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venerdì 9 settembre 2016

Contro la satiriasi, leggere le avvertenze - Gian Marco Ibba



No, non sono dell’ISIS, non sono di destra, non sono ignorante, amo le vignette satiriche e il libero pensiero, sono tra quelli di Je suis ma no, quella era una vignetta fatta proprio di merda. Proverò a spiegare perché, ma non a mia madre, né a mia nonna. Proverò a spiegarlo a voi. Mettetevi comodi, non abbiate fretta…

1.      Cos’è la satira, cosa non è, cosa è in parte, cosa è per tre quarti etc. (Questione oziosa vero?).

Un primo chiarimento mi sembra doveroso, visto che allorquando qualcosa che si fa passare per satira non viene apprezzato si tira in ballo la sua legittimità (come se il problema fosse una questione di appartenenza al genere e non il contenuto specifico dell’opera di cui si parla.). 
Chiariamo subito allora che la satira non è un genere definito, ma per sua stessa natura molto trasversale, ondivago e indistinto, capace di permeare i generi letterari più diversi e in forme altrettanto diverse a seconda dell’autore che di volta in volta (anche a distanza di secoli) se n’è occupato. Perché prima di essere relegata ormai alle sole vignette umoristiche, la satira era praticata da intellettuali e letterati, alcuni dei quali di prim’ordine. Passando al setaccio le diverse contaminazioni e personalizzazioni che questa modalità di espressione ha attraversato nelle mani degli autori più diversi nel corso dei secoli, appaiono chiare alcune caratteristiche distintive di base, venendo meno le quali non si è più certi che si tratti di satira, ma di qualcos’altro (non meglio precisato). Tali caratteristiche in sostanza si possono riassumere in una volontà di critica sociale condotta per mezzo di uno stile ed un linguaggio colorito, beffardo e pungente, impiegando un umorismo a volte crasso e sgangherato oppure venato di ironia sottilissima. Questo ovviamente dipende dall’autore e dai contenuti che intende esprimere. Le tenui e leggere satire di Orazio sono affatto diverse da quelle arcigne di Persio, da quelle indignate di Giovenale o da quelle più pacate di Ariosto, dagli epigrammi feroci di Marziale o dai romanzi di Rabelais, ricchi di allegra e ostentata trivialità, da quelle velenose degli Illuministi fino alla fioritura dei giornali satirici a partire dall’ottocento, che contribuirono ad accelerare quella tendenza alla progressiva destabilizzazione del genere, già di per sé restio ad una codificazione fissa. La satira può essere fatta (ed è stata fatta) in mille modi, stili e toni diversi, a seconda dell’autore. Dunque chi sostiene che “se la satira non fa male allo stomaco non è vera satira” dice una sonora sciocchezza.
Ciò che pare un tratto comune è senz’altro (sempre con le dovute differenze di tono) il compiacimento nell’esporre al pubblico ludibrio il bersaglio di volta in volta designato (potere, costumi, religione o idiozia tout court), realizzando una sorta di vendetta riequilibratrice per la gioia del pubblico, o a dispetto del pubblico se il bersaglio, come capita, è lo stesso pubblico di cui si biasimano i vizi.
“Castigare ridendo mores”, insomma, secondo la nota definizione. Il riso dunque (o quantomeno il sorriso), che sia agro, a denti stretti, sguaiato o cristallino, è strutturalmente previsto dalla satira, che sceglie volutamente uno stile e una forma leggeri, umili, più facilmente fruibili dal pubblico. In questo è affine alla commedia, con cui condivide l’appartenenza ad un ambito non aulico, in cui è consentito sperimentare certe asprezze della lingua, ad esempio, e avvicinarla al parlato del mondo reale.
Comunque, che la satira faccia sempre ridere o meno, poco, pochino o nulla è davvero una questione piuttosto oziosa. Di sicuro possiamo dire che se la satira non fosse neanche un poco divertente non sarebbe tale e si parlerebbe di saggistica, filosofia, tragedia o altro genere considerato più serio ed elitario nella classificazione tradizionale. Nella vecchia distinzione tra i generi letterari che risale ad Aristotele, infatti, il riso è considerata pulsione di rango inferiore rispetto al pianto, ad esempio - appannaggio della tragedia - e riservato ad un dominio più popolare, umile, meno nobile.
Se la satira non diverte almeno un poco, non fa quantomeno a tratti sorridere (pur affrontando temi serissimi) non è satira, è altra cosa. Per quanto, anche qualora si dimostrasse, supponendo di essere improvvisamente ritornati al 1600, o comunque in tempi in cui ancora la letteratura o l’arte in generale erano disciplinate da regole formali piuttosto rigide e ingabbianti, che una tale opera che non fa per niente ridere, né sorridere di sicuro possa ascriversi a “satira”, l’essere catalogata come tale non la proteggerebbe comunque dalla critica, che è un diritto di chiunque in una società libera.
Perché, vedete, il fatto di rientrare tecnicamente nella categoria “satira” non è di per sé garanzia di protezione da niente. Il fatto di “fare satira” non preserva dall’eventualità di essere quantomeno considerati dei pessimi autori di satire, se non peggio. E questo ci porta al secondo punto.

2.      Si dà il caso che sia esistita e possa esistere anche della cattiva satira (ma dai?).

Questa affermazione - piuttosto banale secondo me - sembrerebbe invece cozzare contro una sorta di dogma inamovibile di difficile rimozione per l’opinion leading radical attuale, pronta ad ergersi meccanicamente a difesa del satirismo ad ogni costo con la stessa capacità di discernimento di un fungo che spunta dopo la pioggia. Eppure basterebbe davvero poco a scalzarlo via, questo stupido dogma. Basterebbe tirare in ballo la satira praticata tra otto e novecento, di matrice fascista e nazista, ad esempio. Anche quella apertamente razzista di stampo statunitense dello stesso periodo non scherzava. Nel senso che pestava duro.




         



Eh già… perché sono in molti a dimenticare che in epoca fascista e nazista la satira proliferava. Ovviamente era diversa da quella di oggi perché i suoi valori di riferimento erano diversi.
Quella era un’epoca (tra ottocento e novecento) in cui il razzismo nei confronti delle popolazioni extraeuropee, fomentato dal colonialismo, e l’antisemitismo, profondamente radicato in Europa e alimentato dal nazismo, erano pane quotidiano in Europa, e nessuno trovava strano che quella discriminazione fosse comunemente accettata. Non dico ovviamente che tutti ne fossero intimamente convinti, dico solo che almeno a livello epidermico, la società occidentale dell’epoca era quantomeno condiscendente rispetto ad essa, tollerante. Esattamente come la società romana antica lo era nei confronti dello schiavismo. Nessun poeta satirico romano, ad esempio, ha mai fatto satira sulla dipendenza dei Romani dagli schiavi, alludendo in qualche velato modo a quella colossale e macroscopica offesa alla dignità umana. Gli schiavi non erano uomini come gli altri, punto. L’orizzonte culturale era quello, e neppure la satira è stata capace di varcarlo, o appena scalfirlo.
Comunque, tornando a bomba, se si fosse nati tra la prima e la seconda guerra in Germania o in Italia, ad esempio, sarebbe stato facile imbattersi in vignette satiriche a sfondo razzista o antisemita, e persino in fumetti di quel tenore. Avremmo visto ebrei raffigurati in modo grottesco e caricaturale, orientali o neri rappresentati con fattezze mostruose o scimmiesche etc. Che fine ha fatto l’azione moralizzatrice della satira? Semplice: è stata fagocitata dal nuovo orizzonte di valori che ha avviluppato l’intera società. Gli ebrei venivano additati come responsabili di chissà quali colpe (tradimento della patria, usura etc…) e rappresentati come orrendi e grotteschi mostriciattoli con labbroni carnose e capelli crespi e nasi adunchi, che esasperavano alcuni tratti della loro tipicità etnica. 
Potrà sembrare strano ma quella era a tutti gli effetti satira. Satira, che fustigando i costumi per mezzo di uno stile dal linguaggio colorito, beffardo e pungente, con umorismo a volte crasso e sgangherato oppure venato di ironia sottilissima (secondo tutte le modalità previste dalla satira), era diretta contro una parte del corpo sociale che si presumeva minacciasse l’integrità della parte “sana”. Attraverso quelle vignette orribili il popolo tedesco biasimava quelli che percepiva come suoi vizi, in sostanza rappresentati e concentrati in quella minoranza etnica che intendeva rimuovere dal proprio interno per recuperare una sorta di ipotetica purezza minacciata. Era la satira nazista, pensata per un pubblico nazista.
Ad onor del vero bisognerebbe ricordare che non tutti gli autori “satirici” tedeschi concordavano con quella visione (uno per tutti: George Grosz, che nei suoi quadri dalle tinte accese prova a raffigurare la malattia morale che stava fatalmente corrompendo la Germania), ma in questa sede ci interessa riscontrare la possibilità storicamente realizzata di una satira biasimevole. Una satira che noi oggi non sopporteremmo (forse non proprio tutti, ahimè). Ne abbiamo riscontrato l’esistenza, e dunque la potenzialità.
Con questo cosa voglio dire? Non certo che quelli di Charlie Hebdo sono dei nazisti, ma certo che no, ci mancherebbe. Anche se vorrei comunque azzardare una provocazione: quando Charlie Hebdo se la prende contro i musulmani, ridicolizzando gli eccessi e le stranezze (a nostro avviso di occidentali) della loro religione, il più delle volte ricorrendo a sintesi grafiche offensive, deformanti, con chiari riferimenti agli organi sessuali evocati per esempio nel volto del profeta Maometto in cui facilmente si riconosce un pene con relativi testicoli (riprodotto sia dall’accoppiata occhi/naso, sia dal binomio turbante/volto), non fa qualcosa di molto diverso da quello che i vignettisti tedeschi facevano quando ridicolizzavano in modo pesante le fattezze e le eccentricità dei costumi e comportamenti degli Ebrei.



In fondo, si tratta di offendere gratuitamente una minoranza percepita come intimamente “diversa”, “strana”, e colpirla con sberleffi e offese esplicite. Fa ridere? Sicuramente non i musulmani. Così come le caratterizzazioni grottesche degli ebrei facevano ridere i tedeschi cattolici ma non i tedeschi ebrei.
La replica è ovviamente che in una società aperta io sono libero di sputare addosso a chi voglio (figurativamente parlando) e nessuno deve potermelo impedire. Tuttavia forse, dato che quella che ci si prospetta è una società sempre più globalizzata, ad alta mescolanza di culture e sensibilità diverse, forse la politica di sputare addosso a chi vogliamo soltanto perché possiamo farlo, ad occhio e croce non mi pare la migliore strategia di convivenza, a lungo termine.
Mi pare invece che, fermo restando il rispetto doveroso per il sistema giuridico del paese ospitante per chiunque decida di emigrare, forse sarebbe più saggio da parte nostra limitare gli eccessi e la “protervia” della nostra differenza culturale, magari cercando di mettere in comune il maggior numero di cose che possono essere più facilmente condivise e favorire un avvicinamento, piuttosto che alimentare conflitti. Questo mi pare più saggio.
Dunque, ricapitolando, il fatto che qualcuno produca una vignetta cosiddetta “satirica” non conferisce automaticamente una patente di impermeabilità a qualsiasi critica.
La bontà della satira dipende dalla bontà dei contenuti che il suo autore ci vuole mettere dentro, e dall’orizzonte di valori di riferimento di questo autore.
Sempre fermo restando che in una società laica e aperta ognuno è libero di manifestare le sue idee e le sue proposte di “satira”, se ne ha (precisazione mai abbastanza ridondante quando ti permetti di muovere qualche pallida critica al pensiero unico dell’attuale opinion leading radical),
mi sento di rivendicare il mio diritto di cittadino dotato di libero pensiero a valutare di volta in volta se un qualsiasi prodotto dell’ingegno umano che abbia connotazioni espressivo/letterarie/artistiche etc., pensato per un pubblico, possa piacermi o meno. Se mi sia utile o meno. Tutto questo, possibilmente senza dover subire alcun biasimo sociale.

3. Ma anche nell’ambito dell’orizzonte di valori a cui aderisco, una vignetta satirica può essere “sbagliata”?

Certo che sì. Ovviamente. Una volta ammesso che una vignetta possa essere discutibile sul piano dell’orizzonte culturale di valori a cui si riferisce, la si può analizzare anche soltanto sul piano della sua struttura all’interno dello stesso modello valoriale di riferimento e decidere se è efficace oppure no, giusta o “sbagliata”. Basta intendersi su cosa significa “sbagliata”. 
Analizzando quella che si può definire come “intentio operis”, per usare una definizione di Eco, possiamo, con un ragionevole margine di approssimazione, dedurre quale sia il messaggio che l’opera sembrerebbe veicolare. Ovvero quello che il lettore ideale (presupposto da qualunque autore) dovrebbe poter recepire per mezzo della fruizione del dato “oggetto artistico”. Sulla base di questa analisi l’opera ci restituisce, o ci guida, verso il significato più plausibile in essa contenuto, o meglio che la sua struttura contiene in base alla disposizione scelta degli elementi del codice impiegato. Tale disposizione, in quanto preferita ai miliardi di altre scelte possibili, dovrebbe poterci guidare verso un significato (o quantomeno ad un ventaglio ristretto), piuttosto che a miliardi di significati possibili.
Ecco che dunque non sono possibili infinite interpretazioni dello stesso quadro, film o vignetta satirica. Interpretazioni da non confondersi ovviamente con le sensazioni provate, diverse per ciascuno di noi in quanto lo stimolo esterno che ci viene dall’opera interagisce con un sostrato personale di esperienza e di cultura diverso per ognuno. Però se si parla di interpretazione, occorre rimanere un po’ più vincolati all’oggetto artistico e alla sua struttura, impedendo al nostro ego ballerino di sfarfallare troppo con le libere associazioni.
Ora cercheremo di analizzare la vignetta galeotta sul terremoto che ha fatto scaturire tutta questa riflessione:




L’analisi è molto semplice quando si tratta di vignette, data l’esiguità del numero di elementi grafico linguistici impiegati e all’immediatezza della sintesi espressiva. Nell’immagine possiamo notare due italiani, identificati principalmente dal titolo che parla di “sisma all’italiana”, e dunque ci fa presupporre che quelle due brutte persone, ovvero un uomo baffuto e una donna con occhi gonfi, mammelle mosce e rotolini di grasso addominale (forse alludenti alla passione per il cibo), affiancati da un cumulo di macerie con in mezzo persone schiacciate, siano italiani. La dicitura “penne al sugo, penne gratinate e lasagne” sormonta i tre elementi grafici presenti. 
Abbiamo quindi sotto gli occhi tre concetti espressi, e abbastanza rigidamente (quasi didascalicamente) affiancati: il concetto di terremoto, il concetto di italiani colpiti dal terremoto e il concetto di pasta. Punto. Non abbiamo altro, in mano.
Cosa ci è concesso interpretare sulla base di questi elementi che l’opera “satirica” ci presenta? Presumibilmente, una qualche vaga relazione che dovrebbe sussistere tra terremoto, pasta e italiani, altrimenti perché giustapporli?
Dunque gli italiani, che amano evidentemente tanto la pasta, sono anche dei terremotati. Non ci sono concatenazioni causali espresse in questa vignetta. C’è solo la giustapposizione di “italiani spaghetti” e “terremoto”. Dunque che cosa dovrei pensare io di tutto questo? Forse che gli italiani si meritano il terremoto perché amano troppo la pasta? O forse che se la amassero di meno e si dedicassero di più alla ristrutturazioni sarebbe meglio? Troppo sottile, siamo già alla sovra interpretazione. La vignetta non ci consente questo aggancio. Tutto si ferma al luogo comune “italiani spaghetti e terremoto”. Sono autorizzato a interpretare: italiani mangia spaghetti e terremotati. Lo stesso concetto che potremmo recepire in un banale coretto da stadio. Ulteriori sensi di cui vorremmo caricare l’immagine (cattiva gestione, mafia etc.) sono inferenze, ovvero il lettore “sovraintrepreta” quello che testo più immagine di per sé non consentono di leggere, che strutturalmente non contengono. 
Poi io, che proprio scemo scemo non sono, presumo che in realtà nel cervellino dell’autore ci sia stata la volontà di esprimere il più articolato messaggio “la colpa del terremoto è della incuria con cui gli italiani gestiscono la cosa pubblica, lasciando che mafia e camorra con gli appalti a basso costo gestiscano l’edilizia”. Questo messaggio, peraltro condivisibilissimo, resta però confinato nel cervelletto dell’autore, non è presente nell’immagine, né nel testo. A meno che non ci convinciamo che tutto questo popò di roba sia contenuta in nuce nel concetto di “italiani spaghetti”. 
Ma io non voglio farmi trascinare in questa diminuzione, in questo abbrutimento concettuale per cui basta evocare lo stereotipo di “italiani spaghetti” e immancabilmente dovrebbe scaturire il concetto di “mafia” e di “appalti a basso costo”.
Mi rifiuto di sottostare a questo gioco al ribasso, così come nessun ebreo dovrebbe riconoscersi nell’immagine di un usuraio, un tedesco in un piatto di crauti o nella svastica, o un francese davanti all’immagine di una lumaca o di uno spocchioso e superbo imbecille. 
Non so se sono stato abbastanza chiaro, ma sottostare all’indotto di questi sottocodici visivi o verbali ci riporta nuovamente all’epoca fascista o nazista, in cui bastava mettere un turbante a una scimmia e avevi il concetto di etiope o di libico. 
Che io abbia ragione, e cioè che quella vignetta fosse sbagliata, “mal concepita”, è dimostrato dal fatto che poco tempo dopo essere stati ricoperti di fischi in modo veemente dal fronte italiano, gli autori di Charlie si sono resi conto che forse quella vignetta aveva bisogno di un correttivo per agevolarne meglio la comprensione.





Dunque hanno realizzato una seconda vignetta, in cui il concetto “la colpa del terremoto è della incuria con cui gli italiani gestiscono la cosa pubblica, lasciando che mafia e camorra con gli appalti a basso costo gestiscano l’edilizia” è finalmente stato espresso in modo chiaro. Ma ormai il danno era fatto.
Arrivederci, e buona interpretazione a tutti!

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da qui

venerdì 23 gennaio 2015

I fondamentalisti e gli Ultimi Uomini - Slavoj Zizek

Ora, mentre siamo tutti sotto choc dopo la furia omicida negli uffici di Charlie Hebdo, è il momento giusto per trovare il coraggio di pensare. Dovremmo, com’è ovvio, condannare senza ambiguità gli omicidi come un attacco alla sostanza stessa delle nostre libertà e farlo senza riserve nascoste (del tipo «comunque Charlie Hebdo provocava e umiliava troppo i Musulmani»). Ma questo pathos di solidarietà universale non è abbastanza. Dobbiamo pensare più a fondo.
Pensare più a fondo non ha nulla a che fare con la relativizzazione a buon mercato del crimine (il mantra «chi siamo noi occidentali, perpetratori di massacri terribili nel Terzo Mondo, per condannare atti simili»). Ha ancora meno a che fare con la paura patologica di molta sinistra liberal occidentale: rendersi colpevole di islamofobia. Per questa falsa sinistra ogni critica versol’Islam è espressione di islamofobia occidentale: Salman Rushdie fu accusato di aver provocato inutilmente i Musulmani e quindi di essere responsabile, almeno in parte, della fatwa che lo ha condannato a morte, eccetera. Il risultato di una simile posizione è quello che ci può aspettare in questi casi: più la sinistra liberal occidentale esprime la propria colpevolezza, più viene accusata dai fondamentalisti di ipocrisia che nasconde odio per l’Islam. Questa costellazione riproduce perfettamente il paradosso del Super-io: più obbedisci a ciò che l’Altro ti chiede, più sei colpevole. Più tolleri l’Islam, più la pressione su di te è destinata a crescere.
Ecco perché trovo insufficienti i richiami alla moderazione sulla falsariga dell’appello di Simon Jenkins («The Guardian», 7 gennaio), secondo il quale il nostro compito è quello di «non reagire eccessivamente, di non pubblicizzare eccessivamente le conseguenze dell’accaduto. È invece quello di trattare ogni evento come un episodio di orrore passeggero». L’attacco a Charlie Hebdo non è stato un mero «episodio di orrore passeggero»: seguiva un preciso piano religioso e politico e, come tale, era parte di uno schema molto più ampio. Certo: non dobbiamo reagire eccessivamente se per questo si intende soccombere a una cieca islamofobia – dovremmo però analizzare questo piano in modo spregiudicato.
Non abbiamo bisogno di demonizzare i terroristi trasformandoli in fanatici eroi suicidi, ma di sfatare questo mito demoniaco. Molto tempo fa, Friedrich Nietzsche comprese che la cultura occidentale stava andando verso l’Ultimo Uomo, una creatura apatica senza grandi passioni o impegni. Incapace di sognare e stanco della vita, l’Ultimo Uomo non prende rischi; cerca solo comfort e sicurezza, tolleranza verso gli altri: «Un piccolo veleno di tanto in tanto: è quello che ci vuole per fare sogni piacevoli. E più veleno alla fine, per una morte piacevole. Hanno i loro piccoli piaceri diurni e i loro piccoli piaceri notturni, ma hanno riguardo per la propria salute. ‘Abbiamo scoperto la felicità’ – dicono gli Ultimi Uomini, e strizzano l’occhio». Può in effetti sembrare che lo iato tra il Primo Mondo permissivo e la reazione fondamentalista corra sempre di più lungo la linea divisoria fra chi conduce una vita lunga, soddisfacente e piena di ricchezza materiale e culturale, e chi invece dedica la propria esistenza a una qualche Causa trascendente. Non è forse questa l’antitesi fra ciò che Nietzsche chiama nichilismo «passivo» e «attivo»? Noi in Occidente siamo gli Ultimi Uomini nietzschiani, immersi in stupidi piaceri quotidiani, mentre i musulmani radicali sono pronti a rischiare tutto, impegnati nella lotta fino all’autodistruzione. La seconda venuta di William Butler Yeats sembra rendere a pieno la nostra situazione attuale: «I migliori sono privi di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di appassionata intensità». È un’eccellente descrizione della frattura tra i liberali anemici e i fondamentalisti appassionati: “i migliori” non hanno più la capacità di impegnarsi interamente; “i peggiori” si impegnano in un fanatismo razzista, religioso, sessista.
Ma i terroristi fondamentalisti corrispondono veramente a questa descrizione? Ciò di cui sono privi è un tratto che si ritrova facilmente in tutti i fondamentalisti veri, dai buddisti tibetani agli Amish americani: l’assenza di risentimento e invidia, la profonda indifferenza verso lo stile di vita dei non-credenti. Se i cosiddetti fondamentalisti di oggi davvero credessero di aver trovato la loro via per la Verità, perché dovrebbero sentirsi minacciati dai non-credenti, perché dovrebbero invidiarli? Quando un buddista incontra un edonista occidentale, a malapena lo condanna: si limita a notare con benevolenza che la ricerca di felicità dell’edonista si sconfigge da sola. A differenza dei veri fondamentalisti, i terroristi pseudo-fondamentalisti sono profondamente turbati, intrigati, affascinati dalla vita peccaminosa dei non-credenti. È facile intuire che, combattendo l’altro peccaminoso, combattano in realtà la loro stessa tentazione.
È qui che la diagnosi di Yeats non è all’altezza della situazione attuale: l’intensità passionale dei terroristi testimonia una mancanza di vera convinzione. Quanto dev’essere fragile la fede di un musulmano se si sente minacciata da una stupida caricatura in un settimanale di satira? Il terrore fondamentalista non si fonda sulla certezza della propria superiorità e sul desiderio di salvaguardare l’identità religiosa e culturale dall’assalto della civiltà consumistica globale. Il problema dei fondamentalisti non è che noi li consideriamo inferiori, ma che loro stessi si sentono segretamente tali. Ecco perché le nostre rassicurazioni condiscendenti e politicamente corrette li rendono solo più furiosi, e nutrono il loro risentimento. Il problema non è la differenza culturale (il loro sforzo di preservare la propria identità), ma praticamente l’opposto: i fondamentalisti sono già come noi; segretamente hanno già introiettato i nostri parametri, alla luce dei quali misurano se stessi.
Paradossalmente, quello che manca ai fondamentalisti è proprio una dose di vera convinzione ‘razzista’: la certezza della propria superiorità. Le recenti vicissitudini del fondamentalismo islamico confermano la vecchia intuizione di Benjamin per cui «ogni ascesa del fascismo reca testimonianza di una rivoluzione fallita»: l’ascesa del fascismo rappresenta il fallimento della sinistra, ma al tempo stesso è la prova che c’era un potenziale rivoluzionario, il malcontento, che la sinistra non è stata capace di mobilitare. La stessa cosa vale per il cosiddetto ‘fascismo islamico’ di oggi? L’ascesa dell’islamismo radicale non è il correlativo esatto della scomparsa della sinistra laica nei paesi musulmani? Quando, nella primavera del 2009, i Talebani conquistarono la valle dello Swat in Pakistan, il «New York Times» scrisse che avevano organizzato «una rivolta di classe che sfrutta divisioni profonde fra un piccolo gruppo di latifondisti ricchi e i loro affittuari senza terra». Se, «approfittando delle condizioni difficili dei contadini», i Talebani stavano «sollevando l’allarme sulle condizioni sociali del Pakistan, che rimane largamente feudale», che cosa impedisce ai democratici liberal in Pakistan, così come negli Stati Uniti, di approfittare allo stesso modo di questa situazione e provare ad aiutare i contadini senza terra? La triste conseguenza di tutto questo è che le forze feudali in Pakistan sono le «alleate naturali» della democrazia liberale…
Che dire dei valori fondamentali del liberalismo: la libertà, l’uguaglianza, eccetera? Il paradosso è che il liberalismo stesso non è abbastanza forte per proteggerli dall’attacco fondamentalista. Il fondamentalismo è una reazione (una reazione falsa, mistificante, com’è ovvio) a un difetto vero del liberalismo, e per questo viene generato di continuo dal liberalismo. Lasciato a se stesso, il liberalismo si indebolirà lentamente da solo: la sola cosa che può salvare i suoi valori fondamentali è una sinistra rinnovata. Per far sopravvivere la sua eredità-chiave, il liberalismo ha bisogno dell’aiuto fraterno della sinistra radicale. È questo l’unico modo per sconfiggere il fondamentalismo, per togliergli il terreno da sotto i piedi.
Pensare in risposta agli assassinii di Parigi significa abbandonare la soddisfazione autocompiaciuta del permissivismo liberale e accettare che il conflitto fra il permissivismo liberale e il fondamentalismo è, in ultima analisi, un falso conflitto – un circolo vizioso fra due poli che si generano e si presuppongono l’uno con l’altro. Ciò che Max Horkheimer disse del fascismo e del capitalismo negli anni Trenta – quelli che non vogliono parlare in modo critico del capitalismo dovrebbero tacere anche sul fascismo – dovrebbe essere applicato anche al fondamentalismo di oggi: quelli che non vogliono parlare in modo critico della democrazia liberale dovrebbero tacere anche sul fondamentalismo religioso.
da qui

domenica 18 gennaio 2015

Sbatti il mostro in prima pagina - Fabio Troncarelli

Lo sapevate chi è che ha girato il video sul povero poliziotto Amhed Merabet, assassinato per strada
dopo l’attentato a «Charlie Hebdo»? Si chiama Jordi Sabater Mir. E’ un ingegnere informatico (con tanto di PH. D.) la cui specializzazione è lo studio dei meccanismi di consenso, l’analisi di quello che la gente immagina di sapere, la manipolazione di massa, la credulità collettiva. Jordi l’esperto in manipolazione, è autore di saggi illuminanti sul significato della sua professione, come quello scritto insieme a M. Paolucci che si chiama: «On representation and aggregation of social evaluations in computational trust and reputation models» – è in «International Journal of Approximate Reasoning» (2007) – dove discetta a lungo e con intelligenza su quella che chiama la “Third-party information”, l’informazione maggiormente «sensibile alla distorsione», che non si basa sulla reale percezione dei fatti, ma sulla fiducia ingenua delle masse nei confronti di tutte le informazioni spacciate per vere che provengono da un presunto TESTIMONE DIRETTO. In particolare nel testo si sottolinea che la fiducia collettiva o meglio la credulità collettiva verso una testimonianza di prima mano, spacciata per diretta osservazione dei fatti, viene addirittura rafforzata se nella testimonianza ci sono avvedute e intelligenti incongruenze, errori, approssimazioni, bizzarrie: infatti queste anomalie, se sono opportunamente miscelate, fanno sembrare più vero del vero il falso. E’ questo l’effetto a cui mira la pubblicità quando fa parlare il “testimonial” con un vistoso accento o in dialetto perché sembri veramente un uomo della strada. E’ questo l’effetto che ottiene il papa polacco, che sbaglia l’italiano e poi dice «Si sbaglio corrigime». Invece di provocare diffidenza nello spettatore, questi errori voluti attirano la sua inconscia simpatia e gli fanno pensare che lo spettacolo a cui assiste deve essere proprio vero, perché se fosse falso tutto sarebbe tirato a lucido e non ci sarebbero errori; invece se ci sono errori allora vuol dire che tutto è spontaneo e non artefatto.
Bene: a questo esperto di manipolazioni capita PER CASO di essere proprio il TESTIMONE DIRETTO di un evento in cui ci sono, guarda caso, errori e aberrazioni, ma che sembra più vero del vero. Un evento che farebbe vincere il Premio Pulitzer a qualunque reporter: gli ammazzano il poliziotto proprio lì, sotto casa sua, davanti alla sua finestra, due terroristi che sembrano fichissimi, ma che poi commettono errori e ingenuità da veri coglioni, perché si perdono una scarpa mentre uccidono e sbagliano il coordinamento fra di loro, incrociandosi e quasi urtandosi, mentre dovrebbero camminare in parallelo, come insegnano tutti i manuali di guerra e guerriglia.
Il punto importante di questo video a dir poco problematico, se non sospetto (non voglio entrare in quest’argomento, perché mi porterebbe lontano) è il fatto stesso che il video esista e risponda così bene alle regole della “manipolazione assistita”: non è singolare che l’autore del video stia proprio lì, in finestra, in quel momento, con il telefonino acceso in mano e che tutto si svolga comodamente davanti a casa sua? CHE FORTUNA INSPERATA! CHE COINCIDENZA INCREDIBILE!
Per capire la straordinaria fortuna che gli capita dobbiamo ricordare che:
- La casa di Mir è a duecento metri dalla redazione di «Charlie Hebdo» sul Boulevard Richard Lenoir e da lì non si vede nulla di quello che è successo (al punto che Jordi dice di aver pensato che c’era una rapina da qualche parte perché sentiva da lontano una sparatoria)
- La redazione di «Charlie Hebdo» sta in una vietta laterale, rue Nicholas Appert, in mezzo a tanti casermoni anonimi. Gli spari rimbombano tra i casermoni come l’eco nelle montagne e si perdono nell’aria, ma se stai sul Boulvard non si sa bene da dove vengono e arrivano comunque attutiti, molto difficili da interpretare (cosa confermata da Jordi stesso)
§  In ogni caso i terroristi arrivano sul Boulvard Richard Lenoir parecchio tempo dopo l’inizio della strage. La sparatoria nella redazione avviene alle 11,30 del 7 gennaio; poi, se sono attendibili le due videoregistrazioni con il telefonino che ci hanno mostrato, i due terroristi scendono in strada calmi e tranquilli e sparano a qualcuno in una strada laterale per almeno cinque minuti, poi sempre calmi e tranquilli vanno alla loro macchina, si fermano e caricano gli AK 47, gridano almeno tre volte «Abbiamo vendicato il profeta» e «Abbiamo ucciso Charlie Hebdo» e passano altri tre minuti, montano in macchina e incontrano una volante in una viuzza laterale, scendono, sparano, risalgono e lentamente (guardate le luci di posizione accese) superano la volante ferma e inspiegabilmente immobile (i poliziotti NON RISPONDONO AL FUOCO COME HANNO SOSTENUTO FALSAMENTE ALCUNI GIORNALI) e svoltano lentamente su Boulevard Richard Lenoir, percorrono almeno 600 metri, poi voltano e tornano indietro in direzione opposta fino a trovare FINALMENTE il poliziotto che cammina… dopo almeno 15-20 minuti dall’inizio della sparatoria.
§  CONTRARIAMENTE A QUELLO CHE HANNO DETTO ALCUNI GIORNALI, come «le Figaro» e anche «Libération», il poliziotto Amhed NON HASPARATO E NON HA LA PISTOLA IN MANO, come si vede nel video di Jordi, per cui non si capisce perchè i terroristi in fuga che non dovrebbero perdere tempo invece si fermino e gli sparino. In ogni caso E’ IMPOSSIBILE PER UN OSSERVATORE PREVEDERE DA PRIMA CHE GLI SPARERANNO. Invece Jordi lo prevede! Che genio! E che colpo di fortuna! Può succedere solo a un genio della foto, uno che è più fico di Robert Capa e di Henri Cartier Bresson, uno che passa le giornate in finestra in santa pace, almeno venti minuti al giorno, a godersi il freddo dell’inverno, come a Parigi fanno tutti a gennaio, con il telefonino acceso e la funzione foto sempre pronta ad aspettare qualche evento che DEVE ACCADERE PRIMA O POI.
Jordi dice di avere sentito spari confusi. Quindici-venti minuti prima. Ma che sono per lui 15 o 20 minuti ? Del resto lui è fatto cosí: pure se sente un mortaretto o il rumore del tubo di uno scappamento, lui si blocca subito, resta immobile con i nervi tesi e punta il telefonino contro il vento.
Come dicevo, passato un po’ di tempo dalla sparatoria arriva sul Boulevard una macchina qualsiasi e Jordi non sa che è la macchina dei terroristi, perché nessuno l’ha segnalata ancora. Ma lui, quando vede una macchina qualunque, che se ne va per conto suo, di solito la tiene d’occhio. E la sua preveggenza viene premiata. La macchina si ferma e spuntano fuori due incappucciati, con l’arma in basso E LUI, PRIMA ANCORA CHE LO PUNTINO VERSO QUALCUNO, GIA’ SI SCATENA CON LA FOTOCAMERA PRONTA DA VENTI MINUTI! CHE FORTUNA AVERE CAPITO (GRAZIE A INTUIZIONE SOPRANNATURALE) CHE ERA PROPRIO LA MACCHINA DEI TERRORISTI E CHE LORO AVREBBERO SPARATO A UN POLIZIOTTO CHE CAMMINAVA PLACIDAMENTE E NON AVEVA LA PISTOLA IN MANO! E CHE FORTUNA VIDEOREGISTRARE TUTTO DAL PRIMO ISTANTE.
E fosse finita qui. La vera “comica” – nella tragedia – comincia dopo. Lascio la parola allo stesso Jordi Mir: «Ero da solo nel mio appartamento. Avrei dovuto contattare qualcuno. Invece ho pubblicato il video su Facebook: ecco il mio errore». Un errore al quale Mir avrebbe tentato di rimediare, cancellando il filmato. Ma ormai era troppo tardi: il post era rimasto online meno di 15 minuti, quel tanto che era bastato affinché altri lo vedessero. Scaricato e condiviso dagli utenti su Youtube, il video è stato subito ripreso dai media. Tanto che proprio quando Jordi Mir credeva di averlo ormai eliminato dalla sua pagina, se lo è ritrovato davanti agli occhi, in televisione… Dopo lo shock, Mir ha avuto modo di riflettere su quanto accaduto e sul suo comportamento. «Scatto una foto – a esempio di un gattino – e la metto su Facebook. Ho avuto lo stesso stupido riflesso. Mi dispiace tanto. Se potessi tornare indietro, non caricherei il video sul social network… Su Facebook nulla rimane riservato». [«The Huffington Post», 11 gennaio 2015].
Povero Jordi! Lui che sa come si manipola l’opinione pubblica, quando arriva davanti a Facebook casca dalle nuvole. Scopre che non ci si può fidare di questo mezzo semisconosciuto e misterioso, roba da regazzini che fanno il selfie, non da esperti di manipolazione di massa. Poverino! E’ cosi’ abituato a postare “gattini” che ha subito postato “Assassini” (che fa rima con “gattini”) e magari è rimasto ansioso a controllare se qualcuno metteva subito “Mi piace” e c’ha pure sformato perche’ nessuno se lo filava. Di avvisare la polizia non se ne parla, ma quanto a postare su Facebook… E’ una vera compulsione, un disturbo del comportamento, una coazione come la sex-addiction o l’alcolismo! Si chiama (immagino io) “gattolessia” ed è come la “dislessia”, perchè chi ce l’ha non distingue gatti da assassini, come i dislessici non distinguono le lettere fra loro.
Cari amici che fate tanto i fighetti e schernite chi ragiona e gli dite subito «A fregnone! Ma che davero pure te credi ar gombloddo?», se non vi bastano Pinelli che imita Icaro e decide di volare da solo dalla finestra, la pallottola “magica” di Carlo Giuliani (che colpisce il meteorite e si infila nell’occhio del povero Carlo), l’incidente del Golfo del Tonkino, Ustica, le “terribili” armi di distruzione di Saddam Hussein, Biancaneve, La Bella addormentata e Pelle d’Asino con tutte le altre bufale che le narrazioni del Potere ci hanno raccontato nel corso dei tempi, beh almeno meditate sull’aurea sentenza di Lincoln: «Potrete ingannare tutti per un po’. Potrete ingannare qualcuno per sempre. Ma non potrete ingannare tutti per sempre». Ci possiamo fidare di Lincoln, no? Lincoln non era uno che credeva ai “gomblotti”. Chi lo fa in genere campa più a lungo.
Au revoir. Je suis Catherine Deneuve.

venerdì 16 gennaio 2015

Je suis Charlie Coulibaly

si può dire tutto, libertà, libertà, siamo tutti Charlie, perché non possiamo essere anche tutti Dieudonné, c'è qualcosa che non torna, vero? - franz


La satira politicamente scorretta di Dieudonné ha nuovamente colpito l’opinione pubblica francese coinvolgendo, come spesso accade, ministri e istituzioni. Dopo la marcia di domenica sera a Parigi alla quale l’umorista ha partecipato, sulla sua pagina ufficiale di Facebook è comparso un post “Je suis Charlie Coulibaly”, saldando il nome della rivista satirica colpita dall’attentato del 7 gennaio scorso a quello del terrorista Amedy Coulibaly autore del sequestro nel supermarket ebraico e morto egli stesso al termine dell’azione. Alle polemiche tra gli utenti, divisi tra strenui difensori di e indignati, ha fatto seguito l’intervento del ministro dell’interno Cazaneuve. In una nota diffusa lunedì si legge: “le dichiarazioni abbiette di M. Dieudonné sulla propria pagina Facebook testimoniano irresponsabilità, sono irrispettose e dimostrano una propensione a suscitare l’odio e la divisione semplicemente insopportabili.” Immediato l’eco del primo ministro Manuel Valls che ha ribadito le accuse di antisemitismo, razzismo e apologia di terrorismo, anticipando interventi duri non solo contro il terrorismo ma anche contro le “parole di odio”.
La replica di Dieudonnè è come sempre affidata al web e ad una lettera che pubblichiamo di seguito in italiano, rivolta al ministro degli interni, in cui accusa le istituzioni francesi di trattarlo come un criminale. Da più di un anno infatti molte sono state le censure e i boicottaggi subite dall’inventore della “Quenelle”, ai quali si sono aggiunti controlli fiscali, perquisizioni e inchieste.
Eppure Dieudonné voleva solo far ridere, proprio come Charlie Hebdo.
Alessandro Catalano

Versione italiana
Il famoso comico Dieudonné risponde al Ministro del Interno Bernard Cazeneuve:

Ieri, eravamo tutti Charlie. Stavamo camminando tutti in piedi per le nostre libertà. In modo da potere continuare a ridere di tutto. 
Tutti i rappresentanti dello stato, lei compreso, stavano camminando insieme nella stessa direzione.
Però quando sono tornato a casa, mi sono sentito molto solo.
Da un anno, lo stato mi ha preso come bersaglio, e cerca di eliminarmi in ogni modo.
Linciaggio mediatico, interdizione dei miei spettacoli, verifiche fiscali, ufficiale giudiziario, perquisizioni, accuse… Più di ottanta procedure giudiziarie si sono abbattute su di me e sulla mia famiglia.
E lo stato continua a rovinarmi la vita. Ottanta procedure giudiziarie.
Da un anno, mi state trattando come se fossi il nemico pubblico numero uno, mentre io provo solo a fare ridere la gente, e farle ridere della morte, dato che la morte ride di noi, come lo sa Charlie, purtroppo.
Anche se da diverse settimane ho proposto la pace più volte e sotto la vostra autorità, rimango però senza risposta da parte vostra.
Però appena mi esprimo, non cercate di capirmi, non volete ascoltarmi. State solo cercando scuse per censurarmi. Mi state considerando come se fossi Amedy Coulibaly, invece io non sono per niente diverso da Charlie.
Si potrebbe pensare che le mie parole, a voi non interessino, salvo per male interpretarle, con cattiva fede, per indignarvi meglio.
Signor Ministro, siccome sembra che adesso lei mi stia ascoltando, le ricordo che:
Io propongo la pace.
Dieudonné M’bala M’bala

Il comico franco-africano Dieudonne` e` gia` stato condannato due volte per anti-semitismo e adesso e` stato arrestato e successivamente rilasciato in attesa di un nuovo processo per avere detto Je suis Charlie Coulibaly, il che gli e` costato un’accusa di apologia del terrorismo.
Sottovoce dico che quella battuta la trovo molto intelligente, forse troppo, ma puo` essere davvero considerata un’incitamento al terrorismo salvo che da degli imbecilli?
Tra questi sembra che si debba mettere anche il direttore di Le Monde, che ha aperto una campagna contro di lui, dicendo che eccita all’odio.
Ma io penso che Dieudonne` non sia molto diverso dalla redazione di Charlie Hebdo.
Il suo unico difetto e` di essere ancora vivo (a non voler pensar male della sua pelle scura)…

Siamo i genitori dei tre assassini

«Noi siamo Charlie. Ma siamo anche i genitori dei tre assassini»

Siamo professori di Seine-Saint-Denis. Intellettuali, scienziati, adulti, libertari, abbiamo imparato a fare a meno di Dio e a detestare il potere e il suo godimento perverso. Non abbiamo altro maestro all’infuori del sapere. Questo discorso ci rassicura, a causa della sua ipotetica coerenza razionale, e il nostro status sociale lo legittima. Quelli di Charlie Hebdo ci facevano ridere; condividevamo i loro valori. In questo, l’attentato ci colpisce. Anche se alcuni di noi non hanno mai avuto il coraggio di tanta insolenza, noi siamo feriti. Noi siamo Charlie per questo.
Ma facciamo lo sforzo di un cambio di punto di vista, e proviamo a guardarci come ci guardano i nostri studenti. Siamo ben vestiti, ben curati, indossiamo scarpe comode, o molto ovviamente al di là di quelle contingenze materiali che fanno sì che noi non sbaviamo sugli oggetti di consumo che fanno sognare i nostri studenti: se non li possediamo è forse anche perché avremmo i mezzi per possederli. Andiamo in vacanza, viviamo in mezzo ai libri, frequentiamo persone cortesi e raffinate, eleganti e colte. Consideriamo un dato acquisito que La libertà che guida il popolo e Candido fanno parte del patrimonio dell’umanità. Ci direte che l’universale è di diritto e non di fatto e che molti abitanti del pianeta non conoscono Voltaire? Che banda di ignoranti… È tempo che entrino nella Storia: il discorso di Dakar ha già spiegato loro. Per quanto riguarda coloro che vengono da altrove e vivono tra noi, che tacciano e obbediscano.
Se i crimini perpetrati da questi assassini sono odiosi, ciò che è terribile è che essi parlano francese, con l’accento dei giovani di periferia. Questi due assassini sono come i nostri studenti. Il trauma, per noi, sta anche nel sentire quella voce, quell’accento, quelle parole. Ecco cosa ci ha fatti sentire responsabili. Ovviamente, non noi personalmente: ecco cosa diranno i nostri amici che ammirano il nostro impegno quotidiano. Ma che nessuno qui venga a dirci che con tutto quello che facciamo siamo sdoganati da questa responsabilità. Noi, cioè i funzionari di uno Stato inadempiente, noi, i professori di una scuola che ha lasciato quei due e molti altri ai lati della strada dei valori repubblicani, noi, cittadini francesi che passiamo il tempo a lamentarci dell’aumento delle tasse, noi contribuenti che approfittiamo di ogni scudo fiscale quando possiamo, noi che abbiamo lasciato l’individuo vincere sul collettivo, noi che non facciamo politica o prendiamo in giro coloro che la fanno, ecc. : noi siamo responsabili di questa situazione.
Quelli di Charlie Hebdo erano i nostri fratelli: li piangiamo come tali. I loro assassini erano orfani, in affidamento: pupilli della nazione, figli di Francia. I nostri figli hanno quindi ucciso i nostri fratelli. Tragedia. In qualsiasi cultura questo provoca quel sentimento che non è mai evocato da qualche giorno: la vergogna.
Allora, noi diciamo la nostra vergogna. Vergogna e collera: ecco una situazione psicologica ben più scomoda che il dolore e la rabbia. Se proviamo dolore e rabbia possiamo accusare gli altri. Ma come fare quando si prova vergogna e si è in collera verso gli assassini, ma anche verso se stessi?
Nessuno, nei media, parla di questa vergogna. Nessuno sembra volersene assumere la responsabilità. Quella di uno Stato che lascia degli imbecilli e degli psicotici marcire in prigione e diventare il giocattolo di manipolatori perversi, quella di una scuola che viene privata di mezzi e di sostegno, quella di una politica urbanisticache rinchiude gli schiavi (senza documenti, senza tessera elettorale, senza nome, senza denti) in cloache di periferia. Quella di una classe politica che non ha capito che la virtù si insegna solo attraversol’esempio.
Intellettuali, pensatori, universitari, artisti, giornalisti: abbiamo visto morire uomini che erano dei nostri. Quelli che li hanno uccisi sono figli della Francia. Allora, apriamo gli occhi sulla situazione, per capire come siamo arrivati qua, per agire e costruire una società laica e colta, più giusta, più libera,uguale, più fraterna.
«Nous sommes Charlie», possiamo appuntarci sul bavero. Ma affermare solidarietà alle vittime non ci esenterà della responsabilità collettiva di questo delitto. Noi siamo anche i genitori dei tre assassini.
Catherine Robert, Isabelle Richer, Valérie Louys et Damien Boussard

martedì 13 gennaio 2015

A Parigi oggi hanno sfilato,fra gli altri, tutti in prima fila o a stretto contatto

 A Parigi oggi hanno sfilato,fra gli altri, tutti in prima fila o a stretto contatto con i primi:

1. Il re Abdullah di Giordania, paese dove l'anno scorso un giornalista palestinese è stato condannato a 15 anni di lavori forzati.
2. Il primo ministro turco, che ha nelle sue prigioni il più alto numero di giornalisti nel mondo ( ultima retata prima di Natale)
3. Il primo Ministro d'Israele, re Bibi, il cui esercito la scorsa estate ha ucciso oltre ai 1600 civili, di cui 600 bambini, 16 giornalisti a Gaza abbattendo, la torre della televisione Al Jazeria.
4. Il ministro degli esteri dell'Egitto, dove il giornalista di Al Jazeera Shawkan è detenuto da almeno 500 giorni.
5. Il ministro degli esteri russo, che l'anno scorso ha incarcerato un giornalista per aver offeso un membro del governo.
6. Il ministro degli esteri algerino, che ha condannato il giornalista Abdessami Abdelhai a 15 anni di carcere.
7. Il primo ministro tunisino, che recentemente ha condannato il blogger Yassine Ayan a tre anni di carcere per aver diffamato l'esercito.
8. I primi ministri di Georgia e Bulgaria,c he insieme detengono il record di aggressioni ai giornalisti.
9. Il capo del dipartimento di giustizia degli Stati Uniti, dove la polizia è accusata di aver aggredito dei giornalisti durante le recenti proteste a Ferguson.
10. Il Segretario Generale della NATO, accusato di aver deliberatamente bombardato e ucciso 16 giornalisti serbi nel 1999.
11. Il presidente del Mali, dove molti giornalisti sono stati espulsi per aver denunciato abusi dei diritti umani.
12. Il presidente palestinese Abbas, accusato di aver imprigionato molti giornalisti colpevoli di averlo offeso nel 2013.
13. Il primo ministro sloveno, dove un blogger è stato condannato a sei mesi di carcere per diffamazione.
14. Il primo ministro irlandese, dove la blasfemia è considerata reato.

da qui