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domenica 12 gennaio 2025

il genocidio (intenzionale) a Gaza continua

Il Genocidio di Israele a Gaza è del tutto intenzionale e altre conclusioni dal rapporto di Amnesty International - Jonathan Ofir

 

Amnesty International questa settimana ha confermato ciò che molti altri hanno già detto: Israele sta commettendo un Genocidio a Gaza. Ma il rapporto si spinge molto oltre per dimostrare un elemento critico nel caso contro Israele: che il Genocidio è del tutto Intenzionale.


Mercoledì, Amnesty International ha pubblicato un rapporto storico, intitolato: “Considerati dei Subumani: Genocidio di Israele contro i palestinesi a Gaza”.

Amnesty non usa mezzi termini: Israele sta commettendo un Genocidio a Gaza.

Agnés Callamard, Segretario Generale di Amnesty International, ha presentato il rapporto con termini rigorosi. Non ci sono né se e né ma, Israele ha commesso un Genocidio e lo sta ancora perpetrando:

“Il rapporto di Amnesty International dimostra che Israele ha compiuto atti proibiti dalla Convenzione sul Genocidio, con l’Intento specifico di cancellare i palestinesi a Gaza”, ha affermato Callamard.

“Questi atti includono uccisioni, gravi danni fisici o mentali e l’inflizione deliberata ai palestinesi di Gaza di condizioni di vita calcolate per provocare la loro distruzione fisica. Mese dopo mese, Israele ha trattato i palestinesi di Gaza come Subumani indegni dei diritti umani e della dignità, dimostrando la sua intenzione di distruggerli fisicamente”.

L’Intento di Israele di commettere un Genocidio

Il Crimine di Genocidio è noto come il “Crimine dei Crimini”, ed è anche considerato il Crimine contro l’Umanità che richiede il più alto livello di prova per quanto riguarda l’Intento. Non è sufficiente fare riferimento ad atti che di per sé possono rientrare nella Convenzione sulla prevenzione e la punizione del Crimine di Genocidio (“Convenzione sul Genocidio”): l’Intento Genocida deve essere dimostrato come unica possibile conclusione dell’analisi.

Ecco perché il linguaggio conclusivo del rapporto è così importante, affermando che:

“Dalle prove presentate si può trarre solo una ragionevole conclusione: l’Intento Genocida è stato parte integrante della condotta di Israele a Gaza dal 7 ottobre 2023, inclusa la sua Campagna Militare”.

Poiché l’aspetto dell’Intento è così singolarmente cruciale , Amnesty dedica quasi un terzo delle 296 pagine del rapporto all’Intento (81 pagine all’interno della sezione principale “L’Intento di Israele a Gaza” pagina 202-282, più altre parti sulla questione in altre sezioni del rapporto).

La definizione di Genocidio

Il rapporto fa riferimento a tre dei cinque elementi nella definizione di Genocidio dell’ONU Articolo 2 e li ritiene soddisfatti:

1 – Uccidere membri del gruppo;

2 – Causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo;

3 – Infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita calcolate per causare la sua distruzione fisica in tutto o in parte;

Ognuno di questi potrebbe costituire Genocidio, poiché afferma che “uno qualsiasi dei seguenti atti commessi con l’Intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale”.

L’argomento della “necessità militare”

Amnesty conclude che “l’Intento Genocida è parte integrante della condotta di Israele a Gaza dal 7 ottobre 2023, inclusa la sua Campagna Militare” (pagina 35).

La rivendicazione della necessità militare è una pretesa centrale di Israele, cosa prevedibile, sotto l’apparente idea che tali obiettivi legittimino i mezzi impiegati per raggiungerli. Israele non fa eccezione in questo: l’argomento è spesso utilizzato per respingere le accuse di Crimini di Guerra o Crimini contro l’Umanità.

Ma Amnesty respinge l’argomentazione “o l’uno o l’altro”:

“Amnesty International ammette che identificare il Genocidio in un conflitto armato è complesso e impegnativo, a causa dei molteplici obiettivi che possono esistere simultaneamente. Tuttavia, è fondamentale riconoscere il Genocidio quando si verifica nel contesto di un conflitto armato e insistere sul fatto che la guerra non può mai giustificarlo”.

Callamard sottolinea:

“Israele ha ripetutamente sostenuto che le sue azioni a Gaza sono legittime e possono essere giustificate dal suo obiettivo militare di sradicare Hamas. Ma l’Intento Genocida può coesistere con gli obiettivi militari e non deve essere necessariamente l’unico intento di Israele”.

Quindi l’intento militare può coesistere con l’Intento Genocida, ma non annulla l’Intento Genocida. Se l’Intento Genocida è “parte integrante” della condotta di Israele, “inclusa la sua Campagna Militare”, allora questo significa che la “Guerra” di Israele è davvero Genocida.

Dichiarazioni Genocide di funzionari israeliani

Nel capitolo sull’Intento, riguardante le dichiarazioni sulla distruzione dei palestinesi (7.3, pagina 241), Amnesty si è limitata ad analizzare 102 dichiarazioni di alti funzionari israeliani:

“L’organizzazione ha identificato 102 dichiarazioni che disumanizzavano i palestinesi o chiedevano o giustificavano atti proibiti ai sensi della Convenzione sul Genocidio o altri Crimini di Diritto Internazionale contro i palestinesi di Gaza, come l’espansione degli insediamenti, il trasferimento forzato o gli attacchi indiscriminati. Sono state fatte da membri dei gabinetti di guerra e sicurezza e da alti membri dell’esercito, così come dal Presidente di Israele, oltre ad alcuni membri della Knesset (Parlamento) e ministri del governo”.

Di sicuro, le dichiarazioni che incitano al Genocidio sono innumerevoli in Israele e il progetto Law for Palestine (Legge per la Palestina) ha una banca dati con oltre 500 di queste dichiarazioni dai vertici fino a giornalisti e opinionisti. Ma Amnesty ha applicato la limitazione anche per giustificare la richiesta di Israele alla Corte Internazionale di Giustizia nel caso del Genocidio: Sudafrica contro Israele.

Amnesty:

Dato che Israele ha sostenuto di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia che la “politica e le intenzioni” del governo israeliano possono essere determinate solo attraverso un esame delle decisioni dei gabinetti di guerra e sicurezza, nonché un’analisi di “se particolari commenti espressi siano conformi o meno alle politiche e alle decisioni prese”, Amnesty International ha limitato la sua analisi alle dichiarazioni rilasciate da funzionari con responsabilità dirette sulla condotta dell’Offensiva su Gaza. Ad eccezione del Presidente di Israele, questo includeva membri dei gabinetti di guerra e sicurezza e alti ufficiali militari. Amnesty International ha inoltre limitato la sua analisi alle dichiarazioni che sembravano chiedere o giustificare la distruzione dei palestinesi, tra cui:

• Appelli a negare ai palestinesi di Gaza l’accesso a servizi e beni essenziali per la sopravvivenza della popolazione, finché Hamas non sarà distrutta o finché gli ostaggi non saranno rilasciati;

• Dichiarazioni che confondono deliberatamente i palestinesi di Gaza con Hamas, apparentemente giustificando azioni dirette contro i civili palestinesi;

• Dichiarazioni che chiedono la distruzione fisica di Gaza, inclusa l’intera popolazione e le infrastrutture civili, o che chiedono la distruzione di Hamas distruggendo fisicamente i palestinesi di Gaza”.

Delle 102 dichiarazioni esaminate, Amnesty International ne ha identificate 22. Le restanti 80 dichiarazioni invocavano altri Crimini di Diritto Internazionale contro i palestinesi di Gaza, come l’espansione degli insediamenti, il trasferimento forzato o gli attacchi indiscriminati, oppure utilizzavano un linguaggio Razzista e Disumanizzante contro i palestinesi. L’organizzazione ha analizzato le 22 dichiarazioni che apparentemente chiedevano o giustificavano la distruzione dei palestinesi di Gaza concentrandosi sull’identità dell’oratore e sulla sua influenza e sul contenuto del discorso”.

Questi proclami Genocidi hanno spesso utilizzato gli ostaggi/prigionieri israeliani come scusa. Lo stesso ha detto il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Parlando in una conferenza stampa congiunta con l’allora Ministro della Difesa Gallant il 5 dicembre 2023, il Primo Ministro Netanyahu ha spiegato che la raccomandazione del gabinetto di guerra di consentire l’ingresso di due o quattro camion di carburante al giorno per soddisfare “i bisogni umanitari minimi” della popolazione di Gaza, che le autorità “valutano ogni giorno, anche ogni poche ore”, era progettata per consentire la continuazione dei combattimenti:

“Sappiamo anche che se ci sarà un collasso: pestilenze, malattie, contaminazione delle falde acquifere, ecc., questo fermerà i combattimenti. Lo capiamo. Pertanto, non vediamo una contraddizione tra lo sforzo bellico, che abbiamo già visto essere il fattore più efficace nel far tornare i nostri rapiti, e lo sforzo umanitario che accompagna la guerra e ne è una parte importante”.

Questo “ragionamento”, tra l’altro, era dilagante in tutto lo spettro politico israeliano, e persino l’attuale leader del Partito Laburista Meretz, “I Democratici”, ha affermato: “Si può farli morire di fame, è del tutto legittimo”.

Tali dichiarazioni hanno improntato la Campagna Militare di Israele in modo chiaro. Amnesty:

“Le dichiarazioni di alti funzionari israeliani sono state ascoltate e ricevute dai soldati impegnati nella Campagna Militare a Gaza e sembrano aver comunicato, esplicitamente o implicitamente attraverso noti riferimenti culturali, una missione percepita della Campagna”.

Queste dichiarazioni sono state poi riprese dai principali ufficiali militari, che guidavano la Campagna Militare, e le azioni dei loro soldati sono state ostentate sui social media attraverso innumerevoli video che celebravano la distruzione Genocida.

Amnesty respinge l’affermazione di Israele di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia secondo cui queste dichiarazioni erano semplicemente “retoriche”:

“Amnesty International riconosce che, all’inizio dell’Offensiva Militare, i funzionari israeliani hanno definito i suoi obiettivi come lo smantellamento delle capacità militari e di governo di Hamas, aggiungendovi successivamente il rilascio di ostaggi e prigionieri. In seguito, il Primo Ministro Netanyahu, l’allora Ministro della Difesa Gallant e i Portavoce dell’esercito israeliano hanno chiarito pubblicamente in numerose occasioni che l’Offensiva era diretta ad Hamas piuttosto che al popolo palestinese.

Tuttavia, sembrano aver intensificato tali chiarimenti solo in seguito alla crescente pressione degli alleati occidentali di Israele sulla portata delle morti e della distruzione risultanti da settimane di bombardamenti incessanti. Fondamentalmente, come evidenziato sopra, c’è una grande quantità di prove che i soldati continuano a diffondere e mettere in pratica le precedenti dichiarazioni di questi funzionari molto tempo dopo che sono state pronunciate per la prima volta.

Anche i video indicano che i soldati hanno dato seguito a questi appelli mentre erano impegnati in apparenti atti di distruzione. Ciò indica la portata e l’impatto delle dichiarazioni dei funzionari. Mostra anche che i funzionari israeliani hanno ampiamente fallito nel costruire narrazioni alternative. Infatti, l’ampia diffusione di dichiarazioni che chiedevano la distruzione di Gaza e delle infrastrutture civili al suo interno sembra essere stata tollerata e non adeguatamente indagata, per non parlare di punita, dalle autorità israeliane, che non hanno preso alcuna misura per mesi.

Inoltre, durante il periodo di nove mesi in esame, Israele ha continuato a compiere attacchi deliberati che hanno ucciso e ferito gravemente civili palestinesi e a imporre deliberatamente condizioni di vita impossibili all’intera popolazione di Gaza, sfidando la difesa di Israele secondo cui le dichiarazioni rilasciate da alti funzionari governativi e che hanno riecheggiato attraverso l’esercito erano semplicemente il tipo di commenti infiammatori che ci si può aspettare all’inizio di un conflitto armato”.

Ma l’Intento non si può solo dedurre dalle dichiarazioni, gli atti confermano le intenzioni:

“Nel valutare l’Intento Genocida, Amnesty International ha analizzato tali violazioni del Diritto Internazionale, comprese quelle dettagliate nel Capitolo 6, “Le azioni di Israele a Gaza”, nel contesto dell’intera Offensiva: le ha esaminate insieme e cumulativamente, tenendo conto della loro ricorrenza e del loro verificarsi simultaneo più e più volte, aggravando reciprocamente l’impatto dannoso. Inoltre, l’organizzazione ha considerato la portata e il numero delle vittime e l’entità della distruzione ripetute nel tempo, nonostante i continui avvertimenti delle Nazioni Unite e degli alleati di Israele, nonché i molteplici ordini vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia” (pagina 279).

Contesto generale dell’Apartheid israeliano

Amnesty valuta il Genocidio di Israele in un contesto storico, per sottolineare che la “Disumanizzazione endemica dei palestinesi” è stata una caratteristica che ha preceduto il 7 ottobre 2023, ha una lunga storia, inclusi Crimini di Guerra sistemici e Crimini contro l’Umanità:

“Una valutazione del contesto storico dimostra che l’offensiva di Israele si sta verificando nel contesto della sua Occupazione Militare illegale e del Sistema di Apartheid contro i palestinesi, compresi i palestinesi di Gaza, un contesto pieno di gravi violazioni del Diritto Internazionale e basato sulla Disumanizzazione endemica dei palestinesi” (pagina 278).

Si tratta di un sistema di Disumanizzazione dei palestinesi in generale, in cui Gaza è stata resa “particolarmente vulnerabile”:

“Infatti, molti funzionari israeliani di alto livello, così come altri politici e personaggi pubblici con una portata e un’influenza significative in Israele, hanno utilizzato un linguaggio Disumanizzante, Sprezzante e Razzista profondamente radicato nei confronti dei palestinesi per anni, senza alcuna responsabilità reale o effettiva.

La Disumanizzazione dei palestinesi è stata una caratteristica costante del Sistema di Apartheid di Israele: sono trattati come un gruppo razziale inferiore che non merita i diritti umani e le necessità fondamentali. Per mantenere questo Sistema di Oppressione e Dominio, Israele ha a lungo sottoposto i palestinesi, compresi quelli di Gaza, a Tortura, detenzione arbitraria, trasferimento forzato e uccisioni e ferite illegali. Come parte di questo Sistema di Apartheid, il blocco illegale di Gaza da parte di Israele ha lentamente inflitto condizioni di vita dannose ai palestinesi lì per 16 anni prima del 7 ottobre 2023, lasciandoli in una situazione di vulnerabilità unica”.

Differenza tra Movente e Intento

Simile all’argomento della “necessità militare”, le persone possono rivendicare vari motivi per i loro Atti Genocidi, potrebbero non considerarli come tali (le persone raramente lo ammettono apertamente) e potrebbero rivendicare “sicurezza” o “vendetta”, ma questi motivi non annullano l’Intento Genocida:

“Infine, Amnesty International riconosce che la politica di Israele nei confronti di Gaza potrebbe essere stata guidata da diversi motivi sostenuti da vari funzionari del governo. Tuttavia, Movente non equivale a Intento.

La giurisprudenza internazionale è chiara sul fatto che molti motivi possono spingere ad Atti Genocidi, tra cui il desiderio di profitto, vantaggio politico e così via. In definitiva, finché l’Intento Genocida è chiaro, il motivo di fondo dei singoli funzionari non ha importanza, che si tratti di sicurezza, vendetta, determinazione a rimanere al potere, desiderio di mostrare una forza schiacciante nella regione o ricerca del reinsediamento di Gaza” (pagina 281).

Esitazione a sottolineare l’Intento Genocida nei confronti di Israele

Uno dei punti spesso rivendicati da Israele è quello del “doppio criterio”, affermando che Israele viene ingiustamente “preso di mira”. Questo punto è anche entrato nella famigerata definizione di antisemitismo dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), che confonde la critica a Israele con l’odio per gli ebrei.

L’ottavo esempio dell’IHRA afferma: “Applicare doppi criteri richiedendogli un comportamento non previsto o richiesto da nessun’altra nazione democratica”.

Ma Amnesty sottolinea il contrario, ovvero che esiste esattamente un doppio criterio decisionale in termini di approccio a Israele con Intento Genocida, laddove sarebbe più facile farlo con altri Paesi. Si è dimostrato più difficile per la filiale separata di Amnesty in Israele accettare la conclusione del Genocidio, quindi si sono opposti alle conclusioni del rapporto internazionale, proprio come è stato nel 2022 con il rapporto Israele-Apartheid di Amnesty International. Sebbene Amnesty si vanti di essere “indipendente da qualsiasi governo e ideologia politica” (relazione, pagina 2), esistono pregiudizi politici locale. Amnesty chiede un criterio universale:

“Amnesty International riconosce che c’è resistenza ed esitazione da parte di molti nel trovare Intenti Genocidi quando si tratta della condotta di Israele a Gaza. Questa resistenza ha impedito la giustizia e la responsabilità rispetto ai conflitti passati in tutto il mondo e dovrebbe essere evitata in futuro. Amnesty International rifiuta una gerarchia tra i Crimini di Diritto Internazionale.”

Campanello d’allarme

Il mondo ha lasciato che ciò accadesse, in un sonno di negazione e pregiudizio verso Israele che ha permesso al Genocidio più trasmesso in televisione della storia di durare per oltre un anno.

Callamard afferma: “Le nostre schiaccianti conclusioni devono servire da campanello d’allarme per la comunità internazionale: questo è Genocidio. Deve finire subito”.

Per fermarlo sono necessarie una serie di azioni, non da ultimo da parte di Stati terzi. Amnesty chiede alla Corte Penale Internazionale di migliorare la sua valutazione della situazione della Palestina per includere il Genocidio, anche in termini di mandati di arresto come quelli emessi per il Primo Ministro Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Gallant:

“Considerare urgentemente la commissione del Crimine di Genocidio da parte di funzionari israeliani dal 7 ottobre 2023 nell’ambito delle indagini in corso sulla situazione nello Stato di Palestina. Considerare come le indagini dell’Ufficio del Procuratore sulla situazione nello Stato di Palestina potrebbero essere ulteriormente accelerate. Se del caso, richiedere mandati di arresto contro individui sospettati, anche per il Crimine di Genocidio”.

Questo deve essere un grande shock per coloro che credevano che “Mai Più” fosse sotto il monopolio israeliano, per proteggere gli ebrei per sempre. Si scopre che l’autoproclamato “Stato Ebraico” non è immune dal commettere Genocidio. Israele può ora solo rispondere con l’uso della “mistificazione” e negare, negare, negare.

Ma questo rapporto non è un’opera di propaganda spiccia. È una lunga e meticolosa documentazione di uno dei principali gruppi di pressione legali, Amnesty International. Ciò aggiungerà peso al crescente consenso internazionale sulla questione. E tutti noi siamo responsabili, tutti noi dobbiamo svegliarci ora, perché è già troppo tardi.

Jonathan Ofir è un direttore d’orchestra, musicista, scrittore e blogger israelo-danese, che scrive regolarmente per Mondoweiss.

 

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

 

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I soldati israeliani prendono d’assalto l’Ospedale Kamal Adwan di Gaza, sgomberando medici e pazienti seminudi - Lubna Masarwa e Ahmed Dremly


L’Ospedale Kamal Adwan è sotto assedio da più di due mesi, ricevendo pochi o nessun aiuto, medicine, cibo o carburante.

I soldati israeliani hanno preso d’assalto l’ultimo ospedale funzionante di Gaza venerdì e hanno costretto medici e pazienti palestinesi seminudi ad andarsene a piedi verso una destinazione sconosciuta, secondo video e testimonianze oculari condivise.

In un video si potevano vedere diversi carri armati israeliani stazionati fuori dall’Ospedale bombardato Kamal Adwan a Beit Lahia, mentre decine di uomini seminudi venivano diretti verso un’area fuori campo.

Islam Ahmad, un giornalista locale e testimone oculare dell’attacco, ha affermato che le comunicazioni con il personale dell’ospedale erano state interrotte ore prima che le forze israeliane prendessero d’assalto la struttura.

Ha raccontato che le forze israeliane avevano attaccato l’ospedale fin dall’alba, con sale operatorie, laboratori e altri reparti di emergenza presi di mira da attacchi e dati alle fiamme.

Ha aggiunto che c’erano crescenti timori per la sicurezza di medici come Hossam Abu Safiya, il direttore dell’ospedale, a causa del deliberato attacco di Israele contro il personale sanitario.

Nel frattempo, un operatore sanitario all’interno dell’ospedale ha affermato che c’era una paura palpabile all’interno dell’edificio principale dopo che le forze israeliane hanno interrotto l’erogazione di ossigeno e costretto medici e pazienti a uscire per strada.

Il meteo a Gaza è precipitato negli ultimi giorni con almeno quattro neonati morti per ipotermia a causa del blocco di Israele su cibo, acqua e scorte invernali essenziali.

In precedenza, il filmato mostrava un drone quadricottero israeliano che lanciava esplosivi su una sezione della struttura mentre risuonavano grida di aiuto. Non era chiaro se ci fossero vittime negli attacchi di venerdì.

L’assalto a Kamal Adwan arriva un giorno dopo che 50 palestinesi sono stati uccisi in un attacco aereo su un edificio nell’area all’interno dell’ospedale. Almeno cinque membri del personale medico sono stati uccisi nell’attacco di giovedì, insieme alle loro mogli, genitori e figli.

Kamal Adwan è sotto un soffocante assedio israeliano da più di due mesi, ricevendo pochi o nessun aiuto, medicine, cibo o carburante da quando Israele ha intensificato il blocco sulle parti settentrionali dell’enclave.

Gli altri due ospedali, l’Ospedale Indonesiano e l’Ospedale Al-Awda, hanno cessato le loro attività settimane fa a causa dei continui attacchi israeliani.

Kamal Adwan è rimasto operativo alla capacità minima, offrendo servizi salvavita ai neonati nelle unità di terapia intensiva neonatale e ad altri pazienti nelle terapie intensive.

L’esercito israeliano ha intensificato la sua offensiva nel Nord di Gaza il 5 ottobre dopo che una controversa proposta denominata “Piano dei Generali” è stata presentata al governo israeliano.

Il Piano affermava che le aree a Nord del Corridoio Netzarim, che taglia Gaza in due, avrebbero dovuto essere svuotate dei suoi residenti in modo che Israele potesse stabilire una “zona militare chiusa”.

Secondo il Piano, chiunque scegliesse di restare sarebbe considerato un agente di Hamas e potrebbe essere ucciso.

Da quando è stato lanciato il Piano, le forze israeliane sono state accusate di aver esacerbato la fame e la malnutrizione per fare Pulizia Etnica tra i palestinesi, con Oxfam che all’inizio di questa settimana ha riferito che solo 12 camion di aiuti umanitari sono arrivati ​​nella parte settentrionale di Gaza questo mese.

L’esercito israeliano è stato anche accusato di aver deliberatamente distrutto il sistema sanitario di Gaza attraverso attacchi costanti a ospedali, ambulanze e medici, sin dall’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre nel Sud di Israele.

Le forze israeliane hanno precedentemente fatto irruzione nei due più grandi ospedali della Striscia, l’Ospedale Al-Shifa a Gaza e l’Ospedale Naser a Khan Younis, distruggendoli durante l’assalto.

Hanno anche ucciso più di 1.150 operatori sanitari e ne hanno arrestati 300 dall’inizio della guerra a Gaza, secondo il Ministero della Sanità palestinese.

Il mese scorso, la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant per Crimini di Guerra e Crimini contro l’Umanità a Gaza.

Israele affronta anche un causa di Genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia per la sua guerra contro l’enclave.

Ahmed Dremly è un giornalista di Gaza i cui scritti sono apparsi su Mondoweiss, Palestine Chronicle, The Electronic Intifada e Al-Monitor.

Lubna Masarwa è una giornalista e direttrice dell’ufficio Palestina e Israele di Middle East Eye, con sede a Gerusalemme.

 

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

 

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“Israele” impedisce al dott. Safiya di incontrare i suoi avvocati, afferma gruppo israeliano per i diritti umani

Gaza – MEMO. Un importante gruppo per i diritti umani in Israele ha rivelato che l’esercito di occupazione rifiuta di permettere al dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza, di incontrare un avvocato per valutare le sue condizioni personali e di detenzione.

“Nonostante le nostre richieste urgenti di inviare un avvocato, l’esercito dice che gli è stato impedito di visitare un avvocato fino al 10 gennaio”, ha dichiarato il Physicians for Human Rights-Israel (PHRI) sui social media. “I militari israeliani continuano inoltre a non fornire informazioni sul luogo di detenzione del dottor Hussam Abu Safiya, nonostante abbiano ritrattato la loro precedente affermazione che non è detenuto in Israele”.

Il PHRI ha sottolineato che i professionisti del settore medico sono protetti dal diritto umanitario internazionale. “C’è una ragione per questo, ed è che se si attaccano gli operatori sanitari, si attacca un’intera società, si attaccano i civili che hanno bisogno di cure mediche, persone con malattie croniche e persone con ferite”.

L’organizzazione ha aggiunto che le sue statistiche mostrano che ci sono più di 20 mila persone a Gaza in attesa di evacuazioni mediche urgenti. “Il motivo è che a Gaza non c’è un sistema sanitario attivo e centinaia di professionisti del settore medico hanno perso la capacità di prendersi cura della propria gente”, ha dichiarato il PHRI. “Più di mille operatori sanitari sono stati uccisi; 230 sono stati arrestati; 130 sono ancora detenuti nelle strutture di carcerarie israeliane […]. Più di 70 persone sono già morte nelle strutture di detenzione israeliane. Per fare un confronto, a Guantanamo sono morte nove persone in 22 anni di attività. Qui abbiamo più di 70 persone in pochi mesi”.

Abu Safiya è stato arrestato dall’esercito israeliano nel governatorato di Gaza Nord il 28 dicembre, un giorno dopo che i soldati avevano preso d’assalto l’ospedale Kamal Adwan, incendiandolo e mettendolo fuori servizio. Più di 350 persone sono state arrestate, tra cui Abu Safiya, che è stato fotografato con il suo camice medico mentre veniva condotto dai soldati in manette in mezzo alla distruzione, scatenando un’ondata di condanna internazionale.

Mentre il genocidio israeliano si intensificava, il direttore dell’ospedale ha pagato un pesante prezzo personale quando ha perso suo figlio Ibrahim nell’assalto dell’esercito israeliano a Kamal Adwan, il 26 ottobre. Il 24 novembre, lo stesso Abu Safiya è stato ferito in un bombardamento che ha preso di mira l’ospedale, ma si è rifiutato di andarsene e ha continuato a curare i pazienti e i feriti.

Il genocidio israeliano ha ucciso quasi 46 mila persone, per lo più donne e bambini, a partire dall’incursione transfrontaliera di Hamas del 7 ottobre 2023, nonostante una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un cessate il fuoco immediato.

Nel novembre 2024, la Corte penale internazionale (ICC) ha emesso mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza. Israele deve anche affrontare un caso di genocidio presso la Corte internazionale di giustizia.

 

Traduzione per InfoPal di F.L.

 

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mercoledì 8 gennaio 2025

Ad Amnesty negata la sala per il rapporto su Gaza. E se avessimo parlato dei genocidi in Bosnia e Ruanda? - Riccardo Noury


 

Amnesty International Trentino-Alto Adige e il Gruppo giovani di Amnesty International Venezia, già prima delle festività natalizie, avevano raggiunto accordi con l’Ateneo Veneto – la più antica e importante istituzione culturale di Venezia – per presentare il rapporto pubblicato il 5 dicembre dall’organizzazione per i diritti umani sul genocidio di Israele nei confronti della popolazione palestinese di Gaza.

Una settimana prima dell’evento, la comunità ebraica di Venezia ha attaccato pubblicamente Amnesty International, accusandola di faziosità e antisemitismo, e l’Ateneo Veneto per la decisione di concedere la sala. Citando non meglio precisati rischi di disordini, il 7 gennaio l’Ateneo Veneto ha ritirato la disponibilità della sala. Ad Amnesty International non è stata data alcuna informazione specifica circa tali rischi.

È parso evidente che la decisione di non concedere la sala – cui nel pomeriggio dello stesso 7 gennaio sono seguiti altri due dinieghi da altre sale veneziane – sia stata legata alle dichiarazioni diffuse alla stampa dalla comunità ebraica veneziana. Dichiarazioni pesanti, in cui si accusa Amnesty International di praticare tifoseria e terzomondismo, di ignorare i crimini commessi da Hamas (qui il primo di molti comunicati stampa in materia, datato 12 ottobre 2023) e di usare una parola che non si dovrebbe usare.

È normale che i sopravvissuti a un genocidio, i familiari delle vittime e le generazioni eredi avvertano indignazione nel sentire quella parola collegata ad altri fatti. Ma la cosa che sfugge è che a guidare le organizzazioni per i diritti umani non è la Storia ma il Diritto, in particolare la Convenzione sul genocidio del 1948. Le organizzazioni per i diritti umani fanno ricerca sulla condotta degli stati e verificano se essa sia in contrasto coi trattati internazionali che hanno sottoscritto. Non fanno confronti né paragoni.

Purtroppo, va aggiunto, la parola genocidio non ha un copyright. Quest’anno ricorrerà il trentesimo anniversario del genocidio della città bosniaca di Srebrenica. L’anno scorso è stato quello del genocidio in Ruanda. Altre sentenze di tribunali internazionali, misti o nazionali che hanno applicato il principio della giurisdizione universale hanno stabilito che il regime dei Khmer rossi in Cambogia ha commesso genocidio e che lo Stato islamico ha fatto altrettanto contro la popolazione yazida. Immagino che se Amnesty International avesse organizzato a Venezia un incontro per commemorare i genocidi in Bosnia o in Ruanda, si sarebbero messi in coda per offrire la disponibilità di una sala. Che, per quanto riguarda la presentazione del rapporto sul genocidio di Israele nella Striscia di Gaza, è stata comunque trovata: l’incontro si svolgerà sempre il 9 gennaio dalle 17 alle 19 presso l’Aula Magna Guido Cazzavillan dell’Università Ca’ Foscari di Venezia presso la sede di San Giobbe (Sestiere di Cannaregio 873).

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lunedì 15 agosto 2022

Nessuna amnistia per l’Ucraina

 



immagini, video, appelli, articoli di Carlos Latuff, Amnesty International, Laura Ru, Adriano Madaro, Comitato NoMuos-NoSigonella, Simon Jenkins, Antonio Mazzeo, Roberto Paura, Stefano Orsi, Nicola Rangeloni, Marco Bordoni, Fulvio Scaglione, Francesco Sylos Labini, Caitlin Johnstone, Massimo A. Alberizzi, Raniero La Valle, Annibale Scarpante, Pepe Escobar, Alfonso Navarra e Antonia Sani, Albert Camus, 

 

SE PUTIN CI GUARDA NEGLI OCCHI – Marco Bordoni


 …come convincere gli Ucraini delle zone occupate a farsi Russi. E qui la risposta può essere identificata in un programma più semplice a dirsi che a farsi: invertire il processo di “nazionalizzazione” portato avanti, prima timidamente, poi a marce forzate, dai Governi dell’Ucraina indipendente. La pratica di “acculturazione forzata, imposta da una società dominante a una più debole, la quale in tal modo vede rapidamente crollare i valori sociali e morali tipici della propria cultura e perde, alla fine, la propria identità e unità” ha un nome in antropologia: etnocidio. Ed è precisamente quello che abbiamo visto succedere in Ucraina negli ultimi anni. Putin ha torto (e, da giurista, non può non esserne consapevole) quando accusa gli Ucraini di genocidio  ma parlare, per il periodo 2014 – 2022 di tentativo di etnocidio dei Russi di Ucraina (e di bombardamenti terroristici a Donetsk) non è fuori luogo.

I valori di riferimento di chi si sentiva russo sono stati banditi da  ogni aspetto della vita pubblica (toponomastica, memorialistica, festività etc…) nell’istruzione e nel discorso pubblico: le espressioni culturali e politiche represse con efficienza, talvolta con brutalità. Menzione particolare, per la profondità dei sentimenti scossi, la creazione in vitro, da parte di Poroshenko, della chiesa “autocefala” nazionale, con tanto di “santa coercizione” per condurre all’ovile nuovo di zecca le pecorelle smarrite. Le comunità russofone sono state sottoposte ad uno shock culturale con appelli a (frase idiomatica) “uccidere il russo in loro” e politiche tese a “formattarle” per installarvi coordinate identitarie, politiche, etiche ed estetiche diverse. A chi non concordava una sola possibile alternativa: “valigia, stazione, Russia” (altra espressione idiomatica). Ora, nei territori occupati, la musica si inverte: i simboli non solo dei battaglioni “punitivi” ma anche della stessa statualità ucraina sono platealmente rimossi, sostituiti da statue di Lenin, bandiere “della vittoria” e russe, araldica dei tempi dello zar. Non c’è nemmeno bisogno di invitare i dissidenti ad andarsene, “valigia, stazione, Kiev”: ci hanno già pensato, a far terra bruciata, le bombe e la paura, ben fondata, per i patrioti ucraini, dell’arrivo dei Russi. Restano nelle retrovie unità di sabotatori, che creano alle truppe di Mosca non pochi problemi.

In un ambiente di frontiera permeabile come quello del Sud-Est ucraino, in cui l’humus cultural-identitario è neutro e fertile, in cui il senso di appartenenza nazionale è un costrutto recente, che interseca le linee di separazione sociali, linguistiche e religiose, e in cui solo una parte minoritaria della popolazione ha una identità ben polarizzata mentre la maggioranza “si adatta” per tirare a campare, facendo buon viso a cattivo gioco, il condizionamento ha funzionato tanto bene che alla fine i Russi (intesi come Stato) si sono sentiti costretti ad una scelta estrema: o perdere per sempre territori che considerano, a torto o a ragione, un loro retaggio ancestrale, o riprenderne il controllo con la violenza per (tentare di) invertire il processo. E pazienza se, nel tentativo, il pomo della discordia dovesse restare schiacciato.

All’ attuazione pratica di questa seconda guerra di conquista, diretta ai cuori e alle menti, deve pensare Sergey Kirienko, il manipolatore, che sta portando nella Novorussia l’approccio tecnocratico con il quale si è guadagnato la fiducia di Putin: uomini nuovi, specialisti, insegnanti russi, portati nelle terre controllate da Mosca dalle più remote regioni, assieme ad adeguati investimenti, in un clima di mobilitazione nazionale, per gestire la ricostruzione materiale ma soprattutto identitaria dei nuovi territori.  E l’odio della guerra? Le guerre si dimenticano, pensano (e dicono) i Russi. Si pensi ai Ceceni: venti anni fa nemici irriducibili, oggi in prima linea a fianco a noi. Si pensi a Giapponesi, Tedeschi, Italiani: a suo tempo bombardati dagli Americani, oggi vassalli fedeli. È un approccio brutale, che ricorda i tempi dell’assolutismo: “Gli uomini non meritano la verità”, scriveva Federico il Grande a Voltaire, proseguendo: “Sono un branco di cervi nel parco di un grande nobile, che non servono ad altro che a riprodursi, per popolare il parco”. Ma se vogliamo essere onesti fino in fondo dobbiamo ammettere che è la medesima logica messa in atto dai governi maidanisti e dai loro sponsor occidentali.

Identificate in questo modo, con pochi margini di errore, le caratteristiche e le modalità del programma russo, ci sarebbe da definire e calibrare le nostre possibili risposte. Nostre, dei Governi cosiddetti “occidentali”, fronte eterogeneo che comprende, ovviamente, chi i conti non sa o ha rinunciato a farli e altri che, invece, li sanno fare da tempo, e molto bene. Comunque è chiaro che alle iniziative russe ci opporremo. John Kirby lo ha già detto: le annessioni non rimarranno impunite. Benissimo. Del resto, in tutta questa faccenda, quando mai, da parte occidentale, si è vista un’ apertura?

Il 21 febbraio 2014 abbiamo rifiutato di ripristinare il quadro delle istituzioni democratiche ucraine, costringendo gli insorti a rispettare l’accordo con Yanukovich. L’inchiostro dell’accordo era ancora fresco, le firme dei garanti (Polonia, Francia, Germania), pure. Sarebbe stato un piccolo sacrificio, visto che l’ opposizione avrebbe comunque, di lì a poco, vinto le elezioni in un quadro legale, come era successo nel 2004. Poi abbiamo rifiutato di riconoscere i diritti all’autodeterminazione della comunità russa della Crimea e i diritti della Russia sulla penisola (che pure erano giuridicamente ben più fondati di quelli, da barzelletta, che Putin accampa per i nuovi territori occupati oggi). Sempre nella primavera del 2014 Mosca iniziò a soffiare sul fuoco della guerra civile in Donbass e chiese che venisse consentito il decentramento dell’Ucraina, una versione molto più blanda e incruenta di quello a cui aspira oggi. Richiesta respinta, non si sa bene perché.

Poi abbiamo rifiutato (“fermamente” come si dice in questi casi) di costringere Kiev ad applicare gli Accordi di Minsk, fingendo che fossero solo i Russi a violarli. La prima cosa da fare, trattato alla mano, dopo il cessate il fuoco, erano negoziati diretti fra Governo e separatisti. Kiev ha detto quasi subito che non ci pensava nemmeno. Eppure per anni i nostri politici hanno continuato a invitare Putin ad applicare gli accordi.

Ci avviciniamo ai giorni nostri. Poco prima dell’ inizio delle operazioni militari russe, quando già la diplomazia pattinava su un ghiaccio assai sottile, abbiamo respinto le richieste di Putin di accantonare la politica delle “porte aperte” per la NATO e di “finlandizzare” l’Ucraina (anzi, poco dopo l’inizio della guerra, praticamente senza alcun dibattito, abbiamo “ucrainizzato” la Finlandia). E oggi stiamo, nei fatti, assecondando le ardite speranze di Zelensky di vincere la guerra con Mosca, respingendo come folle questa soluzione “Coreana” che la Russia sembra preparare in punta di baionetta. Comprensibile, per carità: quello che stanno facendo i Russi non è uno spettacolo per stomaci delicati. Ma si noti: a ogni salto dell’escalation il prezzo (politico, economico e morale) del compromesso è sempre più alto. L’interlocutore sempre più ostile. Non ci piaceva parlare con la Russia del 2014, ancor meno ci piace farlo con quella di oggi. Ma non siamo a una festa, in cui si può parlare solo con quelli che ci stanno simpatici. Il tema è: non parliamo oggi perché pensiamo che la Russia di domani sarà più amichevole? Su quali basi? Oppure pensiamo si possa continuare a tirare dritto ignorando le loro richieste?

Gli Americani pensano di riuscire a controllare il processo, e pensano che fino a che non si va troppo in là, la cosa può anche fargli gioco. E va bene. Ma noi? Diseducati alla politica estera, avendo vissuto tutte le nostre vite sotto tutela, in un mondo in cui nessuna potenza ha mai avuto la forza di presentare all’alleanza occidentale il conto della sua intransigenza  e dei suoi errori, siamo diseducati all’ascolto e al compromesso. Ci facciamo spingere per inerzia verso il momento terribile in cui potremmo trovarci davanti alla prospettiva di un coinvolgimento diretto o a quella di una resa disonorevole in una guerra in cui abbiamo investito troppo, e perso moltissimo, senza nemmeno aver discusso se valesse la pena combatterla, e senza prendervi parte.

Eppure le dinamiche dei rapporti di potenza ci suggeriscono che almeno su questo punto Putin potrebbe aver ragione: la supremazia del “miliardo d’ oro” è agli sgoccioli. L’epoca delle scelte senza conseguenze, dell’intransigenza gratis come posa, dell’obbedienza docile e irriflessiva all’alleato, nella cieca fiducia del suo ombrello protettivo, sta per finire per sempre.

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Russia-Ucraina: “La condotta di guerra delle forze ucraine ha messo in pericolo la popolazione civile”


Nel tentativo di respingere l’invasione russa iniziata a febbraio, le forze ucraine hanno messo in pericolo la popolazione civile collocando basi e usando armamenti all’interno di centri abitati, anche in scuole e ospedali. Queste tattiche violano il diritto internazionale umanitario perché trasformano obiettivi civili in obiettivi militari. Gli attacchi russi che sono seguiti hanno ucciso civili e distrutto infrastrutture civili.

“Abbiamo documentato un modello in cui le forze ucraine mettono a rischio i civili e violano le leggi di guerra quando operano in aree popolate”, ha affermato Agnès Callamard, Segretario generale di Amnesty International.

“Essere in una posizione difensiva non esenta l’esercito ucraino dal rispetto del diritto umanitario internazionale”.

In altre località in cui Amnesty International ha concluso che la Russia ha commesso crimini di guerra, incluse aree della città di Kharkiv, l’organizzazione non ha trovato prove di forze ucraine dislocate nelle aree civili prese di mira illegalmente dall’esercito russo.

Tra aprile e luglio, i ricercatori di Amnesty International hanno trascorso diverse settimane a indagare sugli attacchi russi nelle regioni di Kharkiv, del Donbass e di Mykolaiv. L’organizzazione ha visitato luoghi colpiti dagli attacchi, ha intervistato sopravvissuti, testimoni e familiari di vittime, ha analizzato le armi usate e ha svolto ulteriori ricerche da remoto.

Durante queste ricerche, i ricercatori di Amnesty International hanno riscontrato prove che le forze ucraine hanno lanciato attacchi da centri abitati, a volte dall’interno di edifici civili, in 19 città e villaggi. Per convalidare ulteriormente queste prove, il Crisis Evidence Lab dell’organizzazione per i diritti umani si è servito di immagini satellitari.

La maggior parte dei centri abitati dove si trovavano i soldati ucraini era a chilometri di distanza dalle linee del fronte e, dunque, ci sarebbero state alternative che avrebbero potuto evitare di mettere in pericolo la popolazione civile. Amnesty International non è a conoscenza di casi in cui l’esercito ucraino che si era installato in edifici civili all’interno dei centri abitati abbia chiesto ai residenti di evacuare i palazzi circostanti o abbia fornito assistenza nel farlo. In questo modo, è venuto meno al dovere di prendere tutte le possibili precauzioni per proteggere le popolazioni civili.

ATTACCHI LANCIATI DAI CENTRI ABITATI

Sopravvissuti e testimoni degli attacchi russi nelle regioni di Kharkiv, del Donbass e di Mykolaiv hanno riferito ai ricercatori di Amnesty International che l’esercito ucraino era operativo nei pressi delle loro abitazioni e che in questo modo ha esposto la popolazione civile alle rappresaglie delle forze russe.

“I soldati stavano in una casa accanto alla nostra e mio figlio andava spesso da loro a portare del cibo. L’ho supplicato diverse volte di stare lontano, avevo paura per lui. Il pomeriggio dell’attacco io ero in casa e lui in cortile. È morto subito, il suo corpo è stato fatto a pezzi. Il nostro appartamento è stato parzialmente distrutto”ha dichiarato la madre di un uomo di 50 anni ucciso da un attacco russo il 10 giugno in un villaggio a sud di Mykolaiv. Nell’appartamento dove, secondo la donna, avevano stazionato i soldati ucraini Amnesty International ha rinvenuto equipaggiamento e divise militari.

Questa è la testimonianza di Mykola, che vive in un palazzo di Lysychansk, nel Donbass, più volte centrato dagli attacchi russi:

“Io non capisco il motivo per cui i nostri soldati sparano dalle città e non dai campi”.

E questa è quella di un uomo residente nella stessa zona:

C’è attività militare qui nel quartiere. Quando c’è fuoco in uscita, subito dopo c’è fuoco in entrata”.

A Lysychansk i ricercatori di Amnesty International hanno visto soldati in un palazzo a 20 metri di distanza dall’entrata di un rifugio sotterraneo usato dagli abitanti e dove un anziano è stato ucciso.

In una città del Donbass, il 6 maggio, le forze russe hanno colpito con le bombe a grappolo (vietate dal diritto internazionale e inerentemente indiscriminate) un quartiere di case per lo più a un piano o a due piani dove era in funzione l’artiglieria ucraina. I frammenti delle bombe a grappolo hanno danneggiato l’abitazione dove Anna, 70 anni, vive con la madre novantacinquenne.

“Le schegge sono passate attraverso la porta. Io ero dentro casa. L’artiglieria ucraina si trovava nei pressi del mio giardino. I soldati erano dietro al giardino e dietro la casa. Da quando la guerra è iniziata li ho visti andare e tornare. Mia madre è paralizzata, per noi è impossibile fuggire”.

All’inizio di luglio, nella regione di Mykolaiv, un contadino è rimasto ferito nell’attacco delle forze russe contro un deposito di grano. Ore dopo l’attacco, i ricercatori di Amnesty International hanno notato la presenza di soldati ucraini e di veicoli militari nella zona del deposito. Testimoni oculari hanno confermato che quella struttura, situata lungo la strada che porta a una fattoria dove persone vivono e lavorano, era stata usata dalle forze ucraine.

Mentre i ricercatori di Amnesty International stavano esaminando i danni arrecati a palazzi e ad altre strutture civili nelle regioni di Kharkiv, del Donbass e di Mykolaiv, hanno udito spari provenienti dalle postazioni ucraine situate nelle vicinanze.

A Bakhmut, molte testimonianze hanno parlato di un edificio usato dai soldati ucraini e situato a neanche 20 metri di distanza da un palazzo a più piani. Il 18 maggio un missile russo ha colpito il palazzo distruggendo parzialmente cinque appartamenti e danneggiando edifici vicini.

Tre abitanti hanno riferito che prima dell’attacco delle forze russe, quelle ucraine avevano utilizzato un edificio dall’altra parte della strada e che due camion dell’esercito ucraino erano parcheggiati di fronte a un’abitazione rimasta danneggiata dal missile.

I ricercatori di Amnesty International hanno rinvenuto tracce, all’interno e all’esterno dell’edificio, della presenza dei soldati ucraini, tra cui sacchi di sabbia, pezzi di plastica nera per coprire le finestre e nuovi kit di pronto soccorso di manifattura statunitense.

“Non ci è permesso dire nulla su cosa fa l’esercito, ma siamo noi a pagare le conseguenze”ha detto ad Amnesty International un sopravvissuto all’attacco.

BASI MILITARI ALL’INTERNO DEGLI OSPEDALI

In cinque diverse località, i ricercatori di Amnesty International hanno visto le forze ucraine usare gli ospedali come basi militari. In due città decine di soldati stavano riposando, passeggiando o mangiando all’interno di strutture ospedaliere. In un’altra città i soldati stavano sparando nei pressi di un ospedale.

Il 28 aprile un attacco aereo russo ha ucciso due impiegati di un laboratorio medico alla periferia di Kharkiv dopo che le forze ucraine avevano installato una base nelle immediate adiacenze.

Usare gli ospedali a scopi militari è un’evidente violazione del diritto internazionale umanitario.

BASI MILITARI ALL’INTERNO DELLE SCUOLE

L’esercito ucraino colloca abitualmente le sue basi all’interno delle scuole dei villaggi e delle città del Donbass e della regione di Mykolaiv. Le scuole sono temporaneamente chiuse ma molte sono situate vicino a insediamenti urbani.

In 22 delle 29 scuole visitate, i ricercatori di Amnesty International hanno trovato soldati o rinvenuto prove delle loro attività, in corso al momento della visita o precedenti: tenute da combattimento, contenitori di munizioni, razioni di cibo e veicoli militari.

Le forze russe hanno colpito molte delle scuole usate dall’esercito ucraino. In almeno tre città, dopo i bombardamenti russi, i soldati ucraini si sono trasferiti in altre scuole, mettendo ulteriormente in pericolo i civili.

In una città a est di Odessa, Amnesty International ha notato in molte occasioni i soldati ucraini usare aree civili per alloggiare e fare addestramento, tra cui due scuole situate in zone densamente popolate. Tra aprile e giugno gli attacchi russi contro le scuole della zona hanno causato diversi morti e feriti. Il 28 giugno un bambino e un’anziana sono stati uccisi nella loro abitazione, colpita da un razzo.

A Bakhmut, il 21 maggio, un attacco delle forze russe ha colpito un edificio universitario usato come base militare dalle forze ucraine uccidendo sette soldati. L’università è adiacente a un palazzo a più piani, danneggiato nell’attacco insieme ad altre abitazioni civili a non più di 50 metri di distanza. I ricercatori di Amnesty International hanno visto la carcassa di un veicolo militare nel cortile dell’università bombardata.

Il diritto internazionale umanitario non vieta espressamente alle parti in conflitto di installarsi in scuole dove non sono in corso lezioni. Tuttavia, le forze armate devono evitare di usare scuole situate nei pressi di insediamenti civili, salvo quando non vi sia un’urgente necessità di tipo militare. Anche in questo caso, devono avvisare i civili e se necessario assisterli nell’evacuazione, cosa che nei casi esaminati da Amnesty International non pare si sia verificata.

I conflitti armati pregiudicano gravemente il diritto all’istruzione. Inoltre, l’uso a scopo militare delle scuole può dar luogo a distruzioni che, a guerra finita, possono continuare a negare quel diritto. L’Ucraina è uno dei 114 stati che hanno sottoscritto la Dichiarazione sulle scuole sicure, un accordo che intende proteggere l’istruzione durante i conflitti armati e che prevede l’utilizzo di scuole abbandonate o evacuate solo quando non vi siano alternative praticabili.

ATTACCHI INDISCRIMINATI DELLE FORZE RUSSE

Molti degli attacchi delle forze russe documentati da Amnesty International nei mesi scorsi sono stati portati a termine mediante l’uso di armi inerentemente indiscriminate, come le bombe a grappolo che sono messe al bando a livello internazionale, o di armi esplosive che producono effetti su larga scala. Altri attacchi sono stati condotti con armi guidate con vari livelli di precisione che, in alcuni casi, hanno effettivamente colpito il bersaglio designato.

La tattica delle forze ucraine di collocare obiettivi militari all’interno dei centri abitati non giustifica in alcun modo attacchi indiscriminati da parte russa. Tutte le parti in conflitto devono sempre distinguere tra obiettivi militari e obiettivi civili e prendere tutte le precauzioni possibili, anche nella scelta delle armi da usare, per ridurre al minimo i danni ai civili. Gli attacchi indiscriminati che uccidono o feriscono civili o danneggiano obiettivi civili sono crimini di guerra.

“Chiediamo al governo ucraino di assicurare immediatamente l’allontanamento delle sue forze dai centri abitati o di evacuare le popolazioni civili dalle zone in cui le sue forze armate stanno operando. Gli eserciti non devono mai usare gli ospedali per attività belliche e dovrebbero usare le scuole o le abitazioni dei civili solo come ultima risorsa, quando nessun’altra alternativa sia percorribile”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

ULTERIORI INFORMAZIONI

Il diritto internazionale umanitario chiede a tutte le parti in conflitto di fare il massimo possibile per non collocare obiettivi militari all’interno o nei pressi di centri abitati. Altri obblighi circa la protezione delle popolazioni civili prevedono la loro evacuazione da luoghi prossimi a obiettivi militari e un preavviso efficace su ogni attacco che possa avere conseguenze per le popolazioni civili.

Il 29 luglio Amnesty International ha trasmesso al ministero della Difesa di Kiev le conclusioni delle sue ricerche. Al momento, non è ancora pervenuta una risposta.

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