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domenica 24 luglio 2022

Genova. No, non siamo reduci - Lorenzo Guadagnucci

 

No, non siamo reduci. Torniamo a Genova, 21 anni dopo, perché abbiamo un discorso aperto con la storia e con il nostro futuro. Il futuro di tutti. Abbiamo intorno macerie. Il G8 ha fallito. A Genova, nel luglio del 2001 si riunivano i cosiddetti “otto grandi” – grandi per il Pil delle rispettive economie, non per le idee e tanto meno per le prospettive – e pensavano di esibire al mondo le proprie certezze, la propria promessa di un Pianeta avviato verso il progresso e la libertà attraverso il dominio del profitto, della finanza, della crescita infinita dei consumi. Guardiamoci attorno. Siamo soffocati, assetati, assediati da temperature insopportabili, drammatiche carenze d’acqua, ghiacciai che si staccano dalle montagne: tutti eventi legati a un collasso climatico e ambientale che pare inarrestabile. Da due anni viviamo nell’ansia della pandemia da Coronavirus: impauriti, reclusi, decimati da un agente patogeno figlio legittimo e diretto di una folle prevaricazione sugli esseri viventi non umani.

Siamo anche sull’orlo di un vulcano che minaccia prima l’Europa e poi il resto del mondo: la guerra in Ucraina è il fallimento del G8, degli otto non-grandi che hanno finto di guidare il mercato e ne sono stati schiacciati, producendo guerre su guerre, fino a questo fasullo scontro di civiltà, che sta portando l’umanità sempre più vicino al conflitto nucleare. Fra gli otto che si riunirono a Genova nel luglio 2001 c’era anche Vladimir Putin, all’epoca compagno di avventure dell’Occidente democratico e globalizzatore. Non facciamoci ingannare: il Putin di oggi – nemico numero uno, oligarca bellicista mosso da intenti vetero imperialisti – è figlio di quel G8, di quell’arroganza, di quella mancanza di visione che ha pensato agli affari e ha prodotto guerre, nazionalismi e il fallimento dello stesso progetto europeo, minato al suo interno dal tarlo neoliberista, un’ideologia alla lunga incompatibile con la democrazia e la cooperazione fra i popoli e gli Stati, unica garanzia – quest’ultima – di un clima di pace e quindi di un contesto adatto all’affermazione di nuove idee e nuovi orizzonti, dei quali abbiamo urgente bisogno per ricostruire una società capace di futuro sulle macerie di un sistema fallito.

 

Torniamo a Genova perché non abbiamo dimenticato nulla. Non le nostre molte buone ragioni, che ci avevano spinto a contestare radicalmente – prove alla mano, cioè fatti e concrete esperienze osservate e praticate in ogni angolo del Pianeta – un modello di sviluppo senza futuro, estrattore ingordo e spietato di risorse scarse, dominato dalla finanza, produttore di disuguaglianze insopportabili e votato a un’ideologia della crescita incompatibile con i limiti ecologici della Terra. Eravamo tanti, venivamo da tutto il mondo e formavamo un movimento che non nascondeva le proprie ambizioni: cambiare senso all’ordine delle cose; accantonare il neoliberismo e il mito della crescita infinita; mettere al centro le persone e il resto dei viventi; riprendere il filo di un discorso antico attorno al tema dell’uguaglianza fra le persone; costruire un sistema equo e civile di cooperazione fra Stati. E molto altro. Tutto documentato, spesso sottoposto alla prova dei fatti, con la sperimentazione di molti nuovi modi di vivere, produrre e consumare (nel senso di consumare meno e meglio, e secondo criteri di giustizia).

Il monologo del 2021 di Massimiliano Loizzi

Non dimentichiamo nemmeno com’è andata a finire: in un bagno di sangue e di illegalità. Illegalità di Stato. Il 20 luglio ricordiamo Carlo Giuliani, ucciso e poi vilipeso, e lo facciamo perché la sua memoria dev’essere una puntura di spillo quotidiana nel corpo delle istituzioni, un tormento incessante che deve ricordare il fallimento politico, morale, istituzionale di allora. Un movimento globale, portatore di nuove idee, composito nelle sue culture come altri mai, è stato affrontato con la forza e con l’abuso di polizia, anziché col dialogo e gli strumenti offerti dalla democrazia, tanto esibita nella retorica quanto umiliata nella pratica.


Sappiamo da tempo che avevamo ragione, che il 2001 è stato l’anno delle occasioni perdute, l’inizio della fine del neoliberismo come promessa di benessere globale, ma non è questo il punto. Il punto è che oggi abbiamo un disperato bisogno di cambiare rotta, di uscire dall’incubo della guerra infinita e del disastro climatico inarrestabile. È necessaria, urgente, vitale una “conversione ecologica” di un modello di sviluppo arrivato al capolinea. Sappiamo che tutto dovrà nascere dal basso, da pensieri, esperienze e progetti oggi relegati ai margini di un dibattito pubblico mai così asfittico e autoreferenziale. Dovrà nascere un movimento globale forte, ambizioso, persuasivo e sappiamo che già esistono nel mondo straordinarie esperienze in atto: non è vero che non è possibile cambiare tutto. Un movimento globale forte e pieno di idee vent’anni fa esisteva e quindi può esistere di nuovo. Torniamo a Genova perché non siamo reduci, ma testimoni di un passato recente che gli otto non-grandi vorrebbero cancellare dalla storia: ma c’è una storia che continua e non si è fermata a Genova. Non è una speranza, semmai un impegno.

Fonte: Altreconomia

da qui

domenica 17 ottobre 2021

La polizia, i buoni e i cattivi

Appunti sui primi due capitoli del manuale delle regole d'ingaggio delle Forze dell'Ordine


Capitolo 1

Manifestanti cattivi

 

Gli universitari? Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì».
Francesco Cossiga ex presidente della Repubblica

da qui

 

 

QUI  si può vedere Diaz – Non pulire questo sangue, di Daniele Vicari

 

 

Manifestanti buoni

 

 

 

Capitolo 2

Occupazioni cattive

 

Sgomberata la casa cantoniera di Claviere - Nicoletta Dosio

«Loro, quelli che chiamano genericamente migranti, ma che sono persone con sogni e ferite, arrivano a piedi, lungo la strada che sale da Oulx, singoli e famiglie intere, mal equipaggiati rispetto al clima già rigido».

Sgomberata la casa cantoniera di Claviere

Ieri mattina all’alba (6 ottobre) è stata sgomberata la casa cantoniera di Claviere, occupata domenica scorsa: un’occupazione durata giusto il tempo della “tregua elettorale”.

Pochi giorni di vita per questo presidio solidale, sulla frontiera tra Italia e Francia, punto essenziale di accoglienza e assistenza per i tanti in fuga dalla guerra e dalla fame, lungo sentieri che dovrebbero essere di speranza, ma che sono invece di fatiche indescrivibili, pericoli, disperazione e, per tanti, morte.

Sabato c’ero. Giorno di festa. L’edificio abbandonato da tempo riprendeva a vivere. Sul piazzale antistante, la polenta borbottava nei grandi paioli. Intorno le telecamere inquisitorie e digos. Poco lontano lo schieramento degli agenti in assetto antissommossa: la “giustizia del potere”, che è ingiustizia della vita.

Loro, quelli che chiamano genericamente migranti, ma che sono persone con sogni e ferite, arrivano a piedi, lungo la strada che sale da Oulx, singoli e famiglie intere, mal equipaggiati rispetto al clima già rigido. Una famiglia con otto bambini. Una bambinetta con un grande grappolo d’uva. Una breve sosta per bere qualcosa di caldo, ricevere qualche indicazione, poi via, mentre il giorno è ancora giovane e il sole è tornato a brillare tra le nubi squarciate dal vento.

Per loro comincia il momento più rischioso, tra le pinete di confine pattugliate dai gendarmi di frontiera. Ma non c’è ancora neve e il bosco è amico, pieno di colori….

E poi l’ennesimo sgombero, la vendetta fulminea degli dei invidiosi e vendicativi. La casa che aveva ripreso vita è nuovamente sbarrata. Muta. Gli occupanti denunciati. Le frontiere più ferree.

Claviere tace indifferente, tra il suo campo da golf deserto, gli alberghi disabitati e gli skilift come scheletri immobili.

Fino a quando sopporteremo questa giustizia con l’elmetto, questo mondo di sepolcri imbiancati?

da qui

(durata occupazione casa cantoniera di Claviere: una settimana)

 

Occupazioni buone

 

…Il palazzo di via Napoleone III, nel quartiere Esquilino, fu occupato il giorno di Santo Stefano del 2003. Il sito di Casapound ricorda così l’evento: «Lo stereotipo reazionario che vuole l’occupazione di edifici disabitati come pratica esclusiva della sinistra è pugnalato a morte». Il palazzo ha sei piani e ospita 20 appartamenti. È di proprietà dell’Agenzia del Demanio ed era utilizzato negli anni Sessanta dal ministero della Pubblica Istruzione. Per molti anni è poi rimasto disabitato. Subito dopo l’occupazione da parte del gruppo neofascista, l’agenzia del Demanio presentò una denuncia: poi più nulla. Nel 2016 vennero tagliate acqua e luce, poi misteriosamente riallacciate…

da qui

(durata occupazione del palazzo di via Napoleone III: diciotto anni, finora)

mercoledì 18 agosto 2021

Lotta nonviolenta al G8 di Genova 2001: come mai vi siete dimenticati di noi? - Giorgio Barazza

 

 

Interessanti le interviste realizzate da “BACK TO THE G8” con diversi protagonisti dell’esperienza di lotta nonviolenta al G8 di Genova 2001.

In particolare, quella con Carlo Schenone, che fino all’inizio delle giornate promosse dal Genova Social Forum è stato coordinatore dei gruppi di azione diretta nonviolenta che si stavano preparando per affrontare l’evento.

Dall’intervista emerge che già dal gennaio 2001 era iniziata la preparazione (training) attraverso simulazioni di quello che sarebbe potuto succedere (e che poi è successo). L’obiettivo era di fare ‘vivere’ attraverso queste simulazioni le situazioni che si sarebbero potuto incontrare.

Due erano le principali tematiche che sono state oggetto della formazione-preparazione:

  • gestire situazioni di tensione e scontri;
  • utilizzare processi decisionali (partecipati, consensuali).

Durante i giorni di mobilitazione promossi dal Genova Social Forum c’è stato un grosso successo, (oscurato dai media), il BLOCCO REALE del varco di piazza Portello, dove

  • non ci sono stati scontri con le forze dell’ordine;
  • manifestanti hanno fatto da schermo, intermediazione, tra la polizia e i black block quando questi hanno tentato di attaccare.

Se dovessi riflettere su cosa ho appreso da questa esperienza Carlo Schenone si sofferma sul fatto che una lotta nonviolenta va preparata correttamente va investito tempo e risorse e organizzata in modo coerente (mezzi e fini non sono separabili) Le pratiche di nonviolenza possono arrivare anche alla coercizione. Le persone che vi partecipano debbono fare delle scelte circa le cose che si: possono fare (es. violare una legge quando è ingiusta);è disposti a fare (accettare i rischi, come ad esempio farsi arrestare).

Di seguito una descrizione degli accadimenti in piazza Portello e in piazza Marsala, come raccontata in Genova nome per nome. Le violenze, i responsabili, le ragioni: inchiesta sui giorni e i fatti del G8 (pag 200-205)di Carlo Gubitosaedizioni Altraeconomia, pubblicato nel 2011.

Azione nonviolenta in piazza Portello

gruppi di azione diretta nonviolenta si radunano attorno alle 11 del mattino davanti a un varco utilizzato dai residenti come punto di passaggio per entrare e uscire dalla zona rossa. Il luogo dell’azione è piazza del Portello, una piazza che non rientra nell’elenco dei luoghi autorizzati dalla Questura per lo svolgimento di manifestazioni stanziali.

Dopo aver effettuato i loro “training” di allenamento nei giorni precedenti, un gruppo di circa 200 persone è pronto per un sit-in basato su regole chiare e precise, che mi vengono descritte la sera prima dell’azione: il blocco vale per tutti (tranne che per i mezzi di soccorso), due portavoce hanno il compito di spiegare l’azione e le sue modalità di svolgimento alle forze dell’ordine presenti in piazza, se la polizia vuole trascinare via qualcuno non bisogna trattenere i compagni, né reagire o fare resistenza, se arrivano gruppi con intenzioni aggressive bisogna affrontarli a mani alzate per far capire che «che non siamo il loro scudo e non vogliamo essere strumentalizzati» [1].

Marco Forlani, un membro dell’associazione milanese “Pace e dintorni”, ha diffuso in rete un dettagliato resoconto del sit-in nonviolento di piazza Portello, dove si descrive «un’esperienza ‘fantasma’ che nessuna testata giornalistica si è degnata di citare: non un articolo (nemmeno un trafiletto), non una foto, non un’immagine in TV. Lo sappiamo bene: fanno notizia gli scontri, la violenza, il sangue, ma la nonviolenza no, non è roba da audience».

Il testo prosegue con una cronaca dettagliata degli eventi:

in prossimità di piazza Portello i due portavoce incaricati intavolano un dialogo con le forze dell’ordine, comunicando l’intenzione pacifica e determinata di bloccare il varco [2], senza alcuna azione di impedimento attivo, solo con l’interposizione dei loro corpi. All’arrivo del gruppo il varco è ancora utilizzato: passano macchine, motorini, passanti. Dopo una breve riunione del “consiglio degli speaker” i manifestanti si dispongono in un sit-in ordinato. La polizia sembra capire, c’è un clima disteso, vengono intonati canti con le mani alzate dipinte di bianco, mentre arrivano notizie di scontri più a monte; elicotteri che passano veloci, cellulari che squillano. Proseguono intanto le riunioni del “consiglio degli speaker”: 15-20 persone che rappresentano i vari gruppi di affinità presenti.

La prima decisione è quella di coprire anche la parte del varco che dà su un vicolo laterale dal quale arrivano alcuni passanti: lentamente viene effettuato lo spostamento. Il blocco ora è veramente totale. […] Due “addetti stampa” gestiscono i rapporti con i giornalisti presenti per spiegare le motivazioni e le modalità del blocco, mentre un’altra persona ha il compito di intervenire nel caso in cui gruppi estranei arrivino nella piazza.

Intanto arrivano i primi civili che hanno bisogno di oltrepassare il varco, poiché abitano o lavorano di là. La polizia è attenta, pronta a cogliere un gesto di trattenimento fisico. Un ragazzo con borsone scavalca allegramente i corpi, senza rabbia, e quando un manifestante gli trattiene furbescamente il manico della borsa, lo speaker lo richiama, lui smette, il ragazzo raggiunge il varco, grande applauso, allegria. Parecchi passanti tenteranno di entrare in zona rossa, ma diversi di loro dopo qualche tentativo rinunceranno, convinti dai manifestanti che instaurano con loro una dinamica scherzosa (es. slogan ritmati: “con noi, con noi, con noi”; gli offrono da bere, ecc.). Qualcuno addirittura si siederà con gli altri del sit-in. Qualcuno si arrabbierà e se ne andrà.

Nel pomeriggio iniziano i cambi della guardia del presidio di polizia. Il colonnello fa presente la necessità che il blocco si apra per far passare i militari. Il consiglio degli speaker si riunisce; la risposta è: il blocco, sempre nonviolento, è totale, riguarda anche i poliziotti. Un agente particolarmente arrabbiato s’infila i guanti, tira giù la visiera, impugna il manganello, gli altri lo fermano. La prima squadra di poliziotti sfila via, attenta a non calpestare i manifestanti, quelli che subentrano sono invece più duri e arrabbiati. Solo alcuni di loro evitano di fare del male ai manifestanti.

Due addirittura battono i piedi a passo di marcia mentre passano tra le persone sedute per terra. Intanto la tensione cresce, da sopra via Caffaro arrivano le notizie delle staffette: un gruppo di 200 black bloc si sta avvicinando, infilano la via in discesa. I poliziotti si preparano alla battaglia: si chiudono i guanti, tirano giù la visiera, impugnano i manganelli e chiedono di aprire un varco per farli passare. Uno furbescamente dice che i black bloc hanno le molotov e che senz’altro stanno per apprestarsi a tirarle contro le persone del sit-in.

Per un attimo regna l’incertezza: una parte del sit-in crea un varco convinta che i poliziotti siano là per difenderci, mentre l’altra parte – la maggioranza – urla agli altri di chiudere il varco: bisogna fare interposizione tra black bloc e Polizia. […] La polizia approfitta del momento di confusione e passa. Il presidio laterale di polizia lancia alcuni lacrimogeni, dà il via a una carica correndo in salita per via Caffaro e li disperde. […]

Verso le 17 arrivano le notizie delle violenze incredibili, delle cariche continue, della morte di Carlo Giuliani. Il Genova Social Forum (GSF) chiede di sospendere le diverse azioni e di convergere in piazzale Kennedy per un’assemblea. Si riunisce il consiglio degli speaker che decide di anticipare alle 18 la chiusura del blocco (si era previsto di continuare fino alle 20). La proposta è quella di concludere con un’azione simbolica: appendiamo alla rete gli striscioni, le mutande, le magliette colorate, tra canzoni e slogan. Alla fine il blocco si scioglie ordinatamente.

Nel comunicato stampa diramato dalla “Comunità Papa Giovanni XXIII” alla fine del vertice, i volontari di questa associazione cattolica presenti alle manifestazioni di Genova invitano a «ricordare come segno di speranza l’immagine di Luca, un uomo in sedia a rotelle, che durante il sit-in nonviolento in piazza Portello riceve la bandana da un commosso poliziotto che ci ringrazia per la testimonianza». In piazza del Portello c’è anche Maria Serafina Corbascio, un vicequestore aggiunto della Polizia di Stato impiegata presso la Questura di Padova, che il 9 agosto redige una relazione di servizio in cui è documentata la sua esperienza. Maria Serafina racconta che il 20 luglio

[…] veniva impegnata, con ordinanza scritta di cui non ricorda il numero di protocollo, non possedendone attualmente copia, in un servizio di Ordine Pubblico presso piazza del Portello, con turno 6.00 – fine, ove erano stati istituiti due varchi di accesso alla zona rossa, già presidiata all’interno da personale del Reparto Mobile e dell’Arma dei Carabinieri e dove era previsto il transito della manifestazione del GSF. La forza impiegata era costituita, complessivamente, da n. 50 unità appartenenti ai Reparti Mobili di Napoli e Firenze. Intorno alle 10.00, giungevano in piazza del Portello circa un centinaio di Manifestanti con intenzioni asseritamente pacifiche, i quali organizzava- no un sit-in davanti al varco delimitante la zona rossa.

Dalla circostanza, tuttavia, non scaturiva alcuna problematica di Ordine Pubblico. Intorno alle 16.30, mentre era ancora in corso la suddetta manifestazione, la scrivente, avendo udito, via radio, notizie allarmanti circa gli scontri avvenuti tra le forze dell’ordine e i cd. Brackloch in altre zone della città, anche vicine a piazza del Portello, contattava la Centrale Operativa, al fine di richiedere l’avvicinamento alla zona interessata dal servizio di una pattuglia della Digos, allo scopo di reperire informazioni circa un eventuale rischio di transito in quel luogo di gruppetti sparsi di anarchici. La richiesta, tuttavia, non veniva soddisfatta, verosimilmente per il sovraccarico di impegni sostenuti, in quel particolare frangente, dal personale Digos.

Nel frattempo, tra l’altro, la scrivente era stata contattata dal portavoce del gruppo dei manifestanti pacifici, presenti in quella piazza, il quale aveva espresso motivi di preoccupazione circa alcune notizie, già diffuse dagli organi di stampa, sulla presenza di manifestanti violenti che, per le vie di Genova, avevano già saccheggiato esercizi commerciali e incendiato diverse autovetture. La stessa provvedeva, pertanto, a tranquillizzare l’interlocutore, sottolineando che la presenza delle forze dell’ordine in quel luogo era stata prevista non solo per ragioni di sicurezza inerenti il presidio della zona rossa, bensì anche allo scopo di salvaguardare l’incolumità dei manifestanti contro eventuali atti violenti operati da frange estremiste, presenti all’interno dell’organizzazione del GSF.

Intorno alle 17,00, un gruppo di circa 50 individui travisati e armati di spranghe di ferro e bastoni, iniziava la marcia verso piazza del Portello, partendo da una traversa della stessa, che, essendo in di- scesa, consentiva alla banda di facinorosi il lancio all’indirizzo della Polizia di cassonetti con, all’interno, materiale incendiato. Pertanto, allo scopo di respingere l’attacco violento dei manifestanti, palesemente intenzionati a procedere senza mezzi termini verso il varco della zona rossa, si rendeva necessario effettuare un lancio di gas lacrimogeni, anche allo scopo di proteggere l’incolumità dei manifestanti pacifici (tra cui figuravano anche persone anziane e bambini), ancora presenti sul posto.

La scrivente ritiene opportuno sottolineare che non vi è stato alcun contatto fisico tra forze dell’ordine e facinorosi, i quali si sono dispersi nel giro di pochi minuti, dopo aver intentato una breve sassaiola contro lo schieramento del Reparto Mobile. Tuttavia, nel corso dell’operazione, veniva bloccato e accompagnato in Questura un individuo travisato, di nazionalità straniera, intento a lanciare contro la Polizia un cassonetto incendiato. Cessata la situazione di allarme la manifestazione pacifica riprendeva in tutta tranquillità terminando intorno alle 20,00. Il tutto si riferisce per dovere d’ufficio.

Piazza Marsala

Durante gli scontri tra violenti e poliziotti, in piazza Marsala si verifica un interessante episodio di collaborazione tra un gruppo di manifestanti pacifici e una squadra di poliziotti, una pagina di civiltà dimenticata già a pochi giorni di distanza dal vertice di Genova. Il Questore Colucci dichiara al Comitato parlamentare d’indagine che

quando, in circostanze diverse, si è trattato di intervenire su gruppi violenti frammisti ad altri gruppi, ci siamo sempre trovati di fronte ad una totale non collaborazione. […] Non mi risulta che il Genoa Social Forum abbia mai collaborato con le forze dell’ordine per isolare i gruppi che entravano e uscivano dai cortei per le loro azioni di guerriglia, né mi risulta che i partecipanti non violenti abbiano mai denunciato qualcuno dei componenti dei gruppi organizzati di guerriglia.

Una nota di agenzia dell’Ansa e un articolo pubblicato dal regista Davide Ferrario, dal titolo Quando i celerini si sono arresi smentiscono il questore, poiché almeno in una circostanza i cittadini pacifici e i poliziotti animati di buona volontà sono riusciti ad abbandonare i loro ruoli di assedianti e guardiani per fare fronte comune all’emergenza in corso. In quell’episodio non c’è stata una “resa” o una sconfitta dei “celerini”, ma un utilizzo intelligente del dialogo e della collaborazione tra cittadini e polizia in una delicata situazione di ordine pubblico.

Questo esperimento “istintivo” e improvvisato sul campo andrebbe studiato e assimilato dalle istituzioni, per completare la professionalità delle forze dell’ordine con quelle conoscenze di psicologia e di dinamiche relazionali che a volte si possono rivelare più efficaci di un lancio di lacrimogeni per disperdere un gruppo di violenti senza coinvolgere i manifestanti pacifici. Ecco il testo diramato dall’Ansa:

«Devo ringraziare quei quindici che si sono messi in ginocchio e ci hanno salvato». A parlare è un poliziotto. Esprime gratitudine nei confronti di un gruppo di pacifisti che, all’arrivo del corteo degli anarchici, si sono inginocchiati in fondo a via Palestro, davanti allo schieramento dei poliziotti, invitando il gruppo a fermarsi. Si era appena conclusa la manifestazione pacifica e colorata degli ambientalisti e della Rete Lilliput partita da piazza Manin.

Il corteo si era sciolto, dopo le azioni simboliche davanti alla grata di protezione alla zona rossa di via Assarotti, e una parte dei manifestanti si era riversata su piazza Marsala per un sit-in. «Toglietevi il casco» ripetevano i giovani all’ indirizzo dei poliziotti in assetto antisommossa. Gianluca, 21 anni, ha raccolto l’invito e subito dopo tutti gli altri lo hanno seguito. A quel punto una ragazza entusiasta si è alzata ed è andata ad abbracciare il poliziotto«Noi ci siamo tolti il casco – dice un altro poliziotto – e loro ci hanno dimostrato solidarietà». Gli anarchici di fronte a loro hanno desistito.

Il regista Davide Ferrario descrive la situazione ancora più dettagliatamente:

venerdì 20 luglio ore 15,30 circa, Genova, Piazza Marsala. Il corteo dei pacifisti sta assediando la zona rossa. C’è stato qualche momento di tensione e una carica della polizia con lancio di lacrimogeni. Ma la folla non si è dispersa e i manifestanti cominciano a riaffacciarsi sulla piazza. I poliziotti si sono attestati un centinaio di metri indietro. Il megafono gracchia l’annuncio regolamentare (l’unico che mi ricordi di aver sentito in 48 ore di scontri): «sgombrate la piazza». C’è un momento di perplessità, poi qualcuno avanza a mani alzate. Con grande coraggio un paio dei leader pacifisti vanno verso i poliziotti e sfilano davanti a loro con le braccia ben sollevate. Gli altri, qualche centinaio, si siedono a terra. Una donna si sdraia davanti a una camionetta. Altri, molti altri seguono il loro esempio.

Parte un unico coro, non minaccioso: «via il casco, via il casco». I poliziotti sono visibilmente presi in contropiede. Sembrano quasi essere contenti di essere oggetto del lancio di una bottiglia piena d’acqua, ma il lanciatore viene subito neutralizzato dai suoi compagni. Si sente fisicamente la tensione smontare di fronte alla reazione pacifica della piazza.

Quando il primo poliziotto si toglie il casco, scrollando la testa rassegnato, è un’ovazione. Presto anche gli altri lo imitano. Segue una scena che avevo visto solo in qualche film sugli scioperi delle mondine, quando i soldati si rifiutano di sparare sui manifestanti. I poliziotti – che senza la mascheratura del casco sono tornati a essere uomini, spesso molto giovani – sono coperti di abbracci e di offerte di acqua e focaccia. «Perché ci picchiate? Siamo dalla vostra parte!» dicono i ragazzi. Il graduato comincia a lamentarsi del costo della vita. «Sapete quanto costa una confezione di latte in polvere?», protesta.

Chiudendo inconsapevolmente e paradossalmente il circolo vizioso sulla globalizzazione iniziato con il boicottaggio della Nestlè… Mezz’ora dopo arriveranno i black bloc e ricominceranno a parlare, indiscriminatamente, i manganelli.

Non molti, sotto il diluvio di immagini dure provenienti da Genova, hanno prestato attenzione a questo episodio. Che è in realtà uno dei pochi in cui la piazza intorno alla zona rossa è stata davvero “conquistata”. Lo ricordo qui, come testimone diretto, per raccogliere l’invito a cominciare a pensare al “dopo Genova” dal punto di vista delle tattiche di disobbedienza. Non sono, ideologicamente, un pacifista a priori. Ma mi resta molto forte la convinzione che se quella di Piazza Marsala fosse stata la tattica unanimamente adottata, la vittoria del movimento anti-G8 sarebbe stata totale.

Non perché? i mezzi sono più “buoni”, ma perché – davanti a uno schieramento poliziesco e mediatico come quello in opera a Genova – sono più efficaci. Ancora alla vigilia del G8 avevo difeso in un acceso dibattito la scelta delle Tute Bianche di tentare di sfondare la zona rossa. Credevo molto che quell’odioso simbolo dovesse essere violato (le donne che mi contestavano leggevano in questo una chiara metafora maschilista).

Ma visto il modo in cui la polizia, durante la notte, aveva spostato il campo di battaglia, penso che sia stata una scelta perdente quella di accettare lo scontro in mezzo alla città. Perché? lì non c’era nessun simbolo da conquistare, ma solo una serie di cariche e contro-cariche che hanno offerto alle forze dell’ordine (e anche a molti manifestanti) la possibilità di offrire il peggio di sé.

So benissimo che il corteo è stato attaccato quando ancora non era volata una pietra: ma da lì in poi lo scontro è stato accettato fino in fondo. Certo, anch’io sono rimasto impressionato dal coraggio e dalla spontanea voglia di combattere di molti: ma mi chiedo che diversi effetti avrebbe sortito se fossero stati impiegati in altro modo. Affrontare i celerini a mani nude implica un coraggio molto maggiore che non con la protezione di mezzi rudimentali (ed è inutile negare che nella bagarre è stato utilizzato tutto ciò che si trovava a portata di mano, automobili e cassonetti compresi).

 

Note

[1] La frase riportata tra virgolette è contenuta in un testo che è stato fatto circolare all’interno dei “gruppi di affinità per l’azione diretta nonviolenta” poche ore prima dell’azione in piazza Portello.

[2] Le due persone che entrano in contatto con le forze dell’ordine sono Norma Bertullacelli, del Centro Ligure di Documentazione per la Pace, e Sergio Tedeschi, un esponente della “Rete Contro G8” che si avvicina alle forze dell’ordine schierate davanti al varco, e con la dolcezza dei suoi capelli bianchi sorride ai poliziotti dicendo semplicemente «se vi spostate leggermente stiamo tutti più comodi». E come per miracolo, i poliziotti si fanno da parte e i gruppi di affinità nonviolenti possono sedersi davanti al varco. Il tutto è documentato nel film Se vi spostate leggermente stiamo tutti più comodi, di Cristiano Palozzi e Antonella Sica

[3] Tra tutti con sottotitoli in italiano sono disponibili: il colonialismo inglese (1930, India), segregazione razziale (Nashville, 1960, Alabama, USA), apartheid (1985, Sudafrica), dittatura militare (1983, Cile), occupazione militare tedesca (1940, Danimarca), governi autoritari (Solidarnosc, 1980, Polonia)

da qui

 

giovedì 22 luglio 2021

Le verità acquisite e quelle ancora nascoste - Gian Giacomo Migone

 

Nei mesi scorsi si sono levate voci autorevoli allo scopo di chiedere verità riguardo alle pagine più oscure della storia della nostra Repubblica. Aderiamo tote corde e, nei limiti delle nostre capacità individuali e collettive, cerchiamo di contribuirvi, con le verità acquisite e quelle ancora nascoste. Ritengo, però, altrettanto importante individuare e diffondere le verità già acquisite; non soltanto tali da essere comprese dall’io so pasoliniano, ma verificabili con strumenti storiografici e giuridici; testimonianze inoppugnabili, smentibili soltanto in maniera dolosa e strumentale. L’anniversario imminente del G8 di Genova costituisce un’occasione significativa per consolidare e diffondere anche questo impegno.

Sergio Mattarella – oltre che presidente della Repubblica, anche fratello di Piersanti che ha dato la vita per interrompere il rapporto malato tra le istituzioni e la mafia – in varie occasioni recenti è tornato sulla necessità di acquisire quanto ancora dolosamente occultato (cfr. ad es. la sua intervista a “La Repubblica”, 9 maggio 2021). Nello stesso giorno Daria Bonfietti – per quarant’anni instancabile presidente dell’Associazione delle vittime di Ustica – ha fatto altrettanto dalle colonne de “il Manifesto”. L’iniziativa di Gianni Marilotti, presidente della Commissione archivio e biblioteca del Senato, ha consentito l’apertura della documentazione segreta prodotta da commissioni d’inchiesta parlamentari ed ha ospitato un seminario intitolato al diritto alla conoscenza tuttora negata da leggi e governi (il nostro continua a non dare seguito ad impegni precedentemente assunti), in nome della ragion di stato.

La ricerca che essa presuppone, difficile e pericolosa, come dimostrano casi come quello di Julian Assange, costituisce una condizione indispensabile per la difesa e l’eventuale progresso della nostra democrazia. Nel caso dell’Italia non soltanto repubblicana si tratta di illuminare e combattere una sua peculiarità costitutiva, ma del tutto incostituzionale, consistente in forme di limitazioni di sovranità, che hanno permeato lo stato e che non possono essere liquidate o spacciate per deviazioni. Poiché tali forme di prevaricazione della sovranità nazionale sono per l’appunto incostituzionali e illegali, esse aprono la strada a forme svariate di illegalità, successivamente occultate.

Facciamo, invece, alcuni esempi di verità ormai acquisite. Oggi conosciamo la testimonianza di Paolo Emilio Taviani – non un gauchiste qualunque, allora vicepresidente del consiglio, ripetutamente ministro dell’interno e della difesa – in seduta segreta di fronte alla commissione Gualtieri, secondo cui la strage di Piazza Fontana non fu soltanto opera di alcuni esecutori materiali, neonazisti veneti, tardivamente condannati. Essa fu programmata, sostenuta, armata da esponenti dei servizi segreti italiani e statunitensi. Sempre grazie a Taviani, sappiamo anche che il governo dell’epoca, insieme con le articolazioni nazionali e milanesi dello stato, fin dal primo momento al corrente della matrice dell’attentato, costruirono strumentalmente, a tavolino, la pista anarchica che costò la vita a Giuseppe Pinelli. Che la strage era di stato, come recitava il titolo del libro ai cui autori ogni democratico è e resta indebitato.

Oggi noi sappiamo, attraverso una testimonianza, tra le tante, altrettanto inequivocabile, quella di Steven Pieczenik (cfr. Emmanuel Amara, Steve R. Pieczenik, Nous avont tué Aldo Moro, Patrick Robin Editions, 2006) – all’epoca Deputy Assistant Secretary, responsabile dell’antiterrorismo presso il Dipartimento di Stato e membro della famigerata commissione nominata e gestita dal presidente Cossiga – che le Brigate Rosse, consapevoli o meno, furono soltanto gli esecutori materiali dell’omicidio di Aldo Moro, per arrestarne un disegno politico inviso a Washington quanto a Mosca. Dedichiamo tale consapevolezza alla sua memoria, a quella della sua scorta ugualmente trucidata, alle loro famiglie, al rispetto nei confronti della lotta da lui condotta, in primo luogo non in difesa della propria vita, bensì della sua politica votata all’evoluzione democratica del suo e nostro paese.

Ancora a quarant’anni dall’abbattimento del DC 9 Italia nel cielo di Ustica, continuano a circolare versioni che attribuiscono quella strage di civili ad un cedimento strutturale del velivolo o ad un esplosivo in esso collocato, malgrado esperti ineccepibili abbiano addirittura precisato il punto d’ingresso di un missile nella ricostruzione effettuata del velivolo. Grazie all’istruttoria condotta dal giudice Rosario Priore, noi oggi abbiamo certezza che la sua caduta fu causata da una battaglia aerea in cui esso fu incidentalmente colpito.

Tale fatto è inequivocabilmente documentato da percorsi aerei a suo tempo forniti dal segretario generale della Nato, Xavier Solana, al giudice istruttore, su richiesta della commissione esteri del Senato, avvallata da Lamberto Dini, allora ministro degli esteri. È vero che mancano tuttora informazioni importanti, giustamente sollecitati da Daria Bonfietti, tra cui, essenziali, la nazionalità del missile e il chiarimento delle circostanze della morte, coincidentale o meno, di almeno dieci testimoni di occultamenti effettuati da parte di autorità italiane. Tuttavia, ciò non deve oscurare quanto si è inequivocabilmente accertato.

Le vicende legate al G8 di Genova sono, invece, del tutto o prevalentemente italiane. Grazie all’opera compiuta dalla magistratura genovese, conosciamo nei minimi dettagli l’uccisione di Giuliani, l’attacco notturno a freddo dei pacifici dimostranti che soggiornavano alla Diaz da parte delle forze di polizia guidate dal prefetto La Barbera, stretto collaboratore del capo della polizia Gianni De Gennaro (ora presidente della multinazionale delle armi Leonardo), la disseminazione di prove fasulle a giustificazione di tale atto, i successivi trasferimenti a Bolzaneto ove ebbero luogo atti di tortura, da parte di guardie carcerarie, successivamente sanzionate anche da parte della magistratura europea. Grazie anche alla testimonianza dell’allora presidente della provincia di Genova, Marta Vincenzi, sappiamo anche che tali eventi furono preceduti dalla passività totale delle forze dell’ordine nei confronti dei c.d. black bloc che poterono ritirarsi in buon ordine dalla città dopo averla messa a ferro e fuoco.

Il futuro della nostra democrazia, insomma, è in larga parte legata all’ulteriore conoscenza di eventi passati che ne condizionano tuttora il futuro.

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martedì 20 luglio 2021

GENOVA, 20 LUGLIO - Gian Luigi Deiana

‘un giorno come tanti, un mare senza vento, non vedo un cambiamento’

i sardi vedono genova entrando dal mare, col groviglio dei palazzi oltre il groviglio del porto e il groviglio delle colline sopra quello dei palazzi; visti dalla nave che si avvicina all’approdo, i primi piani scivolano su quelli più lontani, e le grandi gru sugli alveari di case, come nel campo visivo di una grande macchina da presa;
non sono in grado di contare tutte le volte che siamo passati di qui, da bambini, io e i miei fratelli presi rigidamente per mano, nelle avventure migranti dei miei genitori, come migliaia di altri; era dura, ai tempi, ma non si è mai creata in noi un’immagine di genova come città ostile; col tempo abbiamo anche imparato ad associarla alle canzoni dei suoi poeti, alla sua fedeltà partigiana, e al coraggio esemplare dei suoi preti per strada;
poi venne il tempo dell’alternanza, quella di sbarchi gravidi ora di riso ora di pianto;
l’otto giugno del 1976 fu ucciso a colpi di pistola il fratello di mio padre, poco dopo mezzogiorno, a cento metri dalla stazione dei treni per il nord; aveva accompagnato il giudice coco a casa e lo aspettava di nuovo in macchina; i proiettili bucarono il giornale che stava sfogliando al volante;
vennero altre volte, e ora ero io a prendere i bambini per mano, quando andavamo in vacanza qua e là; poi verso la metà di luglio del 2001 venimmo invece in una moltitudine variopinta, dalle varie isole e metropoli di questa europa rivestita con abiti nuovi per la festa senza fine del libero mercato: erano venuti i giorni del g8, quelli della celebrazione del mondo nuovo;
sono state scritte tante cose su quei giorni, e tutto quello che ancora oggi si legge e si scrive è ormai completamente futile: tutto, eccetto la radiografia crudele del mondo che ci è stato consegnato in quella celebrazione di allora; solo ieri 19 luglio 2021 le statistiche sanitarie hanno registrato una paurosa impennata di contagi, proprio ora che al 20 luglio doveva essere tutto finito, e contemporaneamente i grafici della finanza hanno registrato un pauroso tracollo delle piazze borsistiche mondiali; le polizie fanno ridere di fronte a questo spettacolo;
buon giorno carlo, oggi siamo qui ancora per noi e ancora per te; da quel giorno io sono tornato altre volte, e una volta importante per iscrivere mio figlio a questa università; ogni volta i passi mi hanno portato da quell’ombra di via balbi, dove proiettili uccisero un uomo che mi era caro mentre leggeva il giornale, a quell’ombra di piazza alimonda, dove proiettili uccisero un ragazzo che come tutti noi altri cercava il suo spazio per parlare; risolvere le cose a proiettili: quale demoniaca stupidità;
quel giorno fummo bloccati sotto il sole accecante, in decine di migliaia, con le sirene incessanti delle ambulanze e le parolacce e il sangue, fino a quell’esito fatale;
non serve descriverlo ancora;
oggi però ne parliamo appena di nuovo; fra qualche ora torneremo in piazza alimonda; intanto stamattina si tiene l’ultima assemblea di questi giorni di ricordo, qui a genova, la riunione internazionale dei forum che ha per titolo “voi la malattia, noi la cura”;
qui è la piazza del palazzo ducale; è bella, qui di fianco ci sono due mostre, una riguarda le contestazioni del g8, e si intitola “cassandra”, e una dedicata ai fotografi della magnum e soprattutto all’italia fotografata da robert capa; il tempo ritorna, il problema è capirne la strada;
“voi la malattia, noi la cura”?; ho sempre un granitico moto di dubbio su queste divisioni così certe; se “voi” è il potere politico-economico vigente e “noi” è questa convergenza di buone volontà di ciò che resta di allora, più umilmente direi che voi siete la malattia, e che noi non siamo la cura; vorremmo esserlo, ma è ora che il testimone passi anche di mano;
ragazzi miei, figli di questo mondo, non lasciatevi sbranare da quello che si vuol fare arrivare: ancora più liberismo, ancora più integralismi religiosi e razziali, ancora più menzogne, ancora più polizie, ancora più demoni; comprendere e perdonare, comprendere e combattere: noi ci saremo;
buon giorno genova, buon giorno carlo

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domenica 18 luglio 2021

G HATE Genova luglio 2001 - Gianfranco Pangrazio



G-Hate 2001 è un film documentario che racconta i preparativi e le manifestazioni contro il G8 di Genova durante il luglio 2001

sabato 10 luglio 2021

Genova e la guerra ai movimenti - Annamaria Rivera

Quello che accadde a Genova, in occasione del G8 del 2001, presenta delle analogie non tanto con un’azione repressiva, sia pur tremenda, ma piuttosto con la guerra. Infatti, il “volume di fuoco”, i rastrellamenti, le torture sembrano collocarsi più sul terreno della guerra che su quello di un intervento d’ordine pubblico, sia pure assai feroce.

E ciò si è accompagnato con la sospensione di ogni garanzia costituzionale (anche per medici, avvocati, parlamentari, giornalisti e così via).  Era una delle facce del nuovo ordine mondiale: la cultura e le pratiche della sicurezza a ogni costo e della tolleranza zero arrivano in Europa principalmente dagli Stati Uniti: non per caso lo scenario di Genova presenta delle analogie con i metodi usati per sedare le sommosse nei ghetti.

A tal punto che nel 2017, l’allora capo della Polizia, Franco Gabrielli, avrebbe definito quei giorni come «una catastrofe» e rispetto ai fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto avrebbe ammesso che lì «ci fu tortura».

Quanto al centro-sinistra, con la barbarie repressiva di Genova istituì un rapporto ben più di continuità che di pur blanda rottura.

Eredità del centro-sinistra era l’autonomizzazione dell’arma dei carabinieri, realizzata nel 1999 per volere di Diliberto, Ministro della Giustizia. Alludo alla creazione dei Gom (Gruppo operativo mobile): un corpo speciale, che si era già distinto sul campo per ferocia nelle carceri di Opera e di Sassari, e i cui metodi saranno messi in atto nel modo più feroce possibile nella caserma di Bolzaneto. Come dimostra il caso atroce del carcere di Santa Maria Capua Vetere, tutt’oggi perdura la più feroce militarizzazione della società e in particolare degli apparati repressivi.

È la stessa cultura che ha prodotto l’ossessione della sicurezza. In realtà, il progetto della gestione del G8 e la divisione in zone furono creazioni del centrosinistra: Napoli fu un primo esperimento di durissima repressione contro il movimento “No Global”.

In tutto ciò i DS svolsero un ruolo nefasto poiché consegnarono il movimento nelle mani delle forze repressive. Con le astensioni incrociate essi, i DS, dissero implicitamente alle forze dell’ordine: “Dei manifestanti, fatene ciò che volete”. E lo stesso dissero non partecipando al corteo del 21 luglio, dopo la morte di Carlo Giuliani.

Tutto ciò non toglie che il centro-sinistra fosse, naturalmente, attraversato da qualche smagliatura e contraddizione.

È indubbio che una parte della leadership del movimento “No Global” abbia compiuto qualche errore politico: come la leggerezza di non considerare a sufficienza che la fase era cambiata, il non cogliere e interpretare a sufficienza il segnale rappresentato da Goteborg: la città svedese in cui, il 15 giugno 2001, in occasione del vertice del Consiglio dei Ministri europeo, la polizia sparò ripetutamente ad altezza d’uomo (e di donna).

Quanto a Genova, a mio modesto avviso la giornata del 20 (cui decisi di non partecipare) fu probabilmente un errore: in quelle condizioni, non era pensabile di poter tenere la piazza, dispersi come eravamo in una pluralità di luoghi e cortei.

Non fu l’unico errore. La pratica del “mettiamo in gioco i nostri corpi” sembrava essere ancora tributaria di una cultura della forza, che oggi, dopo Genova, appare ben più che ingenua rispetto alla forza messa in campo dall’avversario; al pari della feticizzazione dell’obiettivo di espugnare la zona rossa, per usare ancora una metafora di tipo guerresco.

Fino a prima di Genova l’idea della messa in scena di scudi e bardature (una stilizzazione e sublimazione della violenza) potevano forse risultare efficaci; oggi non più, dopo quel massacro e l’omicidio di Carlo Giuliani rischierebbero di apparire donchisciottesche.

L’obiettivo del governo era allora quello di spingere il movimento sul terreno della militarizzazione del conflitto. All’opposto, la base del movimento, quella costituita da giovani e giovanissimi/e, era tendenzialmente pacifista. Una parte delle sue componenti non di primo pelo era, invece, attratta da miti guerreschi e dall’idea che il conflitto si identifichi sempre e principalmente con lo scontro.

Genova – scrivevo già vent’anni fa – avrebbe dovuto indurci ad aprire un dibattito serrato e profondo sui metodi: non l’alternativa violenza/non violenza, ma la salvaguardia-incolumità delle persone in carne e ossa che vi partecipavano. Occorreva e occorre ancora, inoltre, un grande sforzo creativo per elaborare simboli in cui tutte le componenti del movimento possano tendenzialmente riconoscersi. Così come resterebbe necessario, infine, tornare a disseminare il movimento nel sociale, darsi obiettivi concreti, istituire saldature con le nuove lotte operaie, rinsaldare e allargare legami con avvocati, giornalisti, medici democratici…

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