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martedì 3 ottobre 2023

“La resistenza di Alex Saab ci invita a scegliere da che parte stare”. Intervista a Geraldina Colotti

 

(di Olivier Turquet)

 

Pressenza ha deciso di essere parte attiva nella campagna per la liberazione di Alex Saab, il diplomatico venezuelano sequestrato dagli Stati Uniti sull’isola di Capo Verde il 12 giugno del 2020, e poi tradotto arbitrariamente a Miami, dove si trova in attesa di processo, nel 2021. In questo contesto, la casa editrice Multimage ha pubblicato il libro Alex Saab, lettere di un sequestrato, a cui abbiamo partecipato con una nostra nota, insieme all’avvocato penalista Davide Steccanella. Il libro è a cura della giornalista e scrittrice Geraldina Colotti, che coordina il capitolo italiano del movimento Free Alex Saab e che abbiamo sentito per questa intervista.

 

Sappiamo che Alex Saab ha avuto un tumore allo stomaco, come sta ora?

Qualche mese fa, la moglie, l’italiana Camilla Fabri, che può sentirlo telefonicamente per qualche minuto, ha denunciato che il marito, sopravvissuto a un tumore allo stomaco, aveva ripreso a vomitare sangue. Un sintomo allarmante, tanto più in quanto al diplomatico non vengono prestate cure mediche adeguate e che, anzi, la sua situazione sanitaria viene usata dal governo statunitense come ulteriore pressione affinché dichiari il falso, avallando le accuse contro il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, e diventi così un altro “testimone della corona”.

Saab ha resistito a numerose torture e privazioni, prima durante la sua arbitraria detenzione nelle carceri di Capo Verde, e poi successivamente, quando è stato nuovamente sequestrato e portato in un carcere di Miami. Alex Saab è un ostaggio e un monito, come lo è Julian Assange. Una situazione per molti versi simile a quella sofferta dai Cinque agenti cubani che sono stati messi in carcere per aver cercato di sventare attentati degli anti-castristi basati a Miami, che avrebbero fatto vittime anche fra i cittadini statunitensi. Alex Saab, come inviato speciale del governo bolivariano, ha messo a disposizione le sue relazioni internazionali per spezzare l’assedio imposto al popolo venezuelano con le misure coercitive unilaterali illegali decise dagli Stati Uniti. Un ruolo che, come pochi sanno, svolse anche Maradona.

 Quali sono le prospettive attuali della sua liberazione?

Subito dopo il secondo sequestro e l’arrivo di Saab a Miami, la difesa ha dimostrato la falsità delle accuse rivolte al diplomatico e sostenute da una poderosa campagna stampa, tesa a screditare la sua immagine e quella del governo bolivariano. E anche della moglie Camilla, contro la quale sono stati usati stereotipi di genere per minarne la credibilità. Sette capi d’imputazione su otto, sono caduti. È rimasta in piedi solo l’accusa di “cospirazione”.

Ben sapendo che ha violato la convenzione di Vienna, sequestrando e torturando un diplomatico, Washington procrastina l’udienza per riconoscere lo statuto di diplomatico di Saab e la relativa immunità che gli è stata violata. L’assurda motivazione è che il governo Usa non “riconosce” il presidente legittimo del Venezuela, Nicolas Maduro, mentre ha “riconosciuto” un “presidente” virtuale che nessuno ha eletto, quel tal Guaidó, risultato alla fine impresentabile anche per i suoi padrini occidentali.

Quello di Alex Saab è evidentemente un caso politico che il governo bolivariano sta cercando di risolvere a livello politico, chiedendo ripetutamente di scambiare la libertà del suo diplomatico con quella di alcuni mercenari nordamericani, arrestati in Venezuela. Ma finora senza esito. Intanto, la “giustizia” Usa si è presa altro tempo per pronunciarsi sul nuovo ricorso della difesa di Saab per il riconoscimento dell’immunità diplomatica. L’anno scorso ha respinto il ricorso praticamente alla vigilia di Natale, per fare un “regalo” alla famiglia, e ai figli piccoli di Alex che chiedono di vedere il padre. Dopo il peggioramento delle condizioni di salute del marito, Camilla Fabri ha chiesto almeno una soluzione umanitaria, ma quale sia l’umanità dell’amministrazione Usa è dimostrata dal fatto che una persona come Leonard Peltier sia detenuto, innocente, da 47 anni.

 Come procede la campagna internazionale e quali sono i prossimi passi?

Nonostante il silenzio dei media e la disinformazione che circonda questo caso, il Movimento Free Alex Saab sta crescendo, e per questo anche la pubblicazione del libro di Alex in italiano è importante per rompere il muro della disinformazione. Se solo lo si conosce, questo caso risulta emblematico del livello di sopraffazione a cui arriva l’imperialismo quando non trova un freno determinato dalla coscienza popolare nei paesi del “nord”.

È nei paesi capitalisti, infatti, che si decide il costo del lavoro, è da lì che s’impone l’ipocrisia di una democrazia (da esportare persino con le armi), basata su una disuguaglianza d’origine, che già Marx evidenziava: perché la nozione astratta di cittadino, che sarebbe uguale davanti alla legge, ignora la differenza di classe. Un sistema che utilizza anche la magistratura per fini politici, il lawfare, in modo sempre più palese, per scavalcare la sua stessa legalità quando questa impone dei vincoli agli interessi dei padroni del mondo.

Cosa si può fare per contrastare l’uso politico e strumentale della magistratura e per ribadire le convenzioni internazionali sui diritti umani, la protezione diplomatica eccetera?

Il 24 di settembre, il Venezuela ha presentato all’Onu la Mappa geopolitica delle sanzioni. Un progetto di studio iniziato cinque anni fa che monitora, a partire dall’Osservatorio venezuelano antibloqueo, l’impatto delle misure coercitive unilaterali illegali sulla vita dei popoli colpiti, sull’economia, sui diritti umani e anche sul complesso delle relazioni internazionali.

I paesi perseguiti da queste misure criminali, illegali perché non decise dall’Onu, ma dall’imperialismo Usa e dai suoi subordinati dell’Unione europea e non solo, e imposte con criterio di extralegalità, sono una trentina nel mondo. In America Latina, in primo luogo c’è Cuba, poi il Venezuela e il Nicaragua.

Intanto, sarebbe importante leggere e diffondere i dati contenuti nella piattaforma dell’Osservatorio e farne materia di lotta politica per collegare quel che accade da noi, in Europa, con quel che accade nel mondo: a partire dai paesi che hanno cercato di mettere in questione l’egemonia Usa a 200 anni dalla Dottrina Monroe, cercando di costruire il proprio destino. L’ipocrisia sulle “sanzioni” smaschera anche la falsa generosità dei paesi imperialisti nei confronti dei “migranti venezuelani”, a fronte del vergognoso comportamento che l’Europa adotta verso altri migranti provenienti dal sud globale: prima si affamano i popoli e li si priva delle risorse, obbligandoli a scappare, poi li si caccia via dalla “fortezza Europa”. Prima si blocca lo sviluppo di un popolo che, come il Venezuela, con Chávez aveva raggiunto nella metà del tempo gli Obiettivi del millennio decisi dalla Fao; prima si convincono le persone che nei paesi capitalisti troveranno l’eldorado, poi si accusa il governo socialista di essere all’origine dell’”esodo” dei propri cittadini. E quando un uomo buono come Alex Saab, che non aveva bisogno di denaro, e avrebbe potuto voltare la testa dall’altra parte, decide di mettere in gioco tutto per aiutare il popolo venezuelano a rompere l’assedio delle “sanzioni”, lo si sequestra e lo si mette in galera, facendone un ostaggio e un monito. È allora importante, dire un no deciso a tutto questo, dimostrando, ogni giorno, da che parte della barricata ci si vuole situare.

da qui

lunedì 20 marzo 2023

Alex Saab peggiora, gli Stati uniti lo stanno lasciando morire - Geraldina Colotti

 

La salute di Alex Saab peggiora. Sta vomitando sangue scuro. In carcere non riceve cure, ma ansiolitici non prescritti da uno psichiatra. Lo stanno portando alla morte. Camilla Fabri Saab, moglie del diplomatico venezuelano sequestrato e deportato negli Stati uniti, trattiene a stento le lacrime mentre legge il comunicato del movimento che si batte per la liberazione del marito. È pallida e smagrita, nei suoi occhi tutta l’angoscia che le hanno trasmesso i pochi minuti di colloquio telefonico con Alex, detenuto in un super-carcere di Miami, controllato giorno e notte, in ogni attimo e in ogni gesto.

Un ostaggio, un prigioniero politico. Vittima di una guerra con convenzionale scatenata dall’imperialismo più potente del pianeta contro un messaggero di pace, come Saab, che non trafficava armi o droga, ma importava alimenti e medicine al Venezuela bolivariano, un paese assediato dal “gendarme del mondo”. Un paese che, come Cuba, subisce l’imposizione di misure coercitive unilaterali illegali: non per aver aggredito o saccheggiato paesi interi, ma per aver voluto costruire il proprio destino, pensando al benessere degli “ultimi” e non a quello dei mercanti di armi e degli speculatori.

“Vogliono restituircelo in una bara?” dice Camilla alla sala gremita di giornalisti. Al tavolo, insieme a lei, i promotori della campagna Free Alex Saab - le avvocate Laila Tajeldine e Indhriana Parada, i giornalisti Pedro Carvajalino e Roigar López -rispondono alle domande della stampa nazionale e internazionale. Spiegano l’assurdo diniego di riconoscere l’immunità diplomatica dell’inviato speciale, per via dell’appoggio dato dagli Usa all’”autoproclamato” Juan Guaidó, nonostante questa strada si sia rivelata palesemente chiusa.

Il caso è evidentemente politico. La giustizia negata a Alex Saab, come essere umano e come diplomatico, è parte di una sopraffazione di carattere internazionale. Le strade per una soluzione politica, il governo bolivariano le sta esplorando tutte, compresa la possibilità di uno scambio fra il diplomatico deportato e alcuni statunitensi, detenuti per atti ostili contro le istituzioni venezuelane.

Ma ora, dato l’aggravamento delle condizioni di salute del marito, Camilla chiede una soluzione “umanitaria”, com’è facoltà del presidente degli Stati uniti, Joe Biden. Ora l’urgenza è soprattutto di carattere sanitario. Alex Saab è sopravvissuto a un tumore allo stomaco e tutto indica che il male sia tornato. Il Movimento Free Alex Saab lancia un appello al mondo per impedire che gli Stati uniti lo lascino morire.

Il caso è ormai noto a livello mondiale. A dispetto del suo statuto diplomatico, Alex Saab è stato sequestrato il 12 giugno 2020 durante una sosta per il rifornimento di carburante sull’isola di Capo Verde. Era in transito, si stava recando in Iran in qualità di inviato speciale dello Stato venezuelano. Aveva il compito di facilitare l'acquisto di alimenti, impedito dalle misure coercitive unilaterali, imposte dagli Usa persino contro i Comitati locali di approvvigionamento e produzione (Clap), un meccanismo di articolazione con le comunità che distribuisce cibo a più di 7 milioni di famiglie. Alex Saab ha anche facilitato l’invio di medicinali, un altro dei settori in cui le MCU hanno causato gravi danni, anche in piena pandemia da COVID-19.

Ora, il comunicato del movimento ricorda che, già nel luglio 2021, il gruppo di lavoro contro la tortura e diversi relatori delle Nazioni Unite avevano espresso la loro preoccupazione per l'irreparabile deterioramento dello stato di salute di Alex Saab.

Il 7 luglio 2021, nel carcere di Capo Verde, dopo molti rifiuti, Alex Saab è stato infatti visitato dal suo medico di fiducia. La relazione del sanitario aveva rilevato uno stato di salute preoccupante, soprattutto perché Saab aveva già sofferto di cancro allo stomaco. In quell’occasione, il medico aveva diagnosticato: anemia, anoressia, diabete mellito di tipo 2, ipotiroidismo, ipertensione, alto rischio di malattie tromboemboliche tra cui embolia polmonare e trombosi venosa profonda.

Inoltre, aveva riscontrato un'elevata infezione da batteri Helicobacter pylori nel sangue e l'endoscopia aveva identificato un'emorragia del tratto digerente che avrebbe potuto preannunciare un ritorno del cancro. Il medico aveva anche constatato la rottura del molare inferiore sinistro, a causa dei colpi ricevuti durante la tortura e aveva richiesto gli venissero fornite cure mediche adeguate, che non ha mai ricevuto.

Il 9 settembre 2021, una nuova relazione del medico curante tornava a chiedere un’adeguata assistenza specialistica per il paziente e chiedeva alle autorità capoverdiane assicurazioni al riguardo. Capo Verde non aveva fatto nulla, ignorando persino l’appello dei relatori Onu.

Alex Saab arriva nel territorio degli Stati Uniti, sequestrato per la seconda volta, il 16 ottobre 2021. Fino ad oggi non ha ricevuto alcun tipo di attenzione medica per le sue patologie. Si trova nel Federal Detention Center di Miami, in condizioni ancora più dure di quelle sofferte a Capo Verde. Non gli è stato permesso ricevere visite dalla famiglia. Non vede la moglie e i figli – a loro volta vittime di persecuzione da parte delle autorità nordamericane e dei loro alleati – da oltre due anni e otto mesi.

Non gli è stata neppure concessa una visita consolare, com’è diritto di ogni detenuto. Il Dipartimento di Stato USA non ha mai risposto alla richiesta dello Stato venezuelano di permettere la visita di un console, come stabilito dall'articolo 36 della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari.

Nel referto medico effettuato a luglio, il medico di Alex Saab aveva già riferito di aver identificato un'emorragia dal tratto digerente, sintomo di un probabile ritorno del tumore. Ora – denuncia il movimento - , è estremamente allarmante apprendere che Alex Saab vomita sangue da settimane, che lo abbia fatto presente, ma che gli venga negata opportuna assistenza medica. Perché?

Tutto questo indica “il prosieguo di una politica di Stato”, illegale quanto il suo arresto e la sua deportazione. Vogliono consegnarlo morto alle autorità venezuelane? Perché, allora, non fornirgli le cure adeguate, perché impedire al suo medico di visitarlo? “Tutti sanno che la verità è dalla parte del diplomatico venezuelano, e che prima o poi gli Stati Uniti dovranno rilasciarlo, ma con questi continui rinvii processuali, c’è il rischio di non rivederlo vivo”. Da qui, la richiesta che il movimento rivolge agli Usa e a tutti coloro che, nel mondo, hanno a cuore il destino degli ultimi, i diritti umani e il rispetto della legalità internazionale.

“Noi, il movimento #FreeAlexSaab, riteniamo il governo degli Stati Uniti responsabile della vita e di ciò che potrebbe accadere al diplomatico Alex Saab Moran. Al contempo, chiediamo che la Croce Rossa Internazionale si presenti al Centro di Detenzione Federale di Miami, Stati Uniti. Sollecitiamo l'Alto Commissario del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ad agire subito, denunciando l’ulteriore violazione dei diritti umani del diplomatico venezuelano, detenuto illegalmente sul suolo statunitense. Chiediamo al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in quanto massimo difensore del diritto internazionale, di pronunciarsi su questo caso, che costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale e dei diritti umani. Chiediamo l'immediato rilascio di Alex Saab Morán, il diplomatico venezuelano rapito dagli Stati Uniti. Chiediamo urgentemente una soluzione umanitaria, politica e diplomatica a questa situazione ingiusta. È tempo di una soluzione che porti benefici a entrambe le nazioni, è tempo di andare avanti. Esortiamo il governo degli Stati Uniti a portare a termine un accordo, accogliendo la disponibilità del Venezuela a trovare una soluzione”.

da qui

sabato 15 ottobre 2022

Alex Saab e Julian Assange. Come l’imperialismo Usa viola il diritto internazionale - Geraldina Colotti


Julian Assange e Alex Saab, un giornalista e un diplomatico. Il primo, in attesa di essere estradato negli Stati Uniti, l’altro sequestrato e mantenuto in una prigione della Florida in spregio al diritto internazionale. Due esempi dell’arroganza imperialista degli Stati uniti appoggiata, nel caso di Assange, dal governo britannico, mentre nel caso di Saab il sequestro è potuto avvenire con la complicità di un paese dipendente, Capo Verde, incapace di dire “no” agli Usa.

Assange è “colpevole” di aver diffuso documenti nei quali si evidenzia la vera natura che muove le guerre “per la democrazia”, condotte dal gendarme nordamericano. Il “crimine” di Saab, ambasciatore plenipotenziario del Venezuela, è quello di aver cercato di spezzare l’assedio imposto al popolo venezuelano per obbligarlo a rivoltarsi contro il proprio governo. Quando è stato sequestrato dalla Cia, stava infatti effettuando un’operazione umanitaria per portare alimenti, medicine e carburante alla Repubblica Bolivariana.

Julian Assange, fondatore del sito Wikileaks, è detenuto da tre anni nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, detta la “Guantanamo di Londra”. Ora è risultato anche positivo al covid e si trova in isolamento, con grave rischio per le sue già precarie condizioni di salute. Anche la salute di Saab, sopravvissuto a un cancro allo stomaco, è seriamente debilitata, tanto più dopo le torture subite e a seguito delle condizioni di privazione in cui è stato tenuto a Capo Verde, a dispetto di vari pronunciamenti degli organismi internazionali. Ora, i tribunali statunitensi continuano a procrastinare l’udienza relativa alla sua immunità diplomatica, mentre sta crescendo la mobilitazione internazionale mediante il Movimento Free Alex Saab, coordinato dall’avvocata Laila Tajeldine.

La mobilitazione per la liberazione di Julian Assange, invece, ha già raggiunto un alto livello di diffusione e toccato vari settori della società. Sabato scorso, davanti al parlamento londinese, si è svolta una significativa manifestazione, alla quale, nonostante i controlli e gli impedimenti, hanno partecipato oltre 5.000 persone. Una lunga catena umana in cui si è visto anche l’ex segretario del Labour Jeremy Corbyn, insieme a volti noti del cinema e della politica internazionale come l’ex ministro greco Yanis Varoufakis. In prima fila, Stella Moris Assange, trentottenne avvocata sudafricana, moglie dal marzo scorso del giornalista australiano.

Anche la giovane moglie del diplomatico Alex Saab, l’italiana Camilla Fabri, che ora vive in Venezuela, partecipa, istancabilmente, a tutte le iniziative per la liberazione del marito e, come si vede nel documentario “Alex Saab, un diplomatico sequestrato”, sostiene la causa di Julian Assange.

I legali di Assange hanno presentato istanza di ultimo appello presso l'Alta Corte di Londra contro il decreto di estradizione negli Usa, autorizzato il 17 giugno scorso dalla ministra degli Interni inglese Priti Patel. Negli Stati Uniti, il fondatore di Wikileaks rischia una condanna a 176 anni di carcere: in pratica, una sentenza di morte. Non ha potuto appellarsi neanche al tanto sbandierato Primo Emendamento della Costituzione statunitense, che recita: “Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o della stampa”. Contro Assange è stata applicata una vecchia legge del 1917, l'Espionage Act. Un meccanismo utilizzato, in nome della sicurezza nazionale, per perseguire i responsabili di fughe di notizie e i funzionari che denunciano i vizi del sistema, accusandoli di tradimento e spionaggio. Se ne è servito anche l’ex presidente Donald Trump. E anche contro Assange c’è un’accusa di “cospirazione”…

A partire dal luglio del 2010, il sito Wikileaks ha pubblicato 250.000 file, che rivelano le conversazioni intercorse tra Washington e le sue diplomazie (circa 270 ambasciate e consolati sparsi in tutto il mondo) nei tre anni precedenti. Nell’ottobre 2010, vennero rese pubbliche 400.000 informative militari sull’Iraq, intercorse tra il 2004 e il 2009, e oltre 800 notizie diplomatiche riguardanti la base di Guantanamo. Un caso esplosivo che andrà sotto il nome di Cablogate.

Assange ha ottenuto le notizie dal soldato Bradley Manning, che gli ha passato documenti confidenziali della diplomazia nordamericana, che, fino a quel momento, nessun grande quotidiano aveva voluto pubblicare. Manning, analista informatico, faceva il soldato in Iraq e aveva accesso ai database, da cui ha attinto per 8 mesi. Li salvava su un cd mascherato con la copertina di Lady Gaga e poi li trasferiva su una chiavetta destinata ad Assange.

Nell’aprile 2010, Manning venne arrestato e nell’agosto del 2013 una corte marziale lo condannò a 35 anni. In quell’occasione, l’ex soldato dichiarò di aver divulgato i documenti per far conoscere gli abusi compiuti dal governo nordamericano in Iraq e in Afghanistan. Rivelò anche di aver sempre desiderato essere una donna e di volersi chiamare Chelsea. Oggi ha realizzato il suo desiderio, ma si è sempre rifiutato di accusare Assange per ottenere benefici.

Anche Alex Saab ha rifiutato i benefici proposti dal governo statunitense in cambio di false accuse contro il presidente venezuelano Nicolas Maduro.

Assange venne inseguito da un mandato di cattura delle autorità svedesi dal 2010, anche in Europa. A dicembre di quell’anno, si consegnò a Scotland Yard e venne liberato dopo il pagamento di una cauzione, 9 giorni dopo. A febbraio del 2011, la magistratura britannica decise la sua estradizione. Assange fece appello. Ad aprile del 2011, a seguito delle rivelazioni di Wikileaks, il governo dell’Ecuador, allora diretto da Rafael Correa, espulse l’ambasciatrice Usa, Heather Hodges.

Assange, durante i suoi 500 giorni di arresti domiciliari a Londra (quella volta decisi dal giudice) intervistò il presidente Rafael Correa nel suo programma radio trasmesso su Russia Today. E, quando a maggio del 2012 la Corte suprema britannica decise la sua estradizione in Svezia, si rifugiò nell’ambasciata ecuadoriana a Londra e ottenne asilo politico da Correa il 15 agosto.L’Ecuador rispose così alle minacce della Gran Bretagna, in linea con l’atteggiamento assunto dai paesi socialisti dell’America latina di fronte alle rivelazioni delle ingerenze Usa. Una situazione che s’inasprì ulteriormente con l’aggiungersi di un’altra fonte – Edward Snowden – e di un altro grosso scandalo, quello del Datagate, che scoppiò nell’estate del 2013 e compattò anche i grandi paesi latinoamericani, Brasile e Argentina. Snowden, ora cittadino russo, ha mostrato l’entità dello spionaggio illegale compiuto dalle agenzie per la sicurezza Usa, in violazione sia della privacy che della sovranità degli Stati.

Non per niente, gli avvocati di Assange hanno poi denunciato la Cia per aver spiato i colloqui con il loro cliente quando era rifugiato nell’ambasciata dell'Ecuador a Londra. Secondo la denuncia, una società di sicurezza privata, la Uc Global, avrebbe registrato gli incontri e consegnato il materiale all’agenzia di spionaggio nordamericana, che allora era diretta da Mike Pompeo.

Calpestare l’immunità di un diplomatico, accreditato come ambasciatore plenipotenziario del Venezuela in Africa, non è proprio un atto corrente. Chiudere la bocca a un giornalista, o imporre la censura in nome della “sicurezza nazionale”, invece, è ormai un fatto corrente nei paesi capitalisti, che pur abbondano di proclami ridondanti sulla “libertà di stampa”, e sul “pluralismo dell’informazione”.

Due casi che servono a spingere più in alto l’asticella dell’illegalità e della sopraffazione da parte di chi, sventolando la retorica dei diritti e della democrazia, si considera esente dal dovere di rispettarli. Il compito di chi si riconosce in altri principi, è invece quello di far saltare l’asticella.

Per discutere su Alex Saab e Julian Assange, giovedì 13 ottobre alle 18, i collettivi Granma e Vientos del Sur organizzano un dibattito online con la partecipazione da remoto di Camilla Fabri Saab, moglie del diplomatico venezuelano (link d’entrata).  E sabato, il Movimento Free Alex Saab partecipa alla 24 ore per la liberazione di Assange.

da qui