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martedì 15 marzo 2022

Le armi italiane fanno il giro del mondo - Angelo Mastrandrea

  

Dalla Russia all’Ucraina, passando per Birmania, Egitto e Arabia Saudita, sono 87 i paesi a cui l’Italia vende armamenti. L’Italia ha fatto affari con Putin anche dopo le sanzioni varate nel 2014 per la guerra nel Donbass

 

Il pomeriggio di martedì 1 marzo 2022, subito dopo l’approvazione in parlamento della risoluzione sull’invio di armi in Ucraina, dall’aeroporto militare di Pisa è decollato un Hercules C-130J dell’aeronautica militare italiana. Grazie alle segnalazioni arrivate alla Rete italiana pace e disarmo da alcuni spotter – “osservatori” che controllano partenze e arrivi spiando atterraggi e partenze sulle piste o seguendo le rotte dei voli attraverso siti web come Flightradar24 e Itamil-radar – del volo si conosce l’orario di atterraggio: le 20.17 all’aeroporto militare Mihail Kogălniceanu di Costanza, in Romania. Qui l’Italia a dicembre ha spostato otto caccia Eurofighter con i relativi equipaggi, provenienti dalle basi di Grosseto, Gioia del Colle, Istrana e Trapani. Non si sa invece cosa trasportasse l’aereo cargo, perché il decreto con la lista delle armi e degli “equipaggiamenti per la protezione individuale e della popolazione civile” da consegnare all’esercito ucraino, messa a punto dai ministeri della difesa, dell’economia e degli esteri, è stato classificato con il timbro “segretissimo”, il più inaccessibile dei livelli di secretazione. Fonti parlamentari hanno parlato di mortai, missili Stinger, mitragliatrici pesanti Browning, mitragliatrici leggere Mg, lanciatori anticarro, razioni K, radio Motorola, dispositivi antimine, elmetti e giubbotti antiproiettile, per una spesa che si aggirerebbe tra i 100 e i 150 milioni di euro.

Le cifre e il materiale inviato non sono però confermati dal ministero della difesa, per il quale “ogni ipotesi è da considerarsi basata su valutazioni prive di qualsiasi riscontro ufficiale e oggettivo”.

Per consentire l’invio delle armi in Ucraina, il decreto legge approvato dal consiglio dei ministri il 28 febbraio ha stabilito una deroga alla legge 185 del 1990, che vieta di vendere armi a un paese in guerra. Il decreto ha poi ricevuto il via libera del parlamento con le risoluzioni di camera e senato, approvate il 1 marzo. Qualche giorno prima il governo aveva stanziato 174 milioni di euro per rafforzare la presenza militare in Romania, in Lettonia e nel Mediterraneo orientale, mobilitando 1.350 militari fino al 30 settembre 2022 e altri duemila per eventuali rinforzi.

Così sono cominciate le spedizioni. Il 2 marzo, alle 12.57, gli “osservatori” hanno segnalato la partenza, sempre da Pisa, di un secondo Hercules C-130J, che è atterrato alle 15.28 all’aeroporto polacco di Rzeszów-Jasionka. Lo scalo si trova vicino all’autostrada E40 che porta fino a Kiev, a un centinaio di chilometri dal confine polacco, ospita un battaglione di paracadutisti statunitensi ed è utilizzato per far arrivare ogni genere di aiuti all’Ucraina.

I timori per la trasparenza Il 3 marzo sono partiti, sempre da Pisa, due Boeing KC767A e dal giorno successivo i voli giornalieri sono diventati tre, per un totale di 13 fino al 6 marzo, tutti effettuati con aerei cargo Boeing 767 o Hercules C-130 e arrivati a Rzeszów. La Rete italiana pace e disarmo, l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal) e The Weapon watch hanno chiesto al governo di “comunicare al parlamento tutte le operazioni in corso, informando riguardo alle tipologie di materiali militari che vengono inviati in Polonia e i destinatari e utilizzatori finali ucraini di tali materiali militari”.

L’ong Amnesty International in un tweet ha ribadito la necessità di “rispettare i princìpi di trasparenza” e di “non utilizzare indiscriminatamente gli equipaggiamenti che verranno inviati”. Il timore è che le armi spedite, in particolare quelle leggere, possano •finire nelle mani di gruppi paramilitari o di bande criminali.

L’unica cosa che sappiamo fare è inviare armi, ora agli ucraini e prima ai russi”, dice Giorgio Beretta, ricercatore dell’Opal e uno dei maggiori esperti in Italia di commercio degli armamenti. L’Italia ha fatto affari con il regime di Putin anche dopo le sanzioni contro la Russia che l’Unione europea aveva varato nel 2014 per la guerra nel Donbass.

Dal 2011 al 2014 sono stati venduti a Mosca 358 blindati leggeri Lince, prodotti dall’Iveco e assemblati nello stabilimento militare russo di Voronezh. Il 9 maggio 2012, i veicoli italiani hanno sfilato davanti al presidente Vladimir Putin nella tradizionale parata militare sulla Piazza Rossa che celebra la vittoria sul nazifascismo, scortando i missili balistici a testate multiple Topol-M.

Gli ultimi 83 mezzi, per un valore di 25 milioni di euro, sono stati consegnati nel 2015, quando erano già entrate in vigore le prime sanzioni europee contro Mosca. In più, non si è mai fermato il commercio verso la Russia di armi leggere, “almeno •no al mese scorso”, sostiene Beretta. I dati sul commercio estero dell’Istat indicano che nel 2021 l’Italia ha venduto in Russia quasi 22 milioni di fucili, pistole, munizioni e accessori, destinati a privati cittadini ma anche alla polizia, a enti governativi o ad agenzie di sicurezza private.

“C’è il rischio che molte di queste armi siano finite nelle mani di corpi paramilitari e di mercenari che combattono in Ucraina”, denuncia l’esperto dell’Opal.

Nel mirino di ong e pacifisti non ci sono però solo le vendite di armi alla Russia. Il 3 marzo 2021 a Yangon, in Birmania, un mese dopo il colpo di stato militare che ha rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi, le forze di sicurezza sono intervenute con la forza per reprimere una protesta. Hanno sparato contro i vetri di un’ambulanza. Dopo l’aggressione, un uomo ha raccolto da terra un bossolo e l’ha mostrato a un fotografo. C’era il marchio della Cheddite, una fabbrica di armi livornese. L’azienda ha smentito di aver venduto i proiettili alla giunta golpista birmana.

La Rete italiana pace e disarmo sospetta però che armi e munizioni italiane arrivino nel paese dell’estremo oriente attraverso “triangolazioni” con altri paesi che le acquistano e poi le rivendono. Il sito birmano Irrawaddy, che aveva denunciato per primo il ritrovamento del bossolo italiano, ha scritto che un carico di munizioni era stato venduto due anni prima dall’Italia a Singapore, da questa alla Tailandia e infine era arrivato in Birmania. Un gruppo di lavoro composto da attivisti di Amnesty Italia, Atlante delle guerre, Italia-Birmania, Opal e dalla stessa Rete italiana pace e disarmo, incrociando prove fotografiche e documentali, è invece arrivato a un’azienda turca che “utilizza cartucce dell’azienda Cheddite”. A loro parere, potrebbe averle acquistate in Italia e poi esportate in Birmania, aggirando le sanzioni.

Alla fine di aprile verrà presentata alle camere l’annuale relazione sull’esportazione di armi. Il documento sarà consegnato ai parlamentari solo pochi giorni prima dell’approvazione e dal ministero della difesa non trapelano indiscrezioni sul suo contenuto.

L’anno scorso il giro d’affari era stato di quasi cinque miliardi di euro, con 2.054 autorizzazioni alla vendita in 87 paesi di tutto il mondo. La maggior parte di questi non appartengono né alla Nato né all’Unione europea, e la vendita a questi paesi arriva alla cifra complessiva di 2 miliardi e 204 milioni. Tra i primi dieci acquirenti ci sono l’Arabia Saudita, il Qatar e il Turkmenistan, considerato lo stato più corrotto dell’Asia centrale.

I caccia al regime di al-Sisi

Gli esperti puntano però il dito contro l’Egitto. Il regime guidato dal generale Abdel Fattah al-Sisi è diventato negli ultimi anni il principale cliente dell’industria militare italiana. Già nel 2020, nonostante la mancata collaborazione nel caso dell’uccisione del ricercatore italiano Giulio Regeni e nell’arresto dello studente dell’università di Bologna Patrick Zaki, il governo del Cairo aveva acquistato dall’Italia materiale bellico per 991,2 milioni di euro.

L’anno scorso ha ritirato due fregate Fremm commissionate alla Fincantieri e costate 1,2 miliardi, e ha ordinato 20 pattugliatori, 24 caccia Eurofighter Typhoon e 20 aerei addestratori M346 Leonardo, per una spesa che si aggirerebbe tra i 9 e gli 11 miliardi di euro. Altri 8,1 milioni di euro sono stati spesi, secondo l’Istat, in “altri prodotti in metallo”. Per l’esperto dell’Opal Beretta non può che trattarsi di bombe e munizioni prodotte dalla Rwm, un’azienda di proprietà della tedesca Rhein-metall che ha la sede principale a Ghedi, nel bresciano, e un secondo stabilimento a Domusnovas, in Sardegna. La Rete italiana pace e disarmo chiede al parlamento di “votare un documento che chiarisca la linea politica che presiede le esportazioni di sistemi militari italiani”, in modo che ciascuno possa “prendersi le sue responsabilità”.

da qui

sabato 28 marzo 2020

la religione fa male, molto male - i virus non si fanno pregare


Storia del primo focolaio di Covid-19 in Campania - Angelo Mastrandrea

Il 28 febbraio 2020, mentre le cronache registravano 888 casi di Covid-19 in Italia, il 37 per cento in più rispetto al giorno precedente, e alcuni comuni del lodigiano erano chiusi già da una settimana, un migliaio di chilometri più a sud succedeva qualcosa di insolito. Venti cattolici neocatecumenali e tre preti s’incontravano al Kristall palace hotel, un albergo costruito negli anni ottanta su una collina affacciata sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, all’altezza dell’incrocio tra lo svincolo di Atena Lucana e l’imbocco della statale Fondo Valle d’Agri.
Lì il gruppo ha fatto vita comunitaria per tre giorni, seguendo i princìpi del movimento, che tra le altre cose prevedono la celebrazione delle messe al di fuori delle chiese, la distribuzione del pane azimo ai fedeli, la condivisione del calice. Secondo le prime ricostruzioni, durante il “rito mistico” – come lo ha definito il presidente della regione Campania Vincenzo De Luca – i partecipanti avrebbero bevuto del vino collettivamente, condividendo il percorso religioso e anche il virus Sars-Cov-2, fino a quel momento sconosciuto a sud di Eboli. La notizia della condivisione del calice è stata poi smentita dai neocatecumenali e dal vescovo della diocesi di Teggiano-Policastro, Antonio De Luca, che per precauzione ha chiuso le 81 chiese del territorio.
“Il sacerdote che ha celebrato la messa mi ha garantito che sono state categoricamente rispettate tutte le norme di prevenzione da me impartite, come l’eliminazione del segno di pace, la distribuzione della comunione sulla mano e la distanza prescritta”, ha detto De Luca. Uno dei partecipanti, che ha preferito rimanere anonimo, sostiene che il contagio potrebbe essere dovuto alla condivisione del pane, spezzato e distribuito ai fedeli. Il diacono che l’ha fatto si chiamava Raffaele Citro, aveva 76 anni ed era di Bellizzi, un comune della piana del Sele. La sua storia avrà un epilogo tragico.
Il secondo incontro e la quarantena
Il 4 marzo, mentre in Italia il numero delle persone contagiate saliva a 3.089 e il consiglio dei ministri si riuniva per dichiarare lo stato d’emergenza e vietare manifestazioni ed eventi di qualsiasi genere, lo stesso gruppo di neocatecumenali – più cinque fedeli che non erano presenti al primo incontro – si è ridato appuntamento alle 18.30 nella chiesa di San Rocco a Sala Consilina. Prima avevano bussato alle porte di un’altra struttura religiosa. Dice il parroco della chiesa della Santissima Trinità di Sala Consilina, don Gabriele Petroccelli: “Mi avevano chiesto di fare un incontro durante la settimana delle ceneri, ma ho detto loro che alla luce delle indicazioni date dal governo non lo avrei autorizzato”.
Al nuovo appuntamento Citro non c’era. C’era solo sua moglie, ma nessuno dei presenti si è chiesto perché. Uno dei partecipanti ha raccontato al quotidiano La Città di Salerno: “Nei giorni del primo raduno nessuno ha avuto il minimo sospetto, sappiamo solo che si era sentito male quando è tornato a Bellizzi”. Il 10 marzo Raffaele Citro è stato ricoverato per gravi problemi respiratori all’ospedale di Battipaglia, dov’è morto poche ore dopo. Sottoposto al tampone faringeo, è risultato positivo al Covid-19.
Il 13 marzo un altro dei partecipanti all’incontro di Atena Lucana, un uomo di Sala Consilina impiegato al tribunale di Lagonegro, è stato portato d’urgenza all’ospedale Cotugno di Napoli con gli stessi sintomi. Sottoposto al test, è stato trovato positivo. Tutte le persone che avevano preso parte al ritiro sono state rintracciate e messe in quarantena. Anche loro sono state sottoposte a tampone, e in sedici sono state trovate positive: undici sono di Sala Consilina, gli altri dei vicini comuni di Atena Lucana, Caggiano e Polla. Nei giorni successivi il numero dei contagiati è salito a 48. Tra loro c’era anche uno dei tre preti presenti all’incontro al Kristall palace hotel, Alessandro Brignone, di 46 anni. Brignone è morto di polmonite nella notte tra il 18 e il 19 marzo.
In quarantena sono finiti i “contatti stretti” delle persone che avevano preso parte ai due appuntamenti religiosi: 45 a Sala Consilina, venti a Caggiano, dieci a Polla e otto ad Atena Lucana. Altre cinque persone sono state trovate positive a Bellizzi. Tra queste c’è la moglie del diacono Citro. È così che è esploso il primo focolaio del nuovo coronavirus in Campania.

Clima di sospetti
Fino a questa vicenda, nel sud della regione l’epidemia era stata vissuta come una vicenda lontana. Da qui avevano fatto il giro del mondo, con tredici milioni di clic in poche ore, le prescrizioni semiserie di nonna Rosetta, la protagonista della serie Casa Surace: “Mi mettono in quarantena quattordici giorni? E io faccio pippiare il sugo per quattordici giorni, così arriva a Pasqua che è una crema”.
All’indomani del decreto che il 9 marzo ha imposto misure restrittive in tutto il paese, a spaventare i cittadini era stato il ritorno a casa degli studenti iscritti nelle università dell’Italia del nord, oltre a quello dei lavoratori emigrati. A Sala Consilina i treni sono sospesi da 33 anni per lavori di ammodernamento della linea ferroviaria mai conclusi, e il rientro era avvenuto principalmente attraverso gli autobus di compagnie private locali o di Flixbus, che collegano il paese con mezza Europa.
Le autorità si erano fatte consegnare dagli autisti gli elenchi delle persone arrivate e le avevano segnalate all’azienda sanitaria locale, mentre il sindaco Francesco Cavallone, che è iscritto al Partito democratico e guida una giunta civica di centrosinistra, aveva firmato un’ordinanza nella quale imponeva l’isolamento a chiunque provenisse dalle zone a rischio e vietava matrimoni e funerali. Un bar che è uno dei principali luoghi di ritrovo dei ragazzi in paese aveva invitato i giovani fuori sede tornati a casa a non entrare neppure per un caffè. “Quando tutto sarà finito festeggeremo insieme”, si leggeva su un cartello all’ingresso.
Nonostante le precauzioni, però, c’era già stato un incidente. Una donna su un bus partito dalla Calabria e diretto verso il nord del paese aveva accusato un malore proprio al terminal di Sala Consilina. Trasportata in ambulanza al vicino ospedale di Polla, le era stato fatto il tampone ed era stata dimessa. Il giorno dopo era arrivato il responso: positiva al virus. In 23 tra medici, infermieri e personale sociosanitario erano così finiti in quarantena.
Racconta Umberto Sessa, sociologo che a Sala Consilina ha fondato una cooperativa sociale che assiste anziani e immigrati, e fa parte del network antimafia Libera: “Nonostante le avvisaglie, tutti hanno continuato a vivere normalmente anche dopo che il governo ha chiuso tutte le attività non necessarie”. La mattina in cui è entrato in vigore il decreto di chiusura, tre anziani sono stati denunciati perché sorpresi a giocare a carte ai tavolini di un bar chiuso, com’erano soliti fare ogni giorno. “Poi, improvvisamente, nel giro di poche ore, appena si è sparsa la voce che il virus era arrivato pure qui, l’atmosfera è cambiata e il clima è diventato di sospetto, da caccia all’untore”, prosegue Sessa.
I nomi dei partecipanti ai raduni neocatecumenali hanno cominciato a circolare. L’albergo di Atena Lucana ha precisato che i locali sono stati “sanificati” dopo l’incontro, il vescovo De Luca è dovuto intervenire per giustificare la concessione della chiesa di San Rocco e il movimento si è difeso sostenendo che la sera in cui 23 fedeli si incontravano al Kristall palace hotel, allo stadio San Paolo di Napoli c’erano 55mila persone a vedere la partita di campionato con il Torino. Dunque, loro non avevano violato alcun divieto.

Pugno duro
Tuttavia, il 15 marzo il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca, ha disposto la quarantena fino al 31 marzo per i 23mila abitanti dei quattro comuni di provenienza dei partecipanti al rito. Analoga sorte è stata riservata a chi vive ad Ariano Irpino, dove 21 persone il 23 febbraio avevano partecipato a una festa di carnevale in un locale al chiuso e sono risultate positive al virus. Il provvedimento prevede la chiusura degli uffici pubblici e privati – tranne quelli essenziali – e il divieto assoluto di spostamento tra e all’interno dei comuni, fatta eccezione per gli operatori sociosanitari e per chi va a fare la spesa.
A Caggiano, un piccolo comune di tremila abitanti, il sindaco ha disposto la serrata totale, chiudendo anche farmacie e negozi di generi alimentari, che ora fanno solo consegne a domicilio. Il governatore campano, che da giorni invocava misure più severe per frenare la diffusione del virus, ha chiesto e ottenuto l’intervento dell’esercito in sostegno alle forze dell’ordine. Ha inoltre accusato i neocatecumenali di “irresponsabilità”.
A far andare su tutte le furie De Luca sarebbero state due notizie. Una riguarda una partecipante all’incontro di Atena Lucana. La donna aspettava l’esito del tampone – che risulterà positivo – ma ha organizzato lo stesso un incontro per la vendita di pentole a casa sua. Un’altra riguarda un altro dei partecipanti al rito. L’uomo, un allevatore di 70 anni trovato positivo al virus ma asintomatico, è stato fermato per strada. Ai carabinieri che lo hanno fermato ha detto che stava andando a dar da mangiare alle galline. Non è bastato. È stato denunciato per diffusione volontaria di epidemia.
Spiega il comandante della compagnia dei carabinieri di Sala Consilina Davide Acquaviva, impegnato nei controlli insieme alla polizia e alla guardia di finanza: “Stiamo applicando il modello Codogno, abbiamo bloccato tutte le vie d’accesso al comune e pattugliamo le strade fermando chi troviamo in giro”. A suo parere, da quando il paese è in quarantena i cittadini hanno aderito alle prescrizioni. Le vie di Sala Consilina, di solito intasate dal traffico, appaiono spettrali.
“Per ora siamo tappati in casa e non pensiamo a cosa ci aspetterà quando sarà finita, temiamo ripercussioni molto forti su un’economia già in difficoltà”, dice una commerciante. Il rischio è che, se l’emergenza dovesse durare a lungo, molte attività non riapriranno più. Inoltre alcuni sindaci dei comuni vicini hanno disposto l’isolamento per chi nei giorni scorsi è stato a Sala Consilina, mentre diverse aziende hanno chiesto ai lavoratori provenienti dalla cittadina di rimanere a casa e il sindaco di Piaggine, Guglielmo Vairo, ha ordinato ai commercianti di non acquistare prodotti alimentari provenienti da lì.
Per quanto riguarda la situazione sanitaria, una fotografia la scatta il direttore dell’ospedale di Polla, Luigi Madia: “Abbiamo un solo posto in terapia intensiva per i malati di Covid-19, ci stiamo attrezzando per ricavarne altri in una tenda e un container. Inoltre stiamo riorganizzando i reparti per recuperare posti da usare in caso di isolamento”. In buona sostanza, la cardiologia sarà riconvertita in un’area di degenza per pazienti affetti da coronavirus. 
Negli ultimi dieci anni, i due ospedali del Vallo di Diano sono stati falcidiati dai tagli alla sanità. L’unico reparto di malattie infettive, con appena quindici posti, è a Vallo della Lucania, a due ore di auto dai comuni più colpiti in questi giorni. Nel 2016 il comitato Curo, nato per contrastare la dismissione delle strutture sanitarie, in una lettera a De Luca denunciava “la fuga di pazienti e malati verso gli ospedali della vicina Basilicata”, una sorta di “controesodo” dopo che per anni era accaduto il contrario. Le richieste dei cittadini sono però rimaste lettera morta.
Il 12 marzo, alla vigilia della quarantena imposta dal governatore, un gruppo di cittadini ha lanciato una petizione per chiedere il potenziamento urgente dell’ospedale di Polla, “con nuovi posti in terapia intensiva, l’assunzione di ulteriore personale medico, infermieristico e operatori sanitari e con l’installazione di nuove macchine per la ventilazione polmonare in numero sufficiente alla popolazione”. Il 17 marzo Donato Pica, sindaco di Sant’Arsenio, ha proposto la riapertura dei reparti di pneumologia e malattie infettive dell’ospedale del comune, chiusi dal 2011, perché “già dotati di impianti per l’attacco dell’ossigeno e facilmente adattabili ai ventilatori”. Dopo anni di tagli ci si affanna a proporre rimedi e soluzioni, ma la realtà è che se i numeri dei contagiati gravi dovesse aumentare anche di poco, i malati andrebbero trasferiti a Salerno o a Napoli. L’epidemia mette a nudo le carenze della sanità a sud di Eboli.