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domenica 4 agosto 2024

Pablo Gonzalez libero. Come l'UE ha sacrificato un suo giornalista per le necessità imperiali di Washington - Clara Statello

 

E' finito l'incubo per il giornalista Pablo Gonzalez. Ieri è stato rilasciato dopo due anni e cinque mesi di carcere duro in Polonia, durante un grande scambio di detenuti tra Russia e Occidente collettivo. L'accordo è stato mediato dalla Turchia e ha coinvolto, oltre Russia e Stati Uniti, anche Polonia, Bielorussia, Germania e altri Paesi europei. Sono stati liberati di 26 prigionieri, tra cui due bambini, nella proporzione 2 a 1. Il legale di Gonzalez, l'avvocato Gonzalo Boye ha dichiarato che si è trattato di uno scambio "giornalista per giornalista". Ciò significa che Pablo Gonzalez è stato scambiato con i giornalisti statunitensi Evan Gershkovich del Wall Street Journal e Alsou Kurmasheva di Radio Svoboda/Free Europe, un organo di stampa europeo collegato a Washington.

Boye, avvocato cileno con base in Spagna, noto per il caso Snowden, ha sottolineato che a differenza di altri detenuti, Gonzalez non ha mai ricevuto una condanna, né è mai stato processato, né l'accusa è mai riuscita a formulare dei capi di imputazione.

Il suo caso è stato colpito dalla congiura del silenzio dei media in Europa. Arrestato in Polonia il 27 febbraio 2022 al confine con l'Ucraina, mentre documentava il dramma dei civili che scappavano dalla guerra, ha subito la detenzione in regime di carcere duro, nella prigione di massima sicurezza di Radom, a 70 chilometri da Varsavia.

Per lui è stato disposto il regime di isolamento ed "incomunicado", in cella 23 ore al giorno, con una sola ora d'aria in un cortile di sette metri per quattro, senza alcun contatto con altri detenuti. La moglie Ohiana Goiriena, che in Spagna è stata riferimento delle campagne di solidarietà per la sua liberazione, spiega che per diversi mesi non le hanno consentito la comunicazione con il marito. E' stato concesso solo lo scambio epistolare, con lettere che arrivavano dopo due mesi dalla data di spedizione e che portavano il sigillo rotto: sottoposte alla censura carceraria. Non era consentita la comunicazione per telefonica e in questi due anni e mezzo Ohiana ha potuto vedere il marito solo tre volte, per poche ore. La prima volta a novembre 2022, otto mesi dopo l'arresto. A Pablo non è mai stato permesso in questi anni di parlare con i suoi figli.

Le sue condizioni di prigionia non hanno suscitato l'attenzione dei sedicenti paladini dei diritti umani e libertà di stampa, sempre preoccupati, invece, di tutelare le violazioni perpetrate dai Paesi ostili agli USA.

Il suo legale, nella prima dichiarazione dopo lo scambio, ha precisato che sul rilascio hanno pesato le ragioni umanitarie. Inoltre Boye ha sottolineato che i negoziati sono stati condotti solo da Mosca, la Spagna non vi ha preso parte. "La Spagna non solo non ha partecipato ai negoziati per la liberazione – ha spiegato Boye a RT – ma ha inviato (alla Polonia, ndR) report di intelligence contro Pablo e contro il suo avvocato".

 

Le ragioni della persecuzione di Pablo Gonzalez

Il giornalista spagnolo Pablo Gonzalez è stato detenuto tutto questo tempo per una solo ragione: essere scambiato con cittadini statunitensi detenuti in Russia. Dopo aver assistito allo scambio di ieri, avvenuto nell'aeroporto di Ankara, si può affermare con ragionevole certezza che Gonzalez era stato inserito in un fondo di scambio. In virtù di ciò, la Polonia ha prorogato per n-volte e senza nessuna prova la sua detenzione preventiva. Si può intuire che Varsavia abbia ricevuto ordini direttamente da Washington. Come dire: gli interessi imperialisti degli Stati Uniti prevalgono sull'ordinamento giudiziario dei Paesi europei, uno dei tre poteri indipendenti su cui si costruisce l'architettura di ogni democrazia liberale.

Il problema non riguarda soltanto la Polonia ma anche la Spagna che, a quanto afferma Boye, non solo non ha tutelato un suo cittadino, ma in mancanza di prove ha fornito in segreto alla giustizia polacca quegli elementi utili a giustificare il prolungamento della sua detenzione.

Andiamo con ordine. Pablo Gonzalez è stato arrestato con l'accusa di essere una spia del Cremlino. Come prova era stato inizialmente presentato il suo passaporto russo, con il nome di Pavel Rubtsov. Ma Pablo Gonzalez ha un passaporto russo con un nome russo, per il semplice fatto che è russo. Pablo infatti è il nipote di un niño de guerra, come erano chiamati i figli dei partigiani della guerra civil española, che  venivano evacuati in Unione Sovietica. È nato in Russia nel 1982 e successivamente si è trasferito con la madre in Spagna, dove ha preso un cognome spagnolo. Lo ius sanguis vigente in Europa gli ha garantito la cittadinanza spagnola fin dalla nascita.

Da giornalista, dunque, Pablo si è specializzato nel mondo post sovietico, lavorando per emittenti spagnole come Publico e La Sexta. Ha documentato la guerra in Donbass da entrambi i lati. Per il suo lavoro da reporter di guerra è stato accusato dalla Polonia di condurre "operazioni a beneficio della Russia, approfittando del suo status di giornalista".  

Boye afferma che "non solo Pablo non è mai stato condannato, ma quasi in due anni e mezzo le autorità polacche non sono stati in grado di provare nulla contro di lui".

In assenza del benché minimo indizio, a maggio del 2023 venne accusato da una rivista dell'opposizione russa, Agentzvuo, di spiare la figlia di Nemtzov. La rivista tirò fuori delle "rivelazioni" talmente poco attendibili che non servirono alla giustizia polacca neanche a fabbricare prove false per il processo (mai celebrato)

La messa in scena fu sostenuta anche da Novaya Gazeta, l'iconica rivista russa simbolo della lotta per la libertà di stampa contro la repressione. Ironico, vero?

Pablo Gonzalez è stato arrestato perché russo ed è stato liberato grazie al lavoro diplomatico della Russia. In quanto cittadino russo è tornato nel suo Paese natale. Non è noto se potrà tornare in Spagna e se sarà al sicuro nell'UE. Appena potrà rilascerà dichiarazioni alla stampa.

L'Europa non ha avuto alcuna remora a sacrificare la libertà di un giornalista spagnolo sull'altare delle necessità imperiali di Washington, che può deliberatamente decidere di privare un cittadino europeo della sua libertà ed utilizzarlo come moneta di scambio. La drammatica esperienza di Pablo Gonzales della moglie Ohiana e dei suoi figli, privati per così tanto tempo dell'amore paterno, non solo è un'enorme vergogna dell'Europa e del giornalismo europeo ( i tanti colleghi europei di Gonzalez non hanno mostrato alcuna solidarietà nei suoi confronti), ma getta un'ombra inquietante sullo stato di diritto e sulla sicurezza di tutte e tutti nel "giardino europeo".

da qui

venerdì 27 gennaio 2023

il giorno della dimenticanza

Auschwitz, 78 anni dopo l'Unione Europea insulta la storia - Agata Iacono

·           "Non sarà qualche delirio russofobo e anticomunista di certe autorità europee a riscrivere la storia di uno dei più importanti eventi del XX secolo. È stata l'Armata Rossa a liberare i prigionieri di Auschwitz. Non invitare i rappresentanti russi per le celebrazioni è indegno", scrive su Twitter Davide Busetto.

"78 anni fa l'Armata Rossa libero' Auschwitz. Quest'anno la Polonia ha vietato ai discendenti di quei soldati di partecipare alla cerimonia di commemorazione. Uno sfregio alla memoria non solo di chi ha dato la vita per liberare l'Europa dal Nazismo, ma anche alla memoria dei milioni di persone sterminate nei lager nazisti", il commento di Laura Ruggeri su Telegram.


La Russia non è invitata, per la prima volta, all'evento che celebra la liberazione del campo di concentramento nazista proprio da parte dell'Armata Rossa 78 anni fa. Il museo di Auschwitz ha dichiarato che, a causa della guerra in Ucraina, la Russia sarà esclusa dall'imminente cerimonia che segna i 78 anni da quando l'Armata Rossa ha liberato il campo di sterminio nazista.

Il direttore del sito museale polacco ha affermato che la Russia "avrà bisogno di un tempo estremamente lungo e di un autoesame molto profondo" prima che possa tornare a partecipare ai "raduni del mondo civilizzato".

"Data l'aggressione contro un'Ucraina libera e indipendente, i rappresentanti della Federazione Russa non sono stati invitati a partecipare alla commemorazione di quest'anno", ha detto all'AFP Piotr Sawicki, portavoce del museo presso il sito dell'ex campo di concentramento liberato proprio dai russi.

Finora, la Russia ha sempre partecipato alla cerimonia ufficiale di commemorazione che si tiene ogni anno il 27 gennaio.

Il direttore del museo Piotr Cywinski ha detto che era ovvio che non potesse firmare una lettera di invito all'ambasciatore russo nel contesto attuale.

E così la Polonia, e l'Europa tutta, che armano i battaglioni neonazisti ucraini ispirati al massacratore di ebrei, Bandera, eroe nazionale ucraino, (e tutto il mainstream mediatico servo),  si arrabatteranno nella ridicola e vergogna impresa di evitare accuratamente di nominare l'Armata Rossa, cercando di farci credere che i veri cattivi della storia sono coloro che hanno liberato gli ebrei dal campo di Auschwitz.

E quelli buoni che leggono Kant, portano la svastica e fanno il saluto nazista, quelli, invece, ci salveranno dal "pericolo russo", pretendendo che si soffra e si muoia per loro.

Non si può che concludere, citando la nota frase di Monicelli, rivolta alla liberazione da parte degli Stati Uniti del campo di concentramento del film "la vita è bella" di Benigni: «Non come quella mascalzonata di Benigni in La vita è bella, quando alla fine fa entrare ad Auschwitz un carro armato con la bandiera americana. Quel campo, quel pezzo di Europa lo liberarono i russi, ma... l'Oscar si vince con la bandiera a stelle e strisce, cambiando la realtà.» 

Cambiando la realtà. Mai così attuale.

da qui

giovedì 11 novembre 2021

Ai confini dell’inferno

Bosnia, dopo venticinque viaggi - Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi 


Il report della missione che si è svolta dall’8 al 13 ottobre 2021


Questa volta, partiamo in sei con tre auto. Con noi, Sandra Rosatti e Gabriele Sala dell’associazione Mamre di Borgo Manero, Biancaluna Bifulco e Antonio Nigro di Salerno.

di Linea D’Ombra ODV

 

Cantone di Una Sana. Scene di diffusa sofferenza, di normale capillare violenza fra edifici abbandonati dai tempi della guerra civile jugoslava, villette leziose di bosniaci emigrati, case cadenti, colli boscosi e fiumi.

Ad ogni nostra visita, tutto appare sempre un po’ peggio, con l’inesorabilità di una frana. È l’effetto della politica di rigetto dell’UE, che tende costantemente ad aggravarsi, anche per l’aumento del numero di paesi determinati a bloccare ogni accesso ai loro territori.

Vista dalla Bosnia, ma anche dalla piazza della stazione di Trieste, la politica dell’Unione Europea nei confronti dei migranti sembra di breve respiro, irrazionale oltre che criminale, ma ha pezzi di razionalità.
Sul piano economico: si accumula in Bosnia e nei Balcani una riserva di forza lavoro a bassissimo prezzo.

Sul piano politico interno: per favorire sistemi di governance più autoritaria di popolazioni provate da una perdurante crisi economica – pensiamo solo a come in Italia i sondaggi diano ai due partiti dichiaratamente contro i migranti il maggior numero di voti.

Inoltre, e soprattutto, bisogna tener presente che al posto di comando in Europa come ovunque nei paesi ‘ricchi’ c’è “l’Economia”, la crescita fine a se stessa, strutturalmente indifferente ad ogni altra cosa: basti pensare al comportamento nei confronti della gravissima questione climatica, per cui il segretario generale dell’ONU – di un organismo quindi certamente non su posizioni radicali – ha sentito l’esigenza di dire che “siamo sulla buona strada per la catastrofe” (26 ottobre).

Nelle nostre riflessioni sociali e politiche bisogna tener conto di questa cecità strutturale del sistema economico mondiale nei confronti di tutto ciò che ostacola una crescita che ormai è solo crescita dei profitti. Il disastro balcanico dei profughi e ancor più quello libico-mediterraneo ne sono una dolorosa evidenza.

Recentemente 12 paesi europei hanno chiesto di finanziare muri ai confini. L’Europa ha risposto negativamente, ma sottolineando che ogni paese ha diritto a difendere le proprie frontiere come crede, “pur nel rispetto dell’acquis europeo”. La questione migranti è rimasta un problema interno di ogni singolo Stato. Diverse sono le varianti e anche le contraddizioni, che non inficiano la sostanziale unità di una politica cinica e violenta. Andando sul terreno, la tocchiamo con mano.
Dobbiamo tener sempre presente che questo fenomeno di migrazioni di profughi, dal Medioriente, dall’Africa, sono l’inizio di un fenomeno storico fondamentale, il segnale dell’invivibilità di vaste e sempre maggiori parti del mondo e, di conseguenza, il rovesciamento sull’Europa, ancora assai modesto, degli effetti del colonialismo, su cui la prosperità dell’Europa è nata.


Venendo alla nostra attività – di aiuto concreto e socializzazione con i migranti, di rapporto con organizzazioni che operano in maniera stanziale e di informazione diretta sullo sviluppo di una situazione che frequentiamo regolarmente ormai da più di tre anni -, sentiamo l’esigenza fare alcune riflessioni sull’intervento dei gruppi internazionali di volontari in Bosnia.
È un intervento ovviamente indispensabile sul piano umanitario, per attenuare le dure condizioni di vita dei migranti fuori dai campi; sul piano politico, per diffondere conoscenza e informazioni aggiornate sull’intollerabilità della condizione migrante, raccogliendo informazioni precise anche sui suoi aspetti peggiori, come, per citare il caso forse più grave, l’azione della polizia croata.
Tuttavia, è difficilissimo passare ad un livello politico più complesso, che pure sarebbe indispensabile, sia per quel che riguarda il rapporto fra le organizzazioni di volontariato, che per il rapporto con la popolazione e, soprattutto, con i migranti stessi a partire da una loro consapevolezza di esser portatori di un diritto alternativo a quelli imposti o proclamati dagli Stati.
Sarebbe importante cominciare a discutere di questo fra gli attivisti, ma non ci facciamo illusioni in merito.

Non faremo un resoconto descrittivo del viaggio: riteniamo che non abbia più senso, ma mostreremo alcune situazioni esemplari.

Arriviamo a Velika Kladuša dopo un viaggio interminabile sotto la pioggia, dovuto a una chiusura improvvisa dell’autostrada Susak-Karlovac. Troviamo grandi nuvole basse, pioggerella insistente, freddo.

Cominciamo i nostri incontri con i migranti lo stesso giorno del nostro arrivo: accampamenti e squat dove la gente sopravvive come in una situazione di guerra. E guerra è, infatti.

Questi migranti si trovano fra due guerre: la guerra donde provengono – guerra vera e propria, come in Siria, in Afganistan, guerriglie di vario genere e disfacimento sociale, come in Iraq, guerre ambientali, come in Bangladesh e anche un insieme di tutto questo; e la guerra dell’Unione Europea contro di loro lungo tutta la catena balcanica, dalla Turchia alla Bosnia. Una guerra fatta di polizie, di fili spinati, di muri, di fiumi, montagne, freddo, fango, fame. E nel prossimo futuro sarà ancora peggio.

Sabato sera, andiamo subito all’ex macello, luogo storico d’incontro con i migranti. Luogo storico vuol dire che ha conosciuto tempi meno peggiori, quando c’erano docce calde installate da No Name Kitchen. Ed era un luogo di socializzazione fra attivisti e migranti.

Intorno a un fuocherello, sotto una tettoia, alcuni uomini. Più in là, in un piccolo ambiente oscuro, una famiglia afgana: con una bimba di 6 anni, una ragazzina di 15 e due fratelli. Il padre faceva l’interprete per un contingente internazionale ed eccolo qui a tentar di arrivare in Europa con la sua famigliola, rischiando tutto, mentre le chiacchiere mediatiche sull’Afghanistan sono già spente!

Il giorno dopo, con Simon di NNK, andiamo in un grande squat, fuori Kladuša dove vivono alcune decine di migranti. Anche qui, famiglie con bimbi piccoli. Anche qui, fra muraglie squallide, resti di una guerra mai conclusa, incontriamo un mondo dove l’accoglienza del viaggiatore è un rito sociale importante. Queste donne e questi uomini hanno bisogno prima di tutto di essere riconosciuti come tali e la donazione di beni indispensabili è il mezzo attraverso cui passa questo riconoscimento, senza che sia possibile scindere l’uno dall’altro.

Domenica 10, in partenza per Bihac, andiamo in quella sorta di villaggio afgano, che sorge nel prato alla periferia di Kladuša, non lontano dal cosiddetto hangar dell’elicottero. Circa 150 famiglie con molti bambini. Il cielo basso, la pioggerella insistente sulle misere tende, le corse giocose di molti bambini nel fango rendono la situazione indescrivibile. Incontri, sguardi, storie.

Ne riportiamo una, raccolta da Antonio Nigro, fra le più dolorose delle tante raccontate, accennate, alluse, tutte incise nei corpi, balenanti negli sguardi. Un energico arrabbiato uomo afgano sui 35-40 anni.

Durante la notte la polizia di frontiera mi ha portato vicino a Velika Kladusa, frontiera bosniaca. Hanno coperto le loro facce con delle maschere e non c’era luce, non riuscivo a vedere nulla. Loro hanno iniziato a picchiarmi forte. Mi hanno detto: “Vuoi andare in Italia? Vuoi andare in Germania? Vuoi andare nel Regno Unito?”. Hanno acceso la musica e hanno iniziato a ballare sul mio corpo e non potevo muovermi. Ho urlato e pianto tanto dicendo “per favore non picchiatemi”. Erano molto soddisfatti, godevano della mia sofferenza, ho sentito che mi vedevano come un animale, come se mi volessero rendere carne per il barbecue. Ero ferito ed ero diventato nero per il troppo sanguinare. Ero steso nel campo, non potevo muovermi per le troppe ferite. Non so, questa è l’Unione europea, questi sono i diritti umani. Voi non supportate i diritti umani, state mentendo, questa è sofferenza e supportate un regime, ci prendete la libertà. Non c’è democrazia per colpa vostra e della vostra sporca politica.

Prima di prendere, sempre sotto la pioggia, la tortuosa strada che porta a Bihac, passiamo per un altro squat ad incontrare due famiglie afgane in una casa abbandonata.
L’incontro può essere efficacemente riassunto, senza parole, dalla foto di Lorena intitolata ‘la principessa afgana’.


A Bihac, abbiamo incontrato a lungo Amir Labbaf, l’esponente dei Dervisci Gonabadi, delle cui dolorose vicende abbiamo già informato precedentemente e che continuiamo a seguire nel suo difficile percorso di lotta.

Insieme a lui, un giovane iraniano, anche lui perseguitato politico, vittima di un attacco da parte di un gruppo di pakistani all’interno del Miral per motivi banali, nell’indifferenza della vigilanza, fatto che gli impedisce l’uso delle gambe.

Bisogna ricordare – e denunciare – che la pessima gestione dei campi produce spesso situazioni di grave disagio che possono provocare tensioni e anche violenze. La condizione migrante è anche una lotta per la sopravvivenza e porta il peso di un mondo orientale che frana sotto i colpi di una mondializzazione cieca e ottusa, i cui interessi geopolitici ed economici sono indifferenti ai disastri sociali che provocano.
Abbiamo aiutato questo ragazzo, espulso dal Borici, a trovare una sistemazione, in un contesto che gli garantisca un minimo di sicurezza. Sappiamo infatti che l’intelligence iraniana continua a perseguire gli esuli politici, ricattandoli pesantemente con le famiglie rimaste in patria.

Infine, a Bihac abbiamo ripreso l’abitudine recente di recarci al parco sull’Una per curare. Fino a quando non è arrivata ad impedircelo la polizia, allertata da qualche cittadino.
A ritorno, per noi due, piccola cerimonia di controllo poliziesco.


Rapporto economico

Velika Kladusa  
Abbiamo mantenuto il riferimento della nostra volontaria bosniaca che aiuta circa 20 famiglie composte in gruppi allargati con bambini che vivono tra gli squats e la tendopoli di plastica, alla quale abbiamo lasciato buoni spesa alimentare concordati con il supermarket Suda Luka ed altri due negozi. 
Con 
No Name Kitchen la collaborazione è stata mantenuta non solo coordinandoci nell’attività ma, anche, nell’acquisto di beni di prima necessità e in contributi investiti in voucher. Questi voucher sono dei buoni spesa che i migranti privi di tutto, possono spendere secondo un tetto monetario prestabilito, presso i negozi con cui esiste l’accordo

Bihac
A Bihac abbiamo sostenuto alcune situazioni molto vulnerabile e supportato No Name Kitchen con le stesse modalità di Velika Kladusa. Abbiamo inoltre mantenuto il nostro supporto economico all’
Associazione Solidarnost per l’acquisto di cibo, scarpe, legna e altri generi di prima necessità.

L’impegno economico devoluto è stato in totale di euro 5.551, 49.

N.B. Tutte le spese relative ai nostri viaggi comprensive di vitto, alloggio, carburante, sono state, come sempre, esclusivamente a nostro carico.

Grazie a tutti e tutte per aver reso possibile questo aiuto che non è solo assistenziale ma esprime una solidarietà politica occupandosi, appunto, della cura di persone ai margini della vita. Una gratitudine particolare va alle Associazioni che ci hanno sostenuto e che sono l’espressione più importante della società civile e dei legami di comunità.

Nella rinnovata gratitudine per i nostri donatori e la loro generosa solidarietà, vogliamo estendere i ringraziamenti a questi volontari che conosciamo per serietà e affidabilità e che si spendono nella dura realtà di Kladusa, Bihac, Kljuc, Hadžići, Sarajevo, Tuzla e Velika Kladusa.

https://www.meltingpot.org/Bosnia-dopo-venticinque-viaggi.html


“Nella foresta vedo morire i profughi e con loro muore la nostra dignità” – Tania Paolino

La situazione al confine tra la Bielorussia e la Polonia si fa ogni ora più grave. Adesso i migranti, nella realtà profughi di guerra che dovrebbero essere protetti dal diritto internazionale, sono diventati “armi non convenzionali”, ostaggi incolpevoli di ciò che si va consumando alle loro spalle e sulla loro pelle. Nel frattempo, in attesa che le istituzioni europee prendano delle decisioni, rimane ai volontari, agli attivisti, il compito di rendere la loro condizione meno difficile, di cercare di evitare la morte di migliaia di persone rimaste bloccate nella foresta.

Nawal Soufi, ad esempio, l’attivista italo-marocchina impegnata nella difesa dei diritti umani dei migranti che conosciamo già perché l’abbiamo seguita lungo la rotta balcanica, adesso è proprio lì a documentare con le immagini fotografiche e la raccolta di testimonianze agghiaccianti le conseguenze del cinico gioco politico in cui gli interessi di parte prevalgono sui principi umanitari.

“I bambini sono senza latte e le mamme non riescono più ad allattare, perché oramai si trovano in condizioni disumane da lungo tempo”, racconta Nawal nel suo diario di frontiera. I volontari non riescono ad aiutare nemmeno tutti coloro che si trovano tra i boschi in territorio polacco: alcuni a soli tre chilometri dal confine, altri più lontani, anche una ventina di chilometri all’interno. Per chi si trova in territorio bielorusso, poi, la situazione è ancora più drammatica: è lasciato completamente al proprio destino.

 

Cuore grande

Nawal a volte viene aiutata da un taxista locale a trasportare persone verso Minsk. Corse per salvare la vita a chi non mangia da giorni. Oramai, infatti, rimane poco da fare oltre a comprare del cibo e consegnarlo a questo buon uomo, che poi lo porta ai migranti.

L’altro ieri una donna, dopo 25 giorni di questo inferno, è riuscita ad arrivare a Varsavia. Nawal ha quindi chiesto ai suoi contatti social di cercare per lei da dormire in quella città. La risposta dall’Italia è arrivata: c’è tanta gente dal cuore grande, per fortuna.

La volontaria ha davanti ai sui occhi immagini terribili, alle quali si sommano i racconti di altri testimoni: la polizia che blocca interi nuclei familiari, con bambini spaventati e affamati ai quali si nega persino l’acqua; giovani siriani arrestati in Polonia e ricoverati negli ospedali a causa delle loro condizioni critiche: non appena si riprenderanno, saranno espulsi. Pare che qualcuno di loro abbia chiesto asilo politico e il diritto internazionale vorrebbe che la loro volontà venisse rispettata. Ma c’è da dubitare fortemente che accadrà.

Una donna da giorni nella foresta, fame, gelo, solitudine, il telefonino quasi scarico, rischiava di morire, per fortuna è stata raggiunta e tratta in salvo. Una delle tante. E, ancora, una famiglia di 10 persone, una piccola comunità cui si aggiunge ogni giorno qualcun altro: “Hanno già tentato di attraversare il confine polacco otto volte e puntualmente, dopo aver chiesto asilo, sono stati riportati nella foresta. Nel gruppo ci sono donne, tra cui un’anziana. Ieri sera, però, è successo qualcosa di molto grave e il gruppo è scomparso dopo averci mandato questo messaggio: Il cane della polizia ha attaccato un ragazzo di Deraa (Siria) e gli ha morso la testa. Da quel momento non ho più notizie. Non riesco a descrivervi come mi sento”, dice Nawal.

 

Rabbia e frustrazione

Possiamo solo immaginarlo, ma lei è lì, a seguire questa tragedia umanitaria da vicino, con la rabbia e il senso di frustrazione addosso. E poi ancora bambini, sempre più infreddoliti, che hanno bisogno di mangiare: “Stanotte tra le 3 e le 4, un elicottero ha terrorizzato i più piccoli. Era l’unico momento in cui erano riusciti a prendere sonno dopo una giornata terribile”, racconta. Altri che implorano: Dio, ho fame. E i singoli destini diventano il paradigma di un tragico fallimento. “Questo bambino – dice Nawal scegliendo un esempio fra i tanti – si trova alle porte dell’Europa. Lui fa parte di coloro che sotterreranno la dignità dell’Europa unita. Sì, l’Unione Europea ha perso la sua dignità in questa frontiera. Lui ancora accenna un sorriso, ha entrambe le gambe amputate e non riesce ad avere acqua e cibo da troppo tempo. Forse un giorno tornerà verso il suo Paese d’origine o forse morirà a ridosso di questa frontiera a causa del freddo e della fame e a noi resterà l’arduo compito di guardarci allo specchio nei prossimi anni”.

Già, ha ragione, Nawal, e, quando ci guarderemo, vedremo lo stesso volto che ha chiunque chiuda gli occhi insieme al cuore: il volto del carnefice e del suo complice.

da qui

 

 

 

 

Da emergenza umanitaria a pericolosa emergenza politica – Paolo Soldini

È un’emergenza umanitaria senza precedenti. Migliaia di persone, molte famiglie, moltissimi bambini, sono prigioniere in uno spazio strettissimo nella foresta tra la Bielorussia e la Polonia. Non possono attraversare il confine verso la Polonia e non possono tornare indietro: sono bloccati al freddo e non ricevono da mangiare e da bere ormai da giorni. La tv polacca ha mostrato una sequenza in cui una bambina siriana implora un po’ d’acqua e viene minacciata col mitra da un poliziotto. E quando un gruppo di migranti è riuscito a rompere (pare anche con utensili graziosamente forniti dai militari bielorussi) la barriera di filo spinato armato e a inoltrarsi per qualche metro in territorio polacco sono stati duramente picchiati e portati via dai poliziotti. Dove non si sa: non certo in qualche ufficio dove potessero fare, come pure sarebbe diritto per la grandissima parte di loro, richiesta di asilo politico. Si sono sentiti anche degli spari e non s’è capito da quale parte del confine: dei morti ci sono stati, ma (per ora) a causa della temperatura che la notte scende a diversi gradi sotto lo zero e per la denutrizione.

 

Tensione con la Lituania

Ma la crisi umanitaria sta diventando una crisi politica dalle conseguenze che potrebbero essere molto pericolose. L’Unione europea e la NATO non sanno come reagire alla sfida di Lukashenko e di Putin, il quale ha smesso ogni ipocrisia da mediatore e si è schierato apertamente con il suo fido vassallo di Minsk, e la tensione si sta spostando, ora, anche ai confini della Lituania. Le ultime notizie parrebbero confermare che anche qui il regime bielorusso stia per schierare l’arma impropria dei profughi. D’altra parte, quella regione è un focolaio di tensioni per colpa certo dell’autocrate del Cremlino e delle sue pulsioni neoimperiali ma anche per le responsabilità dell’occidente che ha spinto l’alleanza militare fino ai confini della fu Unione Sovietica, disattendendo gli impegni che erano stati presi al tempo dell’unificazione tedesca, proprio nella zona geografica che i russi (sotto qualsiasi regime) considerano il cuneo indifendibile del loro sistema di difesa.

Il governo polacco ha imposto lo stato di emergenza lungo tutta la frontiera con la Bielorussia e la exclave russa di Kaliningrad e ha aggiunto alla polizia i reparti mobilitati dell’esercito. Sull’altro fronte, Mosca ha inviato agli alleati degli aerei da ricognizione di quelli che si usano per tenere d’occhio gli spostamenti di truppe. C’è da ritenere che si tratti di manovre solo dimostrative, ma quando la tensione è così alta c’è sempre il rischio di un incidente.

Bisogna insomma trovare il modo di disinnescare la crisi, ma come? Se dominassero ragione e buon senso, la prima cosa da fare sarebbe annullare l’arma di Lukashenko portando via dal confine i profughi dopo aver fatto passare loro il confine. In fin dei conti si tratta di qualche migliaio di persone (chi dice duemila, chi sei o settemila) che si potrebbero far entrare in Polonia per poi essere trasportate altrove con un corridoio umanitario. Verso dove? Berlino ha fatto sapere che non intende accogliere i profughi, i quali, in grande maggioranza, dicono invece che proprio in Germania vogliono andare. Ma si potrebbe adottare un meccanismo di distribuzione fra vari paesi come quello che venne inventato con la mediazione della Commissione europea a suo tempo, quando in Italia Salvini bloccava le navi dei soccorritori. Allora, è vero, si trattava di numeri sull’ordine delle centinaia e non delle migliaia e non c’era ancora la minaccia del Covid, che rende ovviamente tutto più difficile. Ma è l’ipotesi di soluzione cui, da quanto si può sapere da Bruxelles, starebbe lavorando la Commissione e che sarebbe stata oggetto di un colloquio che Ursula von der Leyen ha avuto ieri con Filippo Grandi, Alto Commissario dell’Onu per i Rifugiati. A una via d’uscita di questo tipo starebbero pensando, in contatto con il Vaticano, le gerarchie cattoliche polacche non asservite al regime.

 

Sfida sovranista

Ma questa ipotesi pare destinata a scontrarsi con l’irragionevolezza sovranista del regime di Varsavia, che appena poche settimane fa ha sfidato apertamente le istituzioni dell’Unione sostenendo la preminenza del diritto nazionale su quello comunitario. Il primo ministro Mateusz Morawiecki ha detto e ripetuto che nessun “clandestino” dovrà entrare in Polonia, che il respingimento dei profughi in Bielorussia è una questione di principio e che Varsavia non sta difendendo solo i confini propri, ma quelli di tutta l’Europa. La quale, secondo il credo sovranista, dovrebbe blindare le frontiere esterne erigendo il Muro per il quale qualche settimana fa 12 paesi dell’Unione, ungheresi e polacchi in testa, hanno chiesto non solo l’approvazione della Commissione, ma anche i soldi per tirarlo su.

La Commissione, allora, respinse al mittente la provocazione, ma a Bruxelles non tutti la pensano come la presidente von der Leyen e la maggioranza del Parlamento europeo che pure ha criticato fermamente la proposta. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, per esempio, ha detto che “si può aprire un discorso” sul finanziamento da parte della Ue di “infrastrutture fisiche alle frontiere” e che questo dibattito dev’essere pure veloce perché “i confini polacchi e baltici sono confini dell’Europa”. Per un paradosso la cui pesantezza dev’essergli sfuggita, Michel ha detto queste cose durante la celebrazione alla fondazione Konrad Adenauer della CDU della caduta del Muro di Berlino…

Ancora più esplicito, e più rozzo, è stato il capogruppo dei popolari al Parlamento europeo, il social-cristiano Manfred Weber: “Ci vogliono più difese, più muri, più recinzioni, più filo spinato a protezione dei confini dell’Unione europea”.

Insomma, le opinioni a Bruxelles sono divise e anche in questa occasione, come in molte altre, c’è da registrare una divaricazione degli orientamenti della Commissione e del Parlamento europeo, le istituzioni più inserite nel meccanismo della integrazione europea, da quelli del Consiglio, espressione delle volontà dei governi. Se prevarrà la linea della “fortezza Europa” è ben difficile che si troverà la via d’una soluzione giusta e umana della crisi nella foresta di Byałistok. Perché come si legge in un messaggio che il Movimento europeo italiano ha dedicato al disastro umanitario al confine tra la Polonia e la Bielorussia, “se non vogliamo che li usino (i profughi) come un’arma, smettiamo di averne paura”.

da qui



Una fiala di profumo – Tonio Dell’Olio

Di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi e della loro associazione triestina Linea d'ombra ci eravamo già occupati ai tempi in cui vennero denunciati per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

In realtà si erano semplicemente chinati sulle ferite dei migranti che giungono a Trieste dopo aver camminato giornate intere in condizioni disumane. I due coniugi, lui 85 anni, non si sono scoraggiati, tutt'altro. Ogni notte sono fuori dalla stazione di Trieste ad attendere quei ragazzi e a curare i loro piedi feriti. Mi colpisce che Lorena a un certo punto tiri fuori una fiala di profumo. Nella mia rozzezza non penso che sia esattamente ciò di cui hanno bisogno, ma lei spiega che c'è una grande dignità in queste persone e che talvolta hanno pudore ad avvicinarsi anche perché non fanno una doccia da giorni e giorni. Quella fiala di profumo più che nascondere il cattivo odore, conferisce dignità. E ogni notte sono lì, a curare i piedi piagati, a cercare un nuovo paio di scarpe e a regalare un po' di profumo alla vita di chi cerca solo di vedere riconosciuta la propria dignità.

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martedì 22 settembre 2020

Ewa e il serpente - Saverio Pipitone

 

Arrestato nel suo ufficio a San Pietroburgo il 13 luglio 2017, Krzysztof Pomorski, cittadino polacco del 1958 e laureato al Politecnico di Lodz, era ricercato in patria da oltre un decennio, con l’username Piotr, per avere descritto su internet stupri di bambine e caricato migliaia di orribili immagini. Il caso era stato però archiviato, per l’inefficacia delle indagini nel rintracciarlo.
Fu catturato solo grazie alla giornalista Ewa Zarska che, dopo mesi di ricerche e con l’aiuto di un informatore anonimo degli ambienti pedopornografici, riuscì a leggere una chat in cui Piotr messaggiava con vanto la violenza su una bambina di 6 anni, stordita, abusata, torturata e soffocata, per poi smembrarla e bruciarla.
«Fantasie estremamente malate o crimini reali?» si chiese Ewa e in due settimane lo scovò, parlandoci anche al telefono: viveva da tempo indisturbato in Russia con una nuova famiglia e un lavoro da direttore tecnico nell’azienda di costruzioni KB VIPS, per la quale progettò il secondo palco dello storico teatro Mariinsky, ed appariva in Tv o nei congressi quale esperto ingegnere. Adesso è ai domiciliari e c’è una richiesta di estradizione in Polonia con un’indagine in corso.
Meticolose analisi su milioni di video e foto, nelle piattaforme on-line anonime, documentano che, nella maggior parte dei reati sessuali su minori, le vittime sono irriconoscibili, in età prepuberale, compresi neonati, di genere femminile, mentre i pedofili sono maschi, e l’etnia è per tutti bianca, con l’accrescere della gravità delle sevizie se gli abusati sono più giovani (report Interpol-Ecpat).
I server sono localizzati soprattutto in Europa e America, al servizio del cyber-pedofilo che scarica file, per soddisfare virtualmente i propri impulsi, nelle diverse attitudini di geloso collezionista, selezionatore di particolari categorie e condivisore gratuito o commerciale (report Meter Onlus); allontanandosi dalla realtà e nel contempo erodendo le inibizioni, pronto a commettere fisici abusi e mutare in vero pedofilo, che di solito è classificato in seduttore con affettuose abilità manipolatorie, introverso con modalità esibizionistiche, sadico con atti aggressivi fino all’assassinio.
Il pedocrimine è organizzato come rete complessa, gerarchica e globale, che spesso include personaggi facoltosi e potenti, ricevendo talvolta protezioni. Dal covo Dutroux in Belgio degli anni Novanta all’orfanotrofio Casa Pia di Lisbona in Portogallo agli inizi del Duemila e al recente campeggio di Lugde in Germania: sono alcuni casi di anomalie, collusioni e negligenze giudiziarie.
Con l’inchiesta su Krzysztof Pomorski, Ewa Zarska vinse il premio MediaTory, votato dagli studenti universitari di giornalismo, per elevati standard di professionalità. “La piccola supplicava di non ucciderla” venne trasmessa sul canale televisivo Polsat News, dove Ewa iniziò a lavorare da reporter circa dieci anni fa con precedenti esperienze, dopo la laurea in filologia, nel magazine Fakt, Radio Lodz, Telewizja Piotrkow, TVN24, TV Biznes.
Scrisse un libro con reportage in stile Capote, fra narrazione dettagliata e testimonianze dirette, sull’insegnante e pedokiller seriale Mariusz Trynkiewicz che nell’estate del 1988 attirò con l’inganno, uccise a coltellate e bruciò quattro dodicenni, figli di operai, a Piotrkow (città natia di Ewa). Rinvenne a Lodz, mentre la polizia brancolava nel buio, l’esanime ventenne incinta Kaja, già madre di un bimbo, strangolata a morte dal compagno e nascosta dentro il divano di casa. Rese noto il meccanismo del furto e uso dei dati personali. Scoprì una discarica illegale a Szolajdy con sostanze tossiche per suolo ed aria. Diede notizie sul focolaio Covid in un sanatorio di Drzewica.

Il 16 aprile 2020 alle 22, nell’abitazione di Lodz, Ewa è stata trovata morta impiccata a 45 anni.

Gli inquirenti, dai primi riscontri, escludono la partecipazione di terzi e presumono il suicidio. 

Lo stesso giorno, sui social, al mattino condivise la voglia di andare al mare, in vacanza al sole, per poi caricare nel tardo pomeriggio la copertina del suo libro. Ne stava inoltre scrivendo un altro, sempre sulla pedofilia, ma di persone influenti e conniventi nella tratta ed affido dei minori.
Amici e colleghi la ricordano briosa, disponibile, coraggiosa, perspicace e ricercatrice di verità.
Ewa sapeva. E a Lodz, nella lunga pedonale via Piotrkowska, da un messaggio di una bambina appeso su un vecchio scuro portone, l’avvertimento che il Serpente è uscito dal serraglio
.

(*) NOTA DELL’AUTORE: questa frase del serpente non l’ha messa lei nel blog o social. Nel 2018 io ero a Lodz, città di Ewa, e nella via centrale appeso a un portone c’era il messaggio di una bambina – firmato, scritto e colorato – che avvertiva della fuga di un serpente e di fare attenzione. L’ho quindi agganciato io alla storia di Ewa.

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giovedì 13 agosto 2020

La lingua, il dito e la luna - Olga Tokarczuk

 Essere consapevoli della propria lingua, con le sue virtù e i suoi vantaggi oltre ai suoi limiti e alle sue stranezze, è un po’ come aver fatto una lunga psicoanalisi. Rivela il nostro bagaglio umano e culturale: non solo come scrittori, con i nostri pregi e i nostri difetti, ma come individui nati in un certo luogo, in un certo tempo e in determinate circostanze.

Potremmo dire che la nostra lingua è il nostro destino letterario. È anche ovvio che nella nostra lingua possiamo essere noi stessi solo fino a un certo punto (ed essere se stessi sembra un imperativo fondamentale della nostra cultura), poiché siamo tutti soggetti anche a qualcosa di più grande e più forte di noi, che non controlliamo.

Non stupisce che alla fine i filosofi abbiano abbandonato dio, l’esistenza e interrogativi tipo “perché c’è qualcosa invece di niente?” per dedicarsi al linguaggio. Gli scrittori commettono spesso l’errore di considerare la lingua come uno spazio di libertà assoluta, una specie di grande brodo primordiale in cui i loro pensieri e strumenti espressivi, come i primi aminoacidi, prendono forma. Eppure la struttura portante della lingua è qualcosa di predeterminato, su cui abbiamo ben poca influenza: ci veniamo catapultati dentro.

Io sono stata catapultata nella lingua polacca. Sono nata e cresciuta nella parte occidentale della Polonia, che è stata unita al resto del paese dopo la guerra e colonizzata da una miriade di culture e dialetti polacchi. Secondo i linguisti, questo melting pot ha prodotto la lingua polacca di riferimento: a quanto pare, nella bassa Slesia parliamo il polacco standard. In me non c’è traccia di dialetto o accento. Non conosco nessun’altra lingua abbastanza bene da poterla trattare come quella in cui scrivo. Sono monolingue. Sono in grado di comunicare in altre due lingue, ma è una comunicazione semplificata e in qualche modo dolorosa. Potreste espormi all’ufficio internazionale dei pesi e delle misure di Sèvres, nei dintorni di Parigi, come un perfetto esempio di campione di lingua polacca. Sono inglobata nel polacco come un insetto in un pezzo d’ambra. Non è un punto di vista obiettivo, il mio.

La posizione geografica della Polonia, circondata da vicini potenti e culture diverse, ha favorito la confluenza di molte parole straniere nella lingua polacca

La lingua polacca appartiene a un ampio gruppo di lingue slave, e quindi al ceppo indoeuropeo. Cominciò ad apparire in forma scritta piuttosto tardi, nel dodicesimo secolo. L’adozione del cristianesimo romano e non bizantino ebbe un’importanza enorme, perché fece entrare la lingua polacca nella sfera della cultura latina e le fece adottare l’alfabeto romano (mentre alcune lingue slave, come il russo e il bulgaro, basavano il loro alfabeto sul greco). La prima frase scritta in polacco apparve solo nel 1270, nello Księga henrykowska (Libro di Henryków), che vide la luce proprio nella bassa Slesia in un contesto abbastanza curioso. Il testo latino racconta la storia di un certo Bogwal che – fatto, a quanto pare, così insolito da meritare di essere ricordato – aiutava la moglie a macinare il grano. Fu lui che pronunciò la famosa frase Day, ut ia pobrusa, a ti pocziwai, che significa “Lascia che io regga il mulino, e tu rilassati”.

La posizione geografica della Polonia, al centro dell’Europa e circondata da vicini potenti e culture diverse, ha favorito la confluenza di molte parole straniere nella lingua polacca: fino al settanta per cento del vocabolario è composto da prestiti linguistici, una percentuale insolitamente alta. Insomma, il polacco è una lingua composita, una sorta di patchwork, un melting pot e un Mischsprache. Abbiamo assimilato le parole dei nostri vicini commerciando con loro, e grazie a guerre, viaggi, mode e ossessioni. Dobbiamo il nostro ricco vocabolario tecnico ai tedeschi. Ogni novità filtrava nella nostra lingua attraverso i vicini occidentali, e abbiamo avuto grossi problemi anche con loro: i tedeschi che colonizzarono il territorio polacco, per esempio, sono sempre stati un gruppo forte economicamente e ben organizzato. Nel trecento rappresentavano l’ottanta per cento della classe aristocratica di Cracovia, cosa che indusse il re di Polonia a istituire apposta per loro uno speciale test linguistico. Identificò i tedeschi “infedeli” che avevano fomentato una rivolta a Cracovia ordinandogli di pronunciare queste parole: soczewicakołomielemłyn (lenticchia, ruota, macina, mulino). Quelli che non riuscirono a pronunciarle correttamente furono puniti.

Molte parole italiane arrivarono in Polonia con la regina Bona Sforza d’Aragona, principalmente termini architettonici, musicali, militari e, soprattutto, culinari. Nel seicento ci fu l’invasione del francese. Ma anche il russo e altre lingue dell’est ebbero una grande influenza, e possiamo perfino vantare alcuni elementi di turco e ungherese. Il latino fornì alla lingua polacca espressioni legate allo studio di idee astratte e religiose. Nel quattrocento e nel cinquecento andava di moda la lingua ceca, e conoscerla faceva buona impressione in società. Durante i lunghi anni delle spartizioni furono portate avanti politiche di intensa germanizzazione e russificazione. Oggi, come in ogni altra parte del mondo, è l’inglese a guidare l’offensiva.

Mi piace l’apertura della lingua polacca all’influenza delle parole straniere: non esistono pericoli da cui si senta minacciata. Nel folle turbinio che si crea, le parole dai suoni più alieni finiscono nel tritacarne della grammatica polacca, che le storpia con le sue desinenze e declinazioni. È una lingua che vampirizza il mondo circostante, una lingua che ha sempre fame. Eppure, in tanti anni di subordinazione alle potenze della spartizione, questa lingua arlecchino ha avuto un ruolo insolito e paradossale, diventando un caposaldo dell’identità nazionale. E la letteratura in cui era scritta è l’unico spazio in cui la cultura polacca è sopravvissuta. La gente ha combattuto ed è morta per parlare polacco.

Per uno scrittore, il traduttore svolge spesso la funzione di un bravo psicoanalista: fa le domande più sorprendenti. Bisognerebbe appuntarsele, conservarle e di tanto in tanto pubblicarle, per dare al lettore la possibilità di apprezzare il miracolo della scrittura e la fatica del tradurre. E anche il miracolo della lingua in generale, grazie al quale cose che ritenevi ovvie e perfino universali all’improvviso perdono la loro coerenza interna per diventare non ovvie e puramente locali. Sono stati i miei traduttori a farmi notare certe caratteristiche della mia lingua, come pure quei valorosi amici stranieri che hanno deciso di imparare il polacco. Spesso si lamentano di una grammatica che è fatta soprattutto di eccezioni, e di dover imparare regole complicate che saranno subito contraddette da eccezioni di ogni tipo. Hanno ragione.

Forse il modo migliore per avvicinarsi alla lingua polacca è impararla in modo intuitivo o a memoria. È una lingua che attribuisce grande importanza alle tradizioni e alle forme storiche, una lingua che è un museo, piena di fossili che rifiutano di arrendersi alla semplicità del pragmatismo. La complessità delle declinazioni non si limita ad aggiungere o eliminare desinenze, ma modifica la radice stessa delle parole. Abbiamo il passato perfettivo e quello imperfettivo, che possono tradire anche il più esperto dei tedeschi bilingue. Nell’ortografia polacca molti suoni identici sono scritti in modi diversi, perché un tempo erano pronunciati diversamente e sono rimasti così nella lingua scritta, seminando il panico tra gli studenti.

Uomini al centro
La lingua polacca non è né logica né pragmatica. Ha una grammatica impegnativa, e perfino la sua strana ortografia è complicata. Nonostante la sua elasticità lessicale, per ragioni del tutto illogiche (e quindi, forse, sentimentali) conserva forme grammaticali e ortografiche legate alla tradizione.

Un altro carattere tipicamente tradizionale del polacco è il suo androcentrismo: dei tre generi previsti, il maschile gode di una posizione privilegiata. I nomi di genere maschile, femminile e neutro sono declinati in base a persona, caso e numero. Naturalmente, anche qui ci sono le eccezioni. Parlando di maschi, diciamo poszli, “sono andati”; parlando di donne, poszły, “sono andate”. Ma se parliamo di un gruppo misto, composto da maschi e femmine, dobbiamo sempre usare il maschile. Questa regola si applica perfino a un gruppo di sessanta donne, se c’è anche un solo uomo: la sua presenza ci obbliga a usare il maschile per tutto il gruppo. Qualsiasi gruppo di donne, bambini e animali assume la forma femminile. La forma privilegiata maschile è riservata ai soli uomini adulti. Naturalmente, come in altre lingue, la parola człowiek, che significa “persona” o “essere umano”, è di genere maschile. Quindi, parlando di esseri umani in generale escludiamo grammaticalmente le donne (e i bambini). Questa connotazione patriarcale si riflette anche nei nomi delle professioni. Mentre altre lingue (come il tedesco, per esempio) se la cavano bene, il polacco ha dei problemi. I nomi delle professioni declinati al femminile suonano come diminutivi del corrispettivo maschile, cosa che spesso dà un’impressione di minore serietà e maschera un intento dispregiativo implicito: la parola che indica un’insegnante donna, profesorka, fa pensare a una versione in piccolo del professore, profesorek.

Come scrittrice – o pisarka, il femminile di pisarz – mi sono trovata spesso a fare i conti con l’androcentrismo del polacco, perché la nostra è una lingua in cui non si può usare la prima persona senza indicare il genere di chi scrive. Il genere appare subito evidente anche nei verbi al passato remoto, e al presente è rivelato dalla forma femminile degli aggettivi. L’inglese Jeanette Winterson ha potuto scrivere un romanzo in prima persona e al presente senza mai svelare il genere dell’io narrante, cosa essenziale alla riuscita del suo libro. Ma la traduttrice polacca si è trovata nei guai: era impossibile ignorare il sesso dell’io narrante, ed era indebitamente necessario assegnare a lui o a lei un genere, in questo caso femminile. Tra l’altro, in polacco “lingua madre” si dice język ojczysty, cioè letteralmente “lingua padre”.

Come tutte le lingue slave, il polacco ha una struttura particolarmente adatta alla costruzione di nuove parole e fa ampio ricorso a diminutivi che si prestano ai più vari giochi linguistici. Questo, secondo me, è un segno del calore della lingua, qualcosa che non si trova nei libri di grammatica e che, come per magia, rende il mondo un luogo straordinariamente sicuro e accogliente. Nessuno in Polonia si stupisce ascoltando le parole di una canzone popolare che racconta di un soldato che va alla wojenka (“guerretta”), impugnando una szabelką (“sciaboletta”), in sella al suo adorato konik (“cavallino”). Esistono molti modi per formare un diminutivo, e si applicano anche ai nomi propri, oltre che ai sostantivi e agli aggettivi.

Fino alla seconda guerra mondiale la Polonia era un paese multiculturale e multilinguistico. Ogni volta che ha incontrato lingue, sensibilità e mentalità diverse, si è rivelato straordinariamente creativo. Non è un caso che i più grandi maestri della lingua polacca siano venuti da zone di confine. C’è la prosa inimitabile e ammaliante di Bruno Schulz, nata dall’incontro tra polacco, yiddish e ucraino. Ci sono la vivida e ricca poesia di Czesław Miłosz, originario della zona di Wilno (oggi Vilnius, in Lituania), e il polacco fiabesco e ahimè intraducibile di Bolesław Leśmian e Julian Tuwim, entrambi ebrei polacchi.

Flessibile, duttile, vaga e imprecisa, tradizionale e grammaticalmente imprevedibile, forse la lingua polacca è fatta più per l’intuizione che per la logica, più per la poesia che per la teoria. Non credo che dia il meglio di sé in una discussione intellettuale o in una cronaca di eventi realistica e lineare. Preferisce forme aperte e ambigue, si presta al farsesco e all’assurdo ed è incline al pathos. Non c’è da stupirsi se la nostra poesia è conosciuta e apprezzata in tutto il mondo. La lingua polacca offre ampi margini di libertà espressiva, soprattutto ai poeti: traccia uno schizzo del mondo, più che descriverlo, e si presta ad associazioni di idee e alla costruzione di immagini, particolarmente adatta a esprimere un’atmosfera, uno stato d’animo, un’intuizione. Secondo Flaubert, quando una lingua comincia a creare immagini si vota al fallimento, perché elude se stessa e scivola nell’anacronismo. Io non sono d’accordo. Una lingua dà il meglio di sé proprio quando trascende i suoi limiti per rappresentare un mondo alternativo; quando, come un prestigiatore, tira fuori dal suo cappello cose che non avremmo mai immaginato. Personalmente, trovo che il polacco sia una lingua arcaica. Riflette il mondo com’era prima che diventasse così vario: quando tutto sembrava più compatto e più “fisico”, quando ci si affidava alle impressioni e il cosa era più importante del come. Per usare una metafora orientale, tratto la lingua come il dito che indica la luna: non mi fermo a lei, vado oltre.

Mi domando fino a che punto la mia sensibilità, le mie percezioni e i miei pensieri siano stati plasmati da una lingua difficile e poco precisa ma estremamente vivida come il polacco. Sarei in grado di esprimere quello che per me è essenziale nella scrittura – un’impressione, un umore, il senso di inquietudine che si cela dietro una parvenza di stabilità e sicurezza – in un’altra lingua? Dovrei essere grata del mio destino linguistico?

Paradossalmente, il polacco è considerato una lingua di minoranza nonostante sia parlato da circa cinquanta milioni di persone in tutto il mondo, tra cui la popolazione degli ebrei polacchi emigrati. È una lingua locale marginale e per di più complicata, che scoraggia molte persone. Il pregio di queste lingue “di minoranza” – soprattutto se si conoscono quelle “di maggioranza” – è che possono rappresentare un rifugio, un terreno battuto e familiare ma inaccessibile al resto del mondo. In passato, vivevo questa sensazione nei grandi aeroporti internazionali, dove potevamo parlare in polacco sicuri che nessuno ci capisse. Oggi non è più così. Con l’aumento dell’emigrazione dalla Polonia, negli ultimi anni la lingua è arrivata in tutto il mondo, anche se non credo che avrà mai una grande diffusione tra gli stranieri. È più probabile che saremo noi a imparare e a usare l’inglese, per comunicare col resto del mondo. Sapremo di avere attraversato il confine e di essere a casa quando entreremo in un bar e la cameriera ci chiederà se vogliamo un kaweczka, “caffettino”, con un mleczko, “lattuccio”. O quando saliremo sull’autobus e il conducente ci accoglierà con un festoso: “Bileciki do kontroli!”, favorire il bigliettuccio, prego!

 

(Traduzione di Diana Corsini)

Questo articolo è uscito il 10 ottobre 2014 nel numero 1072 di Internazionale. Era stato pubblicato sul sito Eurozine con il titolo A finger pointing at the moon. Il 10 ottobre 2019 a Olga Tokarczuk è stato assegnato il premio Nobel per la letteratura per il 2018.

 

https://www.internazionale.it/notizie/olga-tokarczuk/2019/10/11/lingua-tokarczuk

venerdì 8 febbraio 2019

Il dovere di prendere posizione - Alessandro Ghebreigziabiher



Prendete posizione, dicono.
Anzi, no, esigono.
Perché è un dovere, farlo, altrimenti si è complici.
Anche a distanza.
Soprattutto a quanto mai interessata distanza.
Dice, ma non vedi gli altri?
Stati Uniti per primi, già, sempre per primi, qualora occorra, è ovvio, ma anche la Germania, il Regno Unito la Spagna e la Francia hanno chiarito pubblicamente da che parte stanno.
Orsù, quindi, prendete posizione tra il truce dittatore Nicolás Maduro e la nascente stella democraticamente eletta, ovvero, Juan Guaidó.

È il mondo a chiederlo, perché le sorti di quest’ultimo dipendono da chi sta con chi.
È urgente rispondere in merito alla questione venezuelana, non si può eludere l’invito.
D’altra parte, vi avranno di sicuro domandato di fare altrettanto con la Turchia di Erdogan, il cui regime calpesta quotidianamente i diritti umani dei suoi cittadini.
Prendete posizione, vi avranno di sicuro consigliato, prendete posizione sulla Corea del Nord e il suo dittatore Kim Jong-un, il cui trattamento degli eventuali oppositori assume contorni a dir poco inquietanti.
Naturalmente, vista la vicinanza geografica, avrete già preso distanze inversamente proporzionali dall’attuale governo in Polonia del partito di Andrzej Duda, accusato tra le altre cose di promulgare leggi illiberali e pericolose dal punto di vista giudiziario. Prendete posizione, cribbio, come avrete già fatto in relazione all’operato di Viktor Orban, che ha praticamente trasformato il governo d’Ungheria in una struttura autocrate che controlla tutto il sistema affaristico.
Inutile dire che, ancora prima della diatriba tra Maduro e Guaidó, vi avranno chiesto di esprimervi su Aleksandr Lukašenko, che del tutto indisturbato è a capo dalla Bielorussia da venticinque anni…
Lo so, è scontato.
Vi sarete già schierati intorno alla leadership tutt’altro che democratica di Putin in Russia, e quella di Ramzan Kadyrov, in Ceceniaimplicato in casi di tortura e omicidio.
Quante volte vi avranno già detto di prendere posizione su Gurbanguly Berdimuhamedow, ennesimo dittatore del Turkmenistan e Nursultan Nazarbaev, il cosiddetto “leader della nazione” del Kazakistan.
Non mi sorprendo certo al pensiero di vedervi indignati di fronte alla deriva autoritaria di Emomali Rahmon, in Tagikistan, e la mancanza di libertà di stampa nell’Azerbaigian di Ilham Aliyev.
Prendete posizione è un monito che giungerà incessante a piè sospinto alle vostre sensibili orecchie, sulle elezioni farsa di Hun Sen, in Cambogia come sulla dittatura di Prayut Chan-o-cha, che dal 2014 governa la Thailandia grazie a un colpo di stato.
Immagino, anzi, do per certo che avrete sottoscritto centinaia di petizioni critiche del governo di Hassanal Bolkiah, il sultano del Brunei che regna su quest’ultimo come se fosse roba sua, e mostrato il vostro sentito dissenso nei confronti del sanguinario presidente delle Filippine Rodrigo Duterte.
Chi è che non ha espresso ferma condanna di quel Teodoro Obiang, il quale ha iniziato il suo regime dittatoriale nella Guinea Equatoriale nell’agosto del 1979, ovvero 40 anni fa?
Ecco perché prendere posizione sul Venezuela è un obbligo impellente, morale quanto politico.
Mica c’entra il petrolio, dai, su, siamo seri.
Cioè, c’entra eccome, c’entra sempre, ma la popolazione sta soffrendo questo stato di cose, giusto?
E quando le popolazioni del mondo soffrono questo stato di cose, i paesi e i cittadini responsabili.
Prendono posizione.
Sempre…