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martedì 18 marzo 2025

Due o tre cose sull’Europa – Marco Aime

 

Dicono: difendiamo i valori dell’Europa e tutti ad applaudire. Ma quali? Silenzio. Questo appello generico mette in evidenza nient’altro che un mai sopito eurocentrismo, un malcelato senso di superiorità spesso sbandierato, senza dubbio alcuno, da quei giornalisti televisivi glamour, che iniziano un articolo, dicendoci che mentre accompagnavano il cane a Central Park…

Sacrosanto difendere dei valori, ma prima di scendere in piazza, decidiamo per quali di essi vale la pena per lottare e per quali, forse, dovremmo addirittura chiedere scusa. Ha scritto il grande storico inglese Arnold Toynbee:

«Non è stato l’Occidente a essere colpito dal Mondo, è il mondo che è stato colpito – e duramente colpito – dall’Occidente».

La tratta degli schiavi fu condivisa da molti Paesi europei, così come il colonialismo e le violenze a esso connesse. Il razzismo istituzionalizzato e non fa anche parte della nostra storia, come i gulag sovietici, come il massacro di Srebreniça, il terrorismo basco, irlandese, italiano. In uno struggente passaggio de Gli aquiloni, Romain Gary scrive: «Si dice che la cosa più tremenda del nazismo sia il suo lato disumano. Sì. Ma ci si deve arrendere all’evidenza: questo lato disumano fa parte dell’umano. Fintantoché non si riconoscerà che la disumanità è cosa umana, si resterà in una pietosa bugia». Non solo il nazismo è stato disumano, è stato anche un valore espresso dall’Europa, come il fascismo.

Che dire poi di un’Europa come quella attuale, che studia ed elabora sempre nuovi metodi per respingere persone che sfuggono a vite dolorose e spezzate, spesso anche a causa dello sfruttamento di imprese europee, dimenticandosi il valore della solidarietà umana? Questo sì un valore che si dovrebbe difendere. E che dire di un’Europa rimasta assolutamente indifferente di fronte al massacro di Gaza?

La democrazia, certo, è un valore da difendere, ma attenzione, perché considerarlo solo ed esclusivamente una nostra creazione? Ne La democrazia degli altri il premio Nobel Amartya Sen ci spiega come presso altre culture, esistevano ed esistono forme di gestione, basate su principi diversi da quello elettivo, che possono però essere definite a tutti gli effetti “democratiche”, se non si riduce il concetto di democrazia alla semplice pratica del voto. Sen riporta esempi riguardanti l’India del III secolo a.C., sotto l’imperatore Ashoka, il Giappone del VII secolo e la Cina antica, dove la discussione pubblica era frequente e la partecipazione aperta a tutti i cittadini. La democrazia, secondo Sen, è innanzitutto discussione pubblica. In molti villaggi africani, le assemblee collettive vedono la partecipazione di tutti gli uomini e anche nelle situazioni più moderne, in cui le comunità si trovano a votare i loro rappresentanti in parlamento, spesso le decisioni vengono prese in modo collettivo, a dispetto della segretezza del voto, importata dal modello occidentale.

«La storia del mondo va da Oriente a Occidente – ha scritto Hegel -, L’Europa è assolutamente la fine della storia del mondo, così come l’Asia ne è il principio». Ogni angolo di mondo, in realtà, ha espresso valori condivisibili da tutti e altri che trovano un senso solo nella dimensione culturale che li esprime. «Il nostro giocare in piccolo non serve al mondo» ha detto Nelson Mandela, uno che ha saputo superare i ristretti confini del nazionalismo, dell’etnicità, dell’identitarismo.

Scendiamo in piazza per difendere i valori di un’umanità condivisa, anche dell’Europa, ma non solo dell’Europa.

da qui


mercoledì 28 giugno 2023

I 10 rifugiati più celebri della letteratura e dell’arte

 

Il 20 giugno si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato. Per l'occasione, vi proponiamo una lista di letterati, filosofi e artisti che hanno segnato la storia letteraria e artistica lontano dai rispettivi Paesi d'origine.

 

Oggi come ieri, quello dei rifugiati è un tema di stretta attualità. Nel corso della storia individui o intere popolazioni hanno dovuto abbandonare le loro case per sfuggire a persecuzioni, guerre e violenze. Tra loro sono numerosi anche i personaggi celebri che durante la loro vita sono stati costretti a cercare rifugio lontano dal loro Paese di origine per sfuggire a persecuzioni, per lo più politiche e/o razziali. Per comprendere meglio il presente, ripercorriamo anche stavolta la storia attraverso l’esperienza dei grandi personaggi: vediamo la storia di questi letterati, filosofi e artisti che hanno segnato la storia letteraria e artistica lontano dai rispettivi Paesi d’origine.

I 10 rifugiati più celebri della letteratura e dell’arte:

 

Isabel Allende

Nipote del presidente cileno Salvador Allende, fu esiliata dopo che lo zio venne deposto dalle forze golpiste di Pinochet nel 1973, la scrittrice iniziò a ricevere minacce di morte e venne presa di mira dal regime. Decise così di trasferirsi prima in Venezuela. Ha sempre continuato la sua carriera da giornalista anche in esilio collaborando con il giornale (El Nacional). Le sue novelle e i suoi romanzi, tradotti in tutto il mondo, spesso raccontano della sua esperienza di esilio. Nel 1985 si è trasferita negli Stati Uniti e nel 1990, quando è stata ristabilita la democrazia in Cile, è ritornata, dopo 15 anni di assenza, per ricevere il premio “Grabiela Mistral”.

 

Sigmund Freud

 

Il grande psicologo austriaco era di origini ebraiche. Quando nel 1938 l’Austria, paese in cui viveva, venne annessa al Terzo Reich, per Freud iniziarono i problemi. Nel 1933 le sue opere furono bruciate e la casa editrice che pubblicava i suoi libri fu occupata dai nazisti. Il figlio Martin fu arrestato e dopo una settimana anche la figlia Anna portata via. Li rilasciarono quasi subito, ma Freud, sconvolto, si vide costretto all’esilio. Ottenne un visto d’entrata in Inghilterra grazie alla fama di cui godeva in quel Paese. Gli venne concesso di migrare dalla Germania, previo il pagamento di tasse. Venne privato della cittadinanza austriaca e divenne apolide. Accompagnato dalla moglie Martha e dalla figlia Anna partì per Londra, dove ottenne lo status di rifugiato politico. Cinque anni dopo, le sue quattro sorelle, rimaste a Vienna, vennero arrestate e uccise in un campo di concentramento.

 

Pablo Neruda


Stabilitosi in Spagna nel 1934, lavorò al seguito dell’ambasciata cilena. La guerra civile e il suo temperamento drammatico lo spinsero sempre più a precisi impegni politici che tanta parte hanno avuto poi nella sua vita e in tutta la produzione posteriore. Dopo ancora qualche anno di servizio diplomatico, nel 1944 N. tornò in Cile, e fu eletto senatore, ma un’accusa di tradimento lo costrinse ben presto a esulare in Messico. Non potendo tornare nella sua terra d’origine, compì lunghi viaggi in Europa (Parigi, Polonia, Ungheria). Nel 1951 visitò l’Italia e la Cina. Nel 1952 fu ancora in Italia, da dove venne mandato in esilio ancora una volta, espulso come straniero indesiderabile. Tuttavia, a seguito di un movimento d’opinione pubblica, il decreto fu revocato, e poté trascorrere un lungo periodo a Capri. Nel 1953 tornò in patria, nel suo rifugio di Isla Negra presso Valparaíso. Con l’avvento alla presidenza della Repubblica di S. Allende (1970), fu nominato ambasciatore a Parigi. Nel 1972, gravemente malato, tornò in Cile, mentre il governo Allende era in crisi.

 

Niccolò Machiavelli


E’ indubbiamente uno dei più importanti personaggi della storia della letteratura. Inizia la sua carriera politica in seno al governo della repubblica fiorentina alla caduta di Girolamo Savonarola. Il ritorno dei Medici dopo diciotto anni di esilio significò per Machiavelli, inviso per i suoi ideali repubblicani e l’amicizia con Soderini, l’esonero dall’incarico, il confino per un anno entro il territorio del dominio e, nel 1513, il carcere e la tortura perché sospettato di aver preso parte alla congiura antimedicea di Boscoli e di Capponi. Proprio in esilio scrisse la sua opera più importante: Il Principe. L’intenzione era di dedicare l’opera al detentore del potere nella famiglia Medici, con la speranza di riacquistare l’incarico di Segretario della Repubblica.

 

Marc Chagall

 

Il pittore bielorusso naturalizzato francese era di origini ebraiche. Per questo motivo venne perseguitato sotto il regime dello zar. Una volta divenuto noto come artista, lasciò San Pietroburgo per stabilirsi a Parigi.
Quando le potenze dell’Asse arrivarono a Parigi e poco prima che si stabilisse la Repubblica collaborativa di Vichy, fuggì dalla capitale francese e si nascose con la famiglia nei pressi di Marsiglia. Successivamente si trasferì negli Stati Uniti.

 

Victor Hugo


Figlio di un generale dell’esercito napoleonico. Divenne ben presto scrittore e poeta ed è passato alla storia come padre del Romanticismo in Francia. Nel 1845 venne nominato da Luigi Filippo Pari di Francia, nel 1848 deputato all’Assemblea Costituente, dove fu uno dei più fieri avversari del presidente Luigi Bonaparte. Ma il colpo di stato del 1851 segnò per lui l’inizio dell’esilio. Inizia qui a prendere forma la sua mitica figura poetica e ideale di “Padre della patria in esilio”, periodo durante il quale comincerà la sua produzione letteraria satirica nei confronti dello stato. Rientrò a Parigi dopo il crollo del III impero, entrò nel Senato nel 1876 e morì il 22 maggio 1885. Le sue esequie furono un’apoteosi; la sua salma fu lasciata per una notte sotto l’Arco di Trionfo dei Campi Elisi e vegliata da dodici poeti.

 

Bertolt Brecht


Importante drammaturgo e poeta tedesco aderì fin da giovane al movimento marxista così, quando Hitler salì al potere nel 1933 fu costretto a lasciare la Germania per paura della propria incolumità. Da questo momento la produzione letteraria e teatrale avviene su diversi suoli esteri. Peregrina per 15 anni attraverso molti paesi ma dopo il 1941 si stabilisce negli Stati Uniti. Alla fine del conflitto mondiale, diventato sospetto alle autorità americane per le sue polemiche politiche e sociali, lascia gli Stati Uniti e si trasferisce nella Repubblica Democratica Tedesca, a Berlino, dove fonda la compagnia teatrale del ”Berliner Ensemble”, tentativo concreto di realizzare le sue idee. In seguito, l'”ensemble” diventerà una delle più affermate compagnie teatrali.

 

Milan Kundera


Critico e saggista ceco naturalizzato francese, ha contribuito a diffondere la cultura e gli autori più interessanti del suo Paese nell’occidente europeo. Iscritto al partito comunista, nel ’48 fu espulso a causa delle sue idee che non seguivano le linee ufficiali del partito. Inoltre, la sua partecipazione al movimento di riforma della “Primavera di Praga” gli costò la cittadinanza cecoslovacca e il licenziamento. Espulso dal suo Paese, si è trasferito in Francia, dove ha insegnato all’Università di Rennes e a Parigi, dove tuttora vive e lavora. Ha comunque continuato a scrivere in ceco (a parte gli ultimissimi romanzi), nonostante che le sue opere fossero proibite in patria, fino al crollo del regime filo-sovietico.

 

Hanna Arendt


La filosofa tedesca, pur non avendo ricevuto un’educazione religiosa di tipo tradizionale, non negò mai la propria identità ebraica, professando sempre la propria fede in Dio. Questo quadro di riferimento è estremamente importante, perché Hannah Arendt dedicò tutta la vita allo sforzo di comprendere il destino del popolo ebraico e si identificò totalmente con le sue vicissitudini.

Dopo l’avvento al potere del nazionalsocialismo e l’inizio delle persecuzioni nei confronti delle comunità ebraiche, La Arendt abbandona la Germania nel 1933 attraversando il cosiddetto “confine verde” delle foreste della Erz. Passando per Praga, Genova, Ginevra e infine Parigi. Ma gli sviluppi storici del secondo conflitto mondiale la portano a doversi allontanare anche dal suolo francese. Internata nel campo di Gurs dal governo Vichy in quanto “straniera sospetta” e poi rilasciata, dopo varie peripezie riesce a salpare dal porto di Lisbona alla volta di New York dove ottenne la cittadinanza americana nel 1951. La lotta ai totalitarismi continua coraggiosa anche in esilio concretizzatisi da una parte con il libro-inchiesta su Adolf Eichmann e il nazismo: “La banalità del male” e, nel 1951, con il fondamentale “Le origini del totalitarismo”, frutto di una accurata indagine storica e filosofica.

 

Dante Alighieri


La vita di Dante Alighieri è strettamente legata agli avvenimenti della vita politica fiorentina. All’epoca di Dante il partito guelfo era diviso in due fazioni: i bianchi e i neri. Quando, nel 1295, Dante cominciò la propria carriera politica, aderì ai guelfi bianchi perché era in contrasto con la politica dei neri che appoggiavano l’espansionismo di papa Bonifacio VIII. Dante fu anche il promotore di molte leggi che ostacolavano il pontefice. Per questo motivo Bonifacio VIII lo prese di mira. Nel 1301, infatti, quando i neri si impadronirono di Firenze con l’appoggio papale, l’Alighieri fu coperto di accuse infamanti, e nel 1304 fu condannato all’esilio. Proseguì il suo esilio nel Veneto e poi in Lunigiana. Poiché il poeta si sentiva completamente innocente, non accettò di sottoporsi a una simile umiliazione e scelse di restare in esilio. Trascorse gli ultimi anni della propria vita a Verona e infine a Ravenna, dove morì nella stima del signore della città e 
tra l’affetto dei propri cari il 14 settembre 1321. La tomba di Dante si trova proprio a Ravenna.

 

da qui

martedì 25 ottobre 2022

Vent’anni di Bossi Fini

 

La questione è che in vent’anni non abbiamo davvero voluto smascherare la nostra collettiva ipocrisia. Vent’anni di Bossi Fini sulle “politiche migratorie in Italia” non sono bastati per raccontare la verità.

Proviamoci, finalmente. Proviamoci dicendo che la Bossi Fini non definisce, come recitano convenzioni e racconti, le “politiche migratorie” dell’Italia. No, la legge voluta dal dagli allora leader di Alleanza Nazionale e Lega Nord, stabilisce semplicemente che nel nostro Paese nessuno può migrare. Nessuno, da allora, può venire in Italia in cerca di lavoro e futuro. 

Quella legge mette nero su bianco la negazione del diritto sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani a cui l’Italia, in teoria, aderisce. Lascia spazio solo a due condizioni d’ingresso: essere un profugo – cioè in fuga da una guerra riconosciuta come tale – e arrivare di conseguenza con mezzi di fortuna, barconi o a piedi lungo la rotta balcanica.

Questo rende esplicita una banalità che spesso sfugge: in Italia non arrivano migranti, ma solo profughi, che per restare e non essere buttati a mare devono forzatamente diventare richiedenti asilo. Alcuni di questi, dopo anni di attesa, diventano rifugiati. Migranti come quelli prima della Bossi Fini non ne arrivano più. Ne consegue – mi perdoni monsieur de Lapalisse – che nel nostro bel Paese non esiste alcuna “politica migratoria”.  

Quella che esiste è una politica, determinata appunto dalla Bossi Fini, di respingimento alla frontiera degli stranieri, considerati “agenti di pericolo”. Questa cosa permette oggi a Salvini e a Meloni, di presentarsi come coloro che “difendono i confini della Patria”. Frase di per sé fuori luogo, dati i fatti e la realtà, almeno quanto pensare di essere pronti a vincere il campionato del Mondo di calcio dopo aver concluso l’amichevole annuale scapoli – ammogliati.

Tant’è: lo dicono, digrignando i denti e raccolgono consensi, di gente che digrigna i denti. Questo apre un altro problema. Difendere i confini significa essere pronti ad usare ogni mezzo, perché il nemico non deve entrare. Quindi, oltre a respingere fisicamente, magari deportando esseri umani nei campi di concentramento libici, tunisini o turchi, si deve essere pronti a sparare, uccidere, ammazzare, perché chi entra non è un essere umano: è il nemico e va fermato. 

Questa meccanica di pensiero e di comportamento è resa possibile, cioè in qualche modo legale, proprio dalla Bossi Fini. E qui, è allora il caso di ricordare come quella legge sia stata mantenuta nel tempo nonostante il centrodestra abbia governato solo in otto di questi vent’anni. Molti governi di centro sinistra (Prodi, Letta, Renzi, Gentiloni) non hanno nemmeno provato a toccarla. Questo significa che al sistema Italia la Bossi Fini piace, fa comodo. Nonostante l’adesione alla Dichiarazione Universale dei Diritti umani e a dispetto della Costituzione, tutti noi vogliamo quella legge. Pochi, una minoranza, chiedono ai partiti di rivederla. Così pochi che, nei programmi elettorali in vista delle elezioni politiche del 25 settembre, sul tema tutti i grandi partiti sono vaghi (Pd, Movimento 5 Stelle) o assolutamente chiari nel volerla mantenere e inasprire (Fratelli d’Italia, Lega Nord, Forza Italia).  

In un Paese normale, un leader politico che parla di “difesa dei confini” perché vuole respingere alcune decine di migliaia di disgraziati che arrivano su barconi improbabili, verrebbe preso in giro e ridicolizzato. In Italia no, diventa credibile. E questo non dovrebbe stupirci: quando un quaquaraquà in camicia nera da una piazza di Trieste disse che gli ebrei erano “una razza inferiore e pericolosa” gli italiani applaudirono e approvarono, arrivando qualche anno dopo alle deportazioni e allo sterminio di massa. Nessuno mosse un dito, in fondo “avevamo trovato un nemico” e questo ci faceva star bene. Pensandoci, da quel tragico 1938, siamo cambiati poco.

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lunedì 5 luglio 2021

Hostage of Europe, la trappola fatale del sistema di asilo europeo - Camilla Donzelli

 

 

L’appuntamento con Anwar è nella piazza principale del quartiere di Atene in cui abito. Dopo qualche giorno di contrattazione via mail, ha accettato di incontrarmi per rilasciare un’intervista. Lo riconosco subito: ha in spalla un grosso zaino e una custodia cilindrica contenente il banner che accompagna tutti i suoi sit-in, e indossa una maglietta a righe che ho già visto molte volte nelle foto pubblicate sui suoi canali social.

Hostage of Europe. Questo il nome della pagina Facebook di Anwar Nillufary, 34 anni, esule forzato da 15. Tre parole che riassumono perfettamente il suo percorso travagliato da richiedente asilo prima e da rifugiato poi. Tre parole che potrebbero essere probabilmente utilizzate per descrivere l’esperienza di moltissime altre persone in movimento, loro malgrado rimaste impigliate nella tela di ragno del sistema di asilo europeo.

È proprio tramite Facebook che sono venuta a conoscenza della storia di Anwar. La pagina che gestisce è lo strumento principale con cui documenta le sue proteste quotidiane. Ogni giorno – ormai da diversi anni – carica video e fotografie che lo ritraggono sotto alla sede degli uffici di qualche organizzazione internazionale, istituzione greca o ambasciata straniera. Nei suoi post descrive dettagliatamente le dinamiche che è costretto a fronteggiare, cercando di tenere viva l’attenzione sul suo caso e cercando, soprattutto, di ottenere delle risposte.

Anwar è ora seduto davanti a me, palesemente provato dall’ennesima giornata inconcludente. Gli chiedo se voglia dell’acqua; mi risponde di no. Ho la sensazione che abbia una grande urgenza di raccontare. La mia impressione si rivela corretta: Anwar parla per oltre due ore, senza sosta, senza tralasciare nemmeno il più piccolo dettaglio.

Mi racconta di aver lasciato il suo Paese di origine, l’Iran, all’età di 18 anni. Vittima di persecuzioni a sfondo politico e impossibilitato ad ottenere un passaporto iraniano, raggiunge il Nord dell’Iraq illegalmente, rischiando la vita durante l’attraversamento del confine. Lì si laurea da ingegnere civile e trova lavoro in una società di costruzioni. La paga è buona, e Anwar comincia a pregustare la possibilità di stabilizzarsi.

Ma ben presto le pressioni politiche si fanno sentire anche in Iraq. Anwar comincia a ricevere minacce, e alla società per cui lavora viene intimato di licenziarlo. L’unica via percorribile è ancora una volta la fuga. Anwar vorrebbe raggiungere gli Stati Uniti o il Canada con un visto, ma senza un passaporto è impossibile. Essendo residente in Iraq da diversi anni prova ad ottenere un documento iracheno, ma la procedura non va a buon fine.

Determinato ad evitare a tutti i costi quella fuga nell’illegalità di cui ha già suo malgrado fatto esperienza e che lo ha quasi portato alla morte, si rivolge allora agli uffici di UNHCR a Baghdad. Spiega loro la sua situazione, chiedendo un aiuto per essere ricollocato legalmente in un Paese in cui la sua vita non sia a rischio. Anche qui, nessuna risposta.

A quel punto ho dovuto fare una scelta, dice Anwar. Nessun documento, nessun lavoro, no soldi. Avevo bisogno di una vita stabile. Tutti hanno diritto a stabilità e sicurezza, e sia in Iran che in Iraq questo diritto mi era stato negato. Quindi sono dovuto scappare, ancora una volta illegalmente. Fino a quel momento non avevo nemmeno lontanamente preso in considerazione l’ipotesi Europa. Non era assolutamente nei miei piani, ma ho dovuto.

Anwar raggiunge la Grecia nel settembre del 2014, percorrendo quel sentiero ad imbuto che ad oggi è l’unica via per penetrare la Fortezza Europa.

Mettendomi in contatto con dei trafficanti ho raggiunto la Turchia, e da Izmir mi sono imbarcato verso le coste greche con un gruppo di altre persone. Una volta sbarcati sull’isola di Kos, mi sono separato dal gruppo e ho raggiunto la cima della montagna vicina per far asciugare i vestiti – completamente bagnati dopo la traversata. In qualche modo è stata la mia fortuna, perché in quel frangente il gruppo si è incamminato verso il villaggio vicino e lungo la strada sono stati tutti catturati dalla polizia.

Dopo aver passato due notti nei boschi dell’isola mi sono messo in contatto con il trafficante ad Atene, il quale mi ha a sua volta dato il contatto di una donna greca residente a Kos pagata per comprare biglietti a nome suo e permettere così ai richiedenti asilo di lasciare l’isola. Così, con in mano un biglietto a nome greco e senza bisogno di mostrare i miei documenti, ho preso il traghetto e sono arrivato ad Atene.

Ciò di cui Anwar parla altro non è che il risultato del cosiddetto “approccio hotspot”, introdotto a livello europeo nel 2015. Tale sistema consiste nella creazione di strutture di primissima accoglienza – gli hotspot, per l’appunto – in prossimità di zone di frontiera, con l’intento di rinforzare e velocizzare le procedure di identificazione, registrazione e smistamento dei richiedenti asilo.

Il sistema hotspot è al momento operativo in Italia e Grecia e, stando a quanto si legge nel documento esplicativo pubblicato dal Parlamento Europeo, sarebbe funzionale a supportare quei Paesi europei che si trovano a fronteggiare ingenti flussi migratori, snellendo l’iter e offrendo l’assistenza di agenzie europee specializzate quali Frontex, Europol ed EASO.

Nella realtà, il sistema hotspot rappresenta l’ennesimo dispositivo di controllo che comprime enormemente i diritti delle persone in movimento. Basti pensare al ruolo di Frontex: secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’organizzazione Mare Liberum, nel solo anno 2020 l’agenzia europea incaricata del controllo delle frontiere ha preso parte attiva al respingimento di oltre 9.000 persone in transito dalle coste turche a quelle greche.

Ma non solo. Nel quadro legislativo nazionale greco il sistema hotspot si è tradotto in una sorta di riserva geografica, in base alla quale i richiedenti asilo entrati in Grecia tramite le isole sono vincolati alla permanenza nel luogo di sbarco. Ciò significa che chi  fa domanda di protezione internazionale su un’isola greca lì dovrà rimanere fino alla definizione della procedura – che ha mediamente una durata molto lunga. E le condizioni di vita nei campi collocati sulle isole egee sono tristemente note.

D’altra parte, basta dare un’occhiata alla distribuzione geografica dei centri hotspot per capirne la logica: marginalizzare il più possibile – nel senso più letterale e fisico del termine – chi giunge in Europa in cerca di rifugio, circoscrivendone all’estremo la possibilità di movimento per poter agevolmente operare eventuali respingimenti o deportazioni.

Per questo Anwar può definirsi relativamente fortunato. La mancata cattura da parte della polizia gli ha risparmiato la registrazione forzata sull’isola di Kos, permettendogli così di trovare uno stratagemma per raggiungere la capitale greca e provare a raggiungere la destinazione realmente desiderata.

Ad Atene ho raggiunto la casa del trafficante. Lo avevo già pagato, ma a quel punto ha cominciato a chiedermi altri soldi. L’accordo iniziale era di 2.500 euro – il prezzo stabilito per attraversare il confine fra Grecia e Turchia. Alla fine ho speso 7.000 euro, con la promessa di poter raggiungere il Canada. Sempre per vie illegali, ovviamente. 

In quel momento non avevo idea di come funzionasse il sistema in Europa. Non avevo altra scelta che fidarmi dei trafficanti. 

Ma una volta vista la situazione ad Atene ho capito che non sarebbe finita bene quindi, di nuovo, mi sono dato da fare per cercare una soluzione alternativa. Ho cercato di mettermi in contatto con UNHCR, con l’Ambasciata americana e con l’Ambasciata australiana tramite email, spiegando loro che ero sopravvissuto ad un viaggio in mare e che in quel momento mi trovavo nelle mani di un trafficante. Nessuna risposta.

Dopo essermi recato personalmente presso gli uffici di UNHCR ed essere stato mandato via malamente dagli agenti della sicurezza privata, sono riuscito a recuperare un numero di telefono e a parlare con qualcuno. Ricordo di aver specificato chiaramente che non volevo rimanere in Grecia, perché la mia breve permanenza prima a Kos e poi ad Atene mi aveva già dato un assaggio di ciò che mi aspettava. In più, nella casa del trafficante avevo sentito molte brutte storie che avevano confermato il mio presentimento. 

Mi dissero di non preoccuparmi, spiegandomi che l’unica via legale per me era fare richiesta di asilo in Grecia, attendere la fine della procedura e, una volta ottenuti i documenti, trasferirmi nel Paese di mia scelta. Ho poi scoperto che non era vero: il sistema non funziona affatto così. 

Anwar ha ragione. Il sistema d’asilo europeo è fondamentalmente una trappola. E se lo volessimo pensare come una trappola composta da più marchingegni, il Regolamento Dublino sarebbe di sicuro la tagliola che azzoppa il malcapitato, impedendogli di muoversi.

Il Trattato di Dublino – entrato in vigore nel 1997 e successivamente modificato nel 2003 e nel 2013, ma sempre rimasto invariato nella sostanza – è quel documento che stabilisce le regole e i meccanismi atti a determinare lo Stato competente all’esame di una domanda di asilo presentata in uno dei Paesi membri dell’Unione Europea.

Specificamente pensato per prevenire il fenomeno del cosiddetto asylum shopping (ovvero la pratica di fare richiesta di asilo in più Paesi diversi), il Trattato prevede il principio del Paese di primo approdo: la presa in carico della richiesta di asilo ricade sullo stato europeo in cui il richiedente ha effettuato il primo ingresso. Ciò si traduce in una fisiologica congestione dei Paesi sud-europei – in primis Grecia e Italia -, Paesi i cui scarsi strumenti di welfare rappresentano un grosso ostacolo per l’accoglienza e il successivo percorso di stabilizzazione di chi giunge in cerca di rifugio.

La chiave per l’applicazione concreta del Trattato è il sistema Eurodac, una banca dati condivisa a livello europeo in cui ciascuno Stato può accedere alle informazioni rilevanti (dati personali, impronte digitali, frontiera di ingresso) per verificare se un richiedente abbia già fatto domanda da un’altra parte o meno. In caso positivo, il Regolamento prevede che la persona in questione venga rispedita nel Paese risultato responsabile della presa in carico della procedura.

Ma non finisce qua. Anche quando la procedura si conclude con il riconoscimento dello status di rifugiato – e quindi con il rilascio di un permesso di soggiorno e di un titolo di viaggio equipollente ad un passaporto – spostarsi in un Paese che non sia quello in cui l’iter è stato espletato è molto difficile.

Il quadro legislativo europeo stabilisce infatti che i titolari di protezione internazionale possano soggiornare in Stati esteri per un massimo di tre mesi e solo per ragioni di turismo. Nel caso in cui l’intenzione sia quella di trasferirsi in maniera stabile e svolgere attività lavorativa, il percorso da seguire è lungo e insidioso: occorre rinunciare alla protezione ottenuta – e quindi ai documenti rilasciati – e aprire una procedura ex novo nel Paese prescelto, procedura che ovviamente varia per meccanismi e tempistiche in base alla cornice legislativa nazionale.

Anwar è venuto a conoscenza di tutti questi cavilli a proprie spese.

Decisi di fare richiesta in Grecia, con l’idea di partire non appena avessi ottenuto i documenti. Dopo 10 mesi di attesa mi venne riconosciuto lo status di rifugiato. In quell’arco di tempo avevo continuato a tenermi in contatto con UNHCR e le ambasciate di Canada e USA per chiedere loro di aiutarmi non appena i miei documenti fossero stati pronti. L’Ambasciata canadese mi disse che la sede di Atene non si occupava della lavorazione di questo tipo di richieste, e che mi sarei dovuto rivolgere agli uffici di Roma.

Così feci. Il giorno stesso in cui ritirai il mio permesso di soggiorno e il mio titolo di viaggio partii per l’Italia. Raggiunsi immediatamente l’ufficio immigrazione dell’Ambasciata canadese, e lì mi dissero che avevo bisogno di un referral scritto e firmato da UNHCR. Così mi recai agli uffici UNHCR di Roma, dove mi dissero che per il referral avevano a loro volta bisogno di una richiesta scritta da parte dell’Ambasciata. Andò avanti così per giorni, con un rimpallo continuo di responsabilità da una parte all’altra.

Il soggiorno a Roma mi stava costando troppo, e data la situazione di stallo mi sembrava uno spreco di risorse economiche. Non vedevo soluzioni all’orizzonte. Pensai così di raggiungere il Regno Unito e fare richiesta di asilo lì.

Mi diressi verso la Francia e raggiunsi Calais, dove passai una notte con l’intento di attraversare il canale della Manica. Quella notte fu sufficiente per farmi cambiare idea: vidi la situazione nell’accampamento [“la giungla”, al tempo il più grande accampamento informale d’Europa, ndr] e parlai con molte persone che mi raccontarono storie orribili. Capii che non era il caso di fare quel tentativo.

La mattina successiva presi il primo treno e mi diressi verso Nord. Dopo due giorni di viaggio mi ritrovai in Svezia. Senza averlo pianificato, senza alcun tipo di contatto, senza conoscere la lingua e senza un posto dove stare. Mi sentivo completamente spaesato. Stavo solo seguendo il fluire disordinato delle cose, senza avere la possibilità di programmare niente. Non ero preparato per nulla di tutto quello che stava accadendo. 

A Stoccolma mi rivolsi all’ufficio immigrazione. Mi portarono in un centro di accoglienza, e dopo due giorni venni convocato per la prima intervista. Le domande furono solo due: mi chiesero se avessi mai fatto richiesta di asilo in un altro Paese europeo e se fossi in possesso di qualche documento rilasciato dal suddetto eventuale Paese. La mia risposta ad entrambe le domande fu ovviamente sì. Mi dissero immediatamente che il mio caso in Svezia era chiuso e che rientravo nel Regolamento di Dublino. 

Mi portarono in un villaggio vicino a Uppsala, in un centro di detenzione, dove rimasi per due mesi in attesa di essere rispedito in Grecia. Mi misi in contatto con varie organizzazioni – Caritas, No one is illegal, ecc. – per ottenere del supporto legale ed evitare la deportazione, ma non ottenni alcuna risposta. 

Trovandomi in un vicolo cieco, cominciai uno sciopero della fame. Ma anche questo non servì a nulla. Il giorno della deportazione mi misero su un aereo, consegnarono tutta la mia documentazione al pilota e mi dissero: le autorità greche ti stanno aspettando. 

Per farsi un’idea dell’impatto concreto del Trattato di Dublino, basta dare uno sguardo alle statistiche pubblicate da Eurostat. I dati disponibili più recenti sono relativi all’anno 2019, e riguardano le richieste di trasferimento da un Paese europeo all’altro ai sensi del Regolamento.

L’Italia è lo Stato membro che ha ricevuto più richieste di ripresa in carico: ben 34.921. Un numero davvero notevole, se si considera che l’ammontare totale delle persone approdate sulle coste italiane nel biennio 2018-2019 è inferiore: 34.842.

Seguono la Germania, con 23.710 richieste; la Grecia, con 13.382 richieste; e la Francia, con 10.668 richieste. Numeri considerevoli, a cui corrispondono altrettante deportazioni e, soprattutto, altrettanti progetti migratori puntualmente frustrati.

Come il piano di Anwar, che dopo tanta fatica si ritrova nuovamente al punto di partenza.

Non appena atterrato ad Atene la polizia mi prelevò al gate dell’aeroporto e mi portò alla vicina centrale, dove venni trattenuto per svariate ore. Una volta libero mi misi immediatamente, nuovamente in contatto con UNHCR. E di nuovo, nessuna riposta.

O meglio: l’unica risposta che ottenevo era la polizia, che puntualmente veniva a prelevarmi sotto gli uffici di UNHCR – dove io chiedevo soltanto di poter parlare con qualcuno! – mi portava alla centrale, mi perquisiva e mi tratteneva per ore in uno stanzino sporco. Tutto questo accadeva abitualmente, senza che nessuno alzasse un dito o semplicemente desse un cenno di riposta alle mie richieste.

Nel frattempo stavo cercando aiuto presso altre organizzazioni non governative greche facendo telefonate, mandando mail e recandomi personalmente presso le loro sedi. Avevo bisogno di supporto legale: nulla. Avevo bisogno di un posto dove stare: nulla. Avevo bisogno di supporto economico: nulla. Tutto questo andò avanti per un anno e mezzo, fino a che non arrivai a pensare che tutto quello che stavo passando era pura follia. 

Nel marzo del 2017 mi procurai una tenda e delle coperte e mi piantai davanti alla sede di UNHCR. Cominciai il mio primo sciopero della fame, durato 64 giorni. Anche in quei due mesi, benché fossi allo stremo delle forze, qualcuno da dentro gli uffici si ostinava a chiamare la polizia. E tutti i giorni, almeno tre volte al giorno, venivo prelevato e trattenuto per ore nella cella della centrale. In quel periodo persi anche la mia prima tenda – il mio unico riparo. Distrutta dalla polizia, il primo giorno di sciopero della fame. 

Al termine dello sciopero, grazie anche al supporto di un gruppo di rifugiati, Anwar riesce ad ottenere un colloquio con dei funzionari di UNHCR.

Mi dissero che non avevano uno specifico programma di ricollocamento, ma che avevano la possibilità di fare una richiesta speciale in circostanze particolari. Tuttavia, non avevano intenzione di applicare questa opzione al mio caso perché altrimenti troppe altre persone si sarebbero rivolte a loro chiedendo la stessa cosa. In sostanza mi stavano dicendo: sappiamo bene che le condizioni di vita qui in Grecia sono dure, ma abbiamo deliberatamente deciso di non soddisfare la tua richiesta per non creare un precedente.

Alla fine del colloquio mi dissero che, nonostante quanto specificato, c’era una piccolissima, remota possibilità di lavorazione del mio caso. Ma avrebbero avuto bisogno di tempo. Due anni, mi dissero. E aggiunsero che non mi sarei dovuto aspettare alcun tipo di assistenza in quest’arco di tempo.

Fu a quel punto che cominciai a farmi pubblicità da solo, aprendo i miei canali social per raccontare quello che mi stava succedendo. Continuai la mia protesta quotidiana sotto la sede di UNHCR. Continuarono gli arresti da parte della polizia, le perquisizioni, il sequestro e la distruzione dei miei effetti personali. Mi venne recapitata anche una diffida emanata del Tribunale, in cui si stabiliva che dovevo mantenermi ad almeno tre metri di distanza dalla porta d’ingresso dell’ufficio.

Tutto questo andò avanti per parecchio tempo, fino a che non passammo al livello successivo: le denunce e i conseguenti processi in Tribunale. Ad oggi sono stato costretto a comparire davanti ad un giudice 24 volte e incarcerato 5 volte. 

Nel 2018 sono stato rinchiuso in un centro di deportazione. Lo scorso anno ho perso la mia quinta tenda, distrutta insieme a tutti i miei effetti personali (coperte, telefono, cibo) mentre mi trovavo di nuovo in detenzione. Tutto questo solo per aver condotto una protesta pacifica sotto gli uffici di UNHCR. Protesta che, se si fosse conclusa con l’ascolto delle mie legittime richieste, non si sarebbe di certo prolungata così tanto.

Nell’estate del 2020 Anwar annuncia un nuovo sciopero della fame, interrotto dopo 73 giorni perché un gruppo di persone residenti in Canada gli offre aiuto per il ricollocamento tramite il sistema di sponsorship. Nel frattempo riesce anche ad ottenere un po’ di visibilità su alcuni media mediorientali, e avvia una campagna di raccolta fondi per coprire le spese di sopravvivenza.

Al termine dello sciopero Anwar subisce due ospedalizzazioni. La sua salute è in condizioni veramente precarie, rischia quasi la vita. I medici gli comunicano che la prolungata astinenza dal cibo ha causato delle serissime ripercussioni sul suo organismo, e che da questo momento in poi dovrà fare molta attenzione e seguire una dieta specifica.

Nel frattempo l’emergenza Covid è scoppiata nuovamente, e la Grecia piomba in un lockdown completo. Anwar necessita di riposo, e in più la situazione generale gli impedisce di proseguire con le sue proteste. Trova riparo a casa di una donna greca che gli aveva dato una mano durante l’ospedalizzazione, e utilizza buona parte dei soldi ricevuti con le donazioni per pagare l’affitto e procurarsi nuovamente i dispositivi elettronici che gli servono.

Contestualmente la già debole attenzione mediatica sul suo caso si spegne del tutto, e quelle persone che dal Canada gli avevano promesso aiuto ritrattano.

Dopo la fine del lockdown, all’inizio del 2021, Anwar si ritrova di nuovo per strada. Ancora una volta, completamente solo. E ancora una volta, determinato a farsi ascoltare.

Continuerò a fare quello che sto facendo fino a che non avrò prosciugato l’ultimo centesimo dei soldi che ho, dopodiché sarò probabilmente costretto ad annunciare un nuovo sciopero della fame. Non so precisamente quando, ma sono certo che accadrà. Non ho altra scelta.

Ogni giorno vado a protestare sotto qualche ufficio e cerco di raccogliere qualche firma per la mia petizione. La sera mi reco alla Libreria Nazionale Greca, l’unico posto dove posso utilizzare l’elettricità per ricaricare i miei dispositivi elettronici e il wifi per aggiornare i miei canali social con foto e video. Quando finisco, solitamente a tarda notte, piazzo il mio sacco a pelo nei cespugli vicino all’edificio e dormo lì. La mattina successiva tutto ricomincia. Questa è la mia vita ora. L’hanno resa una beffa.

Cosa succederà? Non lo so. Risolveranno il mio problema? Non lo so. Qualcuno sarà disposto ad ascoltare quello che ho da dire? Non lo so. Tutto quello che so è che sto chiedendo riposte ovunque, a tutti. Ho scritto email, fatto telefonate, parlato con così tante persone. Sono un beneficiario di protezione internazionale e sto solamente chiedendo di poter avere una vita stabile e dignitosa in un posto che sia in grado di offrirmi delle possibilità in questo senso. Voglio lavorare, studiare. Voglio avere una vita normale. 

L’esperienza di Anwar è rappresentativa. Svela tutte le falle e i paradossi del sistema di asilo europeo, un meccanismo nominalmente legale, ma sostanzialmente generatore primario di situazioni di illegalità: Anwar costretto ad affidarsi a dei trafficanti per raggiungere l’Europa, data la totale assenza di altri canali; Anwar costretto a lasciare l’isola di Kos con uno stratagemma; Anwar che vaga per l’Europa e si ritrova in Svezia, dove la sua permanenza è inammissibile ai sensi del Regolamento di Dublino; Anwar che mi confessa di aver smesso di rinnovare i suoi documenti greci perché non ne vede l’utilità.

Sorgono anche delle domande sul ruolo di organizzazioni internazionali come UNHCR (già messo in discussione a seguito di quanto emerso circa il loro operato in zone come la Libia, o nel processo di esternalizzazione delle frontiere europee), il cui mandato è teoricamente quello di garantire protezione a richiedenti asilo e rifugiati, lavorando nel loro esclusivo interesse.

La storia di Anwar getta delle ombre sui principi fondanti di tali organismi, e viene da chiedersi se il loro operato non sia in qualche modo double face: da una parte, soddisfare la naturale necessità di un agire etico di fronte alle richieste di aiuto di esseri umani in difficoltà; dall’altra, mantenere quello status quo che agli Stati-nazione tanto sta a cuore.

Per chiudere con le parole di Anwar:

Non sto chiedendo nulla di impossibile. Sto chiedendo qualcosa che è un mio diritto. Non capisco tutta questa ostinazione. Non siete in grado di offrirmi ciò di cui ho bisogno? Bene, lasciatemi libero di andare da un’altra parte. Perché trattenermi qui e costringermi ad affrontare tutto questo?

 

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lunedì 12 ottobre 2020

LA CATTIVA ACCOGLIENZA: UN NUOVO TRAUMA PER I RIFUGIATI - MEDU (Medici per i Diritti Umani)


Una ricerca di Medici per i Diritti Umani appena pubblicata sull’International Journal of Social Psychiatry evidenzia che fattori di stress post-migratori, come ad esempio condizioni di vita precarie in grandi e sovraffollati centri di accoglienza, producono effetti negativi sulla salute mentale dei rifugiati e dei richiedenti asilo al pari delle violenze subite nei paesi di origine o lungo la rotta migratoria. Nel caso specifico dello studio, i pazienti provenienti dal CARA di Mineo, prototipo dei mega centri nel nostro paese, presentavano un quadro clinico di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) significativamente più grave rispetto ai pazienti provenienti da centri di accoglienza di minori dimensioni. Questo aspetto è particolarmente rilevante in quanto rifugiati e richiedenti asilo sono sempre più ospitati in hotspot e centri di prima accoglienza enormi e sovraffollati, anche nei paesi occidentali ad alto reddito. Il campo di Moria in Grecia, recentemente devastato da un drammatico incendio, ne è uno degli esempi più eclatanti in Europa. Del resto, anche il nuovo patto per l’immigrazione e l’asilo appena presentato dalla Commissione europea rischia di alimentare proprio il modello dei grandi centri alle frontiere esterne dell’Unione europea. Le conclusioni della ricerca pongono questioni assai attuali anche per il nostro paese, posto che nelle prossime settimane il governo ed il parlamento si apprestano ad emendare i decreti sicurezza. Medici per i Diritti Umani auspica che le forze politiche sappiano trarre insegnamento dalle esperienze fallimentari del recente passato. E’ necessario promuovere un sistema di accoglienza basato su realtà di piccole dimensioni, dotate di servizi adeguati ed integrate nel territorio, in grado di favorire una reale inclusione per il beneficio delle persone accolte e di tutta la collettività.

 

Background. Come è noto, negli ultimi anni, un numero rilevante di richiedenti asilo e rifugiati è arrivato in Italia e in Europa dall’Africa sub-sahariana (secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati [UNHCR] [2020] più di 600.000 migranti e rifugiati sono sbarcati in Italia attraversando il Mediterraneo centrale nel periodo 2013-2019), la maggior parte dei quali ha subito detenzioni, gravi violenze e abusi nei paesi di origine o lungo la rotta migratoria e in particolare in Libia (Medici per i Diritti Umani [MEDU], 2020). Più in generale, nell’ultimo decennio, la popolazione globale di migranti forzati è cresciuta in modo allarmante, passando da 43,3 milioni nel 2009 alla cifra record di 79,5 milioni di persone nel 2019 (UNHCR, 2020). D’altra parte, rifugiati e richiedenti asilo non sono solo esposti in modo sproporzionato a ripetuti eventi traumatici nei loro paesi di origine o lungo le rotte migratorie, ma sperimentano anche una molteplicità di fattori di stress nella fase post-migratoria nei paesi di accoglienza (Li et al., 2016). Il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) è di conseguenza particolarmente frequente in tali gruppi (Bogic et al., 2015; Fazel et al.,2005; Steel et al., 2009). Sebbene sia estremamente rilevante dal punto di vista clinico e sociale comprendere le diverse modalità con cui il PTSD si manifesta nei rifugiati e nei richiedenti asilo, ad oggi poche ricerche hanno studiato il modo in cui i sintomi del PTSD si manifestano in queste popolazioni.

Obiettivi. Questo studio ha cercato di indagare le caratteristiche del PTSD in un campione di richiedenti asilo e rifugiati africani che si erano rivolti ai centri clinici di MEDU per situazioni di disagio psichico conseguenti a traumi subiti nel paese di origine o lungo la rotta migratoria. Abbiamo cercato di indagare anche quali fattori socio-demografici potessero facilitare l’insorgenza di particolari forme di PTSD.

Metodi. I partecipanti alla ricerca erano 122 rifugiati e richiedenti asilo africani residenti in Italia i quali hanno completato un questionario sull’esposizione a potenziali eventi traumatici ed un altro sui sintomi del PTSD secondo i criteri del DSM-5, uno dei sistemi di classificazione dei disturbi mentali più utilizzati nel mondo. E’ stato poi eseguito uno studio statistico chiamato analisi delle classi latenti (LCA) che ha permesso di identificare alcuni sottogruppi di pazienti con peculiari quadri sintomatologici di PTSD. Infine, un’ulteriore analisi statistica chiamata regressione logistica multinomiale ha permesso di identificare i fattori predittori di ciascuno dei sottogruppi identificati.

Partecipanti. I richiedenti asilo (94%) e rifugiati (6%) partecipanti alla ricerca erano giunti in Italia da poco tempo (in media da 11 mesi) ed erano ospitati sia in centri di accoglienza di grandi dimensioni con oltre mille ospiti (16%) sia in centri medio piccoli con meno di mille ospiti (80%) che in altre piccole strutture di accoglienza (4%). La maggior parte dei pazienti proveniva dall’Africa occidentale (91%) mentre un minor numero proveniva dal Nord Africa (6%) e dal Corno d’Africa (3%).La gran parte di loro (91%) aveva raggiunto l’Italia attraversando il Sahara, transitando per la Libia e poi affrontando il Mediterraneo centrale con imbarcazioni di fortuna. Tutta la rotta era ed è controllata da trafficanti di esseri umani e gruppi criminali. Il campione dei partecipanti rifletteva in termini di genere (86% uomini) ed età (25 anni in media) la composizione dei migranti e rifugiati giunti in Italia negli ultimi anni attraverso la rotta del Mediterraneo centrale.

Risultati. Tra i partecipanti alla ricerca, il 79,5% presentava una probabile diagnosi di PTSD. Studi precedenti hanno rilevato una prevalenza di PTSD nei gruppi di rifugiati di circa il 30% (Steel et al., 2009). Come considerazione generale, gli alti tassi di PTSD nella nostra ricerca sono probabilmente dovuti a due ragioni. In primis, il nostro campione non è stato reclutato tra la popolazione generale di richiedenti asilo e rifugiati bensì è rappresentato da pazienti inviati ai nostri servizi per la presenza di varie forme di disagio psichico per cui veniva ipotizzata una possibile origine post-traumatica. In secondo luogo, i nostri pazienti erano tutti sopravvissuti a molteplici traumi complessi, vale a dire ad eventi traumatici di natura interpersonale, ripetuti e prolungati nel tempo. Tali tipi di trauma sono quelli a più alto contenuto psicopatogeno; un’ampia letteratura attesta infatti che i tassi più alti di PTSD si riscontrano in seguito ad eventi psicotraumatogeni intenzionali (violenze, abusi, torture etc.) rispetto ai traumi di natura impersonale (per esempio incidenti). I pazienti del nostro campione erano stati esposti a una media di 8 tipi di eventi traumatici (ma alcuni sono arrivati ad affrontare 18 eventi traumatici!), tra i quali tortura (82%), detenzione (68%), aggressioni fisiche (65%), aver assistito all’uccisione di una o più persone (51%), essere vicini alla morte (47%), rapimento (46%), violenza sessuale (18%) e molti altri ancora.
L’analisi delle classi latenti ha poi permesso di identificare tre gruppi di pazienti con quadri post-traumatici che presentavano un differente profilo clinico: un gruppo caratterizzato da elevata probabilità di sintomi intrusivi e di evitamento (45%), come ad esempio ricordi intrusivi, incubi e flashback delle esperienze traumatiche oppure evitamento e tentativo di evitamento di ricordi, pensieri, emozioni o fattori esterni che richiamano le esperienze traumatiche; un gruppo con moderata severità clinica ed elevata probabilità di sintomi di evitamento (22%) ed infine un gruppo che presentava elevata probabilità di presentare tutti i sintomi (32%), vale a dire sintomi intrusivi e di evitamento, pensieri ed emozioni negativi, alterato arousal (insonnia, comportamento irritabile ed esplosione di rabbia, comportamenti autolesivi, difficoltà di concentrazione, persistente sensazione di essere in pericolo ecc.). Come è facile intuire, tale ultimo gruppo di pazienti, da noi definito PTSD pervasivo, è quello che presenta una maggiore severità clinica e che richiede pertanto gli approcci terapeutici più intensivi e prolungati. Un dato particolarmente interessante rilevato dal nostro studio è che nessuna delle variabili esaminate (status giuridico, sesso, età, istruzione, mesi trascorsi in Italia, numero di eventi traumatici, occupazione) ha predetto in modo significativo l’appartenenza ai tre gruppi con l’unica notevole eccezione delle condizioni di accoglienza. In particolare, vivere in grandi centri di accoglienza per richiedenti asilo (oltre 1.000 persone) piuttosto che in centri di piccole-medie dimensioni (meno di 1.000 persone) è stato associato a una maggiore probabilità di appartenere al gruppo con il quadro clinico più grave ed invalidante di disturbo da stress post-traumatico ovvero il gruppo PTSD pervasivo.

Conclusioni. Questa scoperta rafforza la crescente letteratura scientifica che sottolinea l’influenza dell’ambiente post-migratorio sulle condizioni di salute mentale di migranti e rifugiati. La nostra scoperta è anche coerente con il modello ecologico del distress nei rifugiati proposto da Miller e Rasmussen (2017) costruito sulle ricerche che dimostrano che la salute mentale dei rifugiati e dei richiedenti asilo dipende non solo dall’esposizione a eventi traumatici precedenti, ma anche dall’ecologia sociale di un individuo, comprendente sia i fattori di stress legati al percorso migratorio sia quelli legati alle condizioni di vita nei paesi di accoglienza. A questo proposito, i pazienti del nostro campione che vivevano in un grande centro di accoglienza provenivano tutti dal centro di accoglienza per richiedenti asilo (CARA) di Mineo in Sicilia. Al momento della nostra ricerca questo centro, voluto nel 2011 dal governo Berlusconi come nuovo modello di accoglienza, era caratterizzato da un maggior numero di fattori di stress quotidiani rispetto a quelli dei centri medio-piccoli: forte sovraffollamento (la struttura è arrivata ad ospitare 4mila persone a fronte di 2mila posti disponibili); isolamento geografico e sociale della struttura; permanenza molto lunga, in attesa del completamento delle procedure legali per l’ottenimento del permesso di soggiorno (18 mesi in media); difficoltà di accesso al Sistema Sanitario Nazionale, difficoltà di accesso al supporto psicosociale e /o legale; episodi di degrado sociale, violenza e illegalità (MEDU, 2015). Del resto, numerosi studi sottolineano l’importanza, oltre ai traumi pre-migratori, di diversi fattori post-migratori come predittivi della sintomatologia PTSD nei rifugiati. Tra questi, vi sono diversi fattori che caratterizzano “il modello di mega-centro di accoglienza” di cui Mineo è stato il prototipo: difficoltà nella vita quotidiana (Minihan et al., 2018; Aragona et al., 2012), prolungato soggiorno in centri istituzionali (Porter & Haslam, 2005; Rangaraj, 1988), solitudine (Chen et al., 2017), scarsa integrazione sociale (Chen et al., 2017), difficoltà di accesso all’assistenza sanitaria e ai servizi sociali (Steel et al., 1999) , attesa prolungata della concessione del permesso di soggiorno (Nickerson et al., 2019; Chu et al., 2012; Laban et al., 2004; Steel et al., 1999).
Tutti questi fattori costituiscono altrettanti elementi di stress quotidiani che generano insicurezza e paura, ovvero stati emotivi già elicitati dalle precedenti esperienze traumatiche dei migranti forzati. A questo proposito, i grandi centri di accoglienza, come il CARA Mineo, possono essere considerati a tutti gli effetti come “luoghi ri-traumatizzanti” con effetti deleteri sulla salute mentale dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Questo aspetto è particolarmente rilevante in quanto rifugiati e richiedenti asilo sono sempre più ospitati in centri di prima accoglienza enormi e sovraffollati, anche in paesi occidentali ad alto reddito (Agenzia dell’UE per i diritti fondamentali, 2019). Il campo di Moria sull’isola di Lesbo in Grecia, recentemente devastato da un drammatico incendio, ne è uno degli esempi più eclatanti in Europa. Al momento del rogo, in uno spazio progettato per accogliere 3mila persone, vivevano in pessime condizioni di accoglienza circa 13mila profughi. L’hotspot di Moria era stato costruito nel 2015 per volere dell’Unione europea nell’ambito dell’Agenda europea sulle migrazioni che prevedeva che nel centro le persone arrivate dalla Turchia via mare rimanessero solo per pochi giorni, per essere identificate prima di essere trasferite sulla terraferma e in altri paesi dell’Unione europea attraverso i ricollocamenti. Nel 2017 tuttavia il programma di reinsediamento dalla Grecia e dall’Italia è stato sospeso e i tempi di permanenza a Moria si sono allungati a dismisura. Del resto, anche il nuovo patto per l’immigrazione e l’asilo appena presentato dalla Commissione europea rischia di alimentare proprio il modello dei grandi centri alle frontiere esterne dell’Unione europea.
Tornando dunque allo studio, mentre gli interventi di salute mentale per rifugiati e richiedenti asilo sono stati in gran parte incentrati sul trauma (Miller & Rasmussen, 2017), i nostri risultati implicano che anche le condizioni di accoglienza post-migratorie dovrebbero essere considerate nella concettualizzazione e implementazione dei trattamenti e della prevenzione del disturbo da stress post-traumatico. Ignorare i fattori di stress quotidiani subiti dai rifugiati che vivono in condizioni di accoglienza inadeguate può vanificare i risultati del trattamento. Il disturbo e la psicopatologia possono essere infatti erroneamente attribuiti in via esclusiva ai traumi subiti mentre gli individui potrebbero non avere la capacità emotiva e/o cognitiva per impegnarsi efficacemente nel trattamento prima che le negative e attuali condizioni di vita siano affrontate e modificate. A questo proposito il nostro studio sottolinea l’importanza per i paesi ospitanti di implementare modelli di prima accoglienza che forniscano protezione efficace, integrazione concreta, alloggi e servizi adeguati. Già nel 2002 Silove ed Ekblad osservavano acutamente che “sebbene la prevenzione dei traumi inflitti ai rifugiati nei paesi di origine possa essere al di fuori del nostro controllo, i paesi di accoglienza possono esercitare un’influenza decisiva sulle sfide post-migratorie affrontate dai rifugiati in arrivo. Nella loro risposta, è necessario che i paesi di accoglienza estendano le proprie iniziative oltre l’obiettivo a breve termine del controllo dell’immigrazione verso una prospettiva più globale di salute pubblica. In caso contrario, i sintomi post-traumatici nei rifugiati e nei richiedenti asilo potrebbero prolungarsi e intensificarsi e la società nel suo insieme dovrebbe poi in ultima analisi sostenere i costi (sanitari, sociali ed economici, ndr) di questo fenomeno”. É innegabile che le parole dei due autori suonino oggi come profetiche in Italia e in Europa. I quadri post-traumatici e le sindromi depressive ad essi spesso associate rappresentano infatti un formidabile ostacolo al processo di integrazione dei migranti forzati alimentando un circolo vizioso in cui il disturbo post-traumatico favorisce l’isolamento dell’individuo che a sua volta amplifica il disagio psichico.
In conclusione, riteniamo che un elemento di particolare interessa della nostra ricerca risieda nel fatto che, sebbene numerosi studi precedenti abbiano dimostrato l’impatto delle condizioni di vita post-migratorie sul disturbo da stress post-traumatico dei migranti forzati, essa è la prima indagine che dimostra in modo scientifico gli impatti negativi di uno specifico modello di accoglienza (i mega-centri sovraffollati e isolati dal contesto sociale di cui in Italia il CARA di Mineo è stato il prototipo) sulla salute mentale di richiedenti asilo e rifugiati.
In altri termini, i mega centri in cui ammassare richiedenti asilo e rifugiati, non solo si sono dimostrati dannosi per la salute dei migranti ma in ultima analisi rappresentano anche una scelta miope da un punto di vista meramente utilitaristico in quanto le conseguenze producono nel medio e lungo termine gravosi costi economici e sociali per l’intera collettività. Riteniamo queste considerazioni assai attuali per il nostro paese nel momento in cui nelle prossime settimane il governo ed il parlamento si apprestano ad emendare i due decreti sicurezza fortemente voluti da Salvini quando era ministro dell’interno e dunque a rivedere anche il sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati gravemente indebolito da questi provvedimenti legislativi. Auspichiamo che le forze politiche sappiano trarre insegnamento dalle esperienze fallimentari del recente passato per promuovere un sistema di accoglienza basato su realtà di piccole dimensioni, dotate di servizi adeguati ed integrate nel territorio, in grado di favorire una reale inclusione per il beneficio delle persone accolte e di tutta la comunità nazionale.

 

Bibliografia

 

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Il trasferimento di uomini e donne già presenti sul territorio italiano sulle navi quarantena è illegale - Tommaso Fusco

 

Il timore già espresso da avvocati e associazioni al momento dell’adozione della misura si sta rilevando fondato: le navi quarantena, da misura eccezionale destinata ai soli salvati in mare, rischiano di diventare nuovo luogo di detenzione per stranieri regolari e potenzialmente anche per italiani.

Le prime segnalazioni sono arrivate all’alba dell’8 ottobre: migranti con regolare permesso di soggiorno, uomini e donne “ospiti” dei Cas di Roma e di altre città d’Italia risultate positive al Coronavirus stanno per essere trasferite sulle così dette “navi quarantena”.

Di quarantena da svolgersi a bordo delle navi abbiamo iniziato a sentirne parlare dopo il 12 aprile, quando con il Decreto n. 1287/2020 del Capo Dipartimento della Protezione civile è stato affidata al Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’interno la gestione delle procedure legate all’isolamento fiduciario e alla quarantena dei cittadini stranieri soccorsi o arrivati autonomamente via mare “con riferimento alle persone soccorse in mare e per le quali non è possibile indicare il “Place of Safety” (luogo sicuro)”.

Già con il decreto Cura Italia, ai Prefetti era stato affidato il potere di requisire alberghi e altre strutture simili in cui poter far svolgere la quarantena o in cui sistemare le persone potenzialmente entrate in contatto con il virus e che non hanno un domicilio dove svolgere l’isolamento, come ad esempio nel caso dei senza fissa dimora.

Il problema si presenta ora perché le misure adottate, non trattandosi di primo arrivo via mare sarebbero ingiustificate e prive di base legale.

Come reagiremmo se a venire trasferito sulle navi quarantena, lontano dal suo luogo di residenza, fosse un paziente ricoverato nelle RSA?

Le misure inoltre erano state pensate per la quarantena della persone soccorse in mare da navi non battente bandiera italiana, di seguito allargate anche a quelle che invece la battevano, mentre in questa fase perdono addirittura la propria specificità.

Va inoltre ricordato come tali navi sin dalla loro istituzione siano finite sotto l’attenzione delle organizzazioni e del Garante per le persone recluse per il mancato rispetto di diritti essenziali. È notizia della settimana scorsa, invece, quella relativa alla morte di Abou – ragazzo di 15 anni, costretto a trascorrere i 15 giorni di isolamento necessari a causa dell’emergenza coronavirus a bordo della nave quarantena “Allegra”, nonostante fosse “in stato di salute molto grave” allo sbarco e il suo corpo presentasse segni di tortura

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Ci trattano come schiavi - Yasmine Accardo

 

Erano sulla nave quarantena GNV di fronte a Trapani. Ieri sera circa 200 persone sono state trasferite dentro il cara di Caltanissetta, in un’area posta proprio a fianco del cpr, al momento inagibile.
Giunti su loco intorno all’una di notte hanno trovato ad accoglierli materassi per terra in uno spazio circondato da polizia e militari. In condizioni disumane per tutta la notte hanno provato a protestare senza ottenere che parole monche e rimandi.

Il giorno successivo un unico operatore urlante insieme ad un mediatore ha spiegato a 200 persone, stanche e preoccupate di trovarsi in condizioni così degradanti quali sono le procedure: se vogliono chiedere la protezione la domanda verrà valutata dalla commissione in tempi rapidi: 5 gg. Chi non fa la domanda verrà rimpatriato.

Tra di loro vi sono persone vulnerabili con patologie croniche, come il diabete, che non hanno ricevuto i farmaci a loro indispensabili. Sulla nave hanno fatto il test per il covid risultando negativi, si aspettavano dunque di raggiungere un centro dia accoglienza degno di questo nome: invece il duro asfalto e materassi in gommapiuma a terra. Le condizioni dei bagni sono ovviamente impressionanti: “ se entri lì ci prendiamo una malattia certamente.

C’è grande preoccupazione inoltre per il covid-19. Alla fine del trasferimento gestito dalla Croce Rossa, si sono ritrovati tutti insieme gruppi provenienti da piani diversi del battello. Alcuni migranti dicono” al sesto ci stavano i negativi. Al 7 i positivi. Qui siamo tutti insieme. Tra noi ci sono alcuni positivi. Se eravamo negativi ora ci infetteremo tutti.  Altri ripetono “ ci hanno detto che proprio perché ci sono i positivi meglio che ci rimpatriano presto così non ci infettiamo”.

E’ il caos totale tra persone in lacrime e chi vorrebbe tentare il suicidio.  In una situazione di continui trattenimenti e scarsa informativa dove “ ci trattano come schiavi e peggio delle bestie. Può succedere qualsiasi cosa. Siamo tutti spaventati. Quanto manterremo l’equilibrio in questa situazione?” Anche le informazioni relativamente a chi è infetto e chi no derivano da una gestione delirante di chi ha mescolato persone senza spiegare nulla, come fossero chicchi di mais. Così aumenta la paura uno dell’altro e si rischi la caccia all’untore in un gruppo di persone già fortemente provato. Non hanno incontrato organizzazioni di tutela delle persone, tenute evidentemente alla larga o conniventi con quanto sta accadendo. Si tratta ancora una volta di situazioni di gravità assoluta che ricordano ancora una volta che in futuro sarà anche peggio e che dovrebbero portare ad una denuncia e mobilitazione univoca dell’intera massa di persone che ancora crede che esista un mondo di diritto.

I nuovi tanto acclamati decreti si inseriscono così perfettamente in questo contesto: lasciate ogni speranza voi che entrate.
Noi non ci stiamo! Chiediamo un’immediata mobilitazione perché vengano liberate queste persone trattenute illegittimamente ed in condizioni di trattamenti inumani e degradanti.

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