Visualizzazione post con etichetta Lula da Silva. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lula da Silva. Mostra tutti i post

mercoledì 16 luglio 2025

Il messaggio dei Brics al mondo che ha terrorizzato Trump - Pepe Escobar

 

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

Eccoci qua. Le classi dirigenti dell'Impero del Caos, insieme all'attuale e buffo capocirco, hanno finalmente capito che i BRICS rappresentano una seria minaccia strategica – e una sfida esistenziale – al loro dominio unilaterale sull'attuale sistema di relazioni internazionali.

Non sono giunti a questa conclusione dopo aver esaminato attentamente il vertice annuale dei BRICS a Rio – né il rivoluzionario vertice dello scorso anno a Kazan: sono pessimi nel fare i compiti di base.

È più probabile che siano stati risvegliati dal loro torpore dal sentire sulla propria pelle da che parte tira il vento – globale –, in termini di tutti i tipi di modelli che vengono testati per aggirare il dollaro statunitense e il controllo ferreo delle istituzioni di Bretton Woods.

La conclusione era inevitabile: i BRICS hanno superato l'ultima linea rossa. Basta con i discorsi da bravi ragazzi. La dichiarazione di Rio di oltre 130 punti, rilasciata il primo giorno del vertice, lo dice chiaramente, in modo educato ma deciso: questo è ciò che siamo, un'alternativa sistemica; e scriveremo le regole del nuovo sistema a modo nostro.

Costruire la Geopolitica della Sovranità

Il vertice BRICS 2025 a Rio è stato una sorpresa sbalorditiva. Le aspettative iniziali erano basse – se si confronta la mite presidenza brasiliana con l'enorme lavoro svolto dalla Russia nel 2024 in vista di Kazan.

Eppure, alla fine, Rio ha concretizzato ciò che Kazan aveva annunciato: il nuovo sistema emergente sarà incentrato sulla sovranità, l'uguaglianza e l'equità – con un'enfasi sull'integrazione economica a livello continentale, il commercio in valute nazionali, un ruolo ampliato per le nuove istituzioni finanziarie globali come la NDB (la banca dei BRICS) e una miriade di piattaforme per lo sviluppo sostenibile.

Una Geopolitica della Sovranità deve essere costruita strutturalmente: il ferro e il cemento per il nuovo sistema proverranno da una nuova interconnessione del commercio in valute nazionali, sistemi di pagamento/regolamento indipendenti e nuove piattaforme di investimento.

Dal punto di vista geoeconomico, BRICS è già in pieno svolgimento. Basta dare una rapida occhiata a una mappa dell'Eurasia e dell'Afro-Eurasia per rendersi conto dell'interconnessione esistente ed emergente tra connettività, logistica e corridoi della catena di approvvigionamento. In tutti i paesi BRICS, questi collegamenti legano fonti energetiche, giacimenti di terre rare e una ricchezza di prodotti agricoli.

Per citare il Padrino del Soul James Bown, Papa's got a brand new (BRICS) bag [Papà ha una borsa nuova di zecca (BRICS)].

Non c'è quindi da stupirsi che una versione squallida del White Man's Burden [il fardello dell'uomo bianco], il direttore del circo, abbia scatenato una Guerra Totale contro i BRICS e i loro partner – con minacce, tariffe doganali e persino un certificato di morte (all'epoca era ancora più all'oscuro di cosa fossero i BRICS).

La seriale Tempesta Tariffaria Trumpiana (TTT) è ovviamente un'altra manifestazione del principio “divide et impera”, che cerca di far esplodere i BRICS dall'interno. E ora siamo saliti di diversi livelli, con una caratteristica lettera infantile che minaccia tariffe del 50% su tutti i prodotti Made in Brazil esportati negli Stati Uniti – più tariffe “settoriali” aggiuntivi.

Eppure questo non ha nulla a che vedere con il commercio. Negli ultimi 15 anni, il surplus commerciale degli Stati Uniti con il Brasile ha superato una cifra considerevole di 400 miliardi di dollari. Qualche sottoposto di Trump 2.0 avrebbe dovuto sussurrare questa cifra all'orecchio del suo capo.

Ma anche se lo avessero fatto, sarebbe irrilevante. Perché l'ultimo espediente costituisce in realtà una grossolana interferenza straniera nella politica interna di un'altra nazione e nella prossima corsa presidenziale, che è illegale e prevedibilmente ancora una volta una presa in giro del diritto internazionale.

Il capocirco ha iniziato urlando nei suoi post che il governo Lula – e il sistema giudiziario indipendente brasiliano – erano stati coinvolti in una caccia alle streghe contro il suo socio, l'ex presidente Jair Bolsonaro, che è stato perseguito legalmente con l'accusa di aver organizzato un colpo di stato per ribaltare i risultati delle elezioni presidenziali del 2022 e impedire a Lula di prendere il potere.

È toccato al non tanto maestro della persuasione Steve Bannon svelare l'intero squallido gioco: se abbandonate il procedimento contro Bolsonaro, noi abbandoniamo i dazi del 50%.

La risposta del presidente Lula è stata misurata, ma ferma: “Il commercio del Brasile con gli Stati Uniti rappresenta solo l'1,7% del nostro PIL. Non si può definire questi dati vitali (...) Cercheremo altri partner.”

Naturalmente si farà molto duro. Una tariffa del 50% è come un uragano mortale. Esempio: il Brasile è il più grande esportatore mondiale di succo d'arancia. Il 95% della produzione interna viene esportato, quasi la metà negli Stati Uniti. Ci vorrà del tempo e molto duro lavoro per trovare “altri partner”. La soluzione potrebbe trovarsi nei paesi BRICS. Col tempo, dovrebbero esserci molti candidati per le principali esportazioni brasiliane come petrolio, acciaio, ferro, aerei e componenti, caffè, legname, carne e soia.

Sindacalizzare tutti gli esportatori del mondo contro gli importatori statunitensi

Parallelamente, i due principali attori dei BRICS, Cina e Russia – entrambi già soggetti a innumerevoli sanzioni (Russia) e tariffe commerciali (Cina) – vedono la TTT di Trump come una spettacolare opportunità per minare ancora più rapidamente il controllo unilaterale degli Stati Uniti sui sistemi commerciali e valutari.

La guerra contro i BRICS è passata al livello successivo, ora che Russia, Cina, Iran e Brasile sono tutti confermati come obiettivi illegittimi. Spetta a questo punto di vista dello Sri Lanka riassumere in modo delizioso la posta in gioco:

“Trump ha efficacemente sindacalizzato tutti gli esportatori del mondo contro gli importatori americani.” Si tratta di un'equazione piuttosto semplice: “Se imponi una tariffa a una persona, hai più potere. Ma se imponi una tariffa a tutti, più potere a noi.”

“Più potere a noi” si traduce nel fatto che i BRICS e il più ampio Sud Globale sono perfettamente consapevoli che non c'è via d'uscita se non quella di andare avanti a tutta velocità con il progetto BRICS, che culminerà nella completa de-dollarizzazione. Da Kazan a Rio e oltre, è ormai chiaro che la TTT fuori controllo prenderà di mira qualsiasi nazione o partner che si allinei con i BRICS “anti-americani”.

Volete la guerra? Fatevi sotto.

da qui



martedì 8 novembre 2022

LULA VA, ANCORA UNA VOLTA - Gianni Minà


A febbraio del 2020 sono andato ad ascoltare Lula alla sede della CGIL di Roma (1) , subito dopo la sua scarcerazione da quelli che sono stati i due processi farsa. Chi lo aveva preceduto nel suo discorso spiegò dettagliatamente le fasi e le procedure di quello che era stato un golpe giudiziario. “Sono un settantaquattrenne, ma mi sento l’energia di un ventenne. Non mi arrenderò” aveva detto in quella che era la sua prima uscita pubblica per il lancio della sua candidatura nelle elezioni di quest’anno.

Lula, due volte presidente del Brasile (dal 2002 al 2010) era stato condannato senza prove per un presunto affaire proprio con la compagnia petrolifera di Stato, la Petrobras; questo intrigo con le fattezze del colpo di Stato era stato messo in moto da pezzi della Confindustria brasiliana che non avevano gradito il fatto che l’ex presidente, dopo che la Petrobras aveva scoperto e messo le mani nella propria costa Ovest sul più grande giacimento sottomarino del mondo, il Pre-Salt, si fosse negato a condividere la scoperta con gli Stati Uniti.

Uno spettacolo già visto e messo in atto molte volte specie dal governo di Washington che quando si tratta di petrolio, mette in cantiere guerre inutili e feroci.

Lula aveva provato a rompere questa logica ed è stato punito.

Anche se era stato il primo presidente democratico eletto e confermato dopo gli anni lugubri della dittatura militare, in quello che, con 214 milioni di abitanti, è lo Stato più poderoso dell’America Latina, agli occhi del governo di Washington però era stato il complice dell’ex presidente venezuelano Hugo Chávez nel ricambio progressista che il continente a Sud del Texas aveva avuto negli ultimi vent’anni. Anni in cui alcune nazioni si erano consociate in scelte libertarie arrivando a fondare, sull’esempio della Comunità europea, perfino una banca e una televisione continentale, come Telesur per controbattere l’informazione scorretta della CNN e di altri network privati normalmente proprietà di caciques abituati a calcare pedissequamente la linea degli Stati Uniti.

Ma sembra passato un secolo, più che una manciata di anni.

Dal 2016 Lula dunque era stato condannato in procedimenti penali che la difesa ha sempre definito “persecutori” e basati su falsità processuali. Nel 2021, dopo una serie di ricorsi, il giudice della Corte Suprema Edson Fachin aveva annullato non solo tutte le condanne a carico dell’ex presidente per “incompetenza territoriale e materiale” comminate dal giudice federale del Paranà Sergio Moro, ma aveva riconosciuto anche la sua parzialità. Lo stesso Moro, che fu nominato subito dopo questo processo, ministro della Giustizia dal governo di Bolsonaro ed era lo stesso Moro che aveva annunciato di candidarsi per la corsa alla Presidenza, ma che a marzo di quest’anno aveva deciso di ritirarsi.

Secondo Fachin infatti, sia i procuratori, sia i giudici avevano costruito prove contro Lula dando vita, con la collaborazione delle famigerate multinazionali nordamericane e con l’appoggio vitale di Tele Globo, il più poderoso network radiotelevisivo del continente, ad una campagna stampa mirata sia a distruggere la reputazione dell’ex presidente del Brasile presso l’opinione pubblica, sia soprattutto a consolidare le prove a suo stesso carico.

La Commissione Onu su questo processo aveva ritenuto che “le violazioni procedurali (…) avevano reso ‘arbitrario’ il divieto a Lula di candidarsi alla presidenza, denunciando la violazione dei suoi diritti politici, compreso il diritto di candidarsi alle elezioni. (…) E sebbene la Corte Suprema Federale abbia annullato la condanna e la reclusione di Lula nel 2021, queste decisioni non sono state sufficientemente tempestive ed efficaci per prevenire o riparare le violazioni”. (2)

Comprese quelle relative, aggiungo io, alla negazione al permesso di uscire di prigione per partecipare alle esequie del fratello morto di cancro nel 2019 adducendo a “motivi di sicurezza”. Però, mossi a pietà, avevano concesso a Lula il permesso di un giorno per assistere ai funerali del nipotino deceduto per una meningite fulminante.

Ho conosciuto Lula, prima che diventasse presidente, grazie ad Antonio Vermigli, un generoso ex-postino di Quarrata che tiene in mano da molti anni la Rete Radié Resch (una rete della sinistra cattolica).

Lula veniva in Italia invitato dai vari sindacati e avevo imparato ad apprezzarlo proprio per essere riuscito nel miracolo di fondare il PT (Partido dos Trabalhadores) che, insieme ai cattolici progressisti e al movimento dei Sem Terra, lo aveva portato al governo del paese smentendo chi aveva tentato di sostenere “che i comunisti stavano per prendere il potere in Brasile”. Questo perché il PT era diventato l’esempio del più efficiente movimento progressista in quella che all’epoca è stata una vera e propria primavera dell’America Latina.

Egli si rifaceva al pensiero di Paulo Freire, pedagogo di fama mondiale impegnato nei confronti dei poveri e considerato, insieme al nostro Lorenzo Milani, uno dei pilastri del pensiero riguardante l’educazione democratica del Novecento, che si schiera in favore degli oppressi e per la dimensione collettiva del sapere e la giustizia sociale come processo di trasformazione, sia personale che sociale. Per Freire, infatti, il sapere esteso a tutti fa acquisire coscienza critica e la giustizia sociale è il fondamento per lo smantellamento delle strutture di oppressione.

L’entusiasmo e la sincerità di questo ex-operaio della Volkswagen, che al suo mestiere di tornitore aveva sacrificato il dito di una mano (“Ho perso questo dito quando avevo diciassette anni –raccontò una volta- Era proibito, per legge, lavorare di notte, ma lo facevamo ugualmente, per sopravvivere. Fu così che subii questo infortunio. Ne vado fiero. Non lo vedo come un difetto fisico, ma come il marchio registrato della vita e degli impegni che ho preso con la classe lavoratrice brasiliana”) aveva permesso ai brasiliani di ricominciare a sperare attraverso iniziative come il piano Fame Zero messo in piedi dal teologo della Liberazione Frei Betto che su incarico di Lula era riuscito nell’impresa di assicurare a 50 milioni di abitanti, i più poveri, tre pasti al giorno.

Era un nuovo mondo che si scrollava di dosso la dittatura militare e incominciava a diventare un esempio politico, mettendo in crisi perfino pezzi di socialismo occidentale.

Mi ricordo infatti che in quel periodo D’Alema invitò a Firenze quasi tutti i leader socialisti delle nazioni più importanti. A sorpresa però per il Brasile, non si ricordò di invitare Lula Da Silva, il leader di 50 milioni di brasiliani che votarono a sinistra. Preferì trasmettere l’invito a Fernando Henrique Cardoso, leader della coalizione di centro destra che governava in quel momento. La giustificazione? Cardoso in gioventù era stato un sociologo progressista che D’Alema probabilmente aveva letto. Lula con bonomia giustificò questa gaffe: “Ho esaminato tutti i discorsi di Cardoso quando era fuori dal Brasile ed era professore alla Sorbona. Tutti i suoi discorsi pronunciati a Parigi, a Roma, e in Europa. In quelle prolusioni appariva un cittadino progressista, un sociologo progressista, un uomo di mondo preoccupato per le ferite dell’umanità. Il problema per noi è che le teorie che affermava in Europa non le ha mai messe in atto in Brasile. Sarebbe quindi importante che i dirigenti europei venissero a vedere cosa ha combinato nel nostro paese, per constatare che le sue scelte non hanno avuto nessuna attinenza con le parole pronunciate da voi. A Firenze, Cardoso sembrava perfino un socialista, mentre qui ha attuato una politica totalmente di destra”.

Lula raccontò anche che quando D’Alema volò a Rio con Fassino per il summit dell’Internazionale socialista, la prima cosa che fece fu chiedere una mozione di censura per Cuba. Fu lo stesso Lula, che pure è un moderato, a ricordare alla delegazione italiana che “per la maggior parte dei latinoamericani la Revolución è un esempio indiscutibile”.

Oggi il panorama politico internazionale è cambiato profondamente e le elezioni presidenziali brasiliane sono state un banco di prova fondamentale perché questo enorme Paese che rappresenta una delle più importanti economie del mondo ha un’influenza decisiva in America Latina. La storia del Brasile negli ultimi dieci anni è stata molto intensa: la rivolta sociale del 2013 che ha espresso disagio verso il sistema politico; la crescita del PSDB a un passo dal PT; la presidenza di Dilma Rousseff come tentativo di fermare le destre e il suo rovesciamento nel 2016 attraverso un colpo di stato fatto passare attraverso il suo impeachment; la presidenza di Bolsonaro, rappresentante di una vecchia destra e responsabile della sua radicalizzazione e infine la criminalizzazione di Lula con due processi farsa.

La vittoria di Lula è stata sul filo del rasoio, ottenuta dopo una corsa elettorale drammatica farcita da colpi bassi e fake news da entrambe le parti.

Intorno a Lula si è raccolta una grande coalizione politica formata da partiti, dai più importanti movimenti e dai più importanti centri sindacali del Paese: il Partito dei Verdi (PV), il Partito Comunista del Brasile (PCdoB), il Partito Socialista e Libertà (PSOL), il Movimento Sem Terra (MST), il Movimento de Trabalhadores por Direitos (MTD) e il Levante Popular da Juventude.

La chiave di volta di Lula è stata però la candidatura alla vicepresidenza di Alckmin, fondatore insieme a Cardoso del Partito Socialdemocratico brasiliano, proprio quel PSBD attore chiave del rovesciamento della Roussef. Alkmin è stato sempre un oppositore del Partito dei Lavoratori ma, nel 2021 si è dimesso dal PSBD per unirsi al Partito Socialista Brasiliano (PSD) lanciando la sua candidatura alla vicepresidenza del suo ex rivale Lula da Silva.

Ma in questo intricato patchwork Alckim garantisce la governabilità, perché sono i tucanos che storicamente governano nei gangli più strategici il Brasile, a prescindere dall’esecutivo di turno. In più la sua figura ha attirato l’elettorato di centrodestra spaventato dalla destra “cattiva” rappresentata da Bolsonaro. Nel suo mandato infatti l’ex presidente, con passi da gambero, ha fatto passare le tre riforme regressive sul lavoro, sulla previdenza sociale (dove si limita la spesa sociale dello Stato per vent’anni) e fiscale, con la benedizione degli Stati Uniti. La carcerazione di Lula infatti era soprattutto volta a impedire queste tre riforme. Ma Bolsonaro non ha prodotto gli effetti sperati, anzi: nel suo mandato 28mila industrie sono state chiuse, l’inflazione e il disagio sociale sono aumentati fino ad arrivare al punto più drammatico con la pandemia da Covid-19 che ha provocato quasi 700mila morti tutti addebitabili all’incoscienza di questo ex presidente che, con i suoi discorsi antiscientifici, è riuscito a cambiare radicalmente la reputazione di questa nazione, costruita a fatica da Lula dieci anni prima durante i suoi due mandati. Sono ancora vividi gli appelli accorati di aiuto dei brasiliani e le foto delle fosse a cielo aperto pieni di cadaveri ammassati.

Oggi, con anche l’appoggio di gran parte della borghesia brasiliana, il PT di Lula è un grande fronte democratico. Bisogna capire però se riuscirà a fare quello che non è riuscito a ottenere nei due precedenti mandati, ma soprattutto se avrà le condizioni politiche per realizzare i suoi scopi, che sono quelli di sempre: riforme politiche e sociali, lotta alla fame e alla disoccupazione, aumento della qualità della salute e dell’istruzione e la conservazione dell’ambiente.

Ma il fronte democratico è un po’ lo specchio dello stesso PT che racchiude in sé un po’ di tutto ed è questa la sua grandezza, considerato che oggi non è importante tanto vincere, quanto governare in modo equilibrato e onesto: “Questo partito, nella storia politica del Brasile degli ultimi anni, è forse il più pluralista del paese – mi disse Lula in una mia intervista - Abbiamo marxisti, ecologisti, credenti cattolici, protestanti, evangelici. C’è chi si batte per Cuba, chi apprezza la nuova politica cinese. Abbiamo musulmani, buddisti laici. C’è pluralismo effettivo nel Pt. Siamo riusciti a dimostrare l’importanza di una democrazia vissuta nella diversità. Ma non ci interessa che tutti tifino per la stessa squadra di calcio. Non abbiamo bisogno che a tutti piaccia lo stesso colore per convivere democraticamente e in modo sano. Il Pt è questo: viviamo in modo sereno. Siamo diversi, ma concordiamo sui punti essenziali. Crediamo sia possibile costruire un altro Brasile, ma certo la chiesa progressista, il movimento popolare, le comunità di base e il movimento sindacale sono le principali ragioni del successo del Pt”.

Frei Betto che lo ha appoggiato ma anche criticato, oggi sostiene: “Il modo di rafforzare il governo Lula non è propriamente negli accordi dietro le quinte, nelle alleanze di partito, nei patti federativi. Questa strada è già stata percorsa ed è sfociata in scandali e sconvolgimenti. Non ci si può fidare di un gioco in cui il partner non si comporta bene. Il rammendo fatto sopra favorisce sempre chi disprezza quello che sta sotto. Il cammino da intraprendere è quello della coscientizzazione, organizzazione e mobilitazione popolare. Senza persone per strada e nelle reti il governo Lula correrà anche un rischio di impeachment. Per consolidarsi dovrà soddisfare la fame di pane e anche la fame di bellezza attraverso l’educazione politica del popolo” (3).

Staremo a vedere, ma l’araba fenice comincia a rinascere.

 

fonti:

1) https://www.facebook.com/watch/?v=171320674310280

2) https://www.agenzianova.com/.../brasile-onu-condanne.../

3) https://www.adista.it/articolo/68961

 

Per chi volesse continuare a sostenere Mina’s Rewind, volto alla digitalizzazione di tutto l’archivio audiovisivo storico inedito:

https://www.produzionidalbasso.com/project/mina-s-rewind/

 

da qui


martedì 10 maggio 2022

«Riconquistare democrazia e sovranità», Lula lancia la pre-candidatura presidenziale

 «Riconquistare democrazia e sovranità», Lula lancia la pre-candidatura presidenziale (discorso integrale)


 

Torna sulla scena Lula. L'uomo che ha portato fuori dalla povertà 32 milioni di persone tra il 2003 e il 2010 è ufficialmente precandidato alle prossime presidenziali brasiliane, un paese dove quasi 20 milioni soffrono la fame.

Sabato, l'ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva (Partito dei Lavoratori – PT) e l'ex governatore di San Paolo Geraldo Alckmin (Partito Socialista Brasiliano – PSB) hanno lanciato la lista in cui i due si candideranno alla presidenza e alla vicepresidenza alle elezioni di ottobre in Brasile. Ad Alckmin è stato diagnosticato il coronavirus venerdì e quindi ha partecipato in videoconferenza all'evento che si è svolto presso l'Expo Center Norte di San Paolo.

Secondo la legge elettorale brasiliana, la candidatura effettiva può essere annunciata solo un mese prima delle elezioni. La coalizione annunciata comprende il PT e altri sei partiti. Lula è stato completamente esonerato da tutte le condanne che gli sono state comminate per tenerlo fuori dalle elezioni del 2018.

Lula ha parlato sul palco davanti a una folla esultante di migliaia di lavoratori sindacali e attivisti del movimento sociale.

Questo il suo discorso di lancio del Vamos Juntos pelo Brasil ("Andiamo insieme per il Brasile”):

Voglio iniziare parlando della lezione più importante che ho imparato in 50 anni di vita pubblica, di cui otto ho presieduto questo Paese: governare deve essere un atto di amore.

La principale virtù che un buon governante deve possedere è la capacità di vivere in armonia con le aspirazioni e i sentimenti delle persone, specialmente di coloro che ne hanno più bisogno.

È gioire di ogni conquista, di ogni miglioramento della qualità della vita delle persone che governa.

È la condivisione della felicità della famiglia che, grazie a Minha Casa, Minha Vida, ottiene per la prima volta la chiave della loro tanto attesa casa, dopo una vita passata in affitto in condizioni precarie.

Emozionarsi con quella madre che ha vissuto anni e anni sotto la luce di una lampada e, con l'arrivo di Luz para Todos, può finalmente contemplare la serenità di suo figlio che dorme la notte.

È per gioire con la nonna che, da piccola, è stata costretta a spezzare in due pezzi una sola matita da regalare ai suoi figli. E che in seguito, con Bolsa Família, potrà acquistare materiale scolastico completo per sua nipote, persino un astuccio con tutti i colori.

È festeggiare insieme ai figli dei lavoratori diventati medici, grazie a ProUni, FIES e alla politica delle quote all'università pubblica.

Ma non basta che un buon governante senta come se le conquiste del popolo sofferente fossero sue.

Per governare bene, deve avere anche la sensibilità di soffrire per ogni ingiustizia, ogni tragedia individuale e collettiva, ogni morte che potrebbe essere evitata.

Sfortunatamente, non tutti i governanti sono in grado di capire, sentire e rispettare il dolore degli altri.

Il governante incapace di versare una sola lacrima non è degno di questo titolo davanti agli esseri umani che frugano tra i camion della spazzatura in cerca di cibo, o agli oltre 660mila brasiliani uccisi dal Covid.

Puoi anche definirti cristiano, ma non hai amore per il tuo prossimo.

Nel 2003, quando sono entrato in carica come Presidente della Repubblica, ho detto che se, alla fine del mio mandato, tutti i brasiliani avessero avuto almeno la possibilità di fare colazione, pranzo e cena, avrei compiuto la missione della mia vita.

Abbiamo combattuto la più grande di tutte le battaglie contro la fame e abbiamo vinto. Ma oggi so che devo compiere di nuovo la stessa missione.

Tutto ciò che abbiamo fatto e conquistato dal popolo brasiliano viene distrutto dall'attuale governo. Il Brasile è tornato nella mappa della fame delle Nazioni Unite, da dove eravamo spariti nel 2014, per la prima volta nella storia.

È terribile, ma non ci arrenderemo, né io né la nostra gente. Chi ha una causa non può mai rinunciare alla lotta.

La causa per cui lottiamo è ciò che ci tiene in vita, è ciò che rinnova le nostre forze e ci ringiovanisce.

Senza una causa, la vita non ha senso.

Io e tutti noi che siamo insieme in questo momento abbiamo una causa: ripristinare la sovranità del Brasile e del popolo brasiliano.

Amici miei. Il primo articolo della nostra Costituzione enumera i fondamenti dello Stato di diritto democratico. E il primo fondamento è proprio la sovranità.

Tuttavia, la nostra sovranità e la nostra democrazia sono state costantemente attaccate dalla politica irresponsabile e criminale dell'attuale governo.

Minacciano, smantellano, demoliscono, mettono in vendita le nostre aziende più strategiche, il nostro petrolio, le nostre banche pubbliche, il nostro ambiente.

Consegnano tutto questo straordinario patrimonio che non appartiene a loro, ma al popolo brasiliano.

Distruggono le politiche pubbliche che hanno cambiato la vita di milioni di brasiliani e che sono state ammirate e adottate in tutto il mondo.

È più che urgente ripristinare la sovranità del Brasile. Ma la difesa della sovranità non si limita all'importantissima missione di salvaguardare i nostri confini terrestri e marittimi e il nostro spazio aereo.

Difende anche la nostra ricchezza mineraria, le nostre foreste, i nostri fiumi, i nostri mari, la nostra biodiversità.

Ed è soprattutto garantire la sovranità del popolo brasiliano e i diritti di una piena democrazia.

È difendere il diritto a un'alimentazione di qualità, un buon impiego, salari equi, diritti del lavoro, accesso all'assistenza sanitaria e all'istruzione.

Difendere la nostra sovranità è anche recuperare la politica che ha elevato il Brasile allo status di protagonista sulla scena internazionale.

Il Brasile era un paese sovrano, rispettato in tutto il mondo, che parlava alla pari con i paesi più ricchi e potenti.

E che allo stesso tempo ha contribuito allo sviluppo dei Paesi poveri, attraverso la cooperazione, gli investimenti e il trasferimento tecnologico. È quello che abbiamo fatto in America Latina e anche in Africa.

Difendere la nostra sovranità è difendere l'integrazione del Sud America, dell'America Latina e dei Caraibi. Per rafforzare nuovamente Mercosur, UNASUR, CELAC e BRICS.

È stabilire liberamente le partnership che sono le migliori per il Paese, senza sottomettersi a nessuno. Battersi per una nuova governance globale.

Il Brasile è troppo grande per essere relegato a questo triste ruolo di paria nel mondo, a causa della sottomissione, del negazionismo, della truculenza e dell'aggressione contro i nostri più importanti partner commerciali, causando enormi danni economici al Paese.

Amici miei. Difendere la nostra sovranità è difendere Petrobras, che viene smantellata giorno dopo giorno.

Mettono in vendita le riserve di pre-sale, consegnano la BR Distribuidora e i gasdotti, interrompono la costruzione di alcune raffinerie e ne privatizzano altre.

Il risultato di questo smantellamento è che siamo autosufficienti in petrolio, ma paghiamo una delle benzine più costose al mondo, quotata in dollari, mentre i brasiliani percepiscono lo stipendio in reais.

Anche il gasolio continua a crescere, sacrificando i conducenti di camion e facendo salire alle stelle i prezzi dei generi alimentari.

Una bombola del gas può costare fino a 150 reais, compromettendo il bilancio familiare della maggior parte delle famiglie brasiliane.

Dobbiamo far tornare Petrobras ad essere una grande azienda nazionale, una delle più grandi al mondo.

Rimettetela al servizio del popolo brasiliano e non dei grandi azionisti stranieri. Fai di nuovo del Pre-Salt il nostro passaporto per il futuro, finanziando salute, istruzione e scienza.

Difendere la nostra sovranità è anche difendere Eletrobrás da coloro che vogliono che il Brasile sia eternamente sottomesso.

Eletrobrás è la più grande azienda di produzione di energia in America Latina, responsabile di quasi il 40% dell'energia consumata in Brasile.

È stata costruita nel corso di decenni, con il sudore e l'intelligenza di generazioni di brasiliani. Ma l'attuale governo fa di tutto per venderla a un prezzo d'occasione.

Il risultato di questo crimine contro la patria sarebbe la perdita della nostra sovranità energetica.

Perdere Eletrobrás significa perdere Chesf, Furnas, Eletronorte ed Eletrosul, tra le altre società essenziali per lo sviluppo del Paese.

Sta inoltre perdendo parte della sovranità su alcuni dei nostri fiumi principali, come il Paraná e il São Francisco.

Sta dicendo addio a programmi come Luz para Todos, capace di aver portato la luce nel 21° secolo a circa 16 milioni di brasiliani che vivevano nell'oscurità.

Vuol dire aumentare ancora di più la bolletta della luce, che già oggi pesa non solo nelle tasche del lavoratore, ma anche nel bilancio della classe media.

Difendere la nostra sovranità è difendere le banche pubbliche. Banco do Brasil, Caixa Econômica, BNDES, BNB e Basa sono stati creati per promuovere lo sviluppo del Paese.

Per garantire credito a buon mercato a chi vuole produrre e generare posti di lavoro.

Finanziare opere igienico-sanitarie e la costruzione di appartamenti e case per la popolazione a basso reddito e classe media.

A sostegno dell'agricoltura familiare e dei piccoli e medi produttori rurali. Perché nessun Paese sarà sovrano se non si prende cura di chi produce il 70% del cibo che arriva sulla nostra tavola.

Difendere la nostra sovranità è difendere le università e le istituzioni che sostengono la scienza e la tecnologia dagli attacchi dell'attuale governo.

Perché un Paese che non produce conoscenza, che perseguita i suoi professori e ricercatori, che taglia gli assegni alla ricerca e riduce gli investimenti in scienza e tecnologia è condannato all'arretratezza.

Nei nostri governi abbiamo più che triplicato le risorse destinate a CNPq, Capes e al Fondo Nazionale per lo Sviluppo Scientifico e Tecnologico.

Sono passati da R$ 4 miliardi e 500 milioni nel 2002 a R$ 13 miliardi e 970 milioni nel 2015.

Con l'attuale governo, questi investimenti sono scesi a R$ 4 miliardi e 400 milioni, un valore inferiore a quello di 20 anni fa.

Difendere la sovranità del Brasile significa investire in infrastrutture in grado di trasformare il Paese e la vita della sua gente, aumentare la produttività dell'economia e creare le basi per il progresso e il futuro.

Ma l'attuale governo non si prende cura delle infrastrutture di cui questo paese ha bisogno.

Importanti lavori in corso sono rimasti paralizzati. Cercano di appropriarsi degli altri che hanno ricevuto praticamente completati.

È il caso della trasposizione del fiume São Francisco, un'opera sognata fin dai tempi dell'impero, che abbiamo realizzato affinché 12 milioni di brasiliani potessero finalmente avere l'acqua che sgorga dai loro rubinetti.

I nostri governi non solo hanno pianificato e concepito il recepimento, ma hanno anche realizzato l'88% dei lavori. Ma cercano di ingannare la gente dicendo che hanno costruito tutto.

Difendere la nostra sovranità è difendere l'Amazzonia dalla politica di devastazione messa in atto dall'attuale governo.

Nei nostri governi, abbiamo ridotto dell'80% la deforestazione in Amazzonia, contribuendo a ridurre le emissioni di gas serra che causano il riscaldamento globale.

Ma la cura per l'ambiente va oltre la difesa dell'Amazzonia e di altri biomi.

È necessario reinvestire nei servizi igienico-sanitari di base, come abbiamo fatto nei nostri governi.

Mettere fine alle fognature a cielo aperto e occuparsi dello smaltimento dei rifiuti e delle persone che vivono raccogliendo materiali riciclabili.

Prendersi cura dell'ambiente è soprattutto prendersi cura delle persone. È ricercare la pacifica convivenza tra lo sviluppo economico e il rispetto della flora, della fauna e dell'essere umano.

La transizione verso un nuovo modello di sviluppo sostenibile è una sfida globale.

Anche in questo senso abbiamo molto da imparare dai popoli indigeni, ancestrali guardiani dell'ambiente.

Difendere la nostra sovranità è garantire il possesso delle loro terre ai popoli indigeni, che erano qui migliaia di anni prima dell'arrivo dei portoghesi, e che hanno saputo prendersene cura meglio di chiunque altro.

E che ora stanno vedendo i loro territori invasi illegalmente da cercatori, accaparratori di terre e taglialegna.

Il risultato di questo crimine continuo, che avviene con la connivenza dell'attuale governo, va oltre la distruzione di foreste e fiumi.

Inoltre compromette la sopravvivenza fisica delle popolazioni indigene e non risparmia nemmeno i bambini.

Ed è dovere dello Stato garantire la sicurezza e il benessere di tutti i suoi cittadini, che meritano – e dovrebbero – essere trattati con rispetto.

Mai un governo come quello che c'è ha stimolato così tanto pregiudizio, discriminazione e violenza.

Nessun paese sarà sovrano finché le donne continueranno ad essere uccise per il fatto di essere donne.

Finché le persone continuano a essere picchiate e uccise a causa del loro orientamento sessuale.

Finché lo sterminio della gioventù nera e il razzismo strutturale che ferisce, uccide e nega diritti e opportunità non vengono combattuti rigorosamente.

Amici miei. Siamo il terzo produttore alimentare mondiale. Siamo il più grande produttore di proteine ??animali al mondo.

Produciamo cibo più che sufficiente per garantire cibo di qualità a tutti. Tuttavia, la carestia è tornata nel nostro paese.

Non ci sarà sovranità mentre 116 milioni di brasiliani soffriranno di un qualche tipo di insicurezza alimentare.

Mentre 19 milioni di uomini, donne e bambini vanno a letto affamati ogni notte, non sapendo se avranno un pezzo di pane da mangiare il giorno dopo.

Non ci sarà sovranità mentre decine di milioni di lavoratori continueranno a essere soggetti a disoccupazione, precarietà e scoraggiamento.

Siamo stati in grado di generare più di 20 milioni di posti di lavoro con un contratto formale e tutti i diritti garantiti.

Mentre loro hanno distrutto i diritti del lavoro e generato più disoccupazione.

È necessario portare avanti una legislazione che garantisca i diritti dei lavoratori.

Ciò incoraggia la negoziazione su base civile ed equa tra datori di lavoro e dipendenti.

Ciò contribuisce a creare posti di lavoro migliori e fa girare la ruota dell'economia.

Non è possibile che il riadattamento della maggior parte delle categorie professionali sia al di sotto dell'inflazione, contrariamente a quanto accaduto nei nostri governi.

Non è possibile che il salario minimo continui a perdere potere d'acquisto anno dopo anno. Nei nostri governi è salito del 74% al di sopra dell'inflazione, aumentando i consumi e sostenendo l'economia.

Se i lavoratori non hanno soldi per poter comprare, gli imprenditori non hanno nessuno a cui vendere. Questo porta a ciò a cui stiamo assistendo oggi: la chiusura delle fabbriche a San Paolo, Bahia, la zona di libero scambio di Manaus e in altre regioni, e le multinazionali che lasciano il Brasile.

Abbiamo anche bisogno di creare un ambiente fertile per l'imprenditorialità, in modo che il talento e la creatività del popolo brasiliano possano prosperare.

Questo Paese ha bisogno di creare nuovamente opportunità, in modo che le persone possano vivere bene, migliorare la propria vita e realizzare i propri sogni.

Oggi viviamo in una situazione desolata. Un Paese il cui desiderio giovanile è quello di andare all'estero in cerca di opportunità non sarà mai sovrano.

Dobbiamo reinvestire in un'istruzione di qualità, dall'asilo nido agli studi post-dottorato.

Non ci sarà sovranità finché l'istruzione continuerà a essere trattata come una spesa non necessaria e non come un investimento essenziale per fare del Brasile un paese sviluppato e indipendente.

Nei nostri governi, abbiamo triplicato gli investimenti nell'istruzione, che sono passati da 49 miliardi di BRL nel 2002 a 151 miliardi di BRL nel 2015.

Ma l'attuale governo ha ridotto gli investimenti ogni anno. Il risultato è che il budget MEC per il 2022 è il più basso degli ultimi dieci anni.

Oltre all'istruzione, anche la salute è stata trattata con disprezzo dall'attuale governo.

Oggi mancano investimenti, operatori sanitari e farmaci. Ci sono malattie e decessi che avrebbero potuto essere evitati.

Se non fosse stato per la SUS e i coraggiosi operatori sanitari, l'irresponsabilità dell'attuale governo in questa pandemia sarebbe costata ancora più vite.

Uno dei più grandi vanti dei nostri governi è stato quello di prendersi cura della salute del popolo brasiliano.

Abbiamo creato Samu, Farmácia Popular, l'UPA 24 ore su 24. Abbiamo creato Mais Médicos e abbiamo portato gli operatori sanitari nelle periferie delle grandi città e nelle regioni più remote del Brasile.

Abbiamo praticamente raddoppiato il budget sanitario, che è passato da BRL 64 miliardi e BRL 800 milioni nel 2003 a BRL 120 miliardi e BRL 400 milioni nel 2015.

Nessun paese sarà sovrano se il suo popolo non avrà accesso a salute, istruzione, occupazione, sicurezza e cibo di qualità. Ma anche la cultura deve essere trattata come una necessità fondamentale.

Non ci sarà sovranità finché l'attuale governo continuerà a trattare la cultura e gli artisti come nemici da massacrare, e non come un generatore di ricchezza per il Paese e uno dei più grandi beni del popolo brasiliano.

Abbiamo bisogno di musica, cinema, teatro, danza e arti visive. Abbiamo bisogno di libri invece di armi.

L'arte riempie la nostra esistenza. È sia in grado di ritrarre e reinventare la realtà. La vita così com'è e come potrebbe essere.

Senza arte la vita diventa più dura, perde uno dei suoi più grandi incanti.

Amici miei. Durante i nostri governi, abbiamo promosso una rivoluzione democratica e pacifica in questo paese. Il Brasile è cresciuto, ed è cresciuto per tutti.

Uniamo crescita economica e inclusione sociale. Il Brasile è diventato la sesta economia più grande del pianeta e, allo stesso tempo, un riferimento mondiale nella lotta alla povertà estrema e alla fame.

Non siamo più l'eterno paese del futuro, costruiamo il nostro futuro giorno dopo giorno, in tempo reale.

Ma l'attuale governo ha fatto precipitare il Brasile al 12° posto nella classifica delle maggiori economie. E anche la qualità della vita è calata spaventosamente, e non solo per i più bisognosi.

Anche i lavoratori e la classe media sono stati duramente colpiti dall'aumento incontrollato di benzina, cibo, piani sanitari e tasse scolastiche, tra i tanti altri costi che continuano a salire.

Vivere è diventato molto più costoso.

Nel primo trimestre del 2022, il reddito familiare brasiliano è sceso al livello più basso degli ultimi dieci anni. Il risultato è che il 77,7% delle famiglie è indebitato.

E la cosa più triste è che la maggior parte di queste famiglie si indebita non per pagare le vacanze con i figli, o la ristrutturazione della propria casa, o l'acquisto di un nuovo televisore.

Si indebitano per mangiare.

In altre parole: il Brasile è tornato a un passato oscuro che avevamo superato.

È per riportare il Brasile nel futuro, sulle strade della sovranità, dello sviluppo, della giustizia e dell'inclusione sociale, della democrazia e del rispetto dell'ambiente, che dobbiamo governare di nuovo questo Paese.

Il momento grave che sta attraversando il Paese, uno dei più gravi della nostra storia, ci costringe a superare possibili differenze per costruire insieme un percorso alternativo all'incompetenza e all'autoritarismo che ci governano.

Non dimentico mai le parole del compianto Paulo Freire, il più grande educatore brasiliano di tutti i tempi, uno dei principali riferimenti della pedagogia mondiale, di cui celebriamo il centenario della nascita proprio nel 2022.

Il nostro caro Paulo Freire affermava:

“Bisogna unire i divergenti, per affrontare meglio gli antagonisti”.

Sì, vogliamo unire democratici di ogni origine e colore, delle più svariate estrazioni politiche, di tutte le classi sociali e di tutti i credi religiosi.

Per affrontare e superare la minaccia totalitaria, l'odio, la violenza, la discriminazione e l'esclusione che gravano sul nostro Paese.

Vogliamo costruire un movimento sempre più ampio di tutti i partiti, organizzazioni e persone di buona volontà che vogliono che la pace e l'armonia tornino nel nostro Paese.

Questo è il significato dell'unione di forze progressiste e democratiche formata da PT, PCdoB, PV, PSB, PSOL, Rede e Solidariedade.

Tutti disposti a lavorare non solo per la vittoria del 2 ottobre, ma per la ricostruzione e la trasformazione del Brasile.

Sono orgoglioso di poter contare sul mio collega Geraldo Alckmin in questo nuovo viaggio.

Alckmin era governatore mentre io ero presidente. Siamo di partiti diversi, siamo stati avversari, ma abbiamo anche lavorato insieme e mantenuto il dialogo istituzionale e il rispetto della democrazia.

Avevo un leale avversario in Alckmin. E sono felice di averlo ora come alleato, un compagno la cui lealtà, so, non verrà mai meno, né a me né al Brasile.

Amici miei. Quando abbiamo governato il Paese, il dialogo era il nostro segno distintivo.

Abbiamo creato importanti tavoli negoziali e consigli per la partecipazione della società civile in tutti i ministeri.

Inoltre, abbiamo tenuto 74 conferenze a livello comunale, statale e nazionale, con la partecipazione di milioni di persone, per discutere i temi più diversi: salute, educazione, gioventù, uguaglianza razziale, diritti delle donne, comunicazione e sicurezza pubblica, tra i tanti.

Da questa straordinaria partecipazione popolare sono nate diverse politiche pubbliche che hanno cambiato il Brasile.

E ora dobbiamo cambiare di nuovo il Brasile.

Per questo, invece di promesse, presento l'immensa eredità dei nostri governi. Abbiamo fatto molto, ma sono consapevole che molto di più è ancora necessario e possibile.

Dobbiamo riportare il Brasile tra le maggiori economie del mondo.

Invertire il processo di de-industrializzazione accelerato del Paese.

Creare un ambiente di stabilità politica, economica e istituzionale che incoraggi gli imprenditori a investire nuovamente in Brasile, con la garanzia di un ritorno sicuro ed equo, per loro e per il Paese.

Sono stato vittima di una delle più grandi persecuzioni politiche e legali nella storia di questo Paese, un fatto riconosciuto dalla Corte Suprema brasiliana e dalle Nazioni Unite.

Ma non aspettatevi risentimento, dolore o vendetta da parte mia.

Primo, perché non sono nato per odiare, nemmeno quelli che mi odiano.

Ma anche perché il compito di restaurare la democrazia e ricostruire il Brasile richiederà un impegno a tempo pieno da parte di ciascuno di noi.

Non abbiamo tempo da perdere a odiare nessuno.

Non faremo mai come il nostro avversario, che cerca di mascherare la sua incompetenza litigando continuamente con tutti e mentendo sette volte al giorno. La verità ti rende libero e il Brasile ha bisogno della pace per progredire.

Amici miei. Il prossimo settembre, il Brasile compie 200 anni di indipendenza. Ma poche volte nella storia la nostra indipendenza è stata così minacciata.

Per fortuna festeggeremo il 7 settembre meno di un mese prima delle elezioni del 2 ottobre, quando il Brasile avrà l'opportunità di riconquistare la sua sovranità.

Quando il Brasile avrà l'opportunità di decidere quale Paese sarà per i prossimi anni e per le prossime generazioni.

Il Brasile della democrazia o dell'autoritarismo? La verità o le sette bugie raccontate al giorno? Di conoscenza e tolleranza o di oscurantismo e violenza? Di educazione e cultura o di rivoltelle e fucili?

Un paese che rafforza e incoraggia la sua industria o ne osserva la distruzione? L'esportatore di beni a valore aggiunto o l'eterno esportatore di materie prime?

Il Paese del Welfare State o dello Stato minimo, che nega il minimo alla maggioranza della popolazione?

Il paese che difende il suo ambiente, o quello che apre il cancello e lascia scappare il bestiame?

Il Brasile che garantisce salute, istruzione e sicurezza a tutti i brasiliani, o solo ai più ricchi chi se li possono permettere?

Non è mai stato così facile scegliere. Non è mai stato così necessario fare la scelta giusta.

Ma va detto chiaramente: per uscire dalla crisi, crescere e svilupparsi, il Brasile ha bisogno di tornare ad essere un Paese normale, nel senso più alto del termine.

Non siamo la terra del selvaggio West, dove ognuno impone la propria legge. No!

Abbiamo la legge più alta – la Costituzione – che governa la nostra esistenza collettiva, e nessuno, assolutamente nessuno, è al di sopra di essa, nessuno ha il diritto di ignorarla o sfidarla.

La normalità democratica è sancita dalla Costituzione. Stabilisce i diritti e gli obblighi di ogni potere, di ogni istituzione, di ciascuno di noi.

È imperativo che tutti tornino ad occuparsi delle questioni di propria competenza. Senza esorbitare, senza estrapolare, senza interferire con le attribuzioni altrui.

Niente più minacce, niente più assurdi sospetti, niente più ricatti verbali, niente più tensioni artificiali.

Il Paese ha bisogno di calma e tranquillità per lavorare e superare le difficoltà attuali. E deciderà liberamente, nel momento in cui la legge determina, chi deve governarlo.

Vogliamo governare per riportare in vita il modello di crescita economica con inclusione sociale che ha fatto progredire il Brasile così velocemente e ha portato 36 milioni di brasiliani fuori dalla povertà estrema.

Vogliamo tornare indietro affinché nessuno osi più sfidare la democrazia. E che il fascismo torni nella fogna della storia, da dove non sarebbe mai dovuto uscire.

Abbiamo un sogno. Siamo mossi dalla speranza. E non c'è forza più grande della speranza di un popolo che sa di poter essere di nuovo felice.

La speranza di un popolo che sappia di poter di nuovo mangiare bene, avere un buon lavoro, uno stipendio dignitoso e diritti del lavoro. Che possano migliorare la propria vita e vedere i propri figli crescere sani fino al raggiungimento dell'università.

Ci vuole più che governare: ci vuole cura. E ancora una volta ci prenderemo grande cura del Brasile e del popolo brasiliano.

Più che un atto politico, questa è una chiamata. A uomini e donne di tutte le generazioni, di tutte le classi sociali, di tutte le religioni, di tutte le razze, di tutte le regioni del Paese. Per riconquistare la democrazia e riconquistare la sovranità.

Che Dio benedica il nostro Paese.


da qui