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venerdì 13 settembre 2024

Nasce la ‘Confederazione del Sahel’ che cancella l’Africa francese

 

Si consolida l’alleanza tra le giunte militari al potere in Mali, Niger e Burkina Faso, che decidono di ‘federarsi’ creando un blocco alternativo alla Comunità economica dei Paesi dell’Africa sub-sahariana (Cedeao o Ecowas), organismo regionale accusato di essere uno strumento delle ex potenze coloniali occidentali, in particolare della Francia. Basta ‘Franco CFA’, cercasi nome alla nuova moneta. Tensioni tra Burkina Faso e Costa d’Avorio per presunte basi segrete francesi.

L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione

Dopo l’avvio di una stretta collaborazione militare che ha portato all’espulsione della maggior parte delle truppe occidentali presenti nel Sahel e all’avvio di una strategia comune contro l’insorgenza jihadista, i tre paesi ora accelerano anche sulla cooperazione sul fronte economico, sanitario, dell’istruzione e delle infrastrutture, sottolinea ‘Pagine Esteri’. «Nei giorni scorsi, i tre paesi hanno annunciato la creazione della ’Confederazione degli Stati del Sahel’, evoluzione della precedente ‘Alleanza del Sahel’ formalizzata a settembre», precisa Marco Santopadre.

Mali, Niger e Burkina Faso a tutta economia

Riuniti a Niamey, capitale del Niger, i capi dei tre governi nati da diversi e successivi golpe anti coloniali, hanno formalizzato la creazione di una ‘Banca di investimento comune’ e di un ‘Fondo di stabilizzazione’, già annunciati a novembre. Assimi Goita, Ibrahim Traoré (Burkina Faso) e Abdourahamane Tiani (Niger) hanno poi deciso di creare una «Forza Unificata del Sahel», per rafforzare la lotta contro i ribelli islamisti. A guidare la neonata Confederazione sarà il ‘presidente ‘di transizione’ del Mali, colonnello Assimi Goita, nominato presidente di turno dell’organizzazione con un mandato di un anno.

Verso l’addio al ‘Franco CFA’

I tre paesi continuano lavorare sugli aspetti tecnici per arrivare ad abbandonare il ‘Franco CFA’ (nel 1945, CFA era l’acronimo di ‘Colonie Francesi d’Africa’; successivamente, divenne acronimo di ‘Comunità Finanziaria Africana’), con l’intenzione di adottare una moneta comune ai tre paesi. Infine, i capi delle tre giunte militari hanno incaricato i ministri competenti di elaborare urgentemente tutte le procedure tecnico diplomatiche per l’uscita dei tre Paesi dei Sahel dalla Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale), l’accordo economico stipulato da dodici Stati dell’Africa occidentale nel 1975, e tuttora in vigore, ma destinato a scadere il prossimo anno.

Cancellare anche il nome del ‘Franco’

La creazione della “Confederazione del Sahel” ha ovviamente allarmato l’organismo regionale, che ha tenuto un vertice straordinario ad Abuja (Nigeria) il 7 luglio. Con la fuoriuscita di Mali, Niger e Burkina Faso, infatti, la Cedeao perderebbe più del 12% del Pil e il 16% della popolazione, oltre che tre paesi ricchi di risorse minerarie e strategici sul piano geopolitico. Mentre i cinque Paesi che restano della ‘Cedeao’ hanno progettato di adottare una moneta comune a partire dal 2025; la moneta dovrebbe chiamarsi Eco. L’unione monetaria verrà detta ‘Zona monetaria dell’Africa occidentale’ (ZMAO). E anche questa nascita, prevista a partire dal 2025.

Rischi e minacce

In caso di ritiro dei tre della ‘Confederazione del Sahel’, ha detto il presidente della Cedeao, l’organismo regionale in vita ormai da mezzo secolo, Omar tre paesi del Sahel potrebbero perdere finanziamenti per più di 500 milioni di dollari. Per Touray, rischio di disintegrazione della Cedeao che interromperebbe la libertà di movimento per i suoi 400 milioni di abitanti e peggiorerebbe la sua sicurezza. Il rischio di una disintegrazione paventato anche dal presidente del Senegal Bassirou Faye, che sostiene la necessità di liberare l’organismo «dagli stereotipi che la dipingono come un’organizzazione ‘soggetta alle influenze di poteri esterni’». Sentori di colonialismo, con Faye che ha anche criticato le sanzioni imposte dalla Cedeao ai tre paesi ‘ribelli’ dopo i rispettivi colpi di stato.

Basi segrete francesi in Costa d’Avorio

Intanto la giunta militare al potere in Burkina Faso ha alzato i toni nei confronti di Costa d’Avorio e Benin, accusati di essere strumenti dell’ingerenza di Parigi nella regione. «Non abbiamo nulla contro il popolo ivoriano. Ma abbiamo qualcosa contro chi governa la Costa d’Avorio. Esiste un centro operativo ad Abidjan per destabilizzare il nostro Paese» ha dichiarato il leader della giunta militare, che accusa il Benin di ospitare due installazioni militari francesi segrete, a suo dire utilizzate per addestrare terroristi contro il Burkina Faso. La Costa d’Avorio è ancora saldamente nell’orbita politica, economica e militare di Parigi. Il Benin ha un conflitto aperto anche con il Niger dopo che questo ha bloccato il trasporto di petrolio da un oleodotto cinese verso il porto di Cotonou.

Burkina e risorse minerarie

Traoré, il capo della giunta del Burkina ha annunciato di voler rimanere al potere nei prossimi cinque anni, partendo da subito con la nazionalizzazione delle risorse minerarie – soprattutto di oro – e il blocco dei permessi di estrazione finora concessi a multinazionali straniere. A novembre la giunta militare burkinabé ha avviato la costruzione di una raffineria d’oro, mentre a gennaio ha inaugurato il primo impianto per la lavorazione dei residui minerari (principalmente carbone fino, scorie, concentrati acidi e ceneri), per avere maggior controllo sul loro trattamento e smettere di esportarli. La fabbrica è di proprietà di una società privata locale, la Golden Hand, di cui lo stato controlla il 40%.

Le ricchezze sono mie e le sfrutto io, e gli amici

D’ora in poi gli unici attori stranieri che saranno autorizzati a sfruttare il settore minerario del paese, ha detto Traoré, saranno «i sinceri partner che accettano di sostenerci nella lotta contro l’insorgenza jihadista, spesso legata ad Al Qaeda o a Daesh». Un implicito richiamo alle relazioni commerciali avviate con Mosca in cambio di un sostegno militare che però finora non ha sortito gli effetti sperati.

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venerdì 16 agosto 2024

Al diavolo ideologie e democrazia: nel Sahel per combattere i russi, i francesi si alleano ad Al Qaeda - Massimo A. Alberizzi

 

Una feroce battaglia nel deserto si è conclusa con la disfatta di una colonna di soldati e mercenari dell'Africa Corps (ex Wagner), grazie all'aiuto dato ai ribelli tuareg e agli islamisti da parte dei legionari e dei corpi speciali ucraini. L'intesa degli Occidentali con i terroristi può portare a conseguenze devastanti

 

I miliziani tuareg e i jihadisti maliani che il 27 luglio nel centro del Sahara, in Mali ma ai confini con l’Algeria, hanno inferto una sonora sconfitta all’esercito regolare e ai loro alleati mercenari russi, sono stati aiutati dai consiglieri francesi che hanno fornito le informazioni di intelligence necessarie per vincere la furiosa battaglia. I francesi, a loro volta, hanno incaricato tecnici militari ucraini, da loro addestrati in Ucraina, di utilizzare i droni intervenuti (e sono stati decisivi) durante i combattimenti. Ma non solo: i francesi hanno fornito ai terroristi islamici tutte le informazioni che hanno loro permesso di prevalere sulle truppe russo-maliane, nella terza parte della battaglia, durata ben tre giorni.

Secondo fonti confidenziali raccolte da Africa ExPress (ma che non possiamo rivelare per ovvi motivi) gli americani sono estranei alla vicenda. La CIA era stata solo informata dai francesi e Jeremy, una delle antenne dei servizi di Washington, residente fino a poche settimane fa in una base USA a Niamey, è stato tenuto al corrente di tutta l’operazione, cui alla fine ha dato il suo benestare, per altro non necessario.

Un ufficiale delle forze speciali

Il gruppo di ucraini era comandato da un ufficiale delle forze speciali di Kiev, unità conosciuta con il nome di Khimik. Khimik è nota per aver partecipato a combattimenti in Siria, nelle forze antigovernative appoggiate e armate dagli americani e dai francesi.

La cosa più preoccupante è l’alleanza di fatto e il coordinamento tra i jihadisti e i francesi, informazione che non sarà sfuggita a Jeremy. Sembra di rivedere lo scenario degli anni ’80 in Afghanistan quando per combattere i sovietici gli Stati Unti rifornirono di armi ai mujaheddin di Osama Bin Laden che poi si rivoltò contro chi l’aveva aiutato. Quelle armi furono utilizzate dai terroristi di Al Qaeda. Le conseguenze di questa politica rischiano di essere devastanti.

Ora i francesi – con la benevolenza degli americani – per combattere i russi e la loro influenza sui governi del Sahel, accantonando cinicamente principi e ideologie, hanno deciso di servirsi dei potenti miliziani jihadisti legati ad Al Qaeda e di allearsi con loro, applicando l’adagio popolare, il nemico del mio nemico è mio amico.

Centro smistamento migranti 

Il 27 luglio e nei giorni immediatamente precedenti, a Tin Zaouten (attenzione, la grafia, traslitterata dall’arabo, di questa località può essere diversa), in pieno deserto, i ribelli tuareg e i jihadisti dell’Isis hanno avuto tre scontri con un gruppo di mercenari della compagnia Wagner (da poco ribattezzata Africa Corps) e di regolari dell’esercito. Secondo le stime diffuse anche da ambienti occidentali sarebbero rimasti uccisi almeno 84 soldati di ventura al soldo del Cremlino e 47 militari maliani.

È stato un duro colpo per l’organizzazione mercenaria. La Wagner era guidata da Yevgeny Prigozhin, morto in un incidente aereo e ora direttamente controllata dalla struttura di comando della difesa russa.

Subito dopo le battaglie del 27 luglio Andriy Yusov, portavoce del servizio di intelligence militare ucraino (GUR), gongolante per la vittoria, ha sostenuto orgoglioso che i ribelli tuareg avevano “ricevuto informazioni necessarie, e non solo informazioni, che hanno permesso il successo di un’operazione militare contro i criminali di guerra russi”.

Attacco ai tuareg

Africa ExPress è ora in grado di spiegare come sono andate le cose in quei giorni. Il 25 luglio le truppe maliane, sostenute dai Wagner, provenienti dal villaggio di Boghassa (più di 80 uomini e 24 veicoli, tra cui sei blindati e sei motociclette) attaccano il villaggio di Tin Zaoutene, centro di smistamento di migranti e base di trafficanti e contrabbandieri, controllato dai ribelli tuareg del Cadre stratégique pour la Défense du Peuple de l’Azawad (CSP-DPA), una sigla che comprende diverse formazioni secessioniste. Secondo il giornalista Wassim Nasr le immagini del convoglio lasciano capire che la maggior parte degli assalitori erano bianchi, probabilmente russi.

I tuareg, comandati da Alghabass ag Installa, resistono e respingono gli assalitori. I combattimenti riprendono il 27 luglio. I russi-maliani, durante una tempesta di sabbia, cadono in un’imboscata dei tuareg a Zakak, villaggio sulla strada per Kidal, il capoluogo di quella regione maliana. I regolari e i mercenari russi tentano di ritirarsi ma sono inseguiti dai ribelli tuareg e il terzo scontro avviene verso Abeïbara. I superstiti, in fuga, cadono in un’altra imboscata dei jihadisti del Groupe de Soutien à l’Islam et aux Musulmans (GSIM) in una valle delle montagne di Tin-Gamera, a 40-70 chilometri a sud di Tin Zauten. Gli islamisti sono guidati da Sedane Ag Hita, uno dei suoi comandanti più anziani, e da Abdorrahmane Zaza, noto come “Abdorrahmane Al-Targui”, emiro della regione di Tin-Essako.

Accordo organico

Secondo alcuni osservatori il modo in cui si è svolta l’imboscata potrebbe far pensare a una forma di partnership temporanea tra i francesi e i gruppi jihadisti, invece sarebbe stata solo un’alleanza ad hoc diretta contro l’esercito maliano e Wagner. Questa però non è la versione raccolta da Africa ExPress. Le nostre informazioni parlano di un’accordo organico tra francesi e jihadisti.

Questa è la cronaca che si può facilmente leggere sui giornali francesi, sempre molto attenti alle cose africane. Ma la fonte confidenziale sentita da Africa ExPress, spiega ancora: ”I francesi hanno organizzato tutta l’operazione in stretto coordinamento con i servizi di sicurezza algerini che hanno contribuito con informazioni precise e ben documentate. Sebbene i rapporti tra Parigi e Algeri in questo momento non siano dei migliori (dopo il sostegno assicurato da Macron al piano di pace marocchino per il Sahara Occidentale, l’ex colonia francese ha richiamato il suo ambasciatore in Francia, ndr), la collaborazione tra le due intelligence sembra ancora solida e ben collaudata e ora i francesi sono diventati consiglieri dei separatisti tuareg e di Al Qaeda e dell’ISIS”. Poi aggiunge un dettaglio: “Il sentimento antifrancese nel Sahel è stato provocato, tra l’altro, dallo scarso impegno delle truppe degli ex colonialisti nella guerra contro gli islamisti. L’opinione pubblica e i militari si sono convinti che la declamata guerra ai terroristi servisse solo come una giustificazione alla loro presenza in Mali e in Niger. Infatti, i legionari non hanno fatto granché contro i terroristi”.

Guerra fuori dall’Europa

Insomma, la guerra tra Russia e Ucraina si combatte anche fuori dall’Europa e, come tutte le guerre, è fatta di colpi bassi, intrighi, accordi e alleanze all’apparenza innaturali. Quando si tratta si geopolitica non si può usare la logica e il buon senso. Non ci si può fidare delle dichiarazioni politiche espresse e/o delle posizioni ostentate. Ciò che sembra inverosimile può diventare in un batter d’occhio realtà. Gli avvenimenti degli ultimi decenni ci hanno abituati a colpi di scena. Gli americani avevano finanziato e armato Osama Bin Laden, gli israeliani avevano finanziato Hamas e ora i francesi si alleano ad Al Qaeda per sbarazzarsi dei russi che hanno preso il loro posto nel Sahel. Gli occidentali in Africa sono stati allontanati ma non si può credere che accatteranno la situazione con rassegnazione. Si preannunciano giorni difficili. Soprattutto per gli africani.

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sabato 10 agosto 2024

Niger a un anno dal golpe: l’albero (della sovranità) si riconosce dai suoi frutti – Mauro Armanino

 

L’attuale capo di stato ha decretato il 26 luglio come nuova festa nazionale del Niger. Ciò per sottolineare la cesura tra un prima e un dopo l’ultimo colpo di stato militare che ha spodestato il presidente Mohammed Bazoum, a tutt’oggi detenuto nel palazzo presidenziale.

La festività, artisticamente orientate al ricupero delle culture tradizionali, durerà sino alla celebrazione della festa nazionale, il prossimo 3 agosto. Dal 1975 c’è l’usanza, per l’occasione, di piantare un albero come simbolo e contributo a rallentare l’avanzata del deserto. Si celebra, in qualche modo, l’Indipendenza dall’indipendenza per una nuova dipendenza, quella della ‘sovranità nazionale’. Il Paese è infatti indipendente dal giogo coloniale francese dal 1960, l’anno delle indipendenze per 14 Paesi dell’Africa subsahariana francese. Si aggiunsero il Congo Belga, la Somalia italiana e la Nigeria britannica. L’Etiopia, la Liberia e la Guinea avevano già gustato il frutto, dolce e amaro, della sovranità.

I militari che hanno preso il potere negli stati che hanno scelto di formare ‘l’Alleanza del Sahel’, il Mali, il Burkina Faso e il Niger, hanno affermato di aver risposto alle aspirazioni dei rispettivi popoli, stanchi dell’insicurezza, la miseria e la pessima conduzione politica. La modalità scelta dagli autoproclamati capi di stato e secondo il contesto dei Paesi citati è quella di unire i popoli attorno al valore della ‘sovranità nazionale’, come collante e nuova religione del momento. Non è dunque casuale che, in questo spazio saheliano, si punti al ricupero di un passato mitizzato, per così dire ‘imperiale’, per rifondare la sovranità. È questa la ‘porta’ che vuole chiudere con 60 anni di ‘democrazia occidentale’ non adatta ai popoli del Sahel e aprire al passato delle tradizioni in grado di rifondare una ‘democrazia africana del Sahel’.

Non appare dunque casuale se questo progetto di ricostruzione politica vuole realizzarsi: la creazione e il mantenimento ‘aggiornato’ di un nemico. Siano i gruppi armati terroristi, il neocolonialismo, l’imperialismo, l’insieme degli stati dell’Africa occidentale che hanno applicato le sanzioni dopo il colpo di stato, le basi militari straniere sul posto e, in genere, quanti non sono d’accordo con questo progetto di ingegneria politica. Il nemico è insostituibile e varierà nel tempo, nello spazio e a seconda delle necessità del momento. I militari hanno giustificato la presa di potere adducendo come motivi principali la lotta all’insicurezza, la situzione economica e la pessima e corrotta gestione del potere politico. La ‘Salvaguardia della Patria’, missione che il Consiglio Nazionale dei militari si è data, si è gradualmente tradotta nella riappropriazione dell’identità profonda dei popoli del Sahel. Il rischio di assumere, tradurre (o tradire) le attese dei popoli è sempre molto alto quando ci arroga il diritto di rappresentarlo o manipolarlo. Una porta che si chiude e che si apre al passato per illuminare il presente come una sfida.

Esso è costituito, come sempre, dall’ostinatezza della realtà, puntuale e inesorabile nella sua perentorietà. Dal momento del colpo di stato alla data, le persone uccise (militari e civili) si contano a centinaia. Si prende atto che in alcune zone delle ‘Tre Frontiere’ (Mali, Burkina, Niger) lo stato è inesistente e la legge è dettata piuttosto da gruppi armati che manipolano la religione per fini di potere. Il numero di profughi e sfollati non è affatto diminuito. Migliaia di contadini non potranno lavorare la terra e questo aumenterà il numero delle persone in vulnerabiltà alimentare o in carestia, che già si contano a milioni. Le condizioni di vita dei cittadini del Paese si sono ulteriormente deteriorate. Per le famiglie assicurare il cibo, la salute, l’educazione e gli affitti rappresenta una scommessa alla sopravvivenza. Trovare un lavoro decente è come osare intraprendere il percorso di un combattente. La criminalità spicciola e quella più organizzata fanno ormai parte del quotidiano della città.

Di tutto ciò, nella settimana festiva, probabilmente si dirà poco o nulla. Le danze tradizionali e gli slogan passeranno in fretta. Diceva il saggio, a ragione, che l’albero (della sovranità) si riconosce dai suoi frutti.

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martedì 11 gennaio 2022

Il fallimento francese in Mali è militare, politico e diplomatico - Pierre Haski

 

Il Mali, principale fronte su cui è impegnato l’esercito francese fuori dal territorio nazionale, si sta trasformando in un rompicapo politico-diplomatico. Ora il rischio per Parigi è quello di un fallimento, e dunque di una ritirata a condizioni che minerebbero a lungo termine l’influenza francese sul continente.

La Francia ha appena subìto due colpi durissimi in Mali, quasi nove anni dopo l’inizio dell’intervento deciso dal presidente socialista François Hollande. Entrambi gli eventi sono legati a decisioni prese dalla giunta al potere a Bamako, che ha sfidato non soltanto Parigi ma anche i paesi della regione e una parte dei maliani. Al centro della questione ci sono il calendario per il ritorno alla vita civile e il dispiegamento dei militari russi, dallo status ambiguo.

Il capo della giunta, il colonnello Assimi Goïta, ha reso note le prossime tappe della transizione verso un governo guidato da civili, dopo aver contestato l’obiettivo di indire le elezioni a febbraio. Nella nuova tabella di marcia, che ha sorpreso tutti, le presidenziali sono rinviate a gennaio del 2026. Dunque il Mali dovrebbe vivere altri quattro anni di governo militare.

In che senso questo può considerarsi un fallimento per la Francia? Parigi vorrebbe conservare l’apparenza di una presenza militare richiesta dalle autorità ufficiali di Bamako, anche per rispondere alla campagna antifrancese che nelle ultime settimane è stata sempre più evidente.

Gli avvertimenti di Parigi restano lettera morta o addirittura alimentano l’idea che il governo francese abbia paura della “concorrenza” russa

La Francia non ha certo gradito il “colpo di stato nel colpo di stato” che a maggio aveva portato il colonnello Goïta a rovesciare le persone che lui stesso aveva piazzato al potere pochi mesi prima. Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che non sarebbe rimasto “al fianco di un paese dove non esistono più una legittimità democratica e una transizione”. Da quel momento, però, la situazione non è stata risolta, e Macron ha dovuto annullare la sua visita in Mali subito prima di Natale, un evento che era stato imprudentemente annunciato prima di avere le certezza che le condizioni fossero accettabili.

La seconda questione è quello dei mercenari di Wagner, la compagnia militare privata russa vicina al Cremlino, di cui la Francia e altri 17 paesi occidentali hanno denunciato l’arrivo in Mali. Bamako ha negato e sostiene che si tratti soltanto di consulenti militari russi, ma l’equivoco sulla presenza di questi individui, segnalati già a decine a Bamako e nel centro del Mali, non potrà durare a lungo.

Inizialmente Parigi aveva reagito in modo categorico: “O Wagner o noi”. Ora la posizione francese è meno netta, anche se a Parigi sono ancora convinti che la coabitazione tra due forze contraddittorie possa diventare ingestibile.

Per il momento l’impatto è innanzitutto politico. La Francia ha perso la possibilità di farsi sentire a Bamako: i suoi avvertimenti restano lettera morta o addirittura alimentano l’idea che il governo francese voglia dettare legge al valoroso colonnello Goïta per paura della “concorrenza” russa. E questo nonostante il fatto che i paesi africani della regione condividano gli obiettivi francesi e abbiano imposto una serie di sanzioni alla giunta maliana.

Dopo nove anni di presenza in Mali, la Francia si ritrova senza un orizzonte chiaro, né militare né politico, e senza una via d’uscita onorevole. Tra jihadisti, reti mafiose, golpisti e mercenari russi, in Mali potrebbe non esserci più spazio per l’esercito e per l’influenza della vecchia potenza coloniale.

Questo è il problema che si presenta a Macron, deciso a rifondare i rapporti franco-africani ma intrappolato in un conflitto senza soluzione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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lunedì 19 luglio 2021

The Last Twenty

 Mentre in Italia andavano avanti gli incontri dei G20, dei venti Grandi della terra, dal mese di febbraio si è costituito un comitato denominato “Last Twenty”, che ha tentato di riunire gli “L20”, i venti Paesi più “impoveriti” del nostro pianeta, in base alle statistiche internazionali sui principali indicatori socio-economici e ambientali. Sono i Paesi che più soffrono della iniqua distribuzione delle risorse, dell’impatto del mutamento climatico, delle guerre intestine, spesso alimentate dai G20.

Guardare il mondo con gli occhi degli “Ultimi” ci permette di andare alla radice dei problemi che deve affrontare la nostra società in questa fase, di misurare la temperatura sociale e ambientale del nostro pianeta partendo dai punti più sensibili.

L’evento “The Last 20” parte da Reggio Calabria il 22 luglio, con l’intitolazione di un ponte, che unisce la città al suo porto, all’Ambasciatore Luca Attanasio e alla sua scorta, morti in un agguato in Repubblica Democratica del Congo il 22 febbraio 2021. Un ponte che ha un valore simbolico perché unisce l’ultimo lembo della penisola italiana con il mare che ci porta nel Continente africano. Un legame che vogliamo riprendere e rilanciare. Alla cerimonia sarà presente la vice-ministra del MAEC on. Marina Sereni, l’ambasciatore della Repubblica Democratica del Congo in Italia, i familiari dell’ambasciatore e del carabiniere Iacovacci, nonché le massime autorità locali.

Dal pomeriggio del 22 Luglio per tre giorni si terranno, presso il Parco Ecolandia, un grande balcone sullo Stretto sito nella parte Nord della città, incontri e dibattiti con i rappresentanti di ONG, sindaci, docenti universitari, rappresentanti della comunità degli L20 presenti in Italia e nella Ue, sui temi relativi alla immigrazione, accoglienza, cooperazione decentrata, ruolo dell’Europa rispetto agli L20.

“The Last 20” proseguirà dal 10 al 12 settembre a Roma, sulla questione della lotta alla fame e alla povertà, dal 17 al 21 settembre in Abruzzo e Molise sui temi del dialogo interreligioso e della pace, a Milano dal 22 al 26 settembre sulla questione della sanità, dell’impatto del mutamento climatico, della resilienza.

“The Last 20” si concluderà a S.M. di Leuca il 2-3 ottobre con la stesura di un documento da presentare nelle sedi internazionali.

I Paesi L20

Non si tratta di Paesi “poveri” ma piuttosto “impoveriti” da sfruttamento coloniale, guerre e conflitti etnici, catastrofi climatiche. Sono Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea Bissau, Libano, Liberia, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan e Yemen.

 

 

 

Dove e quando gli incontri degli L 20

·         22-25 luglio: inaugurazione a Reggio Calabria, quattro giorni con rappresentanze delle ambasciate e/o “governi in esilio”, delle culture di questi Paesi (mostre, artigianato, spettacoli). Incontro con esperti e testimoni su fussi migratori e politiche di accoglienza, corridoi umanitari e cooperazione decentrata.

·         10-12 settembre a Roma. Incontro sul contrasto alla povertà, alla fame, alla malnutrizione, alle cause del dilagare delle malattie e sulle alternative in atto. Il rilancio della cooperazione internazionale: la responsabilità della Ue. Le nuove pratiche dell’agro-ecologia come risposta dei Paesi dell’Africa sub-sahariana alla siccità e come alternativa alla dipendenza dalle multinazionali del cibo.

·         17-21 settembre a L’Aquila, Sulmona (AQ), Agnone (IS), Castel del Giudice (IS), Piano dei Mulini, Colle d’Anchise (CB). I più piccoli insieme ai più poveri per costruire il presente. I giovani come promotori del dialogo intergenerazionale: i giovani italiani, rappresentanti politici e religiosi e la società civile insieme a Capi di Stato, ambasciatori, Comunità delle Diaspore africane e associazioni internazionali rispondono al G20 nella tappa. Abruzzo e Molise saranno la cornice di questo incontro internazionale di dialogo, ascolto, confronto e proposte.

·         23-26 settembre a Milano. Incontro con rappresentanti di questi Paesi su “mutamento climatico”, tutela ambientale, salute e altreconomia. Sarà afrontata la questione sanitaria, partendo dalle evidenze fatte emergere dalla pandemia, ma andando oltre vero una politica globale che metta la salute delle persone al primo posto. La resilienza al mutamento climatico e le nuove pratiche delfair trade, a livello nazionale e internazionale, saranno al centro dell’incontro.

·         2-3 ottobre Santa Maria di Leuca, Campo Internazionale per la pace. “Il cammino nella bellezza”. Nell’ambito di questa tappa finale verrà stilato un documento da presentare al G20, Parlamento europeo, nonché ai mass media italiani e stranieri.

 

Ufficio stampa:

Massimo Acanfora, Ilaria Sesana, Duccio Facchini tel: +39 3291376380

 

https://thelast20.org/

sabato 7 marzo 2020

COME PORTARE IL MONDO FUORI DALLA POVERTÀ - Marinella Correggia (*)


Solo dieci anni ci separano dal 2030, l’orizzonte temporale per il raggiungimento dei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Ods), detti anche Agenda 2030, approvati dall’Onu nel 2015 (1). Impegnativi a partire dai primi due: «porre fine alla povertà in tutte le sue forme in tutto il mondo» e «porre fine alla fame, realizzare la sicurezza alimentare e una migliore nutrizione, promuovere l’agricoltura sostenibile». Ne siamo lontani, visto che nell’anno appena trascorso il numero di affamati (821 milioni di persone) nel mondo è nuovamente in aumento dopo decenni di regressione, e che i livelli di insicurezza alimentare grave o moderata riguardano inoltre il 26% della popolazione mondiale ((2).
In questo 2020, iniziato fra un’emergenza mondiale e l’altra (virus, locuste, terrorismo e i «soliti» eventi estremi climatici), la «comunità internazionale» si trova sulla soglia di diversi appuntamenti importanti. È arrivato a metà percorso il Decennio Onu per la nutrizione, mentre entra nel secondo anno il Decennio per l’agricoltura familiare. Nel mese di novembre si terrà a Glasgow la cruciale Conferenza delle parti delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (Cop26). Nel 2021, poi, l’Onu organizzerà a New York il Vertice mondiale sui sistemi alimentari. Questi ultimi sono messi a repentaglio dal caos climatico – il quale potrebbe far precipitare nella povertà altri 100 milioni di persone nei prossimi dieci anni – ma al tempo stesso lo influenzano: il settore emette annualmente il 25% dell’anidride carbonica totale di origine antropica.
Quale strada a ostacoli dovrà dunque essere percorsa in questi dieci anni per onorare gli obiettivi dello sviluppo sostenibile? «Il cammino passa per le aree rurali impoverite. Il sostegno e gli investimenti a favore dei lavoratori più marginali delle campagne, i piccoli produttori agricoli, le donne, i giovani, le popolazioni indigene, va messo al centro della lotta contro la povertà e la fame, per la resilienza ai cambiamenti climatici e la risoluzione dei conflitti. Abbiamo dieci anni e i prossimi due saranno cruciali, per l’impegno politico da assumere e le risorse finanziarie da mobilitare»: così ha detto il togolese Gilbert Houngbo, presidente del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), una delle tre istituzioni «agroalimentari» dell’Onu con base a Roma – le altre sono la Fao e il Programma alimentare mondiale -, e anche l’unica istituzione finanziaria multilaterale che dal 1977, ha il mandato esclusivo di sostenere, con doni o prestiti agevolati a seconda delle situazioni, le economie rurali e i sistemi alimentari nelle regioni più marginali, «là dove la Banca mondiale e le altre si fermano». I servizi finanziari arrivano raramente nelle comunità rurali che ne hanno bisogno per produrre meglio, avere accesso ai saperi, alle tecnologie e ai mercati, migliorare le condizioni di vita (3).
Nei primi giorni di febbraio 2020, l’Ifad ha tenuto la 43° sessione del suo governing council e, in occasione della dodicesima ricostituzione del proprio fondo, ha chiesto ai 177 Stati membri del Fondo di aumentare gli sforzi a vantaggio delle popolazioni più marginali, così da affrontare l’instabilità globale e un circolo vizioso, quello fra estrema povertà, insicurezza alimentare, migrazioni, aggravato dai cambiamenti climatici da un lato e dai conflitti dall’altro. Il 75-80% dei poveri si concentra nelle campagne, dove due miliardi di persone dipendono da piccoli appezzamenti agricoli; e – apparente paradosso – la maggior parte delle persone che vanno a letto affamate appartengono a famiglie contadine o comunque di lavoratori rurali e produttori di alimenti. Investire nelle campagne significa potenziare di due o tre volte l’impatto in termini di riduzione della povertà.
Un miliardo di giovani nella fascia d’età fra i 15 e i 24 anni vive nei paesi in via di sviluppo, e 500 milioni nelle aree rurali; cifra che sale ad almeno 780 milioni se si considerano anche le aree semirurali e periurbane (4). In molti contesti, le ragazze di campagna hanno una sfida in più: le norme sociali. Si pensi all’Afghanistan, un’emergenza dopo l’altra, un paese in guerra da 40 anni dove intere generazioni non sanno cos’è la pace. La partecipazione politica e sociale delle donne – tante le vedove di guerra che si fanno carico di tutta la famiglia – viene ora tentata nei 35.000 consigli per lo sviluppo comunitario sparsi nel paese: devono contare almeno il 40% di donne. La fascia giovanile è la più attiva.
Malgrado l’idea diffusa che l’età media degli agricoltori nelle campagne dei paesi impoveriti o emergenti sia intorno ai sessant’anni e che tutti i giovani se ne vadano, nei fatti anche le nuove leve fanno in maggioranza lavori collegati all’agricoltura. Ma per essere efficaci, investimenti e politiche devono offrire accesso alla terra (5) e opportunità formative e occupazionali, ma anche rendere le campagne più appetibili: la rivoluzione digitale e quella tecnologica sono particolarmente attraenti per i giovani. Il rischio è di avere una generazione perduta che cerca solo di andarsene.
Si pensi in particolare all’Africa, dove l’Ifad investe almeno il 50% delle risorse. Stretto fra insicurezza, conflitti armati, cambiamenti climatici ed eventi estremi, il continente ha tuttavia un sogno di rinascita. L’orizzonte stavolta non è il 2030 ma, più realisticamente, il 2063. Cinquant’anni a partire da quando, nel 2013 ad Addis Abeba, l’Unione africana (Ua) ha elaborato l’Agenda 2063. L’Africa che vogliamo (6), «la visione panafricana di un continente integrato, prospero, in pace, guidato dai propri cittadini e forza dinamica nello scenario internazionale». Obiettivi molto lontani dalla realtà anche geopolitica dell’oggi. Josefa Sacko, commissaria dell’Ua per l’economia rurale e l’agricoltura, intervenendo all’ultima conferenza dell’Ifad è stata chiara: «Nel 2019 rispetto all’anno precedente i conflitti sono aumentati del 36%. Pregiudicano la produzione agricola e portano spostamenti e destabilizzazione. Non è possibile alcuno sviluppo senza la pace».
Guerre cosiddette civili e/o attacchi da parte di gruppi terroristici tormentano Congo, Somalia, Sud Sudan, Nigeria, Mali, Niger, Repubblica Centrafricana, Burkina Faso, Libia… In parallelo, sempre per citare Sako, «dopo molti anni la fame è tornata a crescere, ma aumentano anche il diabete e altre malattie non trasmissibili». Quanto ai cambiamenti climatici, sono un «fattore propulsivo di migrazioni e conflitti». Dunque «la finanza per lo sviluppo è fondamentale per la trasformazione delle aree rurali, la sicurezza alimentare, la resilienza ai cambiamenti climatici, la condizione delle donne e dei giovani, e per creare opportunità in modo tale che i mercanti di guerra non trovino più giovani da armare».
Certo, i cambiamenti climatici aiutano talvolta il lavoro di gruppi jihadisti perché rendono più intollerabile la povertà rurale. Lo ricordano spesso gli africani, ad esempio Ibrahim Boubacar Keita, presidente del Mali (7): «Viviamo e subiamo lo sconvolgimento dei cicli naturali, la rarefazione delle terre e una maggiore precarietà, della quale approfittano gruppi – terroristi la cui vocazione è morire e far morire – che in nome dell’islam pretendono di sostituire lo Stato». È anche il peso di guerre altrui a ricadere sull’Africa in termini di violenza jihadista, in passato sconosciuta: «Il nostro spazio è stato investito da persone non invitate ed è successo a causa, lo dico con decisione, di scelte fatte da altri. Noi ne subiamo le conseguenze. Quando la questione libica è esplosa non siamo stati consultati, abbiamo subito. Adesso siamo noi le vittime».
E si pensi al caso della Somalia, descritto dal ministro dell’agricoltura e dell’irrigazione Said Hussein Iiid (8): «In 30 anni, oltre alla guerra, abbiamo avuto 12 lunghe siccità, 18 inondazioni, una migrazione interna verso i centri urbani e internazionale verso i paesi vicini e altri continenti. Gli investimenti rurali sono indispensabili anche per evitare conflitti legati anche agli spostamenti in cerca di acqua e pascolo per il bestiame» (metà della popolazione è costituita da pastori). Gli interventi devono puntare sulle donne (che dopo una guerra civile diventano ancora più importanti, con la morte o l’invalidità degli uomini) e sui giovani, «per evitare che si facciano coinvolgere in gruppi armati o che lascino il paese. Occorre interessarli all’agricoltura, ma le tecniche tradizionali non li attraggono, la cosa più importante è la tecnologia, la meccanizzazione». La riduzione della fatica di vivere e lavorare nei campi, l’aumento della produttività e dell’efficienza: sono possibili? Investire nella tecnologia costa, ma il prezzo delle materie prime è dettato da una dittatura: i mercati internazionali. Nella Repubblica centrafricana hanno verificato che, non appena i prezzi del cotone si abbassano e la povertà aumenta, i giovani più facilmente prendono le armi si dedicano a un altro mestiere.
Quanto al Sudan, ha vissuto una lunga dittatura, la separazione post-guerra del Sud Sudan (ricaduto nel conflitto subito dopo la raggiunta indipendenza), gli scontri sanguinosi nel Darfur. Dove investire risorse? Le donne sono il pilastro della sicurezza alimentare; il nuovo governo cerca di organizzarle in cooperative. Importanti i vivai per la piantumazione di alberi. Serviranno alla Grande muraglia verde, un titanico progetto-simbolo per l’Africa sub-sahariana: lanciato nel 2008, prevede una barriera di alberi lunga 7800 chilometri attraverso 11 paesi. Molte le difficoltà e le lentezze, anche se alcuni successi, soprattutto in zone aride del Senegal, fanno ben sperare (9). Uno sforzo che registra anche storie esemplari, come quella di Dsniel Balima, vivaista 67enne che vive a Tenkodogo, un villaggio del Burkina Faso (un altro paese saheliano coinvolto nel progetto contro il deserto): senza l’uso delle gambe fin dall’infanzia per via della poliomielite, da decenni fa il vivaista e ha superato il milione di pianticelle seminate (10).
Ma, come gli alberi della Grande muraglia, lo sviluppo delle filiere alimentari non può prescindere dalla disponibilità di acqua. La ministra dell’agricoltura del Chad, Madjidian Padja Ruth, sottolinea lo sforzo degli attori agricoli, «l’80% della popolazione, nel mio paese», di fronte alle vulnerabilità: «Condividiamo la frontiera sul lago Chad con Niger, Nigeria, Camerun. A causa delle ripetute siccità, il lago, vitale per molte popolazioni, si è ridotto a uno spazio insignificante. Dal canto suo il terrorismo provoca spostamenti di popolazione. Le terre coltivabili sono abbandonate, l’insicurezza è grande.» Eppure il Chad, malgrado le prolungate emergenze e la crisi economica, ha promesso all’Ifad che per il 2020 pagherà regolarmente il proprio contributo al Fondo. Non si può dire altrettanto per diversi paesi del Nord del mondo.
Questi ultimi, malgrado godano di vantaggi coloniali e post-coloniali da rentiers e abbiano maturato un grosso debito ecologico e climatico nei confronti del resto del mondo, sono spesso meno generosi degli altri e con un braccio riprendono quello che hanno concesso con un dito. C’è chi osa dirlo. Come accade nei contesti Onu, anche nella conferenza Ifad 2020 a Roma è toccato all’ambasciatore di Cuba additare alcune disgrazie aggiuntive man-made: le spese militari (e la vendita di armi), i conflitti fomentati, le sanzioni economiche unilaterali.

NOTE
(2) Rapporto di Fao, Ifad, Wfp, State of Food Security and Nutriton 2019, www.fao.org/3/ca5162en/ca5162en.pdf
(3) Il rapporto annuale dell’Ifad 2019 riporta questi risultati, fra i 205 progetti in corso. In Bolivia il programma Accesos, chiuso nel 2019 ha rigenerato quasi 7.000 ettari di terre degradate, raggiunto quasi 60.000 famiglie, al 46% guidate da donne, puntato su pratiche indigene di adattamento ai cambiamenti climatici. In Nigeria il programma di sviluppo della catena di valore ha creato 5.000 posti di lavoro, incrementato la produzione di riso e cassava di un milione di tonnellate e aumentato del 25% il reddito della grande maggioranza dei beneficiari. Un progetto nel Southern Punjab ha quasi eliminato la povertà estrema (scesa dal 58% al 4%) combinando protezione sociale, formazione professionale e infrastrutture (fra le quali i servizi igienici e l’energia solare). In Sudan, il progetto integrato Butana per lo sviluppo rurale ha migliorato la resilienza climatica di oltre 500.000 ettari, aumentando del 90% le rese e abbattendo la percentuale di poveri: dal 50% al 12%.
(4) Ifad, 2019 Rural Development Report. Creating Opportunities for Rural Youth. https://www.ifad.org/documents/38714170/41190221/RDR2019_Overview_e_W.pdf/699560f2-d02e-16b8-4281-596d4c9be25a
(5) La Dichiarazione delle Nazioni unite sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle aree rurali, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni unite a fine 2018, sottolinea all’articolo 17 l’urgenza di riforme agrarie che garantiscano l’accesso alla terra. https://www.geneva-academy.ch/joomlatools-files/docman-files/UN%20Declaration%20on%20the%20rights%20of%20peasants.pdf
(6) Agenda 2063: The Africa we want https://au.int/Agenda2063/popular_version
(7) Trascrizione dell’intervento del presidente in occasione della 43 esima sessione del Governing council dell’Ifad, Roma, febbraio 2020.
(8) Appunti dal seminario «Lo sviluppo rurale per disinnescare i conflitti, promuovere la pace e rafforzare la resilienza dei piccoli coltivatori di fronte agli shock climatici», Roma, 12 febbraio 2020.
(11) Breve intervista della ministra all’autrice, Roma, febbraio 2020.
18 febbraio 2020

(*) ripreso da blog-micromega

da qui

giovedì 6 febbraio 2020

Il gruppo Stato islamico trova terreno fertile nel Sahel - Andrea de Georgio

Mentre lo sguardo dell’opinione pubblica mondiale è rivolto altrove, nel Sahel infuria la tempesta perfetta. Cellule jihadiste di diversa matrice stanno concentrando le forze per impiantare su queste sabbie dimenticate un nuovo califfato. Il gruppo Stato islamico (Is), fortemente ridimensionato in Medio Oriente, sta trovando terreno fertile nei paesi della striscia sahelo-sahariana centrale come Mali, Niger e Burkina Faso, dove crisi umanitarie, militarizzazione, impoverimento e conflitti stratificati destabilizzano ampie regioni.
Non è un caso che il 23 marzo 2019, a poche ore dalla dichiarazione del segretario di stato americano Mike Pompeo circa la sconfitta dell’Is in Siria e in Iraq, un comunicato del gruppo Stato islamico nel grande Sahara abbia decretato “aperte le operazioni in Burkina Faso”. Questo piccolo paese saheliano, infatti, nell’ultimo anno è rapidamente scivolato in un baratro d’insicurezza che lo ha trasformato nel nuovo fronte del jihadismo globale.

I paesi del Sahel
Nella base dell’Unità speciale d’intervento della polizia nazionale, a Ouagadougou, l’atmosfera è febbrile. Una sirena è appena suonata, facendo rapidamente radunare nel cortile della caserma una quarantina di teste di cuoio in assetto da guerra. Mentre il capo commissario Patrice Yéyé urla ordini ai suoi uomini interamente vestiti di nero, un drone decolla verso un casolare poco lontano, dove si sospetta si nascondano alcuni terroristi con ostaggi. All’improvviso cominciano le raffiche di kalashnikov. Pur trattandosi di un’esercitazione di routine, dell’azione viene curato ogni dettaglio, per renderlo il più realistico possibile: avvicinamento al palazzo, sfondamento con due blindati, infiltrazione nella costruzione, eliminazione dei (finti) assalitori e liberazione degli ostaggi. Il tutto sotto lo sguardo attento del pluridecorato capitano. “Nei casi delle stragi l’efficacia del primo intervento è determinante. Durante i tre attentati che si sono susseguiti qui in città (il 15 gennaio 2016, il 13 agosto 2017 e il 2 marzo 2018, ndr) ci siamo fatti cogliere di sorpresa, eravamo impreparati e male equipaggiati per affrontare operazioni terroristiche così strutturate”.
Le forze di sicurezza burkinabé, come racconta il veterano, negli scorsi anni hanno subìto una ristrutturazione finalizzata a epurare intelligence, esercito e polizia dagli elementi nostalgici dell’ex dittatore Blaise Compaoré, creando un vuoto operativo prontamente sfruttato dalle cellule jihadiste annidate nelle zone transfrontaliere di Mali e Niger. “Negli ultimi tempi, però, ci stiamo riorganizzando grazie agli sforzi del governo e di partner come Stati Uniti, Francia e Belgio che ci forniscono materiale e formazione”, assicura Patrice Yéyé, che ha preso parte a diversi addestramenti di antiterrorismo all’estero, come ricordano le medaglie scintillanti (tra cui anche una italiana) sulla sua divisa.
Nel teatro geopolitico saheliano, attraverso un mix di diplomazia e cooperazione militare, diverse potenze mondiali si spartiscono influenza e posizionamento strategico su un territorio enorme, poco affollato e ricco di materie prime. Se attori “postcoloniali” come Francia e Stati Uniti tentano timidamente di defilarsi dopo sette anni di (poco efficace) guerra al terrorismo – con Parigi (4.500 soldati francesi dispiegati dal 2013 nella regione) in cerca di alleati europei che possano coprirne la ritirata e Washington (più di mille uomini, basi e droni sparsi per il Sahel) in graduale smantellamento del proprio contingente – nuovi soggetti cercano di utilizzare il conflitto contro il jihadismo per riposizionarsi strategicamente sullo scacchiere del Sahel.
Tra questi ci sono la Germania, il Regno Unito e l’Italia (con la missione Deserto rosso in Niger e l’apertura di nuove ambasciate a Ouagadougou e Niamey) ma anche la Cina, la Turchia, l’India e, sempre di più, la Russia. Da qualche mese, ormai, nei locali del centro di Ouagadougou non è difficile incrociare gruppi di mercenari russi che ordinano vodka lamentandosi del caldo, mentre fuori sfilano, di notte e di giorno, le ronde di militari e polizia nazionale che pattugliano luoghi sensibili: le strade principali, le scuole, i mercati e i caselli della città con mezzi e merci in entrata. “I narcoterroristi si autofinanziano soprattutto grazie ai traffici di droga, armi ed esseri umani che attraversano tutta la regione, per questo dobbiamo controllare il più possibile le nostre frontiere”, spiega Yéyé durante una perquisizione alla porta nord della capitale.

Popolazioni allo stremo
Oltre ai traffici altre importanti fonti di sostentamento della “guerra santa” sono le tasse imposte alle popolazioni locali, lo sfruttamento delle miniere d’oro informali – di cui il Sahel trabocca – e i riscatti pagati da alcuni governi occidentali per il rilascio dei cittadini rapiti.
Fino a oggi, infatti, sono più di una decina gli stranieri che risultano dispersi nella regione, inghiottiti dalle sabbie mentre lavoravano o visitavano questi paesi. Tra loro ci sono anche due italiani: Luca Tacchetto, viaggiatore catturato in Burkina Faso il 15 dicembre 2018 con la compagna canadese Edith Blais, e successivamente, secondo diverse fonti, venduti a gruppi del nord del Mali; e il missionario Pierluigi Maccalli, rapito in Niger nel settembre del 2018 e da allora frequentemente spostato dai jihadisti tra qui e il nordest del Burkina, a seconda dei ciclici rastrellamenti delle forze di sicurezza locali (che spesso, come denunciano le organizzazioni per i diritti umani, sfociano in violenze sommarie contro i civili).
Analogamente a quanto successo nei vicini Mali e Niger, all’aumentare dei controlli nella capitale – dove non avviene un attentato da quasi due anni – anche in Burkina Faso le azioni dei gruppi jihadisti si sono spostate in zone rurali più remote, sfruttando la scarsa presenza dell’esercito e dello stato centrale e il conseguente senso di abbandono di popolazioni periferiche più inclini all’arruolamento.
Per accentuare le ferite aperte in seno a comunità e gruppi etnici locali, gli strateghi di Al Qaeda nel Maghreb islamico e del gruppo Stato islamico sfruttano anche antichi conflitti tra allevatori e coltivatori fomentando odio, vendette e spargimenti di sangue in una spirale di violenza che nel solo 2019 ha causato decine di villaggi bruciati, centinaia di morti e decine di migliaia di sfollati interni e rifugiati. Un ulteriore fattore destabilizzante in un contesto già fragile, soprattutto trattandosi di zone dove l’accesso ai servizi sanitari di base, all’acqua, all’elettricità, è gravemente limitato dall’insicurezza.

Vivaio illimitato
Di pari passo l’emergenza umanitaria si fa di mese in mese più critica. La minaccia terrorista e la conseguente militarizzazione, infatti, limitano l’accesso delle ong internazionali e locali e delle organizzazioni umanitarie alle regioni maggiormente bisognose d’aiuto, dove cicliche crisi alimentari e sanitarie, unite ai nefasti effetti dei cambiamenti climatici, incidono sulle condizioni di vita d’intere popolazioni della fascia sahelo-sahariana che si sentono sempre più dimenticate.
“Proprio di questo senso di abbandono si nutrono le forze oscurantiste”. Germain Nama è uno dei più autorevoli giornalisti del paese. Fondatore e direttore di L’Evénement, primo bimestrale d’inchiesta del Burkina Faso, quest’uomo ha vissuto tutti gli sconvolgimenti politici regionali degli ultimi quarant’anni. “Ciò che siamo costretti a raccontare oggi, però, nessuno l’avrebbe mai neanche immaginato”, sentenzia amaro.
Nella zona del Liptako-Gourma, la “regione delle tre frontiere” a cavallo tra Mali, Niger e Burkina Faso, vero e proprio feudo jihadista, secondo i dati dell’Unicef più di 5.300 scuole hanno chiuso i battenti nel 2019: mille nella zona di Mopti, in Mali, altrettante in Niger e oltre 3.300 nelle regioni del nord e dell’est del Burkina Faso. Diversi istituti sono stati dati alle fiamme, circa 650mila studenti sono rimasti a casa, settemila professori sono stati picchiati, minacciati e costretti a sbarrare le aule, smettere d’insegnare e fuggire nella capitale.
“La chiusura delle scuole è un dramma enorme. I terroristi mirano ad asfissiare la nostra società colpendo la gioventù, cioè lo strumento principale del nostro sviluppo, privandola dell’educazione”. Con un passato da insegnante di filosofia alle spalle, Nama conosce bene il valore dello studio, specie in realtà periferiche come quelle della parte saheliana del Burkina Faso. “Se non si riuscirà a intervenire riaprendo queste scuole sarà come lasciare agli estremisti un vivaio di reclutamento illimitato”.
I recenti attacchi alle chiese e l’uccisione di alcuni preti burkinabé nel nord e nell’est, così come l’esecuzione del missionario salesiano spagnolo Antonio César il 15 febbraio 2019, nell’analisi del giornalista, sono ulteriori strumenti nelle mani dei terroristi per colpire al cuore la convivenza pacifica tra diverse religioni – da oltre un secolo pilastro incrollabile della coabitazione in Burkina Faso – e “dividere per meglio dominare le comunità abbandonate di tutto il Sahel”. A fare da sfondo ideologico a tale lettura dei giochi di potere in corso, la lotta interna all’islam tra il tradizionale malikismo, corrente aperta storicamente maggioritaria in Africa occidentale, oggi in forte crisi, e il wahabismo/salafismo violento d’importazione saudita-qatarina, sempre più “politico” ed espansionistico.
Ennesimo elemento disgregante citato da Germain Nama è la crisi che vive il turismo, in passato settore chiave dell’economia dei paesi saheliani e oggi fortemente contratto e relegato praticamente alle sole capitali. “Per un bianco basta uscire qualche chilometro da Ouaga per rischiare la pelle”. Una realtà triste da confessare per un burkinabé orgoglioso come lui. Ma, nonostante alcune coraggiose reazioni d’orgoglio da parte della società civile e degli artisti nella bolla di Ouagadougou, gli avvenimenti che giorno dopo giorno, nell’assordante silenzio dei mezzi d’informazione occidentali, insanguinano questa regione – dalla “strage della vigilia”, il 24 dicembre scorso ad Arbinda, con 35 civili uccisi di cui 31 donne, all’ultima “strage del mercato di Silgadji” che nella provincia di Soum ha ucciso quasi 40 civili, il 25 gennaio – delineano tutti i tratti della tempesta perfetta che sta investendo il Burkina Faso e l’intero Sahel.

martedì 15 gennaio 2019

Africa, le aree di crisi che segneranno la stabilità del continente - Antonella Sinopoli



Se lo Yemen, la Siria, l’Afghanistan sono i Paesi i cui ormai lunghi anni di guerra stanno contribuendo a devastare il sempre precario equilibrio geopolitico in Medio Oriente, è l’Africa che continua ad alimentare il numero di conflitti nel mondo.
E il 2019 si annuncia come un periodo alquanto complesso per varie ragioni. Da un lato i numerosi appuntamenti elettorali – più di venti, tra presidenziali e legislative – dall’altro le nuove dinamiche economiche e di rapporti di forza e le solite ingerenze, che vedono affiancarsi a multinazionali e Governi europei il colosso cinese (con cui i Paesi dell’Africa Sub-Sahariana hanno un debito di oltre 417 miliardi di dollari) e gli Stati Uniti che pur in “crisi di egemonia” rimangono presenti sul territorio, soprattutto con basi militari e “partnership” (come quella con l’Unione Africana) per il “rafforzamento della pace, stabilità e sviluppo economico”. Per non parlare delle numerose “missioni di pace” ONU sparse in aree di crisi.
Sono appunto queste ultime che segneranno il futuro immediato del continente. Nei termini di stabilità e rafforzamento delle economie, sempre compromesse dai conflitti. E questi problemi non riguardano certo solo l’Africa. Perché, seppure certe tensioni e conflitti rimangono circoscritti a livello interno o regionale, l’instabilità economica e le conseguenze in termini di annientamento dei diritti e della giustizia sociale non possono non ripercuotersi altrove, pensiamo ad esempio ai rifugiati e di chi cerca condizioni di vita migliori e più sicure.
Ma vediamo quali sono i Paesi in maggiori condizioni di instabilità.
LIBIA
Il Paese rimane fortemente diviso. Otto anni di disordini cominciati con l’uccisione del dittatore Muammar Gheddafi lo hanno destabilizzato, facendolo di fatto cadere nel caos. La speranza è riposta nelle elezioni di cui da tempo si parla. Sfumata la data del 2018, non si sa ancora bene quando si svolgeranno. I principali leader rivali – Fayez al Serraj, il cui governo internazionalmente riconosciuto ha sede nell’Ovest, e il maresciallo Khalifa Haftar nell’Est del Paese – avevano accettato di cessare le ostilità e di indire elezioni. Vedremo cosa accadrà. Ma intanto resta la paura, non solo quella legata alla frammentazione ma che questo stato di cose potrebbe agevolare la diffusione dello Stato Islamico. Ad una situazione già difficile si aggiunge il fatto che la Russia ha ampliato la sua presenza in Libia e sta facendo pressioni per il ritorno di Saif al-Islam Gheddafi, il figlio del defunto dittatore, come possibile prossimo sovrano.
Le tensioni sono aumentate nella capitale Tripoli dopo l’attacco del 25 dicembre al ministero degli Esteri, rivendicato dall’ISIS. Continuano, intanto, le lotte tra le varie milizie e le dispute tra i politici dei Paesi che a vario titolo stanno intervenendo come “mediatori”. La legge sui referendum e due emendamenti costituzionali, che dovrebbe aprire la strada al referendum sulla bozza di Costituzione e al nuovo Consiglio della presidenza, non è piaciuta all’Alto Consiglio di Stato di Tripoli e ha suscitato critiche riguardanti presunte carenze sostanziali e procedurali. Neanche l’ultimo incontro tra le parti rivali ad Est di Bengasi, il 29 dicembre, ha portato a grandi risultati.
Intanto proliferano i centri di detenzione per migranti che vorrebbero arrivare in Europa, in realtà veri e propri lager, da dove giungono storie di disumana violenza.
MALI 
Iniziata nel Nord del Paese nel 2012, l’insurrezione islamica si è ripercossa in tutta l’Africa occidentale e non mostra segni di diminuzione. Lo spiegamento di oltre 15.000 soldati delle forze di pace delle Nazioni Unite e di 4.000 soldati francesi non è riuscito a impedire che gli attacchi dei militanti si diffondessero – ad esempio – nel vicino Burkina Faso, anch’esso interessato dalla violenza di gruppi estremisti.
La missione MINUSMA in Mali è quella che conta il maggior numero di morti tra le forze internazionali, almeno 177 peacekeepers hanno perso la vita finora. La situazione di instabilità ha generato oltre 140.000 rifugiati e oltre 55.000 sfollati. La situazione è praticamente di caos con frequenti attentati e la popolazione che si trova braccata dalle violenze jihadiste da un lato e le aggressive rivalità tra le varie etnie dall’altro. L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa quando decide di uomini di etnia Fulani sono stati uccisi in un’area del centro del Paese dove, secondo le Nazioni Unite, la violenza etnica è costata la vita lo scorso anno a 500 civili. Lo scontro riguarda i pastori nomadi Fulani e gli agricoltori Bambara e Dogon. Una disputa che riguarda l’accesso alla terra da pascolo e alle fonti d’acqua.
Una situazione drammatica in un Paese povero e segnato, come dicevamo, dalla violenza dell’estremismo islamico. A tutto questo si aggiungono le violazioni dei diritti da parte dello stesso Governo e la critica situazione economica. Le forze di sicurezza nel mese di dicembre hanno represso le proteste dell’opposizione a Bamako, persone che cercavano di denunciare il malgoverno e l’estensione del mandato dei parlamentari fino al giugno 2019, dovuto ad un nuovo posticipo delle elezioni legislative. Più di 50 organizzazioni all’inizio di dicembre hanno denunciato la proposta di legge del Governo, National Understanding che – dicono – garantirebbe l’impunità sui crimini commessi durante gli eventi del 2012. E rimane ancora senza seguito l’accordo di pace firmato nel 2015, mentre lo scorso agosto è stato rieletto presidente Ibrahim Boubacar Keita, alla guida del Paese.
CIAD
Il Ciad ha schierato truppe e aerei militari vicino al confine settentrionale con la Libia in seguito a un attacco mortale dello scorso anno sulle postazioni dell’esercito, rivendicato dai ribelli del Consiglio militare del comando per la salvezza della Repubblica (CCSMR). Si ritiene che questo gruppo armato sia supportato dai combattenti libici. Settimane di scioperi dei lavoratori pubblici hanno peggiorato la già precaria situazione economica del Paese. Il presidente Déby il 5 dicembre ha ritirato il taglio dei salari dei soldati e ha firmato due accordi di finanziamento con la Francia, tra cui 40 milioni di euro per gli stipendi dei dipendenti pubblici e i pagamenti delle pensioni. Serviranno fino alla prossima crisi di liquidità. A tutto questo si aggiunge la presenza di Boko Haram e una grave crisi ambientale che riguarda il lago Ciad che bagna 4 Stati africani (Camerun, Ciad, Niger e Nigeria). Dal 1960 ad oggi la superficie del lago si è ridotta del 90%.
SUDAN e DARFUR
Il Sudan è entrato nel nuovo anno con proteste senza precedenti in quasi tutto il Paese riguardanti soprattutto l’aumento del costo della vita. Le proteste sono state represse brutalmente dalle forze di polizia Una situazione che sta mettendo a dura prova il presidente Omar al-Bashir – di cui i manifestanti chiedevano a gran voce le dimissioni – salito al potere con un colpo di Stato appoggiato dall’Islam nel 1989. Al-Bashir, che ha sedato diverse ribellioni interne è stato incriminato dalla Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e genocidio della popolazione del Darfur.
La situazione più critica è, appunto, quella di quest’area occidentale del Paese, con un conflitto in corso dal 2003. Situazione molto complessa dove si uniscono fattori religiosi, economici, territoriali. La battaglia continua senza soluzione di continuità: da un lato i gruppi ribelli: Sudan Liberation Movement (SLM) e Justice and Equality Movement (JEM), dall’altro il Governo di Khartoum accusato di oppressione e crimini contro la popolazione non araba e di spalleggiare e sostenere le feroci milizie dei Janjaweed. Negli anni tale oppressione ha assunto l’aspetto di un genocidio e ha generato una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta – almeno 1.6 milioni di persone vivono in campi profughi – a cui si aggiunge un altro conflitto dimenticato, quello nel Kordofan meridionale.
SUD SUDAN
Dal 2013, inizio della guerra civile, nella più giovane nazione africana nata dalla separazione dal Sudan nel 2011, quasi 390.000 persone – secondo ultime stime – sarebbero morte nel conflitto. Quattro milioni sarebbero gli sfollati e quelli che si sono rifugiati in Paesi vicini. Il Sud Sudan è il terzo Paese nel continente sub-sahariano per riserve di petrolio, ma questa sembra essere una iattura per i suoi abitanti.  Dopo cinque anni di guerra il presidente Salva Kiir ha accettato di sedersi al tavolo negoziale con il leader dell’opposizione – ed ex vice presidente – Riek Machar. Intanto, negli anni si sono moltiplicati i casi di abusi sessuali e attacchi ingiustificati contro i civili. E anche in questo caso la comunità internazionale e l’ONU hanno ripetutamente parlato di crimini di guerra.
NIGERIA
I nigeriani andranno alle urne nel febbraio 2019 per le legislative federali e per eleggere un nuovo presidente. In programma anche le elezioni legislative. Le elezioni nigeriane sono state spesso caratterizzate dalla violenza – nel 2015 morirono più di 100 persone in vari scontri prima e dopo le consultazioni – e niente fa prevedere che questa volta saranno pacifiche. Muhammadu Buhari, presidente uscente si è ricandidato e il suo principale rivale è l’ex vicepresidente Atiku Abubakar. I rapporti tra i due sono particolarmente astiosi.
Tante le tensioni in questa che è la nazione più popolosa dell’Africa, i livelli di criminalità violenta e di insicurezza generale restano elevati e in particolare nel Nord-Est i civili sono tra due fuochi: le truppe governative e Boko Haram, che guadagna terreno e i cui attacchi in questo Paese sono particolarmente violenti e determinati. Altra questione è la violenza tra i pastori, prevalentemente musulmani e gli agricoltori, per lo più cristiani che ha già provocato migliaia di morti e messo in ginocchio l’economia tradizionale. La nazione più popolosa dell’Africa e sesto produttore di petrolio dell’OPEC, fa anche i conti con la crisi mai sopita nel Delta del Niger dove gruppi militanti hanno minacciato di riprendere gli attacchi.
CAMERUN
Nel Paese è di fatto in corso una guerra civile iniziata con le prime tensioni separatiste della popolazione anglofona (ovest del Paese), nel 2016 quando insegnanti e avvocati anglofoni scesero in piazza per protestare contro l’uso massiccio del francese nei sistemi di istruzione e legale. Rivendicazioni che si sono trasformate in proteste più ampie sull’emarginazione della minoranza anglofona del Camerun, che rappresenta circa un quinto della popolazione del Paese. Da allora è stato creato un Governo ad interim delle regioni anglofone e fondato lo Stato di Ambazonia.
Il Governo di Paul Biya, 85 anni e al potere da 36, non ha reagito bene e da allora le forze governative si oppongono brutalmente ai separatisti. Secondo l’ONU si contano già 30.000 rifugiati anglofoni nella vicina Nigeria e 437.000 sfollati interni. Non si conosce con esattezza il numero di morti in un conflitto che non vede molti testimoni al di là della popolazione locale. Nelle ultime elezioni Biya fece bloccare Internet nelle regioni anglofone. Un programma di disarmo recentemente annunciato non ha ancora prodotto risultati ma non si prevede nulla di buono dalla minaccia del presidente di fare piazza pulita di coloro che si rifiutano di deporre le armi entro quest’anno.
A peggiorare una situazione davvero critica c’è la presenza di Boko Haram che opera indisturbato, soprattutto nell’estremo Nord del Paese, nonostante le dichiarazioni di Biya che davanti alle telecamere aveva recentemente affermato che il gruppo terroristico era stato sconfitto. Gravi invece le accuse di Amnesty International, che nel suo Rapporto “Stanze segrete di tortura in Camerun: violazioni dei diritti umani e crimini di guerra nella lotta contro Boko Haram”  ha rivelato che “le autorità del Camerun hanno fatto ampiamente ricorso alla tortura contro i civili accusati di sostenere Boko Haram, spesso arrestati senza alcuna prova”.
SOMALIA
Una guerra civile senza soluzione di continuità è in corso in Somalia da due decenni, ma già a partire dagli anni Novanta ci sono stati conflitti e scontri che hanno ucciso – si stima – tra 350.000 e un milione di persone. Un’area di forte instabilità che si ripercuote in tutto il Corno d’Africa e in Paesi limitrofi anche a causa degli attacchi dei militanti di al-Qaeda, in particolare della fazione nota come al-Shabaab. Questi rimangono la principale fonte di insicurezza in Somalia, nonostante le continue operazioni per ridurne la forza, compresi i raid aerei statunitensi, intensificati sotto l’amministrazione del presidente Donald Trump.
Dal 2007 nel Paese è in atto la missione autorizzata dall’ONU, African Union Mission in Somalia (AMISOM), prorogata di anno in anno. Una delle più lunghe nella storia delle missioni di pace, quasi 12 anni. L’ultima estensione del mandato è stata a luglio 2018, il contingente resterà fino al 31 maggio 2019. Impegna 25.500 soldati e 500 poliziotti. 
Secondo gli ultimi bollettini dell’OCHA, l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli aiuti  umanitari, alla situazione disperata già generata dal conflitto vanno aggiunte la siccità e la conseguente scarsità di cibo(solo la produzione di cereali è scesa del 75%), le tensioni tra clan e il degrado dell’ambiente. Si calcola che 4.2 milioni di persone, un terzo della popolazione, avranno bisogno degli aiuti umanitari nel corso del 2019.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
La RDC è nota a tutti per essere uno dei territori più ricchi del continente, basti pensare alle miniere di coltan, ma anche uno di quelli con il più basso PIL pro capite e in cui la popolazione civile vive da anni violenze di ogni sorta – pensiamo agli stupri di massa di donne, ragazze e anche bambine, soprattutto nel conflitto che, dal 2016, sta infiammando la Regione del Kasai. Almeno 5.000 persone sono rimaste uccise e oltre 1.4 milioni sono sfollati. Ma in tutto il Paese gli sfollati sarebbero oltre 4 milioni. Anche in questo caso la comunità internazionale ha parlato di genocidio. Altra area calda è il Nord Kivu, dove oltre alle violenze tra il Governo e i gruppi ribelli si deve fare i conti con l’ebola che ha già colpito oltre 200 persone.
In realtà è da circa venti anni che i cittadini della RDC vivono nella violenza e nella paura. Più volte l’ONU ha elaborato report che parlano di omicidi di massa e fosse comuni. 6 milioni di morti senza che in sostanza si sia fatto nulla. Tutto questo si è svolto sotto gli occhi dell’ormai ex presidente Joseph Kabila, rimasto al potere dal 2001 al 2018.
Per anni si era parlato di elezioni, costantemente rinviate a data da destinarsi. Finalmente, il 30 dicembre scorso la popolazione è andata al voto per eleggere il successore di Kabila. L’ex presidente aveva fatto di tutto per restare al potere, incluso un sovvertimento costituzionale e un candidato/ombra. Le cose – almeno secondo i risultati che potrebbero ancora essere messi in discussione dalla Corte Costituzionale – sono però andate diversamente. E per alcuni osservatori ciò potrebbe portare a ulteriori sorprese.


(Immagine tratta dal sito di ACLED (The Armed Conflict Location & Event Data). Si tratta di un centro di ricerca, analisi e raccolta dati su disordini e conflitti nel mondo. L’immagine si riferisce ad eventi di violenza avvenuti in varie parti del continente nei primi 5 giorni dell’anno. https://www.acleddata.com/)

A queste aree di forte crisi ne vanno aggiunte altre. A cominciare dal Togo – dove i negoziati sui cambiamenti costituzionali pianificati con i maggiori partiti dell’opposizione sono ad un punto morto e le proteste di massa contro il regime del presidente Faure Gnassingbe non accennano a diminuire. Gnassingbe è presidente dal 2005, elezioni contestate, tenutesi poco dopo la morte del suo padre, Gnassingbe Eyadema, che  a sua volta è stato al governo del Paese per 38 anni.
Situazione difficile anche in Guinea-Bissau, Zimbabwe e Burundi. Nel primo è in corso una faida politica tra il presidente Jose Mario Vaz e il suo partito, PAIGC, e la decisione di posporre le elezioni sta generando rabbia tra una popolazione perlopiù giovane e senza sbocchi di lavoro. Nello Zimbabwe si sta vivendo una forte recessione – scarsità di benzina, cibo, medicinali – con manifestazioni dei sindacati e dei lavoratori. In Burundi è in corso una crisi politica dal 2015 con il presidente Pierre Nkurunziza accusato di stroncare con ogni mezzo la voce degli oppositori e di crimini contro l’umanità intensificatisi negli ultimi due anni.
Da tenere d’occhio la situazione in Gabon dove, pochi giorni fa, un tentativo di colpo di Stato ha messo in luce una tensione che cova da tempo e che mette ormai in  forse la sopravvivenza del lungo regime, 50 anni, di Ali Bongo. Di fatto, già i risultati delle elezioni di un paio di anni fa sollevarono dubbi e proteste. Il Paese è di fatto senza Governo da molto tempo, sia perché Bongo si trova in Marocco per cure mediche, sia perché dopo le elezioni legislative di ottobre 2018 non si è proseguito agli adempimenti. Il 22 dicembre scorso i leader dell’opposizione hanno richiesto una commissione medica per determinare lo stato di salute del presidente Bongo e il 31 dicembre ha chiesto un periodo di transizione di due anni con il presidente e un Governo transitorio. La Corte costituzionale il 28 dicembre ha confermato i risultati delle elezioni legislative di ottobre; il partito al Governo ha vinto la maggioranza, il nuovo Governo sarà formato nelle prossime settimane.
Infine, genera grande preoccupazione l’escalation delle azioni dei militanti islamici in Egitto, così come di quelli di Boko Haram in Niger e Burkina Faso e in aree dell’Africa orientale per quel che riguarda Al-Shabaab. Mentre rimane sotto osservazione della missione di pace MINUSCA, la Repubblica Centrafricana (CAR), presente nel Paese dal 2014 e nuovamente prorogata.
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