Visualizzazione post con etichetta Jonathan Pollak. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jonathan Pollak. Mostra tutti i post

giovedì 2 novembre 2023

Le vite dei palestinesi contano

articoli, video, poesie di Massimo Mazzucco, Gerald Kaufman, Gideon Levy, Robert Inlakesh, Sharmine Narwani, Mahmud Darwish, Noam Livne, Francesco Masala, Gideon Levy, Corey Gil-Shuster, Claribel Alegría, Moreno Biagioni, Jonathan Pollak, Libby Lenkinski, Giuseppe Aragno, Chris Hedges, Valeria Parrella, Giacomo Gabellini, Andrea Zhok, Alberto Negri, Gilbert Achcar, Enrico Semprini



Pax americana – Francesco Masala

Dice Putin che “la Pax americana è una cosa del passato”.
 
La Brown University, non a Pechino o Mosca, ma negli Usa (https://watson.brown.edu/costsofwar/), tra le altre cose, ci informa che dopo l’11 settembre 2001 sono morte nelle guerre almeno 4,5 milioni di persone (esclusi i morti in Ucraina), con 38 milioni di rifugiati di guerra (escluse Ucraina e Palestina), e che gli Usa sono intervenuti militarmente in 85 paesi (non sapevamo quanti paesi confinassero con gli Usa!).
 
Intanto abbiamo paura a chiamare quello che avviene a Gaza e in Cisgiordania genocidio, pulizia etnica, massacro, puoi sentir dire dalla stampa che muoiono tanti palestinesi, ma non che migliaia di bambini, donne e uomini vengono bombardati e uccisi senza pietà dagli israeliani, muoiono, semplicemente, il caso, il destino, si trovavano nel posto sbagliato il giorno sbagliato.
 
Il governo israeliano vuole battere il record di 13mila ebrei massacrati durante la rivolta del Ghetto di Varsavia, ci riusciranno se si impegnano, ce la stanno mettendo tutta.
 
Il pubblico delle cancellerie non si costerna, non s’indigna, non s’impegna, non vota per il cessate il fuoco all’ONU, hanno già troppo da fare a distruggere le condizioni di vita dei loro cittadini/sudditi, non possono impegnarsi anche a pensare al bene degli altri.
 
Quei 38 milioni di rifugiati di guerra (più ucraini e palestinesi), dice la canzone, verranno ancora alle nostre porte e grideranno ancora più forte, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti, per quanto noi ci crediamo assolti siamo per sempre coinvolti.
 
La prossima partita sarà Occidente contro Resto del Mondo.
 



Sterminare tutte le “bestie” – Chris Hedges

Tutti i progetti coloniali, incluso Israele, raggiungono un punto in cui abbracciano il massacro e il Genocidio su larga scala per sradicare una popolazione nativa che rifiuta di capitolare.

Durante l’assedio di Sarajevo, quando ero corrispondente per il New York Times, non abbiamo mai sperimentato il livello di bombardamenti a tappeto e il blocco quasi totale di cibo, acqua, carburante e medicine che Israele ha imposto a Gaza. Non abbiamo mai visto centinaia di morti e feriti al giorno. Non abbiamo mai neanche immaginato la complicità della comunità internazionale nella campagna di Genocidio serba. Non abbiamo mai assistito all’intervento di Washington per bloccare le risoluzioni del cessate il fuoco e a massicce spedizioni di armi dagli Stati Uniti e da altri Paesi occidentali per sostenere l’assedio. Non abbiamo mai visto i resoconti della stampa provenienti da Sarajevo venire regolarmente screditati e respinti dalla comunità internazionale, nonostante 25 giornalisti fossero stati uccisi durante la guerra dalle forze assedianti serbe. Non abbiamo mai sentito che i governi occidentali giustificassero l’assedio come diritto dei serbi a difendersi, anche se le forze di pace delle Nazioni Unite inviate in Bosnia erano in gran parte un gesto dimostrativo, inefficace nel fermare il massacro finché non furono costretti a rispondere in seguito al massacro di 8.000 uomini e ragazzi bosniaci a Srebrenica.

Non intendo minimizzare l’orrore dell’assedio di Sarajevo, che mi fa venire gli incubi quasi trent’anni dopo. Ma ciò di cui siamo stati testimoni: da tre a quattrocento bombe al giorno, da quattro a cinque morti al giorno e due dozzine di feriti al giorno, è una piccola frazione della morte e della distruzione di Gaza. L’assedio israeliano di Gaza somiglia più all’assalto della Wehrmacht a Stalingrado, dove fu distrutto oltre il 90% degli edifici della città, che a Sarajevo.

Venerdì la Striscia di Gaza ha avuto tutte le sue comunicazioni interrotte. Senza internet. Nessun servizio telefonico. Niente elettricità. L’obiettivo di Israele è l’assassinio di decine, probabilmente centinaia di migliaia di palestinesi e la Pulizia Etnica di coloro che sopravvivono nei campi profughi in Egitto. È un tentativo da parte di Israele di cancellare non solo un popolo, ma l’idea di Palestina. È una replica delle massicce campagne di massacro razzializzato da parte di altri progetti coloniali di coloni che credevano che la violenza indiscriminata e totale potesse far svanire le aspirazioni di un popolo oppresso, di cui avevano rubato la terra. E come altri autori di Genocidio, Israele intende tenerlo nascosto.

La campagna di bombardamenti di Israele, una delle più pesanti del 21° secolo, ha ucciso più di 7.300 palestinesi, quasi la metà dei quali bambini, insieme a 26 giornalisti, operatori sanitari, insegnanti e personale delle Nazioni Unite. Circa 1,4 milioni di palestinesi a Gaza sono sfollati e circa 600.000 sono senzatetto. Moschee, 120 strutture sanitarie, ambulanze, scuole, condomini, supermercati, impianti di trattamento dell’acqua e delle acque reflue e centrali elettriche sono stati ridotti in macerie. Ospedali e cliniche, privi di carburante, medicine ed elettricità, sono stati bombardati o stanno chiudendo. L’acqua potabile sta finendo. Gaza, alla fine della campagna di terra bruciata israeliana, sarà inabitabile, una tattica che i nazisti impiegavano regolarmente quando affrontavano la Resistenza armata, anche nel ghetto di Varsavia e poi nella stessa Varsavia. Quando Israele avrà finito, Gaza, o almeno Gaza come la conoscevamo, non esisterà più.

Non solo le tattiche sono le stesse, ma lo è anche la retorica. I palestinesi vengono definiti animali, bestie e nazisti. Non hanno il diritto di esistere. I loro figli non hanno il diritto di vivere. Devono essere cancellati dalla terra.

Lo sterminio di coloro a cui rubiamo la terra, di cui saccheggiamo le risorse e di cui sfruttiamo il lavoro è codificato nel nostro DNA. Chiedetelo ai nativi americani. Chiedetelo agli indiani. Chiedetelo ai congolesi. Chiedetelo ai Kikuyu in Kenya. Chiedetelo agli Herero della Namibia, 80.000 che, come i palestinesi di Gaza, furono uccisi a colpi di arma da fuoco e portati nei campi di concentramento nel deserto dove morirono di fame e malattie. Chiedetelo agli iracheni. Chiedetelo agli afghani. Chiedetelo ai siriani. Chiedetelo ai curdi. Chiedetelo ai libici. Chiedetelo alle popolazioni indigene di tutto il mondo. Sanno chi siamo.

Il volto distorto e coloniale di Israele è il nostro. Fingiamo il contrario. Ci attribuiamo virtù e qualità civilizzatrici che sono, come in Israele, deboli giustificazioni per privare un popolo occupato e assediato dei suoi diritti, impossessarsi della sua terra e ricorrendo alla prigionia prolungata, alla tortura, all’umiliazione, alla povertà forzata e all’omicidio per tenerlo sottomesso.

Il nostro passato, compreso il nostro recente passato in Medio Oriente, è costruito sull’idea di sottomettere o cancellare le razze “inferiori” della terra. Diamo a queste razze “inferiori” nomi che incarnano il male. ISIS. Al Qaeda. Hezbollah. Hamas. Usiamo insulti razzisti per disumanizzarli. “Haji” “Sporchi Arabi” “Cammellieri” “Ali Baba” “Spalaletame” E poi, poiché incarnano il male, poiché sono meno che umani, ci sentiamo autorizzati, come ha detto Nissim Vaturi, membro del Parlamento israeliano per il Partito al governo Likud, per cancellare “la Striscia di Gaza dalla faccia della terra”.

Naftali Bennett, ex Primo Ministro di Israele, in un’intervista su Sky News il 12 ottobre ha dichiarato: “Stiamo combattendo i nazisti”, in altre parole, il male assoluto.

Per non essere da meno, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha descritto Hamas in una conferenza stampa con il Cancelliere tedesco, Olaf Scholz, come “i nuovi nazisti”.

Pensate a un popolo, imprigionato per sedici anni nel più grande campo di concentramento del mondo, privo di cibo, acqua, carburante e medicine, privo di esercito, aeronautica, marina, unità meccanizzate, artiglieria, comando e controllo e batterie di missili, viene massacrato e affamato da uno degli eserciti più avanzati del pianeta, e sono loro i nazisti?

C’è un’analogia storica. Ma non è una situazione che Bennett, Netanyahu o qualsiasi altro leader israeliano vogliono riconoscere.

Quando coloro che sono occupati rifiutano di sottomettersi, quando continuano a resistere, abbandoniamo ogni finzione della nostra missione “civilizzatrice” e scateniamo, come a Gaza, un’orda di massacri e distruzione. Ci ubriachiamo di violenza. Questa violenza ci rende pazzi. Uccidiamo con ferocia sfrenata. Diventiamo le bestie di cui accusiamo gli oppressi di essere. Smascheriamo la menzogna della nostra decantata superiorità morale. Esponiamo la verità fondamentale sulla civiltà occidentale: siamo gli assassini più spietati ed efficienti del pianeta. Solo per questo dominiamo i “dannati della terra”. Non ha nulla a che vedere con la democrazia o la libertà. Sono diritti che non intendiamo assolutamente concedere agli oppressi.

“L’onore, la giustizia, la compassione e la libertà sono idee che non hanno convertiti”, ci ricorda Joseph Conrad, che ha scritto “Cuore di Tenebra”. “Ci sono solo persone, senza sapere, senza capire, senza sentimenti, che si ubriacano di parole, le ripetono, le gridano, immaginando di crederci senza credere ad altro che al profitto, al vantaggio personale e alla propria soddisfazione”.

Il Genocidio è al centro dell’imperialismo occidentale. Non è un fenomeno esclusivo di Israele. Non è una caratteristica esclusiva dei nazisti. È l’elemento costitutivo della dominazione occidentale. Gli interventisti umanitari che insistono sul fatto che dovremmo bombardare e occupare altre nazioni perché incarnano la bontà, sebbene promuovano l’intervento militare solo quando è percepito come nel nostro interesse nazionale, sono utili idioti della macchina da guerra e degli imperialisti globali. Vivono in un mondo illusorio dove i fiumi di sangue che generiamo rendono il mondo un posto migliore e più felice. Sono le faccine sorridenti del Genocidio. Potete guardarle sui vostri schermi. Potete ascoltarli declamare la loro pseudo-moralità alla Casa Bianca e al Congresso. Sono sempre in errore. E non se ne vanno mai.

Forse ci lasciamo ingannare dalle nostre stesse bugie, ma la maggior parte del mondo vede noi, e Israele, chiaramente. Comprendono le nostre inclinazioni genocide, la nostra totale ipocrisia e autocompiacimento. Vedono che i palestinesi, in gran parte senza alleati, senza potere, costretti a vivere in squallidi campi profughi o nella diaspora, espropriati della loro Patria ed eternamente perseguitati, soffrono il tipo di destino un tempo riservato agli ebrei. Questa forse è la tragica ironia finale. Coloro che una volta avevano bisogno di protezione dal Genocidio, ora lo commettono.

(Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org)

da qui


Ci stiamo abituando – Massimo Mazzucco

Lentamente, ci stiamo abituando. Bomba dopo bomba, cadavere dopo cadavere, giorno dopo giorno, lentamente stiamo accettando l’idea che Israele possa portare avanti impunemente il suo sporco lavoro di pulizia etnica in Palestina. E lo stanno facendo sotto gli occhi di tutti, in modo plateale, alternando ogni bombardamento vigliacco dal cielo ad un grido scandalizzato di “avete visto cosa ci hanno fatto il 7 di ottobre!”

Nei nostri salotti televisivi, sistematicamente, i pochi che si battono ancora per conservare un senso di giustizia vengono sopraffatti dai servi di regime che urlano – anche loro fintamente – allo scandalo del 7 ottobre.

Nessuno riesce a vedere al di là di quella data. Esattamente come è successo per l’Ucraina, dove tutto era sembrato iniziare dal nulla il 24 febbraio 2022, oggi in Palestina tutto sembra essere iniziato il 7 di ottobre. Prima non c’era nulla. Prima c’erano due popoli che convivevano pacificamente l’uno accanto all’altro, felici e sereni, e di colpo uno di loro si è svegliato e ha deciso di fare un massacro.

Ormai la storia dei bambini bruciati vivi e decapitati, delle donne stuprate ed uccise ha preso il sopravvento sulla realtà storica. E non appena una Carmen Lasorella prova a dire (Rete 4, poche sere fa) che non esistono conferme oggettive di queste atrocità, viene subito zittita da un Molinari (direttore di Repubblica) che la redarguisce come una scolaretta, e le impone pubblicamente di scusarsi. Lo stesso Molinari, naturalmente, che si dimentica di dissociarsi quando un ex-ambasciatore di Israele dichiara pubblicamente che “bisogna radere al suolo Gaza con tutti i suoi abitanti”.

Il doppio standard morale dell’occidente è qualcosa di disgustoso. E noi, impotenti, osserviamo tutto questo senza poter fare nulla. Osserviamo i nostri governanti che, vigliaccamente, si astengono dal votare una risoluzione che chiede la sospensione dei bombardamenti, attaccandosi a ridicoli cavilli verbali.

Una volta ancora, la prepotenza sta vincendo sul senso di umanità, l’ingordigia sta prevalendo sulla pietà, l’arroganza sta avendo il sopravvento su qualunque criterio di giustizia.

E tutto questo, non dimentichiamolo, viene fatto in nome della “difesa della democrazia”.

da qui




Discorso al parlamento inglese di Gerald Kaufman, nel 2009

Sono stato educato come un ebreo ortodosso e un sionista. Su uno scaffale della nostra cucina c’era una scatola di latta per il Fondo Nazionale Ebraico, in cui mettevamo le monete per aiutare i pionieri a costruire una presenza ebraica in Palestina. Sono andato per la prima volta in Israele nel 1961 e ci sono stato più volte di quante ne possa contare. Avevo la famiglia in Israele e ho amici in Israele. Uno di loro ha combattuto nelle guerre del 1956, 1967 e 1973 ed è stato ferito in due di esse. Il fermacravatta che indosso è ricavato da una decorazione della campagna elettorale che gli è stata assegnata, e che mi ha regalato. Ho conosciuto la maggior parte dei primi ministri di Israele, a cominciare dal primo ministro fondatore David Ben-Gurion. Golda Meir era mia amica, così come Yigal Allon, vice primo ministro, che, come generale, vinse il Negev per Israele nella guerra d’indipendenza del 1948.

I miei genitori arrivarono in Gran Bretagna come profughi dalla Polonia. La maggior parte delle loro famiglie furono successivamente uccise dai nazisti durante l’Olocausto. Mia nonna era a letto malata quando i nazisti arrivarono nella sua città natale, Staszow. Un soldato tedesco le sparò uccidendola nel suo letto. Mia nonna non è morta per fornire copertura ai soldati israeliani che uccidevano le nonne palestinesi a Gaza. L’attuale governo israeliano sfrutta spietatamente e cinicamente il continuo senso di colpa tra i gentili per il massacro degli ebrei nell’Olocausto come giustificazione per l’uccisione dei palestinesi. L’implicazione è che le vite degli ebrei sono preziose, ma le vite dei palestinesi non contano. Qualche giorno fa, su Sky News, alla portavoce dell’esercito israeliano, il maggiore Leibovich, è stato chiesto dell’uccisione israeliana di 800 palestinesi – il totale è ora di 1.000. Ha risposto immediatamente che 500 di loro erano militanti.

Il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni afferma che il suo governo non avrà alcun rapporto con Hamas, perché sono terroristi. Il padre di Tzipi Livnis era Eitan Livni, direttore delle operazioni del terrorista Irgun Zvai Leumi, che organizzò l’esplosione dell’hotel King David a Gerusalemme, in cui furono uccise 91 vittime, tra cui quattro ebrei. Israele è nato dal terrorismo ebraico. I terroristi ebrei impiccarono due sergenti britannici e catturarono i loro cadaveri. L’Irgun, insieme alla banda terrorista Stern, massacrò 254 palestinesi nel 1948 nel villaggio di Deir Yassin. Oggi, l’attuale governo israeliano indica che sarebbe disposto, in circostanze per lui accettabili, a negoziare con il Presidente palestinese Abu Mazen di Fatah. E’ troppo tardi per questo. Avrebbero potuto negoziare con il precedente leader di Fatah, Yasser Arafat, che era un mio amico. Invece, lo hanno assediato in un bunker a Ramallah, dove sono andato a trovarlo. A causa dei fallimenti di Fatah dopo la morte di Arafat, Hamas ha vinto le elezioni palestinesi nel 2006. Hamas è un’organizzazione profondamente cattiva, ma è stata eletta democraticamente, ed è l’unico gioco in città. Il boicottaggio di Hamas, anche da parte del nostro governo, è stato un errore colpevole, da cui sono derivate conseguenze terribili. Il grande ministro degli Esteri israeliano Abba Eban, con il quale ho fatto campagna per la pace su molte piattaforme, ha detto: “Si fa la pace parlando con i nemici”.

Per quanti palestinesi gli israeliani uccidano a Gaza, non possono risolvere questo problema esistenziale con mezzi militari. Quando e comunque i combattimenti finiranno, ci saranno ancora 1,5 milioni di palestinesi a Gaza e altri 2,5 milioni in Cisgiordania. Sono trattati come sporcizia dagli israeliani, con centinaia di blocchi stradali e con gli orribili abitanti degli insediamenti ebraici illegali che li molestano. Verrà il tempo, non molto lontano, in cui saranno più numerosi della popolazione ebraica in Israele. E’ tempo che il nostro governo chiarisca al governo israeliano che la sua condotta e le sue politiche sono inaccettabili e imponga un divieto totale delle armi a Israele. E’ tempo di pace, ma di pace vera, non della soluzione per conquista che è il vero obiettivo degli israeliani, ma che è impossibile per loro raggiungere. Non sono semplicemente criminali di guerra; Sono sciocchi.


continua qui

sabato 28 ottobre 2023

Vuoi lottare per una reale uguaglianza? Allora, guarda Jonathan Pollak - Libby Lenkinski



Yonatan ci sta mostrando un modo diverso e più radicale di lottare per l’uguaglianza: non chiedendo comodamente che i diritti di tutti siano elevati al nostro livello, ma camminando effettivamente nei panni degli oppressi, accanto agli oppressi.
di LIBBY LENKINSKI (ISR)




Jonathan Pollak, arrestato a gennaio di quest'anno, qui accanto al suo avvocato Riham Nasra, all'interno del tribunale di Petah Tikva, il 28 settembre 2023, durante il processo in cui è accusato di aver lanciato pietre, durante una protesta, contro l'avamposto di Eviatar a Beita, per impedire un nuovo insediamento di coloni nella Cisgiordania occupata.

Dopo il suo arresto, l'attivista ha chiesto che il suo caso fosse trasferito da un tribunale civile a un tribunale militare in modo da poter subire lo stesso trattamento dei palestinesi. Tuttavia, la corte ha respinto la richiesta di Pollak, portandolo a respingere la legittimità della corte e a rifiutarsi di collaborare al procedimento.


fonte: (ISR) jewishcurrents.org - ottobre 2023

 

PREMESSA.

Jonathan Pollak, 40 anni, è un attivista israeliano anti-sionista. Nei primi anni duemila è stato tra i fondatori di Anarchists Against the Wall (Anarchici contro il muro), un’organizzazione schierata al fianco dei palestinesi nella lotta contro la costruzione israeliana del Muro dell’Apartheid, ed è attivo nella campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Nel 2018 era stato aggredito, fuori dal posto di lavoro, da due esponenti dell’estrema destra sionista, che gli tagliarono la faccia con un coltello.




Venerdì 27 gennaio 2023 è stato arrestato dalla Polizia di frontiera israeliana durante la protesta settimanale nel villaggio di Beita, nella Cisgiordania occupata. Attualmente è agli arresti domiciliari, e dovrà rimanervi fino alla fine del procedimento giudiziario.

Nonostante sia stato arrestato in Cisgiordania, dove vige la legge militare, durante una manifestazione contro l’occupazione, e sia accusato di aver lanciato pietre contro i mezzi militari degli occupanti, essendo un ebreo con passaporto e cittadinanza israeliana, contro di lui è stato imbastito un processo nell’ambito del sistema giudiziario penale israeliano. I palestinesi che vengono arrestati nelle stesse circostanze, e con le stesse accuse, invece, vengono processati secondo il diritto militare.



«Le proteste si presentano come un tentativo di fermare le manovre del governo di estrema destra – spiega Jonathan – che si può definire a tutti gli effetti fascista. Un attacco insomma, secondo i liberali israeliani, alla democrazia. Ma io non credo – aggiunge – che Israele sia una democrazia. E non perché la sua giurisprudenza sia o meno indipendente, ma perché è uno stato di occupazione e apartheid»

 


L'ARTICOLO.

Per gli attivisti israeliani e statunitensi, chiedere l’uguaglianza tende a significare elevare gli altri al nostro livello di privilegio. Ma quanti sono disposti a rinunciare a questo privilegio?


di Libby Lenkinski (ISR)


Nelle ultime settimane, mentre io e tutti quelli che conosco eravamo nelle strade di New York o Tel Aviv a protestare contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e a gridare per la democrazia, il mio amico Yonatan (Jonathan) Pollak era intrappolato agli arresti domiciliari, in attesa di processo a Israele. 




Yonatan è stato arrestato dalla polizia di frontiera israeliana a gennaio durante una manifestazione contro l'avamposto della colonia illegale di Eviatar , nella Cisgiordania occupata. Eviatar è stato costruito per la prima volta nel 2021, in gran parte su terreni di proprietà di palestinesi della città di Beita , i cui residenti vivono lì da molto prima della fondazione dello Stato di Israele. L’avamposto è stato temporaneamente evacuato dalle autorità israeliane a causa della sua illegalità anche secondo la legge israeliana, ma è stato ripristinato nel giugno 2023 da coloni violenti e radicali, tutti con il sostegno del governo e persino con la partecipazione attiva di alcuni dei suoi ministri di estrema destra. Dal 2021, almeno nove palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane durante le manifestazioni contro l’avamposto. 



Yonatan è stato tenuto in detenzione per diverse settimane e poi rilasciato agli arresti domiciliari – non era certo la sua prima volta. Con l'avvicinarsi della data del processo, lui e il suo avvocato Riham Nasra hanno chiesto qualcosa di radicale: che fosse processato non in un tribunale civile israeliano, come è consuetudine per gli ebrei israeliani, ma nei tribunali militari israeliani, che processano i palestinesi nei territori occupati . Come previsto, questa richiesta non è stata soddisfatta; farlo avrebbe significato superare le barriere tra due sistemi giuridici per due popoli nella stessa area geografica. Esiste una parola per questo: apartheid.


Sono un'attivista in Israele-Palestina da quasi 20 anni. Ho visto israeliani marciare, subire gas lacrimogeni e arresti, piantare tende e accamparsi nelle case palestinesi a rischio di demolizione o di presa del potere da parte dei coloni ; e ho fatto tutte queste cose da sola. Ma l'atto di Yonatan è diverso, qualcosa che la maggior parte di noi non penserebbe mai di fare. 

 

Quando gli attivisti israeliani o americani parlano di uguaglianza e democrazia, di solito immaginiamo di portare tutti al livello di privilegio che godiamo attualmente. Ma quanti di noi sono disposti a sacrificare questo privilegio per il bene di una reale uguaglianza? Quanti di noi sono disposti a pagarne il prezzo? Questo è esattamente ciò che sta facendo Yonatan. Oggi, quando sento la parola “uguaglianza”, penso al suo potente atto di resistenza. 


"Se parte del regime è una dittatura militare, dobbiamo trattarla tutta in questo modo"

Yonatan è stato uno dei primi attivisti israeliani anti-occupazione che ho incontrato quasi 20 anni fa. È stato sempre molto chiaro e molto concreto. Ricordo un incontro che organizzai per attivisti internazionali nel 2008 sul muro di separazione israeliano , che all'epoca era ancora in costruzione. Gli esperti e gli attivisti iniziarono a discutere se si sarebbero opposti al muro se fosse stato effettivamente costruito lungo la Linea Verde – il confine dell’armistizio che separava Israele dalla Giordania dopo la guerra del 1948 – piuttosto che tagliare in profondità la Cisgiordania. 



Dopo diversi minuti di dibattito teorico e filosofico, Yonatan è intervenuto con forza: “Di cosa stiamo parlando? Questo non è ipotetico. C'è questo muro. La nostra scelta è accettarlo o opporci. Mi oppongo. Fine della discussione." 


La professoressa e attivista israeliana di filosofia Anat Matar ha recentemente sottolineato che, quando si tratta dei nostri valori e principi, spesso sappiamo qual è la cosa giusta da fare, ma ci concediamo costantemente piccole concessioni perché la vita deve andare avanti. Yonatan, dice, ha una mentalità diversa a questo riguardo: non può concedersi quelle indennità, né convivere con quelle ipocrisie. 


Yonatan non è un attivista solidale venuto da lontano come tanti di noi. Vive da vicino le sfide quotidiane imposte da Israele ai palestinesi. Per due decenni ha preso parte regolarmente ad azioni di protesta in Cisgiordania, in particolare nelle aree dove c'è un'attiva resistenza popolare palestinese. Parla correntemente l'arabo e, nonostante il suo aspetto rude, sviluppa rapporti profondi e radicati con i palestinesi. Ciò rende la sua natura già intransigente ancora più cruda; semplicemente non può convivere con l'ingiustizia di ciò.


Nella sua dichiarazione dopo il suo arresto, Yonatan ha detto: “Non andrò (in tribunale) perché metà delle persone sotto il controllo israeliano sono cittadini di seconda classe, nel caso dei palestinesi che sono cittadini israeliani, o soggetti privi di diritti democratici fondamentali. , nel caso dei palestinesi che vivono nei territori occupati. Nonostante i complessi meccanismi burocratici progettati per mascherare questo fatto, esiste un regime tra il fiume e il mare, e se parte di esso è una dittatura militare, dobbiamo trattarlo tutto in questo modo”. 



Il sistema giudiziario militare israeliano in Cisgiordania è un tribunale farsa. Questo è un fatto. Organizzazioni per i diritti umani come B'Tselem, Yesh Din, Military Court Watch, Addameer, Adalah, Human Rights Watch e molte altre lo hanno documentato; i media in Israele e nel mondo ne hanno parlato; sono stati girati film documentari sull'argomento; e i politici ne hanno parlato. Questo è un sistema giudiziario in cui meno di una persona su 400 viene assolta e oltre il 99% dei casi finisce con una condanna. Si tratta di un sistema giudiziario la cui stessa esistenza è una delle ragioni principali per cui il regime nei territori occupati è così spesso definito apartheid . 


Questo sistema giudiziario fu istituito dopo che Israele conquistò la Cisgiordania e Gaza nel 1967, per cercare di creare un ordine imposto da Israele sulla popolazione appena occupata. Da allora, circa 800.000 uomini, donne e bambini palestinesi sono stati detenuti nelle carceri israeliane e portati davanti a questi tribunali farsa. I bambini di appena 12 anni possono essere perseguiti e ogni anno vengono detenuti tra i 500 e i 700 minori . Come ha ammesso l’ex capo della giustizia militare Dov Shefi nel film del 2011 “The Law In These Parts”: “L’ordine e la giustizia non sempre vanno fianco a fianco”. 


In altre parole, un sistema legale inteso a controllare una popolazione nemica non potrà mai garantire loro giustizia. E, in un atto di uguaglianza radicale, Yonatan chiede lo stesso trattamento che offre ai palestinesi. 


Camminare a fianco degli oppressi

Ci sono quelli della destra politica che potrebbero provare a liquidare Yonatan come un attivista estremista che si è “schierato con il nemico”. Ci sono anche quelli della sinistra tradizionale che potrebbero pensare che sfidare l’occupazione in questo modo sia una tattica poco pratica. Ma entrambi hanno torto.


Consideriamo l'esempio di Zackie Achmat. In Sud Africa nel 1990, quando il regime dell’apartheid era ancora intatto, Achmat era un giovane attivista sieropositivo, e fece qualcosa di simile a ciò che Yonatan sta facendo adesso: si rifiutò di prendere farmaci antiretrovirali salvavita finché non furono accessibili a tutti . A quel tempo, tali farmaci erano inaccessibili a chiunque non fosse eccezionalmente ricco (la stragrande maggioranza della popolazione del paese, in particolare i neri sudafricani), e sebbene ne avesse personalmente i mezzi, Achmat rifiutò i farmaci per sostenerne la disponibilità pubblica; anche più tardi, quando il presidente Nelson Mandela lo implorò di prendere la medicina, egli rifiutò. 


La richiesta di Achmat di un lancio di massa di farmaci generici a tutti i sudafricani ha contribuito a lanciare la Treatment Action Campaign (TAC) nel 1998, che è diventata una delle campagne sanitarie più efficaci della storia, e alla fine ha esercitato pressioni sul governo di Thabo Mbeki affinché introducesse medicinali a prezzi accessibili. e farmaci accessibili. 


Achmat allora, come Yonatan adesso, rimase implacabilmente fedele alla sua chiamata. Questa campagna non solo ha prodotto risultati tangibili, con un aumento drammatico dell’aspettativa di vita nelle comunità rurali del Sud Africa, ma è anche riuscita a creare un massiccio cambiamento culturale che ha contribuito a destigmatizzare l’HIV agli occhi di molti nel paese e nel mondo.


Gli attivisti come me tendono a pensare a noi stessi come alternativamente valorosi e assediati: lavoriamo duro controcorrente per combattere l'oppressione, e così poche persone sembrano preoccuparsene. Ma alla fine, spesso torniamo a casa e viviamo una vita privilegiata, sentendoci abbastanza bene con noi stessi, giurando che combatteremo ancora domani. 

Yonatan ci sta mostrando un modo diverso e più radicale di lottare per l’uguaglianza: non chiedendo comodamente che i diritti di tutti siano elevati al nostro livello, ma camminando effettivamente nei panni degli oppressi, accanto agli oppressi. Forse la sua irriverenza è minacciosa per alcuni; forse il suo linguaggio è estremo per gli altri. Ma la sua resistenza è un chiaro appello che dovrebbe spingerci tutti a fermarci a pensare – e poi ad agire.

 

Fonte: 972mag.com - 5 ott. 2023

Traduzione a cura de LE MALETESTE


* Libby Lenkinski è vicepresidente per l'impegno pubblico presso il New Israel Fund.

da qui