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venerdì 17 maggio 2019

Lettera aperta a Madonna da una madre palestinese - Khayreia Murtaja



Cara Madonna,
Certamente non mi conosci, ma forse conosci mio figlio Yaser Murtaja,  forse potresti aver sentito parlare di lui nelle notizie o aver visto i suoi video, e forse non credevi che fosse stato assassinato. Anch’io ancora  non ci credo!
Mio figlio Yaser era un fotoreporter che aveva molti sogni e solo il cielo come limite, proprio come gli uccelli!
Il suo lavoro e la sua passione erano quelli di usare la macchina fotografica per documentare le violazioni israeliane contro i civili disarmati nella Striscia di Gaza.
La macchina da presa di Yaser ha attraversato tre guerre, con le quali Israele si è radicata e ha assediato Gaza per dieci anni. Yaser aveva  un modo speciale nel descrivere la distruzione, nell’estrarre i bambini dalle macerie e nell’accompagnare i feriti e gli orfani,  a misura della tenerezza e della compassione che portava nel suo cuore.
Nel pomeriggio di venerdì 7 aprile Yasser, come altri giornalisti, aveva la sua macchina fotografica e indossava il giubbotto con la scritta “stampa”. Israele sapeva perfettamente che era un giornalista che stava svolgendo il suo lavoro. Tuttavia, Yaser è stato colpito senza pietà, gli Israeliani gli hanno sparato con un tipo di proiettile chiamato “proiettile esplosivo” che penetrando nel suo corpo lo ha ucciso.
Hai mai sentito parlare dei proiettili esplosivi? Sono armi proibite a livello internazionale. Penetrano nel corpo e attraversano le viscere e gli organi interni e non escono finché non hanno distrutto tutti gli organi interni.
Questo è ciò che Israele ha fatto al mio amato figlio.
Per favore sorella, permettimi di parlarti di mio figlio Yasser, lui è il mio figlio maggiore, che sognava di viaggiare per il mondo per condividere le sue foto e rendere le persone consapevoli delle verità non raccontate. Sognava di essere un messaggero di Gaza.
I suoi video sono stati utilizzati dai notiziari popolari e dai media anche dopo il suo omicidio.
Cara Madonna, prima di andare in Israele per partecipare all’Eurovision Song Contest vorrei che tu provassi a immaginare come si sente  il cuore di una madre nel sapere che il cuore di un’altra madre sta accettando un atto disumano e distruttivo come quello di uccidere un giornalista disarmato che sta facendo il suo lavoro.
Gli Israeliani hanno deliberatamente  ucciso mio figlio a sangue freddo, lasciando una madre a soffrire la perdita del suo amato figlio, lasciando un bambino e una giovane vedova a vivere nell’agonia e nella sventura.
Ti esorto a leggere questo messaggio con il tuo cuore e la tua umanità per comprendere il significato di avere un figlio, allevato con amore e nutrito di sogni di un futuro felice. Questo è tutto ciò per cui ho vissuto, Yaser è stata la mia gioia e la mia fonte di felicità finché non è stato ucciso dall’esercito israeliano.
Yasser era un giovane modesto, pacifico, disarmato, che usava la sua macchina fotografica per trasmettere al mondo la vera immagine di Israele che ai confini di Gaza uccide i sogni di bambini e di ragazzi, di  Israele che ha ucciso le immagini trasmesse da Yasser, le immagini della richiesta dei Palestinesi al loro diritto a vivere e prosperare, diritto che è stato loro rubato da Israele.
Mio figlio semplicemente non voleva morire, cercava la vita, amava il suo lavoro, voleva crescere suo figlio con dignità e libertà. Yaser amava il suo Paese e non voleva lasciarmi.
Cara sorella, sai perché ti scrivo?  Perché hai deciso di cantare dalla parte dell’assassino e di chiedere amore e pace in un Paese che non conosce il vero significato della pace ma conosce solo la lingua dell’omicidio e della guerra.
Le tue canzoni possono ripristinare il diritto alla vita di mio figlio, le tue canzoni possono riportarci Yaser?
Cordiali saluti,
Khayreia Murtaja

(Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” – Invictapalestina.org)

da qui

venerdì 2 novembre 2018

Ipocrisia occidentale: Khashoggi e Murtaja due giornalisti scomparsi, ma il mondo ne ricorderà solo uno - Kamel Hawwash




Yaser Murtaja era un fotoreporter palestinese, era andato alla recinzione di Gaza con Israele per coprire il secondo venerdì della Grande Marcia del Ritorno. È stato ucciso da un cecchino dell’IDF il 7 aprile. C’è stata una modesta copertura della sua morte avvenuta in quel secondo venerdì della Grande Marcia del Ritorno. Il mondo si è turbato per il deliberato attacco da parte di cecchini israeliani altamente qualificati su civili palestinesi che non rappresentavano una minaccia, ma i governi occidentali si sono mostrati riluttanti a criticare Israele per aver preso di mira uomini, donne, bambini, medici e giornalisti. La giovane infermiera, Razan Al-Najjar, è stata colpita da colpi di arma da fuoco e uccisa alcune settimane dopo mentre si prendeva cura dei feriti alla recinzione di Gaza. Nello stesso momento, Nikki Haley progettava di mettere a tacere una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU per proteggere i civili palestinesi.
Nella sua atrocità più recente, Israele ha preso di mira e ucciso tre bambini a Gaza. Sono stati identificati come Khaled Bassam Mahmoud Abu Saeed, di 14 anni; Abdul Hameed Mohammed Abdul Aziz Abu Zaher, 13 anni; e Mohammed Ibrahim Abdullah Al-Sutari, 13 anni.
Non conoscevo Yasir, Razan, Khaled, Abdul Hameed o Mohammed. Tuttavia, la loro perdita e il dolore che ho provato per la loro morte sono vivi in me ancora oggi. Perché il mondo non ha sanzionato Israele per averli uccisi? Perché Israele ottiene un lasciapassare quando viola i diritti umani fondamentali mentre altri stati sono tenuti a renderne conto?
La reazione alle loro uccisioni è in netto contrasto con la sparizione e il poi confermato omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi il 2 ottobre, che ha attirato l’attenzione del mondo intero. Non ho incontrato una sola persona che non fosse a conoscenza della storia o che non abbia seguito con orrore assoluto i sordidi dettagli che emergono da fonti del governo turco riguardo al suo omicidio e alla possibile mutilazione del suo corpo. Richieste di sanzioni all’Arabia Saudita hanno avuto una gran diffusione, spaziando dai normali cittadini ai governi.
Ho avuto la fortuna di incontrare Jamal e presiedere una sessione alla conferenza di Middle East Monitor sugli Accordi di Oslo il sabato precedente al suo ritorno a Istanbul per completare alcuni documenti al Consolato saudita che gli permettessero di sposare la sua fidanzata Hatice Cengiz. Mai né io né nessuno di noi poteva immaginare la piega che avrebbeo preso gli eventi ore dopo.

Sono molte le ragioni per la copertura ricevuta dall’omicidio di Jamal, che lo distingue da altri giornalisti presi di mira per i loro scritti o la copertura di importanti eventi mondiali tra cui quelli in Siria, Iraq e Libia, per citarne solo alcuni. Era un fedele cittadino saudita che era stato strettamente legato alla famiglia reale, ma uno che voleva sentirsi libero di parlare anche sotto il vigente dominio del principe ereditario Mohammed Bin Salman che ha imposto restrizioni. Era un editorialista del Washington Post.
L’omicidio di Khashoggi ha contrapposto i due principali stati musulmani – Arabia Saudita e Turchia – l’uno contro l’altro. L’omicidio non è stato compiuto per le strade di Istanbul ma all’interno di una missione diplomatica. Ci sono state fughe di notizie e smentite. Ci sono state diverse versioni di ciò che era successo tirate fuori dall’Arabia Saudita, che nel migliore dei casi erano incoerenti e che si sono poi rivelate bugie. C’è stato il teatro del discorso ampiamente pubblicizzato del presidente della Turchia Erdogan, che prometteva molti dettagli ma ha finito per essere un capolavoro di prudenza politica privo di nuove informazioni. Il destino del principe ereditario saudita e persino della monarchia saudita, così come lo conosciamo, è in bilico.
Fino ad oggi, il corpo di Khashoggi non è stato recuperato. Le domande rimangono senza risposta su chi ha ordinato l’omicidio, come è stato eseguito, che ne è stato del corpo e quali prove concrete ha la Turchia, lasciando molto spazio alla speculazione. La Turchia stava spiando il consolato saudita e quindi l’omicidio è stato registrato in audio o video?
Queste sono alcune delle ragioni per cui l’omicidio di Jamal ha solleticato il mondo intero nelle ultime due settimane e lo farà man mano che maggiori dettagli trapeleranno o nel caso la Turchia decidesse finalmente di rendere pubbliche le sue prove, che potrebbero includere l’identificazione di chi era nella gerarchia saudita la persona più in alto che ha ordinato l’uccisione di Khashoggi.
I paesi occidentali hanno iniziato a imporre sanzioni a individui sospettati di far parte della squadra degli assassini, cancellando in modo efficace i visti che potrebbero detenere e hanno chiesto di imporre un embargo sulle armi all’Arabia Saudita, specialmente in Europa. Sebbene questi siano stati controbilanciati dall’importanza strategica del commercio con l’Arabia Saudita, è almeno un’indicazione che i paesi occidentali possono agire per fare pressione sugli altri Stati accusati di aver commesso crimini.
Il mondo si è mosso per imporre sanzioni alla Russia e all’Iran, e la storia mostra che altri paesi hanno dovuto affrontare sanzioni, tra cui l’Iraq e la Libia.
Tuttavia, sembra che il mondo sia riluttante a sanzionare Israele qualunque cosa faccia. In effetti, molti paesi occidentali giustificano i suoi crimini come un mezzo necessario di “autodifesa”. Non si parla di imporre un embargo a doppio senso sulle armi a Israele. Gli americani non hanno preso in considerazione la fine dell’aiuto militare annuale da 3 miliardi di dollari per l’uccisione di Razan o Yaser. Sarebbe morale, ma anche un risparmio per il contribuente americano che non può scegliere se l’amministrazione americana decide di finanziare uno stato che si autodichiara di apartheid, con metà del suo budget di aiuti internazionali.
Il mondo fa bene a indignarsi per l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi e per come è stato eseguito. È giusto chiedere la verità e poi imporre sanzioni ai responsabili del suo orribile omicidio. Tuttavia, l’ipocrisia del mondo nel criticare con tanta moderazione Israele per aver ucciso giornalisti palestinesi gli fornisce l’impunità di cui ha goduto e che continua a godere. La vita di un giornalista palestinese, saudita o israeliano dovrebbe avere lo stesso valore.
La fermezza del mondo nel trattare con gli assassini di Jamal potrebbe ben dissuadere altri stati dal commettere crimini contro giornalisti, tranne forse Israele. Nessun paese dovrebbe poter agire al di sopra della legge, incluso Israele.

Traduzione: Simonetta Lambertini – Invictapalestina. Org



mercoledì 11 aprile 2018

IL BLOCCO SUL CUORE DI ISRAELE – Gideon Levy


Quanto è stato piacevole  venerdì vedere, giornalisti ed esperti, in competizione per essere i più spiritosi. Uno ha twittato che i palestinesi hanno bruciato le gomme Goodyear, un’altro che i capi di Hamas sono rimasti lontani a causa dell’asma. Uno ha fatto riferimento all’aereo antincendio “con i suoi maxserbatoi” che Israele ha utilizzato per spegnere gli incendi a livello nazionale nel 2016. Qualcuno ha pubblicato la foto di un manifestante con una svastica, scrivendo: “persone affascinanti con cui fare pace”. Un commentatore “moderato” ha detto in televisione che questa era una “protesta folle”, al di sotto del suo famoso intelletto. Tutti, come è loro abitudine, hanno elogiato l’esercito e  i suoi risultati: nessuno ha attraversato il confine. Lo stato è stato salvato dall’annientamento. Strada da percorrere, Forze di difesa israeliane.

Mentre le battute spiritose e le pacche sulle spalle hanno fatto il giro dei social media, 20.000 disperati abitanti di Gaza stavano correndo nella sabbia vicino alla recinzione che li imprigiona, chiedendo aiuto. Indossando stracci, per lo più giovani, circa il 65% dei quali è disoccupato, respirando il fumo nero delle gomme e sapendo che il loro passato, il loro presente e il loro futuro sono più neri. Alcuni avevano in mano l’ultimo prodotto dell’industria bellica di Gaza: specchi. Specchi da camera e specchi da bagno, pensati per accecare i cecchini. Queste “scene divertenti” non si vedevano qui da   molto tempo: 1.350 persone sono rimaste ferite, 293 delle quali da colpi veri di arma da fuoco; di questi, 20 sono in gravi condizioni critiche.

La maggior parte ha fatto attenzione a non oltrepassare la linea della morte, esattamente come era nella Germania dell’Est. I tedeschi dell’Est sparavano a chiunque cercava di lasciare il paese, ed è stato scioccante; gli israeliani sparano a chiunque si avvicini alla loro recinzione, ed è divertente. Presto potrebbe esserci una barriera elettrica che renderà superflui i cecchini dell’esercito.

Tra quelli uccisi c’era Hussein Mohammed Madi, un ragazzo di 16 anni, e un giornalista che indossava un giubbotto antiproiettile contrassegnato “stampa” in inglese, che non lo proteggeva affatto dal tiratore scelto dell’esercito morale che mirava al  suo petto. Forse il tiratore scelto non sapeva leggere l’inglese.

Yaser Murtaja aveva 30 anni e non era mai uscito dalla Striscia di Gaza. Recentemente ha pubblicato una fotografia che mostra una veduta panoramica della Striscia. Murtaja ha scritto che il suo sogno era quello di fare una foto del genere. Ora, forse il suo sogno si avvererà dai cieli. Al suo funerale sabato, il suo corpo era coperto con il giubbotto da giornalista blu. Venerdì non è stato l’unico giornalista colpito dai cecchini dell’esercito. Altri sei sono stati feriti. Il loro sangue non è più rosso di chiunque altro, ma il fatto che siano stati uccisi dimostra che i cecchini dell’esercito sparano indiscriminatamente e non sono schizzinosi riguardo alle loro vittime.

E tutto ciò ha portato a commenti intelligenti sui social media e sulla stampa complimenti per l’esercito. È difficile capire come si possano guardare decine di migliaia di persone nella loro gabbia e non vederle. Com’è possibile guardare a questi manifestanti e non vedere il disastro causato in primo luogo da Israele. Come possiamo assolvere noi stessi, spostare tutte le responsabilità  su Hamas e non rimanere scioccati per un momento alla vista del sangue di innocenti versato dai soldati israeliani. Come può un ex capo del servizio di sicurezza Shin Bet provocare una protesta crescente   su un discorso vuoto del primo ministro, a una cerimonia altrettanto vuota, mentre questo massacro salta agli occhi a malapena come un incidente di percorso?

Questa volta non ci sono razzi Qassam, niente coltelli, nemmeno le forbici. Non c’è alcun terrore se non il “terrore della gomma” e la “marcia del terrore”, come lo ha grottescamente espresso il quotidiano Israel Hayom. Questa volta la protesta non è violenta.

Anche Israele non lo vede. Non vede il bianco degli occhi dei manifestanti, non li vede come esseri umani, non vede la loro disperazione; non vede l’amarezza del loro destino. Quando il prossimo disastro naturale si verificherà da qualche parte, Israele invierà di nuovo una squadra di aiuti e tutti loderanno la compassione “ebraica” di Israele e la sua umanità. Ma nessuno può negare la durezza che è stata manifestata, così dura da bloccare l’umanità e la compassione dal raggiungere il cuore, che è stato cicatrizzato e bloccato in modo permanente