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mercoledì 1 settembre 2021

Ma perché la sinistra tollera le scorribande dei fascisti nelle postazioni di governo? - Nadia Urbinati


La democrazia parlamentare ha il merito di sedimentare l’abito del pluralismo e della tolleranza tra parti e partiti, spesso molto diversi tra loro.  Non è dato sapere quanto questo abito sia strumentale o sincero, ovvero se un partito adopera le regole del gioco elettorale senza riserve o per cambiare l’ordine costituito. Negli anni Settanta, quando il Partito Comunista Italiano era vicino al governo o alla possibilità di entrarvi, diversi intellettuali e studiosi si interrogarono sulla sua affidabilità democratica.

I traghettatori del fascismo di Salò

Uno dei temi più discussi era se il PCI aveva accettato il pluralismo come condizione della politica o se la sua accettazione era condizionata al suo essere all’opposizione.  E’ straordinario come nessuno oggi si ponga questo problema e sollevi simili questioni al partito che è nato per partenogesi dal Movimento Sociale Italiano che ha traghettato il fascismo della Repubblica di Salò nell’Italia democratica.  Non solo nessuno studioso si preoccupa di questo problema, ma – e questo è forse ancora più sorprendente – nessun politico se ne cura.  Il libro di Giorgia Meloni, Io sono Giorgia, in vetta alle classifiche delle vendite anche grazie a un persistente tam-tam dei media, non risponde ai problemi che un democratico dovrebbe porre; per esempio, liquida la sua fede ideologica dicendo di avere un rapporto “tranquillo” (che vuol dire?) col fascismo mentre si lancia in una (giusta) condanna del colonialismo degli stati europei ma con l’intento di giustificare il regime di Mussolini (in fondo, sembra di capire, tutti i regimi si equivalgono). Che dire delle violenze perpetrate dal “generale del regno” Rodolfo Graziani che ordinò la strage di migliaia di etiopi inermi nel 1937? Ma una qualche giustificazione quel sorvolare sui crimini di guerra di Graziani la Meloni ce l’ha visto che con i soldi della repubblica democratica è stato costruito e recentemente restaurato (con annesso un parco giochi per bambini) il sacrario a lui dedicato ad Affile, sua città natale.

A considerare altri recenti avvenimenti, sembra di potere dire che la tradizione fascista sia ben radicata nel nostro paese, certamente più di quella comunista, benchè la storia italiana conosca per esperienza solo le conseguenze nefaste della prima. Eppure… oggi ai neri si guarda con bonaria tolleranza, e i loro esponenti distribuiti tra la Lega e Fratelli d’Italia, hanno pieno accesso alle cariche pubbliche. Essendo questi due partiti in parlamento (uno di essi al governo) sembra ovvio che i loro esponenti siano parte del dialogo politico e della gestione del potere.

Dal caso Vattani a quello Durigon

E così succede che non disturba più di tanto il fatto che lo scorso aprile, il governo abbia nominato Mario Vattani come nuovo ambasciatore italiano a Singapore.  Lia Quartapelle, capogruppo del PD in Commissione esteri, ha chiesto al ministro degli Esteri Luigi Di Maio di riconsiderare la nomina e il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo ha supplicato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella di non firmare il decreto di nomina.  Questo perché Vattani ha esplicitato le sue simpatie fasciste e agito coerentemente con esse quando nel 1989 partecipò ad un raid neonazista davanti al cinema Capranica di Roma.  Risultato? La viceministra (PD) degli Esteri ha difeso poche settimane fa la nomina dicendo che impedire a Vattani di diventare ambasciatore a Singapore avrebbe significato “tradire” i valori fondanti della Repubblica e dell’antifascismo: lo stato di diritto, il rispetto della legge. Il realismo giuridico e la tecnicalità procedurale hanno fatto da scudo anche in passato alle scelte politiche più discutibili. E abituano a pensare che lo stato di diritto sia un’entità che vive di vita propria, una meccanica indipendente. Una lettura che ci deve preoccupare parecchio, perchè suggerisce che le idee politiche non abbiano incidenza e che la tecnica del diritto macini, pulisca e assolva tutto. Il fatto è che lo Stato non è una macchina neutrale che può operare indifferentemente in tutti i contesti politici e con tutti i regimi. Chiediamoci: se ci fossero decine e decine di Vattani o di Claudio Durigon a servire lo Stato, lo stato di diritto sarebbe ancora forte e sicuro? Il formalismo che si insinua nella compagine politica (soprattutto quella che si fa vanto di appartenere alla tradizione antifascista) inquieta. Abitua chi opera nelle istituzioni a pensare di essere tutti parte della stessa tribù.

 

Un caso anomalo all’Archivio centrale dello Stato

Abbiamo così che il sottosegretario al Ministero dell’Economia Durigon, chiacchieratissimo per la sua vicinanza a gruppi poco amici della legalità, sarebbe tranquillamente rimasto al proprio posto se non fosse stato per la mobilitazione popolare, con tanto di raccolta di firme. Abbiamo così la nomina da parte del ministro della Cultura di un direttore dell’Archivio Centrale dello Stato, Andrea De Pasquale che quando dirigeva la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ha gestito l’acquisto del fondo Pino Rauti, un militante fascista definito “statista” coinvolto in indagini su varie stragi nere. E’ inquietante avere De Pasquale  come direttore dell’Archivio Centrale dello Stato che custodisce tra l’altro di tutti i documenti giudiziari, quando vengono desecretati, che riguardano le stragi d’Italia. Eppure, anche in questo stato, i politici delle istituzioni non hanno fatto una piega. Abbiamo infine una festa nazionale del PD che ha in calendario un dibattito sulle riforme al quale è stato invitato anche Galeazzo Bignami di FdI, un neofascista che ama mostrarsi in divisa nazista. Anche in questo caso, è stata la levata di scudi dei cittadini a far retrocedere gli organizzatori e i dirigenti del PD, a quanto pare abituati a relazionarsi normalmente con tutti coloro che sono parte dello stesso giro istituzionale.

Quel che rende stupefatti è l’acquiescenza di chi opera nelle istituzioni, come se la democrazia parlamentare assomigli ad una betoniera nella quale composti diversi si amalgamano dando un esito compatto e indifferenziato. Non essendo una populista e criticando radicalmente il populismo, la separazione che verifichiamo nella sensibilità politica e ideologica tra chi sta dentro e chi sta fuori delle istituzioni mi inquieta parecchio. L’amalgama politico fa un pessimo servizio alla democrazia.

https://www.strisciarossa.it/ma-perche-la-sinistra-tollera-le-scorribande-dei-fascisti-nelle-postazioni-di-governo/

sabato 17 ottobre 2020

POPULISMO E PANDEMIA: CHI PERDE, CHI GUADAGNA - NADIA URBINATI

Un tema di grande interesse presso gli studiosi di politica è se la pandemia abbia o no indebolito il populismo. Imponendo ai governi decisioni capaci di tenere insieme attenzione alle competenze e responsabilità politica, il Covid -si sostiene- ha ristretto le possibilità di successo del populismo. Dovremmo essere dubbiosi verso questa lettura ottimistica.

Per motivare il dubbio suggerisco di partire dalle due caratteristiche peculiari del populismo del XXI secolo: in primo luogo, ha saldato un’alleanza con il nazionalismo nativista a giustificazione di una retorica e (se al potere) di politiche aggressive contro obiettivi specifici: immigrati, minoranze culturali, opposizioni, media non supini, forme sovranazionali di cooperazione. Lo ha fatto per costruire una narrativa escludente e faziosa del “popolo” al quale un leader dà voce e volto. In secondo luogo, ha orchestrato una permanente campagna elettorale per dimostrare di essere radicalmente contro l’establishment o la casta. -n nemico del quale, però, ha bisogno per esistere e crescere.

Questa è la fisionomia del potere populista nel nostro tempo. La pandemia ha iniettato nel tessuto socioeconomico e legale-politico delle nostre democrazie dei mutamenti che avranno un impatto sul populismo. E se è impossibile predirne il futuro, si può almeno cercare di individuarne la traiettoria a partire proprio da questi mutamenti.

I mutamenti indotti dal Covid riguardano da un lato, il tenore delle democrazie costituzionali (più esecutive, meno parlamentari) e dall’altro, il ruolo della competenza. La pandemia ha innalzato l’autorità della scienza, ma ha anche confermato quel che da tempo studiosi e cittadini sostengono: che le procedure democratiche sono spesso inefficaci, lente, e mal disposte a farsi correggere dalla competenza. Secondo alcuni osservatori, il Covid ha imposto l’ascolto della competenza e questa sarebbe una pessima notizia per il populismo, il quale è notoriamente anti-intellettuale e pronto a creare ed abbracciare fake news e retoriche cospiratorie.

Eppure, c’è ragione di dubitare che la scienza ci salverà dal populismo (lasciamo a un’altra occasione la questione se possa essere un buon correttivo della politica democratica). E’ proprio la pandemia a rafforzare questo dubbio. Il Covid ha mostrato quanto provvisorie siano le teorie e i risultati delle scienze biomediche, esposti ai mutamenti quasi come le opinioni generiche di noi cittadini. La sperimentazione procede per tentativi ed errori e, soprattutto di fronte ad un virus nuovo, non riesce a dispensare forti certezze.

Gli scienziati stanno imparando come noi, benché usino laboratori e ricerche controllate invece di opinioni raccolte qua e là, seguendo la bussola delle emozioni come la speranza e la paura. Ma l’incertezza e la provvisorietà delle conoscenze è ed è stata tanta. Ad essa si è aggiunto il potere di fuoco dei media che ha travolto gli esperti, divenuti nel volgere di poche settimane degli opinion-makers e delle celebrità, proprio come i politici. In molti si sono esposti al rischio della contestazione popolare e hanno eroso l’aura di imparzialità della loro competenza. E tutto ciò fa molto bene al populismo.

Per questa ragione, ha senso essere scettici sulla funzione riparatrice della conoscenza scientifica. Matteo Salvini ha mobilitato migliaia di seguaci per gettare discredito sulle raccomandazioni dei biologi e dei medici, reclamando la libertà dalla mascherina e dalle norme di distanziamento sociale, e accusando il governo di tenere un ruolo subalterno rispetto agli esperti.

Similmente a Giorgia Meloni, si è eretto a leader libertario, contro il governo autoritario, attaccato prima per la scelta della chiusura e poi per quella della riapertura. A partire da agosto, le piazze delle capitali europee hanno preso ad imitare le manifestazioni dei nostri arancioni contro la mascherina, persuasi che il Covid sia stato un bluff o una esagerazione inventata dalle case farmaceutiche per imporci il vaccino (futuro oggetto di scontro).

In tutti i Paesi dove ha voce, il populismo nell’era del Covid mostra di avere una preferenza per le risposte neoliberali al contagio e alla sanità. Negli Stati Uniti e in Brasile la lotta demagogica contro le opposizioni si è tradotta in attacco allo “statalismo”. Presentarsi come leader del popolo che difende la libertà individuale contro le intromissioni “autoritarie” dei governi manipolati dai virologi è una delle trasformazioni della retorica populista, che può incontrare simpatie in società che si sono nel frattempo impoverite, anche a causa di mesi di forti restrizioni delle attività economiche.

L’opposizione tenuta contro il lockdown potrebbe quindi venire usata dai populisti per conquistare la rappresentanza dello scontento sociale. La disoccupazione e la crescente sofferenza economica possono dunque essere benzina gettata sul fuoco del populismo se non ci saranno altri soggetti politici a dar voce e rappresentanza a chi più ha sofferto le conseguenze del Covid. Con la riconversione neoliberale messa in atto nei mesi della pandemia, i leader populisti possono reinventare sé stessi contro i governi e gli esperti che hanno “affamato la gente”.

Qui sta la sfida alle forze di centro-sinistra e democratiche: se queste non saranno capaci di riportare la giustizia sociale e le politiche ridistributive al centro dell’agenda e dei governi, per il populismo si prospetterà un brillante futuro.

da qui