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domenica 5 ottobre 2025

a proposito del piano dei criminali di guerra

 Il piano di pace del Gangster dei due mondi - Tomaso Montanari

Il piano di pace del Gangster dei due mondi riporta indietro la storia di più di un secolo, quando alla fine della prima guerra mondiale e con il disfacimento dell’impero ottomano, la Palestina divenne un Protettorato britannico. Allora, pero’, il mandato britannico della Palestina si concluse con la risoluzione dell’ONU 181 del 29.11.1947 che proponeva la spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e uno arabo palestinese. Quel che ne è seguito -guerre, risoluzioni ONU a tutela dei diritti dei Palestinesi- lo conosciamo.

Il piano concepito da Trump, che esautora del tutto qualsiasi legittima Autorità palestinese, e’ stato subito condiviso da Netanyahu e sottoposto ad Hamas, sapendo che non lo avrebbe mai accettato. Il Commissario della ricostruzione sarà probabilmente Blair che, avendo dato prova in passato di cinico supporto ai piani predatori degli US, andrà a completare la triade criminale.
Il Popolo palestinese, vittima sacrificale, e’ letteralmente obliterato in questa tragica, oscena pantomima che verrà ricordata come una delle pagine più buie della Storia.

“Mentre seguiamo la Flotilla con il cuore gonfio di ansia, arriva dalla corte del Grande Gangster un ‘piano di pace per Gaza’.

È una proposta oscena: immaginate se qualcuno avesse trattato con Hitler, ma non con gli ebrei, proponendo la fine della Shoah in cambio di una cessione dei beni delle vittime, e di sovranità sulle loro vite. E con la minaccia di riaccendere i forni, se gli ebrei avessero rifiutato.

Non siamo molto distanti. Il primo coautore del genocidio, Trump, insieme all’autore principale Netanhyau, propongono di trasformare Gaza in un protettorato americano, governato da quel Tony Blair che si è conquistato sulla pelle degli iracheni i galloni di criminale di guerra. E se le vittime – ritenute indegne perfino di partecipare alla genesi del piano, perché inferiori e subumane: oggetti, non soggetti – dovessero dire di no, che riprenda il «lavoro»: il genocidio, lo sterminio, la soluzione finale.

In un distopico ritorno al 1948, le potenze occidentali riassumono il controllo della Palestina: un trionfo del peggior colonialismo predatorio, tutto devastazione e saccheggio. Un quadro in cui i crimini terribili di Hamas rischiano di sfigurare per inconsistenza.

Non so cosa potranno fare i palestinesi, disperati e allo stremo. Collaborazionisti, speculatori, avvoltoi di ogni tipo volteggiano sulla scena del genocidio, che naturalmente il ‘Piano di Pace’ (che profanazione, usare questa parola!) ha il preciso scopo di lavare per sempre, annullando crimini e responsabilità.

So cosa dovremmo fare noi, italiani ed europei: insorgere. E invece il nostro governo nero, e quello guerrafondaio di Von der Leyen si precipitano a lodare il piano, genuflettendosi al Gangster. E l’eclissi dell’Europa, lo schianto della civiltà occidentale.

Sono sempre più vere le parole scritte da Omar el Akkad sul genocidio di Gaza: «Considerando anche lo spargimento di sangue che scatenerà in futuro, quello che è successo sarà ricordato come il momento in cui milioni di persone hanno guardato all’Occidente, all’ordine basato sulle regole, al guscio del liberalismo e a come è asservito al capitalismo, e hanno detto. Non voglio averci più niente a che fare».

da qui

 

 

“Nessuno ha alternative ad Hamas: piano Blair pura fantasia coloniale” - Gideon Levy

(intervista di Riccardo Antoniucci)

“È stato un discorso allucinante, ma un discorso inutile. Ha paragonato Israele ai nazisti, complimenti”. Gideon Levy, editorialista di Haaretz tra i più noti, è atterrato a Roma (dove ha ricevuto ieri il premio Kapuscinski nell’ambito del Festival della Letteratura di Viaggio promosso dalla Società Geografica Italiana) qualche ora dopo aver finito di vedere in televisione il discorso di Benjamin Netanyahu all’Onu. “L’unica cosa rilevante del discorso è stata la platea vuota, segno dell’isolamento di Israele”.

Ieri hanno ripreso a circolare ipotesi di tregua a Gaza, Netanyahu le sembra pronto?

Dovrà farlo per forza, se sarà Trump a costringerlo. Gli Stati Uniti sono rimasti l’unico alleato di Israele, dopo che Netanyahu è riuscito a perdere il sostegno degli europei. Senza gli Usa, Israele non sarebbe la potenza militare che è. Per questo l’unico vero evento che conta è l’incontro di lunedì con Trump a Washington.

Cosa resterà di Gaza dopo la fine della guerra?

Nessuno di noi può anche solo immaginare la dimensione della distruzione. Mi fanno ridere i piani di ricostruzione che circolano: 1 o 2 anni non basteranno mai a rimettere in piedi la Striscia. E poi, vogliono mettere a capo di tutto Tony Blair. Cioè, tornare alle colonie britanniche? La verità è che l’unica alternativa reale è che si torni al 6 ottobre. Hamas non se ne andrà, non la cacceremo così, nessuno, né i sauditi né gli americani, vogliono finanziare la ricostruzione di un posto che sanno che Israele distruggerà di nuovo tra 5 anni.

Il suo ultimo libro (Meltemi) si chiama Killing Gaza, non Killing Hamas

Da mesi ho capito che non possiamo chiamare quest’offensiva in nessun altro modo che un genocidio. La Striscia viene sistematicamente distrutta, muoiono decine di palestinesi al giorno, non c’è un giorno in cui non muoiano bambini. Ci sono prove indubitabili della fame. E quello che vediamo è una minima parte di quanto accade. Una risposta militare dopo il 7 ottobre era attesa e legittima, ma subito dopo il 7 ottobre è diventato una scusa per portare avanti il vecchio piano di pulizia etnica dell’estrema destra al governo.

All’Onu il premier ha detto che l’Idf evita vittime civili, consente aiuti umanitari e chiede alla popolazione di lasciare le zone di guerra…

Ha detto che i nazisti non hanno trasferito gli ebrei, è falso: lo hanno fatto eccome, ed era parte della strategia dell’Olocausto. È quello che stiamo facendo a Gaza: pulizia etnica. Gli unici a credere alle bugie di Netanyahu ormai sono gli israeliani.

Non sono abbastanza i critici di Netanyahu in Israele?

La maggioranza degli israeliani purtroppo non vuole sapere, non vuole vedere. Cercano di evitare il dilemma morale di sapere che sono i loro figli che, nell’Idf, stanno massacrando i palestinesi. Le proteste sono per gli ostaggi, in troppi dicono ‘fate tornare gli ostaggi e poi ricominciamo la guerra’. E la cosa grave è che i media israeliani li assecondano e non mostrano immagini di Gaza nei notiziari e sui giornali. Da due anni sembra che a Gaza vivano solo 20 persone: gli ostaggi. Qualsiasi italiano di provincia ha visto più immagini dalla Striscia di noi. E non c’è la censura, è tutta auto-censura. La colpa non è del governo, ma dei miei colleghi che hanno tradito la professione. Siamo peggio della Russia, almeno lì la censura esiste e i giornalisti che tacciono la verità sono giustificabili.

Come spiega questa mancanza di critica dell’opinione pubblica israeliana?

Con un lavaggio del cervello lungo decenni. E poi c’è stato il 7 ottobre. Quando faccio vedere ai miei amici i video da Gaza la loro prima reazione è dire che sono fake.

La Flotilla è ripartita per Gaza, le autorità israeliane minacciano di arrestarli o peggio. Gli europei possono mediare corridoi umanitari?

Su Haaretz abbiamo scritto un editoriale col titolo ‘Fateli entrare’. Lasciateli andare a Gaza per raccontarci la realtà di quella tragedia! Ma non succederà, e quanto agli Stati europei, direi che prima di trattare con la Flotilla dovrebbero fermare Israele, militarmente o meno.

da qui

 

 

Il piano di Trump per Gaza: un tentativo di impresa coloniale nel XXI secolo

(da lavaligiablu.it)

Aggiornamento 4 ottobre 2025: Hamas ha risposto al piano di 20 punti per la pace e la ricostruzione di Gaza, proposto da Trump. Il presidente statunitense aveva dato un ultimatum di tre o quattro giorni preannunciando gravi conseguenze in caso di rifiuto. Il piano prevede il disarmo di Hamas, il rilascio degli ostaggi israeliani, la fine graduale degli attacchi, l’ingresso di aiuti umanitari e la ricostruzione. Gaza sarebbe governata da un’autorità transitoria di tecnocrati, supervisionata da un “Consiglio di pace” internazionale guidato dallo stesso Trump.

Hamas ha affermato di accettare il piano, di essere pronto a rilasciare a tutti gli ostaggi e a cedere l'amministrazione di Gaza a un organo palestinese di “tecnocrati”, ma chiede di poter negoziare alcune questioni.

Poco dopo la comunicazione di Hamas, Trump ha chiesto a Israele di “interrompere immediatamente i bombardamenti su Gaza”, aggiungendo che Hamas era “pronto per una pace duratura”. “Vedremo come andrà a finire”, ha detto Trump: “È molto importante, non vedo l'ora che gli ostaggi tornino a casa dai loro genitori”. Il Forum delle famiglie degli ostaggi ha chiesto “al primo ministro Netanyahu di avviare immediatamente negoziati efficaci e rapidi per riportare a casa tutti”.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele si preparerà ad attuare la “prima fase” del piano di Trump per il rilascio degli ostaggi e si è impegnato a lavorare “in piena collaborazione con il presidente e il suo team per porre fine alla guerra”.

Il piano statunitense prevedeva che, una volta che Israele avesse accettato pubblicamente l'accordo, si sarebbe aperto un periodo di 72 ore per il ritorno di tutti gli ostaggi.

Andando nel dettaglio, Hamas ha dichiarato che rilascerà gli ostaggi “secondo la formula di scambio contenuta nella proposta del presidente Trump e una volta soddisfatte le condizioni sul campo per lo scambio”, senza però specificare quali sono queste condizioni. 

Per quanto riguarda il futuro di Gaza, il gruppo accetta “di cedere l'amministrazione della Striscia di Gaza a un organo palestinese composto da tecnocrati indipendenti, sulla base del consenso nazionale palestinese e del sostegno arabo e islamico”. Non è chiaro se Hamas veda un posto per sé o per i suoi membri all'interno di tale organo di tecnocrati.

La dichiarazione chiarisce che Hamas vuole svolgere un ruolo nella discussione sul futuro del popolo palestinese. Hamas vuole un dibattito tra i palestinesi sulle questioni “relative al futuro della Striscia di Gaza e ai diritti intrinseci del popolo palestinese”. Ha inoltre affermato che “Hamas prenderà parte” a tale discussione e “contribuirà in modo responsabile” alla stessa.

Non ci sono riferimenti, infine, sul disarmo del gruppo e sulla proposta di amnistia per i membri che si impegnano a coesistere.

I leader mondiali hanno accolto con favore la dichiarazione di Hamas che – ha commentato a BBC Oliver McTernan, che che da oltre vent'anni si occupa di risoluzione dei conflitti in Medio Oriente – “ha rimesso la palla nel campo di Trump e di Netanyahu, chiedendo loro di decidere se accettare la richiesta di Hamas di ulteriori negoziati su alcuni aspetti del piano di pace”.

L’immediata risposta di Trump sembra aumentare, a sua volta, la pressione su Israele, già alta dopo l'attacco israeliano del 9 settembre contro i rappresentanti di Hamas in Qatar che aveva spinto il presidente statunitense a premere su Netanyahu affinché sostenesse un accordo quadro per porre fine alla attacchi su Gaza. Come rivelato da Axios,  Trump ha firmato lunedì scorso un ordine esecutivo per fornire al Qatar una garanzia di sicurezza degli USA con condizioni simili a quelle dell'articolo 5 della NATO. È stato uno degli elementi chiave che hanno portato all’appoggio di Israele al piano di Trump.

Dopo la dichiarazione di Trump, un giornalista della stazione radio militare ufficiale israeliana Galatz ha riferito che l'IDF avrebbe ridotto al minimo l'attività delle truppe a Gaza. Tuttavia, diverse esplosioni sono state udite nelle prime ore di sabato. Gli attacchi continuano. 

Mentre a Gaza proseguono gli attacchi Israeliani e le uccisioni di civili – almeno 33 palestinesi nella sola giornata di ieri, riferiscono gli ospedali gazawi – Trump ha dato ad Hamas un ultimatum di “tre o quattro giorni” per rispondere al suo piano di pace e ricostruzione nella Striscia, preannunciando gravi conseguenze in caso di rifiuto. “Abbiamo bisogno di una sola firma, e chi non firmerà la pagherà cara”, ha detto Trump ai generali e agli ammiragli statunitensi riuniti in una base militare a Quantico, in Virginia. Il presidente ha già affermato che sosterrà Israele nel proseguimento degli attacchi su Gaza se Hamas rifiuterà la proposta o rinnegherà l'accordo in qualsiasi momento.

La proposta di cui si parla è quella annunciata da Trump il 29 settembre in una conferenza stampa congiunta a Washington con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Trump lo ha presentato come un accordo storico per portare la pace dopo due anni di violenze catastrofiche ma, scrivono sul New York Times Luke Broadwater e Shawn McCreesh, è parso più un ultimatum ad Hamas.

Il piano di 20 punti prevede il disarmo di Hamas e l’esclusione da ruolo politico futuro a Gaza, che sarebbe gestita da un’autorità di transizione composta da tecnocrati apolitici guidata da Trump. Nel caso in cui il piano venisse accettato da entrambe le parti, la fine degli attacchi sarà accompagnata dal rilascio di tutti i 48 ostaggi israeliani, sia vivi (circa le metà) che morti, “entro 72 ore”, e dal ritiro graduale delle forze militari israeliane in una zona cuscinetto concordata, all’interno di Gaza. 

In cambio del rilascio degli ostaggi, Israele rilascerà 250 palestinesi attualmente condannati all'ergastolo e 1.700 palestinesi detenuti a Gaza dal 7 ottobre 2023, dopo l’attacco terroristico di di Hamas contro Israele. Per ogni ostaggio israeliano i cui resti saranno restituiti, Israele restituirà i resti di 15 palestinesi deceduti. Durante il periodo di rilascio degli ostaggi saranno sospese tutte le operazioni militari, compresi i bombardamenti aerei e di artiglieria. 

Una volta rilasciati tutti gli ostaggi, sarà concessa l'amnistia ai membri di Hamas che accetteranno la coesistenza pacifica e la consegna delle armi. A coloro che desiderano lasciare Gaza sarà garantito un passaggio sicuro verso i paesi che hanno accettato di accoglierli.

Per quanto riguarda gli aiuti umanitari, “l'ingresso avverrà senza interferenze da parte delle due parti attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie, la Mezzaluna Rossa e altre istituzioni internazionali non associate in alcun modo a nessuna delle due parti”. Il ripristino degli aiuti comporterà la riapertura del valico di frontiera nella città meridionale di Rafah, in gran parte rasa al suolo da Israele.

E la Gaza futura? Il piano parla di “una zona deradicalizzata e libera dal terrorismo che non rappresenti una minaccia per i paesi vicini”. In un altro punto, si dice che il territorio sarà “riqualificato a beneficio della popolazione di Gaza, che ha sofferto già abbastanza”.

Il piano promette che Israele non occuperà né annetterà il territorio e che nessuno sarà costretto a lasciare Gaza. Coloro che desiderano andarsene potranno farlo liberamente e potranno tornare.

Come detto, Hamas non potrà svolgere alcun ruolo, “direttamente o indirettamente”, nella futura governance del territorio. Il governo di Gaza passerebbe a un organo transitorio, definito “comitato palestinese tecnocratico e apolitico”, che a sua volta sarebbe controllato e supervisionato da un “Consiglio di pace” internazionale, guidato da Donald Trump. Il consiglio includerebbe altri capi di Stato e funzionari internazionali, tra cui l'ex primo ministro britannico Tony Blair. 

Questo organismo lavorerebbe per definire il quadro dei finanziamenti per la ricostruzione di Gaza, mentre l'Autorità palestinese, l'entità politica nominalmente responsabile degli affari palestinesi in Cisgiordania, dovrebbe intraprendere un processo di riforme.

Verrà convocato un gruppo di esperti per creare quello che il piano definisce un “piano di sviluppo economico di Trump per ricostruire e rilanciare” il territorio, che il presidente degli Stati Uniti aveva precedentemente immaginato di trasformare in una “riviera” con una serie di megalopoli high-tech.

Lo scenario di uno Stato palestinese resta una vaga possibilità. Alla fine del piano si parla dell’istituzione di un “processo di dialogo interreligioso” per promuovere “i valori della tolleranza e della coesistenza pacifica” e si dice che “con il progredire della ricostruzione di Gaza e l'attuazione fedele del programma di riforme dell'Autorità Palestinese, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l'autodeterminazione e la statualità palestinese, che riconosciamo come aspirazione del popolo palestinese”.

Il piano è stato accolto con favore dalla comunità internazionale. Sostegno è arrivato dal cancelliere tedesco Merz, dal presidente francese Macron, dalla Russia e anche da Pakistan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Turchia, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto che hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermano di essere pronti a collaborare in modo costruttivo con gli Stati Uniti e altri paesi per garantire la pace. L'Autorità palestinese, che esercita un'autorità parziale su alcune parti della Cisgiordania occupata da Israele, ma che potrebbe eventualmente assumere un qualche ruolo nel governo postbellico di Gaza, ha accolto con favore gli “sforzi sinceri e determinati” di Trump.

E i diretti interessati? “Nessuno ci ha contattato, né abbiamo partecipato ai negoziati”, ha dichiarato Taher al-Nounou, un alto funzionario di Hamas, in un'intervista televisiva. Secondo quanto dichiarato da una fonte di Hamas all’Agence France-Presse, il gruppo ha “avviato una serie di consultazioni all'interno della sua leadership politica e militare, sia in Palestina che all'estero”, che “richiederanno diversi giorni a causa della complessità delle comunicazioni tra i membri della leadership e i movimenti”. Turchia, Egitto e Qatar potrebbero esercitare pressioni su Hamas, hanno affermato gli analisti. Un funzionario qatariota ha dichiarato che il Qatar incontrerà Hamas e la Turchia per discutere il piano.

Secondo quanto riportato dai media locali, le fazioni palestinesi alleate con Hamas sembrano aver inizialmente respinto il piano, mentre una fonte vicina ad Hamas ha definito i venti punti presentati da Trump “completamente sbilanciati a favore di Israele” con “condizioni impossibili” che hanno l’obiettivo di eliminare il gruppo. “In questo modo, Israele sta tentando, attraverso gli Stati Uniti, di imporre ciò che non è riuscito a ottenere con la guerra”, ha dichiarato la Jihad islamica.

In Israele, molti commentatori hanno accolto con favore la proposta. Tuttavia, i ministri di estrema destra hanno promesso di lasciare la coalizione di governo se Netanyahu interromperà l'offensiva israeliana a Gaza senza ottenere la “vittoria totale” o assicurarsi il territorio per gli insediamenti israeliani. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze israeliano, ha affermato che il piano è un “clamoroso fallimento diplomatico” che “finirà in lacrime”.

Intanto, in una dichiarazione video pubblicata sul suo canale Telegram dopo la conferenza stampa congiunta con Trump, Netanyahu ha già fatto sapere che l'esercito israeliano rimarrà nella maggior parte di Gaza e che non è disponibile ad accettare la creazione di uno Stato palestinese. “Recupereremo tutti i nostri ostaggi, vivi e in buona salute, mentre l'esercito israeliano rimarrà nella maggior parte della Striscia di Gaza”, ha affermato.

Il piano funzionerà? Nel manifestare il proprio sostegno, il presidente francese Emmanuel Macron ha affermato che è compatibile con il piano per la Palestina definito nella dichiarazione di New York approvata questa settimana dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite. In effetti, ci sono alcuni aspetti in comune che potrebbero far pensare a una convergenza: nessuno dei due piani prevede lo sfollamento di massa dei palestinesi da Gaza, assegna ad Hamas un ruolo nel futuro governo della Palestina e ulteriori annessioni israeliane in Cisgiordania. 

Ma poi iniziano le differenze, evidenzia Patrick Wintour sul Guardian. La dichiarazione di New York, approvata dall’ONU, propone un'amministrazione tecnocratica per un solo anno nella fase iniziale di transizione, ma poi pone l'Autorità Palestinese al centro di un nuovo governo unificato che copre Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est. I paletti posti dal piano di Trump per arrivare a un nuovo governo sembrano invece circoscrivere e marginalizzare il ruolo dell’Autorità Palestinese. Inoltre, nessuno può dire quale tipo di leadership politica palestinese potrebbe emergere dopo due anni di attacchi su Gaza e di assalti in Cisgiordania. Per questo Trump è favorevole a un organismo tecnocratico di transizione che consulti l'Autorità Palestinese.

Altro punto di divergenza è la gestione degli aiuti umanitari. La dichiarazione di New York assegna un ruolo centrale all'agenzia di soccorso delle Nazioni Unite, l'UNRWA, la stessa agenzia accusata da Israele senza prove di terrorismo. C’è chi dice che Trump possa assegnare all’Autorità Palestinese il ruolo dell'UNRWA, ma dall'ottobre 2023 Israele sta esercitando pressioni finanziarie sull'Autorità Palestinese trattenendo le entrate fiscali che le spettano. “Come potrebbe Trump sostenere il ruolo di un'organizzazione che Israele sta cercando di mandare in bancarotta? La risposta è la riforma dell'Autorità Palestinese, un'espressione che risuona nelle sale diplomatiche da oltre 20 anni, ma che non è mai stata realizzata”, scrive Wintour.

Le incognite sono così tante che il piano è lungi dal poter avere successo, osserva il diplomatico statunitense Michael Ratney su Haaretz. Due aree sono particolarmente problematiche, scrive Ratney: il ritiro militare di Israele e il percorso verso uno Stato palestinese.

Il ritiro militare israeliano da Gaza sarà “basato su standard, tappe fondamentali e tempistiche legate alla smilitarizzazione che saranno concordati tra l'IDF” e la Forza di stabilizzazione internazionale creata per Gaza, nonché gli altri garanti del piano e gli Stati Uniti. Ciò lascia essenzialmente qualsiasi ritiro dalla Striscia quasi interamente a discrezione di Israele. Secondo Netanyahu, ciò significa che, per quanto riguarda Gaza, “Israele manterrà la responsabilità della sicurezza, compreso un perimetro di sicurezza per il prossimo futuro”. 

Per quanto riguarda la statualità palestinese, il piano afferma che “mentre la ricostruzione di Gaza avanza e quando il programma di riforma dell'Autorità Palestinese sarà fedelmente attuato, potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso l'autodeterminazione e la statualità palestinese”. Quindi, anche se l'Autorità Palestinese attuerà le riforme, la statualità non è garantita. “Alle orecchie della maggior parte dei palestinesi, questo suona molto simile a ‘mai’, riflette Ratney.

La riuscita del piano, infine, è particolarmente problematica perché chiede di fatto ad Hamas di smettere di essere Hamas e di impegnarsi al disarmo come condizione preliminare, prima ancora che siano attuate le altre misure (e nonostante il fatto che, secondo centinaia di ex funzionari della sicurezza israeliani, la capacità militare di Hamas sia stata ridotta al punto da non rappresentare più una minaccia strategica per Israele già da molti mesi).

Perplessità raccolte anche da Jason Burke sul Guardian. È improbabile che Hamas guardi con favore a un piano che afferma esplicitamente che deve rinunciare a tutte o alla maggior parte delle sue armi e stare a guardare mentre un “Consiglio di pace” tecnocratico guidato dallo stesso Trump prende il controllo di Gaza. E “anche il collegamento tra il ritiro israeliano e il ritmo e la portata del disarmo e della smilitarizzazione è vantaggioso per Israele”, osserva Burke. “Tutti i territori ceduti sono stati rasi al suolo dall’offensiva incessante di Israele. Un ritiro lento costa poco. Israele potrebbe alla fine ritirarsi in un perimetro, ma non è chiaro quanto tempo ci vorrà. Le mappe pubblicate sono vaghe. Tutto questo è molto lontano dalle richieste di Hamas nei recenti negoziati. Né c'è stata alcuna promessa di qualcosa che si avvicini a uno Stato palestinese”.

Più netto è il commentatore americano M.J. Rosenberg. Il piano di Trump è il primo tentativo di impresa coloniale di XXI secolo, scrive Rosengberg. “Non offre nulla ai palestinesi, nulla alla pace e tutto ai due gruppi che dovrebbe servire: la leadership israeliana e gli investitori miliardari (...) Israele può dire di aver ‘vinto’ fingendo di aver sradicato Hamas, anche se mesi di bombardamenti non sono riusciti a sconfiggere una forza di guerriglia. Il capitale straniero ottiene l'accesso alle migliori terre del Mediterraneo, liberate dai loro abitanti grazie all'assedio e agli attacchi aerei”.

Ecco perché questo piano è peggio che inutile, conclude Rosenberg. “Non fa avanzare di un millimetro la pace. Non riconosce i diritti dei palestinesi né la loro sovranità. Non garantisce nemmeno la sopravvivenza, figuriamoci la dignità, dei gazawi. È un piano per riciclare la sconfitta di Israele in una ‘vittoria’ di pubbliche relazioni e consegnare la terra palestinese a imprenditori miliardari.

da qui

 

Il piano “Gaza Riviera”: gentrificare il genocidio israeliano - Muhammad Shehada

Il cosiddetto Piano “Gaza Riviera” è più un necrologio scritto nel linguaggio del lusso che una visione del futuro.

Avvolto in rappresentazioni patinate e pubblicizzato come un balzo in avanti, è in realtà il culmine di anni di devastazione deliberata: un Piano per Cancellare i palestinesi da Gaza e rilanciare la loro assenza come innovazione.

Ciò che viene presentato come investimento e rigenerazione è, in realtà, il riciclaggio del Genocidio in spettacolo, una copertura estetica per un progetto politico il cui fondamento sono le macerie di Gaza e il silenzio dei suoi abitanti espulsi.

Perchè Israele non ha mai sviluppato un piano postbellico per Gaza

Il Piano “Gaza Riviera”, ampiamente condannato, proposto per trasformare un’enclave completamente distrutta in una serie di futuristiche megalopoli costiere ad alta tecnologia, si presenta con il linguaggio degli investimenti e della modernità.

Ma se si guarda oltre le presentazioni degli investitori, emerge una verità più cruda: questa non è una strategia diplomatica, ma un’estetica della scomparsa. Mette a nudo il motivo per cui, per due anni, non c’è stato un piano politico israeliano coerente per Gaza, al di là della Distruzione di Massa, dello Sterminio di Massa e della Fame di Massa; la Cancellazione di Gaza è stata il Piano stesso fin dall’inizio.

La coreografia politica delle ultime settimane tradisce le priorità di questo Piano. Mentre il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, suo genero Jared Kushner, Tony Blair e gli inviati israeliani si riunivano per immaginare il futuro di Gaza senza un solo palestinese nella stanza, il Genocidio continuava a infierire, distruggendo ciò che restava della densità urbana e del tessuto sociale della Striscia.

La conclusione è che la Cancellazione non è un ostacolo al Piano, ma la precondizione.

Il piano di Netanyahu fin dall’inizio

I contorni essenziali del Piano Riviera sono emersi in documenti trapelati di recente che descrivono proposte per porre Gaza sotto amministrazione fiduciaria statunitense per circa un decennio, spopolare completamente l’enclave dei suoi abitanti palestinesi e promuovere la costa come un futuristico polo turistico-tecnologico: “la Riviera del Medio Oriente”.

Niente di tutto ciò, tuttavia, è una novità. Il progetto originale di questo promettente polo fantascientifico, costruito su fosse comuni e città rase al suolo, è stato creato dallo stesso Benjamin Netanyahu diversi mesi prima dell’elezione di Trump.

La “Visione Gaza 2035” del Primo Ministro israeliano, rivelata nel maggio 2024, immaginava l’enclave a lungo assediata come una zona industriale e di libero scambio simile a Dubai e utilizzava le stesse immagini generate dall’Intelligenza Artificiale che ora vengono utilizzate nel Piano Riviera.

Non è un caso che entrambi i piani abbiano una frase di apertura quasi identica. “Da una Gaza demolita a un prospero alleato abramitico”, recita il Piano Riviera, mentre quello di Netanyahu sottolineava “ricostruire dal nulla”.

Sono implicite le stesse due precondizioni: che Gaza debba essere completamente rasa al suolo senza lasciare nulla di sé, e che debba essere svuotata della sua popolazione per trasformarla in una tela bianca su cui sviluppare il proprio sviluppo partendo da zero.

Questo era il Piano di Netanyahu fin dall’inizio, quando il primo giorno di guerra ordinò alla popolazione civile di Gaza di “andarsene subito” prima di una distruzione senza precedenti “ovunque”. Netanyahu poi raddoppiò l’impegno quando il suo Ministero dell’Intelligence elaborò un Piano dettagliato per l’espulsione di massa e il trasferimento forzato della popolazione di Gaza.

Gli israeliani convinsero persino l’allora Segretario di Stato americano Anthony Blinken a visitare Paesi arabi come l’Egitto e l’Arabia Saudita per promuovere l’idea del “trasferimento temporaneo” della popolazione di Gaza nel Sinai. Questo tentativo fallì all’epoca e Israele non riuscì a trovare un pubblico disposto a condividere il futuristico Piano di Gaza.

Netanyahu ha continuato ad aspettare il momento opportuno finché Trump non è entrato in carica ed è volato rapidamente a Washington per convincere il Presidente americano a presentare l’idea di una Pulizia Etnica e di Occupazione di Gaza come se fosse di sua proprietà.

Da allora, Netanyahu ha continuato a riferirsi alla sistematica ricerca di espulsioni di massa da parte di Israele a Gaza come “attuazione del Piano Trump” per attribuire la responsabilità di questa politica Genocida.

La storia di copertura di Netanyahu e il pubblico per cui è stata creata

Gli esperti hanno ripetutamente definito il Piano Riviera di Gaza “folle”, irrealistico, poco pratico e pieno di ostacoli legali e morali che renderebbero chiunque lo promuova Complice di Crimini di Guerra e Crimini Contro l’Umanità.

Ecco perché il Gruppo di Consulenze di Boston si è affrettato a sconfessare i propri maggiori consulenti quando hanno prodotto un Piano dettagliato che rendeva operativo il Trasferimento di Massa della popolazione a Gaza, includendo scenari simulati e fogli di calcolo che includevano la Pulizia Etnica. Chiunque contribuisse a questo abominio sarebbe stato esposto a cause legali e procedimenti penali per i decenni a venire.

Ma la futuristica fantasia di Trump sul Mediterraneo potrebbe non essere intesa come un piano serio, tanto per cominciare. È semplicemente una storia con un “lieto fine” artificiale al Genocidio e alla Pulizia Etnica che Israele racconta ai suoi alleati Complici.

La vera utilità per Netanyahu in questa idea stravagante è la gestione narrativa. Mentre il governo israeliano porta avanti una campagna che riorganizza la geografia e la topografia di Gaza e la rende inabitabile, radendo al suolo quartieri, espellendo in massa centinaia di migliaia di persone nei Campi di Concentramento, bruciando case e facendo morire di fame i bambini, le frane della Riviera forniscono un alibi proiettato nel futuro.

Alla destra di Netanyahu, sussurrano il vecchio sogno del ritorno degli insediamenti per soli ebrei a Gaza; ai suoi alleati all’estero, offrono un ottimismo investibile. Alla base di Trump, vendono la favola definitiva del MAGA: “Faremo fiorire il deserto e lo faremo nostro”.

Il punto è lo sfarzo; Il Piano che circola alla Casa Bianca è persino formalmente denominato GREAT (acronimo di Ricostituzione, Accelerazione Economica e Trasformazione di Gaza). Per il marchio politico di Trump, la promessa di trasformare le rovine in villaggi turistici è un classico del teatro.

I paesaggi urbani scintillanti contribuiscono a vendere al mondo del MAGA (Rendere l’America di Nuovo Grande) e ai gestori di capitali di rischio un’immagine di Gaza come una tela bianca in attesa di un genio esterno, mentre, sul campo, il Genocidio procede ininterrotto e senza limiti verso la sua fase finale.

In questo senso, la fantasia della Riviera non è una deviazione dagli ultimi due decenni di politiche draconiane di assedio e Massacri a Gaza, ma piuttosto il loro culmine.

È un gioco di parole per camuffare l’indifendibile; La distruzione diventa “preparazione del sito”, lo sfollamento diventa “pianificazione urbana”, l’annientamento diventa un trampolino di lancio verso profitti inesplorati e opportunità commerciali.

Questo è ciò che rende la rappresentazione della Riviera di Gaza un potente strumento di propaganda, per come capovolgono la realtà. Propongono spiagge senza abitanti, torri senza inquilini, porti senza politica. Fanno apparire l’assenza dei palestinesi come un progresso.

Israele promette Gaza ai coloni, non a investitori futuristi

È illogico che Israele si spinga fino in fondo per compiere un Genocidio a Gaza, spendere quasi 90 miliardi di dollari (77 miliardi di euro) in questa guerra, perdere oltre 900 soldati, diventare uno Stato reietto, solo per poi consegnare Gaza su un piatto d’argento al governo degli Stati Uniti e ai magnati americani della tecnologia e del mercato immobiliare.

Yehuda Shaul, co-fondatore di Breaking the Silence (Rompere il Silenzio), ha dichiarato di ritenere che il Piano per la Riviera di Gaza “non sia collegato allo sforzo principale del Movimento dei Coloni israeliani”, che sta spingendo per un ritorno a Gaza.

“Il Piano originale delle organizzazioni dei coloni, che si adatta anche alla geografia di base di Gaza, è di tornare a quella che un tempo veniva chiamata ‘la zona settentrionale’, ovvero i tre insediamenti nel Nord di Gaza: Elei Sinai, Nisanit e Dugit”, ha aggiunto Yehuda.

“Questi sono gli insediamenti che un tempo si trovavano a Nord di Beit Lahia. È su questo che i coloni hanno puntato gli occhi”.

Shaul ha spiegato che commentatori israeliani di destra come Amit Segal hanno insistito su questo aspetto sui principali media. “Viene spacciato come una ‘semplice’ espansione dei confini israeliani, invece di un’annessione di parti significative della Striscia di Gaza”.

La promessa di torri e porti turistici su una costa spopolata non è un piano di pace, ma un teatro di espropriazione, una storia scritta per investitori stranieri, raduni del MAGA e fantasie dei coloni.

La “Riviera di Gaza” non indica un futuro di coesistenza o prosperità; rimanda alla più antica Logica Coloniale che trasforma le vite in ostacoli e la Cancellazione in opportunità.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto

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“Israele rilasci l’ostaggio Barghouti e tratti con lui. Il piano Trump? È una truffa, e Blair un criminale”, parla Moni Ovadia

(intervista di Umberto De Giovannangeli)

 

Moni Ovadia è tante cose. Attore, cantante, musicista, scrittore. Soprattutto, è uno spirito libero, coscienza critica che sa andare controcorrente, mettendoci la faccia, il cuore e una insaziabile sete di giustizia.

Cosa racconta la vicenda della Global Sumud Flotilla e come definire la reazione d’Israele?
La reazione di Israele? Un atto di pirateria tout court. Invece di giustificare l’ingiustificabile arrivando all’impudenza di incolpare le vittime e giustificare gli assalitori, chi governa l’Italia dovrebbe dire chiaro e tondo che questo è un atto di pirateria contro il nostro Paese. Questi signori cianciano di nazione, di patriottismo, e poi si genuflettono ai piedi dei prepotenti, dei criminali. Alla faccia dell’orgoglio patrio! L’atto di pirateria è stato commesso da Israele con assoluta naturalezza, perché per lo Stato d’Israele non esiste la legalità internazionale. Intanto, quelle in cui si è consumato quel vile atto di pirateria – vile perché quello che si favoleggia essere l’esercito più morale del mondo ha mostrato la forza contro gente pacifica, disarmata – non sono acque israeliane, ma sono acque di Gaza. A Gaza, Israele è un invasore. E poi, te lo dico apertis verbis, c’è una cosa che non sopporto più.

Di cosa si tratta?
Di questa storia del terrorismo. Chi si batte per cacciare un occupante, un colonizzatore, un aggressore, ha tutto il diritto a opporre resistenza. L’aggressione israeliana a Gaza e alla sua gente non nasce dopo il 7 ottobre 2023. Si dice: “ma Israele si era ritirato da Gaza”. Chi lo afferma si dovrebbe vergognare, mente sapendo di mentire…

Perché?
Perché Israele ha blindato Gaza, l’ha resa la più grande prigione a cielo aperto al mondo. L’ha assediata. E questo dura da anni e anni. L’acqua, l’elettricità, tutto dipende da Israele, tutto. Dall’epoca della guerra di Troia, l’assedio è un atto di guerra. Chi si batte contro l’occupazione, la colonizzazione, l’oppressione, le violenze continue, le punizioni collettive, i bombardamenti a tappeto con l’uccisione di civili, di bambini, chi si batte contro tutto questo si chiama o patriota o partigiano. Quanto al terrorismo, tutti i popoli che si sono liberati dalle occupazioni coloniali, e il sionismo è una ideologia puramente colonialista, razzista, segregazionista e da ultimo genocidaria, usa lo strumento del terrorismo. L’hanno usato anche i combattenti ebrei della Palestina mandataria. Begin è stato un terrorista, Shamir è stato un terrorista. Vogliamo dire che l’Algeria è uno Stato terrorista perché ha conquistato l’indipendenza con una lotta di liberazione nazionale usando anche un pesantissimo terrorismo? Bisogna smetterla con questa storia. Anche i nazisti chiamavano i nostri partigiani, banditi. Ricordiamocelo. La lotta al terrorismo è diventata la scusante per ogni nefandezza perpetrata. Si manipola il linguaggio.

Ribellarsi è legittimo?
Ribellarsi è legittimo. Non lo dice Moni Ovadia, l’ha detto l’Onu e l’hanno detto anche Giulio Andreotti e Bettino Craxi nel Parlamento italiano. Quelli che compiono degli atti che sono considerati crimini contro l’umanità, come la presa di ostaggi, vanno indagati, si deve istruire un processo, vanno giudicati e condannati. Cito un caso che riguarda Israele. Quando ci fu l’attentato contro la squadra olimpica israeliana a Monaco nel ’72, gli israeliani – allora primo ministro era Golda Meir – cercarono uno per uno i responsabili, con un’azione discutibile, però li individuarono e cercarono i colpevoli di quell’azione. Non è che si misero a fare un genocidio contro i palestinesi. Netanyahu è l’epitome del sionismo, anche se va ricordato, per verità storica, che a fare la Nakba furono i laburisti. Va ristabilito l’ordine del linguaggio. E poi, lasciami un altro grido di indignazione.

Quale?
Adesso sono tutti galvanizzati dal piano di Trump. Un piano di pace dice il coro degli aedi. Questa non è una pace…

E cosa sarebbe?
Una operazione colonialista in stile ottocentesco. Lo definirei colonialismo ottocentesco 5.0. Questa sarebbe una proposta di pace? Netanyahu continua a dire, apertis verbis, che lo Stato palestinese non ci sarà mai. Che razza di pace è mai questa! È una truffa. Una truffa sanguinosa che produrrà ancora violenze, che produrrà altri disastri. Il popolo palestinese non viene tenuto in minimo conto da questo “piano di pace”. In minimo conto. Per fare una pace che coinvolge il popolo palestinese, si vedono Trump e Netanyahu. E i palestinesi non esistono? Ricordo che quando si volle fare la pace di Oslo, alla fine, sul prato della Casa Bianca, erano presenti Rabin, come primo ministro rappresentante dello Stato d’Israele, e Arafat come capo dell’Olp e rappresentante del popolo palestinese, e il mediatore Bill Clinton. Sappiamo tutti come andò a finire Oslo, ma almeno quella cerimonia mostrò al mondo un riconoscimento reciproco.

Mentre adesso c’è il piano Trump…
Un’operazione di stampo commerciale. E per sommo disprezzo dei palestinesi, propongono, anzi impongono, nella squadra Tony Blair.

Non va bene Blair?
Tony Blair! Che è stato, pure lui, un criminale di guerra, perché ha contribuito a scatenare una guerra, quella in Iraq, micidiale, che ha causato la morte di 500mila civili innocenti, sulla base di acclarate menzogne. Questo si definisce tecnicamente un criminale di guerra. Se tu scateni una guerra e non ci sono presupposti per farlo, di nessun tipo, anzi sono menzogne quelle che usi per giustificare e legittimare quella guerra, sei un criminale di guerra. Punto. Blair e Bush non sono stati neanche portati davanti a una Corte internazionale, non dico per essere condannati ma quantomeno per essere indagati e giudicati. Invece Slobodan Milosevic si. E alla fine Milosevic è stato prosciolto, però non lo sa quasi nessuno. L’Occidente è ancora intriso della pestilenza colonialista. Il suo modo di vedere il mondo, il suo modo di stabilire le relazioni con i popoli dell’alterità, quelli che non sono bianchi caucasici. Cosa triste è che anche i neri d’America hanno interiorizzato questo colonialismo. Colin Powell, ai tempi dell’Iraq segretario di Stato Usa, mostrò una boccetta vuota dicendo che c’era antrace e poi la storia della presenza di armi di distruzione di massa in Iraq… Tutte falsità. Ricordi che si sia scusato per questo?

No. Ma torniamo sulla Global Sumud Flotilla.
Verrà ricordata come uno dei grandi momenti della storia dell’umanità di questa epoca. È dal tempo delle brigate internazionali che accorsero in Spagna da tutto il mondo per combattere il nazifascismo, che non c’è stato qualcosa di simile. Ha lo stesso tenore: andiamo a impedire un genocidio. Andiamo a dichiarare che esiste un’umanità. Perché se c’è una umanità disumana, c’è anche un’umanità umana.
Un’umanità umana che si dichiara e dice ai palestinesi e al mondo: noi non vi abbandoneremo, perché voi siete nostri simili, quindi nostri fratelli e sorelle. Invece, per come si comportano, i reazionari di tutto il mondo demoliscono il principio più sacrale, fondato dal monoteismo ebraico e poi dal cristianesimo e poi ancora dalla grande cultura laica, cioè che l’essere umano su questa terra è uno solo. È sacro e inviolabile, e questo è proprio del monoteismo ebraico, perché porta l’impronta divina. Loro distruggono questo, perché trattano quelli che non sono del loro clan come esseri inferiori. E poi continuano a reiterare il 7 di ottobre.

Una ferita aperta per Israele.
Il 7 ottobre ha prodotto orrore. Però va ricordato che il 7 ottobre nasce dopo decenni di oppressione da parte israeliana. Invece tutti vogliono far partire, in modo squallido e miserabile, quello che di criminale e disumano che è accaduto dopo, che continua ad accadere due anni dopo, da quel tragico giorno, come una reazione giustificata, sia pure, qualcuno aggiunge per pudore, un po’ eccessiva. Il 7 ottobre è conseguenza di anni di oppressione del popolo palestinese, di torture, di violenze, di uccisioni, di occupazione, di furto di territori, di occupazione. Basta leggere un grande storico israeliano qual è Ilan Pappé. La parola genocidio l’ha usata in Israele Amos Goldberg, professore di Storia dell’Olocausto nel Dipartimento di Storia ebraica all’Università ebraica di Gerusalemme. Credo un po’ più competente in materia di Matteo Salvini. Queste posizioni vengono celate, quelle di eminenti storici israeliani così come dei militari israeliani che lo dichiarano.
L’Occidente marcio e decadente si aggrappa ormai ad ogni cosa per cercare di rilanciare il suo dominio, la sua egemonia. Solo che ha un problema, e che problema…

Quale?
Adesso ci sono i Brics, in cui è entrata anche quella che viene considerata l’ottava potenza economica mondiale: l’Indonesia.

Per tornare alla Palestina, e alla pace che non c’è. Su cosa dovrebbe fondarsi ad avviso di Moni Ovadia, una vera pace?
Punto primo: tutto il mondo, compresi gli americani, riconosca lo Stato palestinese e lo si dichiara nei suoi confini, ovvero Cisgiordania, la Striscia di Gaza, Gerusalemme Est, con un corridoio che unisca la Cisgiordania a Gaza. Poi si potevano discutere i tempi, le tappe di realizzazione. Non lo si fa, secondo me, perché Israele rischierebbe una pesantissima guerra civile. Come dice Ilan Pappé, in Israele ci sono due stati ebraici: uno è lo stato d’Israele, del sionismo politico, e l’altro è quello della Giudea e Samaria, quello degli ottocentomila coloni.
Costoro siccome pensano di agire in nome di Dio, chi li leva di lì? Il riconoscimento di uno Stato palestinese non è contemplato. I palestinesi resteranno, bontà loro, ma a fare cosa? Gli schiavi. Manodopera a basso costo. Dicono: “Non c’è un rappresentante del popolo palestinese con cui negoziare”. Il popolo palestinese ha il diritto a indicare la propria rappresentanza. Non lo decidono gli altri chi dovrebbe o non dovrebbe rappresentarlo. E poi, se ci fosse una vera volontà di pace, il rappresentante ideale per trattare ci sarebbe. È detenuto in un carcere israeliano, perché è un partigiano per la liberazione del suo popolo. Si chiama Marwan Barghouti. Lui gode del prestigio necessario e della stima di tutti i palestinesi. Lui potrebbe negoziare anche perché conosce molto bene il mondo israeliano. Liberarlo dimostrerebbe la vera volontà di una pace. Perché la pace si fa nella giustizia, altrimenti si chiama diktat imposto con la forza.

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venerdì 3 ottobre 2025

Avranno pensato a Blair perché Satana non era disponibile

Blair prende i soldi pure dal più grande finanziatore dell’esercito israeliano - Sabrina Provenzano

Quando è stato reso noto che Tony Blair avrebbe avuto un ruolo nella ricostruzione di Gaza, la commentatrice di sinistra Ash Sharkar ha affermato in diretta sulla Bbc: “Avranno pensato a lui perché Satana non era disponibile”. Un’iperbole, ma non lontana dal sentimento popolare diffuso, almeno fra chi ricorda le menzogne sull’esistenza di armi di distruzione di massa irachene con cui l’allora primo ministro convinse il parlamento a votare per la disastrosa invasione in Iraq. Di certo quella decisione segnò la fine della carriera politica dell’inventore del New Labour: ma il parlamento censurò ogni tentativo di inchiodarlo alle sue responsabilità. Blair non subì nessuna ripercussione legale o formale, e se la cavò scusandosi per i suoi errori, e ha sempre dichiarato di non aver mentito deliberatamente.

Quell’ombra, che lo segue sempre anche fra gli elettori laburisti, non gli ha impedito di rifarsi una verginità prima come mediatore internazionale, poi come consulente e lobbista. Ma lo ha seguito anche la disinvoltura etica, diciamo post-ideologica, che aveva segnato il suo successo ai tempi del New Labour: va bene tutto, purché funzioni. La lista dei suoi potenziali conflitti di interesse non ha fatto che crescere da quando si è ritirato dalla politica attiva. Blair, che dopo Downing Street ha accumulato circa 20 milioni di sterline annue, consulenze, ha intrattenuto rapporti e fornito consulenze ai peggiori autocrati del mondo. La sua posizione filo-Israele è nota.

Da primo ministro, dal 1997 al 2007, coltiva alleanze con Israele: visite a Sharon e Olmert, sostiene il “diritto di Israele all’autodifesa” durante la Seconda Intifada e vota contro risoluzioni Onu anti-israeliane. Come inviato del Quartetto, tentativo di mediazione che univa Russia, Usa, Russia e Onu, dal 2007 al 2015 lavora ai negoziati fra Israele e Palestina ma ne approfitta per fare da lobbista per progetti economici in Cisgiordania, fra cui un contratto con Wataniya Telecom, società cliente della Banca JP Morgan, che lo pagava 2 milioni l’anno per una consulenza. Spinge per il gasdotto Gaza Marine, un progetto di British Gas sempre legato a JP Morgan, ma qui il conflitto di interessi e l’assenza di trasparenza sono così clamorosi che gli costano il posto. Per i detrattori, queste pressioni hanno favorito investitori stranieri a scapito delle priorità palestinesi.

Il passaggio a Tony Blair Associates trasforma il lobbying in un meccanismo rodato. Nel 2011, la società fa pubbliche relazioni per il dittatore kazako Nursultan Nazarbayev: ammorbidisce le critiche sui diritti umani in nome di “riforme progressive”, in cambio di compensi destinati a opere benefiche. Colleziona clienti accusati di orribili e sistematiche violazioni dei diritti umani, da Gheddafi agli emiri kuwaitiani, che lo pagano milioni per costruirgli una credibilità internazionale: una cambiale che oggi appare in riscossione.

Nel 2016, Tba si fonde nel Tony Blair Institute for Global Change (Tbi): un’organizzazione non profit con 800 collaboratori in 45 paesi e un fatturato annuo di 145 milioni di sterline. Il suo maggiore finanziatore è Larry Ellison, cofondatore ebreo americano del colosso informatico Oracle, che dal 2021 gli dona oltre 200 milioni di sterline. Sionista convinto, Ellison è anche il principale donatore privato alle Idf, tramite l’organizzazione di supporto Friends of Idf; amico stretto di Benjamin Netanyahu, ha manifestato solidarietà pubblica durante la guerra di Gaza e influenza la politica americana pro-israeliana tramite una serie di think tank. Oracle opera in centri a Tel Aviv e Herzliya focalizzati sull’intelligenza artificiale e sul cloud per la sicurezza nazionale israeliana, contestati dal movimento Bbs per presunta complicità in violazioni dei diritti umani. In perfetto allineamento con il suo principale benefattore, Tbi spinge, anche sul governo laburista britannico, per l’implementazione di carte di identità digitali e di una governance basata su Ai, mentre da alcuni critici è vista come “promotore” per le vendite di Oracle a governi mondiali.

E consiglia il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman sulle riforme di Vision 2030, nonostante Salman sia riconosciuto come mandante del barbaro omicidio del giornalista di opposizione Jamal Khashoggi.

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mercoledì 18 ottobre 2023

La discussa morte di David Kelly - Tommaso Minotti

 

La torbida Inghilterra all’alba della guerra in Iraq

La storia di David Kelly appartiene alla lista di episodi dimenticati, caduti nel dimenticatoio per ragioni immotivate. La ricezione mediatica fuori dalla Gran Bretagna è stata davvero minima. In Italia, infatti, la figura di David Kelly rimane quasi sconosciuta. La sua parabola umana si inserisce in un periodo storico molto particolare. Due anni dopo l’11 settembre l’opinione pubblica era arroventata attorno alla questione dell’intervento in Iraq. Il 5 febbraio 2003 il segretario di Stato americano Colin Powell mentiva spudoratamente al Consiglio sicurezza dell’ONU mostrando una fiala d’antrace a testimonianza del possesso iracheno delle armi di distruzione di massa. Una vera e propria messinscena che, tuttavia, non convinse l’ONU ad avvallare l’intervento. Poco più di sette mesi dopo la menzogna di Powell, David Kelly moriva nelle vicinanze di un bosco nella contea dell’Oxfordshire. Il clima divenne improvvisamente infuocato nell’immediatezza della strana morte ma presto tutto si tranquillizzò. La memoria di Kelly è pian piano svanita ma a quasi vent’anni dal suo decesso è quantomeno doveroso raccontare la sua storia.

Chi era David Kelly?
Nato a Rhondda, Galles meridionale, nel 1944. Kelly era un esperto di biotecnologie e genetica. Prima lavorò per il ministero della Difesa britannico. Fu, infatti, capo del dipartimento di microbiologia a Porton Down dal 1984 al 1992. Dopodiché Kelly divenne consigliere esperto per la United Nation Special Commission, la UNSCOM. Lavorò nella commissione per cinque anni, dal 1994 al 1999. La UNSCOM era stata creata nel 1991 per monitorare i progressi sulla neutralizzazione delle armi di distruzione di massa e degli strumenti per fabbricarle in mano a Saddam Hussein. Le persone che riuscivano ad accedere a questi ruoli erano minuziosamente controllate e riconosciute per la loro eccelsa professionalità. Ciò valeva anche per Kelly che venne considerato uno dei maggiori esperti nell’ambito, di difficile lettura, delle armi biologiche. Nel marzo 2003 gli Stati Uniti, con il supporto diplomatico e militare della Gran Bretagna ma senza il consenso dell’ONU, invasero l’Iraq nella seconda guerra del golfo. Uno dei pretesti con cui il governo di Tony Blair decise di affiancare gli USA nell’avventura irachena fu un dossier su cui Kelly nutriva molti dubbi.

L’intervista alla BBC
Nel maggio 2003 Kelly decise di non stare a guardare e parlò, seppur in forma anonima, con Andrew Gilligan del Today’s Programme di BBC Radio 4. Le accuse erano precise e pesanti. Il governo aveva scientemente modificato ed esagerato le notizie presentate all’interno del dossier. Il nome di Kelly uscì fuori molto rapidamente mettendo a serio rischio la sua credibilità professionale e la sua stessa carriera. Venne duramente attaccato anche perché aveva colpito il punto giusto. Kelly riteneva del tutto impossibile l’informazione, presente nel dossier, secondo cui l’Iraq di Saddam avrebbe potuto attaccare tramite armi chimiche le basi britanniche a Cipro in 45 minuti. L’impatto di questa notizia sull’opinione pubblica fu dirompente. Il clamore suscitato era, però, ingiustificato dal momento che l’informativa dei servizi era totalmente inventata. Gilligan fece anche il nome di Alastair Campbell, portavoce di Blair, come colui che in prima persona si adoperò per falsificare le informazioni dei servizi. Probabilmente Kelly non fece mai, nello specifico, il nome di Campbell ma credeva fermamente che il dossier fosse stato modificato a causa di pressioni governative. Lo scandalo seguito dalle rivelazioni di Gilligan fu enorme. Il governo britannico aveva mentito ai suoi cittadini per accelerare l’entrata in guerra. Il dossier, in realtà, era stato diffuso a settembre 2002 ed era stato preparato dal Joint Intelligence Committee di Sir John Scarlett basato su informazioni raccolte dall’MI6 e dalla CIA. La maggior parte delle notizie era inventata e Kelly aggiunse che anche i servizi segreti britannici erano piuttosto irritati per la pubblicazione di informative che già sapevano fossero false.

La morte
Dopo le rivelazioni di Gilligan grazie al lavoro di Kelly, partì una campagna mediatica furente. Kelly ci si trovò in mezzo. Mercoledì 16 luglio uscì per la sua solita passeggiata attorno alle 15.30. Fu l’ultima volta che i famigliari lo videro vivo. Il corpo senza vita di Kelly fu ritrovato solo la mattina dopo. Si notavano tagli sui polsi e segni di elettrodi sul petto. Vari blister di antidolorifici furono ritrovati vuoti nelle sue tasche. Dopo la sua morte non venne aperta una vera e propria inchiesta giudiziaria ma fu incaricato Lord Brian Hutton di portare avanti un’inchiesta pubblica. Hutton iniziò le indagini nell’agosto 2003 e presentò le sue conclusioni a gennaio 2004. Il report metteva sostanzialmente in secondo piano l’oggetto dell’indagine, la morte sospetta di Kelly, per concentrarsi su una sorta di attacco alla BBC volto a scagionare i membri del governo. L’offensiva contro Gilligan e il suo programma fu talmente palese che il sindacato dei giornalisti inglesi, il NUJ, commentò così le indagini di Lord Hutton: "Le critiche di Lord Hutton a Andrew Gilligan e alla BBC sono infondate e il rapporto è una minaccia all'indipendenza giornalistica in questo paese". Hutton considerava la morte di Kelly un suicidio ma ometteva alcune considerazioni. Pur essendo vero che l’esperto di biotecnologie si trovasse in mezzo ad una tempesta mediatica in grado di mettere in serio pericolo la sua carriera, Kelly venne descritto come sereno da coloro che lo incontrarono durante la sue ultima mattinata. Inoltre, vari suoi amici sottolinearono il buon umore di Kelly, dovuto alla vicinanza del matrimonio della figlia. Le stranezze, dunque, non sono poche.

I misteri
L’opacità del rapporto di Hutton e la pesantezze delle rilevazioni di Kelly alimentarono le teorie alternative rispetto al suicidio. Norman Baker, deputato liberal-democratico eletto nel 1997, contestò, tra i primi, la versione ufficiale in un libro dal titolo “The strange Death of David Kelly”. Il volume analizzava le numerose contraddizioni e buchi logici dell’inchiesta di Hutton arrivando alla conclusione che la morte di Kelly fu un omicidio. Baker arriva a questa conclusione trovando il movente nell’enorme pressione esercitata dai servizi d’intelligence americani su Bush. Il presidente americano fu spinto con decisione, per usare un eufemismo, a trovare prove della presenza di armi di distruzioni di massa in Iraq. La manovra del governo Blair, da subito favorevole all’intervento statunitense, secondo Baker si innestava in questa strategia. Tuttavia il deputato inglese, dopo aver setacciato alcune sue fonti interne al mondo dell’intelligence a stelle e strisce, escluse la possibilità che fossero stati proprio gli americani a uccidere Kelly. 
I punti oscuri sono molteplici. Il sangue della ferita al polso, la supposta causa della morte, era troppo poco per giustificare il decesso. Inoltre, secondo il rapporto Hutton, Kelly avrebbe ingerito 29 pastiglie di antidolorifici prima di uccidersi. Ma l’esperto di armi aveva notoriamente difficoltà a prendere pillole. In aggiunta non ci fu nessun esame completo da parte del medico legale sul cadavere di Kelly e il suo certificato di morte venne registrato, incompleto perché mancante della firma di un dottore e dell’indicazione sul luogo di ritrovamento del cadavere, prima che il rapporto Hutton venisse ufficialmente presentato. Inoltre, tutte le prove raccolte dopo la morte di Kelly sono state secretate per 70 anni, perché? Alla domanda non c’è risposta. Dall’unica informazione riservata resa pubblica, ottenuta attraverso un FOIA (Freedom of Information Act), si comprende che il coltello, che sarebbe stato usato da Kelly per togliersi la vita, non aveva su di esso nessuna impronta digitale.

Troppe domande senza risposta
Pur essendo una storia dimenticata, la vicenda di David Kelly è tragicamente interessante. I coni d’ombra dei suoi ultimi giorni sono molteplici. Il periodo confuso in cui si dispiega la parabola umana di Kelly rende l’atmosfera ancora più nebbiosa. Il tritacarne mediatico in cui era finito, unito alla presenza di incredibili pressioni politiche che soffiavano verso la guerra, influì sicuramente sull’opinione che si ha di Kelly. Ma il fatto che una storia che ha così tante stranezze, dalla mancata inchiesta giudiziaria ai documenti segretati per decenni, venga messa sostanzialmente da parte crea rammarico. David Kelly e il suo lavoro meritano di essere riconosciuti. Come meritano di essere conosciute in maniera più approfondita anche i metodi usati dai governi di allora per giustificare un’invasione di uno Stato sovrano su basi, diplomatiche ma anche ideologiche, così fragili da dover ricorrere a falsità e menzogne.

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domenica 23 gennaio 2022

Le madri dei militari inglesi uccisi in Iraq chiedono revoca onorificenza per Blair

 

In Gran Bretagna l’onorificenza concessa all’ex Premier Tony Blair da parte della Regine Elisabetta continua a generare polemiche.

La petizione contro il titolo di cavaliere della più alta onorificenza dell’Ordine della Giarrettiera, di solito concesso agli ex premier, ha raggiunto le 700.000 firme. I firmatari contestano l’onorificenza in quanto Tony Blair è stato Premier per i laburisti durante le guerre disastrose in Afghanistan e soprattutto in Iraq nel 2003, quest’ultima basata sulla menzogna che il presidente iracheno Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa.

Blair sotto questa menzogna mandò, quindi, al macello tanti soldati in questa guerra ingiusta.

Ora, un gruppo di madri britanniche, che hanno perso i figli durante le guerre in Afghanistan e Iraq, ha chiesto al primo ministro Boris Johnson di pubblicare tutti i documenti segreti relativi a questi conflitti avvenuti quando Tony Blair era alla guida del governo.

Questo appello è stato promosso da cinque madri, guidate da Rose Gentle.

Gentle al Daily Mail ha raccontato di aver combattuto “così duramente per arrivare alla verità in tutti questi anni”, ma che “è stata bloccata ad ogni angolo”.

“Blair è sul banco degli imputati per quello che ha fatto e ora il suo stesso segretario alla Difesa lo ha confermato. È tempo che Boris Johnson si faccia avanti e sveli i segreti di queste terribili guerre ed espiasse le centinaia e centinaia di morti e sofferenze inutili. La verità deve venire fuori ora e l’unica cosa che dovrebbe essere rinchiusa è Blair”, ha aggiunto.

Gentle ha fatto riferimento ad un precedente articolo del Daily Mail riguardante un assistente del segretario alla Difesa di Blair, Geoff Hoon, a cui era stato ordinato di bruciare un memorandum di Downing Street che avvertiva che l’invasione dell’Iraq del 2003 avrebbe potuto essere illegale.

Secondo il giornale, la rivelazione è contenuta nel libro di memorie recentemente pubblicato da Hoon “See How They Run”, nel quale si sostiene anche che aveva deciso di chiudere il memoriale in una cassaforte presso il Ministero della Difesa.

Le madri chiedono alla regina di revocare il titolo di cavaliere di Blair

Per quanto riguarda l’appello delle madri al primo ministro Johnson per svelare tutti i segreti di stato riguardanti le guerre in Iraq e Afghanistan, arriva dopo un altro scritto alla loro “amata” regina esortandola a revocare Tony Blair del suo cavalierato.

Nella lettera aperta, le donne hanno sottolineato che “come mamme”, sono state “distrutte dalla perdita” dei loro figli “in guerra”, e che ora sono “ulteriormente devastate nell’apprendere che l’uomo responsabile dell’invio [i loro figli ] alla loro morte riceva la più alta onorificenza del paese”.

“Si fa beffe della vita dei nostri figli e stiamo lottando per farcela. Stiamo tutti lottando per capire come un uomo che ha causato così tanto sconvolgimento e devastazione in tutto il mondo possa ricevere un premio così privilegiato”, si legge nella lettera.

Le madri hanno accusato Blair di aver causato “un’indicibile miseria rendendosi allo stesso tempo multimilionario”. Le donne hanno aggiunto che “non lo vedono come un uomo di pace – al contrario, sosteniamo che abbia la morte di tutti i nostri soldati nelle sue mani”.

“Questo ci ha lasciato tutte infuriate, sconcertate e con il cuore spezzato e la preghiamo di revocare il suo cavalierato che crediamo calpesti i sacrifici dei nostri figli”, hanno concluso.

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