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martedì 11 marzo 2025

Da tempo ci stanno togliendo l’ossigeno - Marco Sommariva

Giorni fa la Grecia si è fermata per chiedere giustizia per il disastro di Tebi che, la notte tra il 28 febbraio e il primo marzo del 2023, provocò la morte di cinquantasette persone in uno scontro frontale tra un treno passeggeri partito da Atene e diretto a Salonicco e un treno merci che viaggiava sullo stesso binario in direzione opposta; il quotidiano raccontava che era in atto uno sciopero generale che stava coinvolgendo l’intero Paese perché, a due anni di distanza, non era ancora stato avviato un procedimento penale; non solo, il governo era accusato di non aver fatto abbastanza per far emergere la verità su cosa avvenne quella notte.

Le manifestazioni, che hanno registrato pesanti scontri, sono state capaci di radunare centinaia di migliaia di persone, forse un milione, se si sommano quelle svoltesi nelle altre principali città greche a quella tenuta ad Atene.

Leggo esserci stati cortei in 361 località e che le immagini trasmesse dalle tv elleniche hanno mostrato fiumi di persone che protestavano; secondo il giornale di sinistra Efsyn, i raduni di quel giorno sono stati “i più grandi nella storia del Paese”, mentre l’emittente statale Ert ha riportato che raduni di sostegno alla protesta sono stati organizzati dai greci della diaspora nelle città di New York, Melbourne, Stoccolma e Copenaghen.

La giornata era iniziata con un Paese paralizzato: trasporti via terra e via mare fermi, aerei rimasti a terra e stragrande maggioranza di locali commerciali chiusi.

La mobilitazione di massa, alimentata dal risentimento dell’opinione pubblica contro l’inazione del governo conservatore che nega la propria responsabilità in una delle tragedie peggiori della storia della Grecia, ha raccolto studenti, lavoratori e famiglie con bambini al seguito, riempito strade e piazze, mostrato striscioni con slogan tipo “Il loro profitto, le nostre vite”, “Mai più Tebi” e, forse quello più usato, “Mi manca l’ossigeno”.

“Mi manca l’ossigeno” è la frase pronunciata da una ragazza poco prima di morire in uno dei vagoni del treno passeggeri, resa pubblica dai media locali a gennaio suggerendo, tra le altre cose, che decine di vittime potrebbero esser morte come la ragazza, a causa dell’incendio divampato subito dopo lo scontro frontale fra i due treni.

Detto che le cose da chiarire sono veramente tante, a iniziare da quanto riportato da swissinfo.ch , ossia che nel gennaio scorso una perizia indipendente commissionata dall’Associazione dei familiari delle vittime ha sostenuto che sul luogo dell’incidente è stata rinvenuta la presenza di alcuni solventi chimici, come lo xilene, e che la stessa perizia ha sollevato interrogativi sul treno merci e ha alimentato sui social media l’ipotesi secondo la quale il mezzo avrebbe trasportato un carico non dichiarato di materiale infiammabile di contrabbando che avrebbe causato il vasto incendio dopo lo scontro dei treni… dicevo… detto questo, ho sentito il bisogno di soffermarmi sulla frase pronunciata dalla povera ragazza, “Mi manca l’ossigeno”.

È una frase che mi ha riportato alla mente un bel po’ di cose.

Nel 1829 Victor Hugo scrisse L’ultimo giorno di un condannato a morte, libro che voleva spezzare una lancia a favore dell’abolizione della pena di morte, anticipando quei temi sociali che costituiranno gli elementi centrali delle opere dello scrittore francese. Racconta di un uomo di cui non conosciamo né il nome né la colpa, che sta aspettando il momento dell’esecuzione in una cella tetra e scura e, nell’inutile attesa di una grazia che non verrà, nel suo ultimo giorno di vita decide di ripercorrere la sua esistenza, raccontare il suo terrore, i suoi dolorosi ricordi: “Fino alla condanna a morte, m’ero sentito respirare, palpitare, vivere nello stesso spazio degli altri uomini; adesso distinguevo chiaramente una barriera tra me e il mondo. Niente m’appariva più sotto lo stesso aspetto di prima. Le ampie finestre luminose, il bel sole, il cielo puro, il fiorellino, tutto era bianco, pallido, del colore d’un lenzuolo. Mi pareva che gli uomini, le donne, i ragazzini che s’affollavano al mio passaggio, avessero l’aria di tanti fantasmi”.

E così ho conferma di qualcosa di facilmente immaginabile, che una volta condannati a morte viene a mancare il respiro.

Se qualche “spiritoso” suggerisse di attaccare a dei respiratori questi condannati a morte per aiutarli, sappia che è già stato pensato e realizzato, anche se non esattamente pensando a loro: “Vivo in un mondo in cui quattordici persone condannate a morte a Taiwan […] sono state uccise con un colpo di pistola mentre erano attaccate a dei respiratori così che i loro organi potessero essere raccolti integri e trapiantati in Giappone”.

Lo racconta Ivan Illich a David Cayley nel libro Conversazioni con Ivan Illich, edito per la prima volta nel 1922. Sono conversazioni, appunto, in cui Illich si fa interrogare e s’interroga sui passaggi cruciali della sua vita intellettuale, spaziando su tutti i temi di cui si è occupato con eretica lucidità, dall’educazione alla storia, dal linguaggio all’ambiente, alla medicina.

Altri condannati a morte ebbero a che fare con particolari respiratori, e furono i soldati tedeschi che nella Prima guerra mondiale fecero uso di maschere antigas: “[…] arrivò il gas a invadere le trincee. Facemmo in tempo a indossare le maschere, ma quella di Middendorf era guasta. Quando se ne accorse era troppo tardi, e prima che se la potesse strappare e ne trovasse un’altra aveva già inspirato troppo gas e vomitava sangue. Morì la mattina seguente, tutto nero e verde in viso. Aveva il collo dilaniato dai graffi nel tentativo di liberarsi per respirare”.

Ce lo racconta Erich Maria Remarque nei Tre camerati, un romanzo pubblicato per la prima volta in Germania nel 1936, capace d’immergerci nella tragedia dei sopravvissuti “perseguitati” nel quotidiano postbellico dall’immagine dei cadaveri dei loro compagni morti.

Si sa, respirare è vitale, ma da diverso tempo pare non essere un esercizio da persona seria, e persino respirare un fiore potrebbe risultare qualcosa di cui non essere particolarmente orgogliosi: “Io conosco un pianeta su cui c’è un signor Chermisi. Non ha mai respirato un fiore. Non ha mai guardato una stella. Non ha mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizioni. E tutto il giorno ripete […]: Io sono un uomo serio! Io sono un uomo serio! E si gonfia di orgoglio”.

Sono parole tratte da Il piccolo principe, un racconto pubblicato nel 1943, un’allegoria della società moderna e contemporanea – l’autore è Antoine de Saint-Exupéry, nato in una famiglia cattolica di nobili origini il quale, durante la Seconda guerra mondiale, s’arruolerà nell’aeronautica militare francese.

Vi chiederete cosa c’entra tutto questo con la tragedia greca.

Forse sbaglio, ma ripensando a chi, due secoli fa, ci faceva mancare il respiro perché ci aveva condannato a morte; a chi, un secolo fa, ci concedeva un po’ d’ossigeno unicamente per mantenere i nostri organi integri così da poter trapiantarli; a chi, poco meno di un secolo fa, ci ha fatto respirare gas velenosi in una guerra che non ci avrebbe portato in tasca nulla e che chi aveva deciso di combattere s’era guardato bene dal praticarla sui campi di battaglia; a chi, oltre ottant’anni fa, già provava a farci sentire persone poco serie se ci fermavamo a respirare un fiore e non a far addizioni magari per calcolare il capitale accumulato… bene, ripensando a tutto questo, ho come l’impressione che la morte della povera ragazza che dice “Mi manca l’ossigeno” e delle decine di altre persone coinvolte nel disastro di Tebi, siano tutte collegate a questi stralci di storia, di letteratura: la fretta di guadagnare quanto più possibile nel minor tempo possibile, il farlo sempre e comunque sulla pelle di chi non riceverà un centesimo di questi guadagni, la possibilità di decidere sui destini altrui senza che quest’ultimi possano muovere un dito anche fosse solo per deviare leggermente il proprio destino, mi sembrano un unico gigantesco comune denominatore delle tragedie che subiamo da secoli in nome del Capitale perché, ricordiamocelo, anche i criminali o presunti tali ai quali si somministra la pena capitale, sono frutto di come s’è deciso di strutturare, organizzare e mantenere la società: “[…] ogni società ha i criminali che si merita” – Riflessioni sulla pena di morte di Albert Camus.

Aggiungo un’ultima cosa: forse sbaglio anche stavolta, ma quando penso che, fra le tante cose che già ci hanno tolto o che pensano di toglierci, non mi sembra si sia mai ipotizzato di eliminare le ferie d’agosto, il Natale o la festività della domenica, non è perché si tema la discesa in piazza di centinaia di migliaia di persone, è solo per via del bisogno che ha il sistema di riprendersi i soldi dello stipendio che ci ha versato dopo averci sfruttato per un mese, facendoceli spendere in un modo o nell’altro; insomma, ci stanno tenendo in vita grazie al respiratore del consumismo, ma temo siano pochi a essersene resi conto.

da qui

sabato 2 giugno 2018

NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE (un brano del discorso di bob dylan all’accademia del nobel) - Gian Luigi Deiana



 (oggi termina il mese mariano e inizia il ‘governo del cambiamento’; cosa promette di nuovo il fronte occidentale?questo pomeriggio ho portato un bambino di nove anni che legge poco a comprare un libro; puntavo sul richiamo della foresta, ma lui ha preferito l’isola del tesoro; ho trovato per caso lì a fianco il libriccino contenente il testo del discorso di bob dylan per il nobel e l’ho preso per me e siamo andati a leggere all’ombra; nel suo discorso bob dylan dice che non si è mai posto il problema se le sue scritture fossero letteratura, ma afferma che una cosa ha dignità letteraria se aiuta a capire la natura umana e dare una misura alle cose, e con questo rende omaggio a tre dei libri che sono stati letteratura per lui: moby dick (ove ismaele dice che il luogo da cui viene non sta in nessuna cartina, in quanto i luoghi veri non ci stanno mai), l’odissea (ove achille dice ad odisseo che è mille volte preferibile essere l’ultimo tra i vivi piuttosto che un re fra i morti), e appunto “niente di nuovo sul fronte occidentale” che narra della prima guerra mondiale o di tutte le guerre; questa lettura con a fianco un bambino con l’isola del tesoro in mano mi ha ricordato una visita al piccolo museo di caporetto, kobarid sulla piana dell’isonzo, capitata quando avevo i bambini piccoli)). – g.l.d.
……………………..
“Niente di nuovo sul fronte occidentale” è un racconto dell’orrore, leggerlo vuol dire perdere l’infanzia, la fiducia nel fatto che il mondo abbia un senso e perdere l’interesse per gli altri individui. Sei prigioniero di un incubo, risucchiato in un gorgo misterioso, fatto di morte e di dolore. Devi difenderti dall’eliminazione fisica, vieni cancellato dalle mappe. Una volta eri un giovane innocente che coltivava il grande sogno di diventare un pianista da concerto, una volta amavi la vita e il mondo, e ora quel mondo lo fai a pezzi a fucilate.
Giorno dopo giorno, i calabroni ti morsicano e i vermi ti leccano il sangue. Sei un animale in trappola. Non riesci a trovare un posto dove stare. La pioggia cade monotona. Ci sono assalti senza fine, gas nervino, morfina, rivoli di benzina in fiamme, si scava e si fruga alla ricerca di cibo; ci sono influenza, tifo, dissenteria. La vita tutt’intorno va in frantumi, mentre fischiano i proiettili. E’ il girone più basso dell’inferno. Fango, filo spinato, trincee piene di topi, topi che mangiano gli intestini dei morti, trincee colme di sporcizia e di escrementi. Qualcuno grida: “Ehi tu, alzati e combatti”.
Chi può sapere quanto durerà questa follia? La guerra non ha limiti. Tu sei annientato e la tua gamba sanguina troppo. Ieri hai ucciso un uomo e hai parlato con il suo cadavere. Gli hai detto che appena tutto questo sarà finito passerai il resto della vita a prenderti cura della sua famiglia. Chi ci guadagna? I comandanti e i generali guadagnano fama, e molti altri ne ricavano profitto. Ma il lavoro sporco lo stai facendo tu. Uno dei tuoi commilitoni dice: “Aspetta, dove vai?”. E tu rispondi: “Lasciami in pace, torno fra un minuto”. E poi entri nelle selve della morte a caccia di un pezzo di salsiccia. Non riesci a capire come i civili possano trovare un senso qualunque alla loro vita. Tutte le loro preoccupazioni, tutti i loro desideri, non riesci più a capirli.
Altre mitragliatrici crepitano, altri brandelli di corpi pendono dai fili, altri pezzi di braccia, gambe e teschi con le farfalle che si posano sui denti, altre orribili ferite, pus che esce da ogni poro, ferite ai polmoni, ferite troppo grandi per il corpo intero, cadaveri che emettono gas, corpi morti che mandano odori nauseanti. Dappertutto è morte. Nient’altro è possibile. Qualcuno ti ucciderà e userà il tuo corpo per allenarsi al tiro. E gli stivali: sono il tuo bene più prezioso, ma presto calzeranno i piedi di qualcun altro.
Ci sono mangiarane che spuntano dagli alberi, bastardi spietati. Sei a corto di proiettili. “Un altro attacco, così presto, non è giusto”. Uno dei tuoi compagni giace nella polvere e vorresti portarlo all’ospedale da campo. Qualcun altro dice: “Risparmiati il viaggio”. “Che vuol dire?”; “Giralo e capirai”:
Aspetti di sentire le notizie. Non capisci come mai la guerra non sia finita. L’esercito è così a corto di rinforzi che stanno reclutando ragazzi. Servono a ben poco, ma li reclutano lo stesso perché non ci sono più uomini. Malattie e umiliazioni ti hanno tolto ogni speranza. Sei stato tradito dai tuoi genitori, dai tuoi insegnanti, dai tuoi preti e dal tuo governo.
Anche il generale che fuma lentamente il suo sigaro ti ha tradito, facendoti diventare un criminale e un assassino. Se potessi, gli pianteresti una pallottola in faccia. E lo faresti pure al comandante. Fantastichi che se avessi i soldi daresti una ricompensa a chiunque lo facesse fuori, con qualunque mezzo. E se in quell’azione perdesse la vita, lasceresti il denaro ai suoi eredi. Il colonnello, poi, con il suo caviale e il suo caffè, quello è un altro buono. Passa tutto il tempo al bordello degli ufficiali. Anche lui lo vorresti vedere morto stecchito. Altri Tommy e Johnny con il loro whack fo’ me daddy-o e il loro whisky nelle caraffe. Ne ammazzi venti e ne saltano fuori altri venti. Ti sale la puzza alle narici.
Disprezzi quelli più vecchi di te che ti hanno spedito in questa follia, in questa stanza delle torture. Ovunque ti volti, i tuoi compagni stanno morendo. Di ferite addominali, di doppie amputazioni, di anche fratturate, e tu pensi: “Ho solo vent’anni, ma sarei capace di uccidere chiunque. Anche mio padre, se mi attaccasse”.
Ieri hai cercato di salvare un cane che portava messaggi e qualcuno ti ha gridato: “Non fare lo stupido”. C’è un mangiarane a terra davanti a te, la gola che gorgoglia. Gli pianti una lama nello stomaco ma è ancora vivo. Dovresti finire il lavoro ma non ci riesci. Sei davvero su una croce di ferro e un soldato romano ti avvicina alle labbra una spugna imbevuta di aceto.
Passano i mesi. Vai a casa in licenza. Con tuo padre non puoi più parlare. Ti ha detto: “Se non ti arruoli sei un codardo”. Pure tua madre, appena sei oltre la porta, ti dice: “Sta’ attento alle francesine”: Ancora più follia. Combatti una settimana, un mese, e avanzi di nove metri. Il mese dopo se li sono ripresi.
Tutta quella cultura vecchia di mille anni, quella filosofia, quella saggezza – Platone, Aristotele, Socrate – , che fine ha fatto? Non doveva impedire tutto questo? Pensi a casa tua e sei di nuovo uno scolaretto che cammina tra gli alti pioppi. E’ un ricordo piacevole. Altre bombe ti cadono addosso, sganciate dai dirigibili. Devi darti una mossa. Non guardi più nessuno, per paura di qualcosa che potrebbe accadere per puro errore di calcolo. La fossa comune. Non ci sono alternative.
Poi ti accorgi dei ciliegi in fiore e capisci che la natura non è toccata da ciò che sta accadendo. I pioppi, le farfalle rosse, la fragile bellezza dei fiori, il sole… capisci che la natura è indifferente a tutto. Tutta la violenza e la sofferenza dell’umanità: la natura non se ne accorge nemmeno.
Ti senti così solo. Poi un pezzo di shnarpel ti colpisce alla testa e sei morto. Eliminato, sul tuo nome è stata tirata una riga, sei stato sterminato.
Ho chiuso il libro e l’ho messo via. Non ho mai più voluto leggere un romanzo di guerra , e non l’ho fatto mai più. ((b.d.))