

“Io iudico bene questo: che sia meglio essere impetuoso che rispettivo (rispettoso); perché la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla. E si vede che si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano; e però sempre, come donna, amica dei giovani, perché meno respectivi, e più feroci e con più audacia la comandano” (Niccolò Machiavelli: Il principe, paragrafo XXV).

Il principe è colui che con la forza possiede e soggioga ai suoi voleri la Fortuna, imprevedibilità degli eventi mondani, ché la Fortuna è femmina e volentieri si sottomette a chi la brutalizza. Naturalmente il primo ministro Meloni questo lo sa benissimo. Occorre dunque farsi maschi, se si vuole machiavellicamente gareggiare nella contesa del combattere e dell’accumulare, anche se la bellezza delle città d’Italia sta proprio nella loro femminile irregolare sensualità.

Nel Novecento la questione si fece drammatica, ecco allora che il Futurismo mostra i muscoli e i bicipiti, promette avventure strabilianti, adora la macchina e disprezza la donna e l’Italietta.

In generale la storia delle nazioni ha qualcosa di ridicolo, ma la storia nazionale italiana è ridicola al massimo grado, anche se disgraziatamente rotola nel tragico ogni qual volta i proclami e le pose devono misurarsi con la realtà delle guerre nazionali o della competizione economica. Diciamo che l’Italia è un tentativo maldestro e mal riuscito di transizione o forse di travestimento. Ecco allora l’esibizione di una virilità esagerata, le caricature come Roberto Vannacci e Matteo Salvini, ecco allora le défaillance, i momenti di sbandamento e incertezza al momento di compiere scelte che i veri maschi compiono senza tentennamenti ma l’incerta matria che si vuole patria non riesce a compiere senza pentimenti, voltagabbanismi e susseguenti inevitabili disfatte.

Potremmo parlare dell’azzardo del 1915, quando folle di esagitati studentelli e piccolo borghesi pretendevano l’intervento nella guerra europea. Poco importa dove, e poco importa a fianco di chi, e soprattutto poco importa perché. Dovevamo batterci per cancellare il ricordo dell’Italietta, la svergognata femminella crepuscolare. Alla fine si decise di farla comunque, quella guerra. Era del tutto inutile, dal momento che gli austriaci avevano promesso la restituzione dei territori irredenti (e anche un poco irridenti).

Si voleva combattere, accidenti. E si combatté. Naturalmente fu una catastrofe. “O Gorizia tu sia maledetta per ogni cuore che sente coscienza – cantavano gli alpini mandati a morire a plotoni – Dolorosa ci fu la partenza e il ritorno per molti non fu…”.

Finita la guerra con la vittoria delle potenze dell’Intesa cui l’Italia si era accodata in extremis per far bella figura, il presuntuoso presidente Wilson chiamò tutti a Versailles. Gli italiani furono trattati, come meritavano, da voltagabbana inaffidabili e inetti. L’Italia aveva tradito i suoi alleati (che erano Austria e Germania), aveva dato prove militari disastrose, aveva vinto la guerra perché stava dalla parte dei vincitori.

Emanuele Orlando, primo ministro del Regno d’Italia, dichiarò che in quella guerra l’Italia aveva sofferto cinquecentomila perdite più novecentomila feriti. Mezzo milione di persone morte per niente, perché quell’intervento fu comp letamente inutile, insensato, autolesionista. Tragico, ma la conclusione a Versailles nel 1919 fu comica. Orlando e Sonnino rappresentavano l’Italia al Congresso che doveva decidere (e decise, purtroppo) le sorti del mondo. I due tentarono disperatamente di dare un’immagine maschia del loro paese, ma non ci riuscirono tanto bene. Umiliati i rappresentanti italiani abbandonarono il Congresso. Da quel momento Mussolini iniziò la sua ascesa verso il potere.

Ricapitoliamo gli eventi precedenti per chi non li ricorda bene.

Quando, nel 1914, l’attentato di Sarajevo diede avvio al conflitto, l’Italia doveva decidere se starsene in pace o partecipare a una guerra che non la riguardava. Gli italiani erano alleati degli imperi centrali, Austria e Germania, ma nel trattato d’alleanza c’era una clausola che li esautorava dall’intervenire. L’alleanza aveva carattere difensivo, e poiché l’Austria aveva attaccato la Serbia per vendicare la morte del povero Francesco Ferdinando, l’Italia poteva dire ce ne stiamo fuori. Ma no. Bisognava cancellare la neghittosa femminuccia e affermare un’immagine virile, dunque in guerra bisognava entrarci anche se non era chiaro né come né perché.

Nella primavera del 1915 gli italiani Orlando e Sonnino andarono a Londra dove venne firmato un Trattato nel quale agli ingenui italiani, Lloyd George e Clemenceau promisero mare e monti in cambio dell’entrata italiana nella guerra. “Vi diamo la Dalmazia e l’Istria, vi diamo l’Albania vi diamo un po’ di Grecia e magari anche un po’ di Turchia”, promisero l’inglese e il francese, così gli italiani entrarono in guerra e presero un sacco di inutili legnate. Ma quando, dopo la fine della guerra Orlando e Sonnino si recarono a Versailles per regolare le cose del mondo, credevano di essere trattati come vincitori. Invece francesi e inglesi li trattarono come i parenti poveri che hanno troppe pretese sull’eredità. I fetenti avevano dimenticato tutte le promesse del Trattato di Londra. Se ne fottevano insomma di quei due italiani, che come Totò e Peppino stavano sulla soglia col cappello in mano, mentre Mussolini e D’Annunzio agitavano le folle nelle città italiane.

A Caporetto erano morti centomila giovani arrivati da ogni paese della penisola, che non sapevano neanche che andavano a fare. Come dare forma sensata tutto questo? Il nazionalismo è troppo idiota perché si possa parlarne in modo sensato. Ma adesso è tornato di moda. E allora pensiamo anche all’altra entrata in guerra, quella del 1940. Anche in quell’occasione il comico non manca, anche se il cinico prevale decisamente, e il tragico emerge dall’impasto ributtante di cinico e di comico.

Nel 1939 maturano gli effetti del Congresso di Versailles. John Maynard Keynes, che aveva partecipato al Congresso in qualità di diplomatico, scrisse un libro dal titolo Le conseguenze della pace per mettere in guardia dall’umiliazione della Germania (e dell’Italia). Ma chi se ne frega di Keynes e dei suoi consigli. L’umiliazione genera mostri, e l’umiliazione che francesi e inglesi inflissero alla Germania generò il mostro più spaventoso di tutti, il nazismo. L’umiliazione inflitta a Sonnino ed Orlando generò un mostriciattolo appena un po’ meno ripugnante, il fascismo italiano.

Nel 1939 i nodi dell’umiliazione vennero al pettine e presero la forma della vendetta. Hitler violò tutti gli accordi senza pensarci due volte, e nel settembre di quell’anno invase la Polonia, stipulò un patto di non aggressione con l’Unione sovietica, poi si precipitò verso occidente e in pochi mesi occupò il territorio francese. Ancora una volta per il governo italiano si poneva il problema se intervenire o no. Ancora una volta, come già nel ’14, la nazione italiana era impreparata allo scontro. Mussolini fu allora costretto, contrariamente alla sua vocazione e al suo sentimento, a dichiarare una condizione di non belligeranza. L’interventismo era l’origine del suo successo politico, perciò fu assai doloroso per lui assistere alle vittorie di Hitler senza potervi partecipare.

Il gruppo dirigente fascista, a cominciare da Galeazzo Ciano, conosceva le incertezze del Duce, e i grandi gerarchi temevano il coinvolgimento nel conflitto: la guerra africana del 1936 e l’intervento in Spagna per appoggiare gli assassini franchisti avevano debilitato l’esercito italiano che non era preparato a entrare in una guerra di proporzioni continentali e ben presto mondiali. Poi l’avanzata della Wehrmacht si fece trionfale e nella primavera del 1940 le difese francesi furono sbaragliate e i tedeschi giunsero a Parigi e la occuparono. Insomma con ogni evidenza Hitler stava vincendo la guerra. Poteva il Duce rimanere a guardare? Non era forse il momento di correre in soccorso del vincitore? Mussolini ruppe gli indugi a giugno. Nell’azzardo del 1915 la nazione italiana aveva brillato per tradimento e per idiozia. Nell’azzardo del 1939 quel che brilla è il cinismo, ma l’idiozia naturalmente non manca.

Nei suoi libri Curzio Malaparte ha descritto dall’interno l’insensatezza, la mala fede e l’idiozia del nazionalismo. Fascista della prima ora (ma non dell’ultima, perché ci ripensò) Malaparte è un grande scrittore, e al tempo stesso è un cretino in senso proprio, cioè uno che si prende la libertà di rovinare la vita agli altri solo perché a lui piace l’avventura senza ragione e senza speranza. Per spiegare il significato storico del fascismo, in un libro del 1925 (L’Europa vivente) Malaparte rivendica il Barocco come alternativa allo spirito protestante dell’Europa moderna, e questo forse ci aiuta a capire qualcosa dello specifico italiano da Benito Mussolini a Silvio Berlusconi, fino agli attuali fratelli d’Italia, con la vittoria che porta la chioma che schiava di Roma Iddio la creò. Dopo un lungo periodo di incertezza e di mal di pancia (pare che Mussolini soffrisse di atroci dolori al ventre nei mesi in cui doveva decidere se seguire Hitler o farsi di nebbia), Mussolini trascinò il paese nel macello della guerra mondiale per non perdersi lo spettacolo, per non perdere la gloria vittoriosa eccetera eccetera.

Che volete, i fascisti sono così, quelli di ieri come quelli di oggi, con la differenza che quelli di oggi non hanno più la fremente passione giovanile futurista, ma sono geronto-futuristi incartapecoriti che agitano il rosario come l’osceno ex comunista padano che si delizia della morte per acqua di decine di migliaia di naufraghi bambini, e donne, e giovani uomini alla ricerca di salvezza in un continente di vecchi agonizzanti determinati a non concedere vita, e incapaci di provare pietà. Quello dei nostri giorni, anche se lo chiamiamo fascismo per mancanza di parole migliori (cioè peggiori) ha il carattere di un’utopia bio-tanato-politica, se possiamo chiamarla così.

Il discorso neo-reazionario del governo Meloni ha due pilastri: incrementare la natalità di bambini dalla pelle bianca e sterminare tutti coloro che vogliono invadere il territorio che appartiene ai bianchi. È un programma irrealizzabile (dunque un’utopia) che non mancherà però di provocare, e già sta provocando, mostruose conseguenze (dunque è una distopia). Utopia è il ringiovanimento forzoso di un organismo che si sta ineluttabilmente esaurendo e quindi distopicamente marcisce.

È difficile dare forma alla valanga di merda che accompagna il ritorno del nazionalismo. Idiota e assassino come fu nel secolo passato, ma ancora più triste, più sordido, perché invecchiato male, irrancidito e demente.
Mi rendo conto di non avere una risposta intelligente da dare alla domanda: cosa farà il governo Italiano mentre l’Occidente sprofonda nella disintegrazione? Non è facile perché dell’idiozia non si può dire niente di intelligente. Ma purtroppo bisogna sforzarsi perché ci sono momenti (e questo è uno di quelli) in cui l’idiozia è incontrastata signora del mondo.

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venerdì 9 gennaio 2026

Istruzioni per diventare fascisti - Michela Murgia

da quando, sembra troppo tempo, governano gli eredi dei fascisti, che per la proprietà transitiva amano il fascismo, vedere e ascoltare arroganza e disprezzo nei loro volti e nelle loro parole (ma anche in quelle di altri) il libro di Michela Murgia è prezioso per capire il presente (e, purtroppo, il futuro).

buona (indispensabile) lettura.



 

 

Fingendo di trascinare il lettore verso un’ideologia fascista, Michela Murgia, ne mostra tutti lati, da quelli palesi a quelli meno evidenti.
L’autrice, con la dialettica  che già abbiamo potuto apprezzare in Chirù, va al dettaglio: chi mai al giorno d’oggi oserebbe definirsi fascista? Meglio girarci intorno, usare altri termini senza intaccarmela sostanza. C’è il “capo”,  che non ha di fronte  un “avversario”, mail “nemico”. Un nemico che, non avendo identità precisa, magari è da ricercare in alcune categorie fragili piuttosto che in altre.
Michela Murgia  sembra voler dare una sferzata a chi, sonnolento, non crede  che  il modo di pensare e di  parlare di alcuni politici  possa avere dei risvolti sociali molto   pericolosi.  Perciò non è un libro che possa incontrare il favore di tutti i lettori ma,  anche nel dissentirne, può far riflettere.

da qui

 

Istruzioni per diventare fascisti è un’opera raffinata, coraggiosa, anche se non esente da rischi: l’autrice stessa sembra rendersene conto quando scrive, nel primo capitolo: “A forza di sentirselo dire sarà naturale per chiunque arrivare alla conclusione che la concentrazione di potere nelle mani di un uomo forte che sa quel serve sarebbe molto più efficace che far esprimere continuamente sul niente un paese debole”. Appunto. A forza di sentirsi ripetere quanto è smidollata, corrotta e sbagliata la democrazia uno può arrivare a dichiararsi d’accordo. E quindi entrare in empatia con la fascista, nonostante tutto.

Oppure la vera natura del fascista: la docente non ne fa cenno. E come potrebbe? Dovrebbe entrare in una fase di autoanalisi politica. E mentirebbe, come sempre. Eppure il fascismo non è un’entita astratta, non vuole conquistare il potere per un’ideale o per il “suo” popolo. I fascisti sono, fin dalla nascita, dei mercenari creati dalle classi dominanti per i lavori sporchi. Da noi sono nati come sicari al servizio dei latifondisti per picchiare e uccidere i braccianti in sciopero. In Germania sono stati il braccio armato dei grandi capitalisti (gli Junkers), desiderosi di uscire dalla depressione delle guerre perdute e di riprendere il dominio del mondo.

La Murgia è riuscita a dribblare questi rischi scrivendo un dettagliato manuale tecnico. Infatti un titolo alternativo potrebbe essere Il manuale del fascista professionista. Ricorda Il manuale del killer professionista uscito nel 1982 con la rivista Frigidaire. Il killer era tra noi, non si impelagava in spiegazioni sul perché era tale.

Così la fascista, i fascisti, sono tra noi, modernizzati, mimetizzati, riorganizzati, e spetta proprio a noi smascherare la vera natura del loro operato e della loro malvagità.

Spetta proprio a noi impedire che il “tra noi” si trasformi, sotto il nostro naso, in “su di noi”.

da qui

 

Se ci sono due insidie per chi oggi fa comunicazione, due corde che sarebbe meglio non pizzicare volendosi evitare dei gran mal di testa, sono gli argomenti sensibili e l’ironia. La società contemporanea è un contesto rognoso, ipersensibilizzato – spesso artificiosamente e in cattiva fede – in cui, trattando un argomento qualsiasi, si è certi di offendere qualcuno. L’ironia, inoltre, non è proprio cosa per l’uomo contemporaneo che, ancora una volta non sempre in buona fede, rifugge la complessità, spiana tutte le sfumature di senso con la smerigliatrice travisando, talvolta per incapacità e talvolta per malizia, l’umorismo su qualsiasi scala. riportando tutto alla più brutale superficialità, rifiutando apertamente qualsiasi lettura vada oltre il letterale.

Michela Murgia tutto questo lo sapeva. Non poteva non saperlo, perché è intelligente, di quell’intelligenza acuta e dissacrante che traspare da ogni singola riga del suo Istruzioni per diventare fascisti, una lettura agile, tagliente e ironica. Ironica e pertanto travisata. Non c’è davvero da stupirsi, e dubito che l’autrice se ne sia stupita, dell’ondata di liquame virtuale che si è abbattuta su di lei via social media. Intendiamoci, non è giusto, non difendo nemmeno mezzo degli insulti che le sono stati rivolti, quasi mai corredati da uno straccio di argomentazione e per lo più espressioni della più profonda, arrogante ignoranza, ma c’era da aspettarselo. Forse perché l’autrice, oltre che intelligente, è consapevole e coraggiosa.

Intendiamoci, il libro non contiene chissà quale sconvolgente rivelazione. I concetti, gli schemi di pensiero, le dinamiche trattate sono note a tutti o, quantomeno, lo dovrebbero essere. La forza di Istruzioni per diventare fascisti è un’altra: è la forza dell’analisi, è la forza del mettere in chiaro le idee, è la forza del mettere in ordine, e scusate se è poco. Michela Murgia smonta il giocattolo e ci spiega, a prova di deficiente, come funziona. Lo fa con intelligenza e, soprattutto, con ironia. Eccolo, il peccato mortale. Perché a qualcuno tutto questo non piace, perché fa sentire stupidi e ignoranti. E allora arrivano gli insulti, arrivano repliche che abusano della logica e parodie speculari che gettano alle ortiche il senso profondo di un esercizio utilissimo e necessario, di una lettura che fa bene perché parla in modo chiaro, essenziale e centrato di come le cose vanno oggi, senza risparmiare critiche a nessuno.

Sì, perché se chi insulta l’autrice si fosse preso la briga di leggerlo sul serio, il libro, avrebbe ben chiaro il fatto che una delle critiche più caustiche è portata, per quanto in punta di fioretto, proprio ai radical chic. Però non si può pretendere troppo: leggere è faticoso, figurarsi capire.

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venerdì 26 settembre 2025

La critica va fatta a tempo, scrive il saggio cinese



bisogna disfarsi del brutto vizio di criticare dopo, continua Mao Tse Tung (sembra che parli di chi, solo adesso, dopo il genocidio a Gaza, dice che Israele ha un pochino esagerato)

di Francesco Masala

C’era una volta un popolo eletto, non si sa bene da chi. Chi legge Mauro Biglino (1) sa che nella Bibbia non si parla mai di dio, ma di un altro soggetto (Elohim), amante del Potere, dei Sacrifici animali (e umani), e del Genocidio.

 

Anche i paesi occidentali si sono eletti da loro stessi (si credono superiori, ed è conseguente che gli altri popoli sono inferiori, “esportavano” la civiltà, adesso esportano la democrazia) hanno ucciso, a partire dalla “scoperta” dell’America, decine o addirittura centinaia di milioni di esseri umani in tutto il mondo, portando la (loro) civiltà, fatta di genocidi, stragi, guerre, razzismo, sfruttamento, fra l’altro. I popoli dell’America, dell’Asia, dell’Africa sono stati invasi, sterminati, colonizzati, violentati, rapinati (2).

 

dio ci salvi dai popoli eletti!

 

Il governo italiano (e molti governi europei) ha creato il reato di antifascismo (3) e quello di palestinismo (4), senza mai fare ammenda delle immani tragedie causate dal fascismo a cui s’ispirano (5 e 6).

 

Forse non tutti sanno che i bersaglieri del Regno di Sardegna nel 1855 combatterono in Crimea (7) e che l’Italia, dal 1902 al 1943 ebbe in concessione un pezzo di Cina (7).

 

Il premier Merz, senza smentita di Meloni, (quella che piange perchè la Samud Flotilla è un complotto contro di lei), dice che Israele fa il lavoro sporco per noi (8). La strana coppia Merz-Meloni vorrà fare la guerra alla Russia, ancora più che adesso. Forse non sanno, magari a scuola in storia sono arrivati al 1938, che i loro predecessori, chiamati Führer e Duce, dopo la guerra intrapresa (e persa) contro l’Urss, hanno fatto una gran brutta fine. Della loro personale fine non ci interessa molto, il dramma è che trascinano i popoli nella miseria.

 

Alla fine, sotto la spinta dei propri popoli, molti stati europei hanno riconosciuto (o stanno per farlo) lo stato palestinese, naturalmente dovranno essere i paesi imperialisti e colonialisti e genocidi a decidere chi governerà la Palestina, e sottointeso, ma non troppo, Hamas deve sparire. Se qualcuno si è distratto in questi anni può capire come mai Hamas no e Isis sì, basta vedere come il capo dell’Isis in Siria, Al Golani, sia osannato dall’Occidente all’ONU, e non solo. È che l’Isis (Daesh) è sempre stato agli ordini dell’Occidente, una creatura degli Usa. Anche Hamas era al soldo di Israele, ma forse (9) qualcosa è andato storto (oppure no, dipende dai punti di vista).

 

A proposito di ONU, il coraggio dell’ONU sarebbe quello di dire (sarebbe bello se lo facesse un paese dei Brics), a prescindere dai paesi occidentali, che i confini di Israele sono quelli definiti dall’ONU nel 1948, , tutto il resto va restituito alla Palestina, che fonderà il proprio stato. Tutti i territori occupati da Israele vanno liberati, subito, sul modello della Libia che ha espulso gli italiani e dell’Algeria che ha espulso i francesi.

 

https://www.maurobiglino.com/perche-la-bibbia-non-parla-di-dio/

https://www.youtube.com/watch?v=nBohmulHYMA

https://markx7.blogspot.com/2022/07/exterminate-all-brutes-raoul-peck.html

https://www.lettera43.it/scala-loggionista-viva-italia-antifascista-identificato-digos-marco-vizzardelli/

https://www.pressenza.com/it/2025/09/arrestate-attiviste-di-ultima-generazione-in-sciopero-della-fame-per-gaza/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/16/foglio-di-via-agli-attivisti-puniti-per-aver-protestato-contro-i-militari-israeliani-in-sardegna-la-denuncia-di-avs/8128678/

https://www.labottegadelbarbieri.org/le-atrocita-di-mussolini-i-crimini-di-guerra-rimossi-dellitalia-fascista-michael-palumbo/

https://www.labottegadelbarbieri.org/debre-libanos-lo-sgozzatore-degli-etiopi-e/

https://www.labottegadelbarbieri.org/il-monumento-al-boia-graziani-e-ancora-li/

https://www.historiaregni.it/cavour-spiega-lintervento-in-crimea/

https://societageografica.net/wp/2020/09/16/storie-coloniali-la-concessione-italiana-di-tientsin/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/18/merz-iran-israele-lavoro-sporco-aggressore-aggredito/8031107/

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-7_ottobre_2023_un_soldato_israeliano_rivela_uno_strano_ordine_per_annullare_le_pattuglie_di_confine_di_gaza/45289_62263/