Eccoci qua. Le classi dirigenti dell'Impero del Caos, insieme all'attuale e
buffo capocirco, hanno finalmente capito che i BRICS rappresentano una seria
minaccia strategica – e una sfida esistenziale – al loro dominio unilaterale
sull'attuale sistema di relazioni internazionali.
Non sono giunti a questa conclusione dopo aver esaminato attentamente
il vertice annuale dei BRICS a Rio – né il
rivoluzionario vertice dello scorso anno a Kazan: sono pessimi nel fare i
compiti di base.
È più probabile che siano stati risvegliati dal loro torpore dal sentire
sulla propria pelle da che parte tira il vento – globale –, in termini di tutti
i tipi di modelli che vengono testati per aggirare il dollaro statunitense e il
controllo ferreo delle istituzioni di Bretton Woods.
La conclusione era inevitabile: i BRICS hanno superato l'ultima linea
rossa. Basta con i discorsi da bravi ragazzi. La dichiarazione di Rio di oltre
130 punti, rilasciata il primo giorno del vertice, lo dice chiaramente, in modo
educato ma deciso: questo è ciò che siamo, un'alternativa sistemica; e
scriveremo le regole del nuovo sistema a modo nostro.
Costruire la Geopolitica della Sovranità
Il vertice BRICS 2025 a Rio è stato una sorpresa sbalorditiva. Le
aspettative iniziali erano basse – se si confronta la mite presidenza
brasiliana con l'enorme lavoro svolto dalla Russia nel 2024 in vista di Kazan.
Eppure, alla fine, Rio ha concretizzato ciò che Kazan aveva annunciato: il
nuovo sistema emergente sarà incentrato sulla sovranità, l'uguaglianza e
l'equità – con un'enfasi sull'integrazione economica a livello continentale, il
commercio in valute nazionali, un ruolo ampliato per le nuove istituzioni
finanziarie globali come la NDB (la banca dei BRICS) e una miriade di
piattaforme per lo sviluppo sostenibile.
Una Geopolitica della Sovranità deve essere costruita strutturalmente: il
ferro e il cemento per il nuovo sistema proverranno da una nuova
interconnessione del commercio in valute nazionali, sistemi di
pagamento/regolamento indipendenti e nuove piattaforme di investimento.
Dal punto di vista geoeconomico, BRICS è già in pieno svolgimento. Basta
dare una rapida occhiata a una mappa dell'Eurasia e dell'Afro-Eurasia per
rendersi conto dell'interconnessione esistente ed emergente tra connettività,
logistica e corridoi della catena di approvvigionamento. In tutti i paesi
BRICS, questi collegamenti legano fonti energetiche, giacimenti di terre rare e
una ricchezza di prodotti agricoli.
Per citare il Padrino del Soul James Bown, Papa's got a brand
new (BRICS) bag [Papà ha una borsa nuova di zecca
(BRICS)].
Non c'è quindi da stupirsi che una versione squallida del White
Man's Burden [il fardello dell'uomo bianco], il direttore del circo,
abbia scatenato una Guerra Totale contro i BRICS e i loro partner – con
minacce, tariffe doganali e persino un certificato di morte (all'epoca era
ancora più all'oscuro di cosa fossero i BRICS).
La seriale Tempesta Tariffaria Trumpiana (TTT) è ovviamente un'altra
manifestazione del principio “divide et impera”, che cerca di far esplodere i
BRICS dall'interno. E ora siamo saliti di diversi livelli, con una
caratteristica lettera infantile che minaccia tariffe del 50% su tutti i
prodotti Made in Brazil esportati negli Stati Uniti – più tariffe “settoriali”
aggiuntivi.
Eppure questo non ha nulla a che vedere con il commercio. Negli ultimi 15
anni, il surplus commerciale degli Stati Uniti con il Brasile ha superato una
cifra considerevole di 400 miliardi di dollari. Qualche sottoposto di Trump 2.0
avrebbe dovuto sussurrare questa cifra all'orecchio del suo capo.
Ma anche se lo avessero fatto, sarebbe irrilevante. Perché l'ultimo
espediente costituisce in realtà una grossolana interferenza straniera nella
politica interna di un'altra nazione e nella prossima corsa presidenziale, che
è illegale e prevedibilmente ancora una volta una presa in giro del diritto
internazionale.
Il capocirco ha iniziato urlando nei suoi post che il governo Lula – e il
sistema giudiziario indipendente brasiliano – erano stati coinvolti in una
caccia alle streghe contro il suo socio, l'ex presidente Jair Bolsonaro, che è
stato perseguito legalmente con l'accusa di aver organizzato un colpo di stato
per ribaltare i risultati delle elezioni presidenziali del 2022 e impedire a
Lula di prendere il potere.
È toccato al non tanto maestro della persuasione Steve Bannon svelare
l'intero squallido gioco: se abbandonate il procedimento contro Bolsonaro, noi
abbandoniamo i dazi del 50%.
La risposta del presidente Lula è stata misurata, ma ferma: “Il commercio
del Brasile con gli Stati Uniti rappresenta solo l'1,7% del nostro PIL. Non si
può definire questi dati vitali (...) Cercheremo altri partner.”
Naturalmente si farà molto duro. Una tariffa del 50% è come un uragano
mortale. Esempio: il Brasile è il più grande esportatore mondiale di succo
d'arancia. Il 95% della produzione interna viene esportato, quasi la metà negli
Stati Uniti. Ci vorrà del tempo e molto duro lavoro per trovare “altri
partner”. La soluzione potrebbe trovarsi nei paesi BRICS. Col tempo, dovrebbero
esserci molti candidati per le principali esportazioni brasiliane come
petrolio, acciaio, ferro, aerei e componenti, caffè, legname, carne e soia.
Sindacalizzare tutti gli esportatori del mondo contro gli importatori
statunitensi
Parallelamente, i due principali attori dei BRICS, Cina e Russia – entrambi
già soggetti a innumerevoli sanzioni (Russia) e tariffe commerciali (Cina) –
vedono la TTT di Trump come una spettacolare opportunità per minare ancora più
rapidamente il controllo unilaterale degli Stati Uniti sui sistemi commerciali
e valutari.
La guerra contro i BRICS è passata al livello successivo, ora che Russia,
Cina, Iran e Brasile sono tutti confermati come obiettivi illegittimi. Spetta a
questo punto di vista dello Sri Lanka riassumere in
modo delizioso la posta in gioco:
“Trump ha efficacemente sindacalizzato tutti gli esportatori del
mondo contro gli importatori americani.” Si tratta di un'equazione
piuttosto semplice: “Se imponi una tariffa a una persona, hai più
potere. Ma se imponi una tariffa a tutti, più potere a noi.”
“Più potere a noi” si traduce nel fatto che i BRICS e il più ampio Sud
Globale sono perfettamente consapevoli che non c'è via d'uscita se non quella
di andare avanti a tutta velocità con il progetto BRICS, che culminerà nella
completa de-dollarizzazione. Da Kazan a Rio e oltre, è ormai chiaro che la TTT
fuori controllo prenderà di mira qualsiasi nazione o partner che si allinei con
i BRICS “anti-americani”.
A febbraio del 2020 sono andato ad
ascoltare Lula alla sede della CGIL di Roma (1) , subito dopo la sua
scarcerazione da quelli che sono stati i due processi farsa. Chi lo aveva
preceduto nel suo discorso spiegò dettagliatamente le fasi e le procedure di quello
che era stato un golpe giudiziario. “Sono un settantaquattrenne, ma mi sento
l’energia di un ventenne. Non mi arrenderò” aveva detto in quella che era la
sua prima uscita pubblica per il lancio della sua candidatura nelle elezioni di
quest’anno.
Lula, due volte presidente del Brasile
(dal 2002 al 2010) era stato condannato senza prove per un presunto affaire
proprio con la compagnia petrolifera di Stato, la Petrobras; questo intrigo con
le fattezze del colpo di Stato era stato messo in moto da pezzi della
Confindustria brasiliana che non avevano gradito il fatto che l’ex presidente,
dopo che la Petrobras aveva scoperto e messo le mani nella propria costa Ovest
sul più grande giacimento sottomarino del mondo, il Pre-Salt, si fosse negato a
condividere la scoperta con gli Stati Uniti.
Uno spettacolo già visto e messo in atto
molte volte specie dal governo di Washington che quando si tratta di petrolio,
mette in cantiere guerre inutili e feroci.
Lula aveva provato a rompere questa
logica ed è stato punito.
Anche se era stato il primo presidente
democratico eletto e confermato dopo gli anni lugubri della dittatura militare,
in quello che, con 214 milioni di abitanti, è lo Stato più poderoso
dell’America Latina, agli occhi del governo di Washington però era stato il
complice dell’ex presidente venezuelano Hugo Chávez nel ricambio progressista
che il continente a Sud del Texas aveva avuto negli ultimi vent’anni. Anni in
cui alcune nazioni si erano consociate in scelte libertarie arrivando a
fondare, sull’esempio della Comunità europea, perfino una banca e una
televisione continentale, come Telesur per controbattere l’informazione
scorretta della CNN e di altri network privati normalmente proprietà di
caciques abituati a calcare pedissequamente la linea degli Stati Uniti.
Ma sembra passato un secolo, più che una
manciata di anni.
Dal 2016 Lula dunque era stato
condannato in procedimenti penali che la difesa ha sempre definito
“persecutori” e basati su falsità processuali. Nel 2021, dopo una serie di
ricorsi, il giudice della Corte Suprema Edson Fachin aveva annullato non solo
tutte le condanne a carico dell’ex presidente per “incompetenza territoriale e
materiale” comminate dal giudice federale del Paranà Sergio Moro, ma aveva
riconosciuto anche la sua parzialità. Lo stesso Moro, che fu nominato subito
dopo questo processo, ministro della Giustizia dal governo di Bolsonaro ed era
lo stesso Moro che aveva annunciato di candidarsi per la corsa alla Presidenza,
ma che a marzo di quest’anno aveva deciso di ritirarsi.
Secondo Fachin infatti, sia i
procuratori, sia i giudici avevano costruito prove contro Lula dando vita, con
la collaborazione delle famigerate multinazionali nordamericane e con
l’appoggio vitale di Tele Globo, il più poderoso network radiotelevisivo del continente,
ad una campagna stampa mirata sia a distruggere la reputazione dell’ex
presidente del Brasile presso l’opinione pubblica, sia soprattutto a
consolidare le prove a suo stesso carico.
La Commissione Onu su questo processo
aveva ritenuto che “le violazioni procedurali (…) avevano reso ‘arbitrario’ il
divieto a Lula di candidarsi alla presidenza, denunciando la violazione dei
suoi diritti politici, compreso il diritto di candidarsi alle elezioni. (…) E
sebbene la Corte Suprema Federale abbia annullato la condanna e la reclusione
di Lula nel 2021, queste decisioni non sono state sufficientemente tempestive
ed efficaci per prevenire o riparare le violazioni”. (2)
Comprese quelle relative, aggiungo io,
alla negazione al permesso di uscire di prigione per partecipare alle esequie
del fratello morto di cancro nel 2019 adducendo a “motivi di sicurezza”. Però,
mossi a pietà, avevano concesso a Lula il permesso di un giorno per assistere
ai funerali del nipotino deceduto per una meningite fulminante.
Ho conosciuto Lula, prima che diventasse
presidente, grazie ad Antonio Vermigli, un generoso ex-postino di Quarrata che
tiene in mano da molti anni la Rete Radié Resch (una rete della sinistra
cattolica).
Lula veniva in Italia invitato dai vari
sindacati e avevo imparato ad apprezzarlo proprio per essere riuscito nel
miracolo di fondare il PT (Partido dos Trabalhadores) che, insieme ai cattolici
progressisti e al movimento dei Sem Terra, lo aveva portato al governo del
paese smentendo chi aveva tentato di sostenere “che i comunisti stavano per
prendere il potere in Brasile”. Questo perché il PT era diventato l’esempio del
più efficiente movimento progressista in quella che all’epoca è stata una vera
e propria primavera dell’America Latina.
Egli si rifaceva al pensiero di Paulo
Freire, pedagogo di fama mondiale impegnato nei confronti dei poveri e
considerato, insieme al nostro Lorenzo Milani, uno dei pilastri del pensiero
riguardante l’educazione democratica del Novecento, che si schiera in favore
degli oppressi e per la dimensione collettiva del sapere e la giustizia sociale
come processo di trasformazione, sia personale che sociale. Per Freire,
infatti, il sapere esteso a tutti fa acquisire coscienza critica e la giustizia
sociale è il fondamento per lo smantellamento delle strutture di oppressione.
L’entusiasmo e la sincerità di questo
ex-operaio della Volkswagen, che al suo mestiere di tornitore aveva sacrificato
il dito di una mano (“Ho perso questo dito quando avevo diciassette anni
–raccontò una volta- Era proibito, per legge, lavorare di notte, ma lo facevamo
ugualmente, per sopravvivere. Fu così che subii questo infortunio. Ne vado
fiero. Non lo vedo come un difetto fisico, ma come il marchio registrato della
vita e degli impegni che ho preso con la classe lavoratrice brasiliana”) aveva
permesso ai brasiliani di ricominciare a sperare attraverso iniziative come il
piano Fame Zero messo in piedi dal teologo della Liberazione Frei Betto che su
incarico di Lula era riuscito nell’impresa di assicurare a 50 milioni di
abitanti, i più poveri, tre pasti al giorno.
Era un nuovo mondo che si scrollava di
dosso la dittatura militare e incominciava a diventare un esempio politico,
mettendo in crisi perfino pezzi di socialismo occidentale.
Mi ricordo infatti che in quel periodo
D’Alema invitò a Firenze quasi tutti i leader socialisti delle nazioni più
importanti. A sorpresa però per il Brasile, non si ricordò di invitare Lula Da
Silva, il leader di 50 milioni di brasiliani che votarono a sinistra. Preferì
trasmettere l’invito a Fernando Henrique Cardoso, leader della coalizione di
centro destra che governava in quel momento. La giustificazione? Cardoso in
gioventù era stato un sociologo progressista che D’Alema probabilmente aveva
letto. Lula con bonomia giustificò questa gaffe: “Ho esaminato tutti i discorsi
di Cardoso quando era fuori dal Brasile ed era professore alla Sorbona. Tutti i
suoi discorsi pronunciati a Parigi, a Roma, e in Europa. In quelle prolusioni
appariva un cittadino progressista, un sociologo progressista, un uomo di mondo
preoccupato per le ferite dell’umanità. Il problema per noi è che le teorie che
affermava in Europa non le ha mai messe in atto in Brasile. Sarebbe quindi
importante che i dirigenti europei venissero a vedere cosa ha combinato nel
nostro paese, per constatare che le sue scelte non hanno avuto nessuna
attinenza con le parole pronunciate da voi. A Firenze, Cardoso sembrava perfino
un socialista, mentre qui ha attuato una politica totalmente di destra”.
Lula raccontò anche che quando D’Alema
volò a Rio con Fassino per il summit dell’Internazionale socialista, la prima
cosa che fece fu chiedere una mozione di censura per Cuba. Fu lo stesso Lula,
che pure è un moderato, a ricordare alla delegazione italiana che “per la
maggior parte dei latinoamericani la Revolución è un esempio indiscutibile”.
Oggi il panorama politico internazionale
è cambiato profondamente e le elezioni presidenziali brasiliane sono state un
banco di prova fondamentale perché questo enorme Paese che rappresenta una
delle più importanti economie del mondo ha un’influenza decisiva in America
Latina. La storia del Brasile negli ultimi dieci anni è stata molto intensa: la
rivolta sociale del 2013 che ha espresso disagio verso il sistema politico; la
crescita del PSDB a un passo dal PT; la presidenza di Dilma Rousseff come
tentativo di fermare le destre e il suo rovesciamento nel 2016 attraverso un
colpo di stato fatto passare attraverso il suo impeachment; la presidenza di
Bolsonaro, rappresentante di una vecchia destra e responsabile della sua
radicalizzazione e infine la criminalizzazione di Lula con due processi farsa.
La vittoria di Lula è stata sul filo del
rasoio, ottenuta dopo una corsa elettorale drammatica farcita da colpi bassi e
fake news da entrambe le parti.
Intorno a Lula si è raccolta una grande
coalizione politica formata da partiti, dai più importanti movimenti e dai più
importanti centri sindacali del Paese: il Partito dei Verdi (PV), il Partito
Comunista del Brasile (PCdoB), il Partito Socialista e Libertà (PSOL), il
Movimento Sem Terra (MST), il Movimento de Trabalhadores por Direitos (MTD) e
il Levante Popular da Juventude.
La chiave di volta di Lula è stata però
la candidatura alla vicepresidenza di Alckmin, fondatore insieme a Cardoso del
Partito Socialdemocratico brasiliano, proprio quel PSBD attore chiave del
rovesciamento della Roussef. Alkmin è stato sempre un oppositore del Partito
dei Lavoratori ma, nel 2021 si è dimesso dal PSBD per unirsi al Partito
Socialista Brasiliano (PSD) lanciando la sua candidatura alla vicepresidenza
del suo ex rivale Lula da Silva.
Ma in questo intricato patchwork Alckim
garantisce la governabilità, perché sono i tucanos che storicamente governano
nei gangli più strategici il Brasile, a prescindere dall’esecutivo di turno. In
più la sua figura ha attirato l’elettorato di centrodestra spaventato dalla
destra “cattiva” rappresentata da Bolsonaro. Nel suo mandato infatti l’ex
presidente, con passi da gambero, ha fatto passare le tre riforme regressive
sul lavoro, sulla previdenza sociale (dove si limita la spesa sociale dello
Stato per vent’anni) e fiscale, con la benedizione degli Stati Uniti. La
carcerazione di Lula infatti era soprattutto volta a impedire queste tre
riforme. Ma Bolsonaro non ha prodotto gli effetti sperati, anzi: nel suo
mandato 28mila industrie sono state chiuse, l’inflazione e il disagio sociale
sono aumentati fino ad arrivare al punto più drammatico con la pandemia da
Covid-19 che ha provocato quasi 700mila morti tutti addebitabili
all’incoscienza di questo ex presidente che, con i suoi discorsi
antiscientifici, è riuscito a cambiare radicalmente la reputazione di questa
nazione, costruita a fatica da Lula dieci anni prima durante i suoi due
mandati. Sono ancora vividi gli appelli accorati di aiuto dei brasiliani e le
foto delle fosse a cielo aperto pieni di cadaveri ammassati.
Oggi, con anche l’appoggio di gran parte
della borghesia brasiliana, il PT di Lula è un grande fronte democratico.
Bisogna capire però se riuscirà a fare quello che non è riuscito a ottenere nei
due precedenti mandati, ma soprattutto se avrà le condizioni politiche per
realizzare i suoi scopi, che sono quelli di sempre: riforme politiche e
sociali, lotta alla fame e alla disoccupazione, aumento della qualità della
salute e dell’istruzione e la conservazione dell’ambiente.
Ma il fronte democratico è un po’ lo
specchio dello stesso PT che racchiude in sé un po’ di tutto ed è questa la sua
grandezza, considerato che oggi non è importante tanto vincere, quanto
governare in modo equilibrato e onesto: “Questo partito, nella storia politica
del Brasile degli ultimi anni, è forse il più pluralista del paese – mi disse
Lula in una mia intervista - Abbiamo marxisti, ecologisti, credenti cattolici,
protestanti, evangelici. C’è chi si batte per Cuba, chi apprezza la nuova
politica cinese. Abbiamo musulmani, buddisti laici. C’è pluralismo effettivo
nel Pt. Siamo riusciti a dimostrare l’importanza di una democrazia vissuta
nella diversità. Ma non ci interessa che tutti tifino per la stessa squadra di
calcio. Non abbiamo bisogno che a tutti piaccia lo stesso colore per convivere
democraticamente e in modo sano. Il Pt è questo: viviamo in modo sereno. Siamo
diversi, ma concordiamo sui punti essenziali. Crediamo sia possibile costruire
un altro Brasile, ma certo la chiesa progressista, il movimento popolare, le
comunità di base e il movimento sindacale sono le principali ragioni del
successo del Pt”.
Frei Betto che lo ha appoggiato ma anche
criticato, oggi sostiene: “Il modo di rafforzare il governo Lula non è propriamente
negli accordi dietro le quinte, nelle alleanze di partito, nei patti
federativi. Questa strada è già stata percorsa ed è sfociata in scandali e
sconvolgimenti. Non ci si può fidare di un gioco in cui il partner non si
comporta bene. Il rammendo fatto sopra favorisce sempre chi disprezza quello
che sta sotto. Il cammino da intraprendere è quello della coscientizzazione,
organizzazione e mobilitazione popolare. Senza persone per strada e nelle reti
il governo Lula correrà anche un rischio di impeachment. Per consolidarsi dovrà
soddisfare la fame di pane e anche la fame di bellezza attraverso l’educazione
politica del popolo” (3).
Staremo a vedere, ma l’araba fenice
comincia a rinascere.
«Riconquistare
democrazia e sovranità», Lula lancia la pre-candidatura presidenziale (discorso
integrale)
Torna sulla scena Lula. L'uomo che ha portato fuori dalla povertà 32
milioni di persone tra il 2003 e il 2010 è ufficialmente precandidato alle
prossime presidenziali brasiliane, un paese dove quasi 20 milioni soffrono la
fame.
Sabato, l'ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva (Partito dei Lavoratori –
PT) e l'ex governatore di San Paolo Geraldo Alckmin (Partito Socialista
Brasiliano – PSB) hanno lanciato la lista in cui i due si candideranno alla
presidenza e alla vicepresidenza alle elezioni di ottobre in Brasile. Ad
Alckmin è stato diagnosticato il coronavirus venerdì e quindi ha partecipato in
videoconferenza all'evento che si è svolto presso l'Expo Center Norte di San
Paolo.
Secondo la legge elettorale brasiliana, la candidatura effettiva può essere
annunciata solo un mese prima delle elezioni. La coalizione annunciata
comprende il PT e altri sei partiti. Lula è stato completamente esonerato da
tutte le condanne che gli sono state comminate per tenerlo fuori dalle elezioni
del 2018.
Lula ha parlato sul palco davanti a una folla esultante di migliaia di
lavoratori sindacali e attivisti del movimento sociale.
Questo il suo discorso di lancio del Vamos Juntos pelo Brasil
("Andiamo insieme per il Brasile”):
Voglio iniziare parlando della lezione più importante che ho imparato in 50
anni di vita pubblica, di cui otto ho presieduto questo Paese: governare deve
essere un atto di amore.
La principale virtù che un buon governante deve possedere è la capacità di
vivere in armonia con le aspirazioni e i sentimenti delle persone, specialmente
di coloro che ne hanno più bisogno.
È gioire di ogni conquista, di ogni miglioramento della qualità della vita
delle persone che governa.
È la condivisione della felicità della famiglia che, grazie a Minha Casa,
Minha Vida, ottiene per la prima volta la chiave della loro tanto attesa casa,
dopo una vita passata in affitto in condizioni precarie.
Emozionarsi con quella madre che ha vissuto anni e anni sotto la luce di
una lampada e, con l'arrivo di Luz para Todos, può finalmente contemplare la
serenità di suo figlio che dorme la notte.
È per gioire con la nonna che, da piccola, è stata costretta a spezzare in
due pezzi una sola matita da regalare ai suoi figli. E che in seguito, con
Bolsa Família, potrà acquistare materiale scolastico completo per sua nipote,
persino un astuccio con tutti i colori.
È festeggiare insieme ai figli dei lavoratori diventati medici, grazie a
ProUni, FIES e alla politica delle quote all'università pubblica.
Ma non basta che un buon governante senta come se le conquiste del popolo
sofferente fossero sue.
Per governare bene, deve avere anche la sensibilità di soffrire per ogni
ingiustizia, ogni tragedia individuale e collettiva, ogni morte che potrebbe
essere evitata.
Sfortunatamente, non tutti i governanti sono in grado di capire, sentire e
rispettare il dolore degli altri.
Il governante incapace di versare una sola lacrima non è degno di questo
titolo davanti agli esseri umani che frugano tra i camion della spazzatura in
cerca di cibo, o agli oltre 660mila brasiliani uccisi dal Covid.
Puoi anche definirti cristiano, ma non hai amore per il tuo prossimo.
Nel 2003, quando sono entrato in carica come Presidente della Repubblica,
ho detto che se, alla fine del mio mandato, tutti i brasiliani avessero avuto
almeno la possibilità di fare colazione, pranzo e cena, avrei compiuto la
missione della mia vita.
Abbiamo combattuto la più grande di tutte le battaglie contro la fame e
abbiamo vinto. Ma oggi so che devo compiere di nuovo la stessa missione.
Tutto ciò che abbiamo fatto e conquistato dal popolo brasiliano viene
distrutto dall'attuale governo. Il Brasile è tornato nella mappa della fame
delle Nazioni Unite, da dove eravamo spariti nel 2014, per la prima volta nella
storia.
È terribile, ma non ci arrenderemo, né io né la nostra gente. Chi ha una
causa non può mai rinunciare alla lotta.
La causa per cui lottiamo è ciò che ci tiene in vita, è ciò che rinnova le
nostre forze e ci ringiovanisce.
Senza una causa, la vita non ha senso.
Io e tutti noi che siamo insieme in questo momento abbiamo una causa:
ripristinare la sovranità del Brasile e del popolo brasiliano.
Amici miei. Il primo articolo della nostra Costituzione enumera i
fondamenti dello Stato di diritto democratico. E il primo fondamento è proprio
la sovranità.
Tuttavia, la nostra sovranità e la nostra democrazia sono state
costantemente attaccate dalla politica irresponsabile e criminale dell'attuale
governo.
Minacciano, smantellano, demoliscono, mettono in vendita le nostre aziende
più strategiche, il nostro petrolio, le nostre banche pubbliche, il nostro
ambiente.
Consegnano tutto questo straordinario patrimonio che non appartiene a loro,
ma al popolo brasiliano.
Distruggono le politiche pubbliche che hanno cambiato la vita di milioni di
brasiliani e che sono state ammirate e adottate in tutto il mondo.
È più che urgente ripristinare la sovranità del Brasile. Ma la difesa della
sovranità non si limita all'importantissima missione di salvaguardare i nostri
confini terrestri e marittimi e il nostro spazio aereo.
Difende anche la nostra ricchezza mineraria, le nostre foreste, i nostri
fiumi, i nostri mari, la nostra biodiversità.
Ed è soprattutto garantire la sovranità del popolo brasiliano e i diritti
di una piena democrazia.
È difendere il diritto a un'alimentazione di qualità, un buon impiego,
salari equi, diritti del lavoro, accesso all'assistenza sanitaria e
all'istruzione.
Difendere la nostra sovranità è anche recuperare la politica che ha elevato
il Brasile allo status di protagonista sulla scena internazionale.
Il Brasile era un paese sovrano, rispettato in tutto il mondo, che parlava
alla pari con i paesi più ricchi e potenti.
E che allo stesso tempo ha contribuito allo sviluppo dei Paesi poveri,
attraverso la cooperazione, gli investimenti e il trasferimento tecnologico. È
quello che abbiamo fatto in America Latina e anche in Africa.
Difendere la nostra sovranità è difendere l'integrazione del Sud America,
dell'America Latina e dei Caraibi. Per rafforzare nuovamente Mercosur, UNASUR,
CELAC e BRICS.
È stabilire liberamente le partnership che sono le migliori per il Paese,
senza sottomettersi a nessuno. Battersi per una nuova governance globale.
Il Brasile è troppo grande per essere relegato a questo triste ruolo di
paria nel mondo, a causa della sottomissione, del negazionismo, della
truculenza e dell'aggressione contro i nostri più importanti partner
commerciali, causando enormi danni economici al Paese.
Amici miei. Difendere la nostra sovranità è difendere Petrobras, che viene
smantellata giorno dopo giorno.
Mettono in vendita le riserve di pre-sale, consegnano la BR Distribuidora e
i gasdotti, interrompono la costruzione di alcune raffinerie e ne privatizzano
altre.
Il risultato di questo smantellamento è che siamo autosufficienti in
petrolio, ma paghiamo una delle benzine più costose al mondo, quotata in
dollari, mentre i brasiliani percepiscono lo stipendio in reais.
Anche il gasolio continua a crescere, sacrificando i conducenti di camion e
facendo salire alle stelle i prezzi dei generi alimentari.
Una bombola del gas può costare fino a 150 reais, compromettendo il
bilancio familiare della maggior parte delle famiglie brasiliane.
Dobbiamo far tornare Petrobras ad essere una grande azienda nazionale, una
delle più grandi al mondo.
Rimettetela al servizio del popolo brasiliano e non dei grandi azionisti
stranieri. Fai di nuovo del Pre-Salt il nostro passaporto per il futuro,
finanziando salute, istruzione e scienza.
Difendere la nostra sovranità è anche difendere Eletrobrás da coloro che
vogliono che il Brasile sia eternamente sottomesso.
Eletrobrás è la più grande azienda di produzione di energia in America
Latina, responsabile di quasi il 40% dell'energia consumata in Brasile.
È stata costruita nel corso di decenni, con il sudore e l'intelligenza di
generazioni di brasiliani. Ma l'attuale governo fa di tutto per venderla a un
prezzo d'occasione.
Il risultato di questo crimine contro la patria sarebbe la perdita della
nostra sovranità energetica.
Perdere Eletrobrás significa perdere Chesf, Furnas, Eletronorte ed
Eletrosul, tra le altre società essenziali per lo sviluppo del Paese.
Sta inoltre perdendo parte della sovranità su alcuni dei nostri fiumi
principali, come il Paraná e il São Francisco.
Sta dicendo addio a programmi come Luz para Todos, capace di aver portato
la luce nel 21° secolo a circa 16 milioni di brasiliani che vivevano
nell'oscurità.
Vuol dire aumentare ancora di più la bolletta della luce, che già oggi pesa
non solo nelle tasche del lavoratore, ma anche nel bilancio della classe media.
Difendere la nostra sovranità è difendere le banche pubbliche. Banco do
Brasil, Caixa Econômica, BNDES, BNB e Basa sono stati creati per promuovere lo
sviluppo del Paese.
Per garantire credito a buon mercato a chi vuole produrre e generare posti
di lavoro.
Finanziare opere igienico-sanitarie e la costruzione di appartamenti e case
per la popolazione a basso reddito e classe media.
A sostegno dell'agricoltura familiare e dei piccoli e medi produttori
rurali. Perché nessun Paese sarà sovrano se non si prende cura di chi produce
il 70% del cibo che arriva sulla nostra tavola.
Difendere la nostra sovranità è difendere le università e le istituzioni
che sostengono la scienza e la tecnologia dagli attacchi dell'attuale governo.
Perché un Paese che non produce conoscenza, che perseguita i suoi professori
e ricercatori, che taglia gli assegni alla ricerca e riduce gli investimenti in
scienza e tecnologia è condannato all'arretratezza.
Nei nostri governi abbiamo più che triplicato le risorse destinate a CNPq,
Capes e al Fondo Nazionale per lo Sviluppo Scientifico e Tecnologico.
Sono passati da R$ 4 miliardi e 500 milioni nel 2002 a R$ 13 miliardi e 970
milioni nel 2015.
Con l'attuale governo, questi investimenti sono scesi a R$ 4 miliardi e 400
milioni, un valore inferiore a quello di 20 anni fa.
Difendere la sovranità del Brasile significa investire in infrastrutture in
grado di trasformare il Paese e la vita della sua gente, aumentare la
produttività dell'economia e creare le basi per il progresso e il futuro.
Ma l'attuale governo non si prende cura delle infrastrutture di cui questo
paese ha bisogno.
Importanti lavori in corso sono rimasti paralizzati. Cercano di
appropriarsi degli altri che hanno ricevuto praticamente completati.
È il caso della trasposizione del fiume São Francisco, un'opera sognata fin
dai tempi dell'impero, che abbiamo realizzato affinché 12 milioni di brasiliani
potessero finalmente avere l'acqua che sgorga dai loro rubinetti.
I nostri governi non solo hanno pianificato e concepito il recepimento, ma
hanno anche realizzato l'88% dei lavori. Ma cercano di ingannare la gente
dicendo che hanno costruito tutto.
Difendere la nostra sovranità è difendere l'Amazzonia dalla politica di
devastazione messa in atto dall'attuale governo.
Nei nostri governi, abbiamo ridotto dell'80% la deforestazione in
Amazzonia, contribuendo a ridurre le emissioni di gas serra che causano il
riscaldamento globale.
Ma la cura per l'ambiente va oltre la difesa dell'Amazzonia e di altri
biomi.
È necessario reinvestire nei servizi igienico-sanitari di base, come abbiamo
fatto nei nostri governi.
Mettere fine alle fognature a cielo aperto e occuparsi dello smaltimento
dei rifiuti e delle persone che vivono raccogliendo materiali riciclabili.
Prendersi cura dell'ambiente è soprattutto prendersi cura delle persone. È
ricercare la pacifica convivenza tra lo sviluppo economico e il rispetto della
flora, della fauna e dell'essere umano.
La transizione verso un nuovo modello di sviluppo sostenibile è una sfida
globale.
Anche in questo senso abbiamo molto da imparare dai popoli indigeni,
ancestrali guardiani dell'ambiente.
Difendere la nostra sovranità è garantire il possesso delle loro terre ai
popoli indigeni, che erano qui migliaia di anni prima dell'arrivo dei
portoghesi, e che hanno saputo prendersene cura meglio di chiunque altro.
E che ora stanno vedendo i loro territori invasi illegalmente da cercatori,
accaparratori di terre e taglialegna.
Il risultato di questo crimine continuo, che avviene con la connivenza
dell'attuale governo, va oltre la distruzione di foreste e fiumi.
Inoltre compromette la sopravvivenza fisica delle popolazioni indigene e
non risparmia nemmeno i bambini.
Ed è dovere dello Stato garantire la sicurezza e il benessere di tutti i
suoi cittadini, che meritano – e dovrebbero – essere trattati con rispetto.
Mai un governo come quello che c'è ha stimolato così tanto pregiudizio,
discriminazione e violenza.
Nessun paese sarà sovrano finché le donne continueranno ad essere uccise per
il fatto di essere donne.
Finché le persone continuano a essere picchiate e uccise a causa del loro
orientamento sessuale.
Finché lo sterminio della gioventù nera e il razzismo strutturale che
ferisce, uccide e nega diritti e opportunità non vengono combattuti
rigorosamente.
Amici miei. Siamo il terzo produttore alimentare mondiale. Siamo il più
grande produttore di proteine ??animali al mondo.
Produciamo cibo più che sufficiente per garantire cibo di qualità a tutti.
Tuttavia, la carestia è tornata nel nostro paese.
Non ci sarà sovranità mentre 116 milioni di brasiliani soffriranno di un
qualche tipo di insicurezza alimentare.
Mentre 19 milioni di uomini, donne e bambini vanno a letto affamati ogni
notte, non sapendo se avranno un pezzo di pane da mangiare il giorno dopo.
Non ci sarà sovranità mentre decine di milioni di lavoratori continueranno
a essere soggetti a disoccupazione, precarietà e scoraggiamento.
Siamo stati in grado di generare più di 20 milioni di posti di lavoro con
un contratto formale e tutti i diritti garantiti.
Mentre loro hanno distrutto i diritti del lavoro e generato più
disoccupazione.
È necessario portare avanti una legislazione che garantisca i diritti dei
lavoratori.
Ciò incoraggia la negoziazione su base civile ed equa tra datori di lavoro
e dipendenti.
Ciò contribuisce a creare posti di lavoro migliori e fa girare la ruota
dell'economia.
Non è possibile che il riadattamento della maggior parte delle categorie
professionali sia al di sotto dell'inflazione, contrariamente a quanto accaduto
nei nostri governi.
Non è possibile che il salario minimo continui a perdere potere d'acquisto
anno dopo anno. Nei nostri governi è salito del 74% al di sopra
dell'inflazione, aumentando i consumi e sostenendo l'economia.
Se i lavoratori non hanno soldi per poter comprare, gli imprenditori non
hanno nessuno a cui vendere. Questo porta a ciò a cui stiamo assistendo oggi:
la chiusura delle fabbriche a San Paolo, Bahia, la zona di libero scambio di
Manaus e in altre regioni, e le multinazionali che lasciano il Brasile.
Abbiamo anche bisogno di creare un ambiente fertile per
l'imprenditorialità, in modo che il talento e la creatività del popolo
brasiliano possano prosperare.
Questo Paese ha bisogno di creare nuovamente opportunità, in modo che le
persone possano vivere bene, migliorare la propria vita e realizzare i propri
sogni.
Oggi viviamo in una situazione desolata. Un Paese il cui desiderio
giovanile è quello di andare all'estero in cerca di opportunità non sarà mai
sovrano.
Dobbiamo reinvestire in un'istruzione di qualità, dall'asilo nido agli
studi post-dottorato.
Non ci sarà sovranità finché l'istruzione continuerà a essere trattata come
una spesa non necessaria e non come un investimento essenziale per fare del
Brasile un paese sviluppato e indipendente.
Nei nostri governi, abbiamo triplicato gli investimenti nell'istruzione,
che sono passati da 49 miliardi di BRL nel 2002 a 151 miliardi di BRL nel 2015.
Ma l'attuale governo ha ridotto gli investimenti ogni anno. Il risultato è
che il budget MEC per il 2022 è il più basso degli ultimi dieci anni.
Oltre all'istruzione, anche la salute è stata trattata con disprezzo
dall'attuale governo.
Oggi mancano investimenti, operatori sanitari e farmaci. Ci sono malattie e
decessi che avrebbero potuto essere evitati.
Se non fosse stato per la SUS e i coraggiosi operatori sanitari,
l'irresponsabilità dell'attuale governo in questa pandemia sarebbe costata
ancora più vite.
Uno dei più grandi vanti dei nostri governi è stato quello di prendersi
cura della salute del popolo brasiliano.
Abbiamo creato Samu, Farmácia Popular, l'UPA 24 ore su 24. Abbiamo creato
Mais Médicos e abbiamo portato gli operatori sanitari nelle periferie delle
grandi città e nelle regioni più remote del Brasile.
Abbiamo praticamente raddoppiato il budget sanitario, che è passato da BRL
64 miliardi e BRL 800 milioni nel 2003 a BRL 120 miliardi e BRL 400 milioni nel
2015.
Nessun paese sarà sovrano se il suo popolo non avrà accesso a salute,
istruzione, occupazione, sicurezza e cibo di qualità. Ma anche la cultura deve
essere trattata come una necessità fondamentale.
Non ci sarà sovranità finché l'attuale governo continuerà a trattare la
cultura e gli artisti come nemici da massacrare, e non come un generatore di
ricchezza per il Paese e uno dei più grandi beni del popolo brasiliano.
Abbiamo bisogno di musica, cinema, teatro, danza e arti visive. Abbiamo
bisogno di libri invece di armi.
L'arte riempie la nostra esistenza. È sia in grado di ritrarre e
reinventare la realtà. La vita così com'è e come potrebbe essere.
Senza arte la vita diventa più dura, perde uno dei suoi più grandi incanti.
Amici miei. Durante i nostri governi, abbiamo promosso una rivoluzione
democratica e pacifica in questo paese. Il Brasile è cresciuto, ed è cresciuto
per tutti.
Uniamo crescita economica e inclusione sociale. Il Brasile è diventato la
sesta economia più grande del pianeta e, allo stesso tempo, un riferimento
mondiale nella lotta alla povertà estrema e alla fame.
Non siamo più l'eterno paese del futuro, costruiamo il nostro futuro giorno
dopo giorno, in tempo reale.
Ma l'attuale governo ha fatto precipitare il Brasile al 12° posto nella
classifica delle maggiori economie. E anche la qualità della vita è calata
spaventosamente, e non solo per i più bisognosi.
Anche i lavoratori e la classe media sono stati duramente colpiti
dall'aumento incontrollato di benzina, cibo, piani sanitari e tasse
scolastiche, tra i tanti altri costi che continuano a salire.
Vivere è diventato molto più costoso.
Nel primo trimestre del 2022, il reddito familiare brasiliano è sceso al
livello più basso degli ultimi dieci anni. Il risultato è che il 77,7% delle
famiglie è indebitato.
E la cosa più triste è che la maggior parte di queste famiglie si indebita
non per pagare le vacanze con i figli, o la ristrutturazione della propria
casa, o l'acquisto di un nuovo televisore.
Si indebitano per mangiare.
In altre parole: il Brasile è tornato a un passato oscuro che avevamo
superato.
È per riportare il Brasile nel futuro, sulle strade della sovranità, dello
sviluppo, della giustizia e dell'inclusione sociale, della democrazia e del
rispetto dell'ambiente, che dobbiamo governare di nuovo questo Paese.
Il momento grave che sta attraversando il Paese, uno dei più gravi della
nostra storia, ci costringe a superare possibili differenze per costruire
insieme un percorso alternativo all'incompetenza e all'autoritarismo che ci
governano.
Non dimentico mai le parole del compianto Paulo Freire, il più grande
educatore brasiliano di tutti i tempi, uno dei principali riferimenti della
pedagogia mondiale, di cui celebriamo il centenario della nascita proprio nel
2022.
Il nostro caro Paulo Freire affermava:
“Bisogna unire i divergenti, per affrontare meglio gli antagonisti”.
Sì, vogliamo unire democratici di ogni origine e colore, delle più svariate
estrazioni politiche, di tutte le classi sociali e di tutti i credi religiosi.
Per affrontare e superare la minaccia totalitaria, l'odio, la violenza, la
discriminazione e l'esclusione che gravano sul nostro Paese.
Vogliamo costruire un movimento sempre più ampio di tutti i partiti,
organizzazioni e persone di buona volontà che vogliono che la pace e l'armonia
tornino nel nostro Paese.
Questo è il significato dell'unione di forze progressiste e democratiche
formata da PT, PCdoB, PV, PSB, PSOL, Rede e Solidariedade.
Tutti disposti a lavorare non solo per la vittoria del 2 ottobre, ma per la
ricostruzione e la trasformazione del Brasile.
Sono orgoglioso di poter contare sul mio collega Geraldo Alckmin in questo
nuovo viaggio.
Alckmin era governatore mentre io ero presidente. Siamo di partiti diversi,
siamo stati avversari, ma abbiamo anche lavorato insieme e mantenuto il dialogo
istituzionale e il rispetto della democrazia.
Avevo un leale avversario in Alckmin. E sono felice di averlo ora come
alleato, un compagno la cui lealtà, so, non verrà mai meno, né a me né al
Brasile.
Amici miei. Quando abbiamo governato il Paese, il dialogo era il nostro
segno distintivo.
Abbiamo creato importanti tavoli negoziali e consigli per la partecipazione
della società civile in tutti i ministeri.
Inoltre, abbiamo tenuto 74 conferenze a livello comunale, statale e
nazionale, con la partecipazione di milioni di persone, per discutere i temi
più diversi: salute, educazione, gioventù, uguaglianza razziale, diritti delle
donne, comunicazione e sicurezza pubblica, tra i tanti.
Da questa straordinaria partecipazione popolare sono nate diverse politiche
pubbliche che hanno cambiato il Brasile.
E ora dobbiamo cambiare di nuovo il Brasile.
Per questo, invece di promesse, presento l'immensa eredità dei nostri
governi. Abbiamo fatto molto, ma sono consapevole che molto di più è ancora
necessario e possibile.
Dobbiamo riportare il Brasile tra le maggiori economie del mondo.
Invertire il processo di de-industrializzazione accelerato del Paese.
Creare un ambiente di stabilità politica, economica e istituzionale che
incoraggi gli imprenditori a investire nuovamente in Brasile, con la garanzia
di un ritorno sicuro ed equo, per loro e per il Paese.
Sono stato vittima di una delle più grandi persecuzioni politiche e legali
nella storia di questo Paese, un fatto riconosciuto dalla Corte Suprema
brasiliana e dalle Nazioni Unite.
Ma non aspettatevi risentimento, dolore o vendetta da parte mia.
Primo, perché non sono nato per odiare, nemmeno quelli che mi odiano.
Ma anche perché il compito di restaurare la democrazia e ricostruire il
Brasile richiederà un impegno a tempo pieno da parte di ciascuno di noi.
Non abbiamo tempo da perdere a odiare nessuno.
Non faremo mai come il nostro avversario, che cerca di mascherare la sua
incompetenza litigando continuamente con tutti e mentendo sette volte al
giorno. La verità ti rende libero e il Brasile ha bisogno della pace per
progredire.
Amici miei. Il prossimo settembre, il Brasile compie 200 anni di
indipendenza. Ma poche volte nella storia la nostra indipendenza è stata così
minacciata.
Per fortuna festeggeremo il 7 settembre meno di un mese prima delle
elezioni del 2 ottobre, quando il Brasile avrà l'opportunità di riconquistare
la sua sovranità.
Quando il Brasile avrà l'opportunità di decidere quale Paese sarà per i
prossimi anni e per le prossime generazioni.
Il Brasile della democrazia o dell'autoritarismo? La verità o le sette
bugie raccontate al giorno? Di conoscenza e tolleranza o di oscurantismo e
violenza? Di educazione e cultura o di rivoltelle e fucili?
Un paese che rafforza e incoraggia la sua industria o ne osserva la
distruzione? L'esportatore di beni a valore aggiunto o l'eterno esportatore di
materie prime?
Il Paese del Welfare State o dello Stato minimo, che nega il minimo alla
maggioranza della popolazione?
Il paese che difende il suo ambiente, o quello che apre il cancello e
lascia scappare il bestiame?
Il Brasile che garantisce salute, istruzione e sicurezza a tutti i
brasiliani, o solo ai più ricchi chi se li possono permettere?
Non è mai stato così facile scegliere. Non è mai stato così necessario fare
la scelta giusta.
Ma va detto chiaramente: per uscire dalla crisi, crescere e svilupparsi, il
Brasile ha bisogno di tornare ad essere un Paese normale, nel senso più alto
del termine.
Non siamo la terra del selvaggio West, dove ognuno impone la propria legge.
No!
Abbiamo la legge più alta – la Costituzione – che governa la nostra
esistenza collettiva, e nessuno, assolutamente nessuno, è al di sopra di essa,
nessuno ha il diritto di ignorarla o sfidarla.
La normalità democratica è sancita dalla Costituzione. Stabilisce i diritti
e gli obblighi di ogni potere, di ogni istituzione, di ciascuno di noi.
È imperativo che tutti tornino ad occuparsi delle questioni di propria
competenza. Senza esorbitare, senza estrapolare, senza interferire con le
attribuzioni altrui.
Niente più minacce, niente più assurdi sospetti, niente più ricatti
verbali, niente più tensioni artificiali.
Il Paese ha bisogno di calma e tranquillità per lavorare e superare le
difficoltà attuali. E deciderà liberamente, nel momento in cui la legge
determina, chi deve governarlo.
Vogliamo governare per riportare in vita il modello di crescita economica
con inclusione sociale che ha fatto progredire il Brasile così velocemente e ha
portato 36 milioni di brasiliani fuori dalla povertà estrema.
Vogliamo tornare indietro affinché nessuno osi più sfidare la democrazia. E
che il fascismo torni nella fogna della storia, da dove non sarebbe mai dovuto
uscire.
Abbiamo un sogno. Siamo mossi dalla speranza. E non c'è forza più grande
della speranza di un popolo che sa di poter essere di nuovo felice.
La speranza di un popolo che sappia di poter di nuovo mangiare bene, avere
un buon lavoro, uno stipendio dignitoso e diritti del lavoro. Che possano
migliorare la propria vita e vedere i propri figli crescere sani fino al
raggiungimento dell'università.
Ci vuole più che governare: ci vuole cura. E ancora una volta ci prenderemo
grande cura del Brasile e del popolo brasiliano.
Più che un atto politico, questa è una chiamata. A uomini e donne di tutte
le generazioni, di tutte le classi sociali, di tutte le religioni, di tutte le
razze, di tutte le regioni del Paese. Per riconquistare la democrazia e
riconquistare la sovranità.