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venerdì 2 aprile 2021

“DERSU UZALA”, UN LIBRO MERAVIGLIOSO. È ORA DI RIPUBBLICARLO PER IMPEGNARCI ALL’AVVENTURA, DEVOTI ALL’INVISIBILE – Davide Brullo

 

Nella mia mente caustica Dersu Uzala è parente di Fitzcarraldo. Forse perché amo quei due registi – Kurosawa e Werner Herzog – e la personalità al cospetto della foresta. Certo, non esistono personaggi più diversi: Fitzcarraldo sfida l’impossibile, vuole portare l’Opera – emblema della sapienza occidentale – nella giungla latinoamericana; Dersu Uzala sprofonda nella taiga pregando la tigre: riconosce il verbo degli alberi, il gergo delle nuvole, la notorietà delle bestie e del loro andare. Fitzcarraldo è la prepotenza dell’io, l’estro, l’audacia; Dersu Uzala si orienta al vagare del cosmo, onora il regno, gioca a sparire, s’inabissa nel silenzio. Per ragioni opposte – che si congiungono nel golfo del genio – Dersu Uzala e Fitzcarraldo sono i film che preferisco.

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L’avventura di Dersu Uzala comincia, nella versione filmica, nel 1910, quando l’etnografo ed esploratore russo rievoca la sua avventura sulla tomba di Dersu. Dersu Uzala costituisce una svolta e una pietra miliare nella filmografia di Akira Kurosawa: è il grande film che segue, dopo cinque anni, il grande fallimento di Dodes’ka-den, la depressione del regista, il tentato suicidio. Kurosawa andò a dirigere in Siberia il suo film più delicato, più profondo. Uscito nel 1975, Dersu Uzala vince l’Oscar come miglior film straniero, l’anno dopo. Dersu Uzala, il protagonista, appartiene all’etnia hezhen, che vive lungo le regioni tagliate dall’Ussuri, praticando lo sciamanesimo. Nelle catene del Sichote-Alin’ domina la tigre: il clima, miracoloso, la fa convivere con l’orso e con il lupo. Dersu Uzala, in fondo, è una specie di Mowgli, adulto.

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Come si sa, il film di Kurosawa si fonda sul libro più noto di Vladimir Arsen’ev. Figlio di un ferroviere, educato nell’esercito russo, Arsen’ev cominciò da ragazzo a compiere escursioni in Estremo Oriente, ai confini dell’impero sovietico: scrisse una sessantina di studi catalogando la flora e la fauna dell’Ussuri, varcando la taiga, fino al Mar del Giappone e a Valdivostok, dove scelse di abitare. Il cacciatore Dersu Uzala permise ad Arsen’ev di compiere spedizioni in luoghi altrimenti inaccessibili: è a lui, dunque, morto nel 1908, che l’esploratore russo dedica il suo libro, un’epica piccola, portatile, bellissima, del 1923. Mentre la Russia era lacerata dalla Rivoluzione e dalla guerra civile, Arsen’ev – che diventò Commissario per le minoranze etniche – preferì sondare la taiga, l’equilibrio che lega fame e rischio, sperimentando la nobiltà arcana della bestia, del salto. Morì a 57 anni, a Vladivostock: era scienziato, Arsen’ev, ma il profilo, fermato dalle fotografie, con occhi da poiana e linee esatte, è quello di un poeta, piuttosto. Una bieca maledizione cadde sui parenti: la moglie di Arsen’ev, Margarita Nikolaevna, fu arrestata nel 1934 e nel 1937, accusata di essere membro di un club di sabotatori fondato dal marito; fu uccisa il 21 agosto del 1938. Qualche mese dopo, in un campo nei pressi di Vladivostok, sarebbe morto Osip Mandel’stam. Priva dei genitori, Natalia, la figlia di Arsen’ev, fu arrestata nel 1941 con l’accusa, topica, di “attività anti-sovietica”. Si fece dieci anni; morì nel 1973, “riabilitata”, come la madre. Nel 1961, nonostante arresti ed esecuzioni sommarie comminate alla famiglia Arsen’ev, l’Unione Sovietica produsse un film tratto da Dersu Uzala: nel poster esplode una magnifica tigre, dall’alto la livrea sembra il libro tibetano dei morti.    

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Federico Italiano ha dedicato a Dersu Uzala una delle sue poesie più belle – una di quelle che preferisco – inserita in L’invasione dei granchi giganti, libro straordinario, pubblicato da Marietti dieci anni fa. Questa è la prima stanza:

Avrei voluto conoscerlo, Dersu il gol’d, e forse

lo conobbi davvero, nel tempo

in cui una pagina era una mappa, geografia,

rilievo, in cui l’orma sussurrata di una tigre

era al tatto presente, sulle lenzuola,

e le colline, le foreste, i laghi emergevano

dal grigio-verde dei riflessi d’abat-jour.

Seguii Arsen’ev come uno zio, un capitano

di famiglia, amavo la sua indecisione, la delicatezza

del suo pensiero pietroburghese, strofinato

sulle cortecce di betulla e rimescolato

nel tè campestre, tra zanzare e scoiattoli.

*

Dersu Uzala, appunto, anzitutto è un libro. In Italia lo pubblicava Mursia, per la cura di Ezio Savino. È stato editato diverse volte, dal 1979. Ora è scomparso dall’orizzonte librario, perso in una taiga di idiozie. Da tempo mi sono messo in testa di riproporlo, di farlo ritradurre. È un libro magnetico, l’altro lato di Cuore di tenebra, quello luminoso. Arsen’ev non gioca all’Arcadia: sa che il bosco ha zanne e l’uomo ne è espulso. Dersu Uzala non è una sorta di Adamo, tanto meno di Amleto – è un uomo omerico, che conosce il valore dell’ospitalità, il peso del fato, la nitidezza del grazie e la grazia di ammazzare. Ogni generazione, mi dico, ha i suoi libri, i suoi editori, la sua letteratura – questa, attuale, mi è ostile: dov’è il vento, l’avventura, la belva, il salto nell’ignoto, la disposizione a esplorare, a perdersi, a preferire, senza deleghe, l’invisibile e perfino l’insuccesso?

 

 “Bisognava dar da mangiare ai cavalli. Così decisi di approfittare di questa circostanza: mi distesi all’ombra di un cedro e mi addormentai. Dopo un paio d’ore fui svegliato da Olent’ev. Vidi che Dersu aveva tagliato della legna, raccolto della corteccia di betulla e messo tutto insieme nella baracca. Pensavo che volesse bruciarla e cosi cominciai a dissuaderlo dal fare ciò. Ma invece di rispondermi, egli mi chiese un pizzico di sale e un pugno di riso. Mi interessava sapere cosa volesse farne e gli diedi ciò che mi aveva chiesto. Il gol’d avvolse accuratamente nella scorza di betulla alcuni fiammiferi, in un altro cartoccio mise il sale e il riso e appese ogni cosa nella baracca. Aggiustò quindi dall’esterno la corteccia e cominciò a prepararsi.

Pensi di tornare qui?, chiesi al gol’d.

Egli scosse negativamente la testa. Gli chiesi allora per chi avesse lasciato il riso, il sale e i fiammiferi.

Qualche altro venire – rispose Dersu – trovare baracca, trovare legna asciutta, fiammiferi trovare e da mangiare trovare: non morire.

Le sue parole mi colpirono profondamente. Il gol’d si preoccupava di qualcuno che non conosceva, che mai avrebbe visto e che non avrebbe mai saputo chi aveva preparato per lui la legna e il mangiare”.

*

Che libro meraviglioso, Dersu Uzala, andrebbe regalato ai ragazzi come impegno al sogno, insegna ad adorare lo sconosciuto. In effetti, le betulle sembrano fiamme bianche, cartigli su cui artigliare le nostre indicibili intenzioni. 

da qui

martedì 2 febbraio 2021

“I BAMBINI SONO INTERESSATI ALLE QUESTIONI ETERNE”. ISTRUZIONI PER SCRIVERE FAVOLE. CON REGALO NATALIZIO - Davide Brullo

 


Parola di Premio Nobel. Isaac B. Singer è uno degli scrittori più geniali e antipatici del Novecento. Trapiantato negli Stati Uniti, preferiva, per esprimersi come scrittore, la lingua yiddish, l’idioma degli ebrei dell’Europa orientale: nel 1978 è stato ornato con il Premio Nobel per la letteratura e a Stoccolma, scrupolosamente anticonvenzionale, si presentò con un memorabile panama bianco. Oltre a scrivere dei romanzi oscuri e ustionanti, Singer è stato uno straordinario narratore per bambini. Secondo lui “non importa quanto siano piccoli, i bambini sono assai interessati alle questioni eterne: chi ha fatto il mondo? Chi ha fatto la Terra, il cielo, gli uomini, gli animali? […] I bambini riflettono e si interrogano su questioni come la giustizia, il senso della vita, il perché del dolore”. A meno che non li si imprigioni nella bolla di vetro di un iPad, dirà il tronfio didatta. Vero, vero. Ma è pur vero che i bambini sanno intravedere lo shuttle in una caffettiera, fanno un uso feroce e fantasmagorico di Google Earth che neanche James Cook. Ha ragione Singer, comunque. Anche quando gode nell’esagerare: “quando ero piccolo facevo tutte quelle domande che poi ho ritrovato nelle opere di Platone, Aristotele, Spinoza, Leibniz, Hume, Kant e Schopenhauer”. Se c’è una cosa insopportabile dei libri “per bambini”, in effetti, sono proprio i libri “per bambini”. Cioè libri scritti da adulti che pensano che i bambini siano quegli affari alti così, un po’ imbecilli, che della vita non sanno nulla – come se gli adulti ne sapessero molto di più.

 

L’altra cosa insopportabile è che di solito i libri per bambini scritti dagli adulti sono illustrati dagli adulti. Insomma, sono sempre gli adulti a decidere che cosa è “per bambini”. E sono sempre gli adulti a comprare i libri per i propri bimbi, determinando ciò che per loro è giusto. Perché? Perché gli adulti sono terrorizzati dai bambini. Perché? Perché i bambini ne sanno più di loro.

In realtà, i grandi classici per giovani lettori (dai Libri della giungla ad Alice nel Paese delle Meraviglie, dalle Avventure di Tom Sawyer a Lord Jim) sono semplicemente libri meravigliosi, scritti da romanzieri che sono rimasti bambini. Il genio dei grandi scrittori è proprio questo, restare bambini, credere “a tutti gli incantesimi”, come scrive Arthur Rimbaud, che nella sua cronaca poetica fa una lista di desideri infantili, “sognavo crociate, spedizioni di cui non è rimasta relazione, repubbliche senza storie, guerre di religione soffocate, rivoluzioni di costumi, spostamenti di razze e di continenti”.

Un gesto di giustizia verso i propri figli è scarcerarli dalla moda dei libri “per bambini”. Lasciando che siano loro a scrivere la storia che vorrebbero sentirsi raccontare. I bambini devono liberarsi dalle storie che gli adulti hanno scritto per loro. Ralph Waldo Emerson, ciarliero filosofo americano, credeva che uno Shakespeare in potenza riposi in ogni uomo e che tutti, in fondo, possono diventare Dante. Più modestamente, penso che ogni bambino sia un ottimo narratore. Ma come si fa? Così.

 

1. Ascoltarli Senza farsi vedere. Acquattati. Quando i bambini non imitano il dizionario dei grandi, ma ne fondano uno loro. Ascoltare i bimbi anche di notte, mentre dormono e sono visitati da sogni avventurosi. 

2. Provocarli Gettare una parola in mezzo alla sala. Giocarla. Assaporare il sale del linguaggio. Dire “gatto” e piantare la parola lì, nella testa del bimbo. Procedere per associazioni. “Matto”, “cotto”, “prosciutto”. Legare queste parole in una trama, in una ragnatela di senso e di sensi.

3. Costruire un vocabolario Che tenga conto del linguaggio dei bambini. Se il sole è un giaguaro che sbadiglia, deve essere un giaguaro che sbadiglia.  Svaligiare la lingua rovesciando neologismi: se partiamo da “gatto”, tentiamo “sgattare”, “gattolare”, “gattinga”, “ragattolo”. E diamo un significato a questi neologismi. Ipotizziamo un mondo non convenzionale, dove tutte le tribù di verbi ignoti e di aggettivi inesplorati possano abitare.

4. Lasciare che la storia segua l’indole dei piccoli Fino a un certo limite. Ai bimbi basta un soffio di vento, un fischio, per distruggere una cattedrale. Bisogna accompagnarli nel labirinto della propria fantasia. Cominciando con la distinzione dei personaggi. Chi agisce in questa storia? Che cosa gli facciamo fare? Ha degli amici? In quale luogo si muove? Senza smorzare potenzialità alla fantasia – un topo può diventare un astronomo che viaggia per galassie lontane – approfondire le ragioni di ogni gesto – perché quel topo ama l’astronomia? perché viaggia, per trovare chi? Dare corpo, compimento e giustizia ad ogni atto. Sforzarsi di sprofondare nel pozzo dei propri sogni.

 

5. Non c’è uno scopo né un indirizzo morale nella costruzione della storia La buona novella e il lieto fine lasciamole alle educate storie dei “grandi”. Si racconta una storia perché è bella. E perché ci piace raccontarla. I bambini non devono essere protetti da nulla: con loro si possono affrontare tutti i temi, anche la morte. Le difese le erigono gli adulti, che sono colpevoli. Gli adulti hanno paura della morte, non i bambini, che sono immortali.

6. Elogio della disobbedienza (per una obbedienza più grande) Davanti ai bambini non sono ammesse scappatoie o vie di fuga. Ogni storia deve essere autentica, vera. Sigillata da una autorevole furia fantastica. Sono possibili, però, i sentieri. Non fossilizzatevi sulla trama, non difendete le vostre opinioni: si va 10 da 1 a 10, progressivamente, soltanto nel mondo dei grandi, la logica (ad A deve seguire B poi C) è la dinamica degli adulti per celare come possono le proprie angosce. Per i bambini 2 più 2 può fare 575 e l’alfabeto può cominciare dalla lettera X (che è, notoriamente, il luogo dove si nasconde il tesoro dei pirati). Lo scopo di una storia è stimolare altre storie. I bambini non vogliono applausi e medaglie, ma nuove imprese. I complimenti frenano la voglia di avventura e di inedito. 

7. Ode all’anarchia La storia va illustrata. E i disegni li devono compiere i bambini, perché l’alfabeto pittorico, dei segni, è importante quanto quello verbale. Se non vogliono obbedire ai vostri ordini (ora devi disegnare una tigre, ora un drago cavalcato da un robot, perché la storia dice così…), accogliete la disobbedienza come una benedizione. E lasciateli fare. Sono loro gli interpreti della loro storia. Se nella storia la bambina è issata su una renna, ma vostra figlia vuole disegnarla a cavalcioni di una stella, permettete questa libertà. Il disegno sarà bellissimo.

Accompagnando i vostri figli nella scrittura di una storia, imparerete a scrivere la vostra vita. (d.b.)

*Postfazione (con dono). Per anni – fino a quest’anno – ho scritto storie con i miei figli. Poi le mandavo a stampare e il regalo per i parenti era pronto. Alcuni di questi libri sono stati pubblicati da editori amici. Nel 2014 Guaraldi, uno pronto ad alimentare le sfide, mi ha chiesto di aggiungere al testo un breve manuale per scrivere storie con i propri figli, in proprio. Il libro s’intitola “La bambina che ha sconfitto il male”, il testo, che qui si riproduce, gridava con forza bianca, “Tranquilli, i vostri figli sono intelligenti. Istruzioni per scrivere favole”. Quel testo lo ricalco qui; il libro, invece, se vi va, lo regalo, in formato pdf, se scrivete a info@pangea.news. È illustrato dai miei figli.

http://www.pangea.news/favole-brullo/