articoli e video di Douglas MacGregor, Paolo Selmi, Nicolai Lilin, Giuseppe Masala, Maria Melania Barone, Elena Basile, Juan Antonio Aguilar, Maria Zakharova, Scott Ritter, Jafar Salimov, Pepe Escobar, Giacomo Gabellini, Gian Andrea Gaiani
Ecco i primi 5 minuti di Tenet, di Christopher Nolan:
Colonnello Douglas MacGregor: “Pochi dubbi sul coinvolgimento di Cia e MI6”
Pubblichiamo la traduzione del breve ma intenso e significativo messaggio del Colonnello Douglas MacGreogor su X, in relazione all’attentato di Mosca e i suoi responsabili.
Gli autori dell’attacco terroristico in Russia sono fuggiti dalla Russia in Ucraina vicino a Belgorod e sono direttamente legati a elementi musulmani che combattono per conto degli UA.
Sono originari dell’ISIS o di qualcos’altro?
Non ne ho idea, ma ci sono pochi dubbi sul coinvolgimento dell’MI-6/CIA.
Era un caso che uno dei quattro terroristi, il SETTE MARZO, visitasse il centro KROKUS, ripreso da un passante che, dopo quanto accaduto, è andato a recuperare la foto e la ha pubblicata. https://t.me/ZeRada1/18832
Certo, così come è un caso che con ogni probabilità non fosse stato da solo in questo SOPRALLUOGO.
Ed è altrettanto un caso che LO STESSO GIORNO AMBASCIATE USA E GB in Russia avessero messo in guardia i loro concittadini da possibili attacchi terroristici a Mosca.
C’è una cronologia intera di casualità che Zerada mette in fila nel suo pezzo appena citato:
25 febbraio: articolo sul NYT circa le cellule CIA in Ucraina
28 febbraio: la Nuland parla di finanziamenti all’Ucraina e promette a Putin “risposte asimmetriche” e, in particolare “sorprese spiacevoli” (Nasty Surprises)
5 marzo: la Nuland è costretta a dimettersi
7 marzo: almeno un terrorista ispeziona il luogo dove avrebbe compiuto la strage
7 marzo notte: le ambasciate USA e GB in territorio russo mettono in guardia i loro concittadini su possibili attacchi a Mosca, in particolare in occasione di concerti, nelle successive 48 ore.
9 marzo: al Krokus si esibisce il cantante russo Shaman (probabile primo obbiettivo)
Qualcosa, MOLTO PROBABILMENTE, va storto. Nel frattempo le elezioni, che probabilmente c’entrano con tutto il discorso, si svolgono e Putin stravince.
22 marzo: attentato al Krokus.
Zerada parla, senza mezzi termini qui, di DEEP STATE+ https://t.me/ZeRada1/18835 Un Deep State che vede aggiungersi alla tradizionale struttura statunitense anche i servizi segreti britannici, che controllano a loro volta il GUR ucraino, ridotto a loro filiale. Fantascienza? I russi sono riusciti nel frattempo a trovare anche un telefonino appartenuto a uno dei quattro terroristi. Dal quale riusciranno ad accedere a ulteriori, preziosi, dati investigativi.
articoli, immagini, video, canzoni di Alessandro Orsini, Rebecca Koffler, Francesco Dall’Aglio, Elena Basile, Pubble, Juan Antonio Aguilar, Ariel Umpierrez, Giacomo Gabellini, Paolo Selmi, Vauro, Vladimir Visotsky, Eugenio Finardi
Alessandro Orsini – Sul pacifismo e il PD
…La prima qualità di un pacifista è il coraggio.
Un pacifista è contro l’alimentazione esterna della guerra in Ucraina e in Siria quando tutti i media sono per l’alimentazione esterna della guerra in Ucraina e in Siria. Un pacifista ritiene che i diritti dei bambini siano più importanti dei diritti degli adulti. Il punto di riferimento dei pacifisti non è il diritto internazionale, bensì il diritto all’infanzia.
La seconda qualità di un pacifista è la forza interiore che è una forza morale che implica la forza di rimanere soli. Un pacifista non ha paura di essere diffamato, minacciato, calunniato, censurato, insultato, irriso e dileggiato a reti unificate. E non ha paura che la sua carriera venga distrutta sotto i colpi della stampa-feccia italiana e internazionale. Un pacifista va contro tutti e contro tutti per difendere i valori di pace della Costituzione Italiana.
Un pacifista non è tale a giorni alterni in base alla linea politica della Casa bianca o della Nato o in base all’andamento degli scontri sul campo.
Un pacifista non è per la pace in Ucraina, ma poi rifiuta di condannare pubblicamente Israele per il massacro a Gaza; non è per la pace in Ucraina, ma poi rifiuta di applicare le sanzioni contro Netanyahu, di invocare un mandato di cattura internazionale contro questo criminale di guerra; non rifiuta di sospendere la vendita di armi a Israele e di designare Israele “Stato terrorista” come il Parlamento europeo ha fatto con la Russia nel novembre 2022…
Joe Biden ha le mani sporche di sangue ucraino. E continuerà a riversarsi nel 2024 – Rebecca Koffler
Lo scontro tra il presidente Joe Biden e il Congresso sugli aiuti di emergenza all’Ucraina, senza i quali la maggior parte degli analisti prevede il collasso dell’Ucraina, non ha prodotto ulteriori miliardi per Kiev. Il Congresso ha rinviato la decisione fino a gennaio, al rientro dalle vacanze. Ma a prescindere da ciò che accadrà a gennaio, il destino dell’Ucraina è chiaro: più morte e distruzione, più spargimenti di sangue nel 2024.
Mentre il presidente russo Vladimir Putin è colui che ha lanciato l’invasione, Biden è ugualmente responsabile della cancellazione dell’Ucraina e dell’annientamento degli ucraini.
Biden in qualità di vicepresidente è stato il punto di riferimento dell’amministrazione Obama per la politica ucraina e l’architetto della strategia di “reset” della Russia per promuovere l’amicizia tra le due nazioni. Sfortunatamente, ha ignorato l’intelligence sulla minaccia rappresentata dalla Russia. In qualità di ex alto funzionario della Defense Intelligence Agency degli Stati Uniti e uno dei tre principali analisti sulla dottrina e sulla strategia russa nella comunità dell’intelligence, ho personalmente informato più volte lo staff di sicurezza nazionale della Casa Bianca del presidente Obama sui piani di Putin e sulla strategia di guerra della Russia.
Biden doveva essere stato informato di quei briefing data la sua posizione. Eppure, non solo non è riuscito a sviluppare una controstrategia per scoraggiare Putin, ma Biden e il suo team, molti dei quali sarebbero poi entrati a far parte della sua amministrazione presidenziale, hanno continuato la pericolosa strategia di spingere l’Ucraina verso l’ adesione alla NATO .
Pensare che Putin non riuscisse a far rispettare la sua versione della Dottrina Monroe e a permettere alla NATO di assorbire l’Ucraina, su cui la Russia ha fatto affidamento per secoli per la sua sicurezza, non era semplicemente da incompetente. Ciò equivaleva a firmare la condanna a morte dell’Ucraina. Nessun comandante militare sano di mente permetterebbe ad un’alleanza avversaria di situarsi lungo più di 1.600 miglia del suo confine. Nessun comandante in capo degli Stati Uniti permetterebbe alla Cina o alla Russia di stazionare le proprie forze in Messico o Canada. Pensare che Putin lo avrebbe fatto era delirante.
Sebbene Biden e la NATO – di cui ho informato anch’io nel 2013, nel periodo precedente l’invasione della Crimea da parte di Putin – abbiano avuto tutto il tempo per sviluppare un piano per cambiare il calcolo decisionale di Putin, non hanno fatto nulla. Vedete, era troppo complicato per i burocrati governativi. Per ideare un piano praticabile per battere Putin, il Team Biden ha dovuto prima comprendere la strategia anti-americana del Cremlino, o quello che io chiamo il Playbook di Putin.
Il fulcro della strategia russa in Ucraina ha meno a che fare con l’Ucraina che con gli Stati Uniti. E il presidente Biden lo ha capito. Sapeva bene che Putin avrebbe portato la guerra nella patria degli Stati Uniti e lanciato un attacco nucleare in Europa se Washington avesse fornito all’Ucraina armi strategiche in grado di distruggere la Russia, o se avessimo schierato forze sul teatro. Ecco perché Biden non ha mai autorizzato l’Ucraina a dotarsi di armi sufficienti per vincere, optando invece per segnali di virtù o, secondo le sue parole, semplicemente “facendo qualcosa”.
Biden ha capito fin dall’inizio che la vittoria dell’Ucraina era irraggiungibile senza mettere a rischio la patria degli Stati Uniti. Ha avvertito i suoi donatori che la minaccia di un Armageddon nucleare lanciata da Putin era reale. “[Putin] non scherza quando parla del potenziale uso di armi nucleari tattiche”, ha detto Biden ai suoi benefattori nell’ottobre dello scorso anno.
La strategia di Putin, sviluppata nel corso di 20 anni, ha cercato di sfruttare le vulnerabilità degli Stati Uniti, studiate dalla Russia per decenni, al fine di impedire a Washington di entrare in conflitto alla periferia della Russia. Mosca era determinata a ristabilire il perimetro di sicurezza strategica perso in seguito al crollo dell’URSS. Tali vulnerabilità includevano minacce come la guerra di blackout, utilizzando attacchi informatici, armi spaziali, attacchi a impulsi elettromagnetici (EMP), taglio di cavi Internet sottomarini e, se tutto il resto fallisce, lancio di armi nucleari.
Eliminare queste vulnerabilità o sviluppare contromisure richiederebbe una notevole potenza di fuoco intellettuale e finanziamenti significativi. Invece, Biden ha scelto di usare il popolo americano come mucca da mungere e gli ucraini come carne da gettare nel tritacarne di Putin. Per coprire i suoi fallimenti e allo stesso tempo prosciugare i contribuenti statunitensi, Washington ha utilizzato una narrativa propagandistica insistendo sul fatto che stava aiutando l’Ucraina a lottare per la sua democrazia. L’Ucraina, il paese più corrotto d’Europa, non è una democrazia più di quanto lo sia la Russia.
L’Ucraina viene ora spazzata via dalla Russia, che detiene un enorme vantaggio militare ed economico rispetto al suo ex vicino sovietico. La sua base industriale, le infrastrutture critiche e le fondamenta agricole vengono distrutte. L’Ucraina si sta spopolando, con un bilancio delle vittime che si avvicina a un quarto di milione di morti o feriti. Stiamo parlando di maschi giovani e fecondi. Eppure, Biden continua a cercare di convincere il Congresso a sborsare altri miliardi per il regime di Kiev, assicurando agli americani che la vittoria è proprio dietro l’angolo.
Se il Congresso non ferma Biden, il massacro degli ucraini continuerà fino al 2024 e oltre.
Ucraina.
Cosa “comunicano” i bombardamenti di queste ore – Francesco Dall’Aglio
Dunque, quella questione dei missili (e bene ho fatto a non scrivere subito, perché sono poi successe altre cose e ora posso fare un discorso un po’ più completo).
Come al solito, più che i fatti ci interessa capire i motivi dei fatti e provare a interpretarli.
I fatti li sappiamo: prima dell’alba del 29 dicembre la Russia ha scatenato un’incursione di missili su tutto il territorio ucraino che ha provocato danni estesi e vittime civili; la notte successiva l’Ucraina ha risposto colpendo la città russa di Belgorod con gli MLRS (lanciarazzi multipli), facendo pochi danni e un certo numero di vittime civili; infine, poco dopo la mezzanotte del 1 gennaio gli ucraini hanno colpito Donetsk, sempre con MLRS, e nella notte i russi hanno risposto con altri raid missilistici sul territorio ucraino.
Questi, appunto, i fatti. Ora, prima di provare a interpretarli, c’è da fare una premessa che in realtà andava fatta a monte, ovvero dall’inizio della guerra, e che va tenuta sempre presente ogni volta che si discute di quello che succede in una guerra.
La premessa è questa: la violenza, e soprattutto la violenza tra stati, è un linguaggio e come tutti i linguaggi va conosciuto prima di potersi impegnare in una conversazione.
Se, come affermava giustamente Carl von Clausewitz, “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi“, la violenza è il modo in cui questi mezzi si esprimono e, soprattutto, il linguaggio attraverso il quale si comunica all’avversario una serie di informazioni.
Quello che va compreso in primo luogo è che la violenza tra stati è sempre deliberata e premeditata: tra stati non si dà l’equivalente di svegliarsi storti e prendersela col cane o coi vicini, o litigare per un parcheggio e passare alle mani.
In secondo luogo, va compreso che la violenza, come tutti i linguaggi, ha come fine la comunicazione e non è fine a se stessa. Gli attacchi missilistici russi e ucraini non sono accessi di follia o di cattiveria, o risposte illogiche a difficoltà non previste, ma un modello comunicativo che l’interlocutore capisce benissimo, tanto che alla comunicazione iniziale fa seguire risposte appropriate, in senso escalatorio e de-escalatorio (al momento, escalatorio da entrambe le parti. Vediamo stanotte che succede).
Cosa comunica, dunque, il primo attacco russo? In primo luogo va segnalata la sua entità, davvero notevole (c’è chi afferma sia il più esteso dall’inizio del conflitto).
Sono stati lanciati un totale di 161 missili, tra Geran, Kh-101/555, X22-32, Iskander, Oniks, Kalibr e Kinzhal, in pratica esemplari di tutto l’arsenale, che hanno colpito obiettivi a Odessa, Kiev, Starokonstantinov, Vinnitsa, Kharkiv, Lviv, Cherkasy, Mirgorod, Nikolaev, Dnipropetrov, Kanatop, Chmel’nyc’kyj, Zaporozhye, Cherson, ossia ogni regione dell’Ucraina.
Gli obiettivi colpiti sono stati militari o misti (militari/civili) tra aeroporti, difese antiaeree, infrastrutture energetiche, fabbriche, magazzini e depositi.
Il gran numero di missili lanciati ha comportato ovviamente una risposta altrettanto massiccia delle difese antiaeree, con le conseguenze ovvie e scontate, ovvero missili o frammenti precipitati lontano dagli obiettivi designati, il più delle volte su zone abitate (nella prima foto uno dei casi in questione: un missile abbattuto precipita su un condominio a Kiev).
Questa precisazione è abbastanza importante, perché immediatamente e ovviamente da parte ucraina si è descritta l’incursione come mirata esclusivamente a provocare vittime civili, senza alcuno scopo militare: affermazione subito ripresa dai media occidentali e diffusa al pubblico.
Ora: le vittime accertate sono una quarantina (42 all’ultimo conto, di cui 19 a Kiev), e i missili lanciati 161. Se davvero lo scopo fosse quello di provocare vittime civili, basterebbe bombardare il centro di Kiev (o di qualsiasi altra città) all’ora di punta con una frazione dei missili impiegati, provocando un numero incomparabilmente maggiore di morti.
Che l’Ucraina affermi che si è trattato di un “atto terroristico” è ovvio e giustificato, che da parte nostra ci si creda… lo è un po’ meno.
Attenzione però: non è che i russi non bombardano appositamente gli ucraini perché sono “buoni”, in contrapposizione all’idea che li vuole “cattivi”. Non li bombardano perché non gli serve. Se gli servisse, ovviamente lo farebbero e staremmo parlando non di 42, ma di 42.000 morti. Anche 42 sono ovviamente troppi, ma non spendi un miliardo e mezzo di dollari (tanto è costato il raid, milione più milione meno) per questo.
Per cosa li spendi, allora? Ovviamente per fare danni, chiaro. Ma anche, come detto all’inizio, per comunicare una serie di informazioni. E sono davvero molte, dirette sia all’Ucraina che alla NATO.
Le elenco senza un ordine preciso e non è detto che siano tutte corrette:
non è vero che ci sia scarsità di missili a disposizione;
non è vero che non vengono più lanciati attacchi missilistici perché le difese antiaeree ucraine sono impenetrabili;
attacchi missilistici come quello che ha distrutto la nave ancorata nel porto di Feodosia provocheranno risposte che causeranno danni molto maggiori;
le capacità russe di scalare verso l’alto il conflitto restano estremamente alte anche senza ricorso alle armi nucleari (delle quali, se ci avete fatto caso, ormai non parla più nessuno);
non abbiamo alcuna intenzione di negoziare (o magari: comunichiamo così che le trattative che si stavano portando avanti sono fallite, o magari: sedetevi al tavolo e negoziate o la prossima volta sarà peggio).
La risposta ucraina, ovvero il bombardamento di Belgorod con gli MLRS, fa chiaramente intendere che il messaggio è stato recepito e che la risposta che si è scelto di dare va in direzione di un inasprimento del conflitto.
Che si sia deliberatamente scelto di provocare il maggior numero di vittime civili su suolo russo è materia di dibattito: anche in questo caso, se si è scelto di farlo non è per “cattiveria” ma per mancanza di altri modi di rispondere in maniera altrettanto efficace.
Certo morti civili ce ne sono stati eccome, 25 all’ultimo conteggio, tra cui parecchi bambini: in proporzione allo sforzo molti più di quelli uccisi dai russi, il che ancora una volta ci chiarisce che lo scopo russo non era quello di fare morti tra la popolazione.
Può darsi che non fosse nemmeno lo scopo ucraino: anche a Belgorod l’antiaerea ha fatto la sua parte abbattendo vari missili e parecchi account twitter molto seguiti negano nella maniera più assoluta che le vittime siano state causate dal fuoco ucraino, sostenendo che si trattasse di una salva di S-300 russi destinati a Kharkiv che invece è finita a Belgorod (cosa che non ha senso perché, anche in questo caso, parleremmo di un numero di morti estremamente più alto), il che può far pensare che la cosa sia un po’ sfuggita di mano.
Gli USA infatti hanno immediatamente dichiarato che “non incoraggiano” attacchi sul suolo russo, ovvero che non l’hanno consigliato né facilitato: infatti il materiale utilizzato per l’attacco pare sia di produzione ceca, cosa che non faciliterà di certo le relazioni tra i due paesi ma evita di peggiorarli tra Russia e USA, che sarebbe più grave.
Che cosa ha invece comunicato l’Ucraina con questo attacco? In primo luogo che non ha remore ad attaccare la Russia sul suo territorio, e questo è paradossalmente più un messaggio alla NATO che alla Russia. Dateci altri rifornimenti, metteteci in grado di recuperare il nostro territorio (come ci avete giurato e spergiurato che avreste fatto), oppure non avremo altra scelta che passare a quello che, senza troppa fantasia, possiamo definire terrorismo – il che, dal punto di vista militare, è assolutamente sensato.
Un modo quindi di chiedere altri fondi, di tornare a essere rilevanti nel panorama mediatico, di alzare un po’ il morale al proprio campo di sostenitori (ieri si è festeggiato l’attacco a Belgorod quasi più del recupero di Cherson), e di notificare alla Russia che si è disposti più o meno a tutto.
Lo scopo, ovviamente, non è tanto quello di ammazzare i civili quanto di provocare o un crollo del morale (difficile: in questi casi di solito il morale si rafforza, come proprio gli ucraini hanno dimostrato in questi due anni, e la reazione dell’opinione pubblica russa infatti è stata molto forte) o, e sarebbe il miglior risultato possibile, una reazione inconsulta da parte della Russia, con attacchi quelli sì mirati a fare vittime civili, cosa che ovviamente rafforzerebbe la posizione ucraina e obbligherebbe la NATO e il Congresso USA a farsi un esame di coscienza.
La risposta russa, ovviamente, non è stata inconsulta, nemmeno dopo che stanotte è stata bombardata Donetsk e ci sono stati altri quattro morti civili. Sono stati colpiti altri obiettivi militari o misti, tra cui l’hotel Kharkiv Palace utilizzato dalle FFAA ucraine, ma nulla di particolarmente pesante nonostante da più parti si invocassero soluzioni drastiche e definitive.
Putin ha attentamente coreografato la sua visita all’ospedale militare Vishnevsky, dove oggi ha incontrato alcuni soldati feriti. Certo, ha detto, quello di Belgorod è un atto terroristico, effettuato con armi poco sofisticate, che colpiscono indiscriminatamente.
Ma dobbiamo rispondere nello stesso modo? Potremmo, potremmo anche noi colpire le piazze di Kiev e di altre città, e ha chiesto a Denis (uno dei soldati coi quali ha parlato) se dovessero fare lo stesso, colpire le piazze, i bambini, le mamme con le carrozzine. No, ha subito detto Denis, non i civili, le installazioni militari! Ed è quello che faremo, ha detto Putin.
Però ieri notte non sono state colpite solo le installazioni militari. Due cose ulteriori da tenere presenti: oggi è il compleanno di Bandera, che una certa parte della popolazione ucraina festeggia, e ieri il gruppo “Decomunistizzazione di Lviv” ha annunciato che in tutta la regione non ci sono più monumenti sovietici, posando fieramente sui resti di quello abbattuto il 31 dicembre (seconda foto).
Ebbene, forse casualmente, nel raid di stanotte un Geran ha distrutto (terza foto) a Bilohorshcha, un sobborgo di Lviv, la casa-museo di Roman Shukhevych, per il quale bastano due sole parole: battaglione Nachtigall – andate a vedere che galantuomini.
Molto peggio di Bandera, che porta la nominata ma là in mezzo non era per niente il peggiore. Qui c’è il link alla pagina Wikipedia della casa-museo: https://uk.wikipedia.org/…/%D0%9C%D0%B5%D0%BC%D0%BE%D1…).
E sempre a Lviv, un altro drone ha colpito L’Università Nazionale di Agraria, dove Bandera ha studiato e davanti alla quale campeggia una sua statua. Anche questa sarà stata una casualità…
articoli, video, musica di Seymour Hersch, Hermann Göring, Alfonso Navarra, Miguel Ruiz Calvo, Juan Antonio Aguilar, Alessandro Marescotti, Giorgio Gaber, Daniele Luttazzi, Michele Santoro, Domenico Quirico, Manlio Dinucci, Alessia C. F. (ALKA), Giuliano Marrucci, Jeffrey Sachs, Marinella Correggia, Marinella Mondaini, Attac, Carlo Tombola, Raffaella Nadalutti, Antonio De Lellis, Piero Maestri, Maria Pastore, Carlo Palermo, Paolo Selmi, Alessandro Orsini, M.I.R.
“La gente non vuole la guerra […]. Ma sono i leader delle nazioni che determinano la politica ed è semplice trascinare le masse, sia che si tratti di una democrazia che una dittatura fascista, un parlamento o una dittatura comunista. Abbia o meno la possibilità di esprimersi. il popolo può sempre essere assoggettato agli ordini dei leader. È facile. Tutto quello che bisogna fare è dir loro che sono stati aggrediti e denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo, cosa che espone il Paese a un pericolo maggiore”. Così il Maresciallo del Reich Hermann Göring al processo di Norimberga.
UN ANNO DOPO L’ATTENTATO AL NORD STREAM LA RUSSIA HA VINTO? – Seymour Hersch
(Articolo originariamente pubblicato in inglese su Substack; ripreso da Other News) – Oggi è l’anniversario della distruzione di tre dei quattro gasdotti Nord Stream 1 e 2 da parte dell’amministrazione Biden. Avrei qualcosa da aggiungere a riguardo, ma dovremo aspettare. Perché? Perché la guerra tra Russia e Ucraina, nella quale la Casa Bianca continua a respingere qualsiasi discorso di cessate il fuoco, è a un punto di svolta. Ci sono alti esponenti dell’intelligence americana che, sulla base di rapporti sul campo e informazioni tecniche, ritengono che l’esercito ucraino, demoralizzato, abbia rinunciato alla possibilità di superare le tre linee di difesa russe, dove c’è una grande presenza di mine, e di portando la guerra in Crimea e nelle quattro province che la Russia conquistò e annesse. La realtà è che il malconcio esercito di Volodymyr Zelenskyj non ha più alcuna possibilità di vincere.
La guerra continua, mi dice un funzionario con accesso all’intelligence attuale, perché Zelenskyj insiste che deve continuare. Né nel suo quartier generale né alla Casa Bianca di Biden si parla di un cessate il fuoco né c’è interesse per colloqui che potrebbero porre fine al massacro. “È tutta una bugia”, ha detto il funzionario, riferendosi alle affermazioni ucraine di un graduale progresso in un’offensiva che ha subito perdite sconcertanti mentre guadagnava terreno in alcune aree sparse che l’esercito ucraino misura in metri a settimana. “Cerchiamo di essere chiari”, ha detto il funzionario, “Putin ha commesso un atto stupido e autodistruttivo dando inizio alla guerra. Pensava di avere poteri magici e che tutto ciò che desiderava si sarebbe avverato. L’attacco iniziale della Russia”, ha aggiunto il funzionario, “è stato mal pianificato, poco presidiato e ha causato perdite inutili. I suoi generali gli hanno mentito e lui ha iniziato la guerra senza logistica, senza modo di rifornire le sue truppe”. Molti dei generali colpevoli sono poi stati licenziati sommariamente.
“Sì, non importa quanto provocato, Putin è stato stupido violando la Carta delle Nazioni Unite, e lo siamo stati anche noi”, ha detto il funzionario, riferendosi alla decisione del presidente Biden di intraprendere una guerra per procura con la Russia finanziando Zelenskyj e il suo esercito. “Ed è per questo che ora, per giustificare il nostro errore, dobbiamo dipingerlo di nero con l’aiuto dei media”. Si riferiva ad un’operazione segreta di disinformazione volta a screditare Putin e portata avanti dalla CIA in coordinamento con membri dell’intelligence britannica. Il successo dell’operazione ha portato i principali media degli Usa e a Londra a riferire che il presidente russo soffriva di diverse malattie, tra cui problemi ematologici e gravi tumori. Un aneddoto molto citato diceva che Putin veniva trattato con forti dosi di steroidi. Non tutti si sono lasciati ingannare. Nel maggio 2022, Il Guardian ha riferito scettico che le voci “abbracciavano un ampio spettro: Vladimir Putin soffre di cancro o morbo di Parkinson, dicono rapporti non confermati e non verificati”. Ma molte delle principali agenzie di stampa hanno abboccato. Nel giugno 2022, Newsweek ha pubblicato quello che ha definito un grande scoop, citando fonti anonime secondo cui, due mesi prima, Putin si era sottoposto a un trattamento per un cancro in stadio avanzato: “Il controllo di Putin è forte ma non più assoluto. La lotta all’interno del Cremlino non è mai stata così intensa… tutti sentono che la fine è vicina”.
“Nei primi giorni dell’offensiva di giugno ci sono state alcune incursioni ucraine”, ha detto il funzionario, “sopra o vicino” alla prima delle tre formidabili barriere difensive di cemento della Russia, “e i russi si sono ritirati per assorbirle. E li hanno uccisi tutti”. Dopo settimane di forti perdite e scarsi progressi, oltre a terribili perdite di carri armati e veicoli blindati, ha continuato il funzionario, importanti membri dell’esercito ucraino, senza dichiararlo, hanno praticamente annullato l’offensiva. Le due città che l’esercito ucraino ha recentemente rivendicato come catturate “sono così piccole che non starebbero tra due cartelloni pubblicitari della Burma-Shave”, un riferimento ai cartelloni pubblicitari che sembravano essere su ogni autostrada americana dopo la seconda guerra mondiale.
Una conseguenza dell’ostilità neoconservatrice dell’amministrazione Biden nei confronti di Russia e Cina – esemplificata dalle dichiarazioni del Segretario di Stato Tony Blinken, che ha ripetutamente affermato che non tollererà un cessate il fuoco in Ucraina in questo momento – è stata una significativa divisione nella comunità dell’intelligence. Una delle vittime è il National Intelligence Estimates (NIE), che da decenni definisce i parametri della politica estera americana. In molti casi, alcuni uffici chiave della CIA si sono rifiutati di partecipare al processo NIE a causa del profondo disaccordo politico con la politica estera aggressiva del governo. Uno dei fallimenti più recenti è stato quello del NIE che calcolava l’esito di un attacco cinese a Taiwan.
Per molte settimane ho riferito del disaccordo di lunga data tra la CIA e altri membri della comunità dell’intelligence sulla prognosi dell’attuale guerra in Ucraina. Gli analisti della CIA sono sempre stati molto più scettici rispetto ai loro colleghi della Defense Intelligence Agency (DIA) riguardo alle prospettive di successo dell’Ucraina. I media americani hanno ignorato la disputa, ma non The Economist, con sede a Londra, i cui giornalisti meglio informati non firmano gli articoli. Un segnale della tensione interna alla comunità americana è emerso nel numero del 9 settembre della rivista, quando Trent Maul, direttore delle analisi della DIA, ha rilasciato un’intervista straordinaria in cui ha difeso i resoconti ottimistici della sua agenzia sulla guerra in Ucraina e la sua problematica controffensiva. L’Economist titolò “Un’intervista insolita”, ma passò inosservata anche ai principali giornali degli Stati Uniti.
Maul ha riconosciuto che la DIA “ha sbagliato” nel riferire sulla “volontà di combattere” dei suoi alleati quando gli eserciti addestrati e finanziati dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan “sono andati in pezzi quasi da un giorno all’altro”. Maul ha contestato le denunce della CIA – anche se non ha citato l’agenzia per nome – sulla mancanza di abilità dei leader militari ucraini e sulle loro tattiche nell’attuale controffensiva. Ha detto all’Economist che i recenti successi militari dell’Ucraina sono stati “significativi” e hanno dato alle sue truppe una probabilità del 40-50% di sfondare le tre linee difensive della Russia entro la fine di quest’anno. Tuttavia, secondo The Economist, ha avvertito che “le munizioni limitate e il peggioramento del tempo renderanno tutto molto difficile”.
Zelenskyj ha anche riconosciuto che quelle che ha definito le “recenti difficoltà” della sua nazione sul campo di battaglia sono state percepite da alcuni come un motivo per avviare seri negoziati con la Russia sulla fine della guerra. Zelenskyj lo ha definito “cattivo tempismo” perché la Russia “percepisce la stessa cosa”. Tuttavia, ancora una volta ha chiarito che i colloqui di pace non sono sul tavolo e ha lanciato una nuova minaccia ai leader dell’area i cui Paesi ospitano i rifugiati ucraini e che vogliono, come ha informato Washington la CIA, la fine della guerra. Zelenskyj ha avvertito nell’intervista, come ha scritto The Economist: “Non c’è modo di prevedere come i milioni di rifugiati ucraini nei Paesi europei reagirebbero all’abbandono del loro Paese”. Zelenskyj ha detto che i rifugiati ucraini “si sono comportati bene… e sono grati” a coloro che hanno dato loro rifugio, ma non sarebbe una “bella storia” per l’Europa se una sconfitta ucraina “mettesse le persone con le spalle al muro”. Si trattava niente di meno che di una minaccia di insurrezione interna.
Il discorso di Zelenskyj alla recente Assemblea generale annuale delle Nazioni Unite a New York non ha offerto molte novità e, come riportato dal Washington Post , ha ricevuto l’obbligatorio “caloroso benvenuto” da parte dei partecipanti. Tuttavia, secondo il giornale, “ha tenuto il suo discorso in una sala semipiena, nella quale molte delegazioni hanno rifiutato di presentarsi per ascoltare ciò che aveva da dire”. I leader di alcune nazioni in via di sviluppo, aggiunge il rapporto, erano “frustrati” dal fatto che i diversi miliardi che l’amministrazione Biden stava spendendo, senza una seria responsabilità, per finanziare la guerra in Ucraina stavano diminuendo il sostegno alle loro stesse lotte per “affrontare il riscaldamento globale, la povertà e garantire un vita più sicura per i suoi cittadini”.
Il presidente Biden, nel suo discorso all’Assemblea generale, non ha affrontato la pericolosa posizione dell’Ucraina nella guerra con la Russia, ma ha invece riaffermato il suo forte sostegno all’Ucraina e ha insistito sul fatto che “la Russia è l’unica responsabile di questa guerra”, dimenticando tre decenni di espansione della NATO verso Est e il coinvolgimento segreto dell’amministrazione Obama, nel 2014, nel rovesciamento di un governo filo-russo in Ucraina. Il presidente potrebbe avere ragione nel merito, ma il resto del mondo ricorda, a differenza della Casa Bianca, che sono stati gli Stati Uniti a scegliere di entrare in guerra in Iraq e Afghanistan, con poca considerazione per la giustificazione che avevano per farlo.
Il presidente Biden non ha parlato della necessità di un cessate il fuoco immediato in una guerra che l’Ucraina non può vincere, e che si aggiunge all’inquinamento che ha causato l’attuale crisi climatica in cui è impantanato il pianeta. Biden, con il sostegno del segretario di Stato Blinken e del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan – ma con un sostegno in calo in altre parti degli Stati Uniti – ha reso il suo inesorabile sostegno finanziario e morale alla guerra in Ucraina una questione di vita o di morte per la sua rielezione. Nel frattempo, un implacabile Zelenskyj, in un’intervista la scorsa settimana con un corrispondente servile di 60 Minutes, un tempo apice del giornalismo americano aggressivo, ha descritto Putin come un altro Hitler e ha insistito falsamente sul fatto che l’Ucraina avesse l’iniziativa nella sua attuale guerra con la Russia. Alla domanda del corrispondente della CBS Scott Pelley se pensasse che “la minaccia della guerra nucleare sia alle nostre spalle”, Zelenskyj ha risposto: “Penso che continuerà a minacciare. Aspetta che gli Stati Uniti perdano stabilità e crede che ciò accadrà durante le elezioni americane. Cercherà l’instabilità in Europa e negli Stati Uniti. Utilizzerà il rischio di utilizzare armi nucleari per alimentarlo. Continuerà a minacciare”.
Il funzionario dell’intelligence americana con cui ho parlato ha lavorato all’inizio della sua carriera contro l’aggressione e lo spionaggio sovietici. Rispetta l’intelligenza di Putin ma disprezza la sua decisione di entrare in guerra con l’Ucraina e provocare la morte e la distruzione che la guerra provoca. Tuttavia, come mi ha detto: “La guerra è finita. La Russia ha vinto. Non c’è più un’offensiva ucraina, ma la Casa Bianca e i media americani devono continuare a mentire. La verità è che se all’esercito ucraino venisse ordinato di continuare l’offensiva, si ammutinerebbe. I soldati non sono più disposti a morire, ma questo non si adatta alle sciocchezze concepite dalla Casa Bianca di Biden”.
Articolo originariamente pubblicato in inglese su Substack
La guerra Russia-Ucraina? E’ anche una eco-guerra – Alessandro Marescotti
Questo è ormai uno scontro economica fra l’apparato produttivo della Nato e quello della Russia, senza esclusioni di colpi. E a farne le spese è la transizione ecologica e l’Agenda ONU 2030. Si punta solo sulla vittoria militare, costi quel che costi.
La guerra in Ucraina ha scosso profondamente il panorama politico ed economico internazionale, con conseguenze drammatiche anche per la transizione energetica e la lotta al cambiamento climatico. In un contesto di crescente tensione tra la NATO e la Russia, le nazioni europee si sono trovate costrette a prendere decisioni difficili per ridurre la dipendenza dal gas russo. Il risultato è stato un ritorno al carbone, una fonte di energia altamente inquinante e dannosa per l’ambiente.
Il carbone e il nucleare
Un esempio tangibile di questa inversione di rotta è l’Ilva di Taranto, dove è stata richiesta la triplicazione della produzione di carbone coke: altro che decarbonizzazione! Anche la centrale di Cerano, a Brindisi, ha visto aumentare il ricorso al carbone, come dimostra il traffico navale legato alla sua importazione. La Germania si è trovata a confrontarsi con il dilemma tra carbone e nucleare, mettendo i Verdi al governo di fronte a scelte difficili, contrarie alla propria identità. L’intero apparato produttivo, pur di fare la guerra, ha fatto un pauroso balzo all’indietro sotto il profilo dell’ecosostenibilità.
Il ritorno della prima guerra mondiale
La guerra fra Russia e Ucraina è ormai una guerra economica fra l’apparato produttivo della Nato e quello della Russia. E’ una guerra di resistenza dei rispettivi apparati economici. Ci sono similitudini con la prima guerra mondiale. Ogni mese si sfornano cannoni, missili, proiettili, carri armati, bombe e armi di ogni tipo. L’imperativo non è la sostenibilità ambientale: è resistere, produrre e vincere.
Pur di vincere la guerra si distrugge senza scrupoli l’ambiente, dopo aver ucciso senza scrupoli le persone.
La rimozione dell’Agenda 2030
E l’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile? Non se ne parla più.
La lotta alla povertà, alla fame, alle diseguaglianze? Erano i primi obiettivi dell’Agenda 2030. Dimenticati! Salvo poi a ricordarceli quando arrivano i barconi dei migranti.
E l’acqua, l’energia pulita, i cambiamenti climatici, la biodiversità? Anche questi punti dell’Agenda 2030 sono stati dimenticati.
La scomparsa della decarbonizzazione
Gli esiti di questa rimozione dei grandi problemi planetari sarà devastante.
Si va verso il precipizio bellico e contemporaneamente verso il precipizio ecologico.
La decarbonizzazione è ormai solo una parola consolatoria, in realtà la guerra si fa con il carbone, e l’acciaio di questa guerra è acciaio fatto con il carbone, con tanto carbone.
I carri armati e i cannoni, come pure le maxi-bombe plananti e i missili, sono il frutto della siderurgia di guerra, la più sporca e la più dannosa da ogni punto di vista.
L’ILVA e la Cina
La Nato ha deciso di tenere in vita l’ILVA. La fabbrica sopravvive in condizioni difficilissime, con i sindacati in rivolta e gli ambientalisti allarmati dai picchi di benzene. Sopravvive perché è dichiarata per legge come stabilimento di “interesse strategico nazionale”. Ma è ora di dirlo: l’interesse strategico nazionale dell’ILVA non ha nulla di economico. Quegli altoforni restano oggi accesi solo in funzione anti-Pechino.
L’autarchia Nato
E’ un ritorno all’autarchia siderurgica, per sganciare l’Italia dall’acciaio cinese dopo aver obbedito allo sganciamento dalla Via della Seta cinese e dal gas russo.
E’ un inconfessabile ritorno all’economia di guerra, all’autarchia non di mussoliniana memoria ma all’autarchia del blocco Nato. Un blocco che deve avere le mani assolutamente libere nei confronti della Cina, in previsione di un futuro conflitto fortemente voluto dagli Stati Uniti. Un conflitto per evitare che Pechino divenga la prima potenza economica mondiale. Uno smacco che gli Stati Uniti vivrebbero come un trauma, esattamente come quando l’Urss arrivò prima nello spazio.
La guerra sulla Luna
Il conflitto arriverà presto sulla Luna, per mettere anche là le mani sulle terre rare, che gli Stati Uniti non hanno in quantità sufficiente. “Tra i metalli rari che secondo gli esperti potrebbero essere presenti in grandi quantità sulla Luna, ci sono lo scandio e l’ittrio, che potrebbero essere utilizzati nei motori dei veicoli, per produrre vetro o ceramica, dispositivi elettronici e sistemi radar”. Questo si legge sul Messaggero che aggiunge: “Usa, Cina, Russia e India si contendono le risorse”. Della Luna. Si preparano scene di colonialismo lunare, dall’amaro sapore militare.
La tragedia ucraina
In questo quadro incredibilmente fosco, l’Ucraina oggi vive la sua tragedia.
Non si vuole chiamare tutto questo “guerra per procura”.
Ma è una tragedia lo stesso, con risvolti di cinismo che stanno tutti nel fatto che a morire non sono gli americani e gli europei, ma gli ucraini. A cui si affida la parola roboante d’ordine: “vittoria”.
L’Ucraina sta combattendo disperatamente una battaglia “per vincere” ma è sproporzionata. Il costo umano è insopportabile. Lo dicono le dottrine militari che prevedono perdite almeno tre volte superiori nel caso di assalti e di attacchi, come viene comandato ai soldati ucraini oggi, dopo un cinico e spietato addestramento Nato.
I cinquantenni all’assalto
La Russia ha chiaramente violato il diritto internazionale invadendo l’Ucraina.
Ma l’iniziale guerra difensiva si è trasformata in una sanguinosa controffensiva che richiede l’arruolamento in Ucraina dei cinquantenni, dei padri di famiglia, come pure dei giovanissimi. E’ una controffensiva che falcia decine di migliaia di vittime ogni mese. E che ne ingoia continuamente. Con arruolamenti continui. E con continue diserzioni e renitenze alla leva. Ma non se ne parla.
È fondamentale sottolineare che la strategia di guerra a oltranza è insostenibile, soprattutto con l’arrivo dell’inverno.
Questa guerra lascia solo distruzione e macerie.
La guerra infinita
Sarà una guerra infinita, e terminerà solo con il crollo di una delle due parti, o con un accordo quando ci si renderà conto che i bellicosi proclami di vittoria hanno falciato troppe vittime, in una inutile strage.
Questa guerra infinita, che la Nato ha già messo nel conto (vedere dichiarazioni di Stoltemberg), sarà un freno alla lotta contro il cambiamento climatico.
La guerra all’ecologia
La sostenibilità ambientale sarà sempre più messa in secondo piano, e il ritorno al carbone e al nucleare verrà presentato come il prezzo da pagare per vincere contro la Russia. Questa guerra in Ucraina ha messo in luce quanto sia pericoloso sacrificare le sfide ambientali e sociali in nome di conflitti geopolitici. La disumanità della guerra si riversa su tutti gli aspetti della vita, mentre il nostro pianeta continua a riscaldarsi a un ritmo preoccupante.
La politica per la pace
È ora di porre fine a questa follia e di concentrarsi sulle vere sfide globali, come la povertà, le diseguaglianze e la crisi dei migranti, lavorando insieme per un mondo più sostenibile e pacifico. Come? Sostenendo Papa Francesco, Lula e i paesi africani impegnati per la pace. E ponendo in Italia al centro della politica, al primissimo posto dell’agenda politica, la lotta per la pace come primo comandamento per difendere la vita delle persone e il futuro stesso del Pianeta. Una politica per la pace e per l’ambiente.
Seymour Hersh: per l’intelligence Usa la guerra è finita e ha vinto la Russia
I servizi segreti statunitensi ritengono che le truppe ucraine non riusciranno a rompere le linee di difesa dell’esercito russo. Lo ha affermato il giornalista americano premio Pulitzer Seymour Hersh nel suo ultimo scritto.
“Ci sono elementi significativi nella comunità dell’intelligence statunitense, sulla base di rapporti sul campo e di intelligence tecnica, che credono che l’esercito ucraino demoralizzato abbia rinunciato alla possibilità di superare le linee di difesa russe a tre livelli, pesantemente minate”, ha spiegato il giornalista sulla sua pagina sulla piattaforma Substack.
Hersh ha anche sottolineato che gli ucraini hanno rifiutato l’idea di tentare di impadronirsi della Crimea e delle quattro nuove regioni della Russia.
L’esercito ucraino, ha proseguito, non può più vincere. “La guerra è finita. La Russia ha vinto. Non c’è più alcuna offensiva ucraina, ma la Casa Bianca e i media americani devono continuare a mentire”, ha scritto Hersh, citando un funzionario dell’intelligence statunitense.
Secondo l’interlocutore del giornalista, dopo diverse settimane di gravi perdite e senza grandi progressi, le truppe ucraine hanno effettivamente annullato la controffensiva.
Se all’esercito ucraino venisse ordinato di continuare l’offensiva si ammutinerebbe, perché i soldati non vogliono più morire, ha ribadito il funzionario.
“La guerra continua perché [il presidente ucraino Volodymyr] Zelenskyj insiste su questo punto”, ha precisato Hersh.
Allo stesso modo, si è rammaricato che né l’ufficio del leader ucraino né la Casa Bianca affrontino la possibilità di una tregua, né siano interessati a negoziati per porre fine alle ostilità.
L’Ucraina ha lanciato una controffensiva all’inizio di giugno contro le posizioni russe fortemente radicate nelle regioni di Donbas, Kherson e Zaporozhye. Tuttavia, non ha compiuto progressi sostanziali e ha pagato con decine di migliaia di vite ucraine e centinaia di veicoli corazzati forniti dalla NATO, poiché le forze ucraine non sono state in grado di raggiungere nemmeno le prime principali linee difensive russe in un mese e mezzo.
Daniele Luttazzi – Ovazione in Canada, Philip Dick e le “dissonanze cognitive” dell’occidente
Sulla sua rubrica “Non c’è di che”, Daniele Luttazzi offre, tramite il Fatto Quotidiano, forse il miglior spaccato di quella che definisce correttamente “dissonanza cognitiva” dell’occidente rispetto al nazismo. Uno scritto illuminante che parte dall’ovazione in Canada, passa per gli scritti di Philip Dick e arriva in Italia.
Lettura altamente consigliata.
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di Daniele Luttazzi – Fatto Quotidiano
27 settembre 2023
Dal Canada al Trentino, i nazisti sono ovunque: è “La svastica sul sole”
Il conflitto in Ucraina sta sottoponendo i cittadini europei non solo ad assurde vessazioni economiche, ma soprattutto a un disagio psichico che non mi sembra adeguatamente segnalato: quello dovuto alla dissonanza cognitiva di chi vive in un Occidente democratico, dopo la vittoria sul nazifascismo nella Seconda guerra mondiale, ma si trova circondato da continui tributi a nazisti poiché gli Usa e la Nato hanno deciso di fare la guerra alla Russia servendosi dell’Ucraina, il Paese autocratico dove il nazista Bandera è un eroe nazionale.
Un anno fa, a tutti sembrò bizzarro che Putin annunciasse un’operazione speciale contro “i nazisti ucraini”. Non si capiva perché lo facesse, e cosa c’entrassero i nazisti: i più non sapevano dei crimini neonazisti in Donbass, denunciati da Onu, Osce e Amnesty. Quasi tutta la stampa italiana, a parte il Fatto e il manifesto, si trasformò in megafono propagandistico per nascondere la verità che solo ora viene ammessa dal segretario generale della Nato Stoltenberg, e cioè che la Nato arma l’Ucraina in funzione anti-russa dal 2014, che Putin invase l’Ucraina per fermare la Nato, e che la Nato decise di non trattare con la Russia, anche se così si sarebbe evitata questa guerra del cazzo. E così siamo arrivati alla raccapricciante standing ovation della Camera canadese per l’ex SS Yaroslav Hunka.
La scena pare tratta da un episodio di L’uomo nell’alto castello, la serie tv tratta dal romanzo di Philip Dick La svastica sul sole, che immagina una realtà alternativa in cui Germania e Giappone hanno vinto la Seconda guerra mondiale. Provai lo stesso raccapriccio da dissonanza cognitiva un anno fa vedendo Gramellini su Rai3 che usava toni struggenti per esaltare Vyacheslav Abroskin, generale della brigata filonazista Azov: arrivò a paragonarlo, in un panegirico da voltastomaco, addirittura a Oskar Schindler (t.ly/6oTDI)…