Visualizzazione post con etichetta Mahmoud Soliman. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mahmoud Soliman. Mostra tutti i post

martedì 31 agosto 2021

Il sorriso come atto di resistenza nella Palestina occupata - Mahmoud Soliman

 I palestinesi che vivono nella Palestina occupata hanno subito pulizia etnica e sfollamenti forzati dai loro villaggi per più di sette decenni. Tutto questo è stato perseguito attraverso demolizioni di case, restrizioni di movimento, coprifuoco, arresti e detenzioni arbitrarie, confische di terre e la negazione dell’accesso all’acqua, all’elettricità, alla salute e all’istruzione. Eppure i palestinesi hanno resistito con l’obiettivo di ricostruire le case distrutte, porre fine all’occupazione israeliana e riconquistare finalmente la loro libertà.

Nell’aprile 2021, una nuova ondata di rivolte è iniziata contro lo sfratto di 28 famiglie palestinesi (circa 500 residenti) nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est. Durante gli avvenimenti, alcune riprese in cui giovani palestinesi venivano picchiati e umiliati prima di essere ammanettati dai soldati israeliani sono diventate virali sui social media. Si può solo immaginare la miserabile angoscia dopo un trattamento così disumanizzante. Eppure, con sorpresa dei soldati israeliani e del mondo, i giovani detenuti palestinesi hanno risposto alle oscenità con dei bellissimi sorrisi, interrompendo l’apparato di intimidazione di Israele.

Una di queste foto ha catturato l’arresto di Meryam Afifi, una giovane donna palestinese che vive a Sheikh Jarrah. La sua famiglia è una delle 28 minacciate di sfratto. Durante un’intervista con Afifi, pochi giorni dopo il suo rilascio, ha detto:

Mi hanno arrestato mentre cercavo di proteggere il mio amico… il soldato mi ha provocato quando mi ha detto: “Ora voglio vedere cosa sai fare”. Come se mi dicesse: “Ti ho sconfitto e non puoi farci niente. Sei impotente”. In quel momento ho sorriso. In quel momento ho sentito la vittoria. Era chiaro che era stato sconfitto nel momento in cui si è infuriato. Poi, il sorriso si è diffuso tra i giovani e l’esercito ha iniziato a coprire i volti dei detenuti per impedire [ai fotografi] di catturare i loro sorrisi.

Alcuni spettatori, specialmente quelli pro-Israele, percepiscono i sorrisi dei detenuti come un’espressione di noncuranza per la loro situazione. Nulla di più sbagliato. Guardando attraverso una lente stretta la situazione dei palestinesi, questa audience non capisce il contesto in cui si svolge la vita quotidiana degli abitanti di Gerusalemme, sotto l’occupazione israeliana. I palestinesi, quindi, hanno spiegato attraverso discorsi, conversazioni e testimonianze postate sui social media che sorridere durante l’arresto può trasmettere tanti messaggi diversi ed è un potente atto di resistenza.

LA STORIA DI SHEIKH JARRAH

I membri delle 28 famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah sono rifugiati espulsi dalle loro case nel 1948. Vivono a Sheikh Jarrah dal 1956. A quel tempo, fu fatto un accordo tra il ministero giordano dell’Edilizia e dello Sviluppo e l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA), il quale stabiliva che il governo giordano fornisse la terra mentre l’UNRWA avrebbe coperto i costi di costruzione degli alloggi. Ma il dominio giordano della Cisgiordania durò solo fino al 1967, quando Israele la conquistò. Nel 1972, due organizzazioni di coloni israeliani rivendicarono la proprietà della terra e a questo punto iniziò la battaglia delle famiglie all’interno dei tribunali penali di Israele per impedire l’espulsione dalle loro case.

Nel 2008, le autorità israeliane hanno sfrattato la prima famiglia palestinese da Sheikh Jarrah. Da allora, i residenti hanno organizzato diverse forme di resistenza nonviolenta, tra cui sit-in e azioni collettive. Nel frattempo, le autorità di occupazione israeliane hanno iniziato a intensificare il processo di annessione delle terre e la costruzione di insediamenti in tutta la parte occupata della Palestina. Nell’aprile 2021, Israele ha costruito, in una sola settimana, un insediamento composto da più di 20 unità abitative per 50 famiglie di coloni nel villaggio di Beita, a sud della città di Nablus. Con il sostegno di molti attivisti, i residenti di Beita hanno organizzato una campagna di resistenza continua per riprendersi la loro terra. Nello stesso periodo, Israele ha intensificato le demolizioni di case e i furti nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme Est, e anche in quella occasione i residenti hanno condotto una campagna di resistenza.

Le azioni di Israele hanno rafforzato la mobilitazione dei palestinesi a Gerusalemme e altrove nella Palestina storica. I palestinesi interpretano lo sfratto delle famiglie come un ulteriore atto di pulizia etnica che perpetua la loro Nakba (catastrofe), e le proteste si sono diffuse nella città vecchia di Gerusalemme, in Cisgiordania e nella stessa Israele, coinvolgendo decine di migliaia di palestinesi.

Le forze di occupazione israeliane hanno brutalmente soppresso queste proteste non violente. Per reprimere i manifestanti e privare i palestinesi del loro spirito di resistenza, le campagne di detenzione sono tra gli strumenti più efficaci. Durante il mese di Ramadan, le forze di occupazione israeliane hanno arrestato più di 400 partecipanti per impedire loro di organizzare proteste e sit-in nelle piazze della Città Vecchia di Gerusalemme, come la piazza della Porta di Damasco.

GIOVANI SOTTO OCCUPAZIONE

I giovani palestinesi di oggi sono nati sotto l’occupazione israeliana. Hanno vissuto sulla loro pelle la quotidiana oppressione sistematica e le discriminazioni. Hanno costruito le loro case, e, se vogliono trasferirsi, sono obbligati dalle autorità israeliane a demolirle, altrimenti sono costretti a pagare il governo israeliano quando Israele le demolisce con la forza. Sono cresciuti agli arresti domiciliari; da bambini, all’età inferiore di 12 anni, non avevano il permesso di andare a scuola e rischiavano l’arresto se ci provavano. La quotidianità degli abitanti di Gerusalemme è difficile, anche solo da immaginare, per chi non la vive.

Lo spirito della gioventù di Gerusalemme può essere riassunto dalle parole di un palestinese di mezza età che, frapponendosi tra un soldato israeliano e un giovane, si è rivolto al primo: “Senti, tu non conosci la gioventù di Gerusalemme, forse vieni da un’altra città per servire qui. Qui, ai giovani non importa se li arrestate. Rideranno se li arrestate. Ti consiglio di lasciare la città e di non provocare”.

Per incoraggiare la mobilitazione locale, nazionale e internazionale ed elevare la copertura mediatica della loro lotta, i giovani palestinesi stanno usando una serie di tattiche creative. Sorridere è una tattica creativa che trasferisce il potere dall’oppressore all’oppresso in modi che il primo non può semplicemente ignorare. Sorridere aumenta l’efficacia di qualsiasi rifiuto di cooperare con le autorità di occupazione israeliane e sostiene azioni positive che aiutano a costruire alternative. Come mi ha spiegato un giovane detenuto: “L’esercito vuole farci sentire soli e colpevoli. Sorridendo sfidiamo l’esercito, e questa è resistenza”.

Sorridere durante un arresto è dimostrazione di grande coraggio. Lo scopo della detenzione è quello di spaventare i partecipanti, punirli per il loro coinvolgimento nelle manifestazioni o nei sit-in e impedire loro di prendere parte a qualsiasi nuova protesta. In passato, si diceva ai detenuti: “Non preoccupatevi, siate forti”. Ma in quest’ultima rivolta, ai detenuti viene ricordato di sorridere. Incoraggiandoli a sorridere, viene detto a chi è affranto dal terrore e dal dolore, “Non abbiate paura”. Pertanto, il sorriso è diventato una nuova norma per i detenuti; e viene ricordato a tutti coloro che se ne dimenticano, facendo in modo che impavidità e coraggio diventino collettivi.

Il sorriso rientra nella cultura della resistenza degli abitanti di Sheikh Jarrah, dove l’occupazione e la repressione dei coloni ha reso la vita quotidiana insostenibile. Come ha spiegato Mariam Afifi ai giornalisti: “Ho sorriso mentre ero in arresto per mostrare all’esercito che non ho paura e non sono stata sconfitta, nonostante l’oppressione usata contro di me. Quando sorridiamo l’esercito si imprigiona e noi ribaltiamo l’equilibrio del potere”.

Come residente in Cisgiordania, io stesso sono stato detenuto molte volte ma non sono mai riuscito a sorridere. Sorridere durante la detenzione richiede un coraggio e una forza interiore grande quanto la gioventù di Gerusalemme. Esprime l’importante messaggio che gli attivisti non hanno paura e che la detenzione non è riuscita a intimidirli.

CAMBIARE L’IMMAGINE DEI DETENUTI PALESTINESI

Sorridere durante il momento dell’arresto trasmette vari messaggi – uno specificamente diretto ai media. Gli attivisti stanno cercando di cambiare l’immagine che spesso ritrae i palestinesi con volti abbattuti e occhi bassi. Sebbene i media locali palestinesi mostrano frequentemente la brutalità dell’occupazione israeliana e l’illegalità delle sue politiche, questo tipo di raffigurazione perpetua il ruolo dei palestinesi come vittime. Nel frattempo, i media israeliani ignorano la resistenza nonviolenta palestinese e rappresentano i palestinesi come violenti, al fine di prevenire il tipo di solidarietà israeliana che si è verificata durante la Prima Intifada. I media mainstream internazionali generalmente ignorano l’oppressione israeliana e rappresentano i palestinesi come persone violente, povere e arrabbiate.

Smiling ha sfidato queste rappresentazioni nei media locali, israeliani e internazionali, plasmando una nuova immagine della gioventù palestinese e creando un cambiamento nell’opinione internazionale e israeliana. Due giovani palestinesi di Sheikh Jarrah, i gemelli Mohammed e Muna El Kurd, sono stati intervistati molte volte dai media mainstream occidentali, come CNN e BBC.

La preoccupazione per il fenomeno del sorriso sta crescendo tra le forze di occupazione israeliane. Molti attivisti sono stati interrogati dopo aver sorriso mentre venivano arrestati. La preoccupazione di Israele è di mantenere la sua immagine nel mondo come un paese potente con uno dei più forti eserciti del Medio Oriente.

Sorridere trasmette anche un messaggio alle famiglie di Sheikh Jarrah che i detenuti stanno bene. Le politiche coloniali israeliane hanno a lungo cercato di smantellare l’identità collettiva e l’indigenità degli abitanti di Gerusalemme, frammentando e isolando il popolo attraverso posti di blocco, restrizioni e piazzando nuovi coloni a Sheikh Jarrah che attaccano le famiglie palestinesi locali. Ogni palestinese deve avere un telefono cellulare per rimanere in contatto con le proprie famiglie perché una volta lasciata casa si rischia di non tornarci più. I genitori sono sempre preoccupati per i loro figli, anche quando vanno a scuola.

Quando le forze israeliane arrestano un giovane, lo isolano e gli impediscono di contattare la sua famiglia, con lo scopo di aumentare la paura dei familiari su ciò che gli accadrà. Quando avevo 18 anni e sono stato arrestato per la prima volta, mio padre ha dormito tre notti davanti alla prigione, aspettando di vedere qualsiasi prigioniero rilasciato per chiedere loro se mi avevano visto o sentito parlare di me. I primi momenti dell’arresto sono i più difficili per la famiglia, perché la vita dei detenuti è incerta. Come spiega un giovane: “[Sorridere] era un messaggio per la mia famiglia: sto bene e sono forte. Quando sono stato detenuto e ho visto tutti gli attivisti che mi guardavano, ho pensato che il modo migliore per comunicare con loro e per dire loro che sto bene è sorridere, perché sapevo che i soldati mi avrebbero picchiato se avessi parlato”.

I residenti di Sheikh Jarrah si conoscono da decenni. Hanno forti legami sociali e ogni sera si riuniscono nei cortili per mangiare insieme. Il sorriso rappresenta la solidarietà che li unisce e li fa sentire protetti.

L’AMORE PER LA VITA E LA LOTTA PER LA LIBERAZIONE

Il sorriso è di solito un’espressione di felicità, un modo per le persone di trasmettere la loro gioia in un preciso momento. Ma in tempi difficili, sorridere è anche un modo potente per trasmettere messaggi contraddittori. I detenuti palestinesi di Gerusalemme hanno trasformato il sorriso in un atto di resistenza. In queste situazioni, ci si aspetta che i detenuti siano confusi, spaventati e tristi. Eppure, loro sono capaci di preservare il loro orgoglio anche nei momenti più bui.

A volte un sorriso da solo può ottenere una vittoria. I sorrisi degli attivisti palestinesi distruggono l’immagine dell’occupazione e scuotono i suoi agenti dall’interno. Questo spiega perché l’esercito di occupazione israeliano cerca di coprire i loro volti in modo che i loro sorrisi non incoraggino gli altri o siano catturati dalle telecamere. Come ha riassunto un attivista durante un incontro:

“Il mio sorriso era una risposta e una presa in giro del mio arresto… Quando siamo afflitti dal dolore, come esseri umani dovremmo piangere e questo è un segno di sconfitta di fronte ai soldati israeliani. Ma quello che facciamo noi è esattamente il contrario. Voi mirate a spezzarci, ma noi ci facciamo beffe del vostro sistema, tanto da farlo apparire inutile, inefficace… e i soldati che trascinano una persona sorridente sembrano così stupidi.”

Il governo israeliano ha mantenuto la sua supremazia militare dotando il suo esercito di armi moderne, comprese le armi di distruzione di massa. Ma la sua supremazia militare non è in grado di contrastare il sorriso della resistenza e della speranza. Come mi ha detto un altro attivista: “Il nostro sorriso batte la loro brutalità”.

Molti gruppi che non conoscono questo contesto storico e la cultura palestinese pensano che i palestinesi debbano essere arrabbiati – come se la felicità non fosse pensata per i palestinesi e ciò che si adatta ai popoli oppressi è la rabbia e la tristezza. L’ho sperimentato quando degli internazionali hanno visitato il mio villaggio e hanno partecipato alle nostre manifestazioni contro il muro di separazione. Alcuni di loro hanno iniziato a piangere di fronte alla violenza dei soldati israeliani; altri si sono subito arrabbiati e hanno iniziato a urlare contro i soldati. Sono stati ispirati dal modo in cui i palestinesi amano la vita e rubano un sorriso in mezzo al buio.

Questa passione per la vita e la speranza per il futuro si riflette nella letteratura palestinese, ad esempio nella poesia di Mahmoud Darwish:

Amiamo la vita ogni volta che possiamo.
Rubiamo un filo da un baco da seta per tessere un cielo e un recinto per il nostro viaggio.

Nei sorrisi dei giovani di Sheihk Jarrah si riflette una visione felice per il futuro della generazione palestinese che ama la vita e lotta per la propria liberazione. I loro sorrisi rappresentano il fallimento dell’occupazione.

da qui

venerdì 11 giugno 2021

Mobilitazioni di massa da Sheikh Jarrah alla Palestina storica - Mahmoud Soliman

 


 

La recente rivolta ha dimostrato ancora una volta che esiste una terza via per porre fine all’occupazione, ovvero la resistenza popolare nonviolenta in tutta la Palestina e Israele, come le mobilitazioni di massa da Sheikh Jarrah.

 

Da aprile, i palestinesi sono impegnati in una rivolta di massa iniziata nel quartiere Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est, che si è diffusa in tutta la città e in Israele, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. La rivolta è stata principalmente nonviolenta fino all’8 maggio, quando Hamas è intervenuta con la resistenza armata. Tuttavia, ha mostrato come tutte le strategie israeliane del potere coloniale hanno fallito nel normalizzare l’occupazione e smobilitare i palestinesi.

La storia di Sheikh Jarrah

Negli anni ’70, due organizzazioni israeliane hanno rivendicato la proprietà della terra con 28 case di famiglie palestinesi a Sheikh Jarrah. Queste 28 famiglie, circa 500 residenti, vivevano lì dal 1956 come risultato di un accordo tra il governo giordano e l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione. Quando Israele ha occupato Gerusalemme Est nel 1967, le organizzazioni di coloni hanno aperto cause legali contro i residenti di Sheikh Jarrah per sfrattarli dalle loro case.

Queste organizzazioni sostenevano che le famiglie ebree erano state proprietarie delle case prima che la Giordania le avesse sequestrate per ospitare i rifugiati palestinesi, il che ovviamente ignorava il diritto al ritorno dei palestinesi sfollati nella Nakba. Lo sgombero forzato di alcune famiglie di Sheikh Jarrah è iniziato nel 2008.

I palestinesi non vedono la storia di Sheikh Jarrah come una lotta solo tra famiglie e coloni israeliani, è vista dai palestinesi come parte di un progetto più ampio di pulizia etnica, sradicando i palestinesi dalle loro case. Per i palestinesi, è una continuazione della Nakba.

Fin dai primi sgomberi, i residenti di Sheikh Jarrah – con il sostegno di attivisti israeliani e internazionali – hanno organizzato azioni nonviolente in parallelo alla lotta legale delle famiglie nei tribunali israeliani. Israele ha intensificato le sue politiche aggressive contro i residenti di Gerusalemme soprattutto dopo la presidenza Trump. Per esempio, le truppe israeliane hanno persino ferito dei membri della Knesset mentre protestavano contro l’espulsione forzata delle famiglie.

Nell’aprile 2021, la Corte Suprema di Israele ha deciso di sfrattare quattro famiglie di Sheikh Jarrah. Questo aggravò la situazione e i residenti ottennero più solidarietà dai palestinesi e dagli attivisti israeliani. I rappresentanti delle 28 famiglie palestinesi del quartiere di Sheikh Jarrah, insieme a 191 organizzazioni sostenitrici, hanno inviato una lettera all’Ufficio del procuratore della Corte Penale Internazionale, chiedendo di includere urgentemente l’imminente sfollamento forzato dei palestinesi di Sheikh Jarrah come parte dell’indagine aperta sulla situazione in Palestina.

Le autorità di occupazione israeliane hanno intensificato la repressione contro i residenti, ma questo si è ritorto contro di loro e ha finito per mobilitare più palestinesi e israeliani a unirsi ai sit-in. Durante questa fase di proteste, uomini, donne e giovani hanno partecipato alle azioni, che in alcuni casi hanno preso la forma di una mobilitazione di massa di attivisti palestinesi e israeliani e di sinistra, anche membri della Knesset.

Queste azioni nonviolente hanno costretto il tribunale a rinviare lo sfratto di un mese nel tentativo di raggiungere un accordo tra le due parti – le organizzazioni dei coloni e i residenti palestinesi. L’arbitrato del tribunale è stato rifiutato dalle famiglie palestinesi perché includeva il riconoscimento da parte delle famiglie palestinesi che i coloni possedevano la terra. Queste azioni nonviolente hanno fatto di Sheikh Jarrah una causa importante in Palestina. È diventata una tendenza sui social media e ha guadagnato le attenzioni dei media mainstream in tutto il mondo.

Valori, tempi e luoghi

La tempistica della decisione del tribunale è stata cruciale per la mobilitazione dei palestinesi. È arrivata durante il Ramadan, dove la gente di tutta la Palestina storica si reca alla Moschea di Al-Aqsa. Le autorità israeliane sanno che danneggiare simboli religiosi come la Moschea di Al-Aqsa e la Chiesa del Santo Sepolcro incensa e mobilita facilmente i palestinesi della Palestina storica.

Negli ultimi anni, il governo israeliano ha permesso ai coloni di invadere più frequentemente la Moschea di Al-Aqsa e di provocare i palestinesi. Le incursioni non hanno nulla a che vedere con il radicalismo religioso, si tratta piuttosto di danneggiare luoghi di alta cultura e religiosi apprezzati dai palestinesi. Di conseguenza, tra i manifestanti ci sono molti musulmani laici e non musulmani.

Il Ramadan è un’occasione per i musulmani di praticare la loro religione pregando nella moschea di Al-Aqsa. Ma è anche visto dai palestinesi di tutta la Palestina storica come una tradizionale occasione sociale e politica per incontrarsi negli spazi pubblici della città vecchia di Gerusalemme, come piazza Al-Aqsa e la porta di Damasco, l’ingresso principale alla città vecchia di Gerusalemme, mangiando insieme e organizzando festival culturali e raduni per il folklore, il canto e la danza. Durante il Ramadan, la gente di solito dorme meno durante la notte e più durante il giorno. Specialmente per i giovani, molti non dormono affatto fino alle prime ore del mattino. Così, le ore notturne sono il momento più importante per i giovani per riunirsi e divertirsi.

Questo è un contesto cruciale per capire gli effetti dei coprifuoco che le autorità israeliane impongono. Inoltre, le autorità israeliane hanno imposto diverse restrizioni al movimento dei palestinesi nella città vecchia di Gerusalemme e hanno impedito di riunirsi in luoghi pubblici. Ai giovani palestinesi è stato impedito di riunirsi alla Porta di Damasco, dove normalmente avrebbero praticato i loro speciali rituali culturali del Ramadan, come cantare, ballare e offrire cibo e bevande ai visitatori della città. Queste pratiche palestinesi avevano un significato politico ed erano percepite come resistenza contro l’occupazione israeliana di Gerusalemme Est.

Eventi commemorativi critici

Con il Ramadan che ha facilitato il raduno dei palestinesi – che è sfociato in un’azione collettiva – di metà maggio ha anche segnato il 73° anniversario della Nakba, che i palestinesi considerano in corso dal 1948. Gli eventi di Sheikh Jarrah ne sono un chiaro esempio.

Contemporaneamente, gli israeliani celebrano quello che chiamano “Jerusalem Day”, che segna l’occupazione del giugno 1967 di Gerusalemme Est, che poi sarebbe stata annessa a Israele. Durante questa festa, migliaia di giovani israeliani ultra-religiosi e nazionalisti marciano per Gerusalemme Est con bandiere israeliane. Provocando i palestinesi e forniscono in seguito una giustificazione alle autorità israeliane per impedire la circolazione dei residenti palestinesi. Infine, le autorità israeliane mettono la città sotto coprifuoco per facilitare le marce dei coloni. L’aggressione israeliana in una città occupata che ha una presenza massiccia di palestinesi durante il mese di Ramadan e i loro tentativi di controllare la città attraverso le loro politiche di discriminazione, hanno contribuito all’aumento della resistenza.

Per quanto sentano la realtà della discriminazione in Israele, questa generazione è anche poco impressionata dalla leadership politica a Gaza o in Cisgiordania.

Dall’escalation dell’aprile 2021 intorno al rischio imminente di sgomberi da Sheikh Jarrah, e dall’inizio del Ramadan, i palestinesi hanno organizzato sit-in collettivi nonviolenti e attività culturali alla Porta di Damasco – o come viene chiamata dai locali, Bab Al Amoud – una porta alta otto metri che conduce alla Moschea di Al-Aqsa. L’area intorno è progettata come un teatro aperto con scale a semicerchio, mentre l’area della Moschea di Al-Aqsa comprende circa 14,4 chilometri quadrati. Israele ha stabilito da tempo dei posti di blocco alla porta per controllare le persone che entrano nella città vecchia.

Le pratiche durante le feste palestinesi e durante i raduni riflettono la nostra identità collettiva e il rifiuto del controllo israeliano sulla città. Come tali sono sgradite all’esercito israeliano, che tenta di reprimerle e disperderle. Cantare canzoni rivoluzionarie è sufficiente perché l’esercito attacchi le persone; alzare la bandiera palestinese è sufficiente perché l’esercito arresti le persone. La polizia israeliana ha risposto violentemente alle manifestazioni nonviolente e continua a farlo ogni notte, ferendo e arrestando centinaia di palestinesi.

La repressione intensifica la resistenza 

L’uso eccessivo della forza sui palestinesi nella Città Vecchia di Gerusalemme e sui fedeli nella Moschea di Al-Aqsa non ha mobilitato solo gli abitanti di Gerusalemme ma anche i palestinesi che vivono in Israele. Da Akko nel nord a Naqab e Bir Saba’ all’estremo sud, comprese le città miste come Lod, Jafa e Haifa dove palestinesi ed ebrei israeliani vivono insieme, la gente ha organizzato manifestazioni nelle loro città e paesi, e si è unita alle azioni a Gerusalemme Est.

Nel corso della lunga storia della resistenza palestinese, ogni volta è stato il potere delle persone a porre la loro causa come priorità nell’agenda mondiale.

Una tale partecipazione di massa dei palestinesi che vivono in Israele non ha precedenti. L’ultima volta che è successo su qualsiasi scala, anche se brevemente, è stato nell’ottobre 2000, quando le forze israeliane hanno ucciso 13 palestinesi che vivevano in Israele. La maggior parte dei partecipanti sono giovani, molti nati dopo gli accordi di Oslo del 1993 e alcuni nati dopo l’ottobre 2000. Sono nati al culmine del progetto di israelizzazione dei palestinesi che vivono in Israele e dell’integrazione dei giovani palestinesi nella vita economica e istituzionale israeliana. Tuttavia, queste rivolte confermano come il razzismo anti-palestinese non si sia mai fermato; sono convinti di non essere cittadini di questo stato e sono di fatto visti come un nemico, con la distinzione particolarmente sentita nelle città miste.

Per quanto sentano la realtà della discriminazione in Israele, questa generazione è anche poco impressionata dalla leadership politica a Gaza o in Cisgiordania.

La questione in sospeso per la leadership palestinese è quando tradurranno in pratica i loro discorsi sulla resistenza popolare nonviolenta? Quando esorteranno i loro membri a unirsi alla resistenza popolare nonviolenta? È importante notare che, poiché questa rivolta è di base e indipendente, la stragrande maggioranza dei partecipanti ha messo da parte l’identità politica e ha dato priorità all’appartenenza alla causa. La leadership politica palestinese è assente dalla rivolta e le masse sono scollegate da essa.

La rivolta ha dimostrato ancora una volta che c’è una terza via per porre fine all’occupazione. La resistenza popolare nonviolenta – né i negoziati né la resistenza armata da soli libereranno la Palestina. Nel corso della lunga storia della resistenza palestinese, ogni volta è stato il potere delle persone a porre la loro causa come priorità nell’agenda mondiale.

Prima della rivolta, il conflitto israelo-palestinese non era nella top 10 dell’amministrazione Biden, ma dopo la rivolta, lo è. Intensificare la resistenza è una strategia chiave per i palestinesi per forzare l’intervento di terzi e fare pressione sulle autorità di occupazione israeliane. Questa rivolta ha alimentato la speranza tra i palestinesi che l’occupazione militare israeliana non durerà per sempre, che finirà nel nostro tempo. Ci deve essere una continuazione della resistenza popolare da parte dei palestinesi e dei gruppi di attivisti israeliani che allungheranno l’occupazione e la renderanno costosa. Questo genererà pressione sul governo israeliano attraverso la maggiore solidarietà transnazionale vista durante questa rivolta. Il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele e la richiesta di restrizioni internazionali sull’assistenza militare possono essere modi per incanalare questa solidarietà.

da qui